Hooded Menace – The Blind Dead is coming in town

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

La cult doom band finlandese Hooded Menace sta per entrare in studio per le registrazioni del proprio sesto full length, che uscirà nel 2021 tramite Season of Mist. Abbiamo chiesto a Lasse Pyykkö qualche anticipazione sul prossimo album.

Ciao Lasse, sei pronto a tornare gli SF Sound Studios per il nuovo album?
Sì, abbiamo registrato la batteria presso gli SF Sound Studios e, come al solito, il resto degli strumenti viene registrato in varie località. Gli SF Sound hanno uno spazio fantastico per la registrazione della batteria e il proprietario dello studio, Kimmo Perkkiö, è un personaggio fantastico con cui lavorare, quindi tendiamo a tornare lì sempre.

Il nuovo album sarà mixato e masterizzato da Andy LaRocque, sarà ospite anche in una nuova canzone?
Questa sarebbe stata davvero una grande opportunità, ma no, non abbiamo piani del genere. Voglio dire, è uno dei miei chitarristi preferiti di tutti i tempi, ma non credo che abbiamo necessariamente bisogno di qualcuno che faccia degli assoli come ospite in questo album. Non voglio che lo faccia solo perché sono un fan del suo modo di suonare. Non voglio farlo per ragioni sbagliate, sai. Se le canzoni non sono tagliate per questo, allora perché farlo? So che starebbe bene nei credits, ma farlo solo per questo si scontra la mia coscienza.

Le nuove canzoni sono complete al 100% o scriverai alcune parti durante le sessioni in studio?
Non scriviamo mai in studio, le canzoni sono sempre complete quando entriamo.

Puoi anticipare qualcosa sulle nuove canzoni?
È roba piuttosto orecchiabile. Abbiamo sempre avuto dei contattati con la roba classica – comunque sono sempre stato un fan di quel tipo di musica – e con questo lavoro abbiamo migliorato un po’ il nostro stile in quanto a orecchiabilità, credo. C’è più roba up-tempo (ma ovviamente mai “Slayer-fast” e nanche vicino), un po’ più sulla scia di Trouble, King Diamond o qualcosa del genere. Sarà interessante vedere come la gente lo accoglierà. Quando il ragazzo degli SF Sound Studios ha ascoltato i demo ha detto: “Oh, questo sarà un album un po’ diverso dai soliti Hooded Menace”, ed ero felice di sentirlo. Ovviamente questo album è ancora un disco death / doom, ma con una nuova vena che deriva dal nostro amore per l’heavy metal degli anni ’80 di Ozzy, Accept, Dio e così via. Non sto dicendo che l’album suonerà come gli Accept, perché non sarebbe vero, ma c’è qualcosa: il modo in cui mi sono avvicinato alla scrittura dei riff e alla chitarra. Be’, è meglio che stia zitto e che lasci che gli ascoltatori giudichino se queste influenze risplendono o meno.

Come è cambiato, se è cambiato, il vostro suono dall’album di debutto?
Con ogni album siamo diventati sempre più audaci con l’uso delle melodie e ora ultimamente anche con la velocità. Inoltre, come ho spiegato prima, ora c’è un po’ più di heavy metal classico nel suono, o comunque è così che la vedo.

Come è nato il tuo amore per il doom?
Per dirla breve e semplice: Teemu (il nostro secondo chitarrista) e io abbiamo ascoltato “Epicus Doomicus Metallicus” dei Candlemass negli anni ’80. Ecco come.

Tornando ai vostri primi giorni, potresti dirmi qualcosa sul passaggio da Phlegethon a Hooded Menace?
Dopo che i Phlegethon si sciolsero nel ´92, non stavo suonando molto metal, quasi per nulla. Quindi fondamentalmente ho avuto più di un decennio di “vacanza” dal metal, per così dire, prima di ritrovare la scintilla. Da qualche parte nel 2005 ho scritto della nuova musica per i Phlegethon, ma non sono riuscito a mettere insieme una vera band. Poi ho formato la band death / grind Vacant Coffin e molto presto gli Hooded Menace. Ero molto più entusiasta della musica degli Hooded Menace, quindi la band è diventata il mio interesse principale abbastanza rapidamente.

Il mio primo approccio con la tua musica è stato il bellissimo 7 “” The Eyeless Horde E.P. “(Doomentia Records – 2008), cosa ricordi di quella pubblicazione?
Sì, quella era la nostra demo stampata su vinile. Ricordo con quanta facilità tutto si è sistemato. Non c’erano aspettative, nessuna pressione… È stata una produzione molto rilassata e facile. Quelle erano le prime due canzoni che ho scritto per gli Hooded Menace, la mia testa era esplosa per le idee. Vorrei che fosse ancora così (ride). Dopo sei album diventa un po’ più difficile, ma è una sfida che sono felice di accettare.

Nella tua carriera hai pubblicato sette split album, perché ami questo formato?
Non amo questo formato. Voglio dire, è stato divertente pubblicarli, e sono grato di aver condiviso un un vinile con band come Asphyx e Coffins ecc. E tutte le uscite sono state fantastiche, ma non sono così attratto dal formato. Preferisco di gran lunga un’uscita con una sola band. Inoltre, a questo punto della nostra “carriera”, preferisco conservare le canzoni per i prossimi album completi (ride). La nostra fase di split-mania più intensa è finita.



Amo tutte le tue copertine, qual è la tua preferita?
Probabilmente “Never Cross the Dead”.

Qualcosa sulla nuova, invece?
Non voglio ancora rivelare molto al riguardo, ma è completa e la adoriamo. È un dipinto e c’è un morto cieco (sorpresa, sorpresa!) … Questo posso dirlo.

La tua playlist per il lockdown?
Ultimamente ho ascoltato principalmente Fifth Angel “Time will Tell” e l’omonimo, Eternal Champion “Ravening Iron”, UDO “Animal House, Savatage” Power of the Night “, Duran Duran “Rio”, Dio “Lock up the Wolves”, alcune cose di Greg Howe ecc.

The Finnish doom cultists of Hooded Menace are about to enter the studio for the recordings of their sixt full length, which will be released in 2021 via Season of Mist. We asked to Lasse Pyykkö some news regarding the next album.

Hi Lasse, are you ready to back to the SF Sound Studio for the new album?
Yes, we tracked the drums at SF Sound Studio and as usually, the rest of the instruments are recorded in various locations. SF Sound has awesome room for drum recording and the studio owner Kimmo Perkkiö is great to work with, so we tend to return there again and again.  

The new album will be the mixed and mastered by Andy LaRocque, will be he guest on a new song too?
This would be a great opportunity for it indeed, but no, we don’t have such plans. I mean, he is one of my all-time favourite guitar players, but I don’t feel like we necessarily need anyone doing guest solos on this album. I’m not down for it just because I’m a fan of his playing. I don’t want to do it for wrong reasons, you know. If the songs don’t scream for it, then why do it? I know it’d look good in the credits, but doing it just for that fights my conscience.

Are the new songs 100% complete or will you write some parts during the studio sessions?
We never write in the studio. Songs are always complete when we enter the studio.

Could you anticipate something about the new songs?
It’s pretty catchy stuff.  We’ve always been about memorable stuff – I’ve always been a fan of that sort of music anyway – and with this one we upped our game a bit when comes to catchiness, I think. There’s more up-tempo stuff (but of course never “Slayer-fast” or even close), a bit more Trouble, King Diamond or something like that thrown in. It’ll be interesting to see how people will hear it. When the SF Sound Studio guy heard the demos he was like: “Oh, this is going to be a bit different Hooded Menace album”, and I was happy to hear that. Of course this album is still very much a death/doom record, but with a new twist that comes from our love for 80´s heavy metal like Ozzy, Accept, Dio and so forth. I’m not saying the album sounds like Accept, cos it doesn’t, but there’s something to it – the way I approached riff-writing and guitar playing. Well, I best shut up and let the listeners judge how those influences shine through if at all.

How is changed, if is changed, your sound form your debut album?
With each album we’ve become more and more daring with the use of melodies and now lately also with the speed. Also, like I explained before, there’s a tad more classic heavy metal in the sound now, or that’s the way I see it anyway.

How is born your love for Doom?
To put it shorty and simple; Teemu (our 2nd guitarist) and I heard Candlemass “Epicus Doomicus Metallicus” in the 80´s. That’s how.

Back to your early days, could tell me something about the passage from Phlegethon to Hooded Menace?
After Phlegethon split up in ´92, I wasn’t doing much metal, if at all. So basically I had over a decade long “vacation” from metal, so to speak, before I found the spark again. Somewhere in 2005 I came up with some new music for Phlegethon, but I couldn’t put a real band together, so that was that. Then I formed death/grind band Vacant Coffin and very soon Hooded Menace. I was much more enthusiastic about Hooded Menace’s music, so the band became my main interest pretty quickly.

My first approach with your music was the beautiful 7″ “The Eyeless Horde E.P.” ( Doomentia Records – 2008), what do you remember about that release?
Yeah, that was our demo pressed on vinyl. I remember how easily it all came together. There was zero expectation, no pressure whatsoever… It was super relaxed and easy production. Those were the first two songs I wrote for Hooded Menace and my head was exploding from ideas. I wish it was the same still (laughs). It becomes a bit harder after 6 albums, but that’s a challenge I’m glad to take. 

In you career you have released 7 split albums, why do you love this format?
I don’t love this format. I mean it’s been fun to release them, and I’m grateful for sharing a wax with bands like Asphyx and Coffins etc., and all the splits came our great, but I’m not so much into the format. I much prefer a release from just one band. Also, at this point of our “career” I rather save the songs for the next full albums (laughs). Our most intense split-mania phase is over.

I love all of your cover artworks, which is your favorite?
Probably “Never Cross the Dead”.

Something about the new artwork?
I don’t want to reveal too much about it yet, but it’s finished by now and we love it. It’s a painting and there’s a Blind Dead (surprise, surprise!)… That much I can tell.

Your playlist for the lockdown?
Lately I’ve been jamming mostly Fifth Angel “Time will Tell” and s/t, Eternal Champion “Ravening Iron”, U.D.O.”Animal House, Savatage “Power of the Night”, Duran Duran “Rio”, Dio “Lock up the Wolves”, some stuff from Greg Howe etc.

Mörk Gryning – Demonic mandala

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

I Mörk Gryning, dopo un lungo silenzio, sono tornati. Non un momento felicissimo per riprendere la strada interrotta anni orsono, ma il gruppo non sembra spaventato dal blocco imposto dal Covid 19 ed è pronto a lanciare il proprio guanto di sfida al mondo con il nuovo album “Hinsides vrede” (Season of Mist).

Draakh Kimera, nel 2017, dopo diversi festival, avete riunito la band e firmato un nuovo contratto con la Season of Mist. Dopo tre anni hai un nuovo album, ma non puoi suonarlo dal vivo!Che situazione assurda!?
Sì, davvero, fa schifo! Tutti noi artisti siamo nella stessa situazione e non ci resta altro da fare che adeguarci Ma abbiamo iniziato a provare una nuova scaletta però: sarà una carneficina!

Si dice spesso che Mörk Gryning si siano sciolti nel 2005 a causa di una sopraggiunta mancanza di interesse per il metal estremo/black, cosa è cambiato ora? Come spieghi il vostro nuovo interesse per la musica estrema?
Abbiamo sempre cercato nuovi percorsi nella vita e nella musica. A quel tempo, Goth Gorgon ne era stufo. Personalmente, non ho mai perso interesse per la musica estrema, ma avevo bisogno di fare qualcos’altro. Allora anche alcune circostanze della vita ci hanno spinto verso quella decisione. Ma come si suol dire, le radici sono sempre lì ed è questo che mostriamo in questo nuovo album.

Hai trovato subito la vecchia alchimia con i tuoi vecchi compagni di band?
Sì, certamente. Ci conosciamo da così tanto tempo, quindi è stato facile tornare insieme.

Qual è la prima canzone di “Hinsides vrede” che avete scritto?
La canzone di apertura, “Fältherren”. È stato scritta circa sette anni fa, quando sul tavolo c’erano le prime discussioni sull’eventualità di riunire la band.

Sono state scritte tutte le canzoni per questo album o alcune sono tracce inedite delle uscite precedenti?
Tutte le canzoni sono state scritte per questo album.

Puoi spiegarmi il vero significato della copertina?
L’idea è venuta da Goth Gorgon perché è molto interessato ai motivi geometrici. È una specie di
mandala demoniaco. L’idea è prende ispirazione dal testo di “Sleeping in the Embers” basato sul Libro dell’Apocalisse. “I sigilli sono stati aperti… il distruttore, il demolitore, Abaddon” questo è lo spunto. L’artista dietro questo lavoro è il nostro batterista dal vivo C-G (che ha suonato anche la batteria in due canzoni del nuovo album: “Fältherren” e “Black Spirit”).

Dopo tutti questi anni che che opinione hai del tanto controverso album “Pieces of Primal Expressionism”?
Sono molto orgoglioso di quell’album. Penso che abbiamo fatto qualcosa di abbastanza unico in quel momento, ma nessuno era davvero preparato per un disco del genere con la nostra firma. Ma posso in qualche modo capire il “dibattito” attorno ad esso. Ci sono parti che sono non necessarie lunghe e forse non si adattano, ma ci sono anche alcuni passaggi e riff che sono i migliori che abbiamo mai fatto. Per esempio l’attacco nella canzone “On the Verge of Prime Divinity”, questa è pura estasi! Credo che quell’album fosse in anticipo sui tempi in molti modi. Ma oggi farei alcuni riarrangiamenti su molte canzoni.

“Tusen år har gått …” oggi è considerato una pietra miliare, ma quando è stato rilasciato nel 1995, eravate consci cosa hai fatto?
No, non ne avevamo la minima idea. A quel tempo i MG erano solo un side-project per noi, avevamo le nostre altre band che pensavamo sarebbero diventate molto più grandi. Ma guardando indietro, oggi posso in qualche modo capire il motivo per cui ha raggiunto quello status.

Mörk Gryning, after a long silence, they are back. Not a great moment to resume the journey interrupted years ago, but the group does not seem frightened by the stop imposed by Covid 19 and is ready to throwing down the gauntlet to the world by the new album “Hinsides vrede” (Season of Mist).

Draakh Kimera, in 2017 after several festivals, you reunited the band and signed a new deal with Season of Mist. After three years you have a new album, but you can’t play it live! Such are weird circumstances!?
Yes indeed, that sucks! All of us artists are in the same situation and there´s nothing to do than to face the facts. But we have started to rehearse a new setlist though. It´s going to be a killer!

It is often stated that Mörk Gryning was dissolved in 2005 due to a lack of interest in extreme/black metal metal, what is changed now? How can you explain your new interest in extreme music?
We’ve always been discovering new paths as persons and in the music. At that time, Goth Gorgon was fed up with it. Personally, I´ve never lost interest in extreme music, but I needed to do something else. Some circumstances in life also made this decision back then. But as they say, the roots are always there and that´s what we´re showing on this new album.

Did you find immediately the old alchemy with your old bandmates?
Yes indeed. We´ve known each other for so long now so it was easy getting back together.

Which is the first song from “Hinsides vrede” you wrote?
It was the opening song “Fältherren”. It was written for some seven years ago already, when the first discussions of re-uniting the band was at the table.

Were all the songs written for this album or some of them are unreleased tracks from the previous releases?
All songs were written for this album.

Could you explain the real meaning of the cover artwork?
The idea came from Goth Gorgon as he´s very much into geometric patterns. It’s a kind of demonic mandala. The idea is taken based by the lyrics from “Sleeping in the embers” based by the Book of Revelation. “The gates were opened….the destroyer, the eraser, Abaddon” so there you have the cohesion. The artist behind this is our live drummer C-G (who´s also playing the drums on two songs on the new album: “Fältherren” and “Black spirit”).

After all these years how do you look back on the much debated album “Pieces of Primal Expressionism”?
I´m very proud of that album. I think we did something quite unique at that time, but no one was really prepared for such an album coming out from us. But I can sort of understand the “debate” around it. There are parts that are unnecessary long and maybe didn´t fit in, but also there are some parts and riff which are the best ones we´ve ever made. For exaple the stick in the song “On the Verge of Prime Divinity”, that´s pure ecstasy! I believe that album was ahead of it´s time in many ways. But I´d do some re-arrangements on a lot of songs today.

“Tusen år har gått…” today is considerate a milestone, but when it was released in 1995, were you aware of what you did?
No, we didn´t have any clue. At that time MG was just a project for us and we had our other bands which we thought was going to be much bigger. But looking back today, I can sort of understand the reason why it reached that status.

Carnation – Disciplina di ferro

I Carnation sono stati per il sottoscritto un amore fulminante, scoperti poco dopo il loro esordio, li ho seguiti nel percorso di crescita che li ha portati con “Where Death Lies” (Season of Mist) a uno snodo importante della propria carriera.

Benvenuto Simon (Duson, voce), penso che “Where Death Lies” sia uno dei migliori album del 2020 e che voi siate una delle più interessanti band dell’attuale scena death metal. Ritengo che questa sia un’opinione diffusa, per questo ti chiedo se avete avvertito delle pressioni durante le sessioni di registrazione di questo full length?
Grazie per queste gentili parole! Rispetto alle sessioni di scrittura e registrazione del nostro debutto, abbiamo avvertito una certa pressione, soprattutto per quanto riguarda i vincoli di tempo perché dovevamo pubblicare il secondo non molto tempo dopo il primo. Una volta che una band pubblica il proprio primo album si presume che questa tiri fuori il seguito entro due o tre anni. Se ci mette troppo tempo, il gruppo potrebbe perdere lo slancio iniziale o le persone potrebbero perdere interesse. Questo ci è passato per la mente a un certo punto, ma non credo che ci abbia influenzato troppo… Eravamo abbastanza fiduciosi sin dall’inizio di poter scrivere un altro disco molto buono.

Dove giace la morte?
Le storie contenute nei nostri testi si svolgono principalmente in un regno immaginario. Un regno che cerchiamo di rappresentare con le nostre copertine. “Where Death Lies” significa sfidare i confini della realtà. Si tratta di cercare opportunità per prolungare la vita umana, per sua natura limitata, e di andare oltre la nostra esistenza fisica così imperfetta. Nei testi, la morte è spesso vista come una porta che condurrà a ciò che il protagonista sta cercando.

Mi hai parlato delle pressioni dettate dal calendario, ma nel dettaglio quando sono nate queste canzoni?
Tutte le canzoni sono state scritte nel 2019, la maggior parte di esse nella prima metà dell’anno. Il nostro chitarrista Jonathan è il nostro autore principale. Crea la maggior parte dei riff a casa prima di portarli in sala prove per condividerli con il resto della band. Una volta che ci riuniamo, iniziamo a lavorare sulla struttura per completarla. Dopo che tutti i brani strumentali sono stati ultimati, verso la fine dell’anno, ho iniziato a lavorare sui testi. È stato abbastanza facile collegare le liriche di tutte le nove canzoni a un certo tema centrale, perché sono state scritte nello stesso periodo.

Il brano di apertura è “Iron Discipline”, questo titolo ha ricordato più o meno la situazione che viviamo durante l’attuale emergenza Covid: serve una disciplina ferrea per preservarci. Al di là dei miei sproloqui, qual è il vero significato di questa canzone?
Si tratta della punizione che verrà scontata da colui che decide di infrangere un giuramento nel mondo immaginario di cui ti ho parlato prima. Un giuramento che ha reso questo “qualcuno” parte di un collettivo. Il titolo della canzone ha un doppio significato: da un lato, è un riferimento alla morsa di ferro che il “collettivo” ha sui suoi membri e al modo in cui ci si aspetta che obbediscano. D’altra parte, la disciplina può essere usata come sinonimo di punizione, il che ha senso in relazione al modo in cui il castigo è descritto nei testi.

Avete aperto “Where Death Lies” con una canzone diretta e con un gran groove, in generale penso che questo LP sia più vario del vostro debutto, sei d’accordo?
Sono assolutamente d’accordo con questa affermazione! Abbiamo imparato molto da “Chapel of Abhorrence”, specialmente durante l’esecuzione dell’album dal vivo negli ultimi due anni. Sembrava che avessimo bisogno di apportare alcuni miglioramenti nostro sound per il nostro secondo full-length per soddisfare la nostra creatività. Ecco perché nell’ultimo biennio abbiamo dedicato molto tempo ad affinare le nostre capacità. Jonathan, ad esempio, si è esercitato molto duramente per migliorare il suo stile. Questo è abbastanza evidente nel nuovo disco, poiché ci sono molte più parti con gli assolo e di chitarra solista rispetto a “Chapel of Abhorrence”. Volevamo anche provare un paio di stili vocali diversi in “Where Death Lies”. Non per cambiare completamente la nostra identità vocale, ma per sorprendere l’ascoltatore e risultare un po’ imprevedibili. L’idea di diversificare è venuta abbastanza naturalmente anche durante il processo di scrittura delle canzoni.

Il vostro suono non è quello tipico belga, è orientato alla vecchia scuola svedese, ma ti piacciono alcuni gruppi classici del tuo Paese come Aborted o Agathocles?
Conosciamo Sven degli Aborted da un po’ di tempo. È un amico della band e ascoltiamo la sua musica da anni. Il Belgio non ha una gran storia in ambito death, ma la scena metal in generale è piuttosto interessante. Abbiamo molti amici qui, il che è abbastanza evidente, poiché tendiamo ad aiutarci a vicenda quando è necessario. Vincent, Jonathan e Yarne hanno operato come live session per un alcune band belghe (Evil Invaders, Bütcher, Off The Cross…) in diverse occasioni. Yarne e Bert hanno anche lavorato con molte altre nel loro studio di registrazione, Project Zero. Penso che siamo in buoni rapporti con molti gruppi di queste parti.

Ti piacciono ancora le canzoni incluse nel vostro EP di debutto “Cemetery of the Insane”?
Penso che siano ancora piuttosto interessanti. Sono molto più dirette rispetto alle canzoni di entrambi i nostri album. Di tanto in tanto suoniamo ancora queste tracce dal vivo. L’EP “Cemetery of the Insane” è stato molto importante nel nostro viaggio fino a dove siamo ora. Siamo riusciti a fare molto grazie a quell’EP.

Come è cambiata la tua carriera dopo l’accordo con la Season of Mist?
Onestamente è stato un momento molto importante per noi. Prima di iniziare a lavorare insieme, pensavamo già che la Season of Mist sarebbe stata un’ottima etichetta per i Carnation. Siamo stati estremamente felici di entrare nel loro roster. È molto facile collaborare con il loro staff anche a loro sembra piacere avere a che fare con noi. “Chapel of Abhorrence” è andato abbastanza bene per loro, questo ha reso la nostra cooperazione ancora migliore. Non ci sono stati dubbi sul continuare a lavorare insieme per il secondo album.

Avete eseguito “Sepulcher Of Alteration” all’Hellgium Livestream Festival, come è andata?
Purtroppo, è stato un peccato non essere stati in grado di far debuttare la canzone in un vero e proprio spettacolo dal vivo. Tuttavia, con l’attuale pandemia questa era l’opzione migliore in quel momento. È stata decisamente un’esperienza diversa rispetto a come gestiamo abitualmente i live, non c’è interazione con il pubblico e ci si sente un po’ a disagio. Al momento è dura non poter andare in tour o suonare nei festival. Gli spettacoli dal vivo sono un modo importante per promuovere le nuove canzoni o i nuovi album e per interagire con i nostri fan. Per “Where Death Lies” la nostra unica opzione è promuovere il disco digitalmente. È stato il nostro canale principale e finora i nostri fan sembrano apprezzare i nostri primi due singoli “Sepulcher Of Alteration” e “Iron Discipline”.

Che mi dici del tour giapponese del 2019, avete da sempre un feeling particolare con quel Paese?
Troviamo sempre piacevole esibirci e viaggiare in Giappone. La scena underground death metal laggiù non è paragonabile a quella dell’Europa o degli Stati Uniti in termini di dimensioni, ma sicuramente ci sono tanti appassionati. Ci siamo stati due volte finora e ci siamo divertiti tanto. È un bel Paese e ci consideriamo fortunati a poter viaggiare in questa parte del mondo.

The Devil’s Trade – La merce del diavolo

Il 28 agosto, per la Season of Mist, vedrà la luce uno dei dischi più suggestivi ed evocativi ascoltati quest’anno, si tratta di “The Call of the Iron Peak” del musicista ungherese Dávid Makó, in arte The Devil’s Trade. Tra sapori folk degli Appalachi, strumenti gitani, una calda anima acustica e suggestioni doom, il magiaro riesce in maniera minimalista a ricreare immagini ancestrali e poetiche.

Ciao Dávid, ho adorato il tuo nuovo album sin dal primo ascolto. Credo che la musica che vi è contenuta sia l’essenza della tua anima, una sorta di esperienza intima, per questo mi chiedo e ti chiedo: non sei geloso della tua creatura e nel sapere che andrà finire nelle mani di estranei?
È bello sentirtelo dire, sono contento che ti piaccia! Non direi geloso, ma piuttosto impaziente e molto teso, non vedo l’ora di poter evocare questa creatura su un palco.

Come combini le tue esigenze di artista con le regole del music business?
Tengo pulita la mia coscienza. È l’unica regola che seguo. Amo l’underground e non ho mai voluto avvicinarmi al mainstream, quindi non è complicato per me dire di no.

A questo proposito, la tua musica non è propriamente metal, ma sei nella scuderia della Season of Mist, fondamentalmente un’etichetta metal: sei soddisfatto?
La Season Of Mist è la più grande etichetta discografica underground del mondo, secondo me. Essere sotto contratto con loro è la cosa più grande che abbia mai realizzato.

Parlami un po’ dell’Iron Peak…
L’Iron Peak è un picco delle Alpi austriache. Non so se ha un nome vero, io lo chiamo così. Metaforicamente è il luogo del silenzio eterno e della pace, lontano da tutto e da tutti. Ci sono stato e da allora continuo a cercare quel silenzio.

Quando hai ricevuto la prima chiamata dell’Iron Peak?
La ricevo da 39 anni ormai, ma ci è voluto molto prima di poterla avvertire, poi per ascoltarla e, infine, per capirla.

Come è nata questa combinazione di folk e doom che caratterizza la tua musica?
Non ho mai pensato di combinarli, almeno non coscientemente. Questi sono suoni e strutture musicali che escono spontaneamente da me e li lascio fluire liberamente. Quando si tratta di scrivere musica non riesco a pensare in modo strategico o professionale. Se mi fa sentire bene lo lascio andare.

Amo la tua voce, penso sia molto evocativa, come riesci creare queste linee vocali molto suggestive sfruttando una base di chitarra minimalista?
È la stessa cosa che avviene quando mi metto a scrivere musica. Non so davvero come funzioni, canto solo quando ne ho bisogno e la maggior parte delle volte le linee vocali vengono scritte in pochi minuti.

Ma come ti giudichi, pensi a te stesso come a un cantante o a un chitarrista?
Come a un cantante che non sa suonare molto bene la chitarra e le cui dita si sono rotte più volte e che quindi si concentra sul suono più che sulle note.

Potresti presentare gli ospiti dell’album?
Oh, questa è una bella domanda! Prima di tutto Márton Szabó Nagyúr, l’ingegnere del disco che suona anche la batteria nella canzone che da il titolo a questo lavoro, è un mio vecchio amico e con lui e suo fratello Péter Szabó Póbácsi suoniamo insieme da più di 10 anni nella nostra band, HAW. Poi ho avuto il piacere di avere gli adorabili figli di Márton, nella parte conclusiva di “Dead Sister”, con il loro magico tocco al triangolo. Uno dei miei più vecchi amici, Adam Vincze, ha suonato i cucchiai e un antico strumento gipsy ungherese, la brocca dell’acqua Cegléd nella title track.

Nel 2020, durante questa strana stagione del Covid, qual è il vero mestiere del diavolo?
È lo stesso di sempre: se c’è qualcosa che significa la vita per te, devi dare la tua anima per essa. Non ci sono altri modi per essere soddisfatti e liberi.

Green Carnation – La rivoluzione dei garofani verdi

I norvegesi Green Carnation hanno interrotto la lunga inattività in studio dando alle stampe un lavoro, “Leaves of Yesteryear” (Season of Mist), che ha un piede nel passato e uno nel futuro. Brani inediti, cover e nuove versioni di vecchi classici, per un album che dovrebbe rappresentare il primo passo verso una nuova continuità compositiva. Di questo e altro abbiamo discusso con il cantante  Kjetil Nordhus.

Ciao Kjetil, quando ci siamo incontrati per la prima volta, i Green Carnation, dopo una lunga sosta, erano una band senza contratto: quanto è importante oggi per un gruppo avere un’etichetta?
È un po’ complesso, ma nella situazione in cui ci trovavamo penso che fosse un passo necessario: abbiamo lasciato le scene poco prima che i social media diventassero così importanti e la nostra presenza online è diventata sostanzialmente “vecchia” in pochi anni. Pertanto, avere un’etichetta, con tutti i suoi contatti e le sue tecniche per il raggiungimento dei nostri fan effettivi e potenziali, è stato estremamente importante per noi.

In qualche modo hai anticipato la mia seconda domanda: questo è il vostro primo album dopo quattordici anni di quasi totale inattività, come è cambiato il mondo della musica in questo lasso di tempo?
Il business della musica è in continua evoluzione e ciò che è accaduto nei primi anni 2000, quando il prodotto più importante di una band si è svalutato in una “notte”, ha prodotto degli effetti sul modo in cui gruppi oggi devono lavorare per poter pubblicare musica. Comunque noi siamo stati dei musicisti attivi, almeno la maggior parte di noi, durante i “tempi morti” dei Green Carnation, quindi abbiamo potuto maturare una certa esperienza in questo nuovo contesto da poter usare per poter pianificare al meglio le nostre future mosse.

Ti è stato difficile lavorare di nuovo con i tuoi compagni di band?
Non direi difficile, ma ovviamente dovevamo trovare una sorta di formula su come lavorare. Alla fine, l’abbiamo fatto: le idee principali di tutte le nuove canzoni provengono originariamente dal bassista Stein Roger Sordal, poi sono state oggetto di un ping pong tra me e lui e, infine, sono state presentate agli altri. Da qui nuovi cicli di sviluppo, cercando sempre di mantenere una certa mentalità aperta in studio.

Nell’album ci sono tre canzoni inedite, quando è stato scritto il nuovo materiale?
La canzone più recente è “Hounds”. È stata scritta forse sei mesi prima di andare in studio. Le altre sono il risultato del lavoro svolto dal 2017 in poi, ma ci sono anche spunti antecedenti. Penso che tu possa avvertire che le canzoni sono state completate tutte nello stesso periodo, perché comunque hanno attraversato tutte lo stesso iter che ti raccontavo prima.

“Leaves of Yesteryear” è il vostro primo video musicale in assoluto, ti piace?
È stato davvero stimolante ed eccitante. Volevamo lavorare con Costin Chioreanu, che conosce la band da molto tempo. Sapevamo che era davvero ansioso di farlo, e dopo avergli inviato due delle canzoni più i testi, è tornato con questa grande idea per “Leaves of Yesteryear”, di cui ci siamo innamorati. Gli abbiamo davvero dato piena libertà artistica, perché volevamo il suo stile, e penso che alla fine sia andato benissimo.

Mi piace il feeling epico e doom, in stile di Candlemass, di “Hounds”. Mi hai raccontato che questo brano è la vostra creazione più recente, puoi aggiungere altri dettagli?
Sì, piace anche me per lo stesso motivo. Direi che “Hounds” si distingue dal resto, essendo più cupa rispetto alle altre canzoni dell’album. Essendo stata l’ultima traccia scritta per il disco, sapevamo che avevamo bisogno di questo tipo brano per completarlo al meglio.

Come è nata la nuova versione del vostro classico “My Dark Reflections Of Life And Death”?
Volevamo che questo disco riunisse in un certo senso l’intera carriera dei Green Carnation. E poiché solo Tchort ha suonato nel nostro primo album – ha cambiato l’intera formazione per “Light of Day, Day of Darkness” – abbiamo pensato che sarebbe stata una buona idea registrare una nuova versione di una canzone dell’esordio. Inoltre, sono passati 20 anni da quando è stato pubblicato quel lavoro, ed era già nel nostro live set a un paio d’anni. Penso che svolga un ruolo molto importante, essendo il pezzo centrale, pesante ed epico. Liricamente si adatta anche perfettamente, quindi c’erano molte buone ragioni per inserirla nella tracklist.

Sei tra quelli entrati nella band dal secondo album, “Light of Day, Day of Darkness”, ti piace il debutto “Journey to the End of the Night”?
“A Journey to the End of The Night” è un album stimolante in molti modi, e sicuramente ha tracciato la strada maestra per resto della carriera dei Green Carnation. Penso che abbia bisogno di un po ‘di tempo per essere decifrato, ma ci sono sicuramente molti tesori lì dentro.

Adoro la vostra versione di “Solitude”, Kenneth Silden ha fatto un ottimo lavoro su questa canzone! Chi ha scelto il classico di Black Sabbath?
Quella canzone era nella nostra sfera da alcuni anni. Penso che anche in passato sia stato discusso se inserirla come traccia bonus nei nostri lavori acustici e avevamo anche abbozzato una versione per un progetto Youtube che stavamo per lanciare nel 2017. Dopo aver visto come si stava sviluppando l’album, avevamo bisogno di una canzone per chiudere il tutto e Stein Roger ha avuto l’idea di usare la nostra versione di “Solitude”. Abbiamo pensato tutti che fosse la canzone perfetta per questo fine, sia per quanto riguarda l’atmosfera che per i testi.

Le sessioni di registrazione hanno anche segnato il vostro ritorno a collaborare con Endre Kirkesola (Abbath, In Vain, Solefald), il produttore del leggendario “Light Of Day, Day Of Darkness”, ai DUB Studios di Kristiansand. Come mai avete scelto di nuovo lui dopo tutto questi anni?
Endre conosce i Green Carnation più di nessun altro. Suonava anche le tastiere nei nostri concerti del primo ritorno nel 2016 e durante quel periodo discutevamo molto delle qualità e dell’identità musicale della band. Quindi è stata una scelta ovvia per noi: sapeva esattamente cosa volevamo fare e aveva già molte idee anche prima di iniziare il processo di registrazione. È sempre molto divertente lavorare con Endre, e dopo tanti anni abbiamo avuto di nuovo delle ottime session con lui.

Che mi dici del release concert in streaming?
Inizialmente quel concerto sarebbe dovuto essere un concerto fisico, ma ci siamo resi conto che non era più possibile farlo. Invece di annullarlo, abbiamo preferito semplicemente invitare “il mondo intero” all’evento. Ci siamo impegnati moltissimo, e per fortuna è uscito molto bene. Tuttavia, è probabilmente la cosa più impegnativa che abbia mai fatto come cantante, ma alla fine ne è valsa la pena.

Ti piace la definizione progressive per la tua band
Sì, penso che apparteniamo a quell’ambito, anche se non c’è mai un qualcosa di preciso a cui pensiamo mentre scriviamo la nostra musica. Ritengo che abbiamo trovato una buona formula di lavoro, tutto funziona al meglio, e il risultato di questo processo sono canzoni che si possono definire progressive.