Oceana – Le onde del passato

Il mare talvolta riporta a riva oggetti che paino arrivare dal passato. Le onde del tempo ci hanno donato in questi primi giorni del 2021 un progetto che ormai sembrava sepolto definitivamente, rilegato alle chiacchierate tra vecchi nostalgici della scena underground italiana dei primi anni 90. Gli Oceana emergono dalle schiume come Venere e lo fanno portando in dono un disco, “The Pattern” (Time To Kill Records \ Anubi Press), che si spera possa essere di buon auspicio per il 2021.

Ciao Massimiliano (Pagliuso, Novembre), cosa ti ha spinto a lasciare nel cassetto un progetto per un quarto di secolo per tirarlo fuori proprio nel pieno di una pandemia?
Innanzitutto, ciao e grazie per questa intervista! In realtà, non c’è stata nessuna scelta o decisione presa a tavolino dietro al nostro ritorno sulla scena: una sera di maggio, nel 2019, ho semplicemente chiesto a Sancho (il batterista, nonché mio migliore amico da 30 anni) se avesse voluto rimettere in piedi gli Oceana insieme a me e lui ha risposto di sì! Ovviamente, coinvolgere di nuovo Gianpaolo (l’altro chitarrista) è stato praticamente automatico.

Prima di soffermarci sul presente, ti andrebbe di tornare ai primi giorni degli Oceana: come nascono e con quali influenze?
Gli Oceana nascono nel 1993, anche se con un altro nome, e le nostre influenze di allora erano i Paradise Lost, gli Edge Of Sanity, i Nightingale, oltre a gruppi storici come Metallica, Megadeth, Dream Theater. Abbiamo sempre amato più di un genere e, nei nostri lettori CD dell’epoca, potevi trovare “Supremacy” degli Elegy, tanto quanto “Crimson” o “Purgatory Afterglow” degli Edge Of Sanity”. Come band, siamo nati durante il periodo del liceo, quando l’essere amici con interessi musicali comuni portava quasi sempre a creare una band, pur di potersi esprimere.

Credi che rispetto all’idea iniziale gli Oceana di oggi siano abbastanza fedeli o inevitabilmente hanno risentito del passare del tempo?
Siamo indubbiamente cambiati (spero migliorati!) nel songwriting: i primi pezzi del gruppo, periodo ’94/’96, erano sicuramente più doom e meno progressivi, mentre dal ’97 in poi abbiamo cominciato a sbizzarrirci di più con soluzioni meno convenzionali e più interessanti, sia armonicamente che melodicamente.

Cosa avete provato a lavorare nuovamente insieme? La formazione è pressoché la stessa dato che tu e Alessandro “Sancho” Marconcini avete fondato il gruppo e Gianpaolo Caprino si è unito a voi nel 1997.
Tornare a lavorare con Sancho e Gianpaolo è stato stupendo, essendo noi tre assolutamente complementari. Ci tengo a ricordare il rapporto di amicizia che ci lega da trent’anni: quando ti conosci così bene da tutti questi anni è impossibile avere sorprese in negativo. Posso dire che lavorare a “The Pattern” insieme, dopo un periodo di “fermo” di vent’anni, è stato addirittura terapeutico per noi: abbiamo potuto migliorare tante cose e tanti aspetti dei nostri caratteri, arrivando a “rimodellare” la band a 360 gradi, in più aspetti. Io ne sono particolarmente felice!

Siete ripartiti dai vecchi brani o avevi già dei pezzi nuovi?
L’idea era quella di riregistrare tutti i pezzi degli Oceana (la fase “demo/ep”, quella del mini CD “A Piece Of Infinity” mai uscito, la lunga suite “Atlantidea Part 1”) e aggiungere un’inedito ed una cover. Ovviamente, essendo “You Don’t Know” il nostro pezzo più recente (2019), lo abbiamo scelto come singolo e lo consideriamo un biglietto da visita perfetto per presentare i nuovi Oceana al mondo.

Avete mai avuto la tentazione di ristampare l’EP, magari come bonus per “The Pattern”?
L’idea c’è stata, ma non avrebbe avuto senso, dal momento che “The Pattern” contiene già i pezzi dell’EP.

La squadra che ha lavorato al disco “puzza” molto di Novembre, il tuo gruppo principale: hai collaborato con Giuseppe Orlando e Dan Swanö: come mai hai deciso di circondarti di amici e non magari di staccare completamente i due progetti?
La volontà di lavorare con Giuseppe per quanto riguarda la registrazione di voci e chitarre acustiche è stata una mia precisa scelta: il suo studio possiede una sala di ripresa che suona magnificamente (anche grazie al perfetto equilibrio tra zone “assorbenti” ed altre in porfido, “riflettenti”) e lo reputo il miglior producer per quanto riguarda la voce. Ci conosciamo da più di vent’anni e mi trovo bene a cantare solo con lui. Per quanto riguarda Dan, il discorso è ancora più semplice: è letteralmente il mio idolo, da sempre. Lo reputo il mixing engineer più pragmatico e smart che abbia mai visto in vita mia ed il suo essere sia produttore che musicista sopraffino ha reso possibile un missaggio estremamente intellegibile, anche nelle parti più complesse e con molti layers.

Il mondo è cambiato parecchio dalla prima metà degli novanta, come hanno influito questi stravolgimenti culturali e sociali sui testi?
Il mondo si è letteralmente trasformato in questi ultimi 20 anni e non nego di aver dovuto riadattare dei vecchi testi per poterli rendere al meglio nel 2021… Sicuramente il prossimo album avrà testi ancora più attuali ed inerenti a ciò che stiamo vivendo. Purtroppo non si può più far finta di niente e parlare solo di cavalieri o elfi…

Mentre la decisione di coverizzare “The Unforgiven” dei Metallica come è nata?
Beh, “The Unforgiven” è uno dei miei pezzi preferiti dei Metallica e l’idea di poterci mettere le mani mi ha sempre allettato: abbiamo cercato di renderla nostra senza stravolgerla troppo e spero che il risultato vi piaccia!

Credo di aver intercettato un tuo commento sui social in cui dicevi che la copertina di “The Pattern”, firmata da Travis Smith, è la più bella mai avuta su un tuo lavoro. Mi spiegheresti il significato dell’immagine?
Spiegare un’immagine è molto complicato, soprattutto quando si parla di “surreale” o di “metafisico”: diciamo che l’idea era quella di rappresentare un mondo in pieno declino, sommerso dal mare, dove dalle sue ceneri comincia a nascere un nuovo mondo, consapevole degli schemi ricorrenti e della virtualità/olograficità della nostra realtà. I sopravvissuti a questa fine del mondo li immagino sotto al torii giapponese che si vede in lontananza, raccolti in una nuova preghiera senza etichetta. Niente Cattolicesimo o Buddismo, o altro… solo pura e umana spiritualità. Nella speranza di un nuovo mondo più empatico.

Restrizioni a parte, se si dovesse riprendere con l’attività live, porterete in giro gli Oceana o nelle vostre intenzioni si tratta di una mera esperienza da studio?
Gli Oceana non sono assolutamente un progetto, ma una vera e propria band in piena attività: superata questa brutta storia chiamata Covid19, faremo di tutto per poter portare la nostra musica ovunque. Stiamo già provando da mesi e mesi per prepararci ai futuri live. Non vediamo l’ora di suonare dal vivo davanti ai nostri fans!

Persefone – Truth inside the shade

VERSIÓN EN ESPAÑOL ABAJO: POR FAVOR, DESPLÁCESE HACIA ABAJO!

Originario della Spagna, Miguel Espinoza è il compositore e tastierista della super band progressive / melodic death metal Persefone, con cui ha percorso un lungo viaggio di 20 anni creando musica e girando il mondo. In questa intervista per Il Raglio Del Mulo, Miguel ci racconta le sue esperienze e opinioni riguardo al mondo della musica oggi.

Benvenuto su Il Raglio Del Mulo, grazie mille per averci concesso un po’ del tuo tempo per l’intervista, Miguel. Come sono nati Persefone e come ti senti oggi quando ripensi ai primi tempi e a tutti gli sforzi fatti arrivare all’odierno livello di notorietà?
Ciao a tutti! Prima di tutto, grazie mille per avermi invitato per questa intervista. Ebbene, la verità è che è molto bello guardarsi indietro, anche se nella band non siamo molto inclini a rallegrarci del passato, poiché il passato è passato. Sono fatti già accaduti. Sarebbe strano vedere un campione olimpico camminare per strada con la medaglia, giusto? Abbiamo realizzato molti dei nostri sogni, ma abbiamo ben in mente i desideri che devono ancora essere realizzati.

Torniamo al 2001 cosa ha permesso ai Persefone di creare quello stile che li ha portati successo e che, nonostante tutto, è sempre in perenne evoluzione?
Prima di guardare al 2001, bisogna soffermarsi sugli anni precedenti, poiché Carlos ed io ci conoscevamo già quando vivevamo entrambi ad Albacete, nel sud della Spagna. Avevamo già fatto musica con una band chiamata Rüdi Gannan, con la quale non siamo riusciti a registrare nulla in particolare, ma il desiderio e le intenzioni stavano già iniziando a formarsi. Stavamo già pensando di pubblicare album, suonare uno stile che mescolasse elementi sinfonici, progressive, death metal, ecc. Negli anni, Carlos è andato a vivere ad Andorra e ha messo insieme una band che sarebbe poi diventata i Persefone, ma che è fondamentalmente un’estensione di quello che stavamo facendo entrambi nella nostra patria.

Di cosa parlano i testi dei Persefone e quali temi o filosofie vengono trattati nelle vostre canzoni?
C’è un prima e un dopo nei testi di Persefone. Come con la musica, ci siamo evoluti ed è stato con “Shin-ken” che abbiamo iniziato a scrivere testi che avessero un background positivo, di crescita personale, di avanzamento. Ci consideriamo persone molto spirituali e questa è una parte intrinseca dell’essere umano che oggi è molto trascurata. Da lì abbiamo scritto “Spiritual Migration” in cui abbiamo toccato questioni molto più profonde in modo generico. Dopo siamo passati ad “Aathma”, che in pratica significa “anima”. In generale, non cerchiamo di identificarci con alcuna religione o filosofia. È una questione di ciò che pensiamo sia corretto fare e del percorso che in qualche modo noi seguiamo nel mondo in cui viviamo.

In qualche momento durante il lungo viaggio della band, hai avuto momenti brutti o situazioni piuttosto spiacevoli tali che volevi abbandonare il progetto? E che reazione hai avuto nei confronti di chi ti diceva che quello che stavi facendo non ti avrebbe mai portato da nessuna parte?
Ovviamente, i tempi duri in cui ci siamo chiesti quale fosse il senso di tutto e chi ce lo facesse fare non sono mancati, ma la risposta è sempre la stessa: “Fanculo!” Scusa per l’espressione, ma è quello che diciamo di solito, a volte tra le lacrime. Ma lasciare che la vita ti sconfigga è peggio della sconfitta stessa. Non è nella nostra natura arrenderci. Possiamo rallentare, prendere fiato, ma smettere? Mai.

Secondo te Miguel, internet, piattaforme digitali, social network hanno aiutato o svilito l’essenza della musica estrema? Stando ai Kiss questa nuova realtà ha ammazzato il rock…
Un fatto che può essere dato per scontato è che Internet ha reso molto più facile per le piccole band promuoversi. Ciò significa che l’offerta musicale è aumentata e quindi è difficile trovare qualcosa che l’ascoltatore possa considerare veramente buono. Per quanto riguarda quello che dici sui Kiss, beh, non è la prima volta che sentiamo dire che uno stile “è morto”. È un’affermazione assurda. Chi ama il power metal (ad esempio), continua ad ascoltarlo, anche se non è di moda. E ci sono ancora band che propongono quello stile, poiché per molte di loro non si tratta di fare soldi, ma di esprimere musicalmente ciò che la loro mente e il loro cuore covano. Viviamo in un tempo privilegiato in cui le persone possono scegliere cosa ascoltare e non dobbiamo limitarci a quello che trovavamo in un negozio di dischi, soprattutto se si vive in una piccola città.

Qualcosa che mi ha sorpreso molto è stata la formazione molto solida che contraddistingue i Persefone, come fate con i vostri lavori quando dovete andare in tour? Come avviene la pianificazione di una tournée?
L’unico modo in cui possiamo gestire i tour è con le vacanze. Alcuni membri possono liberarsi senza che sia un dramma per nessuno poiché si occupano esclusivamente di musica, ma questo non avviene per la maggior parte di noi Ecco perché i tour dei Persefone sono sempre stati brevi. Dipender tutto dalle vacanze. Ho visto membri della band finire il tour alle 3 del mattino e alle 8 lavorare. O come nel caso di Carlos, che arriva dalla Cina e va direttamente al lavoro. Fa parte del sacrificio. Nessuno ci toglie il fatto che ci siamo goduti un tour, ma quando torniamo le responsabilità sono ancora lì.


In questo complicato 2020 è stata rilasciata la ri-registrazione del primo album del 2004, “Truth Inside the Shades”, quali emozioni hai provato durante il processo di ri-registrazione e perché avete deciso di incidere nuovamente il primo album della band?
Se non ricordo male, stavamo andando al festival di Karmoygeddon in Norvegia quando abbiamo avuto l’idea che in occasione del 15 ° anniversario dell’uscita del nostro primo album avremmo potuto festeggiarlo in qualche modo. L’idea della ri-registrazione dell’album da zero non ha tardato ad arrivare poiché non abbiamo salvato all’epoca le sessioni di registrazioni originali quindi non avremmo potuto semplicemente remixarlo, come abbiamo fatto con “Core”. Quando ci siamo trovati a rilavorare sulle canzoni, la situazione è stata molto divertente, dato che ci sembrava di essere i produttori di noi stessi di 15 anni fa. Abbiamo ritrovato momenti musicali davvero belli, così come altri che hanno generato un certo senso di vergogna e abbiamo deciso di far evolvere quei pezzi. Devi tener presente che questo album è stato composto in una settimana, il che ha fatto sì che molte parti fossero incise in un modo molto più semplice rispetto a quanto avremmo fatto oggi. È stato divertente vedere il risultato e molto bello scoprire la reazione dei nostri fan.

Parliamo di altre cose, Miguel, di come è iniziata la tua passione per la musica, e ancora di più, per le tastiere e le voci, di come nei primi anni 2000 ti sei trasferito dalla Spagna ad Andorra e di come si sia sviluppata la tua carriera di compositore.
Quando avevo circa sette anni, mia sorella suonava il piano e, beh, sappiamo tutti cosa succede a quell’età: vuoi fare quello che fanno i tuoi fratelli maggiori. Paradossalmente, sono finito in un corso di tastiera elettronica, non pianoforte, e la verità è che non so dirti il perché. Immagino che ci sia stato un momento in cui ho dovuto prendere una decisione e mi piaceva di più l’idea della tastiera. Sono sempre stato molto attratto da tutto ciò che ha a che fare con la tecnologia, quindi un dispositivo pieni di pulsanti risultava ben più attraente per me del pianoforte classico. Nonostante tutto, non ci volle molto perché me ne andassi a causa dei “brutti voti a scuola”. Ma la tastiera “Casiotone” era già entrata a casa mia, così ho passato gli anni a venire suonando quello che volevo. Quando avevo 15 – 16 anni, ho iniziato a frequentare Carlos per fare musica e poi è diventata una sana competizione per vedere chi suonava cose più veloci (Yngwie Malmsteen e Jens Johansson …). La partenza di Carlos per Andorra è stata devastante per entrambi perché il sogno musicale che avevano in comune stava svanendo. Mi è costato molto poca fatica andare ad Andorra una volta che ho saputo che Carlos aveva già messo su una nuova band per continuare il progetto che avevamo iniziato insieme.

Questo periodo di pandemia ti è servito per comporre il tuo nuovo materiale? E come sei entrato in contatto con le persone che ti hanno proposto di scrivere le colonne sonore per spot e giochi, Miguel?
Da diversi anni ormai sia Carlos che io dedichiamo parte del nostro tempo alla musica per film, ai videogiochi, alla pubblicità. Recentemente abbiamo lavorato a una serie per bambini trasmessa su RTVE chiamata Momonsters (e che credo uscirà presto in Italia). Abbiamo anche realizzato alcuni film, cortometraggi e nel mondo dei videogiochi, tra i quali spiccano Big Farm Story della società di produzione Goodgames per la piattaforma Steam, Supremacy 1 e Call of War della società di produzione Bytro Labs per PC… Mi soddisfa parecchio fare musica per film e videogiochi, perché mi permette di poter esplorare strade che non posso percorrere così liberamente con i Persefone. Tutto ciò ci ha portato ad apprendere nuovi concetti nella produzione musicale che ora stiamo applicando alle nuove canzoni dei Persefone. Non vedo l’ora che tu possa ascoltare cosa c’è di nuovo!

Qual è la cosa più difficile secondo te nel mondo della musica? E cosa diresti a tutti coloro che aspirano a fare musica ma che a un certo punto desiderano rinunciare di seguire i propri sogni?
Ho sempre pensato che il mondo della musica sia una delle carriere più difficili che una persona possa scegliere. È un mondo, in generale, poco retribuito e in cui per crescere bisogna prima fare uno sforzo titanico. Non esiste azienda al mondo che regga quasi 20 anni senza pagare un solo stipendio ai propri soci. È la passione che ci fa andare avanti, e il denaro non è ciò che ci fa arrendere. Fare uno sciopero di musicisti in cui ci rifiutiamo tutti di fare musica per un anno sarebbe impossibile, poiché la stragrande maggioranza non fa musica per guadagnare soldi o per dover vivere, se non perché ne ha voglia. Ciò lo rende ancora più complicato e la domanda viene gravemente deprezzata. Di conseguenza, il filtro viene impostato automaticamente. Se entri nel mondo della musica per soldi o fama, ne uscirai molto presto. Va bene arrendersi se pensi di non avere abbastanza forza o passione per andare avanti. Ci sono molti che ci hanno detto “Mi piacerebbe fare un tour in Giappone come te”, finché non dici loro cosa fare per arrivarci e poi riconoscono che non sarebbero disposti a fare ciò che deve essere fatto per “realizzare i propri sogni”. La competizione è e sarà agguerrita e molte volte uscirai da una determinata situazione gravemente ferito, ma il giorno dopo vedrai il tuo compagno di band alzarsi per andare avanti e ti chiederai: cosa facciamo? Un attimo dopo sei in movimento…

È tutto, grazie
Grazie mille per tutto! Se volete sentire qualcosa dei Persefone, ci sono i vari social network. Se volete sentire qualcosa di mio, tipo videogiochi, ecc., potete seguirmi su Instagram (@moepersefone) o visitare il mio sito web www.miguelespinosamusician.com

Originario de España, Miguel Espinoza es un compositor y tecladista de la súper banda de death metal melódico progresivo Perséfone, con un largo transitar de 20 años creando música y recorriendo el mundo con su banda principal. En esta entrevista para Il Raglio Del Mulo Miguel nos cuenta sus experiencias, vivencias, y pareceres personales con respecto al mundo de la música hoy día, y como la pandemia ha afectado en mayor o menor medida a la banda y que se traen entre manos actualmente con Perséfone.

Bienvenido al Il Raglio Del Mulo, muchas gracias por tu tiempo para la entrevista Miguel, como nace Persefone, y como se siente hoy dia mirar los Comienzos, los proyectos que se fueron marcando con el proyecto y haberlos concretado en su gran mayoria al Dia de Hoy?
Hola a todos! En primer muchas gracias por contar conmigo para esta entrevista. Pues la verdad es que es muy agradable echar la vista atrás, aunque en la banda no somos muy dados a regocijarnos en el pasado, ya que lo pasado, pasado está. Son éxitos del pasado. Sería como ver a un medallista olímpico paseando con la medalla por la calle, no? Hemos cumplido muchos sueños, pero ya tenemos en la mente los sueños que están por cumplir.

Como fue en aquella epoca de 2001 que Nace Persefone marcar el estilo que hoy Dia ha hecho Figurar a la banda como una banda prominente en el estilo y el cual tienen un largo transitar y con una marcada evolucion permanente?
Mirar al 2001 es mirar a los años anteriores, ya que Carlos y yo ya nos conocíamos cuando ambos vivíamos en Albacete, en el sur de España. Ya hacíamos música con una banda llamada rüdi gannan, con la que no llegamos a editar nada en concreto, pero que las ganas y las intenciones ya empezaban a establecerse. Ya pensabamos en sacar álbums, tocar un estilo que mezclara elementos de metal sinfónico, progresivo, death metal, etc. Con los años, Carlos se fue a vivir a Andorra y monto una banda que acabaría siendo Persefone, pero que básicamente es una extensión de lo que ambos ya hacíamos en nuestra tierra natal.

De que tratan las letras de Persefone, y a que situaciones o filosofia evocaban en sus canciones?
Hay un antes y un después en las letras de Persefone. Al igual que ocurre con la música, fuimos evolucionando y fue con el Shin-ken que empezamos a escribir letras que tuvieran un trasfondo positivo, de crecimiento personal, de avance. Nos consideramos personas muy espirituales y que esa es una parte intrinseca del ser humano que a día de hoy está muy abandonada. A partir de ahí escribimos “Spiritual Migration” en la que tocamos temas mucho más profundos de manera genérica. Tras él, nos fuimos a “Aathma”, que básicamente significa “alma”. En general, no buscamos identificarnos con religión o filosofía alguna. Es una cuestión de lo que nosotros pensamos que es correcto y el camino que de alguna manera seguimos en el mundo en que vivimos.

¿En algún momento del largo transitar de la banda han pasado momentos malos o situaciones bastante desagradables que quisieron abandonar el Proyecto?, y qué aptitud tomaban ante personas que les decía que lo que ustedes hacían no iría a ningún lugar.
Por supuesto! Los momentos duros en los que nos hemos planteado qué sentido tenía todo han ocurrido y ocurre, pero la respuesta es siempre la misma: “Que se joda!” Perdonad por la expresión, pero es que es la que solemos decir, a veces entre lágrimas. Pero es que dejar que la vida te venza es peor que la derrota en sí misma. No está en nuestra naturaleza el darnos por vencidos. Podremos frenar, tomarnos un respiro, pero ¿abandonar? Nunca.

Hoy día en tu opinión Miguel, el internet, las plataformas, las redes sociales, ¿han ayudado o han hecho diluir la esencia de la Música Extrema? entiéndase por calidad, Y en tu opinión que cosas estas herramientas han fortalecido pero también han debilitado, mirando en el caso de bandas como kiss que argumentan que el rock y por ende entendiendo el sentido de esas palabras todo lo que viene detrás del rock también está muerto.
Un hecho que sí puede darse por cierto es que internet ha provocado que sea mucho más fácil para las bandas pequeñas promocionarse. Eso conlleva que la oferta musical es abrumadora y por tanto cuesta encontrar algo que el oyente pueda considerar como realmente bueno. Respecto a lo que dices de Kiss, bueno, no es la primera vez que oímos que un estilo “esta muerto”. Es una afirmación absurda. Al que le gusta el power metal (por poner un ejemplo), lo sigue escuchando, aunque no esté de moda. Y sigue habiendo bandas del estilo, ya que para muchas de ellas no es una cuestión de hacer dinero, si no de expresar musicalmente lo que su mente y su corazón les evocan. Vivimos una época privilegiada en la que las personas podemos elegir lo que escuchar y no hemos de limitarnos a lo que encontrábamos antiguamente en la tienda de discos, sobre todo si vivías en una ciudad pequeña.

¿Algo que me ha sorprendido mucho ha sido la formación bastante solida la cual posee Persefone, como hacen cuando tienen que ir de gira en sus respectivos lugares de trabajo para poder hacer los tours sin ningún inconveniente Miguel? Como es la planeación cuando se concreta un tour.
La única manera en que podemos gestionar las giras es con vacaciones. Algunos miembros ya podemos ir sin que sea un drama para ninguno de nosotros ya que nos dedicamos a la música de manera exclusiva, pero no es el caso de la mayoría. Ese es el motivo por el que las giras de Persefone siempre han sido cortas. Dependíamos de vacaciones. He visto a miembros de la banda llegar de gira a las 3 de la madrugada y a las 8 estar trabajando. O como en el caso de Carlos, llegar de China, e irse directo a trabajar. Es parte del sacrificio. Nadie nos quita el haber disfrutado una gira, pero al volver, las responsabilidades siguen ahí. La lucha ahora está en que la responsabilidad sea la gira.

En este Difícil 2020 fue lanzado la re-grabación del primer disco del 2004 “Truth Inside the Shades”, que emociones recorrieron en el proceso de grabación, y porqué Re grabar ese primer trabajo de la banda?
Creo recordar que estábamos yendo al festival Karmoygeddon en Noruega cuando nos planteamos la idea de que, con que llegaba el 15 aniversario del lanzamiento de nuestro primer álbum podríamos celebrarlo de alguna manera. La regrabación del álbum desde cero no tardó en aparecer sobre la mesa, ya que no guardamos las sesiones por pistas del primer álbum y no podíamos remezclarlo, como hicimos con el “Core”. A la hora de trabajar en los temas la situación fue muy divertida, ya que era como hacer de productor a nuestro yo de hace 15 años. Encontramos momentos musicales que eran realmente buenos, así como otros que nos generaron cierta sensación de vergüenza ajena y decidimos evolucionar dichos trozos. Hay que recordar que ese álbum fue compuesto en una semana, lo cual hizo que muchas secciones las aceptáramos de una manera mucho más liviana de lo que lo haríamos ahora. Ha sido divertido ver el resultado y muy agradable ver la reacción de nuestros fans. 

Hablando de otras cosas Miguel, como comenzó la pasión de Miguel Espinosa por la Musica, y más aun por el teclado y las voces, como se dio en el principios de los 2000´s mudarse de España a Andorra, y como fue  a lo largo de estos años desarrollar tu carrera Musical como compositor?
Cuando tenía unos 7 años, mi hermana tocaba el piano y bueno, ya sabemos lo que pasa con esas edades: Uno quiere hacer lo que hacen sus hermanos mayores. Paradójicamente, acabé en una clase de teclado electrónico, no de piano y lo cierto es que no sé deciros porqué. Supongo que hubo un momento en el que hubo que tomar la decisión y me gustó más la idea del teclado. Siempre he sido muy amante te todo lo que tenga que ver con tecnología, así que un aparato con teclas lleno de botones me resultaría más atractivo que el piano clásico. Pese a todo, no tardé en dejarlo por “malas notas en el cole”. Pero el teclado “Casiotone” ya estaba en casa, así que pasé los años venideros tocando lo que a mi me apetecía. Con 15, 16 años empecé a quedar con Carlos para hacer música y entonces se convirtió en una sana competición de ver quién tocaba cosas más rápidas (demasiado Yngwie Malmsteen y Jens Johansson…). La partida de Carlos a Andorra fue devastadora para ambos porque el anhelo musical que ambos tenía se desvanecía. Me costó muy poco irme a Andorra una vez supe que Carlos tenía una banda nueva ya montada para seguir el proyecto que ya habíamos empezado.

En este tiempo de Pandemia, te ha servido para componer Material propio tuyo? Y esto ha traido gente hasta ti que necesite un soundtrack ya sea para una Propaganda, anuncio, un audiovisual, un juego Miguel?
Hace ya varios años que tanto Carlos como yo dedicamos parte de nuestro tiempo a la música de cine, videojuegos, publicidad. Hemos trabajado recientemente en una serie infantil emitida en RTVE llamada Momonsters (y que creo que no tardará en estrenarse en Italia). También hemos hecho alguna película, cortometrajes y en el mundo del videojuego, algunos a destacar son Big Farm Story de la productora Goodgames para la plataforma Steam, Supremacy 1 y Call of War de la productora Bytro Labs para PC… A mi en particular me llena enormemente hacer música para cine y videojuegos ya que puedo explorar vías que no puedo explorar tan libremente con Persefone. Todo ello nos ha llevado a aprender conceptos nuevos en la producción musical que ahora estamos aplicando a los nuevos temas de Persefone. De veras que no puedo esperar a que escuchéis lo nuevo!

Que es lo más duro para ti en tu opinión Personal con respecto a la música Miguel, y que palabras o pensamientos les dirías a todos los que aspiran a hacer música pero en algún momento desean desistir de seguir sus sueños.
Siempre he pensado que el mundo de la música es una de las carreras más difíciles que una persona puede elegir. Se trata de un mundo, en general, mal pagado y en el que para crecer, primero has de hacer un esfuerzo titánico. No hay ninguna empresa en el mundo que se sostenga durante casi 20 años sin pagar ni un solo sueldo a sus miembros. Es la pasión lo que nos hace tirar para adelante, y el dinero no es lo que nos hace desistir. Hacer una huelga de músicos en la que nos negáramos todos a hacer música durante un año sería imposible, ya que la gran mayoría no hace música por ganar dinero o para tener que vivir, si no porque les apetece. Eso hace que sea todavía más complicado y que la demanda esté muy depreciada. Como consecuencia, el filtro se pone automáticamente. Si te metes en el mundo de la música por dinero o fama, vas a salir muy pronto de él. No pasa nada por desistir si piensas que no te ves con fuerzas o pasión suficiente de seguir adelante. Son muchos los que nos han dicho “me encantaría hacer giras por Japón como vosotros”, hasta que les cuentas lo que hay que hacer para llegar ahí y entonces reconocen que no estarían dispuesto a hacer lo que hay que hacer para conseguir “cumplir tus sueños”. La competencia es y será feroz y muchas veces saldrás mal herido de una situación, pero al día siguiente verás a tu compañero de banda levantarse para seguir adelante y tú te preguntas:  ¿qué hago? Un momento después estás en marcha…

Muchas gracias por todo.
Muchas gracias por todo!! Si os apetece escuchar algo de Persefone, nos tenéis en todas las redes sociales. Si queréis escuchar algo mío, respecto a videojuegos, etc, podéis seguirme en Instagram (@moepersefone) o visitar mi web www.miguelespinosamusician.com

Communic – Hiding from the world

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

Dopo un paio di album, i Communic sembravano destinati a grandi cose, magari non tutte le promesse sono state mantenuto, ma il trio – grazie a Dio – è ancora qui con “Hiding from the World” (AFM Records) un disco di assoluto valore.

Benvenuto, Oddleif, come è nato “Hiding from the World”?
Ciao e grazie per il supporto. Beh, gli ultimi tre anni sono stati spesi a mettere insieme le canzoni, a provare e a registrare, ho sempre un bel po’ di materiale tra cui scegliere, quindi inizia tutto con una specie di cernita per capire cosa usare e cosa funziona. Le prime due canzoni che sono state scritte sono la title track “Hiding From The World e” Born Without a Heart” e quelle due hanno creato l’atmosfera che stavo cercando di mettere insieme. Quindi un anno di demo e di elaborazione di idee, un altro anno trascorso in sala prove insieme come band ad arrangiare le canzoni in modo che funzionassero per tutti e ognuno potesse mettere le proprie influenze, e poi all’inizio del 2020 abbiamo iniziato a registrare l’album in studio, un po’ rallentati dalla situazione covid e da diversi ostacoli e strade sconnesse, tutto ha portato alla data di uscita del 20 novembre.

Chi si nasconde al mondo?
O cosa ci nasconde il mondo? Bella domanda, sì, si adatta perfettamente alla situazione nel mondo di oggi, ma il titolo era pronto già all’inizio del 2019, quando stavamo mettendo insieme le canzoni per questo disco. E a quel tempo abbiamo trascorso un lungo weekend in una piccola capanna vicino ai fiordi nelle paraggi di dove viviamo qui in Norvegia, e siamo rimasti lì solo noi tre della band, avevamo la nostra attrezzatura di registrazione con noi, buon cibo e bevande, e abbiamo arrangiato alcune delle canzoni in quel fine settimana. Stavamo prendendo le distanze da cose che avrebbero potuto fermare la nostra creatività, è stato un modo divertente e fantastico di fare una vacanza con i ragazzi, e abbiamo creato un po’ di magia che si è concretizzata in musica. Guardando indietro, il titolo funziona anche per la situazione in cui ci troviamo adesso, dove i paesi stanno imponendo blocchi e tutto il resto, ma tutto ciò è solo una coincidenza.

Non è facile classificare la tua musica, è una sorta di brainstorming! Come fai a capire se una nuova canzone è buona per un album?
D’accordo, siamo abbastanza difficili da inserire in una categoria, ma non vogliamo essere bloccati da delle regole su ciò che possiamo fare o no, nessuna regola è l’idea di base. Sono abbastanza fiducioso che abbiamo trovato la nostra identità ma cerchiamo ancora di evolverci e continuare a scrivere la musica che ci piace. Sono sempre alla ricerca di nuove idee e canzoni, cerco sempre di comunicare i sentimenti e le emozioni nella musica, in questi giorni ho cercato di non complicare troppo le cose, come probabilmente facevamo prima. Cercando di perfezionare le dinamiche e i cambi di tempo, come abbiamo sempre fatto sin dal nostro album di debutto nel 2005, gli alti e bassi di energia e di emozioni, se capisci cosa intendo. Ma ancora proviamo a lanciare alcune cose nuove, ma suona sempre tutto come Communic.

Secondo il foglio promozionale, hai detto: “Le canzoni di questo album sono piuttosto diverse”. Perché queste canzoni sono diverse dal passato: processo spontaneo o scelta?
Penso ancora che sia vero. Sono abbastanza diverse, nella forma e nella dinamica. C’è un po’ di tutto qui, da tranquilli passaggi acustici a parti con esplosioni molto veloci, melodie vocali calme e morbide ad alcune fasi davvero pesanti. Chitarre ultra pulite e muri di suono di chitarra davvero spessi e brutali. Tutto questo è ovviamente una scelta personale e non spontanea, anche se alcuni di queste idee ci arrivano spontaneamente mentre suoniamo insieme, ma alla fine tutto è messo lì con uno scopo.


Alcune melodie in “Forgotten” mi ricordano “Space Oddity” di David Bowie: errore mio o c’è un piccolo tributo al Duca Bianco?
Fantastico, mai pensato come un tributo, ma ha alcune delle strutture degli accordi semplici come dici tu che possono ricordarlo. Questa era una delle canzoni che non pensavo potesse adattarsi allo stile dei Communic, poiché era un’idea semplice che ho scritto su una chitarra acustica, ma quando abbiamo iniziato a lavorarci, la canzone è semplicemente cresciuta dentro di noi, ed è venuta fuori una grande traccia, una delle mie preferite e un ottimo finale per l’album.

Adoro la copertina, è ricca di pathos come la vostra musica! L’idea originale è vostra o di Travis Smith?
Ho sempre amato i lavori di Travis Smith e il suo stile, e da molto tempo sognavo di convincerlo a realizzare un’opera per i Communic. Il risultato è un cumulo di idee mie e di Travis. Lo spunto è nato così. Mostra questa figura, o statuetta in pietra, circondata dalla terra con dei rami dall’aspetto di morti aggrappati, un buco nel petto e una gabbia appesa all’albero con il cuore o l’anima rinchiusi, e la chiave della prigione appesa fuori portata. Penso che sia grande e rappresenti l’energia e l’atmosfera dell’album e abbia quel tocco di Travis Smith.

Siete rimasti nascosti al mondo tra il 2011 e il 2017, possono questi sei anni senza nuovi album aver compromesso il vostro seguito?
Sì, forse, perché è molto tempo. Abbiamo dovuto ricominciare un po’ tutto da capo, ma è così che doveva essere, e possiamo solo incolpare noi stessi, ma siamo ancora qui! Abbiamo avuto alcuni anni di vuoto dopo che il nostro album del 2011, “The Bottom Deep”, ci ha permesso di partecipare a dei grandi festival e suonare dal vivo, ma avremmo dovuto fare di più, guardando indietro. E poi abbiamo passato un bel po’ di tempo a cambiare etichetta discografica e a capire cosa fare e come scegliere la giusta direzione per la band in ambito commerciale. E tutto questo ha richiesto molto tempo per arrivare a una stabilizzazione e prendere forma e fissare gli obiettivi su cui lavorare.

I vostri primi due album sono stati un clamoroso successo, pensi di aver mantenuto le promesse di inizio carriera?
Se chiedi al tipico fan di Communic, probabilmente apprezza di più i nostri primi album, ma penso che sia normale così, è capitato anche a me con i miei gruppi preferiti, mi sono piaciuti nel momento in cui ho iniziato ad ascoltarli, e alla lunga si sono allontanati da dove sono partiti, e io vorrei che tornassero a fare di nuovo lo stesso album. In Flames, Metallica, Megadeth, Testament, Fates Warning e l’elenco potrebbe continuare, ma noi mutiamo come persone, cresciamo come individui e acquistiamo esperienza e le cose variano. Quindi sento che siamo cambiati molto anche noi stessi nel corso degli album che abbiamo fatto, in alcuni più di altri ma tutti hanno avuto uno scopo. Ma so che la nostra musica non è per tutti, quindi se alla gente piace è un bonus, poiché non è una questione di causa, perché sono piuttosto egoista su ciò che cerco di trasmettere nella mia musica. Tornando alla tua domanda, penso che siamo rimasti abbastanza fedeli a ciò che abbiamo iniziato, ma ovviamente le nuove cose saranno sempre diverse in qualche modo.

Le tue prossime mosse?
In questo momento dovremo vedere quando il mondo verrà aperto alle band per fare di nuovo tour, ma immagino che ci vorrà ancora del tempo per riprendersi e tenere la situazione sotto controllo, e potremmo dover attendere prima un vaccino. Ma vogliamo davvero uscire e fare di nuovo un tour e promuovere la nostra roba. Forse proveremo a organizzare un concerto in live streaming dal nostro studio o soggiorno, non lo so, forse qualcosa di personale al quale possiamo invitare i nostri fan che vorrebbero vedere qualcosa del genere e invitarli nella nostra intimità per qualcosa di speciale in questi tempi senza tour in corso.

After a couple of albums, Communic seemed destined for great things, maybe not all promises were kept, but the trio – thank God – is still here with “Hiding from the World” (AFM Records) a record of absolute value.

Welcome, Oddleif, how “Hiding from the World” was born?
Hi and thanks for the support. Well the last three years was spent putting the songs together, rehearshing and recording, I have always quite a lot of material to choose from, so it starts out with a kind of figuring out what to use and what works. The first two song that was written was the title track “Hiding From The World and “Born Without a Heart” and those two set the mood that I was looking for putting everything together. So one year of demoing and putting ideas together, another year spent in the rehearsal room together as a band arranging the songs so it works for everyone, and everyone gets to put their influences into the material, and then in the beginning of 2020 we started to record the album in studio, a bit halted by the covid situation and diverse obstractions and bumpy roads, everything leads up to the release date November 20th.

Who is hiding from the world?
Or what is the world hiding from us? Good question, yeah it fits right into the situation in the world today, but the title was ready, guessing in the beginning of 2019, when we where putting the songs for this album together. And at that time we had a long weekend that we spent in a little cabin by the fjords close to where we live here in Norway, and we stayed there only the 3 of us in the band, had our recording gear with us, made some good food and drinks, and arranged some of the songs together that weekend, and we was kinda distancing ourselves form stuff that would halt the creativities, it was a fun and great way of a trip with the boys, and we made some magic that ended up as music. Looking back now, the title works for the time we are in now as well, where countries are forcing lockdowns and all that, but all that was was just a coincident.

Is not easy to classified your music, is a sort of brainstorming! How do you feel that a new song is good for an album?
Agree, we are quite difficult to pin down into one category, but we don’t want to be locked into rules of what we can do or not, no rules is the idea. I am pretty confident in that we have found our identity but still tries to evolve and continue write the music we like ourselves. Looking for new ideas and songs, I’m always looking to communicate with the feelings and emotions in the music, these days I tried to not over complicate things as much as we probably did before. Trying to perfectionate the dynamics and the tempo changes that we started out doing on our debut album back in 2005, the ups and downs in energy and emotions if you understand. But still we try to throw some new things in but still sounding as Communic.

According to the promo sheet, you said: “The songs on this album is quite diverse”. Why these songs are different form the past: spontaneous process or choice?
I still think that is true. They are quite diverse, in the different buildup and dynamics over the songs. There is a bit of everything here, all from calm acoustic passages to really fast blastbeats parts, calm and mellow vocal melodies to some really heavy phrases. Ultra clean guitars to really chunky brutal walls of guitar sounds. All this is of course a personal choice and not spontaneous, even if some of these moments comes to us as spontaneous moments when we play together, but in the end everything is put there with a purpose.

Some melodies in “Forgotten” remember me “Space Oddity” by David Bowie: my mistake or is there a little tribute to the White Duke?
Cool, never thought about as a tribute, but it has some of the kind of simple chord structures as you mention it. This was one of the songs I didn’t think would fit into the Communic style, as it was a simple idea that I wrote on an acoustic guitar, but when we started to work on it, the song just grew on us, and really built up to be a great song, one of my favorite this time around and a great ending for the album.

I love the cover artwork, is rich of pathos like your music! The original idea is by you or by Travis Smith?
I have always loved Travis Smith’s work and his style, and had a dream fo a long time to get him to work out a Communic artwork. The result is a cumulation of ideas from Travis and myself. The artwork ideas came together from this. It shows this figure, or statuette in stone overtaken by the earth with its dead looking branches clinging, a hole in his chest, and a cage hanging from the tree with heart or soul locked up, and the key to the cage hanging out of reach. Think it turned out great and represents the energy and the atmosphere on the album and has that Travis Smith touch.

You were hidden from the world between 2011 and 2017, can these six year with no new albums have compromised your following?
Yeah, maybe, you know it is a long time. We kinda had to start a bit all over again, but that is how it had to be, and we can only blame our self, but we are still here! We had a few years of vacuum after our 2011 album “The Bottom Deep” did some great festivals and played some live following the album but we should have done more looking back. And then we spent a good amount of time changing record label and actually figuring out what to do and how to choose the right direction for the band when it comes to the business part of it all. And all this took a long time to settle and get down to paper and to set the goals to work towards.

Your first two albums were a resounding successes, do you think you have kept promises of your beginning of career?
If you ask the typical Communic fan he probably value our first albums the most, but I think that is the way it is, that is how I feel about my favorite bands as well, that I liked the time when I started out listen to them, and in the long run they stray away from where they started out, and I would wish for them to go back do that same album again. Like In flames, Metallica, Megadeth, Testament, Fates Warning and the list goes on, but we change as people, grow as individuals and gain life experience and things change. So I feel that we have changed a lot ourselves as well over the albums that we have done, some more than others but they all serve a purpose. But I know our music is not for everyone, so that folks like it is a bonus, as that is not a matter of cause, because I’m pretty egoistic about what I try to get across in my music. But to your question, I think we still stay true to what we started out, but of course new stuff will be different in some way.

Your next moves?
Right now we will have to see when the world opens up for bands to do touring again, but I guess it still will take some time to recover and get the situation under control, and we may have to see a vaccine ready first. But we really want to get out and do some touring again and promote our stuff. Maybe we try to set up a live streaming concert from our studio or livingroom, I don’t know, but maybe something personal that we can invite our fans who would like to see something like that, and invite them into our sphere for something special in these times of no touring going on.

Redemption – Bright colors

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

“Alive in Color” (AFM Records) è la testimonianza live rilasciata dai Redemption in questa stagione di blocco dei concerti. Tra i colori vivaci degli americani non mancano quelli del “tricolore”: il verde, il bianco e il rosso vengono rappresentati dal nostro portabandiera Simone Mularoni (DGM). Di questo e di molto altro abbiamo parlato con un disponibilissimo Nick Van Dyk.

Benvenuto su Il Raglio del Mulo, quest’album era programmato prima del blocco dei live o l’idea è nata dopo come regalo per i vostri fan?
Grazie per avermi intervistato: è fantastico “parlare” con te. Il Progpower ci ha dato sempre l’opportunità di fare cose che sono difficili da realizzare per una band piccola. Abbiamo fan molto appassionati, ma non ce ne saranno mai mille ogni volta che suoniamo da soli. Pochissime band negli Stati Uniti possono farlo in questi giorni. Quindi essere in un posto con così tanti fan ci dà un’energia e, ovviamente, la possibilità di sfruttare un grande palco e il supporto di una troupe straordinaria. Quindi sapevo che avevamo l’opportunità di fare qualcosa di speciale e, una volta che abbiamo deciso che Ray, Chris Poland e Simone si sarebbero esibiti tutti con noi, mi sono convinto che avrei dovuto registrare lo spettacolo per i fan, e francamente anche per la band, perché sarebbe stata una serata speciale.

Cosa ricordi, in paricolare, del feeling con il pubblico durante il vostro spettacolo al ProgPower USA festival 2008?
È sempre un piacere e un privilegio suonare al Progpower. È il posto migliore in cui qualsiasi band prog metal può suonare negli Stati Uniti e i fan sono fantastici. Quello che ricordo di più del 2008 è che eravamo appena tornati dal tour con i Dream Theater e avevamo fatto 30 spettacoli e potevamo suonare quel set perfettamente anche dormendo. Non siamo una band che suona 200 date all’anno. Avere 30 spettacoli alle spalle ci ha dato un grado di fiducia che è difficile da raggiungere, anche se so che siamo dei bravi musicisti e stiamo bene insieme. Ma mi sentivo che quella performance sarebbe stata impeccabile, sapevo che non ci sarebbe stata una singola nota sbagliata e che la band avrebbe suonato super concentrata. Sono molto orgoglioso di quella esecuzione.

Pensi che quel concerto sia stato il momento clou della tua carriera live?
È certamente uno di questi. Abbiamo avuto altri momenti speciali: uno spettacolo da headliner tutto esaurito a Essen con i fan più rumorosi con cui mi sia mai esibito, tutti a cantare i testi delle mie canzoni, e abbiamo incontrato una coppia che aveva guidato per centinaia di chilometri per incontrarci e che indossava dei braccialetti con i miei testi incisi. È stato davvero speciale. Quando abbiamo aperto per i Dream Theater a Toronto, abbiamo suonato alcuni secondi di “YYZ” (i Rush sono sempre stati una delle mie band preferite) inseriti in una pausa di una delle nostre canzoni e il pubblico è subito impazzito, il che mi è sembrato davvero fantastico. Ma sì, questo concerto è stato un momento piuttosto speciale. Penso che gli spettatori e i fan siano d’accordo!

La track list contiene la cover di “Peace Sell” dei Megadeth suonata per la prima volta dopo 20 anni da Chris Poland, come nasce l’idea di questo tributo alla band di Dave Mustaine?
Sapevo che volevamo fare tutto il possibile per questa uscita, coinvolgendo Simone, che si è unito a noi, e Ray che ha fatto una visita a sorpresa. Chris ha suonato nei nostri ultimi due CD. È un musicista unico e talentuoso ed è stato sempre gentile e rispettoso nei confronti della nostra musica tanto che ho chiesto la sua disponibilità a venire ad Atlanta per lo spettacolo. È un tipo un po’ casalingo e non viaggia molto, ma ha detto che sarebbe stato lì, e ho pensato che dovevo almeno chiedergli se avrebbe preso in considerazione l’idea di suonare “Peace Sells”. Sapevo che la folla sarebbe impazzita, e poi francamente quante volte avrò la possibilità di suonare “Peace Sell”s sul palco con Chris Poland? Così ho chiesto, e lui ha detto che era d’accordo. Era la prima volta che suonava quella canzone sul palco dal suo tour con i Damn the Machine nel 1994 o qualcosa del genere, quindi la prima volta in quasi 25 anni. È stato così divertente e un momento davvero surreale per me.

In questo album c’è un tocco di Italia, una chitarra è stata suonata dall’italiano Simone Mularoni, che mi racconti di questa collaborazione?
Sono molto fortunato che Simone sia un amico, e siamo molto contenti che sia uno dei nostri. È uno dei chitarristi più talentuosi al mondo, inoltre è un eccellente ingegnere in fase di missaggio e mastering e ha un orecchio eccezionale. In più, è una persona fantastica. Non vediamo l’ora di continuare a lavorare con lui.

Questo box contiene DVD o Blu-Ray più 2 Cd, di solito preferisci l’esperienza audio o quella video?
Mi piacciono molto gli album dal vivo dal punto di vista dell’ascolto, ma penso che il video aggiunga davvero molto all’esperienza. Per questo era importante per me assicurarmi che ottenessimo un ottimo impatto visivo grazie alla illuminazione da noi progettata invece che solo da quella, se pur ottima, trovata in loco. Abbiamo portato i nostri tecnici e abbiamo usato quante più telecamere possibili. Penso che sia un’esperienza più coinvolgente sedersi in una stanza buia con uno schermo di buone dimensioni e lasciarsi trasportare come se si fosse lì. Questo è davvero quello che abbiamo cercato di fare con questo pacchetto, in tutto, dal filmato dietro le quinte alla scelta degli angoli di ripresa.

Qual è la canzone che ami suonare dal vivo?
Quasi tutte sono divertenti da suonare. Ad essere onesti, adoro quelle un po’ più brevi perché tendono a essere più concentrate e un po’ più facili da eseguire e ci consentono di “lasciarci andare” un po’ di più sul palco. Ma anche se è una canzone molto impegnativa da suonare, e ancora più impegnativa da suonare bene, penso che “Black and White World” sia probabilmente la mia canzone preferita.

Come scegli le canzoni per la vostra scaletta?
È sempre un po’ una sfida perché ora abbiamo sette album alle spalle e anche perché molte delle nostre canzoni sono lunghe. Sono sicuro che molti dei nostri fan vorrebbero sentirci suonare “Sapphire” da “The Fullness of Time”, ma è una canzone lunga 16 minuti e sarebbe un po’ irresponsabile da parte nostra spendere il 20% del nostro spettacolo per una singola traccia. Ovviamente quando abbiamo progettato questo set, abbiamo dovuto tenere in considerazione il nostro catalogo ma anche il fatto che Tom si fosse unito a noi da poco. Tom aveva ovviamente più familiarità con le canzoni che ha provato e registrato con noi per il nostro ultimo album in studio (“Long Night’s Journey into Day”, il primo con noi), quindi ha preferito farne il maggior numero possibile: non lo biasimo perché voleva lasciare una buona impressione. Ricordo che quando sono andato a vedere il tour di “Heaven & Hell”, in cui Dio ha preso il posto di Ozzy , ho notato che metà della loro scaletta proveniva da “Heaven & Hell” e metà era materiale Ozzy: quella era la nostra linea guida. Non è stato poi così difficile una volta che abbiamo elaborato l’approccio generale – ci sono alcune canzoni che sappiamo di dover includere (o almeno che vogliamo fare assolutamente), inoltre non abbiamo mai avuto la possibilità di suonare quelle di “Art di Loss”, perché ci siamo separati da Ray poco dopo la sua pubblicazione, quindi volevo fare almeno alcune di quelle tracce.

“Alive in Color” è il vostro primo album per AFM Records, ce ne sarà anche uno in studio per l’etichetta tedesca o l’accordo si è concluso con questo live?
Sono molto lieto di annunciare che questo è solo l’inizio del nostro rapporto con l’AFM e che faremo un nuovo album in studio insieme. È stato fantastico relazionarci con loro: persone molto professionali e di grande integrità: siamo veramente felici, anche se devo ammettere che tutte le nostre etichette sono state fantastiche.

Cosa ne pensi del boxset “Discovering Redemption” pubblicato dalla InsideOut Music?
Tutto ciò che aiuta le persone a scoprirci è cosa buona! I tipi di InsideOut sono persone molto gentili e credo che non abbiano voluto farsi sfuggire la possibilità pubblicare altra nostro materiale mentre l’accordo di distribuzione con loro stava volgendo al termine. Molte etichette probabilmente avrebbero lasciato semplicemente morire i diritti: sono felice che la InsideOut abbia ritenuto che fosse una buona idea per entrambi avere un altro prodotto fuori!

“Alive in Color” (AFM Records) is the live testimony released by Redemption in this concerts block season. Among the bright colors of the Americans there are those of the “tricolore”: green, white and red are represented by our standard-bearer Simone Mularoni (DGM). We talked about this and much more with a very kind Nick Van Dyk.

Welcome on Il Raglio del Mulo, was this album scheduled before the live shows stop or the idea was born after as gift for your fan?
Thank you for interviewing me – it’s great to be “speaking” with you. Progpower gives us the opportunity to do things that are difficult for a smaller band to do. We have very passionate fans, but there aren’t going to be a thousand of them every time we play on our own. Very few bands in the US can do that these days. So to be in a room with that many fans gives us an energy, and of course we have a great stage and the support of an amazing crew. So I knew we had the opportunity to do something special, and once we decided to have Ray and Chris Poland and Simone all perform with us and arrange that happening, I knew I’d want to record the show for the fans, and frankly for the band as well – it’s a special evening.

What do you remember about the feeling with the audience during your show at ProgPower USA festival 2008?
It is always a pleasure and a privilege to play Progpower. It’s the best place for any prog metal band to play in the US, and the fans are fantastic. What I remember most about 2008 is that we’d just come off tour with Dream Theater and had done 30 shows and we could play that show perfectly in our sleep. We’re not a band that plays 200 dates a year. To have 30 shows under our belt gave us a degree of confidence that is hard to achieve, even though I know we’re good musicians and we gel well together. But I felt like that performance was untouchable – I knew there wouldn’t be a single wrong note and the band would play super locked in. I’m very proud of that performance.

Do you think that concert is the highlight of your live career?
It’s certainly one of them. We have some other special moments – we had one amazing sold out headlining show in Essen with the loudest fans I’ve played in front of singing my song lyrics, and met a couple that had driven hundreds of kilometers to meet us and who had matching bracelets with my lyrics inscribed in them. That was pretty special. When we opened for Dream Theater in Toronto, we played a few seconds of “YYZ” (Rush has always been one of my favorite bands) inserted into a break in one of our songs and the crowd immediately went nuts, which I thought was really cool. But yes, this concert is a pretty special moment. I think the viewers and fans will agree!

The track list contains the cover of “Peace Sell” by Megadeth played for the first time after 20 years by Chris Poland, how is born the idea of this tribute to the Dave Mustaine’s band?
I knew that we wanted to pull out all the stops for this release, including Simone joining us and Ray making a surprise visit. Chris has played on our last two CDs. He is such a unique and talented player and he has been so gracious and complimentary about our music that I knew I wanted to at least see if he would be open to coming to Atlanta for the show. He’s a bit of a homebody and doesn’t travel all that many but he said he’d be up for it, and I figured I had to at least ask if he would consider playing “Peace Sells” because I knew the crowd would go nuts, and because frankly how many times am I going to get the chance to play “Peace Sells” on stage with Chris Poland? So I asked, and he said he was up for it. It was the first time he’d played that song on stage since his tour when he was in Damn the Machine back in like 1994 or something, so the first time in almost 25 years. It was so fun and really a surreal moment for me.

In this album there is a touch of Italy, one guitar was played by the Italian guitarist Simone Mularoni, what’s about this collaboration?
I’m so very lucky that Simone is a friend, and we are very lucky a a band that he is so involved with us. He’s one of the most talented guitarists in the world, plus he’s an excellent mixing and mastering engineer, plus he has a tremendous ear, plus he’s a fantastic person. We look forward to continuing to work with him.

This boxset contains DVD or Blu-Ray plus 2 Cds, usually do you prefer the audio experience or the video one?
I really do enjoy live albums from a listening standpoint, but I think the video really adds a lot to the expeience. That’s what it was important for me to make sure we had a lot going on visually, and we had our own designed lighting instead of just the very good house lighting person, and we brought our guests along, and we used as many cameras as we did. I think it is a more engaging experience to sit back in a dark room with a good sized screen and sit back and transport yourself to being there. That’s really what we tried to do with this package, in everything from the behing-the-scenes footage to the choice of camera angles.

Which is the song you love to play live?
Almost all of them are fun to play. To be honest, I love the ones that are a little shorter because they tend to be focused and a little easier to rehearse and it allows us to “let go” a bit more on stage. But even though it’s a very challenging song to play, and even more challenging to play well, I think “Black and White World” is probably my favorite song to play.

How do you choose the songs for you setlist?
It’s always a little bit of a challenge because we have seven albums out now, and also because many of our songs are long. I’m sure many of our fans would like to hear us play “Sapphire from The Fullness of Time”, but that’s a 16 minute long song and it would be a little irresponsible of us to spend 20% of our set on a single song. Of course when we planned this set, we had to take into account our catalog but also the fact that we have had Tom join us. Tom was obviously more familiar with the songs that he rehearsed and recorded with us for our last studio effort (“Long Night’s Journey into Day”, his first with us) so he favored doing as many of those as possible and I don’t blame him for wanting to make his own mark with us. I remember going back to the “Heaven & Hell” tour where Dio took over from Ozzy and I noted that half their setlist was from “Heaven & Hell” and half of it was Ozzy material, so that was our guideline. It wasn’t really that hard once we worked out the overall approach – there are some songs that we know we have to include (or at least that we definitely want to), and we didn’t have a chance to play out on “Art of Loss” because we had to part ways with Ray shortly after its release so I wanted to at least do one track from that.

Alive in Color” is your first release for AFM Records, will be a new studio full-length for the German label or is just a deal for this live album?
I’m very pleased to say that this is just the beginning of our relationship with AFM and we will be doing a new studio album for them. They have been great to deal with – very professional, and high integrity people. We’re thankful to be working with them (I want to say that all of our labels have been great).

What do you about the boxset “Discovering Redemption” by InsideOut Music?
Anything that helps people discover us is good! InsideOut are very good people and I think they had an opportunity to put one more release out as our distribution deal with them was coming to an end. Many labels would probably just let the rights die off; I’m happy that InsideOut felt it was a good idea for both of us to have another product out there.

Katatonia – Live under a dead air sky

English version below: please, scroll down!

Opportunità, futuro, necessità o gesto disperato? Il dibattito sui live in streaming è ben lungi da esaurirsi. Di questo è altro abbiamo parlato con Niklas Sandin, dove l’altro ha un titolo ben preciso: “Dead Air” (Peaceville Records). L’ultima fatica degli svedesi è la riproposizione dello show tenuto allo Studio Grondahl, Stoccolma, durante il lockdown, un’opera che probabilmente diventerà per i fan l’istantanea di un momento storico.

Benvenuto, Niklas! “Dead Air” è stato registrato allo Studio Grondahl di Stoccolma durante il lockdown: possiamo dire che questo è l’album dal maggior valore simbolico della vostra carriera?
È sicuramente una pietra miliare nella carriera di Katatonia poiché è stato fatto in circostanze molto speciali. Non avrei mai, come nessun altro nella band, immaginato un anno fa che un virus avrebbe messo il mondo KO. Ha influenzato la scena live in modo devastante, tuttavia, in questi tempi moderni è ancora possibile esibirsi e trasmettere la musica al pubblico. Se questo virus avesse colpito 15 anni fa, sarebbe stato ancora più difficile per la scena dal vivo. Almeno possiamo scatenarci tramite “Dead Air”!

Questo album live contiene le 20 canzoni più votate dai vostri fan di tutto il mondo. Ti piace la scaletta o avresti cambiato qualcosa?
Mi è piaciuta molto la scaletta e personalmente penso che contenga alcuni dei pezzi più forti nel repertorio della band. Ha diversità e dinamismo – qualcosa che è molto in linea con la musica dei Katatonia. Detto questo, non cambierei nulla. Come hai evidenziato tu, i fan hanno votato la scaletta, quindi abbiamo consegnato ciò che i nostri supporter volevano sentire di più e penso che abbiano fatto una buona selezione.

Qual è stato il feeling generale durante il live streaming?
Siamo una band a cui piace molto esibirsi dal vivo e anche se l’anno è iniziato con un mini tour in Turchia e un’esibizione dal vivo in Grecia, eravamo molto affamati di live; è qualcosa che ci guida e ci motiva, quindi è stata una bella sensazione. Ovviamente era molto diversa dalla normale atmosfera quando ci si esibiva dal vivo, ma era qualcosa che tutti abbiamo apprezzato. Posso parlare per me, è stata un’esperienza “nervosa”. Essere trasmessi in diretta da uno studio di alta qualità con David Castillo dietro il banco è una situazione che non ti perdona durante l’esibizione, quindi ero sempre concentrato con la parte posteriore della testa che mi diceva “non fare casini”, perché se sbagli, è ovviamente molto evidente.

È stato difficile quindi per te concentrarti sulla tua performance?
Ero pure troppo concentrato! Quando suono dal vivo, voglio entrare in contatto con le persone del pubblico. È importante trascinarli nella situazione live e farli sentire parte dell’esperienza più che essere semplicemente qualcuno che ha comprato un biglietto. Questo è la cosa che rende un concerto dal vivo così unico e che mi fa anche dubitare che i live streaming possano mai sostituire un vero concerto dal vivo. È qualcosa di più che guardare le persone suonare dal vivo!

Durante lo spettacolo, avete presentato in anteprima tre canzoni di “City Burials”, perché avete scelto “Lacquer”, “The Winter Of Our Passing” e “Behind The Blood”?
Sono i singoli del nostro album “City Burials” e le tracce che volevamo mettere in primo piano. Penso che si adattassero tutti molto bene alla scaletta e fare un arrangiamento per band di “Lacquer” è stato sia bello che gratificante: abbiamo dato al pubblico una traccia, che nel disco è essenzialmente elettronica, in una nuova veste.

“Dead Air” è un buon riassunto della vostra carriera. Avreste mai immaginato che la band sarebbe stata ancora qui dopo 30 anni?
Questa è una buona domanda. Sono nella band da “solo” più di 10 anni, ma ho sempre notato che Jonas e Anders, che sono qui da molto tempo, ne erano convinti, quindi non dubito che andrà avanti per sempre. Non è solo qualcosa che fai per fare musica o per guadagnare soldi. Katatonia è qualcosa di più profondo di questo.

Come trascorri le tue giornate senza andare in tour?
Devo principalmente mantenermi sano di mente e avere una visione positiva della vita, che è qualcosa che può essere molto difficile in questi tempi. Ho capito molto presto nella mia vita che mi sento più vivo quando suono live di fronte alle persone; è la droga che crea più dipendenza al mondo. Niente vi si avvicina, ed essere impossibilitato del farlo è qualcosa che mette molto stress alla mia salute mentale. Tuttavia, ho avuto la fortuna di essere reclutato come chitarrista dal vivo per dai Mass Worship per il loro tour europeo di due settimane a supporto delle leggende del death metal Vader. È stata un’esperienza davvero unica. Molti concerti avevano un pubblico seduto, ma si capiva che la folla si stava godendo ogni secondo.

Pensi che il modello di live streaming possa essere il futuro della musica?
Sarebbe possibile solo con una nuova generazione di ascoltatori che non abbiano mai vissuto un vero concerto. Gli esseri umani hanno bisogno dell’interazione con gli altri, non solo tramite Internet, ma nella vita reale. Sentirsi parte di qualcosa di diverso dall’essere a casa e usufruire della musica in un ambiente solitario. Non ho idea di cosa riservi il lontano futuro, ma sarei sorpreso se i live streaming sostituissero in toto un vero concerto dal vivo. I concerti dal vivo servono a creare ricordi e connettersi con altri amanti della musica, e il semplice guardare un concerto dal tuo laptop non è un modo così soddisfacente da lasciare un’impressione duratura, secondo me.

“City Burials” è più diretto del vostro ultimo album, la prossima opera sarà più progressive?
Vedremo cosa ci riserva il futuro. Siamo ancora nell’era “City Burials”, ma non ho dubbi che il prossimo album sarà altrettanto buono o addirittura migliore degli album precedenti. Non c’è spazio per i compromessi quando i Katatonia scrivono un nuovo album: deve sempre mantenere standard elevati e risultare una versione migliore della precedente.

Opportunity, future, need or desperate gesture? The debate on live streaming is far from over. We talked about this and more with Niklas Sandin, especially about “Dead Air” (Peaceville Records). The latest effort by the Swedes is the recording of the show at Studio Grondahl, Stockholm, during the lockdown, a work that will probably become for fans a snapshot of a historic moment.

Welcome, Niklas! “Dead Air” was recorded at Studio Grondahl, Stockholm, during the lockdown. Would you say this is the most symbolic album for your career for that reason?
It is definitely somewhat of a landmark in the career of Katatonia since it was done under very special circumstances. Never would I, nor anyone else in the band, have believed a year ago that this would happen – a virus that would set the world at a standstill. It has affected the live scene in a very devastating way. Although, in these modern times it is possible to still perform and get the music across to the audience. If this virus would´ve hit 15 years ago, it would´ve been even more tough for the live scene. At least we could rock out via “Dead Air”!

This live album contains the 20 most wanted songs exclusively voted by your fans from all around the world. Do you like the setlist or would you have changed anything?
I really liked the setlist and I personally think it contains some of the strongest appointments in the bands catalogue. It has diversity and dynamic – something that´s very compatible with Katatonia´s music. With that said, I wouldn´t change anything. It was, as you mentioned, a fan voted setlist, so we delivered what the fans wanted to hear the most and I think they made a good selection.

What was the overall feeling during the livestream?
We are a band that really likes to perform live and even though the year started with a mini tour in Turkey and a live performance in Greece, we were already very hungry to play; it´s something that drives us and motivates us, so it was a good feeling and vibe. Of course, it was very different from the normal atmosphere when performing live, but it was something we all appreciated. I can only speak for myself when I say that it was a nervous experience. Being broadcasted live from a high end studio with David Castillo behind the desk is a situation that´s very unforgiving to ones performance, so it was always that focus in the back of your head “not to fuck up” because when you do, it´s very obvious and transparent.

Is it difficult for you to be concentrated on your performance without an audience?
It was almost too much of being concentrated and focused. When I play live, I want to connect with people in the audience. It´s important to pull them into the live situation and make them feel a part of the experience more than just being someone who´s bought a ticket. That´s something that makes a live gig so unique, and also make me doubt that live streams ever would replace a real live gig. It´s something more than just watching people play live!

During the show, you premiered three songs from “City Burials”, why did you choose “Lacquer”, “The Winter Of Our Passing” and “Behind The Blood”?
It is the singles from our album “City Burials” and tracks that we wanted to front. I think they all fit very well in the setlist and to make a whole band arrangement for “Lacquer” was both nice and rewarding – giving the audience a track that´s on the record all electronic a new presentation.

“Dead Air” is a good recap of your career. Did you guys ever think the band would still be here after 30 years?
That´s a good question. I´ve “only” been in the band for 10+ years, but I´ve always seen that Jonas and Anders are in this for the very long run, so I don´t doubt that it will be going on forever. It´s not just something you do for making music or earning money. Katatonia is something more profound than that.

How do you spend your days without touring?
I’m mostly to keep myself sane and keep a positive outlook on life, which is something that can be very hard in these times. I figured out very early in my life that I feel most alive when I play live in front of people; it´s the most addictive drug in this world. Nothing comes close, and being restrained from doing that is something that put lots of stress to my mental health. However, I was fortunate enough to be recruited as a live guitarist for Mass Worship for their two week long European tour supporting death metal legends Vader. It was a very unique experience. Lots of the gigs had a seated audience, but you could tell that the crowd was enjoying every second of it.

Do you think the livestream model could be the future of music?
It would only be possible with a new generation of listeners never experiencing a real gig. Humans need the interaction with others, not just through internet, but in real life. To feel part of something other than being at home and digest music in a solitary environment. I have no idea what the distant future holds, but I would be surprised if live streams would replace a real live gig anytime soon. Live gigs is about making memories and connect with fellow music lovers, and just watching a gig from your laptop is not a strong enough medium to make a long lasting impression, in my opinion.

 “City Burials” is more direct then your last album. Will the next opus be more progressive?
We will see what the future holds. We´re still in the “City Burials” era, but I have no doubt that the next album will be just as good or even better than the previous albums. There is no room for compromises when Katatonia writes a new album. It always has to hold high standards, and feel like a stronger release than the last release.

Green Carnation – La rivoluzione dei garofani verdi

I norvegesi Green Carnation hanno interrotto la lunga inattività in studio dando alle stampe un lavoro, “Leaves of Yesteryear” (Season of Mist), che ha un piede nel passato e uno nel futuro. Brani inediti, cover e nuove versioni di vecchi classici, per un album che dovrebbe rappresentare il primo passo verso una nuova continuità compositiva. Di questo e altro abbiamo discusso con il cantante  Kjetil Nordhus.

Ciao Kjetil, quando ci siamo incontrati per la prima volta, i Green Carnation, dopo una lunga sosta, erano una band senza contratto: quanto è importante oggi per un gruppo avere un’etichetta?
È un po’ complesso, ma nella situazione in cui ci trovavamo penso che fosse un passo necessario: abbiamo lasciato le scene poco prima che i social media diventassero così importanti e la nostra presenza online è diventata sostanzialmente “vecchia” in pochi anni. Pertanto, avere un’etichetta, con tutti i suoi contatti e le sue tecniche per il raggiungimento dei nostri fan effettivi e potenziali, è stato estremamente importante per noi.

In qualche modo hai anticipato la mia seconda domanda: questo è il vostro primo album dopo quattordici anni di quasi totale inattività, come è cambiato il mondo della musica in questo lasso di tempo?
Il business della musica è in continua evoluzione e ciò che è accaduto nei primi anni 2000, quando il prodotto più importante di una band si è svalutato in una “notte”, ha prodotto degli effetti sul modo in cui gruppi oggi devono lavorare per poter pubblicare musica. Comunque noi siamo stati dei musicisti attivi, almeno la maggior parte di noi, durante i “tempi morti” dei Green Carnation, quindi abbiamo potuto maturare una certa esperienza in questo nuovo contesto da poter usare per poter pianificare al meglio le nostre future mosse.

Ti è stato difficile lavorare di nuovo con i tuoi compagni di band?
Non direi difficile, ma ovviamente dovevamo trovare una sorta di formula su come lavorare. Alla fine, l’abbiamo fatto: le idee principali di tutte le nuove canzoni provengono originariamente dal bassista Stein Roger Sordal, poi sono state oggetto di un ping pong tra me e lui e, infine, sono state presentate agli altri. Da qui nuovi cicli di sviluppo, cercando sempre di mantenere una certa mentalità aperta in studio.

Nell’album ci sono tre canzoni inedite, quando è stato scritto il nuovo materiale?
La canzone più recente è “Hounds”. È stata scritta forse sei mesi prima di andare in studio. Le altre sono il risultato del lavoro svolto dal 2017 in poi, ma ci sono anche spunti antecedenti. Penso che tu possa avvertire che le canzoni sono state completate tutte nello stesso periodo, perché comunque hanno attraversato tutte lo stesso iter che ti raccontavo prima.

“Leaves of Yesteryear” è il vostro primo video musicale in assoluto, ti piace?
È stato davvero stimolante ed eccitante. Volevamo lavorare con Costin Chioreanu, che conosce la band da molto tempo. Sapevamo che era davvero ansioso di farlo, e dopo avergli inviato due delle canzoni più i testi, è tornato con questa grande idea per “Leaves of Yesteryear”, di cui ci siamo innamorati. Gli abbiamo davvero dato piena libertà artistica, perché volevamo il suo stile, e penso che alla fine sia andato benissimo.

Mi piace il feeling epico e doom, in stile di Candlemass, di “Hounds”. Mi hai raccontato che questo brano è la vostra creazione più recente, puoi aggiungere altri dettagli?
Sì, piace anche me per lo stesso motivo. Direi che “Hounds” si distingue dal resto, essendo più cupa rispetto alle altre canzoni dell’album. Essendo stata l’ultima traccia scritta per il disco, sapevamo che avevamo bisogno di questo tipo brano per completarlo al meglio.

Come è nata la nuova versione del vostro classico “My Dark Reflections Of Life And Death”?
Volevamo che questo disco riunisse in un certo senso l’intera carriera dei Green Carnation. E poiché solo Tchort ha suonato nel nostro primo album – ha cambiato l’intera formazione per “Light of Day, Day of Darkness” – abbiamo pensato che sarebbe stata una buona idea registrare una nuova versione di una canzone dell’esordio. Inoltre, sono passati 20 anni da quando è stato pubblicato quel lavoro, ed era già nel nostro live set a un paio d’anni. Penso che svolga un ruolo molto importante, essendo il pezzo centrale, pesante ed epico. Liricamente si adatta anche perfettamente, quindi c’erano molte buone ragioni per inserirla nella tracklist.

Sei tra quelli entrati nella band dal secondo album, “Light of Day, Day of Darkness”, ti piace il debutto “Journey to the End of the Night”?
“A Journey to the End of The Night” è un album stimolante in molti modi, e sicuramente ha tracciato la strada maestra per resto della carriera dei Green Carnation. Penso che abbia bisogno di un po ‘di tempo per essere decifrato, ma ci sono sicuramente molti tesori lì dentro.

Adoro la vostra versione di “Solitude”, Kenneth Silden ha fatto un ottimo lavoro su questa canzone! Chi ha scelto il classico di Black Sabbath?
Quella canzone era nella nostra sfera da alcuni anni. Penso che anche in passato sia stato discusso se inserirla come traccia bonus nei nostri lavori acustici e avevamo anche abbozzato una versione per un progetto Youtube che stavamo per lanciare nel 2017. Dopo aver visto come si stava sviluppando l’album, avevamo bisogno di una canzone per chiudere il tutto e Stein Roger ha avuto l’idea di usare la nostra versione di “Solitude”. Abbiamo pensato tutti che fosse la canzone perfetta per questo fine, sia per quanto riguarda l’atmosfera che per i testi.

Le sessioni di registrazione hanno anche segnato il vostro ritorno a collaborare con Endre Kirkesola (Abbath, In Vain, Solefald), il produttore del leggendario “Light Of Day, Day Of Darkness”, ai DUB Studios di Kristiansand. Come mai avete scelto di nuovo lui dopo tutto questi anni?
Endre conosce i Green Carnation più di nessun altro. Suonava anche le tastiere nei nostri concerti del primo ritorno nel 2016 e durante quel periodo discutevamo molto delle qualità e dell’identità musicale della band. Quindi è stata una scelta ovvia per noi: sapeva esattamente cosa volevamo fare e aveva già molte idee anche prima di iniziare il processo di registrazione. È sempre molto divertente lavorare con Endre, e dopo tanti anni abbiamo avuto di nuovo delle ottime session con lui.

Che mi dici del release concert in streaming?
Inizialmente quel concerto sarebbe dovuto essere un concerto fisico, ma ci siamo resi conto che non era più possibile farlo. Invece di annullarlo, abbiamo preferito semplicemente invitare “il mondo intero” all’evento. Ci siamo impegnati moltissimo, e per fortuna è uscito molto bene. Tuttavia, è probabilmente la cosa più impegnativa che abbia mai fatto come cantante, ma alla fine ne è valsa la pena.

Ti piace la definizione progressive per la tua band
Sì, penso che apparteniamo a quell’ambito, anche se non c’è mai un qualcosa di preciso a cui pensiamo mentre scriviamo la nostra musica. Ritengo che abbiamo trovato una buona formula di lavoro, tutto funziona al meglio, e il risultato di questo processo sono canzoni che si possono definire progressive.

Acacia – Il cantico della rinascita

Ospiti della puntata di Overthewall gli Acacia di Martino Lo Cascio, autori del comeback “Resurrection” (Underground Symphony).

Ciao Martino e benvenuto su Overthewall
Ciao Mirella, ti ringrazio. Sono felice di essere su Overthewall.

Finalmente gli Acacia tornano sulla scena metal italiana con un nuovo album, “Resurrection”, un comeback anelato da chi vi ha sempre seguito e sostenuto. Com’è nata l’idea del vostro secondo lavoro?
Sì è vero, è stato un ritorno sperato e sostenuto da tanti. Ti confesso che ho sempre accarezzato questa idea fin dal primo momento in cui, dopo un paio di anni dall’uscita del nostro primo lavoro “Deeper Secrets” (1996), la nostra attività si è interrotta.

La band nasce da una tua idea negli anni 90, hai sempre curato personalmente testi e melodie, credo sia stata una bella soddisfazione aver riportato in vita il tuo progetto musicale, ci sono stati momenti in cui avevi perso le speranze che ciò accadesse?
Ho fondato la band nel 1990 e mi sono sempre occupato del songwriting e della produzione dei suoi lavori. Dopo quattro demo e l’uscita del nostro primo album sembrava che tutto andasse nella direzione giusta, ma la band si è arenata per una serie di motivazioni personali e artistiche dei vari membri. Ho vissuto lo stop come qualcosa di innaturale e, quindi, puoi immaginare come per me sia stato un periodo durissimo, ma per fortuna non mi sono arreso, ho continuato a comporre e a scrivere con il sogno di realizzare prima o poi un secondo lavoro… e, nonostante gli innumerevoli tentativi andati a vuoto, sono orgoglioso di avercela fatta!

Il ritorno degli Acacia è stato accolto con calore ed interesse dal pubblico e dalla critica. Ci sono degli episodi che ti hanno fatto maggiormente piacere?
Sebbene mi aspettassi un discreto interesse per il ritorno del progetto, ti confesso che non mi credevo minimamente di ricevere una risposta così fortemente positiva ed entusiasta. Tutti hanno ricordato con grande stima il nostro passato, segno che qualcosa di buono avevamo lasciato… Dappertutto “Resurrection” ha ricevuto ottime recensioni, poiché è stato ritenuto un lavoro di raffinata composizione, denso di contenuti maturi e, soprattutto, di grande tensione emotiva. Questo è stato per me umanamente e artisticamente gratificante e tanti sono stati gli episodi che mi hanno fatto piacere, soprattutto perché ho ritrovato vecchi amici e ne ho incontrati di nuovi.

Com’è avvenuta la scelta della line up? E’ stata casuale, fortuita o ricercata e ponderata?
Negli anni ho provato tantissime soluzioni, perché non volevo solo creare un progetto da studio… se fosse stato così avrei potuto realizzare un lavoro in tempi sicuramente più brevi. Ho cercato con cura i compagni di viaggio, nella speranza di individuare persone che avessero attenzione e rispetto non solo per il progetto in sé, ma anche per la storia del gruppo e per il mio percorso creativo… e, soprattutto, cercavo una formazione che avesse l’intenzione di portare in giro la nostra musica, perché adoro l’atmosfera dei concerti e penso che sia la dimensione più giusta per esprimere al meglio il nostro genere. Negli ultimi anni ho così, finalmente, trovato i membri giusti per fare un determinato discorso e, tra l’altro, la maggior parte di loro erano già amici di lunga data e fans degli Acacia.

Citiamo la line up completa?
Sì, con grande piacere. Alla voce Gandolfo Ferro, alle chitarre io e Simone Campione, al basso Massimo Provenzano e alla batteria Claudio Florio.

Il primo album degli Acacia “Deeper Secrets” è stato pubblicato nel ’96 per la Underground Symphony e “Resurrection” esce per la stessa etichetta nel 2019. Una collaborazione che si è anch’essa rinnovata dopo tutto questo tempo…
Si può dire che sia Underground Symphony che il nostro progetto abbiano iniziato a muovere i loro primi passi insieme… Quando nel 1995 il boss della label Maurizio Chiarello ci contattò per proporci di fare parte della sua prima uscita ufficiale, una compilation dei migliori gruppi italiani del momento, fummo felici di accettare. “Funerals of State”, la nostra canzone pubblicata sulla compilation, destò molto interesse e sulle ali dell’entusiasmo anche per gli ottimi risconti ricevuti dal nostro demo “Introspection” del 1994, ci sentimmo pronti per realizzare, sempre per Underground Symphony, il nostro primo disco. Negli anni ho mantenuto sempre ottimi rapporti con Maurizio e ho sempre pensato che se fossi riuscito a ritornare con un secondo lavoro, avrei chiesto nuovamente la sua partecipazione.

Cosa rappresenta questo disco per te? I brani che fanno parte del disco sono stati scritti recentemente o avevi già del materiale che era rimasto lì ad aspettare?
“Resurrection” è un titolo che dice tutto… è la storia di ogni uomo alle prese con la propria rinascita ed evoluzione… è la storia degli Acacia, è la mia storia. Volevo che pur non essendo un concept in senso stretto, lo fosse come impostazione, un insieme di emozioni legate da un filo conduttore. I brani hanno tutti una genesi antica, ma nel tempo si sono evoluti… in questi anni ho scritto tanto e poi ho selezionato i brani che mi sembrava avessero la stessa tensione emotiva.

Chi ha realizzato l’artwork e cosa rappresenta?
È stato realizzato da Nello Dell’Omo, talentuoso artista che ha realizzato tantissimi lavori di qualità per band di spessore. Con Nello c’è stato fin dall’inizio un feeling creativo e dopo interminabili confronti siamo arrivati ad un’idea che esprimeva bene il senso dell’album: un anziano segue un adulto ed entrambi seguono un bambino verso la luce… Si tratta, in sostanza, del ciclo di rinascita interiore di ogni uomo, del suo rinnovarsi continuamente…

Dal ’98, anno in cui gli Acacia si fermano, fino ad oggi tu hai sempre e comunque continuato a scrivere e a gravitare nell’ambiente musicali. Quali sono le esperienze più significative che hai fatto in questo lasso di tempo?
Per me scrivere è un’esigenza naturale, come respirare… solo attraverso la scrittura riesco a trovare quelle risposte di cui ho bisogno e a placare un po’ il mio animo, tirando fuori quelle emozioni che caratterialmente non riesco in altro modo a esternare. Ho continuato a scrivere pensando al secondo lavoro degli Acacia, ma contemporaneamente mi sono aperto a nuove collaborazioni sia in campo musicale, come autore e compositore, che in ambito teatrale. Ho avuto il piacere di partecipare a tante produzioni indipendenti pop, acquisendo competenze anche riguardo ai differenti mercati musicali e in campo teatrale sono stato coautore di alcuni musical che hanno avuto ottimi responsi.

Per problemi legati al Covid sono sospese tutte le manifestazioni musicali, quindi non credo ci saranno occasioni, almeno per ora di vedervi su un palco. Quanto vi ha penalizzato questa restrizione? Ci sarebbero state date importanti?
Il disco è uscito alla fine dell’anno e noi ci stavamo preparando per il nostro concerto di presentazione dell’album, ma tutto si è fermato. L’adrenalina di uscire live era tanta, ma abbiamo dovuto rimandare… spero che presto ci siano nuovamente le condizioni per poter riprendere senza patemi d’animo e nella maniera più serena.

Come dico sempre, penso che gli artisti, in questo periodo, tireranno fuori tutta la creatività che hanno dentro. Cosa stai facendo tu adesso e quali progetti hai per il futuro della band?
È stato un periodo particolarmente difficile per tutti, nuovo e anomalo soprattutto per la sua gestione emotiva. Lo è stato anche per me… Dopo un primo attimo di smarrimento ho però iniziato a riordinare le idee e a scrivere e questo, sicuramente, mi ha aiutato molto a non perdere la speranza. Adesso guardo avanti e, nell’attesa di iniziare a suonare live, continuo a collaborare anche con altri progetti e, inoltre, ho anche iniziato a focalizzare l’attenzione su del nuovo materiale per la band…

Dove i nostri ascoltatori possono ascoltarvi e seguirvi?
Attualmente sul nostro sito e su tutti i canali social e i canali digitali. Da poco siamo anche sbarcati sulla piattaforma Bandcamp, dove chi vuole può acquistare sia la copia fisica di “Resurrection” che la copia digitale (in formato WAV) dello stesso album e del nostro primo lavoro “Deeper Secrets”. Ti segnalo i nostri contatti:
Sito: https://www.acaciaband.com/
Facebook: https://www.facebook.com/acaciabanditaly/
Instagram: https://www.instagram.com/acaciabanditaly/
Youtube: https://www.youtube.com/user/ACACIAITALY
Bandcamp: https://acaciaitaly.bandcamp.com/

Grazie di essere stato con noi
Grazie ancora a te, Mirella, per la disponibilità e il supporto… e grazie a tutti i lettori che, spero, possano appassionarsi alla nostra musica e supportarci acquistando una copia di “Resurrection”.

Trascrizione dell’intervista rilasciata a Mirella Catena nel corso della puntata del 30 Aprile 2020 di Overthewall. Ascolta qui l’audio completo:

Voivod – Telefonate dallo Spazio

Creatura fantastica i Voivod, da sempre al di fuori da regole e schemi stilistici. Però la prematura morte di Piggy ha assestato un duro colpo al carrarmato canadese, sembrerebbe che il nuovo “Infini” possa essere l’ultima opera del combo. Di questo e altro abbiamo parlato con Snake, ormai ritornato in pianta stabile a ricoprire il ruolo di cantante della band.

Ciao Snake, la pubblicazione di “Infini” se da un lato rappresenta un lieto evento per tutti i fan della band, dall’altro potrebbe rappresentare anche il vostro ultimo album. Confermi questi rumors?
Quel che è certo è che questo è l’ultimo album con Piggy. Sarà il tempo poi a stabilire se saremo in grado di creare musica senza di lui. Dan Mongrain potrebbe essere la chiave per il futuro, lui è cresciuto con i Voivod e Piggy. Conosce le composizioni di Piggy meglio di chiunque altro. Vedremo.

Hai definito “Infini” l’ultimo album con Piggy, infatti tutte le tracce di chitarra provengono dai suoi demo, così come erano registrate. Quanto è stato difficile per voi cucirci un disco intorno?
Dal punto di vista tecnico la maggiore difficoltà è stata quella di suonare su quelle tracce la batteria. Non è proprio un modo ortodosso di scrivere un album. Away ha dovuto adattarsi quello che era già stato fatto e questa è una cosa stressante che richiede molta concentrazione. Però ascoltare Piggy nella tua cuffia ti suscita tutta una serie indescrivibile d’emozioni…

Quali sono gli argomenti trattati nei testi?

Alcuni chiaramente sono riconducibili a Piggy, soprattutto “Morpheus”. Poi ce ne sono altri relativi ai disastri ambientali, viaggi spaziali, storie di fantascienza, critica social, vita di strada, ecc…

Da più parti si sussurra che  Blacky suonerà nuovamente con voi in alcuni festival estivi…
Sì, Blacky  ci sarà con il suo big blower bass. Con lui ci sarà anche Dan, sarà sicuramente interessante osservare questa coppia…

Nella discografia dei Voivod ci sono degli album sottovalutati?
Secondo me lo sono “Angel Rat” e “Outer Limits” (entrambi con Snake alla voce, in particolare “OL” ha sancito il primo divorzio tra il cantante e i Voivod NDR) .

Che genere di musica ascolti in questo momento della tua vita?
Dato che ci avviciniamo all’estate, prediligo qualcosa di semplice, rilassante e divertente. La musica più oscura e triste si addice maggiormente all’inverno. Ma poi dipende tutto dagli stati d’animo…

A questo punto non puoi esimerti da consigliare alcuni album ai nostri lettori…
Metallica – Death Magnetic
NiN – Ghosts
Down – Over the under
Motorhead – Motorizer
AC/DC – Black ice

I Voivod hanno sempre associato la propria immagine alla tecnologia. Cosa ne pensi allora degli sviluppi tecnologici che hanno portato al fenomeno del file-sharing?
È un movimento in perenne sviluppo. Io spero che l’industria discografica trovi un sistema per poter distribuire la musica evitando questi furti. Questa situazione  ha un impatto negativo sui musicisti, e tutti quelli che condividono i file non rispettano il lavoro altrui…

Intervista originariamente pubblicata su www.rawandwild.com nel 2009 in occasione dell’uscita di “Infini”.
http://www.rawandwild.com/interviews/2009/int_voivod.php

Angband – 100% metallo persiano

La vita per i metallari in Italia è complicata? Provatelo a dire a Mahyar Dean, il leader degli iraniani Angband, autori del debutto “Rising from Apadana” (Pure Steel Records).

Ciao Mahyar, potresti presentare la tua band ai nostri lettori?
Ciao Giuseppe, Beh io alla chitarra, Ashkan Yazdani alla voce, Ramin Rahimi alla batteria e percussioni e, di recente, un giovane musicista di talento, chiamato Bass M. Halaji, si è unito al gruppo.

Quando ho letto il tuo Paese d’origine ho detto: “ok, un altro album con influenze folk…”, ma durante l’ascolto mi sono trovato di fronte a un CDdi fottuto Heavy Metal! Quali sono gli artisti che ti hanno influenzato?
Un sacco di grandi band come Death, Judas Priest, King Diamond, Iron Maiden, Blind Guardian, Iced Earth, Megadeth e molti altri. Ascolto anche musica classica e monodie folk persiane.

Allora, passiamo alla disamina di “Rising From Apadana”
“Rising From Apadana” è un power metal/thrash album con alcuni spunti progressive ed epic. Abbiamo lavorato sodo per questo disco.

La voce di Ashkan Yazdani mi ha ricordato quella di King Diamond…
Sì, ci piace molto King Diamond. Ashkan ha un grande talento e alcuni dicono anche che la sua voce assomigli a quella di Matt Barlow degli Iced Earth .

Di cosa parlano i testi?
La maggior parte dei testi sono inerenti a fatti di vita e alla storia antica della Persia, come “The King’s Command”, che parla di Ciro il Grande.

Sei felice del risultato finale o, potendo, cambieresti qualcosa?
Sì Sono davvero felice, tenendo presente che abbiamo avuto un termine per il completamento, dato che Ashkan era in partenza per la Svizzera, e abbiamo dovuto finire l’intero album in 3-4 mesi. Certo se avessimo avuto migliori apparecchiature, avremmo potuto fare ancora meglio.

Della copertina cosa mi dici?
Mio fratello Maziar Dean ha fatto la foto e l’ha modificate ad opera d’arte; lui è un grafico professionista e fotografo.

Soddisfatti del lavoro svolto dalla Pure Steel Records?
Si, Andy e Markus Lorenz sono cool metal brothers che credono nel vero metallo, anche Rocco Stellmacher ha fatto un buon mastering.

Oggi, qual è lo stato di salute di metallo in Iran?
Buono: adesso ci sono un paio di formazioni che suonano cover strumentali in piccoli teatri, e si possono vedere all’opera giovani amanti del rock e del metal. Negli anni 70 c’erano un sacco di fan del prog rock nel nostro Paese e il metal ha radici profonde qui. Penso che se non vi fossero problemi con la legge la scena sarebbe grande come in Giappone!

Attività dal vivo?
Nulla per ora, ma speriamo che si possa fare qualcosa dal vivo dopo il nostro secondo album, che dovrebbe uscire nel 2009.

Le ultime parole famose…
Prima di tutto grazie a te e ai tuoi… E come diceva il mio borther of metal Cuck Schuldiner (Mahyar ha scritto la biografia ufficiale dei Death) (RIP): “Let the Metal Flow”.

Intervista originariamente pubblicata su www.rawandwild.com nel 2008 in occasione dell’uscita di “Rising from Apadana”.
http://www.rawandwild.com/interviews/2008/int_angband.php