Stefano Panunzi – Oltre l’illusione

“Beyond the Illusion” è il nuovo lavoro del tastierista Stefano Panunzi, musicista romano attivo in proprio ormai da più di un decennio. Nel suo terzo album solista (distribuito da Burning Shed / Metaversus PR) è accompagnato da artisti di fama internazionale tra cui spiccano i nomi di Tim Bowness (No-Man) e Gavin Harrison (Porcupine Tree, King Crimson e tanti altri). “Beyond the Illusion” è un collage lunatico di influenze progressive: un’opera che affonda le sue radici tra l’art rock (con una dedica al compianto Mick Karn dei Japan che suonò nei primi due album solisti di Panunzi), l’ambient jazz e l’alternative rock.

Salve Stefano, i miei complimenti per il tuo nuovo disco. In “Beyond the Illusion” sei circondato da numerosi – e direi prestigiosi – ospiti, è stato difficile riuscire a coinvolgerli e soprattutto a coordinare il tutto nella lavorazione dell’album?
Non ho avuto difficoltà a coinvolgere gli artisti presenti nell’album, anzi, devo dire che c’è stata una bella coesione e un grande entusiasmo da parte loro. Inizialmente pensavo che Tim Bowness potesse cantare in tutti i brani scritti in forma canzone, ma per una serie di sue ragioni personali, alla fine, ha cantato solo su “I Go Deeper” però mi ha proposto alcuni cantanti in alternativa, tra cui Grice, che contattato, ha aderito al mio progetto e alla scrittura di tre tracce. A parte Grice, conoscenza dell’ultimo momento, tutti gli artisti partecipanti sono conoscenze di lunga data, Tim Bowness e Gavin Harrison, tanto per citarne un paio, appaiono già sui miei album dal 2005!

Ho trovato molte affinità nel sound con i primi lavori dei Porcupine Tree (soprattutto nei brani strumentali) e No Man, quali sono le tue influenze?
Probabilmente ci sono atmosfere dei Porcupine Tree, nelle quali mi ci ritrovo, ma non ho mai pensato a loro quando le ho composte, ci sono delle strade che si intraprendono, e che in molti prendiamo perché è il genere che ci piace, è l’uso degli strumenti e delle ritmiche che ci esaltano, che ci intrigano, a volte si creano delle somiglianze, a volte no. Se somiglianze ci sono, sono casualità. Anche per quanto riguarda i No Man, ho letto un commento lasciatomi su YouTube in merito al video “The Portrait”, dove appunto si alludeva alla somiglianza con la band del duo Bowness/Wilson, ebbene, a me sembrano di più i Talk Talk!

Ci sarà modo – a emergenza pandemica conclusa – di vederti dal vivo magari accompagnato da qualche ospite del disco?
Non credo. Fino ad oggi, i miei progetti e i miei orientamenti sono stati rivolti solo alla realizzazione di album, e credo che questa sarà la strada anche per il futuro.

Nei tuoi lavori ci sono sia brani strumentali che cantati, è una decisione che prendi a priori quando componi un brano o è un qualcosa che viene sviluppato più avanti nella composizione?
La nascita di un brano strumentale o di una canzone non è sempre programmata, a volte è casuale. Parto con un’idea, una serie di accordi, una ritmica e pian piano che cresce realizzo se può tramutarsi in una canzone o rimanere strumentale, cerco di percepire il mood del fluido musicale, se l’atmosfera si adatta ad un cantante, se il giro d’accordi può essere funzionale ad un cantato, mi immagino un po’ il suo futuro…

Ho notato una particolare cura nelle grafiche (e nel packaging), ce ne vuoi parlare?
Trovo importante “incorniciare” le musiche e i testi in un packaging “giusto”, fatto di immagini, di colori e di trame grafiche adatte allo spirito e al sentimento dell’album. Per quanto riguarda “Beyond The Illusion”, ho avuto la collaborazione e il contributo artistico dell’inglese Stephen Dean Wells. Casualmente vidi delle elaborazioni grafico-digitali da lui fatte e mi impressionò perché rispecchiavano quel modo di vedere un po’ velato della realtà che sento mio, quella visione e percezione tra il sogno e la realtà. Mi piace quando l’arte è bellezza, non solo per la sua essenza, la sua intrinsecità, ma perché permette di aggiungere a chi la fruisce qualcosa di proprio, e apre porte su mondi infiniti di sensazioni e creatività.

La traccia “I Go Deeper” è cantata da Tim Bowness dei No Man, in che maniera sei venuto a contatto con lui e come mai la scelta di inserire il brano in versioni differenti dei vostri rispettivi album?
Conosco Tim da più di quindici anni, con lui ho avuto diverse collaborazioni, sia per i miei album come solista e sia per i progetti Fjieri, ma con lui anche anche altri grandi musicisti come Richard Barbieri, Gavin Harrison, Mick Karn (r.i.p.), Theo Travis, Robby Aceto, ecc. ecc. Lo contattai proprio per proporgli questo brano perché lo scrissi su invito della produzione del cortometraggio “Deep”, poi vincitore del 73esimo Film Festival Internazionale di Salerno. Tim fu entusiasta di partecipare e colse l’occasione di utilizzarlo, sotto altro arrangiamento, perché sentiva che mancava qualcosa di “fresco” all’album che stava realizzando in quel momento, cioè “Flowers At Scene”, così lo riarrangiò, lo fece missare da Steven Wilson e concluse felicemente quel suo progetto discografico. 

I tuoi lavori sono frutto di una ricerca musicale che raramente troviamo nella musica attuale, in che maniera pensi di collocarti nella scena odierna e c’è un futuro per il pop (per dare una definizione il più ampia possibile) di qualità?
Amo utilizzare quelle sonorità che già ascoltandole aprono praterie di sensazioni (ricordi il discorso sopra che feci sull’arte e della sua importanza a coinvolgerti con l’immaginazione?). Devo dire che crescendo con pane e Japan, british band del (mio) passato, qualche semino è stato depositato nella mia sfera creativa ed emozionale, e ringrazio di buon cuore Richard Barbieri (con lui ho una conoscenza personale quasi trentennale) per la ricerca di sonorità che sempre lo ha contraddistinto. Credo oramai che in un ambito musicale di nicchia un mio posticino, dopo 15 anni, lo abbia conquistato, non mi sento di appartenere ad un genere vero e proprio, spazio in quelle latitudini dove il senso estetico, la ricerca del suono, la melodia e lo schivare la banalità provano ad affacciarsi e a coesistere. Mi chiedi del futuro del pop? Io mi autoproduco, con sforzi porto vanti il mio mo(n)do di pensare e di creare, non devo rendere conto a nessuno. Più che altro, in una visione generale e di prospettiva, ci sarà il futuro per la musica indipendente? Non schiava di contest televisivi che alla fine creano cloni e schiavi di target mercificati e di edonismo?

A quali progetti stai lavorando in questo momento?
Ho messo in cantiere già diversi brani per il mio prossimo (quarto) album, sto contattando gli artisti ai quali affidare alcune sezioni strumentali e sto valutando quali cantanti coinvolgere nel progetto. Vorrei inserire nel futuro album anche dei piccoli racconti che accompagneranno l’ascoltatore nel nuovo percorso musicale. Insomma c’è da lavorare, ma sono molto fiducioso nella buona realizzazione di qualcosa di piacevole.

Geometry of Chaos – Soldati del Nuovo Ordine Mondiale

Nati dalle ceneri degli Alchemy Room, per volontà di Fabio Lamanna, i Geometry of Chaos sono arrivati all’esordio con “Soldiers of the New World Order” (NeeCee Agency), un complesso concept album di progressive metal.

Ciao Fabio (La Manna – chitarrista, bassista e compositore), inizierei facendo un passo indietro: come mai è finita l’avventura targata Alchemy Room, band in cui militavate tu e Davide Cardella?
Dopo l’EP successivo al primo disco come Alchemy Room, la band vide il bassista e la cantante lasciare il gruppo per motivi legati al genere musicale da seguire… ( grande paradosso dato che io ero sempre stato l’unico compositore)… A quel punto, provai a riformare la band con Andy, il batterista, passare alla voce, e Davide, che conobbi in quel periodo, alla batteria. Effettivamente, la band si rivelò completamente snaturata in quel modo, e  successivamente io e Andy decidemmo di sciogliere gli Alchemy Room. Decisi di seguire il mio progetto solista più incentrato sulla chitarra, sempre con lui alla batteria; nel contempo, formare un nuovo progetto con Davide con un’impostazione più metal e sperimentale.

Cosa vi portate dietro di quella esperienza e cosa, invece, avete tagliato definitivamente del vostro passato?
Fondamentalmente ci portiamo dietro l’esperienza di tanti live, le tante persone conosciute, i molti luoghi visitati, le tantissime ore di sudore e lavoro in sala prove, di studio sullo strumento, e anche tanto divertimento ovviamente! Chiaramente io e Davide siamo qualcosa di diverso ormai da quella band: siamo maturati, cresciuti, come musicisti e persone.

Il promo in mio possesso non riporta la line-up, fa giusto un riferimento alle varie voci ospiti nel vostro esordio “Soldiers of the New World Order”: come dobbiamo considerare i Geometry of Chaos, una vera band oppure un progetto esclusivamente di voi due nel quale si alternano vari ospiti?
È molto strano che non abbiate riportata la line-up. Il progetto ruota intorno alla mia figura. Io compongo, scrivo la musica e scrivo i testi e mi occupo di chitarre, tastiere e basso. Davide si occupa della batteria e ha collaborato compositivamente con alcuni riff. Gli altri collaboratori sono Marcello Vieira, Elena Lippe e Ethan Cronin. Sono da considerare ospiti molto coinvolti dalle loro parti, ma comunque rimangono dei guest vocalist all’interno  dell’album, non membri effettivi della band.

Parliamo di questi ospiti, alla voce troviamo Marcello Vieira, Ethan Cronin e Elena Lippe: come siete entrati in contatto con loro?
Marcello l’ho conosciuto tramite YouTube, in un filmato che mi è capitato di vedere, (una cover band dei Dream Theater). Allo stesso modo, Ethan l’ho contattato dopo averlo ascoltato su YouTube in una cover di una canzone dei Linkin Park. Ho visto questi  video delle loro performance in modo casuale, in mezzo alle tante cose che si vedono su internet, e ho provato a contattarli.  E’ stato tutto, in realtà, veloce e facile con loro, perché sono delle grandi persone. Sono rimasti subito entusiasti della mia proposta e del mio progetto. Mentre Elena, amica storica torinese che suona nei Feronia, si è rivelata subito contenta di partecipare e collaborare per una traccia, che successivamente abbiamo registrato a Torino insieme negli studi della Rocklab. Marcello si trova in Portogallo, Ethan è inglese. Le cose sono state gestite, come si dice, “a distanza”… è stato un po’ più complicato dell’avere il musicista sempre accanto durante la produzione, ma in realtà tutto ha funzionato perfettamente. La collaborazione è stata molto proficua.

Il disco è un concept, tra un po’ ne approfondiremo i contenuti, per il momento vorrei sapere:  le canzoni sono state cucite sulle voci ospiti oppure sono stati gli ospiti a dover adeguarsi ai brani già scritti?
Le canzoni, comprese anche delle parti vocali, oltre a quelle strumentali, erano già complete prima della decisione sulle voci. Quando ho descritto ai vocalist ospiti i pezzi, era già tutto studiato, perfezionato  ed editato precedentemente, sulla base della mia voce registrata.

Il concept di cosa parla e chi lo ha scritto?
Il concept è opera mia. L’idea iniziale è partita dall’analisi della situazione attuale del mondo e della società tutta. L’elaborazione di questa analisi è una visione distopica di un futuro non precisato, in cui la situazione attuale si estremizza, il mondo è davvero controllato da una élite ristretta di persone… Una stretta cerchia di governanti che determina ogni parte, ogni aspetto della vita del singolo individuo, fino a privarlo delle libertà principali individuali… rendendo i cittadini quasi alla stregua di soldati,  di robot, di macchine… L’ unico scopo esistenziale di queste persone sembra essere quello di svolgere un lavoro, una missione, un compito per conto dei potenti, dei loro capi. Il concept si è sviluppato nell’arco di un lungo periodo. Ho deciso di dare a ogni canzone una diversa storia, con un differente personaggio con compiti e missioni specifiche. Nel disco si affrontano alcuni temi dell’esistenza, come appunto il lavoro, il tempo, la religione, la fede, i disturbi mentali. La tecnologia, la scienza e l’intelligenza artificiale si fondono in tutti questi aspetti della vita. Verso la fine dell’album, nel pezzo “Premonition”, un personaggio del concept, dotato di poteri (nel futuro distopico più persone hanno sviluppato capacità mentali fuori dal comune, con il  progredire anche della tecnologia e come parte naturale dell’evoluzione), visualizza un futuro ulteriore oltre la linea temporale del concept. Un futuro in cui avverrà una guerra totale fra le varie persone, i militari, i governanti e i robot. Essi saranno tutti parte in causa di una rivolta che porterà sicuramente dei cambiamenti radicali. Questa rivoluzione farà cadere, non si sa  per quanto, il potere del Nuovo Ordine Mondiale.

Come descriveresti, invece, la musica su cui si regge la trama?
Siamo fondamentalmente un duo che suona progressive e metal, ma all’interno di un concept e di diverse storie, atmosfere mutevoli, situazioni, si è sviluppato un percorso quasi cinematografico che segue il flusso degli event descritti. Nello sviluppo delle varie storie, quindi, si delinea una sorta di colonna sonora. Il nostro sound è concepito come un insieme di vari generi e di varie influenze che hanno contraddistinto sicuramente il mio gusto musicale, ma anche quello di Davide, nel corso degli anni. Dall’ hard rock, il vecchio progressive, al metal nei vari suoi sottogeneri, alla musica cinematografica. Il tema è molto drammatico. È stato naturale, nei punti salienti, dare un’atmosfera più cupa, più profonda e claustrofobica, poiché queste atmosfere e tematiche sono parte integrante del mio gusto e del mio “sentire”.

Sarò sincero, quando ho ricevuto il promo, non conoscevo il gruppo, così, guardando la copertina ho pensato a una band estrema, qualcosa tipo i Melechesh. Ovviamente, dopo pochi secondi di ascolto, ho capito di aver preso un abbaglio. Ma come si inserisce la copertina all’interno del concept?
Nella copertina viene ritratto un soldato, i suoi tratti non sono chiaramente distinti, perché volevo rendere questo aspetto della intelligenza artificiale, del soldato e dell’uomo civile, fusi insieme. All’interno del concept, queste figure sono quasi indistinte, sono esclusivamente esecutrici di compiti. Quello che vedi, appunto, è la figura di un personaggio che compie una missione per conto del Nuovo Ordine Mondiale.

Avete intenzione di proporre il disco dal vivo appena sarà possibile?
La natura complessa del disco, la presenza di diversi vocalist, l’auspicabile utilizzo di video e effetti luce, sono elementi che contribuiscono a rendere complicata l’esecuzione dal vivo in questo momento… È molto più probabile, che l’attività live di questa band, per quanto mi riguarda, verrà intrapresa solo nel momento in cui realizzeremo il secondo disco. Dovranno esserci tutte le condizioni ideali, perché valga la pena intraprendere un discorso live ben organizzato. La situazione nei locali, le location in cui esibirsi, la formazione ideale da portare dal vivo in primis, sono punti essenziali. Non voglio lasciare nulla al caso!

Vexovoid – Deep space sounds

Nel 2017 “Call of the Starforger” dei Vexovoid fu una delle uscite più belle della scena italiana. Da tempo ormai il disco è del tutto esaurito, fortunatamente la Black Tears Label ha deciso ristamparlo, aggiungendo anche l’EP del 2014 “Heralds of the Stars”.

Ciao Mattia (batterista della band), direi di iniziare dalla stretta attualità: a chi è venuta l’idea di ristampare “Call of the Starforger”, il vostro primo full-length del 2017?
Ciao a tutti. Beh, “Call of the Starforger” era andato esaurito già da un bel po’ di tempo e dato che in seguito la ETN Records, l’etichetta che lo aveva pubblicato nel 2017, ha chiuso i battenti, non è più stato ristampato. La domanda c’è sempre stata, perché fan da più o meno tutto il mondo ci chiedevano nuove copie del disco, ma per ristamparlo aspettavamo il momento in cui ci saremmo mossi alla ricerca di una nuova etichetta, magari in vista del prossimo album. Poi il tempo è passato, il covid ha bloccato tutto rallentando ulteriormente i lavori e noi eravamo ancora lì senza un disco. Abbiamo tamponato un pochino con la pubblicazione dell’album in formato tape per la Reborn Through Tapes Records, anche quelle andate esaurite in poco tempo, finché quest’inverno non ci ha contattati Daniele di Black Tears Label che si è detto interessato a prendersi carico del disco e ripubblicarlo, quindi noi abbiamo colto volentieri la palla al balzo, così da dare una seconda vita a “Call of the Starforger”, ma soprattutto per accontentare tutti quei fan che continuavano a chiederci quando avremmo ristampato l’album.

Questa versione, al di là della presenza del vostro EP “Heralds of the Stars”, quali sostanziali differenze presenta?
Non ci sono grosse differenze, è lo stesso album del 2017, oltre al formato che sarà in digipack due ante, abbiamo solamente aggiunto quattro bonus track che erano le tracce che componevano “Heralds of the Stars”, l’EP del 2014 che il nostro chitarrista Leonardo ha remixato e rimasterizzato per l’occasione nel suo studio di registrazione.

Come è stata accolta dai più la notizia di questa ristampa? Avete notato un maggiore fermento, segno di un più grande interesse di pubblico e addetti ai lavori, rispetto a quando venne pubblicata la prima versione?
Ovviamente, quando l’album era uscito la prima volta c’era molta attenzione verso di noi, venivamo da un periodo di abbondante attività live, in un contesto in cui la scena thrash viveva ancora di ottima salute e in cui noi eravamo considerati la promettente novità, quindi è ovvio che l’hype che si era creato attorno all’uscita di “Call of the Starforger” nel 2017 era molto più alto. A distanza di quattro anni però, in cui l’album ha girato, è stato assimilato ed è andato esaurito, è diventato un po’ un piccolo cult nel genere, merito anche di riviste/webzine, sia italiane che estere, che lo hanno più volte citato fra le migliori uscite di quell’anno accanto a nomi di grande rilievo. Quindi la richiesta non è mai mancata e con questa ristampa si è rimesso in moto e sta nuovamente facendo parlare di se.

Soffermiamoci ora proprio su “Heralds of the Stars”, come mai avete deciso di inserirlo come bonus track e non ristamparlo singolarmente?
Bella domanda, in effetti avremmo potuto anche stamparlo singolarmente, sarebbe stato bello riaverlo sul banco del merch, ma non eravamo sicuri dell’interesse che ci fosse a riguardo. Quando è uscito “Heralds of the Stars”, nell’ormai lontano 2014, era poco più di una demo home-made per noi, da distribuire ai concerti per pochi spiccioli o per una birra offerta, ma in realtà ha riscosso un notevole interesse della gente, girando per molto nella scena su cd masterizzati e scarabocchiati, quasi fossimo tornati ai tempi del contrabbando di demotape piratati di band sconosciute haha. Quindi in realtà non abbiamo mai pensato ad una ristampa “ufficiale” di “Heralds of the Stars”, ma allo stesso tempo ci è sempre dispiaciuto abbandonarlo all’oblio del tempo. Quindi abbiamo deciso di inserirlo in questa versione di “CotS”, così da dare anche un qualcosa in più a chi acquisterà questa ristampa: vuoi il collezionista che aveva già la vecchia edizione, ma non aveva l’EP; vuoi il nostalgico che vuole riascoltarsi “The Great Slumberer” dopo anni con una resa audio migliore; o semplicemente quello che finora non è riuscito ad acquistare il disco, causa penuria di scorte, ma che ha continuato comunque ad aspettarci.

Ascoltando di seguito i brani delle due opere, quale sono le differenze che avvertite tra i vostri pezzi più recenti e quelli più datati?
L’EP essendo uscito nel 2014 è sempre stato un po’ acerbo, come è normale che sia nelle prime fasi di una band, ma non per questo è un’uscita di minor rilievo, fa comunque parte del nostro percorso di crescita quindi per noi è importante quanto gli ultimi lavori. Su “CotS” abbiamo sperimentato un po’ con sonorità più complesse, pur mantenendo la vena che c’era già anche in “HotS”.

Quando vi si descrive, i nomi che vengono fuori sono Voivod e Vektor. Dopo tutti questi anni il paragone vi lusinga ancora o vi inizia a pesare perché preferireste che venisse riconosciuta la vostra identità artistica?
E’ sempre un onore incredibile essere accomunati alle nostre band preferite, quelle che maggiormente ci hanno dato l’ispirazione fondamentale per iniziare questo progetto. Quindi siamo sempre lusingati da tali paragoni, anche se non nascondiamo che vorremmo trovare la nostra dimensione artistica pur mantenendo salda questa ispirazione primordiale. Stiamo infatti lavorando per trovare un sound più nostro ma che affondi sempre le radici in quello che ci ha fatto nascere come band.

Da questo punto di vista, avete già dei nuovi brani e in che direzione vi state muovendo?
Siamo già avanti con la stesura di un nuovo disco e la maggior parte dei pezzi è stata scritta. Ci stiamo comunque prendendo il tempo necessario per non lasciare nessun dettaglio al caso e curare tutto al massimo del nostro potenziale, sia per quanto riguarda la musica quanto per amalgamare al meglio tutte le nostre influenze, che sono sempre state diverse da un membro ad un altro. Ma in fondo è questa amalgama che poi tira fuori il mix giusto per creare qualcosa di unico. Purtroppo c’è da dire anche che le tempistiche si sono ulteriormente allungate anche a causa delle limitazioni imposte dall’emergenza covid e dal fatto che ognuno di noi abita molto distante dall’altro, anche in regioni diverse

Qual è la componente del vostro sound che, al di là della vostra evoluzione, vorreste mantenere intatta nel tempo?
Sicuramente quella vena alla Vektor/Voivod. E’ stata la scintilla che ha acceso il fuoco, quindi ci sentiamo di mantenerla sempre presente nella nostra formula. Nonostante l’evoluzione che abbiamo avuto negli anni dopo “CotS”, manterremo sicuramente questo elemento intatto il più possibile anche se mescolato a stili diversi, in modo da renderlo sempre fresco e personale.

A seguito della pubblicazione della ristampa andrete in tour – condizioni sanitarie permettendo – o preferite rimandare a quando avrete fuori del materiale nuovo?
Sicuramente se la situazione covid lo permetterà faremo delle date per supportare la ristampa di “CotS”, ma comunque vogliamo concentrarci molto per finire il nuovo album, che, come dicevamo, a causa della distanza tra i membri della band e le varie limitazioni è rimasto in stand-by per diverso tempo. Ma appena il nuovo disco vedrà la luce, ci butteremo a capofitto sul fronte live.

Mess Excess – Musica da un altro mondo

Ospiti di Mirella Catena ad Overthewall, i Mess Excess, autori dell’album “From Another World Part 2” (Qua’Rock Records)…

Vi chiedo subito le origini della band, come nasce e avete iniziato da subito a fare musica inedita?
La band nasce a fine 2009 e per circa due anni e mezzo fu dedita solo all’esecuzione di cover di vari generi con l’intento di affinare l’intesa musicale e di trovare la giusta line-up. Raggiunto l’obiettivo decidemmo di imbarcarci nell’attuale progetto di musica inedita progressive, sia nella declinazione rock che metal.

Quali sono le vostre esperienze musicali precedenti a questo progetto musicale?
Abbiamo storie molto differenti, ciascuno di noi ha maturato il proprio background in base alle proprie esperienze personali. Abbiamo tutti alle spalle esperienze molto eterogenee in band e situazioni anche lontanissime. Questo caleidoscopio di influenze è la nostra ricchezza.

Da chi è formata la line up attuale?
L’attuale line-up, ormai stabile da oltre un anno, è costituita da Martina Barreca (Voce solista principale), Helene Costa (Seconda voce e Cori), Lorenzo Meoni (Chitarra), Fulvio Carraro (Tastiera), Andrea Giarracco (Basso) e Michel Agostini (Batteria).

Come definireste il vostro genere musicale e cosa portate di nuovo alla musica underground?
Come già accennato il nostro genere musicale è il progressive concepito a 360°, quindi sia in ambito rock che metal. L’ascoltatore attento potrà trovare nella nostra musica riferimenti evidenti ai grandi maestri del rock progressivo di fine anni ‘60-primi ‘70 come King Crimson, Yes, Rush, Genesis, Pink Floyd ecc… sia alle prime band che sdoganarono il genere in ambito metal negli anni ‘80 come Queensryche, Fates Warning, Dream Theater ecc… In quanto all’elemento innovativo lo possiamo trovare sicuramente nella voce femminile che nel genere è del tutto inusuale. Decidemmo di percorrere questa strada proprio per cercare un elemento distintivo tant’è che successivamente affiancammo alla voce solista un’altra voce femminile, principalmente dedita ai cori, che andasse a cucire, insieme alla voce principale, le trame vocali delle nostre composizioni caratterizzate da intrecci armonici che rappresentano il nostro marchio di fabbrica. Tanto per chiarire non abbiamo nulla a che vedere con le female-fronted band gothic metal che rappresentano il principale ambito in cui operano le voci femminili.

“From Another World Part 2” è il vostro nuovo concept pubblicato nel 2020 ed ha una continuità dell’album precedente. Come mai la scelta di pubblicarli in tempi diversi e non fare un doppio album?
“From Another World” è un concept che si estrinseca in due capitoli, appunto la parte 1 e la parte 2, perché sia la storia narrata che la musica che la descrive sono troppo estese per essere contenute in un solo album. Un album unico di quasi 100 minuti, con le tendenze contemporanee, se lo possono permettere solo le band affermate, pertanto decidemmo di comune accordo con la ns. etichetta, la Qua’Rock Records, di dividere il lavoro in due capitoli per facilitarne la fruizione ed anche per creare un po’ di suspense… il primo capitolo si chiude con un cellulare che squilla, lasciando del tutto irrisolte le trame del concept.

Parliamo del concept. Quali sono i temi che affrontate?
“From Another World” è un concept che trae origine dal contesto socio-politico mondiale del periodo in cui è stato scritto, cioè il 2015, per narrare la storia di un insegnante trentacinquenne americano di origine russa che un giorno, per caso, scopre dell’uccisione di un vecchio compagno di università tramite un notiziario televisivo. L’amico viene descritto come un terrorista, cosa che ai suoi occhi è del tutto inverosimile, i dubbi assalgono il protagonista che inizia a dubitare e decide di indagare per conto proprio sulla vicenda. La storia trova il suo sviluppo nell’eterna dicotomia interiore che affligge il protagonista: da una parte la ricerca della verità dettata dal dubbio sulla versione ufficiale e dall’altra la necessità culturale di non mettere in dubbio la reputazione del proprio paese. Quale delle due prevarrà?

Ho letto che la pubblicazione della seconda parte era prevista già nel 2018, come mai è slittata al 2020, anno difficile soprattutto per le promozioni dal vivo…
Purtroppo abbiamo attraversato un periodo caratterizzato da gravi problemi personali che hanno messo a dura prova la continuità del progetto musicale. Siamo ancora qui, più forti e determinati di prima.

Siete già a lavoro su qualcosa di nuovo?
Non possiamo anticipare granché in merito, di sicuro qualcosa sta bollendo in pentola, l’arrivo dei due nuovi membri che sono con noi da oltre un anno (Martina Barreca e Lorenzo Meoni) ha portato tanti elementi di novità anche a livello compositivo, quindi non vediamo l’ora di poterli condividere con voi. Continuate a seguirci e vedrete…

La riapertura dei locali, quelli che hanno fieramente resistito, vi daranno la possibilità di promuovere il disco dal vivo. Ci sono date imminenti?
Il nostro management è al lavoro in questo senso, ma fino a quando non ci saranno regole certe in merito alla situazione attuale è difficile fare programmi. Speriamo che molto presto ci possano essere novità, non vediamo l’ora di risalire sul palco.

Date dei riferimenti per i nostri ascoltatori per seguirvi sul web?
Potete seguirci sulla nostra pagina Facebook https://www.facebook.com/messexcess/ ci trovare sulle principale piattaforme musicali e per chi volesse i nostri CD è sufficiente che ci contatti tramite FB Messenger sulla pagina, se date un’occhiata ci sono interessanti offerte e pacchetti esclusivi.

Grazie di essere intervenuti, vi saluto e vi lascio l’ultima parola…
Grazie a tutti per l’interesse e l’ospitalità, speriamo di vederci presto ad un nostro concerto!!!

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 21 Giugno 2021

Benthos – Essenza cartesiana

Il 23 aprile l’etichetta americana Eclipse Records rilascerà “II”, il nuovo album dei Benthos. I due singoli – “Cartesio” e “Debris // Essence” – che hanno anticipato il disco, avranno sicuramente acceso le fantasie degli amanti del prog più sofisticato: “II”, statene certi, renderà quelle fantasie realtà…

Benvenuto Gabriele (Papagni), e complimenti per “II”, un disco dal titolo semplice, ma che poi all’ascolto semplice non è. Tutta l’opera, mi par di capire, si regge su dei contrasti: vita\morte, intuito\razionalità, finito\infinito. Dalla quiete non nasce nulla?
Ciao! Ti ringraziamo innanzitutto per i complimenti. Nel disco vengono affrontati vari aspetti del dualismo, è un continuo flusso di emotività. Come potrai aver sentito, molte sezioni presentano sonorità molto dilatate ed atmosferiche in contrasto con il lato più aggressivo dei Benthos, proprio per dare un climax alla quiete.

Come vengono fuori i vostri brani, ci sono delle sane litigate tra voi o l’intesa nasce in modo immediato e spontaneo?
Il bello di questo progetto è che nonostante veniamo da background musicali diversi, troviamo sempre il nostro punto d’incontro!

Da un punto di vista più pratico, il disco è nato durante la pandemia? Questo in qualche modo vi ha limitato in fase di registrazione?
Siamo riusciti fortunatamente a registrare le tracce di batteria poco prima della prima quarantena. Durante il lockdown, chitarre e bassi sono stati registrati in casa con una semplice scheda audio e una volta ritornati in “zona gialla”, siamo riusciti a incidere in studio le tracce mancanti di voce, mixing e mastering.

Inutile negare che per voi la tecnica ricopre un ruolo fondamentale, ma quanto è importante? Sacrifichereste mai il feeling sull’altare della tecnica?
In tutta onestà, noi facciamo quello che il nostro cervello ci dice in base a quello che riescono a fare le mani. Se mi chiedi di sacrificare il feeling sull’altare della tecnica la risposta è no, credo che ognuno di noi preferisca una nota piazzata al posto giusto, nel momento giusto, che suoni da Dio, piuttosto che una valanga di note, ma sono assolutamente gusti e non critichiamo chi lo fa.

Avete tirato fuori due singoli dal disco, se non erro ne è in arrivo un terzo. Il singolo per antonomasia dovrebbe essere un brano dalla presa immediata, caratteristica che la vostra musica, ben più cerebrale, non ha. Come riuscite a far convivere le vostre esigenze artistiche con quelle del mercato?
Diciamo che noi continueremo a fare quello che ci piace, indipendentemente da ciò che richiede il mercato. Sicuramente per i singoli abbiamo utilizzato le canzoni più catchy costruite su un songwriting più diretto.

Come lo immaginate il vostro ascoltatore tipo?
Un pazzo sicuramente.

Il vostro ambito di riferimento è l’Italia o guardate al resto del mondo? Non mi sembra che il nostro Paese sia particolarmente ricettivo nei confronti di certe sonorità?
Ti dirò, io ho visto una bella svolta negli ultimi anni! Certo per un discorso socio-culturale, il progressive metal non è il genere numero uno in Italia, nonostante la vecchia scena degli anni 70 abbia avuto un forte impatto. In ogni caso noi ci proponiamo a chiunque!

Da questo punto di vista, poter contare su un’etichetta americana può essere un vantaggio?
Non è detto, dipende molto dalla persona che trovi e da come ti aiuta ad emergere.

Attualmente siete concentrati sulla scrittura del nuovo album o vi state preparando in previsione di un’insperata riapertura dell’attività live?
Abbiamo in ballo molte cose, live che non sappiamo ancora se andranno in porto e un album in lavorazione che sta prendendo sempre più forma!

Evergrey – The escape and the rebirth

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

Avevamo lasciato gli Evergrey circa due anni fa con il raffinato e rabbioso “The Atlantic”, che sigillava il termine di una trilogia iniziata con “Hymns For The Broken”. Oggi li ritroviamo con il nuovo “Escape Of The Phoenix” (AFM Records), costruito sempre con brani di gran classe, ma allo stesso tempo più spontanei e “liberi” dalla narrazione di un concept album. Del resto la band, ci ha sempre abituati ad un progressive metal fatto con il cuore e l’anima e non basato sul tecnicismo. Ne abbiamo parlato con Jonas Ekdahl, il batterista della band.

“Escape of the Phoenix” è stato scritto e registrato durante il lockdown del 2020 e arriva dopo i tre album di una “trilogia concettuale”, che si è conclusa con “The Atlantic” del 2019. Personalmente ho notato che nelle ultime uscite c’è tutto ciò che i fan della band si aspettano dagli Evergrey: riff thrash, un’atmosfera oscura e malinconica, assoli veloci, incursioni occasionali al prog e molto ritmo. Ti siamo davvero molto grati di aver creato musica così brillante ultimamente, ma cosa possiamo aspettarci di nuovo dall’ultimo album?
In effetti il nuovo album ha tutte le cose che gli Evergrey rappresentano adesso, che hai appena sottolineato. Il fatto è che l’unica cosa su cui ci concentriamo quando si tratta di scrivere e registrare un nuovo album è che vogliamo che la prossima canzone sia sempre migliore dell’ultima. Vogliamo progredire come musicisti, cantautori e produttori. Dal momento in cui non siamo stati più legati ad un storia unica, in questo album siamo stati più liberi e in un certo senso ci è stato possibile inserire espressioni differenti.

Pensi che fermarsi nell’attività dei live show per così tanto tempo, rispetto alla consuetudine, e di dedicare più tempo alla scrittura delle canzoni sia stato rilevante per la qualità delle canzoni di “Escape of the Phoenix”? Pensi che in un altro momento storico questo album avrebbe suonato in maniera differente e avrebbe trattato argomenti diversi? Posso sentire in canzoni come “In Absence of Sun” o “Eternal Nocturnal” la reale mancanza di luci o il calore che puoi ricevere dalle persone in un concerto o in un incontro.
Il fatto che siamo stati in grado di dedicare tutto il tempo per scrivere musica invece di suonare in spettacoli e in tournée è stato molto bello, almeno dal punto di vista della scrittura. Ma non credo che l’album sarebbe stato diverso se avessimo avuto meno tempo per scriverlo. Ci spingiamo sempre al limite per ogni album per renderlo il migliore possibile, non importa quale sia il lasso di tempo.

La fenice è l’uccello longevo che ciclicamente si rigenera e rinasce dalle sue ceneri. Cosa rappresenta per te la “Fuga della Fenice”? Sembra che sia così difficile ora rinascere dal nostro dolore e dai nostri errori. Il concetto per il titolo vuole trasmettere qualcosa senza speranza oppure altro? Questo periodo ci porta il buio ma stiamo cercando la luce, una resurrezione.
“La Fuga della Fenice” rappresenta la liberazione dai vecchi schemi, da qualcosa che ti ha influenzato negativamente per molto tempo e dirigerti invece verso qualcosa di positivo. Puoi sicuramente adattarlo a tutto ciò che sta accadendo nel mondo in questo momento, ma non ha nulla a che fare con la pandemia.

Ogni album ha le potenziali hit che poi diventano canzoni classiche da suonare dal vivo. So che non possiamo pianificare quando vedervi di nuovo sul palco, ma quali canzoni avremo sicuramente il piacere di vedere in una futura scaletta? I singoli ovviamente e poi?
Sì, credo tutti i single. Oltre a questi, voglio davvero suonare “Stories” dal vivo, penso che sarà una grande canzone dal vivo. “In the Absence of Sun”, ‘A Dandelion Cipher” e “Escape of the Phoenix” sono anche sulla mia personale lista di canzoni da suonare live.

La canzone “The Beholder” con Tom che canta in duetto con James LaBrie è uno dei momenti più impressionanti dell’album. I Dream Theater hanno avuto un’influenza molto importante nel sound degli Evergrey e sappiamo che la collaborazione nasce naturalmente con una richiesta via e-mail. Questa canzone è stata scritta pensando a questo duetto o successivamente aver contattato James? Cosa ne pensi delle ultime uscite di DT e LeBrie, non sono più la stessa band che vi ha ispirato?
La musica è stata scritta prima che avessimo in mente la collaborazione con lui, i testi e le melodie sono stati in parte scritti prima, in parte dopo. Proprio come tante band, noi compresi, anche i Dream Theater si sono progrediti e hanno sviluppato il loro suono nel corso degli anni. Personalmente penso che si siano concentrati maggiormente sul loro lato tecnico, un po’ troppo per i miei gusti. I miei album preferiti dei DT sono “Awake” e “Falling into Infinity”. Il loro ultimo album ha però alcune canzoni piuttosto interessanti. Sono ancora una grande band e sono ancora i re del progressive metal.

Essendo un fan di lunga data della band, ricordo il momento difficile per gli Evergrey dopo l’uscita di “Glorious Collision”. Alla rottura con i soci fondatori, Tom è rimasto solo ed i risultati non sono stati molto entusiasmanti. Per fortuna è arrivato “Hymn for The Broken” e da quel momento… avete concepito solo capolavori. Cosa è successo in quel periodo? Cosa ha tenuto in vita la band?
Da quello che ricordo, Tom (e per non dimenticare Rikard, che anche lui era ancora nella band durante questo periodo) stava pensando di fermarsi con gli Evergrey dopo “Glorious”. Ma avevano già firmato per un altro album con l’etichetta. Quando io e Henrik ci siamo riuniti (prima come session) abbiamo scoperto che noi quattro eravamo maturati dalla separazione l’uno dagli altri e c’era un altro tipo di rispetto reciproco. L’energia era molto diversa e questo ha reso tutti entusiasti. Ci siamo resi conto che ci mancava suonare insieme e anche scrivere insieme. Quindi abbiamo ripreso tutto, lentamente ma costantemente, da lì. Quindi “Hymns ..” era una specie di test per vedere se potevamo fare un album insieme o no, volevamo provarlo e vedere se l’alchimia c’era ed evitare di finire dove eravamo dopo l’album “Torn” .

Parliamo di un meraviglioso album adesso che è “In Search of Truth”. Questo ragazzo compie 20 anni quest’anno. Speriamo in un tour per il suo anniversario, se questo sarà possibile. Che cosa ne pensi? Potrà mai succedere? Quali canzoni ti piacciono di più di questo album?
È un album fantastico e un classico degli Evergrey. Ho avuto la fortuna di iniziare a lavorare con la band come tecnico della batteria / tecnico / addetto al merch, proprio nel periodo di uscita dell’album. Tuttavia, non credo che ci sarà un tour per l’anniversario. Quando il mondo aprirà di nuovo le sue porte, la priorità è andare in tour il più possibile con “Escape of the Phoenix” per rendere giustizia a quest’album. In “In Search ..” le mie canzoni preferite sono “Watching the Skies”, “Mark of the Triangle” e “Dark Waters”.

“A Night to Remember”, il DVD e album live, è stato pubblicato nel 2005 ed è un perfetto manifesto di ciò che stavate suonando in quel periodo. Dopo molti album usciti in seguito, con molti nuovi classici aggiunti nei live degli Evergrey, non pensi che sia ora di pubblicare un altro album dal vivo?
Sì, un nuovo DVD sarebbe carino da fare. Da allora abbiamo pubblicato molti album. Dobbiamo però trovare il momento giusto per farlo. Alla fine accadrà, ne sono sicuro.

Quando ascolto la vostra musica mi sento bene con me stesso. Posso raggiungere ogni posto, specialmente i paesi esotici sull’oceano, immagino perché Tom ne parla spesso, guardando il mare dal suo balcone a Stoccolma o da qualche spiaggia della Thailandia. Quale paese ti piace visitare di più quando sei in tour e perché?
Io amo l’Italia. Io e mia moglie andiamo a Milano in vacanza o per un fine settimana il più spesso possibile. L’atmosfera è così bella lì e, naturalmente, il vino e il cibo. Altri paesi che amo sono anche la Spagna, il Brasile e il Canada.

Siamo alla fine, hai qualcosa che vorresti dire ai fan italiani?
Ciao a tutti! DaTe un’occhiata al nostro nuovo album “Escape of the Phoenix”, è già uscito ovunque. E grazie per aver dedicato del tempo a leggere questa intervista. Spero di vedervi presto in Italia. Arrivederci!

We left Evergrey about two years ago with the refined and angry “The Atlantic”, which has finished the end of a trilogy that began with “Hymns For The Broken”. Today we find them with the new “Escape Of The Phoenix” (AFM Records), always built with high-class songs, but at the same time more spontaneous and “free” from the narration of a concept album. After all, the band has always accustomed us to a progressive metal made with heart and soul and not based on technicality. We talked about it with Jonas Ekdahl, the drummer of the band.

“Escape of the Phoenix” has been written and recorded during the 2020 lockdown and it come after the three albums of a ‘conceptual trilogy,’ which concluded with 2019’s “The Atlantic”. Personally I noticed that in the last releases there is everything the band’s fans have come to expect from Evergrey: thrash riffing, dark and melancholic atmosphere, speed soloing, the occasional foray into prog, and plenty of up-tempo playing. We are very grateful to you to create such brilliant music, but what we can expect of new from the last album?
It has all the things that Evergrey represents, that you just pointed out. The thing is that the only thing we are focused on when it comes to writing and recording a new album is that we want that the next song should be better than the last one. We just want to progress as musicians, songwriters and producers. Since we haven’t been tied to a concept on this album, it has felt a bit more free for different expressions in a way.

Do you think the stop of gigging as much time as usual and to dedicate more time to the songwriting has been relevant for the quality of “Escape of the Phoenix” songs? Do you think in another historical moment this album had would sound different and it would speak about different topics? I can feel in songs such “In Absence of Sun” or “Eternal Nocturnal” the real lack of the lights or the warm that you can receive from people in a gig or in a meet.
The fact that we’ve been able to put all the time on writing music instead of playing show and touring has been very nice, at least from a songwriting perspective. But I don’t think the album would sound different if we’d have less time to write it either. We push ourselves to the limit for every album to make it as good as we possibly can make it, no matter what the time frame is.

The Phoenix is the long-lived bird that cyclically regenerates and born again from her ashes. What’s represent the “Escape of the Phoenix” for you? It seems it’s so much difficult now to reborn from our pain and our mistakes. it’s like something without hopes or other? This period brings us the dark but we are searching the light, a resurrection.
“Escape of the Phoenix” represents breaking free from old patterns, from something that has affected you negatively for a long time and head towards something positive instead. You can surely fit this in with everything that’s going on in the world right now, but it has nothing to do with the pandemic at all.

Every album has potential hits and they become classic songs to play live. I know we can’t plan when to see you guys on stage again, but which songs for sure we will have pleasure to see in a future setlist? The singles of course and then?
Yes I’m guessing the singles. Besides them, I really want to play ‘Stories’ live, I think it will make a great live song. ‘ “In the Absence of Sun”, ‘A Dandelion Cipher” and “Escape of the Phoenix” is on my live setlist as well.

The song “The Beholder” with Tom singing a duet with James LaBrie is one of the most impressive moment of the album. Dream Theatre has been a very important influence in the Evergrey sound and we know the collaboration is born naturally with an email request. Is this song been written thinking about this duet or after? What do you think about latest DT and LeBrie releases, are they not anymore the same band that inspired you?
The music is written before we had the collaboration in mind, the lyrics and melodies were partly written before, partly after. Just as so many bands, us included, Dream Theater has progressed and developed their sound over the years. Personally I think they have put more focus on their technical side a bit too much for my taste. My favorite DT albums are “Awake” and “Falling into Infinity”. Their latest album has some pretty cool songs though. They’re still a great band, and they’re still the kings of progressive metal.

Being a long-time supporter of the band, I remember the difficult time for Evergrey following the release of “Glorious Collision”. The split with the founding members, Tom was left alone and the results were not very enthusiastic. Luckily, “Hymn for The Broken” arrived and from that moment… only masterpieces. What happened during that time? What kept the band alive?
From what I recall, Tom (and not to forget Rikard, who also was still in the band during this time) were talking about putting the band to rest after “Glorious”. But they had already signed for one more album with the label. When me and Henrik re-joined, (first as session players) we discovered that the four of us had matured on our own, from being apart from each other and there was another kind of respect for each other than before we split. The energy was way different, and that made everyone excited. We realized that we had been missing playing together and also writing together. So we took everything, slowly but steady, from there. So “Hymns..” was kind of a test to see whether we could do an album together or not, we wanted to try it out and see if the chemistry was there and to avoid ending up where we were after the “Torn” album.

Let’s talk about a wonderful album is “In Search of Truth”. This boy is turning 20 years old this year. We are hoping for an anniversary tour, if it can be possible. What do you think about? Can it be possible? And which songs you like more of this album?
It’s a great- and a classic Evergrey album. I was lucky enough to start working with the band as a drum tech/ backline tech/ merch guy, just around the release of the album. I don’t think there will be an anniversary tour though. When the world opens up the priority is to tour as much as we can on ‘Escape of the phoenix’ to make that album justice. On “In Search..” my favorite songs are “Watching the Skies”, “Mark of the Triangle” and “Dark Waters”.

“A Night to Remember”, the DVD and live album, has been released in 2005 and it’s a perfect manifesto of what you were playing in that time. After many albums later, with many new songs added as classic Evergrey’s songs, don’t you think it’s time to release another live album with the last releases songs?
Yeah, a new dvd would be nice to do. We’ve released a lot of album since then. We have to find the right time for it though. It will happen eventually, I’m sure.

When I listen to your music I feel good with myself. I can reach every places, especially exotic countries with the ocean, I guess cause Tom talk about this often, watching the sea from his balcony in Stockholm or from some Thailand beach. Which country do you like to visit more when you are touring and why?
I love Italy. Me and my wife go to Milano on vacations or for a weekend as often as we can. The atmosphere is just so nice there, and of course, the wine and food. Another country I also love Spain, Brazil and Canada.

In the end, anything you’d like to say to the Italian fans?
Ciao tutti! Make sure to check out our new album “Escape of the Phoenix”, it’s out everywhere by now. And thanks for spending time reading this interview. Hope to see you in Italy soon. Arrivederci!

Odd Dimension – L’alba blu

Tra le realtà dormienti del panorama musicale italico, spiccava il nome degli Odd Dimension, autori di “The Last Embrace to Humanity” più di un lustro fa e poi spariti dai radar. Ora, anche se con una formazione diversa, gli Odd Dimesnion sono nuovamente fra noi con “The Blue Dawn” (Scarlet Records). A parlarcene sono Gigi Andreone e Gianmaria Saddi, rispettivamente basso e chitarra dei piemontesi.

Ciao ragazzi, sette anni in ambito musicale sono un’eternità, credete che “The Blue Dawn” sia per voi una sorta di inizio da zero, o quasi, o comunque riallacciare il discorso interrotto sia tutto sommato abbastanza semplice?
Gigi Andreone: ciao e grazie per questo spazio che ci state concedendo! E’ vero sono sette anni ma sono passati in un baleno, poiché singolarmente non ci siamo mai fermati, abbiamo avuto modo di lavorare ad altri progetti ed ampliare il nostro orizzonte musicale e creativo (per quanto mi riguarda ad esempio con A Perfect Day, Kings of Broadway, Sweet Oblivion Band ed altri…), sempre coltivando nella mente come avrebbe dovuto essere la versione 2.0 del nostro primo amore, la “nostra” band Odd Dimension. Quindi il discorso non si è mai interrotto, semplicemente dopo l’uscita dalla band di Manuel Candiotto (voce) e Federico Pennazzato (batteria) per dedicarsi ai propri progetti di vita abbiamo con Gianmaria e Gabriele sempre tenuto vivo il percorso compositivo che per noi è corale, pensando a come ricostruire e rendere più matura la nostra band, in sinergia con il nostro modo di concepire la musica, arricchendolo con le nostre esperienze di vita che nel frattempo sono state molte ed intense. E’ stato un percorso difficile ma stimolante ed ha accelerato la sua corsa con l’arrivo di Marco Lazzarini alla batteria  (Secret Sphere, Hell in the Club ed altri) ed infine Jan Manenti alla voce (The Unity) che ha completato perfettamente l’idea che avevamo di crescita sonora e stilistica della band.

Qual è l’elemento di connessione tra “The Last Embrace to Humanity” e “The Blue Dawn”, la casella di partenza di questa nuova fase della vostra carriera?
Gianmaria Saddi: come ha appena detto Gigi non abbiamo mai smesso di comporre e di lavorare sul materiale nuovo. Alcuni riff e idee del nostro ultimo lavoro risalgono ai tempi di “The Last Embrace to Humanity”, poi ovviamente sono stati ri-arrangiati, rielaborati o totalmente stravolti quindi direi che è stato un processo continuo, una continua evoluzione compositiva musicale. In merito all’elemento di connessione tra i due album direi che si può racchiudere nella ricerca della melodia e dell’essenzialità, pur sempre trasmettendo quell’emozione che proviamo. Siamo quindi partiti dal “togliere” o almeno ridurre ed eliminare tutto ciò che ci sembrava superfluo. Mi sto anche riferendo al fatto delle partiture, le sovra incisioni delle differenti parti musicali sono state ridotte in modo tale da non snaturare quello che esprimiamo quando siamo insieme a suonare in sala.

A rendere il tutto più difficile è intervenuta anche la pandemia, quanto ha influito sul vostro ultimo lavoro?
Gigi Andreone: l’album era praticamente pronto all’arrivo della data che di fatto ha cambiato le nostre vite e che sono abbastanza certo determinerà uno spartiacque indelebile nella storia anche del settore musicale. Abbiamo dopo l’iniziale disorientamento riprendere a lavorare da remoto a mix, mastering, artwork e preparazione dell’uscita con l’etichetta, quindi compositivamente non traspare questo ultimo anno. Speriamo di tornare presto alle nostre passioni ed alla nostra vera dimensione naturale, il live.

Uno degli aspetti che salta subito all’orecchio è la nuova voce, quella di Jan Manenti, chiamato a sostituire Manuel Candiotto. Come siete entrati in contatto con il nuovo arrivato?
Gianmaria Saddi: la voce di Jan non passa sicuramente inosservata, infatti artisticamente lo conoscevamo già ed avevamo avuto modo di ascoltarlo nelle sue varie situazioni musicali. Per la direzione musicale che stavamo prendendo, avevamo bisogno di una voce come la sua. Jan è dotato di un gran gusto musicale, di una timbrica e di un’estensione vocale a mio avviso incredibile. Il suo arrivo ha dato equilibrio e nuova spinta a tutta la band. Ricordo ancora quando abbiamo preso contatto, prima telefonicamente e poi di persona davanti ad una birra, abbiamo finalmente avuto modo di conoscerci e confrontarci personalmente scambiando le rispettive visioni musicali. Fin dai primi provini sui cui lavorammo insieme, capimmo di aver intrapreso la strada giusta!

La presenza di una nuova voce ha modificato il vostro modo di lavorare e di costruire un brano?
Gigi Andreone: come anticipato il feeling musicale con Jan è stato immediato, ha interpretato alla perfezione il concept che c’era dietro alla stesura dei testi che come per i precedenti album ho seguito personalmente, quindi tutto è stato fluido e spontaneo e credo la cosa si rifletta nella stesura delle linee e quanto percepito dall’ascoltatore.

Jan proviene da una realtà ormai consolidata a livello internazionale come i The Unity, però non è l’unico elemento prestigioso che compare sull’album, in veste di ospiti troviamo Derek Sherinian ex  Dream Theater e Roberto Tiranti: come è stato lavorare con loro?
Gianmaria Saddi: lavorare con Roberto è stato molto semplice perché quando si ha a che fare con un professionista come lui, tutto risulta più semplice. Roberto è un artista che ha la capacità di impreziosire tutto ciò su cui mette mano. Gli abbiamo fornito il demo con qualche bozza dandogli carta bianca, il risultato è stato, come da previsione, eccellente, ha tirato fuori una bellissima parte vocale riuscendo ad entrare perfettamente in sintonia con la canzone, fantastico! Per quanto riguarda Derek Sherinian, non mi sembra ancora vero… voglio dire, è uno dei musicisti che più stimo e che più mi hanno influenzato musicalmente e posso ascoltarlo sulla title track del nostro ultimo disco, non posso che essere ancora più fiero ed orgoglioso del lavoro fatto. Tornando alla tua domanda, abbiamo contattato Derek per proporgli un intervento solistico su “The Blue Dawn”, la parte da noi scelta faceva proprio al caso suo, anche mentre la stavamo componendo pensavamo proprio che in quel punto ci volesse qualcosa  suonata “alla Sherinian”… quindi quando Derek ascoltò tutta la canzone per darci una sua prima impressione, la sua risposta spiazzò tutti noi: ci disse che avrebbe registrato il solo, ma con la richiesta di poter suonare tutto il brano in quanto gli piaceva. Ovviamente se Mr. Sherinian, il Caligola delle tastiere, ti chiede di suonare tutto il brano bisogna accontentarlo. Sentirlo suonare con noi, poterne apprezzare le singole tracce, il suo inconfondibile suono.. per me ma penso di parlare per tutti, è come se si fosse avverato un sogno!

Derek ha contribuito alla creazione di uno degli album dei Dream Theater che io amo di più e comunque ha vissuto la stagione di maggiore popolarità del progressive metal a bordo della “nave” più importante. Oggi mi pare che ci sia meno interesse nei confronti di queste sonorità: è così o è solo una mia impressione?
Gigi Andreone: anch’io amo molto “Falling into Infinity”, è coevo ai nostri primi passi come musicisti, è stato davvero emozionante ascoltare quel suono inconfondibile sul nostro brano. Credo che come tutti i generi musicali anche il progressive metal ha avuto la sua età dell’oro in quegli anni ma non è sicuramente morto anzi è ricco di appassionati e proprio per la sua fluidità si presta senza pregiudizi a contaminazioni e riletture, lo ritengo un genere “colto” quindi meno soggetto a transizioni modaiole. Per questo credo rimarrà sempre attivo trasformandosi.

Quanto il prog conserva ancora del sua vena sperimentale e quanto invece ormai è diventato un genere schiavo dei propri schemi stilistici?
Gianmaria Saddi: penso che il prog nelle sue forme rock e più heavy conservi ancora la sua vena sperimentale, tutt’oggi è un genere in continua evoluzione con tante contaminazioni. Ammetto che ci sono molti cliché e schemi che quando si ascoltano portano subito l’ascoltatore ad incasellare una determinata band a questo genere musicale. Molte band, anche blasonate, sono rimaste schiave degli schemi da te citati e questo, mio parere personale, annoia un po’. Apprezzo molto le formazioni che hanno una propria identità dal punto di vista del sound, dell’ attitudine, ma che sanno esplorare generi magari distanti fra loro, facendoli propri, reinterpretandoli, sentire e apprezzare il percorso musicale fatto fino a quel punto.   

Torniamo a “The Blue Dawn”, quali sono i temi trattati nei testi?
Gigi Andreone: si tratta di un concept album fantascientifico che narra del viaggio interplanetario di Marcus ed Eloise, che hanno il compito per il loro popolo di trovare nuovi mondi da colonizzare per estrarre le materie prime necessarie alla loro sopravvivenza. In questo viaggio incontrano nemici, affrontano varie peripezie, creano esseri per avere un supporto alla loro missione, insomma affrontano molte difficoltà fino a giungere su un pianeta strano, blu, ricco di risorse, da qui la storia prende una piega diversa rispetto al previsto che scoprirete leggendo i testi dell’album.

Dal vivo, quando sarà possibile, riproporrete i nuovi brani in modo fedele alla versione su disco o li ri-arrangerete? Idem per i brani più vecchi, ci lavorerete su per armonizzarli al nuovo materiale?
Gianmaria Saddi: come tutti, ci auguriamo di poter tornare sui palchi appena sarà possibile. Non vediamo l’ora di portare dal vivo il nuovo disco. I brani rispecchieranno la versione su disco, ovviamente ci sarà qualche piccolo arrangiamento che verrà fatto in funzione dell’occasione, ma in linea di massima quello che ascolterete dal vivo sarà il più possibile fedele al disco. Come anticipavo prima, abbiamo composto e prodotto il nuovo album mantenendo le partiture e le atmosfere composte e suonate in sala prove, riducendo di molto lavori di post produzione. Per quanto riguarda le canzoni dei primi due album, pensiamo di proporne dal vivo alcune e la voce di Jan, già di per sé, porterà un cambio di sonorità, ma anche noi come musicisti, a seguito del nostro percorso musicale, porteremo alcuni cambiamenti sull’ arrangiamento e sull’esecuzione senza stravolgere però totalmente la canzone. Vi aspettiamo sotto il palco!

Pentesilea Road – La città invisibile

Chi fa da sé fa per tre, e qualche volta realizza anche i propri sogni, come nel caso di Vito F. Mainolfi. Il musicista italiano, ma di base in Olanda, in un solo colpo è riuscito nell’impresa di pubblicare l’ottimo esordio omonimo dei suoi Pentesilea Road e di collaborare per la realizzazione dello stesso con alcuni dei suoi idoli…

Ciao Vito, i Pentesilea Road nascono come solo project nel 2014. All’epoca fu una soluzione voluta o fu una scelta figlia delle circostanze che non ti portarono ad individuare degli artisti con cui formare una vera e propria band?
Ciao Giuseppe e grazie per l’ospitalità. Effettivamente si, ho viaggiato molto negli ultimi anni, per questo motivo trovare una band vera è stato sempre complicato. Ho suonato in varie band in Italia, Olanda e UK, ma essendo stato costretto a spostarmi per ragioni di lavoro, ho dovuto sempre ricominciare da capo. In ogni caso, non mai smesso di comporre e registrare musica. Nei due anni precedenti al 2020 ho militato in una band prog rock olandese, anche se l’idea di fare cover non mi allettava molto, in ogni caso mi ha permesso di restare in forma con l’attività di gruppo. L’arrivo della pandemia e il conseguente isolamento forzato è stato uno stimolo per concretizzare un progetto musicale solista: l’idea era quella di pubblicare un album suonato completamente da me, in gran parte strumentale, registrato completamente a casa e con budget limitato. Le linee vocali erano presenti e in ogni caso mi sarei affidato a un cantante (o una cantante) per la registrazione ultima.

Nel 2020 finalmente metti su una vera e propria band, ti andrebbe di presentare i componenti della line up?
Certo. Ho cominciato a cercare un cantante durante le registrazioni del primo demo. Dopo qualche tentativo infruttuoso, ho avuto la fortuna di conoscere online Lorenzo Nocerino, il quale ha registrato una versione della title-track che mi ha convinto immediatamente. A quel punto era chiaro che sarebbe stato lui a registrare il resto dell’album. Lorenzo è un cantante eclettico ed è una persona con cui si lavora con benissimo. Ezio è una vecchia conoscenza, abbiamo militato nella stessa band, molti anni addietro, è un vero professionista ed è stato di grande aiuto negli arrangiamenti, a mio parere ha un gusto musicale invidiabile. E’ stato lui a presentarmi Alfonso, il batterista. Alfonso è molto conosciuto nel panorama metal nostrano ed ha fama (meritata, devo dire) di essere un musicista eccellente.

Sei passato dall’essere l’unico membro del gruppo a un band dalla formazione allargata, in cui collaborano nelle vesti di special guest alcuni personaggi celebri del metal. Lascio a te l’onore di svelare questi nomi e ti chiedo: come sei entrato in contatto con queste stelle?
Sì, alla batteria c’è Mark Zonder (Fates Warning, Warlord, Chroma Key): Mark è da sempre uno dei miei punti di riferimento dal punto di vista compositivo, io sono fan di lunga data dei Fates Warning. Ho deciso dunque di contattarlo, visto che, ovviamente, l’idea di collaborare con lui mi allettava parecchio. Ha ascoltato quello che gli ho mandato, gli è piaciuto e mi ha confermato che si poteva partecipare. Ovviamente il punto di vista è cambiato completamente ed è stato chiaro da quel momento l’album necessitava di produzione (e budget) adeguato. Michele Guaitoli (Visions of Atlantis, Temperance) mi è stato presentato da Lorenzo e da Alfonso. Michele è un artista straordinario, quando lo ho conosciuto, però, le parti vocali erano già state completate. Ho definito le linee vocali e il testo di “Stains” in un paio di giorni, con il proposito di avere un pezzo per Michele e credo sia stata una ottima decisione.  Michele ha fatto un gran lavoro su “Stains”, il pezzo è stato trasformato completamente, da “filler” strumentale con inserti acustici, è diventato uno dei due singoli. Tutto merito della sua interpretazione profonda e teatrale. Paul, invece, ha registrato un breve cameo, è un amico è un eccellente chitarrista Jazz. Infine, in un paio di pezzi c’è Ray Alder dei Fates Warning: Ray è sempre stato uno dei miei idoli musicali. A parte la band principale, di lui ho seguito anche i vari progetti alternativi, i sottostimati Engine, il recente album solista e, soprattutto, i Redemption. Lo ho conosciuto tramite Mark, averlo sull’album è stata una soddisfazione enorme, anche, a parte la questione sentimentale, alla luce del risultato. Uno dei migliori cantanti sulla scena prog, a mio parere.

Con questa line up hai inciso l’album d’esordio, come sei riuscito a coordinare così tanti artisti sparsi per il globo?
La pandemia ha provato che il telelavoro è possibile. La musica non fa eccezione, almeno per quanto riguarda le collaborazioni non in tempo reale. Le registrazioni si sono svolte in maniera non molto dissimile da quanto accade normalmente in studio, ognuno ha registrato la sua parte in base al click e a un riferimento musicale. Naturalmente la parte più difficile è stato il coordinamento di tutti gli artisti e la gestione sequenziale delle registrazioni: è stato un lavoro intenso che ha richiesto parecchi mesi. Se a questo si aggiunge il commissionamento dell’artwork, di mixaggio e post-produzione e della preparazione del prodotto finale, è abbastanza chiaro che mi sono trovato a gestire un carico di lavoro non trascurabile, che, per passione, ho fatto di buon grado.

Vivendo tutti a una certa distanza, probabilmente il Covid dal punto di vista operativo non vi ha molto condizionato, comunque avreste interagito a distanza. Ma sotto altri aspetti la situazione attuale ha in qualche modo influito sulla resa finale del disco?
In realtà non credo che abbia contribuito in modo determinante, io sono in Olanda, Mark in USA, Ray in Spagna, Alfonso a Napoli, Ezio a Bari e Michele e Lorenzo dalle parti di Udine… se anche ci fosse stata libertà di movimento, non credo che il budget ci avrebbe consentito di lavorare in modo differente. Soprattutto considerando che è un album di debutto.

C’è qualcosa che ti manca del lavorare da solo?
Di sicuro la composizione ne risente, ho avuto il privilegio di lavorare con artisti straordinari. Se ci fosse stata collaborazione anche in fase compositiva, credo che il prodotto finale ne avrebbe tratto grande giovamento. E, poi, fare musica insieme è molto più bello, diciamoci la verità.

Hai fatto una scelta ben precisa, quella di autoprodurti e di autopromuoverti, come mai? Non temi che il disco possa passare inosservato?
E’ una scelta precisa. Non sono un musicista in senso stretto. Non vivo di musica e questo mi pone in una situazione di invidiabile vantaggio, la questione economica mi interessa relativamente poco. Il mio obiettivo era quello di pubblicare un album. Obiettivo, direi, raggiunto e, lasciamelo dire, superato abbondantemente, mai avrei pensato di suonare con i miei idoli musicali. Mi sto occupando personalmente di promuovere l’album e conto sulla collaborazione di persone come te, Giuseppe, che aiutano moltissimo. Se i proventi della distribuzione di questo album dovessero essere sufficienti per finanziare il prossimo in maniera più adeguata, sarei già molto soddisfatto. “Pentesilea Road” è un album che ho composto durante svariati anni e che, fino alla sua completa registrazione, non ho mai smesso di comporre. E probabilmente non è ancora finito, magari per il prossimo la promozione sarà gestita in modo diverso.

Il nome Pentesilea Road trae ispirazione da “Le città invisibili” di Calvino, scrittore che io amo. Il disco è un concept a lui dedicato o in qualche modo la sua opera ha influenzato i contenuti lirici?
Assolutamente sì. Pentesilea è il nome di una delle Città Invisibili di Calvino, il capitolo che amo di più, di un libro che amo molto (in particolare la versione narrata di Moro Silo). L’album prende ispirazione non tanto dal tomo in sé, ma da ciò che rappresenta: una metafora del vivere comune e dell’orrore che spesso ne consegue. I contorni indefiniti di Pentesilea, rappresentano, nell’album, l’archetipo del villaggio globale, con le sue iperconnessioni, il senso di insofferenza alla condizione apolide, il potere intimidatorio del politicamente corretto. C’è molto di Calvino nell’album, ma non è un concept in senso stretto. Dal punto di vista lirico, l’album è pervaso da una filosofia di rivolta al mondo post-moderno, quello del capitalismo della sorveglianza e del fast-food,  ed è prettamente autobiografico.

Non so perché, ma la copertina mi ha ricordato, invece, Hayao Miyazaki. C’è qualche collegamento tra il vostro esordio e il cineasta giapponese?
Se dici Miyazaki, quelli della mia generazione rispondono Conan… in realtà non  c’è alcuna connessione con il Castello Errante (non in maniera cosciente almeno), ma devo ammettere che la copertina ricorda molto almeno un paio di opere del maestro giapponese.

Hai intenzione di portare dal vivo i Pentesilea Road  e, in caso affermativo, con quale formazione?
Difficile fare previsioni, visti i tempi. Mi piacerebbe molto suonare dal vivo e dividere il palco con i gentiluomini che mi hanno accompagnato sarebbe grandioso. Attendiamo la risposta al disco, la fine della pandemia…poi chissà…

Vitalij Kuprij – The piano master

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

Vitalij Kuprij è conosciuto a livello internazionale per le sue eccezionali capacità pianistiche, per la scrittura di canzoni e per il suo stile che si è evoluto attraverso il duro lavoro e lo studio. Giorni fa abbiamo parlato con Vitalij del suo nuovo album solista “Progression” (Lion Music Record).

Grazie Vitalij per aver dedicato del tempo a rispondere ad alcune nostre domande per i lettori de Il Raglio del Mulo. Congratulazioni per il nuovo album, “Progression”. Questa è la tua decima pubblicazione da solista, è ancora possibile una progressione dopo tutti questi album?
Un saluto Giuseppe a te e ai tuoi lettori de Il Raglio del Mulo. Spero che tu e i tuoi cari stiate bene e al sicuro in questo periodo alquanto drammatico. Grazie per i complimenti, li ho apprezzati tanto. Sono estremamente felice di aver completato questo disco lungo e impegnativo. Beh, cosa dovrei dire? Ovviamente è un altro capitolo da aggiungere alle esperienze della mia vita. Si va sempre avanti, senza far caso ai segnali di stop (risate), a tutta velocità, e non si finisce mai e mai dovrebbe si dovrebbe finire!

Come è nato “Progression”? Da cosa hai tratto ispirazione?
L’ispirazione viene da qualsiasi cosa e da tutto ciò che la vita ha da offrire, specialmente da ciò che ogni artista è capace di rubare tra le pieghe dell’esistenza, sia dalle sfide che dalle cose gioiose. Per la mia carriera, ma sono sono sicuro anche per quelle di molti altri, è la formula più semplice per minimizzare al massimo tutte le turbolenze della vita e sfruttare così la saggezza acquisita a fatica nella mia “progressione”, come è avvenuto in ogni mia uscita precedente.

Quello che hai creato per questo album è più o meno quello che avresti voluto fare musicalmente quando hai iniziato la tua carriera da solista?
Penso di sì. Più invecchio, più precisa è la visione che ho nei miei momenti di creazione musicale. Tutta la mia vita è una combinazione di cose che ho accumulato attraverso le mie esercitazioni, le mie esperienze, e tutto ciò si è fuso in qualche modo ovviamente!

Potresti presentare i musicisti coinvolti in questo album?
Certo, è un vero onore per me. Prima di tutto, come tutti saprete, sono accompagnato dal mio amico molto speciale, che chiamo mio il mio fratello americano, Jon Doman. Ha alle spalle una quantità incredibile di successi raggiunti con la sua band, oltre a molti grandi lavori con lo straordinario Greg Howe che ha accompagnato con la magia della sua chitarra e che, tra le altre cose, ha anche prodotto il mio album di debutto “High Definition”. Di certo, conosci quel mago! Passiamo a un batterista che ammiro: Jon è sempre stato una persona su cui ho fatto affidamento. Ha suonato nel mio primo album strumentale “High Definition” nel 1997 , su “Extreme Measures” e “VK3”, oltre che su un progetto che abbiamo messo su con due incredibili chitarristi messicani Marco e Javier. Il progetto chiamato “Ferrigno, Leal, Kuprij” . Jon è sempre stato perfetto per la mia musica e ha lasciato il segno in tutti i miei dischi solisti. Quel ragazzo è un pazzo sia come batterista che e come persona. Jon ha anche co-prodotto questo album con me, ed è stato molto importante perché ha contribuito alla longevità di questa uscita e, si spera, al successo che intendo raggiungere. Al basso, un signore che reso una grande prestazione che sul mio album solista “VK3” e su “Progression”, con sound decisamente di buon gusto. Il suo nome è Dave Nacarelli. Ottimo amico. Quindi, direi, ho messo su un trio perfetto. Tutti questi soldati sono amici di lunga data e mi sono unito alla loro squadra quando sono arrivato negli Stati Uniti, il che ci ha aiutato molto a essere in grado di lavorare insieme in modo fraterno e con il giusto spirito e rispetto. Il Signore mi ha fornito un po’ di magia per la chitarra che stavo cercando. Non ho abbastanza tempo per esprimere tutto a parole, per dire WOW! Sono onorato per ogni chitarrista / artista che è apparso su un mio album, perché si è espresso al più alto livello possibile. Non è così facile e non è così frequente che l’alchimia perfetta si concretizzi.

Preferisci essere il solista al comando o uno dei membri di una band grande e di successo come la Trans-Siberian Orchestra?
Nell’industria musicale di oggi, per un musicista professionista è molto importante avere delle opzioni. La musica non ha limiti, né dovrebbero esserlo i riflettori che una persona desidera avere su di sé. Ho la fortuna di avere una buona gamma di opportunità e farò qualsiasi cosa musicalmente possibile, purché sia ​​adeguatamente valutata, e non mi stopperò finché il Potere Più Grande non mi fermerà.

In passato sei stato in tour durante i giorni di Natale con la TSO, cosa provi in ​​questo strano periodo natalizio senza concerti dal vivo?
La TSO è una specie di impero. Una sorta di lotteria da vincere per poterne fare parte. Sono fortunato a lavorare a un livello musicale così alto, con standard elevati in tutto, dalla produzione a tutti i responsabili dentro e fuori dal palco. È un’esperienza sbalorditiva, proprio perché, come ho detto prima, è una specie di impero. Il mondo intero è ferito, non solo la TSO, ma riusciremo a trovare un modo per superare il momento difficile. La “perfezione” è un atteggiamento, quindi dobbiamo sopportare e combattere tutto ciò che ci viene incontro sotto forma di difficoltà. Ci sono delle difficoltà, ma ho il vantaggio di aver svolto una pratica estenuante durante la mia giovinezza che mi permette di superarle. Come ho già detto, sono benedetto e spero che tutti coloro che sono stati colpiti da questo mostro, chiunque esso sia, possa vedere presto la luce: torneremo a divertirci con la musica. Se non c’è divertimento, non c’è qualità.

Hai già in programma un tour con il tuo materiale solista?
Certo, muoio dalla voglia di alzarmi e portare la mia musica a tutte le persone che mi sono fan e appassionate della mia musica. Lavorerò sodo per vedere se è possibile farlo, sicuramente mi impegnerò molto per realizzarlo. Dio volendo.

Chi ti ha fatto conoscere il pianoforte?
Il mio defunto padre. Era un musicista professionista dalle grandi qualità. Gli sono debitore.

È nato prima il tuo amore per la musica classica o per il rock? E quando hai deciso di mescolare questi due generi musicali?
Ho iniziato con la formazione classica all’età di quattro anni. Sono contento, perché è il periodo migliore per imparare ed è la formazione migliore che si possa ricevere. Per me, come pianista, è stata una lezione dura da sopportare, e ha fatto quella differenza che mi ha permesso di andare avanti nella mia carriera attraversando anche un paio di continenti. E poi ho incontrato Roger Staffelbach in Svizzera, dove sono andato a studiare all’Accademia della musica di Basilea. Abbiamo creato una band strumentale e siamo diventati fratelli. Sono successe così tante cose che potrei scrivere un libro. Ma la musica non ha limiti, ho abbastanza voglia e volontà e una mente aperta per correre dei rischi, così era allora e così è oggi. Finche avrò la forza, mescolerò qualsiasi stile di musica, lo renderò rock in ogni modo possibile. Non ci sono regole che possano limitarti musica, così come nella vita. Apri il tuo cuore e sentirai sempre la magia. Ne so no certo, perché io lo faccio.

Cosa c’è nel futuro di Vitalij Kuprij?
Rimanere in vita e continuare a fare della musica che i miei amici e fan possano apprezzare e, si spera, capire.

Vitalij Kuprij is known internationally for his outstanding piano abilities, songwriting and a his style that’s evolved through both hard work and study. Days ago we talked with Vitalij about his new solo album “Progression” (Lion Music Record).

Thank you Vitalij for taking the time to answer a few questions for the readers of Il Raglio del Mulo. Congrats on the new album, “Progression”. This is your tenth solo release, is still possible e progression after all these albums?
Greetings Giuseppe to you and to your readers of Il Raglio del Mulo. I hope you and yours are very well and safe during those strange times we are dealing with. Thanks for the congrats and I do appreciate it very much. I’m extremely happy to complete this long and demanding record. Well, what do I suppose to say? Of course, it’s another chapter of life experiences but without Stop Signs (Laughter), full speed ahead, and it never ends and it never should!

How is born “Progression”? Where did you draw your inspiration from?
Inspiration comes from anything and everything out of what life has to offer, especially what each artist is trying to extract or, how much to extract of those life curves and challenges and joyous things it has to offer. In my career, as well, as I’m sure in many others, it’s a simple formula to suck up all of this life-turbulences to the maximum and to apply that hard-gained wisdom in to my “Progression” just like any other music endeavor that I had to face.

Is what you have created in this album more or less something that you wanted rather be doing musically when you began your solo career?
I think yes. The older I get the more precise of a vision I have in my music crafting moments. My whole life is a combination of things that I accumulated through my trainings, my life experiences and it all connected in some way of course!

Could you to introduce the musicians involved in this album?
Absolutely, that would be my honor. First of all as you know, I’m accompanied by my very special friend, who I call my American brother, Jon Doman. He has an incredible amount of his own achievements from his own band, to his many great works with an amazing Greg Howe who performed his guitar magic and actually produced my debut album “High Definition”. Sure, you know that wizard! So, back to a drummer who I admire. Jon was always a person to go to for me. He played on my first instrumental album “High Definition” (1997), “Extreme Measures”, “VK3” and a project we did with two incredible Mexican guitarists Marco and Javier. The project called “Ferrigno, Leal, Kuprij” etc., so, Jon was always a perfect fit for my music and always killed it on every of my solo records. That guy is insane in his own way as a drummer and as a person. Jon also co-produced this album with me which was very important what he contributed to this albums longevity and hopefully the success I’m planing to achieve. I invited after a beautiful effort that this gentleman did by recording for me on my “VK3” solo album, and he played a very tasteful bass guitar duties on “Progression”. His name is Dave Nacarelli. Great dude. So, I would say, I got a perfect trio. All of those soldiers are friends from the past and I joined their squad when I arrived in USA which, helped us a lot to be able to work brotherly together, and with proper spirits and respect. Then, the Lord provided me with some guitar magic I been seeking. I don’t have enough time, words etc., to say WOW. I’m honored for every guitarist/artist who came through for my album on the highest level possible. It’s not that easy and it’s not that frequent when magic happens for real.

Do you prefer to be the solo man on the command or a member of a big and successful band as TSO?
In the music industry as it is today as well as in general, in order to be a professional musician, its very important to have options. Music has no limits, neither should the spotlight of any artist who wants it badly enough. I’m blessed to have a variety of opportunities and I will be doing anything musically related, as long as I’m properly valued, and I won’t stop until the bigger power stops me.

In the past you touring during the Christmas days with TSO, what do you feel in this strange Christmas season without live concerts?
TSO is an empire of a sort. It’s like a lottery you win to join. I’m blessed to be working at such a high level of music and in fact high level of everything, from production, to all the people in charge on and off the stage. It’s a mind boggling experience, just like I said it above. It’s an empire of a sort.
The whole world is hurt, not just TSO and we always find a way to overcome. “Perfection” is an attitude, therefore we must endure and battle anything that comes our way in form of distraction. I always felt that, I have a bit of an upper hand by the grueling training from my younger days, like I said, I’m blessed and hopefully everyone affected by this monster whoever that is will soon see the light and we get back to the music making fun. No fun, no quality in the end.

Any touring plans for the solo material?
Of course, I’m dying to get up there and rip it up for all the people who are supportive fans and friends of my music. I will work hard to see if it’s possible and definitely, will put a lot of effort to make it happen. God bless.

Who did introduce you to piano?
My late father. He was a professional musician in so many areas of that field. I owe him.

Was born first your love for classical music or for rock? And when did you decide to mix this two musical genres?
I started classical training at four years of age. I’m glad, because it’s the best, in fact, is the ultimate training one can receive. To me, as a pianist it was important training to endure, and it did made a difference for me moving forward in my career through a couple of continents. And then, I met Roger Staffelbach in Switzerland where I came to study in the Basel Academy Of Music. We created an instrumental band and became brothers. So much happened then I can write a book. But music has no limits so if I have enough desire and will and an open mind for taking risks, which I did then, and still, do it now. I will blend any style of music, I will rock it every way one can. There are no rules for limiting yourself to anything as in music, so is in life. Open your heart and you will always feel magic. I know, I do.

What’s next for Vitalij Kuprij?
Staying alive and continue making music that my friends and fans can enjoy and hopefully understand.

Soen – Sounds Of the Empire

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

I Soen pubblicheranno il loro quinto album, “Imperial”, tramite Silver Lining Music il 29 gennaio 2021. Abbiamo parlato con Cody Ford di questa nuova uscita, la più feroce e dinamica del viaggio intrapreso dai Soen.

Cody, grazie per aver accettato questa intervista. State per pubblicare “Imperial” durante l’emergenza Covid 19, come ti senti riguardo all’imminente rilascio?
Direi bene! È ovviamente un peccato che non potremmo essere in grado di andare subito in tour come si fa di solito dopo aver pubblicato un album. Ma penso che più che mai le persone abbiano davvero bisogno della musica per superare le difficoltà che il Covid19 ha causato. Siamo entusiasti di fornirne un po’!

Quale pensi che sarà la cosa più sorprendente di “Imperial” per i vostri fan?
Penso a quanto sarà diverso questo album rispetto agli altri. Ha sicuramente il suo carattere. È un disco molto potente e antemico, penso che la gente lo apprezzerà rapidamente.

“Imperial” coinvolge immediatamente l’ascoltatore, cosa è cambiato? Per caso il vostro processo di scrittura delle canzoni?
Il processo di scrittura delle canzoni non è cambiato molto. Penso che l’aspetto coinvolgente derivi da quanto la musica sia riconoscibile per tanti. Penso che molte persone abbiano visto il mondo andare a puttane, la gente continua a lottare e le ingiustizie vengono spazzate sotto il tappeto. Le persone sono stanche di questo. Le nuove canzoni vogliono creare un legame con queste persone, per farle sentire come se non fossero sole.

“Imperial” è stato mixato e masterizzato da Kane Churko, che ha collaborato con artisti del calibro di Ozzy Osbourne e Bob Dylan. Lavorare con un ingegnere audio poliedrico ha influenzato il vostro suono?
Avevamo una visione ben specifica per questo disco. Richiedeva che fosse il più pesante, potente e toccante possibile. Abbiamo provato diversi ingegneri ma Kane è stato quello che ha reso giustizia a queste canzoni. Si sentono davvero potenti e siamo davvero contenti di come è andata a finire.

Secondo le note promozionali “Imperial è destinato a diventare un classico album metal di questa epoca”. Pensi che “Imperial” sia un album metal?
Di sicuro. Penso che veniamo spesso inseriti nella categoria del progressive metal, il che è comprensibile perché certamente abbiamo quegli elementi. Ma in fondo siamo una band metal. È lusinghiero che alcuni pensino che sia destinato a diventare un album metal classico. Siamo entusiasti che tutti lo ascoltino.

Devo ammettere che il primo singolo “Antagonist” è molto emozionante, come è nata la canzone?
“Antagonist” è fondamentalmente solo il giornale che vediamo tutti i giorni. Fondamentalmente è solo un’istantanea di ciò che sta accadendo e dobbiamo riflettere su come mai stia andando in questo modo e cosa dobbiamo fare per implementare a un cambiamento positivo. È un inno per chi vuole un mondo migliore.

Qual è la connessione tra il titolo “Imperial” e il serpente nero sull’artwork di copertina?
Penso che ognuno avrà le proprie idee su questo. La musica e l’arte sono soggettive, dopotutto. Ma il serpente è stato un elemento visivo prominente nella musica / arte di Soen per un bel po’ di tempo. Naturalmente rappresenta il bene e il male, la rinascita e la creatività. Ma se messo a confronto con il titolo “Imperial”, pensi ai serpenti e agli imperi, e dipinge una rappresentazione abbastanza buona di molti dei temi del disco. Nel complesso abbiamo sentito che la semplicità del serpente sembrava forte e classica.

Sarete in tournée dal 4 aprile – tre date in Italia – come immagini il tuo primo tour dopo Covid?
Questa potrebbe essere la domanda più difficile a cui rispondere. La musica dal vivo cambierà per sempre in qualche modo? Solo il tempo lo dirà. Siamo decisamente curiosi di vedere come tutto questo si manifesterà. Il vaccino ci sta dando un barlume di speranza, speriamo solo che le cose tornino alla normalità ad un certo punto! Speriamo davvero di vedervi tutti durante il tour il prima possibile.

Soen will release their fifth album “Imperial” via Silver Lining Music, 29 January 2021, we chatted with Cody Ford about this new release, the most fierce and dynamic of Soen’s journey.

Hi Cody, thanks for doing this interview. You’re releasing “Imperial” during Covid 19 emergency, how are you feeling about the upcoming release?
Feeling good! It’s obviously a shame we may not be able to get to touring right away as you usually do after releasing an album. But I think more than ever people really need music to get them through the hardships that covid19 has brought. We’re excited to provide them with some!

What do you think will be the most surprising thing about “Imperial” for your fans?
I think just how different this album will feel compared to the others. It definitely has its own character. It’s a very powerful and anthemic record, I think people will resonate with it quickly.

“Imperial” engages the listener immediately, what has changed? Your song-writing process for this release?
The song-writing process hasn’t changed all that much. I think the engaging aspect comes from how relatable the music is to a lot of people. I think a lot of people have seen the world gone to shit, people continue to struggle and injustices are being swept under the rug. People are tired of this. These songs unite these people; make them feel like they’re not alone in all of this. “Imperial” was mixed and mastered by Kane Churko, who has worked with the likes of Ozzy Osbourne and Bob Dylan. To work with a polyhedric audio engineer has influenced your sound? We had a specific vision for this record. It demanded it be as heavy, powerful and poignant as possible. We tried a few different engineers but Kane was the one who did justice to these songs. They feel really powerful and we’re really happy with how it turned out.

According to presentation sheet “Imperial is destined to make it as a classic metal album of this era”. Do you think at “Imperial” as a metal album?
For sure. I think we get lumped into the progressive-metal category a lot, which is understandable because we certainly have those elements. But at our core we’re a metal band. It’s flattering that some think it will be a classic metal album already. We’re excited for everyone to hear it.

I do have to admit that the first single “Antagonist” is very emotional, how was the song born?
Antagonist is basically just the newspaper we see everyday. It’s basically just a capture of what’s happening and we have to reflect on how it got this way and what we need to do to incite positive change. It is an anthem for those who want to see a better world.

Which is the connection between the title “Imperial” and the black snake on the cover artwork?
I think everyone will have their own ideas about this. Music and art is subjective, afterall. But the snake has been a prominent visual in Soen’s music/art for quite some time. Naturally it represents good and evil, rebirth, and creativity. But when put up against the title Imperial, you think of snakes and empires, and it paints a pretty good depiction of a lot of the themes in the record. Overall we felt the simplicity of the snake looked strong and classic.

You will be on the road form 4th April – three dates in Italy – how do you imagine your first tour after Covid will be like?
This may be the toughest question to answer. Will live music change forever in some capacity? Only time will tell. We’re definitely curious to see how this all transpires. The vaccine is giving us a glimmer of hope, we just hope things will get back to normal at some point! We really hope to see you all on the road as soon as possible.