Evergrey – The escape and the rebirth

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

Avevamo lasciato gli Evergrey circa due anni fa con il raffinato e rabbioso “The Atlantic”, che sigillava il termine di una trilogia iniziata con “Hymns For The Broken”. Oggi li ritroviamo con il nuovo “Escape Of The Phoenix” (AFM Records), costruito sempre con brani di gran classe, ma allo stesso tempo più spontanei e “liberi” dalla narrazione di un concept album. Del resto la band, ci ha sempre abituati ad un progressive metal fatto con il cuore e l’anima e non basato sul tecnicismo. Ne abbiamo parlato con Jonas Ekdahl, il batterista della band.

“Escape of the Phoenix” è stato scritto e registrato durante il lockdown del 2020 e arriva dopo i tre album di una “trilogia concettuale”, che si è conclusa con “The Atlantic” del 2019. Personalmente ho notato che nelle ultime uscite c’è tutto ciò che i fan della band si aspettano dagli Evergrey: riff thrash, un’atmosfera oscura e malinconica, assoli veloci, incursioni occasionali al prog e molto ritmo. Ti siamo davvero molto grati di aver creato musica così brillante ultimamente, ma cosa possiamo aspettarci di nuovo dall’ultimo album?
In effetti il nuovo album ha tutte le cose che gli Evergrey rappresentano adesso, che hai appena sottolineato. Il fatto è che l’unica cosa su cui ci concentriamo quando si tratta di scrivere e registrare un nuovo album è che vogliamo che la prossima canzone sia sempre migliore dell’ultima. Vogliamo progredire come musicisti, cantautori e produttori. Dal momento in cui non siamo stati più legati ad un storia unica, in questo album siamo stati più liberi e in un certo senso ci è stato possibile inserire espressioni differenti.

Pensi che fermarsi nell’attività dei live show per così tanto tempo, rispetto alla consuetudine, e di dedicare più tempo alla scrittura delle canzoni sia stato rilevante per la qualità delle canzoni di “Escape of the Phoenix”? Pensi che in un altro momento storico questo album avrebbe suonato in maniera differente e avrebbe trattato argomenti diversi? Posso sentire in canzoni come “In Absence of Sun” o “Eternal Nocturnal” la reale mancanza di luci o il calore che puoi ricevere dalle persone in un concerto o in un incontro.
Il fatto che siamo stati in grado di dedicare tutto il tempo per scrivere musica invece di suonare in spettacoli e in tournée è stato molto bello, almeno dal punto di vista della scrittura. Ma non credo che l’album sarebbe stato diverso se avessimo avuto meno tempo per scriverlo. Ci spingiamo sempre al limite per ogni album per renderlo il migliore possibile, non importa quale sia il lasso di tempo.

La fenice è l’uccello longevo che ciclicamente si rigenera e rinasce dalle sue ceneri. Cosa rappresenta per te la “Fuga della Fenice”? Sembra che sia così difficile ora rinascere dal nostro dolore e dai nostri errori. Il concetto per il titolo vuole trasmettere qualcosa senza speranza oppure altro? Questo periodo ci porta il buio ma stiamo cercando la luce, una resurrezione.
“La Fuga della Fenice” rappresenta la liberazione dai vecchi schemi, da qualcosa che ti ha influenzato negativamente per molto tempo e dirigerti invece verso qualcosa di positivo. Puoi sicuramente adattarlo a tutto ciò che sta accadendo nel mondo in questo momento, ma non ha nulla a che fare con la pandemia.

Ogni album ha le potenziali hit che poi diventano canzoni classiche da suonare dal vivo. So che non possiamo pianificare quando vedervi di nuovo sul palco, ma quali canzoni avremo sicuramente il piacere di vedere in una futura scaletta? I singoli ovviamente e poi?
Sì, credo tutti i single. Oltre a questi, voglio davvero suonare “Stories” dal vivo, penso che sarà una grande canzone dal vivo. “In the Absence of Sun”, ‘A Dandelion Cipher” e “Escape of the Phoenix” sono anche sulla mia personale lista di canzoni da suonare live.

La canzone “The Beholder” con Tom che canta in duetto con James LaBrie è uno dei momenti più impressionanti dell’album. I Dream Theater hanno avuto un’influenza molto importante nel sound degli Evergrey e sappiamo che la collaborazione nasce naturalmente con una richiesta via e-mail. Questa canzone è stata scritta pensando a questo duetto o successivamente aver contattato James? Cosa ne pensi delle ultime uscite di DT e LeBrie, non sono più la stessa band che vi ha ispirato?
La musica è stata scritta prima che avessimo in mente la collaborazione con lui, i testi e le melodie sono stati in parte scritti prima, in parte dopo. Proprio come tante band, noi compresi, anche i Dream Theater si sono progrediti e hanno sviluppato il loro suono nel corso degli anni. Personalmente penso che si siano concentrati maggiormente sul loro lato tecnico, un po’ troppo per i miei gusti. I miei album preferiti dei DT sono “Awake” e “Falling into Infinity”. Il loro ultimo album ha però alcune canzoni piuttosto interessanti. Sono ancora una grande band e sono ancora i re del progressive metal.

Essendo un fan di lunga data della band, ricordo il momento difficile per gli Evergrey dopo l’uscita di “Glorious Collision”. Alla rottura con i soci fondatori, Tom è rimasto solo ed i risultati non sono stati molto entusiasmanti. Per fortuna è arrivato “Hymn for The Broken” e da quel momento… avete concepito solo capolavori. Cosa è successo in quel periodo? Cosa ha tenuto in vita la band?
Da quello che ricordo, Tom (e per non dimenticare Rikard, che anche lui era ancora nella band durante questo periodo) stava pensando di fermarsi con gli Evergrey dopo “Glorious”. Ma avevano già firmato per un altro album con l’etichetta. Quando io e Henrik ci siamo riuniti (prima come session) abbiamo scoperto che noi quattro eravamo maturati dalla separazione l’uno dagli altri e c’era un altro tipo di rispetto reciproco. L’energia era molto diversa e questo ha reso tutti entusiasti. Ci siamo resi conto che ci mancava suonare insieme e anche scrivere insieme. Quindi abbiamo ripreso tutto, lentamente ma costantemente, da lì. Quindi “Hymns ..” era una specie di test per vedere se potevamo fare un album insieme o no, volevamo provarlo e vedere se l’alchimia c’era ed evitare di finire dove eravamo dopo l’album “Torn” .

Parliamo di un meraviglioso album adesso che è “In Search of Truth”. Questo ragazzo compie 20 anni quest’anno. Speriamo in un tour per il suo anniversario, se questo sarà possibile. Che cosa ne pensi? Potrà mai succedere? Quali canzoni ti piacciono di più di questo album?
È un album fantastico e un classico degli Evergrey. Ho avuto la fortuna di iniziare a lavorare con la band come tecnico della batteria / tecnico / addetto al merch, proprio nel periodo di uscita dell’album. Tuttavia, non credo che ci sarà un tour per l’anniversario. Quando il mondo aprirà di nuovo le sue porte, la priorità è andare in tour il più possibile con “Escape of the Phoenix” per rendere giustizia a quest’album. In “In Search ..” le mie canzoni preferite sono “Watching the Skies”, “Mark of the Triangle” e “Dark Waters”.

“A Night to Remember”, il DVD e album live, è stato pubblicato nel 2005 ed è un perfetto manifesto di ciò che stavate suonando in quel periodo. Dopo molti album usciti in seguito, con molti nuovi classici aggiunti nei live degli Evergrey, non pensi che sia ora di pubblicare un altro album dal vivo?
Sì, un nuovo DVD sarebbe carino da fare. Da allora abbiamo pubblicato molti album. Dobbiamo però trovare il momento giusto per farlo. Alla fine accadrà, ne sono sicuro.

Quando ascolto la vostra musica mi sento bene con me stesso. Posso raggiungere ogni posto, specialmente i paesi esotici sull’oceano, immagino perché Tom ne parla spesso, guardando il mare dal suo balcone a Stoccolma o da qualche spiaggia della Thailandia. Quale paese ti piace visitare di più quando sei in tour e perché?
Io amo l’Italia. Io e mia moglie andiamo a Milano in vacanza o per un fine settimana il più spesso possibile. L’atmosfera è così bella lì e, naturalmente, il vino e il cibo. Altri paesi che amo sono anche la Spagna, il Brasile e il Canada.

Siamo alla fine, hai qualcosa che vorresti dire ai fan italiani?
Ciao a tutti! DaTe un’occhiata al nostro nuovo album “Escape of the Phoenix”, è già uscito ovunque. E grazie per aver dedicato del tempo a leggere questa intervista. Spero di vedervi presto in Italia. Arrivederci!

We left Evergrey about two years ago with the refined and angry “The Atlantic”, which has finished the end of a trilogy that began with “Hymns For The Broken”. Today we find them with the new “Escape Of The Phoenix” (AFM Records), always built with high-class songs, but at the same time more spontaneous and “free” from the narration of a concept album. After all, the band has always accustomed us to a progressive metal made with heart and soul and not based on technicality. We talked about it with Jonas Ekdahl, the drummer of the band.

“Escape of the Phoenix” has been written and recorded during the 2020 lockdown and it come after the three albums of a ‘conceptual trilogy,’ which concluded with 2019’s “The Atlantic”. Personally I noticed that in the last releases there is everything the band’s fans have come to expect from Evergrey: thrash riffing, dark and melancholic atmosphere, speed soloing, the occasional foray into prog, and plenty of up-tempo playing. We are very grateful to you to create such brilliant music, but what we can expect of new from the last album?
It has all the things that Evergrey represents, that you just pointed out. The thing is that the only thing we are focused on when it comes to writing and recording a new album is that we want that the next song should be better than the last one. We just want to progress as musicians, songwriters and producers. Since we haven’t been tied to a concept on this album, it has felt a bit more free for different expressions in a way.

Do you think the stop of gigging as much time as usual and to dedicate more time to the songwriting has been relevant for the quality of “Escape of the Phoenix” songs? Do you think in another historical moment this album had would sound different and it would speak about different topics? I can feel in songs such “In Absence of Sun” or “Eternal Nocturnal” the real lack of the lights or the warm that you can receive from people in a gig or in a meet.
The fact that we’ve been able to put all the time on writing music instead of playing show and touring has been very nice, at least from a songwriting perspective. But I don’t think the album would sound different if we’d have less time to write it either. We push ourselves to the limit for every album to make it as good as we possibly can make it, no matter what the time frame is.

The Phoenix is the long-lived bird that cyclically regenerates and born again from her ashes. What’s represent the “Escape of the Phoenix” for you? It seems it’s so much difficult now to reborn from our pain and our mistakes. it’s like something without hopes or other? This period brings us the dark but we are searching the light, a resurrection.
“Escape of the Phoenix” represents breaking free from old patterns, from something that has affected you negatively for a long time and head towards something positive instead. You can surely fit this in with everything that’s going on in the world right now, but it has nothing to do with the pandemic at all.

Every album has potential hits and they become classic songs to play live. I know we can’t plan when to see you guys on stage again, but which songs for sure we will have pleasure to see in a future setlist? The singles of course and then?
Yes I’m guessing the singles. Besides them, I really want to play ‘Stories’ live, I think it will make a great live song. ‘ “In the Absence of Sun”, ‘A Dandelion Cipher” and “Escape of the Phoenix” is on my live setlist as well.

The song “The Beholder” with Tom singing a duet with James LaBrie is one of the most impressive moment of the album. Dream Theatre has been a very important influence in the Evergrey sound and we know the collaboration is born naturally with an email request. Is this song been written thinking about this duet or after? What do you think about latest DT and LeBrie releases, are they not anymore the same band that inspired you?
The music is written before we had the collaboration in mind, the lyrics and melodies were partly written before, partly after. Just as so many bands, us included, Dream Theater has progressed and developed their sound over the years. Personally I think they have put more focus on their technical side a bit too much for my taste. My favorite DT albums are “Awake” and “Falling into Infinity”. Their latest album has some pretty cool songs though. They’re still a great band, and they’re still the kings of progressive metal.

Being a long-time supporter of the band, I remember the difficult time for Evergrey following the release of “Glorious Collision”. The split with the founding members, Tom was left alone and the results were not very enthusiastic. Luckily, “Hymn for The Broken” arrived and from that moment… only masterpieces. What happened during that time? What kept the band alive?
From what I recall, Tom (and not to forget Rikard, who also was still in the band during this time) were talking about putting the band to rest after “Glorious”. But they had already signed for one more album with the label. When me and Henrik re-joined, (first as session players) we discovered that the four of us had matured on our own, from being apart from each other and there was another kind of respect for each other than before we split. The energy was way different, and that made everyone excited. We realized that we had been missing playing together and also writing together. So we took everything, slowly but steady, from there. So “Hymns..” was kind of a test to see whether we could do an album together or not, we wanted to try it out and see if the chemistry was there and to avoid ending up where we were after the “Torn” album.

Let’s talk about a wonderful album is “In Search of Truth”. This boy is turning 20 years old this year. We are hoping for an anniversary tour, if it can be possible. What do you think about? Can it be possible? And which songs you like more of this album?
It’s a great- and a classic Evergrey album. I was lucky enough to start working with the band as a drum tech/ backline tech/ merch guy, just around the release of the album. I don’t think there will be an anniversary tour though. When the world opens up the priority is to tour as much as we can on ‘Escape of the phoenix’ to make that album justice. On “In Search..” my favorite songs are “Watching the Skies”, “Mark of the Triangle” and “Dark Waters”.

“A Night to Remember”, the DVD and live album, has been released in 2005 and it’s a perfect manifesto of what you were playing in that time. After many albums later, with many new songs added as classic Evergrey’s songs, don’t you think it’s time to release another live album with the last releases songs?
Yeah, a new dvd would be nice to do. We’ve released a lot of album since then. We have to find the right time for it though. It will happen eventually, I’m sure.

When I listen to your music I feel good with myself. I can reach every places, especially exotic countries with the ocean, I guess cause Tom talk about this often, watching the sea from his balcony in Stockholm or from some Thailand beach. Which country do you like to visit more when you are touring and why?
I love Italy. Me and my wife go to Milano on vacations or for a weekend as often as we can. The atmosphere is just so nice there, and of course, the wine and food. Another country I also love Spain, Brazil and Canada.

In the end, anything you’d like to say to the Italian fans?
Ciao tutti! Make sure to check out our new album “Escape of the Phoenix”, it’s out everywhere by now. And thanks for spending time reading this interview. Hope to see you in Italy soon. Arrivederci!

Odd Dimension – L’alba blu

Tra le realtà dormienti del panorama musicale italico, spiccava il nome degli Odd Dimension, autori di “The Last Embrace to Humanity” più di un lustro fa e poi spariti dai radar. Ora, anche se con una formazione diversa, gli Odd Dimesnion sono nuovamente fra noi con “The Blue Dawn” (Scarlet Records). A parlarcene sono Gigi Andreone e Gianmaria Saddi, rispettivamente basso e chitarra dei piemontesi.

Ciao ragazzi, sette anni in ambito musicale sono un’eternità, credete che “The Blue Dawn” sia per voi una sorta di inizio da zero, o quasi, o comunque riallacciare il discorso interrotto sia tutto sommato abbastanza semplice?
Gigi Andreone: ciao e grazie per questo spazio che ci state concedendo! E’ vero sono sette anni ma sono passati in un baleno, poiché singolarmente non ci siamo mai fermati, abbiamo avuto modo di lavorare ad altri progetti ed ampliare il nostro orizzonte musicale e creativo (per quanto mi riguarda ad esempio con A Perfect Day, Kings of Broadway, Sweet Oblivion Band ed altri…), sempre coltivando nella mente come avrebbe dovuto essere la versione 2.0 del nostro primo amore, la “nostra” band Odd Dimension. Quindi il discorso non si è mai interrotto, semplicemente dopo l’uscita dalla band di Manuel Candiotto (voce) e Federico Pennazzato (batteria) per dedicarsi ai propri progetti di vita abbiamo con Gianmaria e Gabriele sempre tenuto vivo il percorso compositivo che per noi è corale, pensando a come ricostruire e rendere più matura la nostra band, in sinergia con il nostro modo di concepire la musica, arricchendolo con le nostre esperienze di vita che nel frattempo sono state molte ed intense. E’ stato un percorso difficile ma stimolante ed ha accelerato la sua corsa con l’arrivo di Marco Lazzarini alla batteria  (Secret Sphere, Hell in the Club ed altri) ed infine Jan Manenti alla voce (The Unity) che ha completato perfettamente l’idea che avevamo di crescita sonora e stilistica della band.

Qual è l’elemento di connessione tra “The Last Embrace to Humanity” e “The Blue Dawn”, la casella di partenza di questa nuova fase della vostra carriera?
Gianmaria Saddi: come ha appena detto Gigi non abbiamo mai smesso di comporre e di lavorare sul materiale nuovo. Alcuni riff e idee del nostro ultimo lavoro risalgono ai tempi di “The Last Embrace to Humanity”, poi ovviamente sono stati ri-arrangiati, rielaborati o totalmente stravolti quindi direi che è stato un processo continuo, una continua evoluzione compositiva musicale. In merito all’elemento di connessione tra i due album direi che si può racchiudere nella ricerca della melodia e dell’essenzialità, pur sempre trasmettendo quell’emozione che proviamo. Siamo quindi partiti dal “togliere” o almeno ridurre ed eliminare tutto ciò che ci sembrava superfluo. Mi sto anche riferendo al fatto delle partiture, le sovra incisioni delle differenti parti musicali sono state ridotte in modo tale da non snaturare quello che esprimiamo quando siamo insieme a suonare in sala.

A rendere il tutto più difficile è intervenuta anche la pandemia, quanto ha influito sul vostro ultimo lavoro?
Gigi Andreone: l’album era praticamente pronto all’arrivo della data che di fatto ha cambiato le nostre vite e che sono abbastanza certo determinerà uno spartiacque indelebile nella storia anche del settore musicale. Abbiamo dopo l’iniziale disorientamento riprendere a lavorare da remoto a mix, mastering, artwork e preparazione dell’uscita con l’etichetta, quindi compositivamente non traspare questo ultimo anno. Speriamo di tornare presto alle nostre passioni ed alla nostra vera dimensione naturale, il live.

Uno degli aspetti che salta subito all’orecchio è la nuova voce, quella di Jan Manenti, chiamato a sostituire Manuel Candiotto. Come siete entrati in contatto con il nuovo arrivato?
Gianmaria Saddi: la voce di Jan non passa sicuramente inosservata, infatti artisticamente lo conoscevamo già ed avevamo avuto modo di ascoltarlo nelle sue varie situazioni musicali. Per la direzione musicale che stavamo prendendo, avevamo bisogno di una voce come la sua. Jan è dotato di un gran gusto musicale, di una timbrica e di un’estensione vocale a mio avviso incredibile. Il suo arrivo ha dato equilibrio e nuova spinta a tutta la band. Ricordo ancora quando abbiamo preso contatto, prima telefonicamente e poi di persona davanti ad una birra, abbiamo finalmente avuto modo di conoscerci e confrontarci personalmente scambiando le rispettive visioni musicali. Fin dai primi provini sui cui lavorammo insieme, capimmo di aver intrapreso la strada giusta!

La presenza di una nuova voce ha modificato il vostro modo di lavorare e di costruire un brano?
Gigi Andreone: come anticipato il feeling musicale con Jan è stato immediato, ha interpretato alla perfezione il concept che c’era dietro alla stesura dei testi che come per i precedenti album ho seguito personalmente, quindi tutto è stato fluido e spontaneo e credo la cosa si rifletta nella stesura delle linee e quanto percepito dall’ascoltatore.

Jan proviene da una realtà ormai consolidata a livello internazionale come i The Unity, però non è l’unico elemento prestigioso che compare sull’album, in veste di ospiti troviamo Derek Sherinian ex  Dream Theater e Roberto Tiranti: come è stato lavorare con loro?
Gianmaria Saddi: lavorare con Roberto è stato molto semplice perché quando si ha a che fare con un professionista come lui, tutto risulta più semplice. Roberto è un artista che ha la capacità di impreziosire tutto ciò su cui mette mano. Gli abbiamo fornito il demo con qualche bozza dandogli carta bianca, il risultato è stato, come da previsione, eccellente, ha tirato fuori una bellissima parte vocale riuscendo ad entrare perfettamente in sintonia con la canzone, fantastico! Per quanto riguarda Derek Sherinian, non mi sembra ancora vero… voglio dire, è uno dei musicisti che più stimo e che più mi hanno influenzato musicalmente e posso ascoltarlo sulla title track del nostro ultimo disco, non posso che essere ancora più fiero ed orgoglioso del lavoro fatto. Tornando alla tua domanda, abbiamo contattato Derek per proporgli un intervento solistico su “The Blue Dawn”, la parte da noi scelta faceva proprio al caso suo, anche mentre la stavamo componendo pensavamo proprio che in quel punto ci volesse qualcosa  suonata “alla Sherinian”… quindi quando Derek ascoltò tutta la canzone per darci una sua prima impressione, la sua risposta spiazzò tutti noi: ci disse che avrebbe registrato il solo, ma con la richiesta di poter suonare tutto il brano in quanto gli piaceva. Ovviamente se Mr. Sherinian, il Caligola delle tastiere, ti chiede di suonare tutto il brano bisogna accontentarlo. Sentirlo suonare con noi, poterne apprezzare le singole tracce, il suo inconfondibile suono.. per me ma penso di parlare per tutti, è come se si fosse avverato un sogno!

Derek ha contribuito alla creazione di uno degli album dei Dream Theater che io amo di più e comunque ha vissuto la stagione di maggiore popolarità del progressive metal a bordo della “nave” più importante. Oggi mi pare che ci sia meno interesse nei confronti di queste sonorità: è così o è solo una mia impressione?
Gigi Andreone: anch’io amo molto “Falling into Infinity”, è coevo ai nostri primi passi come musicisti, è stato davvero emozionante ascoltare quel suono inconfondibile sul nostro brano. Credo che come tutti i generi musicali anche il progressive metal ha avuto la sua età dell’oro in quegli anni ma non è sicuramente morto anzi è ricco di appassionati e proprio per la sua fluidità si presta senza pregiudizi a contaminazioni e riletture, lo ritengo un genere “colto” quindi meno soggetto a transizioni modaiole. Per questo credo rimarrà sempre attivo trasformandosi.

Quanto il prog conserva ancora del sua vena sperimentale e quanto invece ormai è diventato un genere schiavo dei propri schemi stilistici?
Gianmaria Saddi: penso che il prog nelle sue forme rock e più heavy conservi ancora la sua vena sperimentale, tutt’oggi è un genere in continua evoluzione con tante contaminazioni. Ammetto che ci sono molti cliché e schemi che quando si ascoltano portano subito l’ascoltatore ad incasellare una determinata band a questo genere musicale. Molte band, anche blasonate, sono rimaste schiave degli schemi da te citati e questo, mio parere personale, annoia un po’. Apprezzo molto le formazioni che hanno una propria identità dal punto di vista del sound, dell’ attitudine, ma che sanno esplorare generi magari distanti fra loro, facendoli propri, reinterpretandoli, sentire e apprezzare il percorso musicale fatto fino a quel punto.   

Torniamo a “The Blue Dawn”, quali sono i temi trattati nei testi?
Gigi Andreone: si tratta di un concept album fantascientifico che narra del viaggio interplanetario di Marcus ed Eloise, che hanno il compito per il loro popolo di trovare nuovi mondi da colonizzare per estrarre le materie prime necessarie alla loro sopravvivenza. In questo viaggio incontrano nemici, affrontano varie peripezie, creano esseri per avere un supporto alla loro missione, insomma affrontano molte difficoltà fino a giungere su un pianeta strano, blu, ricco di risorse, da qui la storia prende una piega diversa rispetto al previsto che scoprirete leggendo i testi dell’album.

Dal vivo, quando sarà possibile, riproporrete i nuovi brani in modo fedele alla versione su disco o li ri-arrangerete? Idem per i brani più vecchi, ci lavorerete su per armonizzarli al nuovo materiale?
Gianmaria Saddi: come tutti, ci auguriamo di poter tornare sui palchi appena sarà possibile. Non vediamo l’ora di portare dal vivo il nuovo disco. I brani rispecchieranno la versione su disco, ovviamente ci sarà qualche piccolo arrangiamento che verrà fatto in funzione dell’occasione, ma in linea di massima quello che ascolterete dal vivo sarà il più possibile fedele al disco. Come anticipavo prima, abbiamo composto e prodotto il nuovo album mantenendo le partiture e le atmosfere composte e suonate in sala prove, riducendo di molto lavori di post produzione. Per quanto riguarda le canzoni dei primi due album, pensiamo di proporne dal vivo alcune e la voce di Jan, già di per sé, porterà un cambio di sonorità, ma anche noi come musicisti, a seguito del nostro percorso musicale, porteremo alcuni cambiamenti sull’ arrangiamento e sull’esecuzione senza stravolgere però totalmente la canzone. Vi aspettiamo sotto il palco!

Pentesilea Road – La città invisibile

Chi fa da sé fa per tre, e qualche volta realizza anche i propri sogni, come nel caso di Vito F. Mainolfi. Il musicista italiano, ma di base in Olanda, in un solo colpo è riuscito nell’impresa di pubblicare l’ottimo esordio omonimo dei suoi Pentesilea Road e di collaborare per la realizzazione dello stesso con alcuni dei suoi idoli…

Ciao Vito, i Pentesilea Road nascono come solo project nel 2014. All’epoca fu una soluzione voluta o fu una scelta figlia delle circostanze che non ti portarono ad individuare degli artisti con cui formare una vera e propria band?
Ciao Giuseppe e grazie per l’ospitalità. Effettivamente si, ho viaggiato molto negli ultimi anni, per questo motivo trovare una band vera è stato sempre complicato. Ho suonato in varie band in Italia, Olanda e UK, ma essendo stato costretto a spostarmi per ragioni di lavoro, ho dovuto sempre ricominciare da capo. In ogni caso, non mai smesso di comporre e registrare musica. Nei due anni precedenti al 2020 ho militato in una band prog rock olandese, anche se l’idea di fare cover non mi allettava molto, in ogni caso mi ha permesso di restare in forma con l’attività di gruppo. L’arrivo della pandemia e il conseguente isolamento forzato è stato uno stimolo per concretizzare un progetto musicale solista: l’idea era quella di pubblicare un album suonato completamente da me, in gran parte strumentale, registrato completamente a casa e con budget limitato. Le linee vocali erano presenti e in ogni caso mi sarei affidato a un cantante (o una cantante) per la registrazione ultima.

Nel 2020 finalmente metti su una vera e propria band, ti andrebbe di presentare i componenti della line up?
Certo. Ho cominciato a cercare un cantante durante le registrazioni del primo demo. Dopo qualche tentativo infruttuoso, ho avuto la fortuna di conoscere online Lorenzo Nocerino, il quale ha registrato una versione della title-track che mi ha convinto immediatamente. A quel punto era chiaro che sarebbe stato lui a registrare il resto dell’album. Lorenzo è un cantante eclettico ed è una persona con cui si lavora con benissimo. Ezio è una vecchia conoscenza, abbiamo militato nella stessa band, molti anni addietro, è un vero professionista ed è stato di grande aiuto negli arrangiamenti, a mio parere ha un gusto musicale invidiabile. E’ stato lui a presentarmi Alfonso, il batterista. Alfonso è molto conosciuto nel panorama metal nostrano ed ha fama (meritata, devo dire) di essere un musicista eccellente.

Sei passato dall’essere l’unico membro del gruppo a un band dalla formazione allargata, in cui collaborano nelle vesti di special guest alcuni personaggi celebri del metal. Lascio a te l’onore di svelare questi nomi e ti chiedo: come sei entrato in contatto con queste stelle?
Sì, alla batteria c’è Mark Zonder (Fates Warning, Warlord, Chroma Key): Mark è da sempre uno dei miei punti di riferimento dal punto di vista compositivo, io sono fan di lunga data dei Fates Warning. Ho deciso dunque di contattarlo, visto che, ovviamente, l’idea di collaborare con lui mi allettava parecchio. Ha ascoltato quello che gli ho mandato, gli è piaciuto e mi ha confermato che si poteva partecipare. Ovviamente il punto di vista è cambiato completamente ed è stato chiaro da quel momento l’album necessitava di produzione (e budget) adeguato. Michele Guaitoli (Visions of Atlantis, Temperance) mi è stato presentato da Lorenzo e da Alfonso. Michele è un artista straordinario, quando lo ho conosciuto, però, le parti vocali erano già state completate. Ho definito le linee vocali e il testo di “Stains” in un paio di giorni, con il proposito di avere un pezzo per Michele e credo sia stata una ottima decisione.  Michele ha fatto un gran lavoro su “Stains”, il pezzo è stato trasformato completamente, da “filler” strumentale con inserti acustici, è diventato uno dei due singoli. Tutto merito della sua interpretazione profonda e teatrale. Paul, invece, ha registrato un breve cameo, è un amico è un eccellente chitarrista Jazz. Infine, in un paio di pezzi c’è Ray Alder dei Fates Warning: Ray è sempre stato uno dei miei idoli musicali. A parte la band principale, di lui ho seguito anche i vari progetti alternativi, i sottostimati Engine, il recente album solista e, soprattutto, i Redemption. Lo ho conosciuto tramite Mark, averlo sull’album è stata una soddisfazione enorme, anche, a parte la questione sentimentale, alla luce del risultato. Uno dei migliori cantanti sulla scena prog, a mio parere.

Con questa line up hai inciso l’album d’esordio, come sei riuscito a coordinare così tanti artisti sparsi per il globo?
La pandemia ha provato che il telelavoro è possibile. La musica non fa eccezione, almeno per quanto riguarda le collaborazioni non in tempo reale. Le registrazioni si sono svolte in maniera non molto dissimile da quanto accade normalmente in studio, ognuno ha registrato la sua parte in base al click e a un riferimento musicale. Naturalmente la parte più difficile è stato il coordinamento di tutti gli artisti e la gestione sequenziale delle registrazioni: è stato un lavoro intenso che ha richiesto parecchi mesi. Se a questo si aggiunge il commissionamento dell’artwork, di mixaggio e post-produzione e della preparazione del prodotto finale, è abbastanza chiaro che mi sono trovato a gestire un carico di lavoro non trascurabile, che, per passione, ho fatto di buon grado.

Vivendo tutti a una certa distanza, probabilmente il Covid dal punto di vista operativo non vi ha molto condizionato, comunque avreste interagito a distanza. Ma sotto altri aspetti la situazione attuale ha in qualche modo influito sulla resa finale del disco?
In realtà non credo che abbia contribuito in modo determinante, io sono in Olanda, Mark in USA, Ray in Spagna, Alfonso a Napoli, Ezio a Bari e Michele e Lorenzo dalle parti di Udine… se anche ci fosse stata libertà di movimento, non credo che il budget ci avrebbe consentito di lavorare in modo differente. Soprattutto considerando che è un album di debutto.

C’è qualcosa che ti manca del lavorare da solo?
Di sicuro la composizione ne risente, ho avuto il privilegio di lavorare con artisti straordinari. Se ci fosse stata collaborazione anche in fase compositiva, credo che il prodotto finale ne avrebbe tratto grande giovamento. E, poi, fare musica insieme è molto più bello, diciamoci la verità.

Hai fatto una scelta ben precisa, quella di autoprodurti e di autopromuoverti, come mai? Non temi che il disco possa passare inosservato?
E’ una scelta precisa. Non sono un musicista in senso stretto. Non vivo di musica e questo mi pone in una situazione di invidiabile vantaggio, la questione economica mi interessa relativamente poco. Il mio obiettivo era quello di pubblicare un album. Obiettivo, direi, raggiunto e, lasciamelo dire, superato abbondantemente, mai avrei pensato di suonare con i miei idoli musicali. Mi sto occupando personalmente di promuovere l’album e conto sulla collaborazione di persone come te, Giuseppe, che aiutano moltissimo. Se i proventi della distribuzione di questo album dovessero essere sufficienti per finanziare il prossimo in maniera più adeguata, sarei già molto soddisfatto. “Pentesilea Road” è un album che ho composto durante svariati anni e che, fino alla sua completa registrazione, non ho mai smesso di comporre. E probabilmente non è ancora finito, magari per il prossimo la promozione sarà gestita in modo diverso.

Il nome Pentesilea Road trae ispirazione da “Le città invisibili” di Calvino, scrittore che io amo. Il disco è un concept a lui dedicato o in qualche modo la sua opera ha influenzato i contenuti lirici?
Assolutamente sì. Pentesilea è il nome di una delle Città Invisibili di Calvino, il capitolo che amo di più, di un libro che amo molto (in particolare la versione narrata di Moro Silo). L’album prende ispirazione non tanto dal tomo in sé, ma da ciò che rappresenta: una metafora del vivere comune e dell’orrore che spesso ne consegue. I contorni indefiniti di Pentesilea, rappresentano, nell’album, l’archetipo del villaggio globale, con le sue iperconnessioni, il senso di insofferenza alla condizione apolide, il potere intimidatorio del politicamente corretto. C’è molto di Calvino nell’album, ma non è un concept in senso stretto. Dal punto di vista lirico, l’album è pervaso da una filosofia di rivolta al mondo post-moderno, quello del capitalismo della sorveglianza e del fast-food,  ed è prettamente autobiografico.

Non so perché, ma la copertina mi ha ricordato, invece, Hayao Miyazaki. C’è qualche collegamento tra il vostro esordio e il cineasta giapponese?
Se dici Miyazaki, quelli della mia generazione rispondono Conan… in realtà non  c’è alcuna connessione con il Castello Errante (non in maniera cosciente almeno), ma devo ammettere che la copertina ricorda molto almeno un paio di opere del maestro giapponese.

Hai intenzione di portare dal vivo i Pentesilea Road  e, in caso affermativo, con quale formazione?
Difficile fare previsioni, visti i tempi. Mi piacerebbe molto suonare dal vivo e dividere il palco con i gentiluomini che mi hanno accompagnato sarebbe grandioso. Attendiamo la risposta al disco, la fine della pandemia…poi chissà…

Vitalij Kuprij – The piano master

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

Vitalij Kuprij è conosciuto a livello internazionale per le sue eccezionali capacità pianistiche, per la scrittura di canzoni e per il suo stile che si è evoluto attraverso il duro lavoro e lo studio. Giorni fa abbiamo parlato con Vitalij del suo nuovo album solista “Progression” (Lion Music Record).

Grazie Vitalij per aver dedicato del tempo a rispondere ad alcune nostre domande per i lettori de Il Raglio del Mulo. Congratulazioni per il nuovo album, “Progression”. Questa è la tua decima pubblicazione da solista, è ancora possibile una progressione dopo tutti questi album?
Un saluto Giuseppe a te e ai tuoi lettori de Il Raglio del Mulo. Spero che tu e i tuoi cari stiate bene e al sicuro in questo periodo alquanto drammatico. Grazie per i complimenti, li ho apprezzati tanto. Sono estremamente felice di aver completato questo disco lungo e impegnativo. Beh, cosa dovrei dire? Ovviamente è un altro capitolo da aggiungere alle esperienze della mia vita. Si va sempre avanti, senza far caso ai segnali di stop (risate), a tutta velocità, e non si finisce mai e mai dovrebbe si dovrebbe finire!

Come è nato “Progression”? Da cosa hai tratto ispirazione?
L’ispirazione viene da qualsiasi cosa e da tutto ciò che la vita ha da offrire, specialmente da ciò che ogni artista è capace di rubare tra le pieghe dell’esistenza, sia dalle sfide che dalle cose gioiose. Per la mia carriera, ma sono sono sicuro anche per quelle di molti altri, è la formula più semplice per minimizzare al massimo tutte le turbolenze della vita e sfruttare così la saggezza acquisita a fatica nella mia “progressione”, come è avvenuto in ogni mia uscita precedente.

Quello che hai creato per questo album è più o meno quello che avresti voluto fare musicalmente quando hai iniziato la tua carriera da solista?
Penso di sì. Più invecchio, più precisa è la visione che ho nei miei momenti di creazione musicale. Tutta la mia vita è una combinazione di cose che ho accumulato attraverso le mie esercitazioni, le mie esperienze, e tutto ciò si è fuso in qualche modo ovviamente!

Potresti presentare i musicisti coinvolti in questo album?
Certo, è un vero onore per me. Prima di tutto, come tutti saprete, sono accompagnato dal mio amico molto speciale, che chiamo mio il mio fratello americano, Jon Doman. Ha alle spalle una quantità incredibile di successi raggiunti con la sua band, oltre a molti grandi lavori con lo straordinario Greg Howe che ha accompagnato con la magia della sua chitarra e che, tra le altre cose, ha anche prodotto il mio album di debutto “High Definition”. Di certo, conosci quel mago! Passiamo a un batterista che ammiro: Jon è sempre stato una persona su cui ho fatto affidamento. Ha suonato nel mio primo album strumentale “High Definition” nel 1997 , su “Extreme Measures” e “VK3”, oltre che su un progetto che abbiamo messo su con due incredibili chitarristi messicani Marco e Javier. Il progetto chiamato “Ferrigno, Leal, Kuprij” . Jon è sempre stato perfetto per la mia musica e ha lasciato il segno in tutti i miei dischi solisti. Quel ragazzo è un pazzo sia come batterista che e come persona. Jon ha anche co-prodotto questo album con me, ed è stato molto importante perché ha contribuito alla longevità di questa uscita e, si spera, al successo che intendo raggiungere. Al basso, un signore che reso una grande prestazione che sul mio album solista “VK3” e su “Progression”, con sound decisamente di buon gusto. Il suo nome è Dave Nacarelli. Ottimo amico. Quindi, direi, ho messo su un trio perfetto. Tutti questi soldati sono amici di lunga data e mi sono unito alla loro squadra quando sono arrivato negli Stati Uniti, il che ci ha aiutato molto a essere in grado di lavorare insieme in modo fraterno e con il giusto spirito e rispetto. Il Signore mi ha fornito un po’ di magia per la chitarra che stavo cercando. Non ho abbastanza tempo per esprimere tutto a parole, per dire WOW! Sono onorato per ogni chitarrista / artista che è apparso su un mio album, perché si è espresso al più alto livello possibile. Non è così facile e non è così frequente che l’alchimia perfetta si concretizzi.

Preferisci essere il solista al comando o uno dei membri di una band grande e di successo come la Trans-Siberian Orchestra?
Nell’industria musicale di oggi, per un musicista professionista è molto importante avere delle opzioni. La musica non ha limiti, né dovrebbero esserlo i riflettori che una persona desidera avere su di sé. Ho la fortuna di avere una buona gamma di opportunità e farò qualsiasi cosa musicalmente possibile, purché sia ​​adeguatamente valutata, e non mi stopperò finché il Potere Più Grande non mi fermerà.

In passato sei stato in tour durante i giorni di Natale con la TSO, cosa provi in ​​questo strano periodo natalizio senza concerti dal vivo?
La TSO è una specie di impero. Una sorta di lotteria da vincere per poterne fare parte. Sono fortunato a lavorare a un livello musicale così alto, con standard elevati in tutto, dalla produzione a tutti i responsabili dentro e fuori dal palco. È un’esperienza sbalorditiva, proprio perché, come ho detto prima, è una specie di impero. Il mondo intero è ferito, non solo la TSO, ma riusciremo a trovare un modo per superare il momento difficile. La “perfezione” è un atteggiamento, quindi dobbiamo sopportare e combattere tutto ciò che ci viene incontro sotto forma di difficoltà. Ci sono delle difficoltà, ma ho il vantaggio di aver svolto una pratica estenuante durante la mia giovinezza che mi permette di superarle. Come ho già detto, sono benedetto e spero che tutti coloro che sono stati colpiti da questo mostro, chiunque esso sia, possa vedere presto la luce: torneremo a divertirci con la musica. Se non c’è divertimento, non c’è qualità.

Hai già in programma un tour con il tuo materiale solista?
Certo, muoio dalla voglia di alzarmi e portare la mia musica a tutte le persone che mi sono fan e appassionate della mia musica. Lavorerò sodo per vedere se è possibile farlo, sicuramente mi impegnerò molto per realizzarlo. Dio volendo.

Chi ti ha fatto conoscere il pianoforte?
Il mio defunto padre. Era un musicista professionista dalle grandi qualità. Gli sono debitore.

È nato prima il tuo amore per la musica classica o per il rock? E quando hai deciso di mescolare questi due generi musicali?
Ho iniziato con la formazione classica all’età di quattro anni. Sono contento, perché è il periodo migliore per imparare ed è la formazione migliore che si possa ricevere. Per me, come pianista, è stata una lezione dura da sopportare, e ha fatto quella differenza che mi ha permesso di andare avanti nella mia carriera attraversando anche un paio di continenti. E poi ho incontrato Roger Staffelbach in Svizzera, dove sono andato a studiare all’Accademia della musica di Basilea. Abbiamo creato una band strumentale e siamo diventati fratelli. Sono successe così tante cose che potrei scrivere un libro. Ma la musica non ha limiti, ho abbastanza voglia e volontà e una mente aperta per correre dei rischi, così era allora e così è oggi. Finche avrò la forza, mescolerò qualsiasi stile di musica, lo renderò rock in ogni modo possibile. Non ci sono regole che possano limitarti musica, così come nella vita. Apri il tuo cuore e sentirai sempre la magia. Ne so no certo, perché io lo faccio.

Cosa c’è nel futuro di Vitalij Kuprij?
Rimanere in vita e continuare a fare della musica che i miei amici e fan possano apprezzare e, si spera, capire.

Vitalij Kuprij is known internationally for his outstanding piano abilities, songwriting and a his style that’s evolved through both hard work and study. Days ago we talked with Vitalij about his new solo album “Progression” (Lion Music Record).

Thank you Vitalij for taking the time to answer a few questions for the readers of Il Raglio del Mulo. Congrats on the new album, “Progression”. This is your tenth solo release, is still possible e progression after all these albums?
Greetings Giuseppe to you and to your readers of Il Raglio del Mulo. I hope you and yours are very well and safe during those strange times we are dealing with. Thanks for the congrats and I do appreciate it very much. I’m extremely happy to complete this long and demanding record. Well, what do I suppose to say? Of course, it’s another chapter of life experiences but without Stop Signs (Laughter), full speed ahead, and it never ends and it never should!

How is born “Progression”? Where did you draw your inspiration from?
Inspiration comes from anything and everything out of what life has to offer, especially what each artist is trying to extract or, how much to extract of those life curves and challenges and joyous things it has to offer. In my career, as well, as I’m sure in many others, it’s a simple formula to suck up all of this life-turbulences to the maximum and to apply that hard-gained wisdom in to my “Progression” just like any other music endeavor that I had to face.

Is what you have created in this album more or less something that you wanted rather be doing musically when you began your solo career?
I think yes. The older I get the more precise of a vision I have in my music crafting moments. My whole life is a combination of things that I accumulated through my trainings, my life experiences and it all connected in some way of course!

Could you to introduce the musicians involved in this album?
Absolutely, that would be my honor. First of all as you know, I’m accompanied by my very special friend, who I call my American brother, Jon Doman. He has an incredible amount of his own achievements from his own band, to his many great works with an amazing Greg Howe who performed his guitar magic and actually produced my debut album “High Definition”. Sure, you know that wizard! So, back to a drummer who I admire. Jon was always a person to go to for me. He played on my first instrumental album “High Definition” (1997), “Extreme Measures”, “VK3” and a project we did with two incredible Mexican guitarists Marco and Javier. The project called “Ferrigno, Leal, Kuprij” etc., so, Jon was always a perfect fit for my music and always killed it on every of my solo records. That guy is insane in his own way as a drummer and as a person. Jon also co-produced this album with me which was very important what he contributed to this albums longevity and hopefully the success I’m planing to achieve. I invited after a beautiful effort that this gentleman did by recording for me on my “VK3” solo album, and he played a very tasteful bass guitar duties on “Progression”. His name is Dave Nacarelli. Great dude. So, I would say, I got a perfect trio. All of those soldiers are friends from the past and I joined their squad when I arrived in USA which, helped us a lot to be able to work brotherly together, and with proper spirits and respect. Then, the Lord provided me with some guitar magic I been seeking. I don’t have enough time, words etc., to say WOW. I’m honored for every guitarist/artist who came through for my album on the highest level possible. It’s not that easy and it’s not that frequent when magic happens for real.

Do you prefer to be the solo man on the command or a member of a big and successful band as TSO?
In the music industry as it is today as well as in general, in order to be a professional musician, its very important to have options. Music has no limits, neither should the spotlight of any artist who wants it badly enough. I’m blessed to have a variety of opportunities and I will be doing anything musically related, as long as I’m properly valued, and I won’t stop until the bigger power stops me.

In the past you touring during the Christmas days with TSO, what do you feel in this strange Christmas season without live concerts?
TSO is an empire of a sort. It’s like a lottery you win to join. I’m blessed to be working at such a high level of music and in fact high level of everything, from production, to all the people in charge on and off the stage. It’s a mind boggling experience, just like I said it above. It’s an empire of a sort.
The whole world is hurt, not just TSO and we always find a way to overcome. “Perfection” is an attitude, therefore we must endure and battle anything that comes our way in form of distraction. I always felt that, I have a bit of an upper hand by the grueling training from my younger days, like I said, I’m blessed and hopefully everyone affected by this monster whoever that is will soon see the light and we get back to the music making fun. No fun, no quality in the end.

Any touring plans for the solo material?
Of course, I’m dying to get up there and rip it up for all the people who are supportive fans and friends of my music. I will work hard to see if it’s possible and definitely, will put a lot of effort to make it happen. God bless.

Who did introduce you to piano?
My late father. He was a professional musician in so many areas of that field. I owe him.

Was born first your love for classical music or for rock? And when did you decide to mix this two musical genres?
I started classical training at four years of age. I’m glad, because it’s the best, in fact, is the ultimate training one can receive. To me, as a pianist it was important training to endure, and it did made a difference for me moving forward in my career through a couple of continents. And then, I met Roger Staffelbach in Switzerland where I came to study in the Basel Academy Of Music. We created an instrumental band and became brothers. So much happened then I can write a book. But music has no limits so if I have enough desire and will and an open mind for taking risks, which I did then, and still, do it now. I will blend any style of music, I will rock it every way one can. There are no rules for limiting yourself to anything as in music, so is in life. Open your heart and you will always feel magic. I know, I do.

What’s next for Vitalij Kuprij?
Staying alive and continue making music that my friends and fans can enjoy and hopefully understand.

Soen – Sounds Of the Empire

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

I Soen pubblicheranno il loro quinto album, “Imperial”, tramite Silver Lining Music il 29 gennaio 2021. Abbiamo parlato con Cody Ford di questa nuova uscita, la più feroce e dinamica del viaggio intrapreso dai Soen.

Cody, grazie per aver accettato questa intervista. State per pubblicare “Imperial” durante l’emergenza Covid 19, come ti senti riguardo all’imminente rilascio?
Direi bene! È ovviamente un peccato che non potremmo essere in grado di andare subito in tour come si fa di solito dopo aver pubblicato un album. Ma penso che più che mai le persone abbiano davvero bisogno della musica per superare le difficoltà che il Covid19 ha causato. Siamo entusiasti di fornirne un po’!

Quale pensi che sarà la cosa più sorprendente di “Imperial” per i vostri fan?
Penso a quanto sarà diverso questo album rispetto agli altri. Ha sicuramente il suo carattere. È un disco molto potente e antemico, penso che la gente lo apprezzerà rapidamente.

“Imperial” coinvolge immediatamente l’ascoltatore, cosa è cambiato? Per caso il vostro processo di scrittura delle canzoni?
Il processo di scrittura delle canzoni non è cambiato molto. Penso che l’aspetto coinvolgente derivi da quanto la musica sia riconoscibile per tanti. Penso che molte persone abbiano visto il mondo andare a puttane, la gente continua a lottare e le ingiustizie vengono spazzate sotto il tappeto. Le persone sono stanche di questo. Le nuove canzoni vogliono creare un legame con queste persone, per farle sentire come se non fossero sole.

“Imperial” è stato mixato e masterizzato da Kane Churko, che ha collaborato con artisti del calibro di Ozzy Osbourne e Bob Dylan. Lavorare con un ingegnere audio poliedrico ha influenzato il vostro suono?
Avevamo una visione ben specifica per questo disco. Richiedeva che fosse il più pesante, potente e toccante possibile. Abbiamo provato diversi ingegneri ma Kane è stato quello che ha reso giustizia a queste canzoni. Si sentono davvero potenti e siamo davvero contenti di come è andata a finire.

Secondo le note promozionali “Imperial è destinato a diventare un classico album metal di questa epoca”. Pensi che “Imperial” sia un album metal?
Di sicuro. Penso che veniamo spesso inseriti nella categoria del progressive metal, il che è comprensibile perché certamente abbiamo quegli elementi. Ma in fondo siamo una band metal. È lusinghiero che alcuni pensino che sia destinato a diventare un album metal classico. Siamo entusiasti che tutti lo ascoltino.

Devo ammettere che il primo singolo “Antagonist” è molto emozionante, come è nata la canzone?
“Antagonist” è fondamentalmente solo il giornale che vediamo tutti i giorni. Fondamentalmente è solo un’istantanea di ciò che sta accadendo e dobbiamo riflettere su come mai stia andando in questo modo e cosa dobbiamo fare per implementare a un cambiamento positivo. È un inno per chi vuole un mondo migliore.

Qual è la connessione tra il titolo “Imperial” e il serpente nero sull’artwork di copertina?
Penso che ognuno avrà le proprie idee su questo. La musica e l’arte sono soggettive, dopotutto. Ma il serpente è stato un elemento visivo prominente nella musica / arte di Soen per un bel po’ di tempo. Naturalmente rappresenta il bene e il male, la rinascita e la creatività. Ma se messo a confronto con il titolo “Imperial”, pensi ai serpenti e agli imperi, e dipinge una rappresentazione abbastanza buona di molti dei temi del disco. Nel complesso abbiamo sentito che la semplicità del serpente sembrava forte e classica.

Sarete in tournée dal 4 aprile – tre date in Italia – come immagini il tuo primo tour dopo Covid?
Questa potrebbe essere la domanda più difficile a cui rispondere. La musica dal vivo cambierà per sempre in qualche modo? Solo il tempo lo dirà. Siamo decisamente curiosi di vedere come tutto questo si manifesterà. Il vaccino ci sta dando un barlume di speranza, speriamo solo che le cose tornino alla normalità ad un certo punto! Speriamo davvero di vedervi tutti durante il tour il prima possibile.

Soen will release their fifth album “Imperial” via Silver Lining Music, 29 January 2021, we chatted with Cody Ford about this new release, the most fierce and dynamic of Soen’s journey.

Hi Cody, thanks for doing this interview. You’re releasing “Imperial” during Covid 19 emergency, how are you feeling about the upcoming release?
Feeling good! It’s obviously a shame we may not be able to get to touring right away as you usually do after releasing an album. But I think more than ever people really need music to get them through the hardships that covid19 has brought. We’re excited to provide them with some!

What do you think will be the most surprising thing about “Imperial” for your fans?
I think just how different this album will feel compared to the others. It definitely has its own character. It’s a very powerful and anthemic record, I think people will resonate with it quickly.

“Imperial” engages the listener immediately, what has changed? Your song-writing process for this release?
The song-writing process hasn’t changed all that much. I think the engaging aspect comes from how relatable the music is to a lot of people. I think a lot of people have seen the world gone to shit, people continue to struggle and injustices are being swept under the rug. People are tired of this. These songs unite these people; make them feel like they’re not alone in all of this. “Imperial” was mixed and mastered by Kane Churko, who has worked with the likes of Ozzy Osbourne and Bob Dylan. To work with a polyhedric audio engineer has influenced your sound? We had a specific vision for this record. It demanded it be as heavy, powerful and poignant as possible. We tried a few different engineers but Kane was the one who did justice to these songs. They feel really powerful and we’re really happy with how it turned out.

According to presentation sheet “Imperial is destined to make it as a classic metal album of this era”. Do you think at “Imperial” as a metal album?
For sure. I think we get lumped into the progressive-metal category a lot, which is understandable because we certainly have those elements. But at our core we’re a metal band. It’s flattering that some think it will be a classic metal album already. We’re excited for everyone to hear it.

I do have to admit that the first single “Antagonist” is very emotional, how was the song born?
Antagonist is basically just the newspaper we see everyday. It’s basically just a capture of what’s happening and we have to reflect on how it got this way and what we need to do to incite positive change. It is an anthem for those who want to see a better world.

Which is the connection between the title “Imperial” and the black snake on the cover artwork?
I think everyone will have their own ideas about this. Music and art is subjective, afterall. But the snake has been a prominent visual in Soen’s music/art for quite some time. Naturally it represents good and evil, rebirth, and creativity. But when put up against the title Imperial, you think of snakes and empires, and it paints a pretty good depiction of a lot of the themes in the record. Overall we felt the simplicity of the snake looked strong and classic.

You will be on the road form 4th April – three dates in Italy – how do you imagine your first tour after Covid will be like?
This may be the toughest question to answer. Will live music change forever in some capacity? Only time will tell. We’re definitely curious to see how this all transpires. The vaccine is giving us a glimmer of hope, we just hope things will get back to normal at some point! We really hope to see you all on the road as soon as possible.

The Last Sound Revelation – Voci nascoste

Ospiti di Mirella Catena ad Overthewall i The Last Sound Revelation, autori dell’EP “Hidden Voices” (Spliptrick Records).

Ci parlate della genesi della band?
Il progetto nasce nel 2005 da un’idea del bassista Niccolò e del chitarrista Francesco e del nostro amico Mario batterista, che salutiamo. Venivamo tutti da progetti più canonici e volevamo puntare a qualcosa di diverso, di innovativo e sperimentale. Purtroppo Mario si è spostato a Dublino per questioni lavorative ed il progetto è andato in standby fino al 2013/2014 anno in cui abbiamo deciso di riprenderlo in mano. Abbiamo provato vari batteristi fino ad approdare a Tiziano, con il quale ci siamo trovati fin da subito, dalla prima prova c’è stato feeling, alchimia ed immediatezza nel rapporto interpersonale. Per un paio di anni circa siamo andati avanti come power trio poi abbiamo deciso di inserire una seconda chitarra e dopo varie prove con altri chitarristi, sono entrati a far parte del progetto Fabio e Daniele (tastiere) fino al 2018 con i quali registrammo il nostro primo promo “Far Away the End” e facemmo il nostro debutto live al Dissesto. Per visioni contrastanti sul futuro e lo sviluppo del progetto hanno abbandonato il gruppo. Gennaio 2018 subentra Max, amico da anni di Tiziano, col quale il cerchio si chiude. Anche con Max troviamo un feeling particolare sin da subito ed un’alchimia compositiva perfetta. Si instaura fra noi in pochissimo tempo un rapporto meraviglioso, grazie al quale riusciamo a chiudere e registrare il nostro primo EP “Hidden Voices”.

The Last Sound Revelation, ossial’ultima rivelazione sonora: qual è il significato che attribuite al nome della band?
L’idea del nome è venuta a Francesco e Niccolò ed era di discostarci dallo standard del gruppo e dai cliché dei nomi e che mettesse in risalto il concept del nostro progetto che vuole il suono come strumento rivelatore di sensazioni ed emozioni e come linguaggio alternativo alle immagini o al testo (notare il nostro logo che esaspera la stilizzazione del nome della band in favore di una simbologia dal sapore arcaico nel momento in cui lettere T, L e R diventano, quasi come geroglifici, ┌,└ e ┌ e universale laddove la S, nella sua forma braille, sottolinea la potenza evocativa della musica). Come se l’ascoltatore attraverso il nostro “veicolo” intraprendesse un percorso totalmente interiore e privato che lo conduce alla rivelazione dell ultimo suono, che in realtà si spiega da solo, perché la musica si completa da sola.

Il suono come strumento rivelatore di sensazioni ed emozioni e come linguaggio alternativo alle immagini o al testo: ci spiegate il perché di questa scelta?
Provenendo tutti da progetti “canonici”, sentivamo la necessità di fare qualcosa che ci rendesse liberi da qualsiasi regola, imposizione o costrizione sia in fase creativa ed evolutiva dei brani sia in fase esecutiva. Stessa cosa volevamo per tutti i nostri futuri ascoltatori e fruitori (cosa che inevitabilmente un testo ed una voce in qualche modo ti obbliga). Vogliamo fornire appunto uno strumento, un veicolo ma lasciamo poi a chi ascolta la rotta da seguire ed il percorso interiore da fare senza nessun tipo ti indicazione. Anche la scelta compositiva è quella di creare qualcosa che sia fruibile da un pubblico più ambio ed eterogeneo possibile.

Parliamo dell’album “Hidden Voices”: ogni brano racchiude una storia evocata dai suoni. Come create le composizioni e da dove traete ispirazione?
L’ispirazione e l’idea di partenza arriva sempre da tutti e quattro e sicuramente è figlia delle nostre esperienze di vita (risvolti psicologici, gioie, dolori, problemi e chi più ne ha, più ne metta). Si parte da un’idea di base che propone uno di noi e si crea spesso improvvisando al box per poi aggiungere, strutturare, definire e rifinire i brani. Quando siamo insieme al box diamo il massimo dell’estro creativo, proprio grazie all’alchimia che si crea tra noi mentre suoniamo, ci intendiamo con uno sguardo ed ognuno conosce l’altro sapendo dove andrà e cosa suonerà… spesso la definiamo magia!

C’è un sogno che vorreste realizzare con la musica?
Il nostro sogno è che la nostra musica arrivi a chiunque in tutto il mondo e, perché no, si riesca a suonarla in palchi enormi davanti a migliaia di persone. I live ci mancano come l’aria ed il palco è il nostro elemento naturale nel quale esprimiamo tutto il nostro potenziale e sfoderiamo tutta la potenza evocativa della nostra musica “Rivelando l’ultimo Suono”.

State già lavorando ad un nuovo album?
Abbiamo un singolo già pronto che doveva essere pubblicato a Giugno del 2020 e supportato da un tour, tutto rimandato causa Covid. Abbiamo già completato la composizione di quasi tutti i brani del nuovo album, sempre Covid permettendo, dovremmo completare le registrazioni e pubblicarlo entro la fine del 2021.

Dove possono seguirvi i nostri ascoltatori?
Facebook – https://www.facebook.com/TLSRband/
Youtube – https://www.youtube.com/channel/UCNRZpKK2H_yiTi_-cIyHMvA/featured
Soundcloud – https://soundcloud.com/the-last-sound-revelation
Instagram – https://www.instagram.com/thelastsoundrevelation/
Spotify – https://open.spotify.com/artist/44O79F6bMD46qKmdTEfcgE
Link unico per accedere a tutti i nostri canali e merchandise: https://linktr.ee/thelastsoundrevelation
Mail – thelastsoundrevelation@gmail.com

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 18 gennaio 2020:

Foto originale di copertina di Giampiero Rinaldi

Oceana – Le onde del passato

Il mare talvolta riporta a riva oggetti che paino arrivare dal passato. Le onde del tempo ci hanno donato in questi primi giorni del 2021 un progetto che ormai sembrava sepolto definitivamente, rilegato alle chiacchierate tra vecchi nostalgici della scena underground italiana dei primi anni 90. Gli Oceana emergono dalle schiume come Venere e lo fanno portando in dono un disco, “The Pattern” (Time To Kill Records \ Anubi Press), che si spera possa essere di buon auspicio per il 2021.

Ciao Massimiliano (Pagliuso, Novembre), cosa ti ha spinto a lasciare nel cassetto un progetto per un quarto di secolo per tirarlo fuori proprio nel pieno di una pandemia?
Innanzitutto, ciao e grazie per questa intervista! In realtà, non c’è stata nessuna scelta o decisione presa a tavolino dietro al nostro ritorno sulla scena: una sera di maggio, nel 2019, ho semplicemente chiesto a Sancho (il batterista, nonché mio migliore amico da 30 anni) se avesse voluto rimettere in piedi gli Oceana insieme a me e lui ha risposto di sì! Ovviamente, coinvolgere di nuovo Gianpaolo (l’altro chitarrista) è stato praticamente automatico.

Prima di soffermarci sul presente, ti andrebbe di tornare ai primi giorni degli Oceana: come nascono e con quali influenze?
Gli Oceana nascono nel 1993, anche se con un altro nome, e le nostre influenze di allora erano i Paradise Lost, gli Edge Of Sanity, i Nightingale, oltre a gruppi storici come Metallica, Megadeth, Dream Theater. Abbiamo sempre amato più di un genere e, nei nostri lettori CD dell’epoca, potevi trovare “Supremacy” degli Elegy, tanto quanto “Crimson” o “Purgatory Afterglow” degli Edge Of Sanity”. Come band, siamo nati durante il periodo del liceo, quando l’essere amici con interessi musicali comuni portava quasi sempre a creare una band, pur di potersi esprimere.

Credi che rispetto all’idea iniziale gli Oceana di oggi siano abbastanza fedeli o inevitabilmente hanno risentito del passare del tempo?
Siamo indubbiamente cambiati (spero migliorati!) nel songwriting: i primi pezzi del gruppo, periodo ’94/’96, erano sicuramente più doom e meno progressivi, mentre dal ’97 in poi abbiamo cominciato a sbizzarrirci di più con soluzioni meno convenzionali e più interessanti, sia armonicamente che melodicamente.

Cosa avete provato a lavorare nuovamente insieme? La formazione è pressoché la stessa dato che tu e Alessandro “Sancho” Marconcini avete fondato il gruppo e Gianpaolo Caprino si è unito a voi nel 1997.
Tornare a lavorare con Sancho e Gianpaolo è stato stupendo, essendo noi tre assolutamente complementari. Ci tengo a ricordare il rapporto di amicizia che ci lega da trent’anni: quando ti conosci così bene da tutti questi anni è impossibile avere sorprese in negativo. Posso dire che lavorare a “The Pattern” insieme, dopo un periodo di “fermo” di vent’anni, è stato addirittura terapeutico per noi: abbiamo potuto migliorare tante cose e tanti aspetti dei nostri caratteri, arrivando a “rimodellare” la band a 360 gradi, in più aspetti. Io ne sono particolarmente felice!

Siete ripartiti dai vecchi brani o avevi già dei pezzi nuovi?
L’idea era quella di riregistrare tutti i pezzi degli Oceana (la fase “demo/ep”, quella del mini CD “A Piece Of Infinity” mai uscito, la lunga suite “Atlantidea Part 1”) e aggiungere un’inedito ed una cover. Ovviamente, essendo “You Don’t Know” il nostro pezzo più recente (2019), lo abbiamo scelto come singolo e lo consideriamo un biglietto da visita perfetto per presentare i nuovi Oceana al mondo.

Avete mai avuto la tentazione di ristampare l’EP, magari come bonus per “The Pattern”?
L’idea c’è stata, ma non avrebbe avuto senso, dal momento che “The Pattern” contiene già i pezzi dell’EP.

La squadra che ha lavorato al disco “puzza” molto di Novembre, il tuo gruppo principale: hai collaborato con Giuseppe Orlando e Dan Swanö: come mai hai deciso di circondarti di amici e non magari di staccare completamente i due progetti?
La volontà di lavorare con Giuseppe per quanto riguarda la registrazione di voci e chitarre acustiche è stata una mia precisa scelta: il suo studio possiede una sala di ripresa che suona magnificamente (anche grazie al perfetto equilibrio tra zone “assorbenti” ed altre in porfido, “riflettenti”) e lo reputo il miglior producer per quanto riguarda la voce. Ci conosciamo da più di vent’anni e mi trovo bene a cantare solo con lui. Per quanto riguarda Dan, il discorso è ancora più semplice: è letteralmente il mio idolo, da sempre. Lo reputo il mixing engineer più pragmatico e smart che abbia mai visto in vita mia ed il suo essere sia produttore che musicista sopraffino ha reso possibile un missaggio estremamente intellegibile, anche nelle parti più complesse e con molti layers.

Il mondo è cambiato parecchio dalla prima metà degli novanta, come hanno influito questi stravolgimenti culturali e sociali sui testi?
Il mondo si è letteralmente trasformato in questi ultimi 20 anni e non nego di aver dovuto riadattare dei vecchi testi per poterli rendere al meglio nel 2021… Sicuramente il prossimo album avrà testi ancora più attuali ed inerenti a ciò che stiamo vivendo. Purtroppo non si può più far finta di niente e parlare solo di cavalieri o elfi…

Mentre la decisione di coverizzare “The Unforgiven” dei Metallica come è nata?
Beh, “The Unforgiven” è uno dei miei pezzi preferiti dei Metallica e l’idea di poterci mettere le mani mi ha sempre allettato: abbiamo cercato di renderla nostra senza stravolgerla troppo e spero che il risultato vi piaccia!

Credo di aver intercettato un tuo commento sui social in cui dicevi che la copertina di “The Pattern”, firmata da Travis Smith, è la più bella mai avuta su un tuo lavoro. Mi spiegheresti il significato dell’immagine?
Spiegare un’immagine è molto complicato, soprattutto quando si parla di “surreale” o di “metafisico”: diciamo che l’idea era quella di rappresentare un mondo in pieno declino, sommerso dal mare, dove dalle sue ceneri comincia a nascere un nuovo mondo, consapevole degli schemi ricorrenti e della virtualità/olograficità della nostra realtà. I sopravvissuti a questa fine del mondo li immagino sotto al torii giapponese che si vede in lontananza, raccolti in una nuova preghiera senza etichetta. Niente Cattolicesimo o Buddismo, o altro… solo pura e umana spiritualità. Nella speranza di un nuovo mondo più empatico.

Restrizioni a parte, se si dovesse riprendere con l’attività live, porterete in giro gli Oceana o nelle vostre intenzioni si tratta di una mera esperienza da studio?
Gli Oceana non sono assolutamente un progetto, ma una vera e propria band in piena attività: superata questa brutta storia chiamata Covid19, faremo di tutto per poter portare la nostra musica ovunque. Stiamo già provando da mesi e mesi per prepararci ai futuri live. Non vediamo l’ora di suonare dal vivo davanti ai nostri fans!

Persefone – Truth inside the shade

VERSIÓN EN ESPAÑOL ABAJO: POR FAVOR, DESPLÁCESE HACIA ABAJO!

Originario della Spagna, Miguel Espinoza è il compositore e tastierista della super band progressive / melodic death metal Persefone, con cui ha percorso un lungo viaggio di 20 anni creando musica e girando il mondo. In questa intervista per Il Raglio Del Mulo, Miguel ci racconta le sue esperienze e opinioni riguardo al mondo della musica oggi.

Benvenuto su Il Raglio Del Mulo, grazie mille per averci concesso un po’ del tuo tempo per l’intervista, Miguel. Come sono nati Persefone e come ti senti oggi quando ripensi ai primi tempi e a tutti gli sforzi fatti arrivare all’odierno livello di notorietà?
Ciao a tutti! Prima di tutto, grazie mille per avermi invitato per questa intervista. Ebbene, la verità è che è molto bello guardarsi indietro, anche se nella band non siamo molto inclini a rallegrarci del passato, poiché il passato è passato. Sono fatti già accaduti. Sarebbe strano vedere un campione olimpico camminare per strada con la medaglia, giusto? Abbiamo realizzato molti dei nostri sogni, ma abbiamo ben in mente i desideri che devono ancora essere realizzati.

Torniamo al 2001 cosa ha permesso ai Persefone di creare quello stile che li ha portati successo e che, nonostante tutto, è sempre in perenne evoluzione?
Prima di guardare al 2001, bisogna soffermarsi sugli anni precedenti, poiché Carlos ed io ci conoscevamo già quando vivevamo entrambi ad Albacete, nel sud della Spagna. Avevamo già fatto musica con una band chiamata Rüdi Gannan, con la quale non siamo riusciti a registrare nulla in particolare, ma il desiderio e le intenzioni stavano già iniziando a formarsi. Stavamo già pensando di pubblicare album, suonare uno stile che mescolasse elementi sinfonici, progressive, death metal, ecc. Negli anni, Carlos è andato a vivere ad Andorra e ha messo insieme una band che sarebbe poi diventata i Persefone, ma che è fondamentalmente un’estensione di quello che stavamo facendo entrambi nella nostra patria.

Di cosa parlano i testi dei Persefone e quali temi o filosofie vengono trattati nelle vostre canzoni?
C’è un prima e un dopo nei testi di Persefone. Come con la musica, ci siamo evoluti ed è stato con “Shin-ken” che abbiamo iniziato a scrivere testi che avessero un background positivo, di crescita personale, di avanzamento. Ci consideriamo persone molto spirituali e questa è una parte intrinseca dell’essere umano che oggi è molto trascurata. Da lì abbiamo scritto “Spiritual Migration” in cui abbiamo toccato questioni molto più profonde in modo generico. Dopo siamo passati ad “Aathma”, che in pratica significa “anima”. In generale, non cerchiamo di identificarci con alcuna religione o filosofia. È una questione di ciò che pensiamo sia corretto fare e del percorso che in qualche modo noi seguiamo nel mondo in cui viviamo.

In qualche momento durante il lungo viaggio della band, hai avuto momenti brutti o situazioni piuttosto spiacevoli tali che volevi abbandonare il progetto? E che reazione hai avuto nei confronti di chi ti diceva che quello che stavi facendo non ti avrebbe mai portato da nessuna parte?
Ovviamente, i tempi duri in cui ci siamo chiesti quale fosse il senso di tutto e chi ce lo facesse fare non sono mancati, ma la risposta è sempre la stessa: “Fanculo!” Scusa per l’espressione, ma è quello che diciamo di solito, a volte tra le lacrime. Ma lasciare che la vita ti sconfigga è peggio della sconfitta stessa. Non è nella nostra natura arrenderci. Possiamo rallentare, prendere fiato, ma smettere? Mai.

Secondo te Miguel, internet, piattaforme digitali, social network hanno aiutato o svilito l’essenza della musica estrema? Stando ai Kiss questa nuova realtà ha ammazzato il rock…
Un fatto che può essere dato per scontato è che Internet ha reso molto più facile per le piccole band promuoversi. Ciò significa che l’offerta musicale è aumentata e quindi è difficile trovare qualcosa che l’ascoltatore possa considerare veramente buono. Per quanto riguarda quello che dici sui Kiss, beh, non è la prima volta che sentiamo dire che uno stile “è morto”. È un’affermazione assurda. Chi ama il power metal (ad esempio), continua ad ascoltarlo, anche se non è di moda. E ci sono ancora band che propongono quello stile, poiché per molte di loro non si tratta di fare soldi, ma di esprimere musicalmente ciò che la loro mente e il loro cuore covano. Viviamo in un tempo privilegiato in cui le persone possono scegliere cosa ascoltare e non dobbiamo limitarci a quello che trovavamo in un negozio di dischi, soprattutto se si vive in una piccola città.

Qualcosa che mi ha sorpreso molto è stata la formazione molto solida che contraddistingue i Persefone, come fate con i vostri lavori quando dovete andare in tour? Come avviene la pianificazione di una tournée?
L’unico modo in cui possiamo gestire i tour è con le vacanze. Alcuni membri possono liberarsi senza che sia un dramma per nessuno poiché si occupano esclusivamente di musica, ma questo non avviene per la maggior parte di noi Ecco perché i tour dei Persefone sono sempre stati brevi. Dipender tutto dalle vacanze. Ho visto membri della band finire il tour alle 3 del mattino e alle 8 lavorare. O come nel caso di Carlos, che arriva dalla Cina e va direttamente al lavoro. Fa parte del sacrificio. Nessuno ci toglie il fatto che ci siamo goduti un tour, ma quando torniamo le responsabilità sono ancora lì.


In questo complicato 2020 è stata rilasciata la ri-registrazione del primo album del 2004, “Truth Inside the Shades”, quali emozioni hai provato durante il processo di ri-registrazione e perché avete deciso di incidere nuovamente il primo album della band?
Se non ricordo male, stavamo andando al festival di Karmoygeddon in Norvegia quando abbiamo avuto l’idea che in occasione del 15 ° anniversario dell’uscita del nostro primo album avremmo potuto festeggiarlo in qualche modo. L’idea della ri-registrazione dell’album da zero non ha tardato ad arrivare poiché non abbiamo salvato all’epoca le sessioni di registrazioni originali quindi non avremmo potuto semplicemente remixarlo, come abbiamo fatto con “Core”. Quando ci siamo trovati a rilavorare sulle canzoni, la situazione è stata molto divertente, dato che ci sembrava di essere i produttori di noi stessi di 15 anni fa. Abbiamo ritrovato momenti musicali davvero belli, così come altri che hanno generato un certo senso di vergogna e abbiamo deciso di far evolvere quei pezzi. Devi tener presente che questo album è stato composto in una settimana, il che ha fatto sì che molte parti fossero incise in un modo molto più semplice rispetto a quanto avremmo fatto oggi. È stato divertente vedere il risultato e molto bello scoprire la reazione dei nostri fan.

Parliamo di altre cose, Miguel, di come è iniziata la tua passione per la musica, e ancora di più, per le tastiere e le voci, di come nei primi anni 2000 ti sei trasferito dalla Spagna ad Andorra e di come si sia sviluppata la tua carriera di compositore.
Quando avevo circa sette anni, mia sorella suonava il piano e, beh, sappiamo tutti cosa succede a quell’età: vuoi fare quello che fanno i tuoi fratelli maggiori. Paradossalmente, sono finito in un corso di tastiera elettronica, non pianoforte, e la verità è che non so dirti il perché. Immagino che ci sia stato un momento in cui ho dovuto prendere una decisione e mi piaceva di più l’idea della tastiera. Sono sempre stato molto attratto da tutto ciò che ha a che fare con la tecnologia, quindi un dispositivo pieni di pulsanti risultava ben più attraente per me del pianoforte classico. Nonostante tutto, non ci volle molto perché me ne andassi a causa dei “brutti voti a scuola”. Ma la tastiera “Casiotone” era già entrata a casa mia, così ho passato gli anni a venire suonando quello che volevo. Quando avevo 15 – 16 anni, ho iniziato a frequentare Carlos per fare musica e poi è diventata una sana competizione per vedere chi suonava cose più veloci (Yngwie Malmsteen e Jens Johansson …). La partenza di Carlos per Andorra è stata devastante per entrambi perché il sogno musicale che avevano in comune stava svanendo. Mi è costato molto poca fatica andare ad Andorra una volta che ho saputo che Carlos aveva già messo su una nuova band per continuare il progetto che avevamo iniziato insieme.

Questo periodo di pandemia ti è servito per comporre il tuo nuovo materiale? E come sei entrato in contatto con le persone che ti hanno proposto di scrivere le colonne sonore per spot e giochi, Miguel?
Da diversi anni ormai sia Carlos che io dedichiamo parte del nostro tempo alla musica per film, ai videogiochi, alla pubblicità. Recentemente abbiamo lavorato a una serie per bambini trasmessa su RTVE chiamata Momonsters (e che credo uscirà presto in Italia). Abbiamo anche realizzato alcuni film, cortometraggi e nel mondo dei videogiochi, tra i quali spiccano Big Farm Story della società di produzione Goodgames per la piattaforma Steam, Supremacy 1 e Call of War della società di produzione Bytro Labs per PC… Mi soddisfa parecchio fare musica per film e videogiochi, perché mi permette di poter esplorare strade che non posso percorrere così liberamente con i Persefone. Tutto ciò ci ha portato ad apprendere nuovi concetti nella produzione musicale che ora stiamo applicando alle nuove canzoni dei Persefone. Non vedo l’ora che tu possa ascoltare cosa c’è di nuovo!

Qual è la cosa più difficile secondo te nel mondo della musica? E cosa diresti a tutti coloro che aspirano a fare musica ma che a un certo punto desiderano rinunciare di seguire i propri sogni?
Ho sempre pensato che il mondo della musica sia una delle carriere più difficili che una persona possa scegliere. È un mondo, in generale, poco retribuito e in cui per crescere bisogna prima fare uno sforzo titanico. Non esiste azienda al mondo che regga quasi 20 anni senza pagare un solo stipendio ai propri soci. È la passione che ci fa andare avanti, e il denaro non è ciò che ci fa arrendere. Fare uno sciopero di musicisti in cui ci rifiutiamo tutti di fare musica per un anno sarebbe impossibile, poiché la stragrande maggioranza non fa musica per guadagnare soldi o per dover vivere, se non perché ne ha voglia. Ciò lo rende ancora più complicato e la domanda viene gravemente deprezzata. Di conseguenza, il filtro viene impostato automaticamente. Se entri nel mondo della musica per soldi o fama, ne uscirai molto presto. Va bene arrendersi se pensi di non avere abbastanza forza o passione per andare avanti. Ci sono molti che ci hanno detto “Mi piacerebbe fare un tour in Giappone come te”, finché non dici loro cosa fare per arrivarci e poi riconoscono che non sarebbero disposti a fare ciò che deve essere fatto per “realizzare i propri sogni”. La competizione è e sarà agguerrita e molte volte uscirai da una determinata situazione gravemente ferito, ma il giorno dopo vedrai il tuo compagno di band alzarsi per andare avanti e ti chiederai: cosa facciamo? Un attimo dopo sei in movimento…

È tutto, grazie
Grazie mille per tutto! Se volete sentire qualcosa dei Persefone, ci sono i vari social network. Se volete sentire qualcosa di mio, tipo videogiochi, ecc., potete seguirmi su Instagram (@moepersefone) o visitare il mio sito web www.miguelespinosamusician.com

Originario de España, Miguel Espinoza es un compositor y tecladista de la súper banda de death metal melódico progresivo Perséfone, con un largo transitar de 20 años creando música y recorriendo el mundo con su banda principal. En esta entrevista para Il Raglio Del Mulo Miguel nos cuenta sus experiencias, vivencias, y pareceres personales con respecto al mundo de la música hoy día, y como la pandemia ha afectado en mayor o menor medida a la banda y que se traen entre manos actualmente con Perséfone.

Bienvenido al Il Raglio Del Mulo, muchas gracias por tu tiempo para la entrevista Miguel, como nace Persefone, y como se siente hoy dia mirar los Comienzos, los proyectos que se fueron marcando con el proyecto y haberlos concretado en su gran mayoria al Dia de Hoy?
Hola a todos! En primer muchas gracias por contar conmigo para esta entrevista. Pues la verdad es que es muy agradable echar la vista atrás, aunque en la banda no somos muy dados a regocijarnos en el pasado, ya que lo pasado, pasado está. Son éxitos del pasado. Sería como ver a un medallista olímpico paseando con la medalla por la calle, no? Hemos cumplido muchos sueños, pero ya tenemos en la mente los sueños que están por cumplir.

Como fue en aquella epoca de 2001 que Nace Persefone marcar el estilo que hoy Dia ha hecho Figurar a la banda como una banda prominente en el estilo y el cual tienen un largo transitar y con una marcada evolucion permanente?
Mirar al 2001 es mirar a los años anteriores, ya que Carlos y yo ya nos conocíamos cuando ambos vivíamos en Albacete, en el sur de España. Ya hacíamos música con una banda llamada rüdi gannan, con la que no llegamos a editar nada en concreto, pero que las ganas y las intenciones ya empezaban a establecerse. Ya pensabamos en sacar álbums, tocar un estilo que mezclara elementos de metal sinfónico, progresivo, death metal, etc. Con los años, Carlos se fue a vivir a Andorra y monto una banda que acabaría siendo Persefone, pero que básicamente es una extensión de lo que ambos ya hacíamos en nuestra tierra natal.

De que tratan las letras de Persefone, y a que situaciones o filosofia evocaban en sus canciones?
Hay un antes y un después en las letras de Persefone. Al igual que ocurre con la música, fuimos evolucionando y fue con el Shin-ken que empezamos a escribir letras que tuvieran un trasfondo positivo, de crecimiento personal, de avance. Nos consideramos personas muy espirituales y que esa es una parte intrinseca del ser humano que a día de hoy está muy abandonada. A partir de ahí escribimos “Spiritual Migration” en la que tocamos temas mucho más profundos de manera genérica. Tras él, nos fuimos a “Aathma”, que básicamente significa “alma”. En general, no buscamos identificarnos con religión o filosofía alguna. Es una cuestión de lo que nosotros pensamos que es correcto y el camino que de alguna manera seguimos en el mundo en que vivimos.

¿En algún momento del largo transitar de la banda han pasado momentos malos o situaciones bastante desagradables que quisieron abandonar el Proyecto?, y qué aptitud tomaban ante personas que les decía que lo que ustedes hacían no iría a ningún lugar.
Por supuesto! Los momentos duros en los que nos hemos planteado qué sentido tenía todo han ocurrido y ocurre, pero la respuesta es siempre la misma: “Que se joda!” Perdonad por la expresión, pero es que es la que solemos decir, a veces entre lágrimas. Pero es que dejar que la vida te venza es peor que la derrota en sí misma. No está en nuestra naturaleza el darnos por vencidos. Podremos frenar, tomarnos un respiro, pero ¿abandonar? Nunca.

Hoy día en tu opinión Miguel, el internet, las plataformas, las redes sociales, ¿han ayudado o han hecho diluir la esencia de la Música Extrema? entiéndase por calidad, Y en tu opinión que cosas estas herramientas han fortalecido pero también han debilitado, mirando en el caso de bandas como kiss que argumentan que el rock y por ende entendiendo el sentido de esas palabras todo lo que viene detrás del rock también está muerto.
Un hecho que sí puede darse por cierto es que internet ha provocado que sea mucho más fácil para las bandas pequeñas promocionarse. Eso conlleva que la oferta musical es abrumadora y por tanto cuesta encontrar algo que el oyente pueda considerar como realmente bueno. Respecto a lo que dices de Kiss, bueno, no es la primera vez que oímos que un estilo “esta muerto”. Es una afirmación absurda. Al que le gusta el power metal (por poner un ejemplo), lo sigue escuchando, aunque no esté de moda. Y sigue habiendo bandas del estilo, ya que para muchas de ellas no es una cuestión de hacer dinero, si no de expresar musicalmente lo que su mente y su corazón les evocan. Vivimos una época privilegiada en la que las personas podemos elegir lo que escuchar y no hemos de limitarnos a lo que encontrábamos antiguamente en la tienda de discos, sobre todo si vivías en una ciudad pequeña.

¿Algo que me ha sorprendido mucho ha sido la formación bastante solida la cual posee Persefone, como hacen cuando tienen que ir de gira en sus respectivos lugares de trabajo para poder hacer los tours sin ningún inconveniente Miguel? Como es la planeación cuando se concreta un tour.
La única manera en que podemos gestionar las giras es con vacaciones. Algunos miembros ya podemos ir sin que sea un drama para ninguno de nosotros ya que nos dedicamos a la música de manera exclusiva, pero no es el caso de la mayoría. Ese es el motivo por el que las giras de Persefone siempre han sido cortas. Dependíamos de vacaciones. He visto a miembros de la banda llegar de gira a las 3 de la madrugada y a las 8 estar trabajando. O como en el caso de Carlos, llegar de China, e irse directo a trabajar. Es parte del sacrificio. Nadie nos quita el haber disfrutado una gira, pero al volver, las responsabilidades siguen ahí. La lucha ahora está en que la responsabilidad sea la gira.

En este Difícil 2020 fue lanzado la re-grabación del primer disco del 2004 “Truth Inside the Shades”, que emociones recorrieron en el proceso de grabación, y porqué Re grabar ese primer trabajo de la banda?
Creo recordar que estábamos yendo al festival Karmoygeddon en Noruega cuando nos planteamos la idea de que, con que llegaba el 15 aniversario del lanzamiento de nuestro primer álbum podríamos celebrarlo de alguna manera. La regrabación del álbum desde cero no tardó en aparecer sobre la mesa, ya que no guardamos las sesiones por pistas del primer álbum y no podíamos remezclarlo, como hicimos con el “Core”. A la hora de trabajar en los temas la situación fue muy divertida, ya que era como hacer de productor a nuestro yo de hace 15 años. Encontramos momentos musicales que eran realmente buenos, así como otros que nos generaron cierta sensación de vergüenza ajena y decidimos evolucionar dichos trozos. Hay que recordar que ese álbum fue compuesto en una semana, lo cual hizo que muchas secciones las aceptáramos de una manera mucho más liviana de lo que lo haríamos ahora. Ha sido divertido ver el resultado y muy agradable ver la reacción de nuestros fans. 

Hablando de otras cosas Miguel, como comenzó la pasión de Miguel Espinosa por la Musica, y más aun por el teclado y las voces, como se dio en el principios de los 2000´s mudarse de España a Andorra, y como fue  a lo largo de estos años desarrollar tu carrera Musical como compositor?
Cuando tenía unos 7 años, mi hermana tocaba el piano y bueno, ya sabemos lo que pasa con esas edades: Uno quiere hacer lo que hacen sus hermanos mayores. Paradójicamente, acabé en una clase de teclado electrónico, no de piano y lo cierto es que no sé deciros porqué. Supongo que hubo un momento en el que hubo que tomar la decisión y me gustó más la idea del teclado. Siempre he sido muy amante te todo lo que tenga que ver con tecnología, así que un aparato con teclas lleno de botones me resultaría más atractivo que el piano clásico. Pese a todo, no tardé en dejarlo por “malas notas en el cole”. Pero el teclado “Casiotone” ya estaba en casa, así que pasé los años venideros tocando lo que a mi me apetecía. Con 15, 16 años empecé a quedar con Carlos para hacer música y entonces se convirtió en una sana competición de ver quién tocaba cosas más rápidas (demasiado Yngwie Malmsteen y Jens Johansson…). La partida de Carlos a Andorra fue devastadora para ambos porque el anhelo musical que ambos tenía se desvanecía. Me costó muy poco irme a Andorra una vez supe que Carlos tenía una banda nueva ya montada para seguir el proyecto que ya habíamos empezado.

En este tiempo de Pandemia, te ha servido para componer Material propio tuyo? Y esto ha traido gente hasta ti que necesite un soundtrack ya sea para una Propaganda, anuncio, un audiovisual, un juego Miguel?
Hace ya varios años que tanto Carlos como yo dedicamos parte de nuestro tiempo a la música de cine, videojuegos, publicidad. Hemos trabajado recientemente en una serie infantil emitida en RTVE llamada Momonsters (y que creo que no tardará en estrenarse en Italia). También hemos hecho alguna película, cortometrajes y en el mundo del videojuego, algunos a destacar son Big Farm Story de la productora Goodgames para la plataforma Steam, Supremacy 1 y Call of War de la productora Bytro Labs para PC… A mi en particular me llena enormemente hacer música para cine y videojuegos ya que puedo explorar vías que no puedo explorar tan libremente con Persefone. Todo ello nos ha llevado a aprender conceptos nuevos en la producción musical que ahora estamos aplicando a los nuevos temas de Persefone. De veras que no puedo esperar a que escuchéis lo nuevo!

Que es lo más duro para ti en tu opinión Personal con respecto a la música Miguel, y que palabras o pensamientos les dirías a todos los que aspiran a hacer música pero en algún momento desean desistir de seguir sus sueños.
Siempre he pensado que el mundo de la música es una de las carreras más difíciles que una persona puede elegir. Se trata de un mundo, en general, mal pagado y en el que para crecer, primero has de hacer un esfuerzo titánico. No hay ninguna empresa en el mundo que se sostenga durante casi 20 años sin pagar ni un solo sueldo a sus miembros. Es la pasión lo que nos hace tirar para adelante, y el dinero no es lo que nos hace desistir. Hacer una huelga de músicos en la que nos negáramos todos a hacer música durante un año sería imposible, ya que la gran mayoría no hace música por ganar dinero o para tener que vivir, si no porque les apetece. Eso hace que sea todavía más complicado y que la demanda esté muy depreciada. Como consecuencia, el filtro se pone automáticamente. Si te metes en el mundo de la música por dinero o fama, vas a salir muy pronto de él. No pasa nada por desistir si piensas que no te ves con fuerzas o pasión suficiente de seguir adelante. Son muchos los que nos han dicho “me encantaría hacer giras por Japón como vosotros”, hasta que les cuentas lo que hay que hacer para llegar ahí y entonces reconocen que no estarían dispuesto a hacer lo que hay que hacer para conseguir “cumplir tus sueños”. La competencia es y será feroz y muchas veces saldrás mal herido de una situación, pero al día siguiente verás a tu compañero de banda levantarse para seguir adelante y tú te preguntas:  ¿qué hago? Un momento después estás en marcha…

Muchas gracias por todo.
Muchas gracias por todo!! Si os apetece escuchar algo de Persefone, nos tenéis en todas las redes sociales. Si queréis escuchar algo mío, respecto a videojuegos, etc, podéis seguirme en Instagram (@moepersefone) o visitar mi web www.miguelespinosamusician.com

Communic – Hiding from the world

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

Dopo un paio di album, i Communic sembravano destinati a grandi cose, magari non tutte le promesse sono state mantenuto, ma il trio – grazie a Dio – è ancora qui con “Hiding from the World” (AFM Records) un disco di assoluto valore.

Benvenuto, Oddleif, come è nato “Hiding from the World”?
Ciao e grazie per il supporto. Beh, gli ultimi tre anni sono stati spesi a mettere insieme le canzoni, a provare e a registrare, ho sempre un bel po’ di materiale tra cui scegliere, quindi inizia tutto con una specie di cernita per capire cosa usare e cosa funziona. Le prime due canzoni che sono state scritte sono la title track “Hiding From The World e” Born Without a Heart” e quelle due hanno creato l’atmosfera che stavo cercando di mettere insieme. Quindi un anno di demo e di elaborazione di idee, un altro anno trascorso in sala prove insieme come band ad arrangiare le canzoni in modo che funzionassero per tutti e ognuno potesse mettere le proprie influenze, e poi all’inizio del 2020 abbiamo iniziato a registrare l’album in studio, un po’ rallentati dalla situazione covid e da diversi ostacoli e strade sconnesse, tutto ha portato alla data di uscita del 20 novembre.

Chi si nasconde al mondo?
O cosa ci nasconde il mondo? Bella domanda, sì, si adatta perfettamente alla situazione nel mondo di oggi, ma il titolo era pronto già all’inizio del 2019, quando stavamo mettendo insieme le canzoni per questo disco. E a quel tempo abbiamo trascorso un lungo weekend in una piccola capanna vicino ai fiordi nelle paraggi di dove viviamo qui in Norvegia, e siamo rimasti lì solo noi tre della band, avevamo la nostra attrezzatura di registrazione con noi, buon cibo e bevande, e abbiamo arrangiato alcune delle canzoni in quel fine settimana. Stavamo prendendo le distanze da cose che avrebbero potuto fermare la nostra creatività, è stato un modo divertente e fantastico di fare una vacanza con i ragazzi, e abbiamo creato un po’ di magia che si è concretizzata in musica. Guardando indietro, il titolo funziona anche per la situazione in cui ci troviamo adesso, dove i paesi stanno imponendo blocchi e tutto il resto, ma tutto ciò è solo una coincidenza.

Non è facile classificare la tua musica, è una sorta di brainstorming! Come fai a capire se una nuova canzone è buona per un album?
D’accordo, siamo abbastanza difficili da inserire in una categoria, ma non vogliamo essere bloccati da delle regole su ciò che possiamo fare o no, nessuna regola è l’idea di base. Sono abbastanza fiducioso che abbiamo trovato la nostra identità ma cerchiamo ancora di evolverci e continuare a scrivere la musica che ci piace. Sono sempre alla ricerca di nuove idee e canzoni, cerco sempre di comunicare i sentimenti e le emozioni nella musica, in questi giorni ho cercato di non complicare troppo le cose, come probabilmente facevamo prima. Cercando di perfezionare le dinamiche e i cambi di tempo, come abbiamo sempre fatto sin dal nostro album di debutto nel 2005, gli alti e bassi di energia e di emozioni, se capisci cosa intendo. Ma ancora proviamo a lanciare alcune cose nuove, ma suona sempre tutto come Communic.

Secondo il foglio promozionale, hai detto: “Le canzoni di questo album sono piuttosto diverse”. Perché queste canzoni sono diverse dal passato: processo spontaneo o scelta?
Penso ancora che sia vero. Sono abbastanza diverse, nella forma e nella dinamica. C’è un po’ di tutto qui, da tranquilli passaggi acustici a parti con esplosioni molto veloci, melodie vocali calme e morbide ad alcune fasi davvero pesanti. Chitarre ultra pulite e muri di suono di chitarra davvero spessi e brutali. Tutto questo è ovviamente una scelta personale e non spontanea, anche se alcuni di queste idee ci arrivano spontaneamente mentre suoniamo insieme, ma alla fine tutto è messo lì con uno scopo.


Alcune melodie in “Forgotten” mi ricordano “Space Oddity” di David Bowie: errore mio o c’è un piccolo tributo al Duca Bianco?
Fantastico, mai pensato come un tributo, ma ha alcune delle strutture degli accordi semplici come dici tu che possono ricordarlo. Questa era una delle canzoni che non pensavo potesse adattarsi allo stile dei Communic, poiché era un’idea semplice che ho scritto su una chitarra acustica, ma quando abbiamo iniziato a lavorarci, la canzone è semplicemente cresciuta dentro di noi, ed è venuta fuori una grande traccia, una delle mie preferite e un ottimo finale per l’album.

Adoro la copertina, è ricca di pathos come la vostra musica! L’idea originale è vostra o di Travis Smith?
Ho sempre amato i lavori di Travis Smith e il suo stile, e da molto tempo sognavo di convincerlo a realizzare un’opera per i Communic. Il risultato è un cumulo di idee mie e di Travis. Lo spunto è nato così. Mostra questa figura, o statuetta in pietra, circondata dalla terra con dei rami dall’aspetto di morti aggrappati, un buco nel petto e una gabbia appesa all’albero con il cuore o l’anima rinchiusi, e la chiave della prigione appesa fuori portata. Penso che sia grande e rappresenti l’energia e l’atmosfera dell’album e abbia quel tocco di Travis Smith.

Siete rimasti nascosti al mondo tra il 2011 e il 2017, possono questi sei anni senza nuovi album aver compromesso il vostro seguito?
Sì, forse, perché è molto tempo. Abbiamo dovuto ricominciare un po’ tutto da capo, ma è così che doveva essere, e possiamo solo incolpare noi stessi, ma siamo ancora qui! Abbiamo avuto alcuni anni di vuoto dopo che il nostro album del 2011, “The Bottom Deep”, ci ha permesso di partecipare a dei grandi festival e suonare dal vivo, ma avremmo dovuto fare di più, guardando indietro. E poi abbiamo passato un bel po’ di tempo a cambiare etichetta discografica e a capire cosa fare e come scegliere la giusta direzione per la band in ambito commerciale. E tutto questo ha richiesto molto tempo per arrivare a una stabilizzazione e prendere forma e fissare gli obiettivi su cui lavorare.

I vostri primi due album sono stati un clamoroso successo, pensi di aver mantenuto le promesse di inizio carriera?
Se chiedi al tipico fan di Communic, probabilmente apprezza di più i nostri primi album, ma penso che sia normale così, è capitato anche a me con i miei gruppi preferiti, mi sono piaciuti nel momento in cui ho iniziato ad ascoltarli, e alla lunga si sono allontanati da dove sono partiti, e io vorrei che tornassero a fare di nuovo lo stesso album. In Flames, Metallica, Megadeth, Testament, Fates Warning e l’elenco potrebbe continuare, ma noi mutiamo come persone, cresciamo come individui e acquistiamo esperienza e le cose variano. Quindi sento che siamo cambiati molto anche noi stessi nel corso degli album che abbiamo fatto, in alcuni più di altri ma tutti hanno avuto uno scopo. Ma so che la nostra musica non è per tutti, quindi se alla gente piace è un bonus, poiché non è una questione di causa, perché sono piuttosto egoista su ciò che cerco di trasmettere nella mia musica. Tornando alla tua domanda, penso che siamo rimasti abbastanza fedeli a ciò che abbiamo iniziato, ma ovviamente le nuove cose saranno sempre diverse in qualche modo.

Le tue prossime mosse?
In questo momento dovremo vedere quando il mondo verrà aperto alle band per fare di nuovo tour, ma immagino che ci vorrà ancora del tempo per riprendersi e tenere la situazione sotto controllo, e potremmo dover attendere prima un vaccino. Ma vogliamo davvero uscire e fare di nuovo un tour e promuovere la nostra roba. Forse proveremo a organizzare un concerto in live streaming dal nostro studio o soggiorno, non lo so, forse qualcosa di personale al quale possiamo invitare i nostri fan che vorrebbero vedere qualcosa del genere e invitarli nella nostra intimità per qualcosa di speciale in questi tempi senza tour in corso.

After a couple of albums, Communic seemed destined for great things, maybe not all promises were kept, but the trio – thank God – is still here with “Hiding from the World” (AFM Records) a record of absolute value.

Welcome, Oddleif, how “Hiding from the World” was born?
Hi and thanks for the support. Well the last three years was spent putting the songs together, rehearshing and recording, I have always quite a lot of material to choose from, so it starts out with a kind of figuring out what to use and what works. The first two song that was written was the title track “Hiding From The World and “Born Without a Heart” and those two set the mood that I was looking for putting everything together. So one year of demoing and putting ideas together, another year spent in the rehearsal room together as a band arranging the songs so it works for everyone, and everyone gets to put their influences into the material, and then in the beginning of 2020 we started to record the album in studio, a bit halted by the covid situation and diverse obstractions and bumpy roads, everything leads up to the release date November 20th.

Who is hiding from the world?
Or what is the world hiding from us? Good question, yeah it fits right into the situation in the world today, but the title was ready, guessing in the beginning of 2019, when we where putting the songs for this album together. And at that time we had a long weekend that we spent in a little cabin by the fjords close to where we live here in Norway, and we stayed there only the 3 of us in the band, had our recording gear with us, made some good food and drinks, and arranged some of the songs together that weekend, and we was kinda distancing ourselves form stuff that would halt the creativities, it was a fun and great way of a trip with the boys, and we made some magic that ended up as music. Looking back now, the title works for the time we are in now as well, where countries are forcing lockdowns and all that, but all that was was just a coincident.

Is not easy to classified your music, is a sort of brainstorming! How do you feel that a new song is good for an album?
Agree, we are quite difficult to pin down into one category, but we don’t want to be locked into rules of what we can do or not, no rules is the idea. I am pretty confident in that we have found our identity but still tries to evolve and continue write the music we like ourselves. Looking for new ideas and songs, I’m always looking to communicate with the feelings and emotions in the music, these days I tried to not over complicate things as much as we probably did before. Trying to perfectionate the dynamics and the tempo changes that we started out doing on our debut album back in 2005, the ups and downs in energy and emotions if you understand. But still we try to throw some new things in but still sounding as Communic.

According to the promo sheet, you said: “The songs on this album is quite diverse”. Why these songs are different form the past: spontaneous process or choice?
I still think that is true. They are quite diverse, in the different buildup and dynamics over the songs. There is a bit of everything here, all from calm acoustic passages to really fast blastbeats parts, calm and mellow vocal melodies to some really heavy phrases. Ultra clean guitars to really chunky brutal walls of guitar sounds. All this is of course a personal choice and not spontaneous, even if some of these moments comes to us as spontaneous moments when we play together, but in the end everything is put there with a purpose.

Some melodies in “Forgotten” remember me “Space Oddity” by David Bowie: my mistake or is there a little tribute to the White Duke?
Cool, never thought about as a tribute, but it has some of the kind of simple chord structures as you mention it. This was one of the songs I didn’t think would fit into the Communic style, as it was a simple idea that I wrote on an acoustic guitar, but when we started to work on it, the song just grew on us, and really built up to be a great song, one of my favorite this time around and a great ending for the album.

I love the cover artwork, is rich of pathos like your music! The original idea is by you or by Travis Smith?
I have always loved Travis Smith’s work and his style, and had a dream fo a long time to get him to work out a Communic artwork. The result is a cumulation of ideas from Travis and myself. The artwork ideas came together from this. It shows this figure, or statuette in stone overtaken by the earth with its dead looking branches clinging, a hole in his chest, and a cage hanging from the tree with heart or soul locked up, and the key to the cage hanging out of reach. Think it turned out great and represents the energy and the atmosphere on the album and has that Travis Smith touch.

You were hidden from the world between 2011 and 2017, can these six year with no new albums have compromised your following?
Yeah, maybe, you know it is a long time. We kinda had to start a bit all over again, but that is how it had to be, and we can only blame our self, but we are still here! We had a few years of vacuum after our 2011 album “The Bottom Deep” did some great festivals and played some live following the album but we should have done more looking back. And then we spent a good amount of time changing record label and actually figuring out what to do and how to choose the right direction for the band when it comes to the business part of it all. And all this took a long time to settle and get down to paper and to set the goals to work towards.

Your first two albums were a resounding successes, do you think you have kept promises of your beginning of career?
If you ask the typical Communic fan he probably value our first albums the most, but I think that is the way it is, that is how I feel about my favorite bands as well, that I liked the time when I started out listen to them, and in the long run they stray away from where they started out, and I would wish for them to go back do that same album again. Like In flames, Metallica, Megadeth, Testament, Fates Warning and the list goes on, but we change as people, grow as individuals and gain life experience and things change. So I feel that we have changed a lot ourselves as well over the albums that we have done, some more than others but they all serve a purpose. But I know our music is not for everyone, so that folks like it is a bonus, as that is not a matter of cause, because I’m pretty egoistic about what I try to get across in my music. But to your question, I think we still stay true to what we started out, but of course new stuff will be different in some way.

Your next moves?
Right now we will have to see when the world opens up for bands to do touring again, but I guess it still will take some time to recover and get the situation under control, and we may have to see a vaccine ready first. But we really want to get out and do some touring again and promote our stuff. Maybe we try to set up a live streaming concert from our studio or livingroom, I don’t know, but maybe something personal that we can invite our fans who would like to see something like that, and invite them into our sphere for something special in these times of no touring going on.

Redemption – Bright colors

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

“Alive in Color” (AFM Records) è la testimonianza live rilasciata dai Redemption in questa stagione di blocco dei concerti. Tra i colori vivaci degli americani non mancano quelli del “tricolore”: il verde, il bianco e il rosso vengono rappresentati dal nostro portabandiera Simone Mularoni (DGM). Di questo e di molto altro abbiamo parlato con un disponibilissimo Nick Van Dyk.

Benvenuto su Il Raglio del Mulo, quest’album era programmato prima del blocco dei live o l’idea è nata dopo come regalo per i vostri fan?
Grazie per avermi intervistato: è fantastico “parlare” con te. Il Progpower ci ha dato sempre l’opportunità di fare cose che sono difficili da realizzare per una band piccola. Abbiamo fan molto appassionati, ma non ce ne saranno mai mille ogni volta che suoniamo da soli. Pochissime band negli Stati Uniti possono farlo in questi giorni. Quindi essere in un posto con così tanti fan ci dà un’energia e, ovviamente, la possibilità di sfruttare un grande palco e il supporto di una troupe straordinaria. Quindi sapevo che avevamo l’opportunità di fare qualcosa di speciale e, una volta che abbiamo deciso che Ray, Chris Poland e Simone si sarebbero esibiti tutti con noi, mi sono convinto che avrei dovuto registrare lo spettacolo per i fan, e francamente anche per la band, perché sarebbe stata una serata speciale.

Cosa ricordi, in paricolare, del feeling con il pubblico durante il vostro spettacolo al ProgPower USA festival 2008?
È sempre un piacere e un privilegio suonare al Progpower. È il posto migliore in cui qualsiasi band prog metal può suonare negli Stati Uniti e i fan sono fantastici. Quello che ricordo di più del 2008 è che eravamo appena tornati dal tour con i Dream Theater e avevamo fatto 30 spettacoli e potevamo suonare quel set perfettamente anche dormendo. Non siamo una band che suona 200 date all’anno. Avere 30 spettacoli alle spalle ci ha dato un grado di fiducia che è difficile da raggiungere, anche se so che siamo dei bravi musicisti e stiamo bene insieme. Ma mi sentivo che quella performance sarebbe stata impeccabile, sapevo che non ci sarebbe stata una singola nota sbagliata e che la band avrebbe suonato super concentrata. Sono molto orgoglioso di quella esecuzione.

Pensi che quel concerto sia stato il momento clou della tua carriera live?
È certamente uno di questi. Abbiamo avuto altri momenti speciali: uno spettacolo da headliner tutto esaurito a Essen con i fan più rumorosi con cui mi sia mai esibito, tutti a cantare i testi delle mie canzoni, e abbiamo incontrato una coppia che aveva guidato per centinaia di chilometri per incontrarci e che indossava dei braccialetti con i miei testi incisi. È stato davvero speciale. Quando abbiamo aperto per i Dream Theater a Toronto, abbiamo suonato alcuni secondi di “YYZ” (i Rush sono sempre stati una delle mie band preferite) inseriti in una pausa di una delle nostre canzoni e il pubblico è subito impazzito, il che mi è sembrato davvero fantastico. Ma sì, questo concerto è stato un momento piuttosto speciale. Penso che gli spettatori e i fan siano d’accordo!

La track list contiene la cover di “Peace Sell” dei Megadeth suonata per la prima volta dopo 20 anni da Chris Poland, come nasce l’idea di questo tributo alla band di Dave Mustaine?
Sapevo che volevamo fare tutto il possibile per questa uscita, coinvolgendo Simone, che si è unito a noi, e Ray che ha fatto una visita a sorpresa. Chris ha suonato nei nostri ultimi due CD. È un musicista unico e talentuoso ed è stato sempre gentile e rispettoso nei confronti della nostra musica tanto che ho chiesto la sua disponibilità a venire ad Atlanta per lo spettacolo. È un tipo un po’ casalingo e non viaggia molto, ma ha detto che sarebbe stato lì, e ho pensato che dovevo almeno chiedergli se avrebbe preso in considerazione l’idea di suonare “Peace Sells”. Sapevo che la folla sarebbe impazzita, e poi francamente quante volte avrò la possibilità di suonare “Peace Sell”s sul palco con Chris Poland? Così ho chiesto, e lui ha detto che era d’accordo. Era la prima volta che suonava quella canzone sul palco dal suo tour con i Damn the Machine nel 1994 o qualcosa del genere, quindi la prima volta in quasi 25 anni. È stato così divertente e un momento davvero surreale per me.

In questo album c’è un tocco di Italia, una chitarra è stata suonata dall’italiano Simone Mularoni, che mi racconti di questa collaborazione?
Sono molto fortunato che Simone sia un amico, e siamo molto contenti che sia uno dei nostri. È uno dei chitarristi più talentuosi al mondo, inoltre è un eccellente ingegnere in fase di missaggio e mastering e ha un orecchio eccezionale. In più, è una persona fantastica. Non vediamo l’ora di continuare a lavorare con lui.

Questo box contiene DVD o Blu-Ray più 2 Cd, di solito preferisci l’esperienza audio o quella video?
Mi piacciono molto gli album dal vivo dal punto di vista dell’ascolto, ma penso che il video aggiunga davvero molto all’esperienza. Per questo era importante per me assicurarmi che ottenessimo un ottimo impatto visivo grazie alla illuminazione da noi progettata invece che solo da quella, se pur ottima, trovata in loco. Abbiamo portato i nostri tecnici e abbiamo usato quante più telecamere possibili. Penso che sia un’esperienza più coinvolgente sedersi in una stanza buia con uno schermo di buone dimensioni e lasciarsi trasportare come se si fosse lì. Questo è davvero quello che abbiamo cercato di fare con questo pacchetto, in tutto, dal filmato dietro le quinte alla scelta degli angoli di ripresa.

Qual è la canzone che ami suonare dal vivo?
Quasi tutte sono divertenti da suonare. Ad essere onesti, adoro quelle un po’ più brevi perché tendono a essere più concentrate e un po’ più facili da eseguire e ci consentono di “lasciarci andare” un po’ di più sul palco. Ma anche se è una canzone molto impegnativa da suonare, e ancora più impegnativa da suonare bene, penso che “Black and White World” sia probabilmente la mia canzone preferita.

Come scegli le canzoni per la vostra scaletta?
È sempre un po’ una sfida perché ora abbiamo sette album alle spalle e anche perché molte delle nostre canzoni sono lunghe. Sono sicuro che molti dei nostri fan vorrebbero sentirci suonare “Sapphire” da “The Fullness of Time”, ma è una canzone lunga 16 minuti e sarebbe un po’ irresponsabile da parte nostra spendere il 20% del nostro spettacolo per una singola traccia. Ovviamente quando abbiamo progettato questo set, abbiamo dovuto tenere in considerazione il nostro catalogo ma anche il fatto che Tom si fosse unito a noi da poco. Tom aveva ovviamente più familiarità con le canzoni che ha provato e registrato con noi per il nostro ultimo album in studio (“Long Night’s Journey into Day”, il primo con noi), quindi ha preferito farne il maggior numero possibile: non lo biasimo perché voleva lasciare una buona impressione. Ricordo che quando sono andato a vedere il tour di “Heaven & Hell”, in cui Dio ha preso il posto di Ozzy , ho notato che metà della loro scaletta proveniva da “Heaven & Hell” e metà era materiale Ozzy: quella era la nostra linea guida. Non è stato poi così difficile una volta che abbiamo elaborato l’approccio generale – ci sono alcune canzoni che sappiamo di dover includere (o almeno che vogliamo fare assolutamente), inoltre non abbiamo mai avuto la possibilità di suonare quelle di “Art di Loss”, perché ci siamo separati da Ray poco dopo la sua pubblicazione, quindi volevo fare almeno alcune di quelle tracce.

“Alive in Color” è il vostro primo album per AFM Records, ce ne sarà anche uno in studio per l’etichetta tedesca o l’accordo si è concluso con questo live?
Sono molto lieto di annunciare che questo è solo l’inizio del nostro rapporto con l’AFM e che faremo un nuovo album in studio insieme. È stato fantastico relazionarci con loro: persone molto professionali e di grande integrità: siamo veramente felici, anche se devo ammettere che tutte le nostre etichette sono state fantastiche.

Cosa ne pensi del boxset “Discovering Redemption” pubblicato dalla InsideOut Music?
Tutto ciò che aiuta le persone a scoprirci è cosa buona! I tipi di InsideOut sono persone molto gentili e credo che non abbiano voluto farsi sfuggire la possibilità pubblicare altra nostro materiale mentre l’accordo di distribuzione con loro stava volgendo al termine. Molte etichette probabilmente avrebbero lasciato semplicemente morire i diritti: sono felice che la InsideOut abbia ritenuto che fosse una buona idea per entrambi avere un altro prodotto fuori!

“Alive in Color” (AFM Records) is the live testimony released by Redemption in this concerts block season. Among the bright colors of the Americans there are those of the “tricolore”: green, white and red are represented by our standard-bearer Simone Mularoni (DGM). We talked about this and much more with a very kind Nick Van Dyk.

Welcome on Il Raglio del Mulo, was this album scheduled before the live shows stop or the idea was born after as gift for your fan?
Thank you for interviewing me – it’s great to be “speaking” with you. Progpower gives us the opportunity to do things that are difficult for a smaller band to do. We have very passionate fans, but there aren’t going to be a thousand of them every time we play on our own. Very few bands in the US can do that these days. So to be in a room with that many fans gives us an energy, and of course we have a great stage and the support of an amazing crew. So I knew we had the opportunity to do something special, and once we decided to have Ray and Chris Poland and Simone all perform with us and arrange that happening, I knew I’d want to record the show for the fans, and frankly for the band as well – it’s a special evening.

What do you remember about the feeling with the audience during your show at ProgPower USA festival 2008?
It is always a pleasure and a privilege to play Progpower. It’s the best place for any prog metal band to play in the US, and the fans are fantastic. What I remember most about 2008 is that we’d just come off tour with Dream Theater and had done 30 shows and we could play that show perfectly in our sleep. We’re not a band that plays 200 dates a year. To have 30 shows under our belt gave us a degree of confidence that is hard to achieve, even though I know we’re good musicians and we gel well together. But I felt like that performance was untouchable – I knew there wouldn’t be a single wrong note and the band would play super locked in. I’m very proud of that performance.

Do you think that concert is the highlight of your live career?
It’s certainly one of them. We have some other special moments – we had one amazing sold out headlining show in Essen with the loudest fans I’ve played in front of singing my song lyrics, and met a couple that had driven hundreds of kilometers to meet us and who had matching bracelets with my lyrics inscribed in them. That was pretty special. When we opened for Dream Theater in Toronto, we played a few seconds of “YYZ” (Rush has always been one of my favorite bands) inserted into a break in one of our songs and the crowd immediately went nuts, which I thought was really cool. But yes, this concert is a pretty special moment. I think the viewers and fans will agree!

The track list contains the cover of “Peace Sell” by Megadeth played for the first time after 20 years by Chris Poland, how is born the idea of this tribute to the Dave Mustaine’s band?
I knew that we wanted to pull out all the stops for this release, including Simone joining us and Ray making a surprise visit. Chris has played on our last two CDs. He is such a unique and talented player and he has been so gracious and complimentary about our music that I knew I wanted to at least see if he would be open to coming to Atlanta for the show. He’s a bit of a homebody and doesn’t travel all that many but he said he’d be up for it, and I figured I had to at least ask if he would consider playing “Peace Sells” because I knew the crowd would go nuts, and because frankly how many times am I going to get the chance to play “Peace Sells” on stage with Chris Poland? So I asked, and he said he was up for it. It was the first time he’d played that song on stage since his tour when he was in Damn the Machine back in like 1994 or something, so the first time in almost 25 years. It was so fun and really a surreal moment for me.

In this album there is a touch of Italy, one guitar was played by the Italian guitarist Simone Mularoni, what’s about this collaboration?
I’m so very lucky that Simone is a friend, and we are very lucky a a band that he is so involved with us. He’s one of the most talented guitarists in the world, plus he’s an excellent mixing and mastering engineer, plus he has a tremendous ear, plus he’s a fantastic person. We look forward to continuing to work with him.

This boxset contains DVD or Blu-Ray plus 2 Cds, usually do you prefer the audio experience or the video one?
I really do enjoy live albums from a listening standpoint, but I think the video really adds a lot to the expeience. That’s what it was important for me to make sure we had a lot going on visually, and we had our own designed lighting instead of just the very good house lighting person, and we brought our guests along, and we used as many cameras as we did. I think it is a more engaging experience to sit back in a dark room with a good sized screen and sit back and transport yourself to being there. That’s really what we tried to do with this package, in everything from the behing-the-scenes footage to the choice of camera angles.

Which is the song you love to play live?
Almost all of them are fun to play. To be honest, I love the ones that are a little shorter because they tend to be focused and a little easier to rehearse and it allows us to “let go” a bit more on stage. But even though it’s a very challenging song to play, and even more challenging to play well, I think “Black and White World” is probably my favorite song to play.

How do you choose the songs for you setlist?
It’s always a little bit of a challenge because we have seven albums out now, and also because many of our songs are long. I’m sure many of our fans would like to hear us play “Sapphire from The Fullness of Time”, but that’s a 16 minute long song and it would be a little irresponsible of us to spend 20% of our set on a single song. Of course when we planned this set, we had to take into account our catalog but also the fact that we have had Tom join us. Tom was obviously more familiar with the songs that he rehearsed and recorded with us for our last studio effort (“Long Night’s Journey into Day”, his first with us) so he favored doing as many of those as possible and I don’t blame him for wanting to make his own mark with us. I remember going back to the “Heaven & Hell” tour where Dio took over from Ozzy and I noted that half their setlist was from “Heaven & Hell” and half of it was Ozzy material, so that was our guideline. It wasn’t really that hard once we worked out the overall approach – there are some songs that we know we have to include (or at least that we definitely want to), and we didn’t have a chance to play out on “Art of Loss” because we had to part ways with Ray shortly after its release so I wanted to at least do one track from that.

Alive in Color” is your first release for AFM Records, will be a new studio full-length for the German label or is just a deal for this live album?
I’m very pleased to say that this is just the beginning of our relationship with AFM and we will be doing a new studio album for them. They have been great to deal with – very professional, and high integrity people. We’re thankful to be working with them (I want to say that all of our labels have been great).

What do you about the boxset “Discovering Redemption” by InsideOut Music?
Anything that helps people discover us is good! InsideOut are very good people and I think they had an opportunity to put one more release out as our distribution deal with them was coming to an end. Many labels would probably just let the rights die off; I’m happy that InsideOut felt it was a good idea for both of us to have another product out there.