Redemption – Bright colors

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

“Alive in Color” (AFM Records) è la testimonianza live rilasciata dai Redemption in questa stagione di blocco dei concerti. Tra i colori vivaci degli americani non mancano quelli del “tricolore”: il verde, il bianco e il rosso vengono rappresentati dal nostro portabandiera Simone Mularoni (DGM). Di questo e di molto altro abbiamo parlato con un disponibilissimo Nick Van Dyk.

Benvenuto su Il Raglio del Mulo, quest’album era programmato prima del blocco dei live o l’idea è nata dopo come regalo per i vostri fan?
Grazie per avermi intervistato: è fantastico “parlare” con te. Il Progpower ci ha dato sempre l’opportunità di fare cose che sono difficili da realizzare per una band piccola. Abbiamo fan molto appassionati, ma non ce ne saranno mai mille ogni volta che suoniamo da soli. Pochissime band negli Stati Uniti possono farlo in questi giorni. Quindi essere in un posto con così tanti fan ci dà un’energia e, ovviamente, la possibilità di sfruttare un grande palco e il supporto di una troupe straordinaria. Quindi sapevo che avevamo l’opportunità di fare qualcosa di speciale e, una volta che abbiamo deciso che Ray, Chris Poland e Simone si sarebbero esibiti tutti con noi, mi sono convinto che avrei dovuto registrare lo spettacolo per i fan, e francamente anche per la band, perché sarebbe stata una serata speciale.

Cosa ricordi, in paricolare, del feeling con il pubblico durante il vostro spettacolo al ProgPower USA festival 2008?
È sempre un piacere e un privilegio suonare al Progpower. È il posto migliore in cui qualsiasi band prog metal può suonare negli Stati Uniti e i fan sono fantastici. Quello che ricordo di più del 2008 è che eravamo appena tornati dal tour con i Dream Theater e avevamo fatto 30 spettacoli e potevamo suonare quel set perfettamente anche dormendo. Non siamo una band che suona 200 date all’anno. Avere 30 spettacoli alle spalle ci ha dato un grado di fiducia che è difficile da raggiungere, anche se so che siamo dei bravi musicisti e stiamo bene insieme. Ma mi sentivo che quella performance sarebbe stata impeccabile, sapevo che non ci sarebbe stata una singola nota sbagliata e che la band avrebbe suonato super concentrata. Sono molto orgoglioso di quella esecuzione.

Pensi che quel concerto sia stato il momento clou della tua carriera live?
È certamente uno di questi. Abbiamo avuto altri momenti speciali: uno spettacolo da headliner tutto esaurito a Essen con i fan più rumorosi con cui mi sia mai esibito, tutti a cantare i testi delle mie canzoni, e abbiamo incontrato una coppia che aveva guidato per centinaia di chilometri per incontrarci e che indossava dei braccialetti con i miei testi incisi. È stato davvero speciale. Quando abbiamo aperto per i Dream Theater a Toronto, abbiamo suonato alcuni secondi di “YYZ” (i Rush sono sempre stati una delle mie band preferite) inseriti in una pausa di una delle nostre canzoni e il pubblico è subito impazzito, il che mi è sembrato davvero fantastico. Ma sì, questo concerto è stato un momento piuttosto speciale. Penso che gli spettatori e i fan siano d’accordo!

La track list contiene la cover di “Peace Sell” dei Megadeth suonata per la prima volta dopo 20 anni da Chris Poland, come nasce l’idea di questo tributo alla band di Dave Mustaine?
Sapevo che volevamo fare tutto il possibile per questa uscita, coinvolgendo Simone, che si è unito a noi, e Ray che ha fatto una visita a sorpresa. Chris ha suonato nei nostri ultimi due CD. È un musicista unico e talentuoso ed è stato sempre gentile e rispettoso nei confronti della nostra musica tanto che ho chiesto la sua disponibilità a venire ad Atlanta per lo spettacolo. È un tipo un po’ casalingo e non viaggia molto, ma ha detto che sarebbe stato lì, e ho pensato che dovevo almeno chiedergli se avrebbe preso in considerazione l’idea di suonare “Peace Sells”. Sapevo che la folla sarebbe impazzita, e poi francamente quante volte avrò la possibilità di suonare “Peace Sell”s sul palco con Chris Poland? Così ho chiesto, e lui ha detto che era d’accordo. Era la prima volta che suonava quella canzone sul palco dal suo tour con i Damn the Machine nel 1994 o qualcosa del genere, quindi la prima volta in quasi 25 anni. È stato così divertente e un momento davvero surreale per me.

In questo album c’è un tocco di Italia, una chitarra è stata suonata dall’italiano Simone Mularoni, che mi racconti di questa collaborazione?
Sono molto fortunato che Simone sia un amico, e siamo molto contenti che sia uno dei nostri. È uno dei chitarristi più talentuosi al mondo, inoltre è un eccellente ingegnere in fase di missaggio e mastering e ha un orecchio eccezionale. In più, è una persona fantastica. Non vediamo l’ora di continuare a lavorare con lui.

Questo box contiene DVD o Blu-Ray più 2 Cd, di solito preferisci l’esperienza audio o quella video?
Mi piacciono molto gli album dal vivo dal punto di vista dell’ascolto, ma penso che il video aggiunga davvero molto all’esperienza. Per questo era importante per me assicurarmi che ottenessimo un ottimo impatto visivo grazie alla illuminazione da noi progettata invece che solo da quella, se pur ottima, trovata in loco. Abbiamo portato i nostri tecnici e abbiamo usato quante più telecamere possibili. Penso che sia un’esperienza più coinvolgente sedersi in una stanza buia con uno schermo di buone dimensioni e lasciarsi trasportare come se si fosse lì. Questo è davvero quello che abbiamo cercato di fare con questo pacchetto, in tutto, dal filmato dietro le quinte alla scelta degli angoli di ripresa.

Qual è la canzone che ami suonare dal vivo?
Quasi tutte sono divertenti da suonare. Ad essere onesti, adoro quelle un po’ più brevi perché tendono a essere più concentrate e un po’ più facili da eseguire e ci consentono di “lasciarci andare” un po’ di più sul palco. Ma anche se è una canzone molto impegnativa da suonare, e ancora più impegnativa da suonare bene, penso che “Black and White World” sia probabilmente la mia canzone preferita.

Come scegli le canzoni per la vostra scaletta?
È sempre un po’ una sfida perché ora abbiamo sette album alle spalle e anche perché molte delle nostre canzoni sono lunghe. Sono sicuro che molti dei nostri fan vorrebbero sentirci suonare “Sapphire” da “The Fullness of Time”, ma è una canzone lunga 16 minuti e sarebbe un po’ irresponsabile da parte nostra spendere il 20% del nostro spettacolo per una singola traccia. Ovviamente quando abbiamo progettato questo set, abbiamo dovuto tenere in considerazione il nostro catalogo ma anche il fatto che Tom si fosse unito a noi da poco. Tom aveva ovviamente più familiarità con le canzoni che ha provato e registrato con noi per il nostro ultimo album in studio (“Long Night’s Journey into Day”, il primo con noi), quindi ha preferito farne il maggior numero possibile: non lo biasimo perché voleva lasciare una buona impressione. Ricordo che quando sono andato a vedere il tour di “Heaven & Hell”, in cui Dio ha preso il posto di Ozzy , ho notato che metà della loro scaletta proveniva da “Heaven & Hell” e metà era materiale Ozzy: quella era la nostra linea guida. Non è stato poi così difficile una volta che abbiamo elaborato l’approccio generale – ci sono alcune canzoni che sappiamo di dover includere (o almeno che vogliamo fare assolutamente), inoltre non abbiamo mai avuto la possibilità di suonare quelle di “Art di Loss”, perché ci siamo separati da Ray poco dopo la sua pubblicazione, quindi volevo fare almeno alcune di quelle tracce.

“Alive in Color” è il vostro primo album per AFM Records, ce ne sarà anche uno in studio per l’etichetta tedesca o l’accordo si è concluso con questo live?
Sono molto lieto di annunciare che questo è solo l’inizio del nostro rapporto con l’AFM e che faremo un nuovo album in studio insieme. È stato fantastico relazionarci con loro: persone molto professionali e di grande integrità: siamo veramente felici, anche se devo ammettere che tutte le nostre etichette sono state fantastiche.

Cosa ne pensi del boxset “Discovering Redemption” pubblicato dalla InsideOut Music?
Tutto ciò che aiuta le persone a scoprirci è cosa buona! I tipi di InsideOut sono persone molto gentili e credo che non abbiano voluto farsi sfuggire la possibilità pubblicare altra nostro materiale mentre l’accordo di distribuzione con loro stava volgendo al termine. Molte etichette probabilmente avrebbero lasciato semplicemente morire i diritti: sono felice che la InsideOut abbia ritenuto che fosse una buona idea per entrambi avere un altro prodotto fuori!

“Alive in Color” (AFM Records) is the live testimony released by Redemption in this concerts block season. Among the bright colors of the Americans there are those of the “tricolore”: green, white and red are represented by our standard-bearer Simone Mularoni (DGM). We talked about this and much more with a very kind Nick Van Dyk.

Welcome on Il Raglio del Mulo, was this album scheduled before the live shows stop or the idea was born after as gift for your fan?
Thank you for interviewing me – it’s great to be “speaking” with you. Progpower gives us the opportunity to do things that are difficult for a smaller band to do. We have very passionate fans, but there aren’t going to be a thousand of them every time we play on our own. Very few bands in the US can do that these days. So to be in a room with that many fans gives us an energy, and of course we have a great stage and the support of an amazing crew. So I knew we had the opportunity to do something special, and once we decided to have Ray and Chris Poland and Simone all perform with us and arrange that happening, I knew I’d want to record the show for the fans, and frankly for the band as well – it’s a special evening.

What do you remember about the feeling with the audience during your show at ProgPower USA festival 2008?
It is always a pleasure and a privilege to play Progpower. It’s the best place for any prog metal band to play in the US, and the fans are fantastic. What I remember most about 2008 is that we’d just come off tour with Dream Theater and had done 30 shows and we could play that show perfectly in our sleep. We’re not a band that plays 200 dates a year. To have 30 shows under our belt gave us a degree of confidence that is hard to achieve, even though I know we’re good musicians and we gel well together. But I felt like that performance was untouchable – I knew there wouldn’t be a single wrong note and the band would play super locked in. I’m very proud of that performance.

Do you think that concert is the highlight of your live career?
It’s certainly one of them. We have some other special moments – we had one amazing sold out headlining show in Essen with the loudest fans I’ve played in front of singing my song lyrics, and met a couple that had driven hundreds of kilometers to meet us and who had matching bracelets with my lyrics inscribed in them. That was pretty special. When we opened for Dream Theater in Toronto, we played a few seconds of “YYZ” (Rush has always been one of my favorite bands) inserted into a break in one of our songs and the crowd immediately went nuts, which I thought was really cool. But yes, this concert is a pretty special moment. I think the viewers and fans will agree!

The track list contains the cover of “Peace Sell” by Megadeth played for the first time after 20 years by Chris Poland, how is born the idea of this tribute to the Dave Mustaine’s band?
I knew that we wanted to pull out all the stops for this release, including Simone joining us and Ray making a surprise visit. Chris has played on our last two CDs. He is such a unique and talented player and he has been so gracious and complimentary about our music that I knew I wanted to at least see if he would be open to coming to Atlanta for the show. He’s a bit of a homebody and doesn’t travel all that many but he said he’d be up for it, and I figured I had to at least ask if he would consider playing “Peace Sells” because I knew the crowd would go nuts, and because frankly how many times am I going to get the chance to play “Peace Sells” on stage with Chris Poland? So I asked, and he said he was up for it. It was the first time he’d played that song on stage since his tour when he was in Damn the Machine back in like 1994 or something, so the first time in almost 25 years. It was so fun and really a surreal moment for me.

In this album there is a touch of Italy, one guitar was played by the Italian guitarist Simone Mularoni, what’s about this collaboration?
I’m so very lucky that Simone is a friend, and we are very lucky a a band that he is so involved with us. He’s one of the most talented guitarists in the world, plus he’s an excellent mixing and mastering engineer, plus he has a tremendous ear, plus he’s a fantastic person. We look forward to continuing to work with him.

This boxset contains DVD or Blu-Ray plus 2 Cds, usually do you prefer the audio experience or the video one?
I really do enjoy live albums from a listening standpoint, but I think the video really adds a lot to the expeience. That’s what it was important for me to make sure we had a lot going on visually, and we had our own designed lighting instead of just the very good house lighting person, and we brought our guests along, and we used as many cameras as we did. I think it is a more engaging experience to sit back in a dark room with a good sized screen and sit back and transport yourself to being there. That’s really what we tried to do with this package, in everything from the behing-the-scenes footage to the choice of camera angles.

Which is the song you love to play live?
Almost all of them are fun to play. To be honest, I love the ones that are a little shorter because they tend to be focused and a little easier to rehearse and it allows us to “let go” a bit more on stage. But even though it’s a very challenging song to play, and even more challenging to play well, I think “Black and White World” is probably my favorite song to play.

How do you choose the songs for you setlist?
It’s always a little bit of a challenge because we have seven albums out now, and also because many of our songs are long. I’m sure many of our fans would like to hear us play “Sapphire from The Fullness of Time”, but that’s a 16 minute long song and it would be a little irresponsible of us to spend 20% of our set on a single song. Of course when we planned this set, we had to take into account our catalog but also the fact that we have had Tom join us. Tom was obviously more familiar with the songs that he rehearsed and recorded with us for our last studio effort (“Long Night’s Journey into Day”, his first with us) so he favored doing as many of those as possible and I don’t blame him for wanting to make his own mark with us. I remember going back to the “Heaven & Hell” tour where Dio took over from Ozzy and I noted that half their setlist was from “Heaven & Hell” and half of it was Ozzy material, so that was our guideline. It wasn’t really that hard once we worked out the overall approach – there are some songs that we know we have to include (or at least that we definitely want to), and we didn’t have a chance to play out on “Art of Loss” because we had to part ways with Ray shortly after its release so I wanted to at least do one track from that.

Alive in Color” is your first release for AFM Records, will be a new studio full-length for the German label or is just a deal for this live album?
I’m very pleased to say that this is just the beginning of our relationship with AFM and we will be doing a new studio album for them. They have been great to deal with – very professional, and high integrity people. We’re thankful to be working with them (I want to say that all of our labels have been great).

What do you about the boxset “Discovering Redemption” by InsideOut Music?
Anything that helps people discover us is good! InsideOut are very good people and I think they had an opportunity to put one more release out as our distribution deal with them was coming to an end. Many labels would probably just let the rights die off; I’m happy that InsideOut felt it was a good idea for both of us to have another product out there.

Katatonia – Live under a dead air sky

English version below: please, scroll down!

Opportunità, futuro, necessità o gesto disperato? Il dibattito sui live in streaming è ben lungi da esaurirsi. Di questo è altro abbiamo parlato con Niklas Sandin, dove l’altro ha un titolo ben preciso: “Dead Air” (Peaceville Records). L’ultima fatica degli svedesi è la riproposizione dello show tenuto allo Studio Grondahl, Stoccolma, durante il lockdown, un’opera che probabilmente diventerà per i fan l’istantanea di un momento storico.

Benvenuto, Niklas! “Dead Air” è stato registrato allo Studio Grondahl di Stoccolma durante il lockdown: possiamo dire che questo è l’album dal maggior valore simbolico della vostra carriera?
È sicuramente una pietra miliare nella carriera di Katatonia poiché è stato fatto in circostanze molto speciali. Non avrei mai, come nessun altro nella band, immaginato un anno fa che un virus avrebbe messo il mondo KO. Ha influenzato la scena live in modo devastante, tuttavia, in questi tempi moderni è ancora possibile esibirsi e trasmettere la musica al pubblico. Se questo virus avesse colpito 15 anni fa, sarebbe stato ancora più difficile per la scena dal vivo. Almeno possiamo scatenarci tramite “Dead Air”!

Questo album live contiene le 20 canzoni più votate dai vostri fan di tutto il mondo. Ti piace la scaletta o avresti cambiato qualcosa?
Mi è piaciuta molto la scaletta e personalmente penso che contenga alcuni dei pezzi più forti nel repertorio della band. Ha diversità e dinamismo – qualcosa che è molto in linea con la musica dei Katatonia. Detto questo, non cambierei nulla. Come hai evidenziato tu, i fan hanno votato la scaletta, quindi abbiamo consegnato ciò che i nostri supporter volevano sentire di più e penso che abbiano fatto una buona selezione.

Qual è stato il feeling generale durante il live streaming?
Siamo una band a cui piace molto esibirsi dal vivo e anche se l’anno è iniziato con un mini tour in Turchia e un’esibizione dal vivo in Grecia, eravamo molto affamati di live; è qualcosa che ci guida e ci motiva, quindi è stata una bella sensazione. Ovviamente era molto diversa dalla normale atmosfera quando ci si esibiva dal vivo, ma era qualcosa che tutti abbiamo apprezzato. Posso parlare per me, è stata un’esperienza “nervosa”. Essere trasmessi in diretta da uno studio di alta qualità con David Castillo dietro il banco è una situazione che non ti perdona durante l’esibizione, quindi ero sempre concentrato con la parte posteriore della testa che mi diceva “non fare casini”, perché se sbagli, è ovviamente molto evidente.

È stato difficile quindi per te concentrarti sulla tua performance?
Ero pure troppo concentrato! Quando suono dal vivo, voglio entrare in contatto con le persone del pubblico. È importante trascinarli nella situazione live e farli sentire parte dell’esperienza più che essere semplicemente qualcuno che ha comprato un biglietto. Questo è la cosa che rende un concerto dal vivo così unico e che mi fa anche dubitare che i live streaming possano mai sostituire un vero concerto dal vivo. È qualcosa di più che guardare le persone suonare dal vivo!

Durante lo spettacolo, avete presentato in anteprima tre canzoni di “City Burials”, perché avete scelto “Lacquer”, “The Winter Of Our Passing” e “Behind The Blood”?
Sono i singoli del nostro album “City Burials” e le tracce che volevamo mettere in primo piano. Penso che si adattassero tutti molto bene alla scaletta e fare un arrangiamento per band di “Lacquer” è stato sia bello che gratificante: abbiamo dato al pubblico una traccia, che nel disco è essenzialmente elettronica, in una nuova veste.

“Dead Air” è un buon riassunto della vostra carriera. Avreste mai immaginato che la band sarebbe stata ancora qui dopo 30 anni?
Questa è una buona domanda. Sono nella band da “solo” più di 10 anni, ma ho sempre notato che Jonas e Anders, che sono qui da molto tempo, ne erano convinti, quindi non dubito che andrà avanti per sempre. Non è solo qualcosa che fai per fare musica o per guadagnare soldi. Katatonia è qualcosa di più profondo di questo.

Come trascorri le tue giornate senza andare in tour?
Devo principalmente mantenermi sano di mente e avere una visione positiva della vita, che è qualcosa che può essere molto difficile in questi tempi. Ho capito molto presto nella mia vita che mi sento più vivo quando suono live di fronte alle persone; è la droga che crea più dipendenza al mondo. Niente vi si avvicina, ed essere impossibilitato del farlo è qualcosa che mette molto stress alla mia salute mentale. Tuttavia, ho avuto la fortuna di essere reclutato come chitarrista dal vivo per dai Mass Worship per il loro tour europeo di due settimane a supporto delle leggende del death metal Vader. È stata un’esperienza davvero unica. Molti concerti avevano un pubblico seduto, ma si capiva che la folla si stava godendo ogni secondo.

Pensi che il modello di live streaming possa essere il futuro della musica?
Sarebbe possibile solo con una nuova generazione di ascoltatori che non abbiano mai vissuto un vero concerto. Gli esseri umani hanno bisogno dell’interazione con gli altri, non solo tramite Internet, ma nella vita reale. Sentirsi parte di qualcosa di diverso dall’essere a casa e usufruire della musica in un ambiente solitario. Non ho idea di cosa riservi il lontano futuro, ma sarei sorpreso se i live streaming sostituissero in toto un vero concerto dal vivo. I concerti dal vivo servono a creare ricordi e connettersi con altri amanti della musica, e il semplice guardare un concerto dal tuo laptop non è un modo così soddisfacente da lasciare un’impressione duratura, secondo me.

“City Burials” è più diretto del vostro ultimo album, la prossima opera sarà più progressive?
Vedremo cosa ci riserva il futuro. Siamo ancora nell’era “City Burials”, ma non ho dubbi che il prossimo album sarà altrettanto buono o addirittura migliore degli album precedenti. Non c’è spazio per i compromessi quando i Katatonia scrivono un nuovo album: deve sempre mantenere standard elevati e risultare una versione migliore della precedente.

Opportunity, future, need or desperate gesture? The debate on live streaming is far from over. We talked about this and more with Niklas Sandin, especially about “Dead Air” (Peaceville Records). The latest effort by the Swedes is the recording of the show at Studio Grondahl, Stockholm, during the lockdown, a work that will probably become for fans a snapshot of a historic moment.

Welcome, Niklas! “Dead Air” was recorded at Studio Grondahl, Stockholm, during the lockdown. Would you say this is the most symbolic album for your career for that reason?
It is definitely somewhat of a landmark in the career of Katatonia since it was done under very special circumstances. Never would I, nor anyone else in the band, have believed a year ago that this would happen – a virus that would set the world at a standstill. It has affected the live scene in a very devastating way. Although, in these modern times it is possible to still perform and get the music across to the audience. If this virus would´ve hit 15 years ago, it would´ve been even more tough for the live scene. At least we could rock out via “Dead Air”!

This live album contains the 20 most wanted songs exclusively voted by your fans from all around the world. Do you like the setlist or would you have changed anything?
I really liked the setlist and I personally think it contains some of the strongest appointments in the bands catalogue. It has diversity and dynamic – something that´s very compatible with Katatonia´s music. With that said, I wouldn´t change anything. It was, as you mentioned, a fan voted setlist, so we delivered what the fans wanted to hear the most and I think they made a good selection.

What was the overall feeling during the livestream?
We are a band that really likes to perform live and even though the year started with a mini tour in Turkey and a live performance in Greece, we were already very hungry to play; it´s something that drives us and motivates us, so it was a good feeling and vibe. Of course, it was very different from the normal atmosphere when performing live, but it was something we all appreciated. I can only speak for myself when I say that it was a nervous experience. Being broadcasted live from a high end studio with David Castillo behind the desk is a situation that´s very unforgiving to ones performance, so it was always that focus in the back of your head “not to fuck up” because when you do, it´s very obvious and transparent.

Is it difficult for you to be concentrated on your performance without an audience?
It was almost too much of being concentrated and focused. When I play live, I want to connect with people in the audience. It´s important to pull them into the live situation and make them feel a part of the experience more than just being someone who´s bought a ticket. That´s something that makes a live gig so unique, and also make me doubt that live streams ever would replace a real live gig. It´s something more than just watching people play live!

During the show, you premiered three songs from “City Burials”, why did you choose “Lacquer”, “The Winter Of Our Passing” and “Behind The Blood”?
It is the singles from our album “City Burials” and tracks that we wanted to front. I think they all fit very well in the setlist and to make a whole band arrangement for “Lacquer” was both nice and rewarding – giving the audience a track that´s on the record all electronic a new presentation.

“Dead Air” is a good recap of your career. Did you guys ever think the band would still be here after 30 years?
That´s a good question. I´ve “only” been in the band for 10+ years, but I´ve always seen that Jonas and Anders are in this for the very long run, so I don´t doubt that it will be going on forever. It´s not just something you do for making music or earning money. Katatonia is something more profound than that.

How do you spend your days without touring?
I’m mostly to keep myself sane and keep a positive outlook on life, which is something that can be very hard in these times. I figured out very early in my life that I feel most alive when I play live in front of people; it´s the most addictive drug in this world. Nothing comes close, and being restrained from doing that is something that put lots of stress to my mental health. However, I was fortunate enough to be recruited as a live guitarist for Mass Worship for their two week long European tour supporting death metal legends Vader. It was a very unique experience. Lots of the gigs had a seated audience, but you could tell that the crowd was enjoying every second of it.

Do you think the livestream model could be the future of music?
It would only be possible with a new generation of listeners never experiencing a real gig. Humans need the interaction with others, not just through internet, but in real life. To feel part of something other than being at home and digest music in a solitary environment. I have no idea what the distant future holds, but I would be surprised if live streams would replace a real live gig anytime soon. Live gigs is about making memories and connect with fellow music lovers, and just watching a gig from your laptop is not a strong enough medium to make a long lasting impression, in my opinion.

 “City Burials” is more direct then your last album. Will the next opus be more progressive?
We will see what the future holds. We´re still in the “City Burials” era, but I have no doubt that the next album will be just as good or even better than the previous albums. There is no room for compromises when Katatonia writes a new album. It always has to hold high standards, and feel like a stronger release than the last release.

Green Carnation – La rivoluzione dei garofani verdi

I norvegesi Green Carnation hanno interrotto la lunga inattività in studio dando alle stampe un lavoro, “Leaves of Yesteryear” (Season of Mist), che ha un piede nel passato e uno nel futuro. Brani inediti, cover e nuove versioni di vecchi classici, per un album che dovrebbe rappresentare il primo passo verso una nuova continuità compositiva. Di questo e altro abbiamo discusso con il cantante  Kjetil Nordhus.

Ciao Kjetil, quando ci siamo incontrati per la prima volta, i Green Carnation, dopo una lunga sosta, erano una band senza contratto: quanto è importante oggi per un gruppo avere un’etichetta?
È un po’ complesso, ma nella situazione in cui ci trovavamo penso che fosse un passo necessario: abbiamo lasciato le scene poco prima che i social media diventassero così importanti e la nostra presenza online è diventata sostanzialmente “vecchia” in pochi anni. Pertanto, avere un’etichetta, con tutti i suoi contatti e le sue tecniche per il raggiungimento dei nostri fan effettivi e potenziali, è stato estremamente importante per noi.

In qualche modo hai anticipato la mia seconda domanda: questo è il vostro primo album dopo quattordici anni di quasi totale inattività, come è cambiato il mondo della musica in questo lasso di tempo?
Il business della musica è in continua evoluzione e ciò che è accaduto nei primi anni 2000, quando il prodotto più importante di una band si è svalutato in una “notte”, ha prodotto degli effetti sul modo in cui gruppi oggi devono lavorare per poter pubblicare musica. Comunque noi siamo stati dei musicisti attivi, almeno la maggior parte di noi, durante i “tempi morti” dei Green Carnation, quindi abbiamo potuto maturare una certa esperienza in questo nuovo contesto da poter usare per poter pianificare al meglio le nostre future mosse.

Ti è stato difficile lavorare di nuovo con i tuoi compagni di band?
Non direi difficile, ma ovviamente dovevamo trovare una sorta di formula su come lavorare. Alla fine, l’abbiamo fatto: le idee principali di tutte le nuove canzoni provengono originariamente dal bassista Stein Roger Sordal, poi sono state oggetto di un ping pong tra me e lui e, infine, sono state presentate agli altri. Da qui nuovi cicli di sviluppo, cercando sempre di mantenere una certa mentalità aperta in studio.

Nell’album ci sono tre canzoni inedite, quando è stato scritto il nuovo materiale?
La canzone più recente è “Hounds”. È stata scritta forse sei mesi prima di andare in studio. Le altre sono il risultato del lavoro svolto dal 2017 in poi, ma ci sono anche spunti antecedenti. Penso che tu possa avvertire che le canzoni sono state completate tutte nello stesso periodo, perché comunque hanno attraversato tutte lo stesso iter che ti raccontavo prima.

“Leaves of Yesteryear” è il vostro primo video musicale in assoluto, ti piace?
È stato davvero stimolante ed eccitante. Volevamo lavorare con Costin Chioreanu, che conosce la band da molto tempo. Sapevamo che era davvero ansioso di farlo, e dopo avergli inviato due delle canzoni più i testi, è tornato con questa grande idea per “Leaves of Yesteryear”, di cui ci siamo innamorati. Gli abbiamo davvero dato piena libertà artistica, perché volevamo il suo stile, e penso che alla fine sia andato benissimo.

Mi piace il feeling epico e doom, in stile di Candlemass, di “Hounds”. Mi hai raccontato che questo brano è la vostra creazione più recente, puoi aggiungere altri dettagli?
Sì, piace anche me per lo stesso motivo. Direi che “Hounds” si distingue dal resto, essendo più cupa rispetto alle altre canzoni dell’album. Essendo stata l’ultima traccia scritta per il disco, sapevamo che avevamo bisogno di questo tipo brano per completarlo al meglio.

Come è nata la nuova versione del vostro classico “My Dark Reflections Of Life And Death”?
Volevamo che questo disco riunisse in un certo senso l’intera carriera dei Green Carnation. E poiché solo Tchort ha suonato nel nostro primo album – ha cambiato l’intera formazione per “Light of Day, Day of Darkness” – abbiamo pensato che sarebbe stata una buona idea registrare una nuova versione di una canzone dell’esordio. Inoltre, sono passati 20 anni da quando è stato pubblicato quel lavoro, ed era già nel nostro live set a un paio d’anni. Penso che svolga un ruolo molto importante, essendo il pezzo centrale, pesante ed epico. Liricamente si adatta anche perfettamente, quindi c’erano molte buone ragioni per inserirla nella tracklist.

Sei tra quelli entrati nella band dal secondo album, “Light of Day, Day of Darkness”, ti piace il debutto “Journey to the End of the Night”?
“A Journey to the End of The Night” è un album stimolante in molti modi, e sicuramente ha tracciato la strada maestra per resto della carriera dei Green Carnation. Penso che abbia bisogno di un po ‘di tempo per essere decifrato, ma ci sono sicuramente molti tesori lì dentro.

Adoro la vostra versione di “Solitude”, Kenneth Silden ha fatto un ottimo lavoro su questa canzone! Chi ha scelto il classico di Black Sabbath?
Quella canzone era nella nostra sfera da alcuni anni. Penso che anche in passato sia stato discusso se inserirla come traccia bonus nei nostri lavori acustici e avevamo anche abbozzato una versione per un progetto Youtube che stavamo per lanciare nel 2017. Dopo aver visto come si stava sviluppando l’album, avevamo bisogno di una canzone per chiudere il tutto e Stein Roger ha avuto l’idea di usare la nostra versione di “Solitude”. Abbiamo pensato tutti che fosse la canzone perfetta per questo fine, sia per quanto riguarda l’atmosfera che per i testi.

Le sessioni di registrazione hanno anche segnato il vostro ritorno a collaborare con Endre Kirkesola (Abbath, In Vain, Solefald), il produttore del leggendario “Light Of Day, Day Of Darkness”, ai DUB Studios di Kristiansand. Come mai avete scelto di nuovo lui dopo tutto questi anni?
Endre conosce i Green Carnation più di nessun altro. Suonava anche le tastiere nei nostri concerti del primo ritorno nel 2016 e durante quel periodo discutevamo molto delle qualità e dell’identità musicale della band. Quindi è stata una scelta ovvia per noi: sapeva esattamente cosa volevamo fare e aveva già molte idee anche prima di iniziare il processo di registrazione. È sempre molto divertente lavorare con Endre, e dopo tanti anni abbiamo avuto di nuovo delle ottime session con lui.

Che mi dici del release concert in streaming?
Inizialmente quel concerto sarebbe dovuto essere un concerto fisico, ma ci siamo resi conto che non era più possibile farlo. Invece di annullarlo, abbiamo preferito semplicemente invitare “il mondo intero” all’evento. Ci siamo impegnati moltissimo, e per fortuna è uscito molto bene. Tuttavia, è probabilmente la cosa più impegnativa che abbia mai fatto come cantante, ma alla fine ne è valsa la pena.

Ti piace la definizione progressive per la tua band
Sì, penso che apparteniamo a quell’ambito, anche se non c’è mai un qualcosa di preciso a cui pensiamo mentre scriviamo la nostra musica. Ritengo che abbiamo trovato una buona formula di lavoro, tutto funziona al meglio, e il risultato di questo processo sono canzoni che si possono definire progressive.

Acacia – Il cantico della rinascita

Ospiti della puntata di Overthewall gli Acacia di Martino Lo Cascio, autori del comeback “Resurrection” (Underground Symphony).

Ciao Martino e benvenuto su Overthewall
Ciao Mirella, ti ringrazio. Sono felice di essere su Overthewall.

Finalmente gli Acacia tornano sulla scena metal italiana con un nuovo album, “Resurrection”, un comeback anelato da chi vi ha sempre seguito e sostenuto. Com’è nata l’idea del vostro secondo lavoro?
Sì è vero, è stato un ritorno sperato e sostenuto da tanti. Ti confesso che ho sempre accarezzato questa idea fin dal primo momento in cui, dopo un paio di anni dall’uscita del nostro primo lavoro “Deeper Secrets” (1996), la nostra attività si è interrotta.

La band nasce da una tua idea negli anni 90, hai sempre curato personalmente testi e melodie, credo sia stata una bella soddisfazione aver riportato in vita il tuo progetto musicale, ci sono stati momenti in cui avevi perso le speranze che ciò accadesse?
Ho fondato la band nel 1990 e mi sono sempre occupato del songwriting e della produzione dei suoi lavori. Dopo quattro demo e l’uscita del nostro primo album sembrava che tutto andasse nella direzione giusta, ma la band si è arenata per una serie di motivazioni personali e artistiche dei vari membri. Ho vissuto lo stop come qualcosa di innaturale e, quindi, puoi immaginare come per me sia stato un periodo durissimo, ma per fortuna non mi sono arreso, ho continuato a comporre e a scrivere con il sogno di realizzare prima o poi un secondo lavoro… e, nonostante gli innumerevoli tentativi andati a vuoto, sono orgoglioso di avercela fatta!

Il ritorno degli Acacia è stato accolto con calore ed interesse dal pubblico e dalla critica. Ci sono degli episodi che ti hanno fatto maggiormente piacere?
Sebbene mi aspettassi un discreto interesse per il ritorno del progetto, ti confesso che non mi credevo minimamente di ricevere una risposta così fortemente positiva ed entusiasta. Tutti hanno ricordato con grande stima il nostro passato, segno che qualcosa di buono avevamo lasciato… Dappertutto “Resurrection” ha ricevuto ottime recensioni, poiché è stato ritenuto un lavoro di raffinata composizione, denso di contenuti maturi e, soprattutto, di grande tensione emotiva. Questo è stato per me umanamente e artisticamente gratificante e tanti sono stati gli episodi che mi hanno fatto piacere, soprattutto perché ho ritrovato vecchi amici e ne ho incontrati di nuovi.

Com’è avvenuta la scelta della line up? E’ stata casuale, fortuita o ricercata e ponderata?
Negli anni ho provato tantissime soluzioni, perché non volevo solo creare un progetto da studio… se fosse stato così avrei potuto realizzare un lavoro in tempi sicuramente più brevi. Ho cercato con cura i compagni di viaggio, nella speranza di individuare persone che avessero attenzione e rispetto non solo per il progetto in sé, ma anche per la storia del gruppo e per il mio percorso creativo… e, soprattutto, cercavo una formazione che avesse l’intenzione di portare in giro la nostra musica, perché adoro l’atmosfera dei concerti e penso che sia la dimensione più giusta per esprimere al meglio il nostro genere. Negli ultimi anni ho così, finalmente, trovato i membri giusti per fare un determinato discorso e, tra l’altro, la maggior parte di loro erano già amici di lunga data e fans degli Acacia.

Citiamo la line up completa?
Sì, con grande piacere. Alla voce Gandolfo Ferro, alle chitarre io e Simone Campione, al basso Massimo Provenzano e alla batteria Claudio Florio.

Il primo album degli Acacia “Deeper Secrets” è stato pubblicato nel ’96 per la Underground Symphony e “Resurrection” esce per la stessa etichetta nel 2019. Una collaborazione che si è anch’essa rinnovata dopo tutto questo tempo…
Si può dire che sia Underground Symphony che il nostro progetto abbiano iniziato a muovere i loro primi passi insieme… Quando nel 1995 il boss della label Maurizio Chiarello ci contattò per proporci di fare parte della sua prima uscita ufficiale, una compilation dei migliori gruppi italiani del momento, fummo felici di accettare. “Funerals of State”, la nostra canzone pubblicata sulla compilation, destò molto interesse e sulle ali dell’entusiasmo anche per gli ottimi risconti ricevuti dal nostro demo “Introspection” del 1994, ci sentimmo pronti per realizzare, sempre per Underground Symphony, il nostro primo disco. Negli anni ho mantenuto sempre ottimi rapporti con Maurizio e ho sempre pensato che se fossi riuscito a ritornare con un secondo lavoro, avrei chiesto nuovamente la sua partecipazione.

Cosa rappresenta questo disco per te? I brani che fanno parte del disco sono stati scritti recentemente o avevi già del materiale che era rimasto lì ad aspettare?
“Resurrection” è un titolo che dice tutto… è la storia di ogni uomo alle prese con la propria rinascita ed evoluzione… è la storia degli Acacia, è la mia storia. Volevo che pur non essendo un concept in senso stretto, lo fosse come impostazione, un insieme di emozioni legate da un filo conduttore. I brani hanno tutti una genesi antica, ma nel tempo si sono evoluti… in questi anni ho scritto tanto e poi ho selezionato i brani che mi sembrava avessero la stessa tensione emotiva.

Chi ha realizzato l’artwork e cosa rappresenta?
È stato realizzato da Nello Dell’Omo, talentuoso artista che ha realizzato tantissimi lavori di qualità per band di spessore. Con Nello c’è stato fin dall’inizio un feeling creativo e dopo interminabili confronti siamo arrivati ad un’idea che esprimeva bene il senso dell’album: un anziano segue un adulto ed entrambi seguono un bambino verso la luce… Si tratta, in sostanza, del ciclo di rinascita interiore di ogni uomo, del suo rinnovarsi continuamente…

Dal ’98, anno in cui gli Acacia si fermano, fino ad oggi tu hai sempre e comunque continuato a scrivere e a gravitare nell’ambiente musicali. Quali sono le esperienze più significative che hai fatto in questo lasso di tempo?
Per me scrivere è un’esigenza naturale, come respirare… solo attraverso la scrittura riesco a trovare quelle risposte di cui ho bisogno e a placare un po’ il mio animo, tirando fuori quelle emozioni che caratterialmente non riesco in altro modo a esternare. Ho continuato a scrivere pensando al secondo lavoro degli Acacia, ma contemporaneamente mi sono aperto a nuove collaborazioni sia in campo musicale, come autore e compositore, che in ambito teatrale. Ho avuto il piacere di partecipare a tante produzioni indipendenti pop, acquisendo competenze anche riguardo ai differenti mercati musicali e in campo teatrale sono stato coautore di alcuni musical che hanno avuto ottimi responsi.

Per problemi legati al Covid sono sospese tutte le manifestazioni musicali, quindi non credo ci saranno occasioni, almeno per ora di vedervi su un palco. Quanto vi ha penalizzato questa restrizione? Ci sarebbero state date importanti?
Il disco è uscito alla fine dell’anno e noi ci stavamo preparando per il nostro concerto di presentazione dell’album, ma tutto si è fermato. L’adrenalina di uscire live era tanta, ma abbiamo dovuto rimandare… spero che presto ci siano nuovamente le condizioni per poter riprendere senza patemi d’animo e nella maniera più serena.

Come dico sempre, penso che gli artisti, in questo periodo, tireranno fuori tutta la creatività che hanno dentro. Cosa stai facendo tu adesso e quali progetti hai per il futuro della band?
È stato un periodo particolarmente difficile per tutti, nuovo e anomalo soprattutto per la sua gestione emotiva. Lo è stato anche per me… Dopo un primo attimo di smarrimento ho però iniziato a riordinare le idee e a scrivere e questo, sicuramente, mi ha aiutato molto a non perdere la speranza. Adesso guardo avanti e, nell’attesa di iniziare a suonare live, continuo a collaborare anche con altri progetti e, inoltre, ho anche iniziato a focalizzare l’attenzione su del nuovo materiale per la band…

Dove i nostri ascoltatori possono ascoltarvi e seguirvi?
Attualmente sul nostro sito e su tutti i canali social e i canali digitali. Da poco siamo anche sbarcati sulla piattaforma Bandcamp, dove chi vuole può acquistare sia la copia fisica di “Resurrection” che la copia digitale (in formato WAV) dello stesso album e del nostro primo lavoro “Deeper Secrets”. Ti segnalo i nostri contatti:
Sito: https://www.acaciaband.com/
Facebook: https://www.facebook.com/acaciabanditaly/
Instagram: https://www.instagram.com/acaciabanditaly/
Youtube: https://www.youtube.com/user/ACACIAITALY
Bandcamp: https://acaciaitaly.bandcamp.com/

Grazie di essere stato con noi
Grazie ancora a te, Mirella, per la disponibilità e il supporto… e grazie a tutti i lettori che, spero, possano appassionarsi alla nostra musica e supportarci acquistando una copia di “Resurrection”.

Trascrizione dell’intervista rilasciata a Mirella Catena nel corso della puntata del 30 Aprile 2020 di Overthewall. Ascolta qui l’audio completo:

Voivod – Telefonate dallo Spazio

Creatura fantastica i Voivod, da sempre al di fuori da regole e schemi stilistici. Però la prematura morte di Piggy ha assestato un duro colpo al carrarmato canadese, sembrerebbe che il nuovo “Infini” possa essere l’ultima opera del combo. Di questo e altro abbiamo parlato con Snake, ormai ritornato in pianta stabile a ricoprire il ruolo di cantante della band.

Ciao Snake, la pubblicazione di “Infini” se da un lato rappresenta un lieto evento per tutti i fan della band, dall’altro potrebbe rappresentare anche il vostro ultimo album. Confermi questi rumors?
Quel che è certo è che questo è l’ultimo album con Piggy. Sarà il tempo poi a stabilire se saremo in grado di creare musica senza di lui. Dan Mongrain potrebbe essere la chiave per il futuro, lui è cresciuto con i Voivod e Piggy. Conosce le composizioni di Piggy meglio di chiunque altro. Vedremo.

Hai definito “Infini” l’ultimo album con Piggy, infatti tutte le tracce di chitarra provengono dai suoi demo, così come erano registrate. Quanto è stato difficile per voi cucirci un disco intorno?
Dal punto di vista tecnico la maggiore difficoltà è stata quella di suonare su quelle tracce la batteria. Non è proprio un modo ortodosso di scrivere un album. Away ha dovuto adattarsi quello che era già stato fatto e questa è una cosa stressante che richiede molta concentrazione. Però ascoltare Piggy nella tua cuffia ti suscita tutta una serie indescrivibile d’emozioni…

Quali sono gli argomenti trattati nei testi?

Alcuni chiaramente sono riconducibili a Piggy, soprattutto “Morpheus”. Poi ce ne sono altri relativi ai disastri ambientali, viaggi spaziali, storie di fantascienza, critica social, vita di strada, ecc…

Da più parti si sussurra che  Blacky suonerà nuovamente con voi in alcuni festival estivi…
Sì, Blacky  ci sarà con il suo big blower bass. Con lui ci sarà anche Dan, sarà sicuramente interessante osservare questa coppia…

Nella discografia dei Voivod ci sono degli album sottovalutati?
Secondo me lo sono “Angel Rat” e “Outer Limits” (entrambi con Snake alla voce, in particolare “OL” ha sancito il primo divorzio tra il cantante e i Voivod NDR) .

Che genere di musica ascolti in questo momento della tua vita?
Dato che ci avviciniamo all’estate, prediligo qualcosa di semplice, rilassante e divertente. La musica più oscura e triste si addice maggiormente all’inverno. Ma poi dipende tutto dagli stati d’animo…

A questo punto non puoi esimerti da consigliare alcuni album ai nostri lettori…
Metallica – Death Magnetic
NiN – Ghosts
Down – Over the under
Motorhead – Motorizer
AC/DC – Black ice

I Voivod hanno sempre associato la propria immagine alla tecnologia. Cosa ne pensi allora degli sviluppi tecnologici che hanno portato al fenomeno del file-sharing?
È un movimento in perenne sviluppo. Io spero che l’industria discografica trovi un sistema per poter distribuire la musica evitando questi furti. Questa situazione  ha un impatto negativo sui musicisti, e tutti quelli che condividono i file non rispettano il lavoro altrui…

Intervista originariamente pubblicata su www.rawandwild.com nel 2009 in occasione dell’uscita di “Infini”.
http://www.rawandwild.com/interviews/2009/int_voivod.php

Angband – 100% metallo persiano

La vita per i metallari in Italia è complicata? Provatelo a dire a Mahyar Dean, il leader degli iraniani Angband, autori del debutto “Rising from Apadana” (Pure Steel Records).

Ciao Mahyar, potresti presentare la tua band ai nostri lettori?
Ciao Giuseppe, Beh io alla chitarra, Ashkan Yazdani alla voce, Ramin Rahimi alla batteria e percussioni e, di recente, un giovane musicista di talento, chiamato Bass M. Halaji, si è unito al gruppo.

Quando ho letto il tuo Paese d’origine ho detto: “ok, un altro album con influenze folk…”, ma durante l’ascolto mi sono trovato di fronte a un CDdi fottuto Heavy Metal! Quali sono gli artisti che ti hanno influenzato?
Un sacco di grandi band come Death, Judas Priest, King Diamond, Iron Maiden, Blind Guardian, Iced Earth, Megadeth e molti altri. Ascolto anche musica classica e monodie folk persiane.

Allora, passiamo alla disamina di “Rising From Apadana”
“Rising From Apadana” è un power metal/thrash album con alcuni spunti progressive ed epic. Abbiamo lavorato sodo per questo disco.

La voce di Ashkan Yazdani mi ha ricordato quella di King Diamond…
Sì, ci piace molto King Diamond. Ashkan ha un grande talento e alcuni dicono anche che la sua voce assomigli a quella di Matt Barlow degli Iced Earth .

Di cosa parlano i testi?
La maggior parte dei testi sono inerenti a fatti di vita e alla storia antica della Persia, come “The King’s Command”, che parla di Ciro il Grande.

Sei felice del risultato finale o, potendo, cambieresti qualcosa?
Sì Sono davvero felice, tenendo presente che abbiamo avuto un termine per il completamento, dato che Ashkan era in partenza per la Svizzera, e abbiamo dovuto finire l’intero album in 3-4 mesi. Certo se avessimo avuto migliori apparecchiature, avremmo potuto fare ancora meglio.

Della copertina cosa mi dici?
Mio fratello Maziar Dean ha fatto la foto e l’ha modificate ad opera d’arte; lui è un grafico professionista e fotografo.

Soddisfatti del lavoro svolto dalla Pure Steel Records?
Si, Andy e Markus Lorenz sono cool metal brothers che credono nel vero metallo, anche Rocco Stellmacher ha fatto un buon mastering.

Oggi, qual è lo stato di salute di metallo in Iran?
Buono: adesso ci sono un paio di formazioni che suonano cover strumentali in piccoli teatri, e si possono vedere all’opera giovani amanti del rock e del metal. Negli anni 70 c’erano un sacco di fan del prog rock nel nostro Paese e il metal ha radici profonde qui. Penso che se non vi fossero problemi con la legge la scena sarebbe grande come in Giappone!

Attività dal vivo?
Nulla per ora, ma speriamo che si possa fare qualcosa dal vivo dopo il nostro secondo album, che dovrebbe uscire nel 2009.

Le ultime parole famose…
Prima di tutto grazie a te e ai tuoi… E come diceva il mio borther of metal Cuck Schuldiner (Mahyar ha scritto la biografia ufficiale dei Death) (RIP): “Let the Metal Flow”.

Intervista originariamente pubblicata su www.rawandwild.com nel 2008 in occasione dell’uscita di “Rising from Apadana”.
http://www.rawandwild.com/interviews/2008/int_angband.php