OJM – Per sempre rock’n’roll

Gli OJM sono stati una delle prime realtà italiane dedite allo stoner-rock, lavorando spesso a stretto contatto con gente come Brant Bjork (Kyuss) e Dave Catching (Desert Sessions, QOTSA). A dieci anni dall’ultimo album in studio “Volcano” la band trevigiana – mai ufficialmente sciolta – ha da poco pubblicato “Live At Rocket Club” (Go Down Records / All Noir) che fotografa il quartetto in uno dei momenti più intensi della propria vita artistica. Ne abbiamo parlato con Max e Andrea, rispettivamente batteria e chitarra nella band.

Ciao ragazzi e benvenuti su Il Raglio del Mulo, è un piacere riascoltare un disco degli OJM a dieci anni dall’ultimo lavoro in studio, come mai è passato così tanto tempo dall’ultima release?
Andrea: E’ un piacere per noi! Negli ultimi anni, dopo “Volcano” e il relativo tour, abbiamo ristampato “Heavy” (nostro secondo lavoro in studio) intraprendendo un tour con la formazione originale dell’epoca, al quale è poi seguito un tour per festeggiare l’anniversario e qualche reunion per particolari occasioni, come è stato nel 2015 quando abbiamo suonato con gli Eagles of Death Metal. Per il resto ci siamo dedicati ai nostri relativi side-project, Max e Ale con Ananda Mida, Pozzy con i suoi The Sade. Non siamo mai stati fermi insomma, però non abbiamo più composto materiale per un eventuale disco, fino a quando non ci è tornato tra le mani un vecchio live che abbiamo rimasterizzato per estrarne questo nuovo vinile.

Siete stati tra i primi mover della scena stoner rock italica, poi gradualmente vi siete spostati su un garage rock meno aggressivo se vogliamo, com’è cambiata la scena anche a livello internazionale secondo voi?
Max: Di sicuro ultimamente c’è stato un ritorno di quei generi che, se mi concedi, noi ascoltavamo già a fine anni 90, e con i quali poi siamo partiti. Al tempo si era però “pecore nere” che proponevano un sound che traeva ispirazione dallo stoner, doom, psichedelia. Generi che ora sono molto più in voga di allora. C’è stato un revival di molte band al tempo di nicchia ed una ricerca da parte del pubblico e dei musicisti atta ad esplorare determinati generi. Per noi non è cambiato nulla, quello che ascoltavamo allora lo rivediamo in molte band oggi, ed alcuni comunque ripropongono un certo sound in maniera egregia!

In questo periodo di mancanza dei live voi uscite con questo disco live del 2011, nostalgia o state serrando i ranghi per un ritorno in grande stile a fine pandemia?
Andrea: Un live ci sta tutto in questo periodo di stop forzato, c’è bisogno di ascoltare almeno su disco un po’ di sano groove da palco! Il lato positivo è che molto pubblico ha più tempo da dedicare all’ascolto, e questa è una buona cosa. Ci sembrava il momento giusto per uscire con un disco live. Per il momento non ci sono idee in cantiere ma tutto può succedere, di sicuro se ne avremo la possibilità torneremo on stage per qualche live e qualche speciale occasione! La voglia di suonare e di ritrovarci c’è sempre, soprattutto in questo momento di pausa forzata.

Avete sempre lavorato con grandi personaggi – da Paul Chain a Brant Bjork a Dave Catching per non parlare di Michael Davis degli MC5 – cosa vi hanno lasciato del loro bagaglio di esperienze queste persone che in un certo senso hanno un po’ inventato un certo modo di fare musica?
Andrea: I ricordi più belli, oltre alle scorribande in tour, sono legate a questi personaggi, sia a livello artistico ma soprattutto umano. Avere la possibilità di confrontarsi e condividere il palco con questi artisti è stato entusiasmante: dalla genialità di Paul, all’umanità di Brant Bjork (per noi come un fratello), alla professionalità di Dave Catching, ma soprattutto all’affetto e alla “storia” scritta da Mike Davis (RIP). Tocchi con mano la persona, conosci e trai ispirazione dall’artista, condividi e impari. Sono cose che ti lasciano un bagaglio artistico non indifferente, e tanti bei ricordi.

In dieci anni le cose sono cambiate tantissimo, dalla promozione al modo di porsi degli ascoltatori, cosa deve fare oggi una band che nasce oggi per farsi ascoltare e venire fuori dal marasma attuale?
Max: Noi ci siamo sempre limitati ad essere noi stessi, a seguire la nostra linea senza badare alle mode del momento. Ovviamente al di la del lato artistico il marketing promozionale è cambiato molto, i live restano importanti ma oggi si viaggia sui social, bisogna saper adottare strategie di conquista anche online ma la chiave resta essere artisti e aver qualcosa da dire e trasmettere attraverso la musica, prima o poi la musica giusta si farà sentire… la musica non si può ridurre solamente a marketing e immagine, c’è sempre bisogno di un valore aggiunto o di qualcosa da esprimere. Poi sì, c’è molta confusione, il pubblico è bersagliato da mille messaggi, la gente tende a sentire e non ad ascoltare, ma noi confidiamo in quel pubblico (molte volte di nicchia) che sa ascoltare ed è appassionato.

Vi siete sempre mossi parallelamente alla Go Down Records, una tra le prime etichette a credere nel rock’n’roll più vintage e autentico, in questo periodo si parla spesso dei club e dei musicisti ma le etichette indipendenti come se la passano durante la pandemia?
Andrea: Come detto da un lato il pubblico si sta prendendo più tempo per ascoltare, comprare dischi e c’è più tempo da dedicare alla musica, molti stanno soffrendo della mancanza dei live, per tanti principale fonte di svago. Anche noi come etichetta siamo purtroppo fermi con eventi e live, le nostre band non possono girare, stiamo investendo sulla promozione via web cercando di far uscire più musica possibile, senza mai fermarci, la crisi inevitabilmente c’è, ma noi facciamo parte della vecchia scuola, lavoriamo con passione e ci mettiamo il cuore, supereremo anche questa situazione.

Cosa state ascoltando ultimamente? Max: Ultimamente stiamo ascoltando molta musica psichedelica.

Lascio a voi le conclusioni e spero di ascoltarvi dal vivo il prima possibile!
Max: Sicuramente finita questa emergenza sanitaria faremo dei concerti per presentare questo ultimo disco dal vivo. Magari dopo ci verrà ispirazione di fare un nuovo disco. Per sempre rock’n’roll

Cornea – Il suono di quello che non vedi

I Cornea sono un power trio proveniente da Padova dedito a sonorità ipnotiche, pesanti, decadenti ma allo stesso tempo oniriche ed introspettive. I sei brani che compongono l’album d’esordio “Apart” (2020 Jetglow Recordings / Doppio Clic Promotions) – tra chitarre shoegaze immerse nel riverbero e la pesantezza atmosferica tipica del doom – sintetizzano e fotografano il percorso artistico di una band in costante evoluzione. Ne abbiamo parlato con Nicola Mel, chitarrista e grafico della band.

Ciao Nicola e benvenuto su Il Raglio del Mulo. Parlami della genesi della band, provenite tutti da altri act con un passato discografico – Owl of Minerva e Dotzauer – ma come nasce il progetto Cornea?
Ciao Paolo, innanzi tutto grazie per questa intervista, speriamo possa contribuire alla diffusione del progetto Cornea! La band nasce nell’estate del 2015 da un mio desiderio di esplorare un genere più libero e slegato dai soliti cliché del rock, che mi permettesse di sperimentare e creare una musica più intimista, avvolgente, che ti prenda per mano accompagnandoti in un viaggio che mi piace definire “personale”. Ho sempre vissuto la musica come una colonna sonora di immagini e film nella mia testa, e con questo progetto volevo rendere bene l’idea creando un sound più “cinematico” che possa fare da colonna sonora alla vita dell’ascoltatore, o rimandarlo a particolari eventi vissuti in passato. Abbiamo passato non poche disavventure per definire una line up solida e soprattutto per fornire all’ascoltatore un prodotto pensato e sentito, che non fosse l’ennesimo disco post rock, e dopo quattro anni e più eccoci qui.

“Apart” il vostro disco d’esordio è uscito in piena pandemia mondiale, è stata una scelta obbligata o ben ponderata?
“Apart” era pronto per la sua uscita, sebbene con delle differenze e arrangiamenti diversi, alla fine del 2017. Purtroppo però abbiamo avuto la “sfortuna” dell’uscita di due membri dalla band (seconda chitarra e basso) poco prima della release, quindi abbiamo fermato tutto… non ce la sentivamo di far uscire un prodotto che non avrebbe rispecchiato la band dal vivo, non ci abbiamo visto un senso. Abbiamo passato tutto il 2018 alla ricerca di altri componenti, riarrangiato i pezzi per farli funzionare al minimo, cercando solo membri essenziali per tornare operativi e facendo un uso più pesante dei synth. Non ci andava di gettare “Apart” nel dimenticatoio (non si chiamava nemmeno così all’epoca, ma semplicemente “Cornea”) avevamo lavorato tanto a quei brani e sentivamo che significavano qualcosa per noi. Nel 2019 abbiamo completato la line up trovando Sebastiano al basso, è scoccata la scintilla per entrambe le parti, abbiamo lavorato con lui per integrarlo il più possibile nella band con il materiale già presente, lasciandogli spazio creativo senza obbligarlo a replicare le parti di basso precedentemente scritte, e in fine abbiamo registrato nuovamente tutto nella sua nuova forma… così è nato “Apart”. Poi è arrivata la pandemia di Covid19, il lockdown e tutto il resto… l’ennesimo ostacolo… ma non ci siamo fatti abbattere, è un disco che fa viaggiare e la gente era costretta in casa, l’abbiamo sentita come una vocazione, “Apart” doveva uscire… per liberare le persone, almeno virtualmente.

La vostra musica genera un flusso costante di emozioni, da cosa traete ispirazione? Quali sono le vostre band di riferimento?
Difficile dirlo. L’ispirazione viene dalle emozioni stesse, a volte da film mentali, come una febbre da smaltire, un demone da esorcizzare mettendo tutto quello che proviamo in musica. Stiamo anche ore a jammare insieme, cercando di andare in dimensioni alternative per poter portare indietro qualcosa per l’ascoltatore, siamo come tre sciamani. A livello di band non ci ispiriamo a nessuno direttamente anche se le influenze sono spesso chiare, ci paragonano ai classici God Is An Astronaut e This Will Destroy You, ma sebbene amiamo le suddette band, le nostre radici sono sicuramente nel rock psichedelico, Pink Floyd su tutti, ma anche Black Sabbath, Cure, Isis… il doom metal e lo shoegaze sono ingredienti che ci piace mescolare insieme per creare il nostro linguaggio, ma non siamo ne uno ne l’altro. A livello personale ognuno di noi ha influenze diverse.

Mostrare ciò che non si può vedere con gli occhi attraverso la musica è il vostro fine. Nella musica strumentale – soprattutto dal vivo – spesso per essere vissuta a pieno ci si serve di visual & di immagini, voi ci avete mai pensato?
Concordo con te, ma non è facile. In Italia le strutture e le situazioni dove le band emergenti possono esibirsi non hanno quasi mai la pazienza e la volontà di permettere alle band di preparare scenografia, luci e tutto il resto, spesso sono situazioni standard. In passato (ahimè quando si potevano ancora fare concerti) abbiamo giocato molto con luci sincronizzate e tanto fumo, ma spesso trovavamo resistenza da parte delle venue, solitamente vige l’idea di “sali, suona, scendi e non rompere le scatole”. Ci piace molto lavorare con i video, e ci stiamo attrezzando per offrire show sempre più immersivi, ma bisogna cercare di tenere il tutto molto “smart” e soprattutto trasportabile.

Il format power trio ha sempre avuto infinite possibilità, ultimamente sia in ambito stoner rock che post/rock e metal c’è un rifiorire di questo tipo di assetto, la vostra è stata una scelta casuale o magari logistica?
Come ti dicevo prima inizialmente eravamo in quattro, poi contro la nostra volontà siamo rimasti in due e al momento della ridefinizione della line up abbiamo voluto tenere le cose al minimo, l’essenziale diciamo. Con la formula del power trio sentiamo che ogni strumento ha il suo spazio e può portare un contributo più ampio, potendosi esprimere liberamente senza saturare oltremodo i brani. C’è più ordine… è anche più difficile però!

La grafica di copertina è favolosa, chi ve l’ha curata?
Ti ringrazio, l’ho creata io tramite A Spring Of Murder, il mio nickname per i miei lavori d’illustrazione. Il filo conduttore che domina “Apart” è la separazione, molte canzoni sono state scritte per esorcizzare adii, sentimenti di esclusione, dolore… ma tutto è così selvaggio, a tratti tribale, primordiale. A due creature innocenti viene impedito di stare insieme, tutto si separa, anche la carne, la vita, la corona separa il popolo, mentre la natura ci guarda silenziosa. Ogni cosa ha un significato, magari anche solo personale, però penso di essere riuscito a convogliare un sentimento di dolore e rinascita, la presenza dei fiori ha un motivo, nel folklore i ciclamini erano visti come una protezione dai malefici, tutto rifiorisce.

Ho notato nella vostra pagina Facebook un minitrailer dell’album, avete intenzione di pubblicare un videoclip prossimamente?
Ci piacerebbe molto. Stiamo creando tanti trailer e mini video, sfruttiamo l’inattività live per creare più contenuti possibile. Sui nostri social potete vedere delle “video pills” che stiamo creando per ogni brano del disco, immagini che aiutino a convogliare emozioni e stati d’animo parallelamente ai brani di “Apart”. Ci piacerebbe creare anche un video ufficiale di una canzone, stiamo ancora pensando se farlo con “Apart” o aspettare il nuovo materiale (in scrittura), vogliamo farlo bene evitando video banali, la pandemia non ci ha permesso di farlo in contemporanea con l’uscita del disco.

Sperando di potervi vedere presto dal vivo – immagino che il vostro show fosse pronto da tempo – avete pensato di proporre un live in streaming? Che ne pensate di questa modalità che sta prendendo piede?
Anche noi speriamo di tornare a suonare live al più presto, non vediamo l’ora che questa situazione di blocco finisca, tantissimi locali stanno chiudendo e tantissimi artisti rimangono congelati senza un’audience reale, è molto grave e deve finire al più presto. Per quanto riguarda live in streaming, ci abbiamo pensato e sarebbe molto bello organizzare qualcosa, non siamo molto pratici delle piattaforme streaming, siamo una band indipendente e facciamo praticamente tutto da soli. Per quanto riguarda le esibizioni live “alternative” mi piacerebbe cogliere l’occasione per promuovere il nostro ultimo progetto “The October Tapes”, ovvero un paio di canzoni registrate live in studio, sia audio che video. Il primo brano è già online da pochi giorni, in premiere sul canale di Where Post Rock Dwells, si intitola “Pink” ed è un brano inedito non presente in “Apart”. Siete tutti invitati a guardarlo, fateci sapere cosa ne pensate!


Gorilla Pulp – La regina del peyote

In attesa del nuovo album previsto nel corso del 2021, la stoner band viterbese dei Gorilla Pulp – con due dischi usciti per la Retro Vox Records e un’intensa attività live anche al fianco di nomi importanti come Marky Ramone e Ufomammut – ha appena pubblicato “Peyote Queen”, primo di tre singoli frutto di un fortunato ritrovamento di vecchie registrazioni che meritavano di essere diffuse.

Ciao ragazzi e bentrovati su Il Raglio del Mulo, è appeno uscito il singolo di “Peyote Queen” nella versione demo del 2015, raccontateci un po’ come avete ritrovato questi vecchi file?
Grazie cricca de Il Raglio del Mulo per averci invitati a questa intervista, è sempre un piacere condividere la giungla insieme! Il singolo di “Peyote Queen” in versione “Demo Tape” è uscito fuori davvero per caso. Cercavamo dei file nel nostro hard disk comune e dentro una cartella palesemente porn abbiamo notato una sottocartella anomala. Ce n’eravamo davvero dimenticati e invece guarda cosa è uscito fuori? Le prime demo del nostro primo full-length “Peyote Queen”.

Cosa è cambiato da queste versioni e come mai avete deciso di pubblicarlo?
Le versioni sono abbastanza simili nell’arrangiamento ma diverse sia nel playing che nell’intenzione. Sono tre tracce registrate interamente live in due, massimo tre take cadauna. La differenza sta proprio nel fatto che erano nate come “provino” e sentire come giravano i brani da inviare alla nostra produzione. Avevamo poi deciso di salvarle perché ci sembrava un buon prodotto, registrato bene e molto diretto, ovviamente anche molto grezzo. Abbiamo deciso di pubblicarle ora poiché tanti ci hanno conosciuto proprio attraverso questo disco e ci sentivamo in dovere di omaggiare tutti con un bel ricordo in studio di registrazione.

Come nasce un brano dei Gorilla Pulp?
Un nostro brano nasce molto “alla vecchia”. Uno di noi si porta in sala prove un riff che gli è piaciuto, che lo ha ispirato e lo propone alla band. Iniziamo a jammarci su improvvisando e vediamo cosa ne esce fuori. Nel mentre Maurice (vox e chitarre) comincia ad adattarci un testo e una linea melodica finché non troviamo la quadra giusta. L’ispirazione e la voglia finora, fortunatamente, non ci è mai mancata e siamo molto molto affiatati.

Nel 2017 un vostro brano “In Your Waters” è stato inserito in un videogame “Wreckfest” (uscito su Sony Playstation, Xbox e Pc.) raccontatemi un pò di questa esperienza, come ci siete arrivati?
L’esperienza è stata davvero bella perché mai avremmo pensato di finire in un videogame automobilistico e soprattutto fico. Quando ci è arrivata la mail dalla loro produzione non ci credevamo nemmeno ed è stato proprio quello il bello: una notizia improvvisa e molto piacevole. Hanno fatto tutto loro, al direttore della colonna sonora è piaciuta quella canzone e ci ha inviato il contratto da firmare con le varie esclusive sul gioco. Una bella soddisfazione e che gioco potente!

In tempi di pandemia con i live club chiusi ormai da un anno, avete mai pensato a fare uno show in streaming?
Ci abbiamo pensato e l’idea non ci dispiace. Quello che ci dispiace, come tanti nel nostro mondo, è quello di non poter sudare assieme con la nostra gente, tutti accalcati e profumati di rock’n’roll. In ogni caso se lo streaming deve essere fatto, va fatto bene, anzi benissimo. Audio bello, riprese belle e diretta sui social anche di più, ma vedremo.
Parteciperemo a fine febbraio ad un evento molto valido organizzato a Roma in totale sicurezza, il quale vi sveleremo pian piano nei prossimi giorni.

Quando c’è stato il vostro ultimo concerto? Siete riusciti ad esibirvi nel 2020?
I nostri ultimi concerti sono stati a luglio 2020, doppietta di fila venerdì e sabato dai nostri fratelli della Backstage Academy di Viterbo, nella stessa location. Le due date furono sold out e su prenotazione obbligatoria, in totale sicurezza ed alcuni posti a sedere. Fu una sensazione strana e diversa suonare e preparare due concerti così, soprattutto per poter rispettare ogni regola e non rischiare.


Cosa state ascoltando in questo periodo? Da cosa vi lasciate influenzare?
In questo periodo ci siamo soffermati ad ascoltare un bel po’ di Blue Oyster Cult e il perché lo capirete nei prossimi mesi. Di certo non mancano anche gli ascolti attuali per capire come sta andando il mondo della musica, siamo molto aperti alle nuove uscite per poter dare un giudizio fondato. Le nostre influenze rimangono comunque i grandi classici degli anni’70 in ogni sfumatura di questo brillante periodo del blues rock.

Come procedono i lavori per il nuovo disco? Cosa dobbiamo aspettarci?
Il nuovo disco è pronto e siamo in dirittura d’arrivo con la programmazione dell’uscita. Siamo davvero soddisfatti del grosso lavoro eseguito in tandem con la nostra produzione, sia dal punto di vista dell’audio che del prodotto finale che ne verrà. Sarà un disco interattivo, non solo da mettere su in un giradischi. Sarà interazione fisica e mentale in tutto e per tutto, una cosa inedita che non avevamo mai sperimentato prima! Speriamo vi piaccia! Un grosso abbraccio dalla Tufo Rock Army e ancora grazie per averci dedicato il vostro prezioso tempo!

Moltheni – Nessun lascito

A undici anni di distanza dalla raccolta finale “Ingrediente novus” Moltheni – al secolo Umberto Maria Giardini, cantautore dalla scrittura trasversale e sempre riconoscibile –  ha pubblicato lo scorso Dicembre un nuovo album. “Senza Eredità” (La Tempesta Dischi / Fleisch Agency) rappresenta la chiusura di un cerchio, nonché l’ultimo capitolo di uno dei progetti più importanti del panorama indipendente italiano.

Ciao Umberto, benvenuto su Il Raglio del Mulo, premetto che è un grande piacere per me poter parlare di musica con te. “Senza Eredità” il disco del (non) ritorno di Moltheni è uscito da oltre un mese, che tipo di aspettative avevi a dieci anni dalla chiusura di quel capitolo?
Non avevo nessun tipo di aspettativa, speravo fosse un disco semplice apprezzato dal popolo di tanti affezionati al progetto Moltheni. I risultati, nonostante non abbiamo ancora ufficializzato ne un videoclip ne un tour, sono positivissimi sia in termini di critica degli addetti ai lavori che nei numeri riferiti alle vendite. Quando si lavora bene e con un esperienza acquisita che mette a fuoco il valore delle cose, è difficile produrre cose brutte.

“Ingrediente Novus” si chiudeva con il brano inedito “Per Carità di Stato” – personalmente lo considero tra i grandi capolavori della musica italiana – che fotografava perfettamente la situazione di quel periodo ma che trovo ancora tremendamente attuale, come la riscriveresti oggi?
Francamente non ne ho idea, poiché è una domanda che non riesco a pormi. Sono stato sempre attento alla vita di tutti noi e alle sue sfaccettature che inevitabilmente la complicano. Probabilmente oggi la scriverei diversa nella forma, ma non nei contenuti, che ahimè sono rimasti uguali se non peggiorati.

Da batterista, quando quel ragazzino che vediamo in copertina ha deciso che poteva anche essere un cantautore?
Quando mi sono reso conto che era molto difficile far capire agli altri come andavano scritte le canzoni che intendevo io. Ho sempre avuto una visione molto personale del modus operandi che applico al lavoro, per questo motivo le collaborazioni mi sono sempre andate strette. Detesto suonare la chitarra, ma sono stato obbligato ad imparare perché nessuno scriveva per me quello che volevo. Oggi avendo un giro di musicisti attorno a me molto in gamba, fatto di persone affidabili, tendo sempre di più a cantare e basta. Scrivo sempre tutto io usando la chitarra, ma poi delego lo strumento poiché sono annoiato.

Ricordo che l’ultima volta che abbiamo avuto modo di scambiare due parole (dopo un concerto all’Eremo Club di Molfetta) avevi con te “Badmotorfinger” dei Soundgarden – era da pochissimo morto Chris Cornell – secondo te che cosa è andato storto dopo gli anni ’90? E’ stato davvero l’ultimo periodo dove la musica era determinante nella società – all’estero ma anche in Italia – o è solo l’effetto nostalgia di chi ha ormai varcato la soglia dei quarant’anni?
La musica intesa come necessità e come costume integrante dell’ascoltatore giovane e meno giovane, ha smesso di esistere attorno al 2006. La colpa dell’annullamento è assolutamente dovuto alla rete. Le chitarre e gli strumenti che suonano veramente, sono passati sempre di più inosservati, e la tecnologia becera ha materializzato la possibilità di creare dischi senza la necessità reale di suonare. Di fatto (in Italia il fenomeno è dilagato) sono usciti miliardi di gruppi, cantautori, performer, la maggior parte ultra-scadenti che per ovvi motivi e di riflesso alla società affamata, sono diventati straconosciuti e adorati. Il saper suonare, cantare e scrivere testi applicati alla musica di spessore è diventato un valore aggiunto trascurabile. Tutto ciò che è scadente oggi piace. E’ accaduto questo…

Quanto è importante per te la psichedelia?
La psichedelia è stata per me fondamentale, anche dal fatto che me ne sono invaghito da giovane. E’ stata una porta che aprendosi mi ha dato la possibilità di vedere tutto sotto una prospettiva allargata e benevola. L’uso di droghe pesanti ha accentuato questa fase, ma graziato dalla sorte, frenando proprio nel momento in cui mi son trovato a scegliere se darci dentro o venirne fuori, ho scelto la vita frenando quel processo di autodistruzione che precludeva anche il plasmarmi con la musica psichedelica, che oramai era dentro di me.

In quasi tutti i tuoi dischi – di Moltheni ma anche UMG – c’è sempre stato spazio per un brano strumentale, cosa che ho sempre molto apprezzato e trovato caratterizzante (ho amato il progetto Pineda) in questo disco non ce ne sono, come mai?
In “Senza Eredità” non compaiono episodi strumentali solamente per la coincidenza che, nel materiale recuperato non vi erano brani senza testo. Ho sempre amato scrivere musica indipendentemente dalla voce cantata, questo perché suscita in me immagini straordinarie, che spesso vengono rovinate dalla parte vocale. Qualsiasi mio brano nasce strumentale, spesso mi capita di non sentir la necessità di scriverci un testo ed è così che lo lascio senza voce evitando di snaturarlo.

Ho sempre seguito con interesse il tuo approccio “vintage” nella strumentazione e nell’approccio alle registrazioni, hai mai pensato di dare un “vestito” più contaminato dall’elettronica alle tue composizioni?
Sì, ci ho pensato spesso, ma bisogna trovare anche persone capaci, e in Italia il gusto riferito alla musica elettronica è un po’ latitante.

Cosa stai ascoltando in questo periodo?
Ascolto dischi classici perlopiù di jazz. Chet Baker, Miles Davis, Coltrane, Thelonious Monk, Evans. Ascolto rock soprattutto mentre guido, spazio anche lì tra i miei amori che non abbandonerei nemmeno sotto tortura; Smiths, Echo & the Bunnymen, Lotus Eaters, Lloyd Cole and the Commotions, Housemartins, Roy Orbison, Elvis.

Negli ultimi anni sei passato dalle sonorità mature ed elettriche di UMG al disco con la band Stella Maris per tornare alle atmosfere più folk oriented di Moltheni, cosa dobbiamo aspettarci nell’immediato futuro?
Sto ultimando le registrazioni del nuovo album di Stella Maris che considero qualcosa di straordinario. Presumo che nella primavera inoltrata inizierò la pre-produzione del nuovo album di UMG, ma occorrerà ancora un po’ di tempo per regalargli vita vera. Nel frattempo produco cantautori sconosciuti e la cosa mi diverte molto.

Foto originale di copertina di Avida Dollars (@nsfilmphoto)

Mr. Bison – Verso il mare e oltre

Raggiunto il traguardo del quarto album – “Seaward (Subsound Records) uscito ad Ottobre 2020 – i Mr. Bison impreziosiscono il loro caratteristico groove heavy psych blues con le sfumature del progressive rock e del concept album. Ne abbiamo parlato con Matteo Barsacchi, chitarra e voce del trio toscano.

Ciao Matteo, complimenti per il vostro nuovo album “Seaward”, da dove è scaturita l’idea di pubblicare un concept?
In questi ultimi anni ci siamo riappassionati agli anni 70 che avevamo lasciato un po’ in standby, soprattutto al prog rock 70, mostri sacri come King Crimson, Pink Floyd ma anche band un po’ meno conosciute come Captain Beyond e Nektar. In quegli anni molti album nascevano come concept , vedi capolavori come “Dark Side of the Moon” dei Pink Floyd o “Thick as a Brick” dei Jethro Tull, certamente lontano da noi paragonarci a band di questo livello, prendendo però in considerazione il fatto di creare un concept, anche se con una iniziale perplessità sul risultato, una volta individuato il tema, un giusto artwork e qualche buona pre-produzione in studio, tutto è andato in maniera molto naturale, con il risultato finale di “Seaward”.

Holy Oak” è stato un album importante e molto apprezzato dalla critica, è stato difficile dare un seguito ad un lavoro di tale portata? “Holy Oak” è stato il passaggio dalle influenze Hard Blues di “We’ll Be Brief” e “Asteroid”, caratterizzate da composizioni dirette con molto Groove, a “Seaward” che fondamentalmente avevamo già in mente. Con “Holy Oak” abbiamo inserito molta psichedelica lasciando sempre una buona dose di tiro hard kock, mentre in “Seaward” abbiamo inserito molto progressive. Sarebbe stato un passaggio troppo netto senza un terzo album in stile “Holy Oak”. Siamo una band in continua evoluzione e stiamo già sperimentando cose nuove con ulteriori aggiunte di stili.

Nel vostro lavoro ci sono molte influenze che vanno dal folk al prog oltre a naturalmente l’heavy psych, da dove traete ispirazione?
La maggiore ispirazione sono ovviamente gli anni 70, come ho detto nella prima domanda, mostri sacri come King Crimson e Pink Floyd, Black Sabbath, ma anche band meno note come Captain Beyond e Nektar…. Per quanto riguarda le band di nuova generazione siamo molto ispirati da band come Elder e Motorpsycho.

Siete un trio come ce ne sono tanti nella scena heavy psych blues ma con due chitarre e senza basso, la band è nata già con questo assetto o stato qualcosa che è avvenuta con il tempo?
Agli esordi la formazione era composta da chitarra, basso e batteria, dopo pochi mesi integrammo un secondo chitarrista ma il bassista causa impegni lasciò il progetto. Io cominciai a sperimentare soluzioni sonore per fare a meno del basso, utilizzando octaver e accordature più basse, e proseguimmo così. Questa nuova soluzione ebbe un grande riscontro live ed il sound che ne usciva ci piaceva molto, quindi decidemmo di proseguire così. Negli anni ovviamente lo sviluppo e la sperimentazione sonora ci ha portato alla soluzione tecnica attuale molto più complessa ma davvero molto interessante, ossia l’utilizzo di doppio amplificatore chitarra/basso pilotati da una centralina artigianale che riesce a trasformare all’occorrenza con un click le chitarre in basso/hammond/mellotron.

Il nuovo album ha degli arrangiamenti molto ricchi, dal vivo come lo presenterete? Non deve essere facile – e lo dico da musicista – riproporre dal vivo un lavoro del genere.
Collegandomi alla domanda precedente, per quanto riguarda l’aspetto live, restiamo abbastanza fedeli al disco, con le nostre pedaliere riusciamo a gestire basso, hammond e mellotron, in più il batterista riesce a suonare live dei droni/pad che abbiamo prodotto precedentemente ed inserito come sampler da suonare.

Non sarò probabilmente il primo a dirlo ma, trovo il vostro lavoro molto vicino alle atmosfere degli ultimi Motorpsycho (che personalmente adoro): cosa ne pensate?
Beh, a mio parere i Motorpsycho sono la band di nuova generazione migliore del genere, hanno un songwriting complessissimo ma raffinato e reso di semplice ascolto dalla maestria tecnica che hanno. L’ultimo album è clamoroso, sperando non passi come messaggio polemico, mi sembra curioso che in moltissime classifiche di settore dei migliori album 2020 non siano stati neanche nominati. “The All Is One” è un capolavoro, fra l’altro ultimo capitolo di una trilogia sublime, “The Tower” e “Crucible” sono anch’essi album incredibili. E’ certo che band di questo tipo hanno bisogno di un ascolto attento e ripetuto per coglierne la grandezza. Lungi da me paragonarci a loro ma sicuramente anche la nostra musica ha bisogno di un ascolto ben focalizzato, non è musica diretta, “Seaward” è un concept album basato su un argomento ben preciso, sicuramente un ascolto consapevole sul tema e sull’artwork renderebbe l’ ascolto più’ coinvolgente.

Ci sono altre band della scena italiana che apprezzate o con cui avete in qualche modo legato magari on the road?
In Italia ci sono moltissime band meravigliose, il livello è molto alto nella scena heavy psych stoner e prog; nello stile più stoner sicuramente, Black Rainbows, e Black Rlephant, nella psichedelia direi Giobia e da Captain Trips, nell’heavy psych citerei Humulus, Tuna de Tierra e Lee Van Cleef, nel doom e post rock/metal direi Messa e Vesta…. Ma sono stato molto breve, ci sono davvero moltissime band di alto livello che non sanno muoversi bene che purtroppo non hanno grande riscontro mediatico e quindi trovano pochi spazi qui in Italia e all’estero.

Cosa ne pensate dei concerti in streaming? Può essere un’opportunità o è solo un “palliativo” a causa della situazione attuale?
Faccio davvero molta fatica ad accettare il concerto in streaming, per adesso non abbiamo ancora ceduto al farlo e spero che questa situazione riparta il prima possibile. Abbiamo avuto la fortuna di fare un release ad ottobre con pubblico seduto e distanziato, sicuramente non è lo stesso dello stare in piedi fronte palco, ma credo che sia un ottima soluzione per far ripartire pian piano le cose e soprattutto per sostenere tutto il settore, club, tecnici e musicisti.

Avete altri progetti musicali oltre ai Mr. Bison o vi dedicate esclusivamente a questa band?
Ognuno di noi ha altre cose, è importante avere side project per liberare e sviluppare tutte le idee che possono essere meno idonee ad un unico progetto.

Grazie per la disponibilità e speriamo di potervi vedere “dal vivo” il prima possibile
Ringraziamo tutto lo staff del Raglio del Mulo per questa intervista, ringraziamo inoltre tutti gli addetti al settore promozione, webzine, magazine, uffici stampa, blogger per il loro tempo prezioso alla divulgazione del meraviglioso underground Italiano.

Deadform – Un incubo industrial blues

I Deadform sono un duo Industrial composto da Peter Bell ai synth e Dead Kryx – Cristian Di Natale già noto come “Murthum”, membro fondatore ed anima dei Mortifier una delle prime band black metal italiane – alle chitarre. Hanno da pochissimo pubblicato il loro Ep d’esordio “Tales of Darkforms” su Bandcamp.

Ciao Peter, benvenuto sulle pagine de Il Raglio del Mulo! Come nasce il progetto “Deadform”?
Conosco Kryx da molto tempo, eravamo adolescenti. Nel piccolo paese rurale dove siamo nati chi ascoltava determinati generi musicali era considerato un alieno e quindi tra alieni ci conoscevamo tutti e ci scambiavamo cassette, dischi ed esperienze di viaggi impossibili no budget… facevamo migliaia di chilometri insieme per vedere le nostre band preferite. Deadform nasce da questo spirito ritrovato dopo alcune free session da un amico comune. Il mio modo alternativo di suonare i synth insieme alla sua macchina da riff ha trovato da subito un’intesa sonora. Insieme abbiamo pensato ad progetto che potesse unire power electronics, techno e metal sperimentando una nuova miscela esplosiva. Non ci siamo mai annoiati e ogni traccia ci spronava a lavorare sulla successiva .

E’ stato difficile unire la tua anima elettronica a quella più propriamente black metal di Dead Kryx?
Le influenze black metal si percepiscono specialmente nella prima traccia “Darkforms” ma non avendo un cantante, e in quel momento neanche un batterista, dopo un po’ di session insieme l’idea di proporre musica solo strumentale è stata naturale, poi l’entusiasmo ha fatto il resto.

In che maniera vi approcciate alla composizione dei brani?
Tutte le tracce sono state abbozzate insieme. Alcune volte ho sviluppato più una mia idea al synth o alla drum machine, altre volte siamo partiti da una parte di chitarra e via via in questo modo abbiamo rifinito le tracce. Solo quattro al momento per un Ep ma siamo già pronti a pubblicarne altre, come prima uscita può bastare.

L’industrial è un genere che ha avuto la sua maggiore notorietà negli anni ’90, cosa può ancora caratterizzarlo nel 2021 secondo voi ?
L’industrial era il genere a cui ci sentivamo più vicini pur essendo naturalmente molto lontani dalla Wax Trax di Chicago. Certamente amiamo band come NIN, Skinny Puppy, Ministry, Front 242 tanto per citarne alcuni. Crediamo che il rock oggi per vivere abbia sempre più bisogno della sintesi elettronica e l’industrial è secondo noi il genere che più di tutti può incubare l’anima del blues con i ritmi industriali della dance music. Il mondo della musica è infinito ed è la massima espressione dell’uomo su questo pianeta.

Il vostro Ep “Tales of Darkforms” è una sorta di viaggio sonoro che ben si presta a un immaginario apocalittico, avete intenzione di pubblicare altri videoclip oltre quello già edito di “Convulsex”?
Ci stiamo lavorando… il video di “Convulsex” è stata una sfida, in effetti pensavamo quanti videogiochi devono il loro successo alla musica?

Vista l’attuale stasi della musica dal vivo, che ne pensate delle esibizioni in streaming? Avete mai pensato a qualcosa del genere?
Adesso abbiamo un batterista e, virus permettendo, stiamo cercando di preparare un set dal vivo. In merito alle esibizioni in streaming bisognerebbe inventarsi qualcosa di più che suonare davanti ad una camera fissa, ci vorrebbe uno show.

Come Mutaform Records, hai pubblicato diverse produzioni, quanto il contesto del Sud ed in particolare della Valle D’Itria influisce sulle tue produzioni ?
Una delle cose più stimolanti che abbiamo da queste parti è il poter passare dal nulla più assoluto – un paesaggio rurale o un parco marino – ad un posto dove si suona si balla e ci si diverte senza traffico, con tantissimo spazio a disposizione. La vita all’aperto, un po’ di sport e l’osservazione… tutte queste cose aiutano molto e stimolano l’orecchio nella creazione di nuove tessiture sonore .

Quali progetti avete per il futuro musicale post-pandemico?
Stiamo lavorando ad una versione live dei Deadform con un giovane batterista e ad altre nuove tracce.

El Rojo – La lunga linea sottile tra Calabria e California

Ancora una volta sulle pagine del Mulo una band che fa della propria provenienza un punto di forza e focus per il concept del nuovo album. “El Diablo Rojo”, degli El Rojo, è appena uscito per la Karma Conspiracy Records, ne abbiamo parlato con Evo Borruso, voce e autore dei testi della band.

Ciao Evo! Benvenuto su Il Raglio del Mulo, è un piacere ritrovarsi dopo qualche tempo! E’ fuori da pochissimo la vostra nuova release “El Diablo Rojo”, seguito dell’Ep d’esordio “16 Inches Radial” del 2018″ e dello split con i Teverts del 2019; raccontatemi un po’ in breve questi ultimi due anni da El Rojo..
Sono stati due anni ricchi di sorprese, sinceramente non credevamo che la nostra musica una volta uscita dal ranch (la nostra sala prove) potesse entrare in circolo così rapidamente, la cosa più bella è stata creare una pletora di connessioni con altre realtà sia underground come la nostra, sia di livello decisamente superiore come esperienza e quantità/qualità di release. Ovviamente non possiamo non citare la meravigliosa vittoria nel contest europeo indetto da Louder.me a Valencia. Siamo scesi dal palco in mezzo a un delirio di gente entusiasta della nostra performance. Ricordi che portiamo indelebili nei nostri cuori. Insieme alla birra da 0.5 a 2 euro e 10.

Il concept del nuovo album è un identikit del vivere al Sud con i suoi disagi e le sue contraddizioni ma con un forte senso di appartenenza, raccontatemi un po’ da dove nasce questa idea e chi si occupa dei testi.
L’autore dei testi sono io, oltre che il frontman. Nel processo creativo le liriche sono sempre successive al mood che genera la strumentale, proprio per evitare di mettere paletti che potrebbero limitare la creatività, ma soprattutto per dare sempre il collante giusto fra parole e musica. Anche il concept è stato ideato da me e come sempre la decisione di prendere questa linea è stata condivisa da tutti, perché tutti condividiamo lo stesso senso di appartenenza al Sud. In parole povere: sono pazzo e mi lasciamo fare.

Nel vostro nuovo album ho notato un notevole passo in avanti in fatto di produzione ma allo stesso tempo una riconoscibilità immediata del sound “El Rojo” con un “appesantimento” globale delle chitarre, è una scelta precisa o un evoluzione spontanea?
Era un nostro preciso obiettivo fare della produzione un punto di forza, la scelta del Monolith Recording Studio è stata per noi una scelta naturale in questo senso. Il sound “El Rojo” è un sound che abbiamo volutamente preservato in fase di produzione, Filippo è stato davvero collaborativo in questo senso e ci ha aiutati a lavorare nella direzione che rispecchiava il carattere di ognuno di noi, dalla batteria alla voce. Nel disco ci sono pezzi con contaminazioni che vanno dall’heavy al metal e ciò è dovuto solo in parte al cambio di line up. Sicuramente Fabrizio Miceli (il nuovo chitarrista ndr) ha portato con sé elementi che provengono dal suo background musicale ma è anche vero che fondamentalmente amiamo lo stoner metal! In ogni caso la nostra produzione artistica non è un oggetto statico e dello stoner amiamo tutto, i nuovi brani su cui stiamo lavorando introdurranno ancora più varietà al nostro repertorio. Praticamente siamo cinque metallari che si divertono a fare stoner.


L’album è uscito con l’ottima Karma Conspiracy Records, raccontatemi un po’ di questa fase del lavoro con loro, spesso si trascura tutto ciò che c’è dietro un progetto discografico soprattutto nell’underground.
Filippo Buono si è trovato a lavorare con noi in duplice veste: produttore e label manager. In Karma Conspiracy Records si respira un’aria familiare, si vive in armonia, si collabora, ci si da una mano in tutti gli aspetti che coinvolgono il lavoro discografico. Ci siamo trovati a incidere un disco che è stato pensato da cinque persone ma che è stato finalizzato da otto teste, includendo il gran lavoro che ha fatto in fase di mastering Giovanni Nebbia. Il tutto è filato in maniera naturale, Filippo è stato un ottimo interlocutore dall’inizio alla fine del lavoro. In casi come questo avere un’etichetta è un valore aggiunto, hai tutto a portata di mano ed è tutto più facile, un’esperienza che consiglieremmo a tutte le band emergenti. Impareranno anche loro che Filippo è uno str***.


In pieno lock down avete pubblicato un anticipazione dell’album il brano “Cactus Bloom” con un video molto evocativo; so che siete sempre stati molto attivi su più fronti anche extra musicali, cosa vi ha lasciato questa esperienza (a patto che sia finita)?
Cactus è stata scritta e concepita in un momento in cui la pandemia non era neanche nei nostri pensieri, era il pezzo conclusivo del concept, quella che consideravamo la gemma nascosta. Siccome è stata una traccia molto sofferta nella sua concezione e realizzazione, abbiamo pensato che si sposasse molto bene con il mood di quel periodo. E’ stata una scommessa vinta, abbiamo raggiunto angoli del mondo impensabili totalizzando complessivamente fra le varie piattaforme oltre 250.000 visualizzazioni e tantissime attestazioni di stima, soprattutto nell’est Europa. Sempre nei giorni immediatamente successivi al lockdown abbiamo deciso di lanciare un’iniziativa rivolta ai musicisti e al mondo della musica in generale col progetto “La Musica non si Ferma”, esperienza meravigliosa e irripetibile per quante energie abbiamo veicolato al suo interno. Sono stati giorni e settimane piene di intense relazioni con tutto il mondo della musica e dell’arte che è culminata con una conferenza stampa europea con tantissimi guest prestigiosi tra cui il grande Mike Terrana e Igor Sidorenko degli Stoned Jesus. Un’esperienza che è stata molto utile per capire alcune dinamiche all’interno del mondo della musica, non ha sortito pienamente gli effetti sperati, credevamo di riuscire a compattare intorno a questa idea decine, centinaia di musicisti, invece ha creato per lo più voglia di emulazione. Abbiamo deciso di mettere in stand by il progetto per utilizzarlo più avanti se si creeranno i presupposti con dei partner disposti a lavorare in sinergia con noi. (A proposito, se qualcuno è interessato alla cosa, noi siamo sempre disponibili a mettere a disposizione il tutto.)
Poco da aggiungere, a volte ci proviamo ma poi ci pentiamo.

Ultimamente la Calabria é fucina di ottime band soprattutto stoner rock – penso ai colleghi Deep Valley Blues – che stanno venendo fuori, sarà il cibo o è la morfologia del territorio ad ispirare queste sonoritá?
Non lo sappiamo, sarà la salsiccia, la sopressata, la nduja. In Calabria ci sta un underground ricco e variegato, dal doom allo stoner, dal punk al metal più estremo. Se parliamo di Stoner oltre ai bravissimi Deep, coi quali abbiamo diviso più volte il palco, possiamo citare i Carcano che in questi giorni sono alle prese con la registrazione del prossimo lavoro. Menzione d’onore va fatta ai Lunar Swamp che stanno raccogliendo tantissimi consensi e ai Bretus, storica band doom dal cuore Calabro. Sarà forse che la Calabria sta diventando davvero un deserto Californiano?

Dove vorreste esibirvi appena tutto questo sarà finito?
Ovunque. Basta suonare, anche al bar sotto casa. L’importante è avere buona compagnia sia sopra che sotto al palco. E birra, tanta birra.

Cosa ne pensate dei concerti in streaming? Hanno senso per una band che fa rock duro?
Li abbiamo organizzati anche in un momento che sembrava consentire assembramenti. In realtà crediamo che siano solo un surrogato dell’esperienza di un vero live. Per noi è meglio guardare la gente negli occhi. Vuoi proprio paragonare la puzza di centinaia di persone che non si lavano con una webcam in uno studio?

Passiamo a domande meno serie, ma quanto è importante la birra per una band come gli El Rojo?
La birra non è importante per noi, è quasi tutto. Il resto è whisky.


Deep Valley Blues – Tramonti e sabbia

A pochi mesi dall’uscita del full length d’esordio “Demonic Sunset” con Volcano Records, abbiamo raggiunto i Calabresi Deep Valley Blues, che ci raccontano i loro progetti passati e futuri nella scena stoner rock della Penisola e non solo.

Ciao Giando (basso e voce) come stai? Il vostro disco “Demonic Sunset” è uscito ormai da un bel po’ di mesi, siete soddisfatti dei riscontri che sta ottenendo?
Ciao Paolo, grazie per la tua disponibilità! Ci sentiamo veramente in forma, soprattutto a livello artistico. “Demonic Sunset” è uscito da un po’ di mesi e purtroppo a causa dell’emergenza covid non è stato promosso come si deve. Siamo contenti dei feedback positivi ottenuti, soprattutto al di fuori del nostro paese, ma secondo noi il disco non ha ottenuto la giusta esposizione, sarà il nostro piccolo grande rimpianto.

È cambiato il vostro approccio rispetto all’Ep d’esordio? Ho letto che in quell’occasione avete registrato in presa diretta…
Sì, assolutamente. L’ep è stato quasi un esperimento, finalizzato a testare la line up e i brani che avevamo composto fino a quel momento. C’è da dire che Francesco Merante del Black Horse Studio  con una registrazione “atipica” fece comunque un ottimo lavoro di post-produzione . Registrare in studio l’album fu un passo necessario per il progetto.

In che maniera la Volcano Records supporta il vostro lavoro? Oggi tra digital music e altro il ruolo delle etichette underground è molto cambiato, cosa ne pensi in merito?
La nostra collaborazione con la Volcano Records è giunta a termine con la scadenza del contratto ad Aprile. A mio parere le etichette indipendenti attualmente si muovono attorno a dei termini contrattuali, per questo motivo spesso possono essere limitanti per lo stesso artista che potrebbe ottenere lo stesso risultato, se non addirittura maggiore, attraverso un’autoproduzione. I servizi proposti da un’etichetta a somme onerose, possono essere svolti dalla stessa band con un minimo di impegno in più e con una riduzione dei costi. Nel panorama italico, comunque, ci sono etichette molto valide nell’underground, che svolgono un ottimo lavoro di promozione e produzione. Quello che manca rispetto ad altre label straniere è, direi giustamente, il rischio di puntare su gruppi che non possono presentarsi sin da subito come una realtà affermata. Per quanto riguarda il discorso della digital music, non credo che vi sia stata una involuzione, come molti puristi magari credono, semplicemente è più facile reperire materiale dell’artista online grazie alle piattaforme streaming che possono dare un “saggio” di quello che si andrà ad ascoltare. Il vero appassionato di musica comprerà sempre e comunque il disco fisico.

Come vi rapportate con la scena attuale e soprattutto nel vostro territorio?
Nella scena italiana, ci sono moltissime band capaci e tutte meritano il giusto spazio, ogni gruppo deve pensare di essere una goccia nell’oceano e non di avere qualcosa di più rispetto alle altre. La giusta opportunità in un dato momento può fare la differenza, non tanto la bravura del gruppo in sè. Anche le varie associazioni e locali, che con coraggio organizzano rassegne musicali rock e metal, meritano la giusta attenzione perchè possono creare un movimento da cui possono fuoriuscire gruppi interessanti oppure dedicarsi all’organizzazione di festival musicali con nomi internazionali, mi viene in mente il Frantic ad esempio. Posso dire con piacere di appartenere a una realtà regionale molto variegata, le scene provinciali meriterebbero un discorso a parte, perchè andrebbero scoperte poco per volta. Sono scene musicali in cui ci conosciamo tutti e in cui ci sosteniamo a vicenda, eccetto rari casi. Catanzaro per noi è stata una vera rivelazione, siamo sempre molto contenti di suonare nella nostra zona. Quello che non ci agevola rispetto ad altre regioni è la mobilità, per cui per partecipare ad un concerto nella provincia di Cosenza bisogna fare fino a tre ore di macchina, stessa cosa per la scena reggina, ed anche Catanzaro può  essere difficilmente raggiungibile dalle altre province.

Riuscite (o riuscivate visto il periodo) a suonare live con regolarità?
Organizzare date è sempre difficile, ma comunque riuscivamo a suonare regolarmente. Purtroppo la situazione covid ha bloccato tutto, alcune date fuori regione sono saltate e sarà difficile riprendere. Speriamo che passi presto questo periodo.

Cosa ne pensate dei concerti live in streaming? È pronto il pubblico a dover pagare per un live di una band non “famosa” su un piccolo schermo? 
I live streaming possono aiutare a mantenere vivo l’interesse verso le band, è una cosa simpatica che si può fare una volta ogni tanto, ma secondo me il pubblico non è pronto a pagare per un’esibizione in streaming di una realtà proveniente dall’underground. Vi è difficoltà a portare un’audience pagante a un concerto in un locale, figuriamoci in streaming.

Quanto è importante il Blues nei Deep Valley Blues?
Il blues è quello su cui si regge la nostra musica. Abbiamo tutti influenze diverse che vanno dal metal al folk rock, ma la costante che ci lega è il blues, è più importante dello stoner stesso perché ha dato vita a tutto, e ogni brano che componiamo si costruisce principalmente su quello.

Che tipo di band, se ci sono, oltre quelle della scena stoner rock, hanno ispirato il vostro sound?
Sicuramente il primo nome che mi sento di fare è quello dei Black Sabbath nonostante sia il germe che ha dato vita allo stoner. Subito dopo vi sono i Motorhead, i grandi del blues del Delta del Mississipi, i Grandfunk Railroad, i Creedence Clearwater Revival e gli Allman Brothers.

Che ne pensate dello stato attuale dello stoner rock e affini anche a livello internazionale? Ci sono band che in qualche modo potrebbero aggiungere – e non è detto che sia un bene – un ché di novità al genere?
A volte penso che lo stoner abbia perso quell’attitudine primaria con cui era nato. Si sta tentando di farlo rientrare in dei parametri e a dare una definizione agli stessi, quando lo stoner invece nasceva con un’attitudine più istintiva… un misto di blues, psichedelia, velocità e pesantezza. I deserti californiani poi hanno aiutato a creare quelle atmosfere che tanto amiamo ma che non sono replicabili. Mi dispiace vedere artisti che tentano di imitare il sound di band che hanno dato vita a questo movimento. Bisognerebbe rischiare di più e non di apparire come una “cover band” dei Kyuss o degli Sleep. È necessario introdurre novità, sbagliare se possibile, rientrare anche in un altro genere, generare uno straniamento nell’ascoltatore, farlo incuriosire, solo a quel punto si potrà far sopravvivere questo “movimento” e a farlo evolvere.

State già lavorando a del nuovo materiale?
Sì, abbiamo iniziato le pre produzioni del nuovo disco. Non potendo ancora suonare live ci siamo chiusi in sala prove a lavorare sui nuovi brani. Stiamo prendendo contatti anche per quanto riguarda la distribuzione. Sarà un disco un po’ diverso dal precedente, mi cimenterò anche in un brano cantato in italiano. Stiamo tentando di migliorare sia come gruppo che come singoli e di avere un approccio più professionale, in modo da poter dare il meglio nelle nostre composizioni.

Siete liberi di chiudere come volete la chiacchierata.
Un grazie a te Paolo per averci dedicato il tuo tempo ed un saluto a nome di tutti i Deep Valley Blues ai lettori del Raglio del Mulo. Piccola comunicazione: da poco siamo tornati su tutte le piattaforme streaming quindi potete trovarci su Spotify, Itunes, Amazon music, ma anche su Youtube e Bandcamp. Ovviamente siamo su facebook e instagram dove potete trovare ogni aggiornamento riguardante la band!

Timoria – Sul treno magico di Omar

Partiti con l’intenzione di vederci solo un bel concerto, grazie ad alcune fortunate coincidenze, siamo riusciti a fare una bella chiacchierata con Omar Pedrini, deus ex machina dei Timoria. Questa volta è stato tutto perfetto, infatti Omar ci ha voluto ricevere nell’albergo dove il gruppo alloggiava chiedendo espressamente ai suoi collaboratori di far passare solo noi e nessun altro, rimandando indietro qualsiasi giornalista! Grandioso! Così, prima del live, il mio collega Roberto ed io ci siamo armati fino ai denti per affrontare questa nuova intervista, l’ultima forse di questa estate così fruttuosa. Arrivato Omar siamo subito partiti a raffica con le domande:

Paolo: Il gruppo degli anni 70 che maggiormente ti ha influenzato?
Omar: Sicuramente a livello internazionale sono due: Pink Floyd e The Who; poi in Italia la PFM e tutte le band del prog minore partendo dai Dick Dick, che erano allora ancor post-beat, arrivando al Banco Del Mutuo Soccorso passando per i Trip a Il Rovescio della Medaglia e soprattutto gli Area.

P: Cosa pensi del panorama della musica italiana, soprattutto dei gruppi che cominciano cantando in italiano?
O: Mah, diciamo che oggi non mi dispiace. Quando abbiamo cominciato tutti cantavano in inglese, per noi è stato giusto dare un significato italiano alla nostra musica, sottolineare il nostro orgoglio di essere italiani. Infatti, il nostro simbolo era la bandiera italiana fatta a cerchio come quella degli Who dall’aviazione inglese. Se dovessi cominciare nuovamente oggi, ammetto che fare italiano o in inglese sarebbe la stessa cosa. Poi io dentro di me ho l’anima del cantautore, quindi ci tengo che i miei testi vengano compresi a fondo. Dieci anni fa l’inglese non lo capiva nessuno, ora invece lo si impara alle elementari, mio figlio lo studia in seconda. Quindi penso che i tempi siano maturi anche per cantare in inglese, non farei più la distinzione che sentivo fortemente tempo fa. Poi è chiaro che se uno ha un forte istinto poetico, come me, sente la necessità di cantare in italiano. Se avessi una band dove mi interessa solo la musica, il feeling o il sound, canterei inglese; se invece dovessi fare cose mie cantautorali canterei in Italiano. Poi l’italiano è una lingua così generosa nella poesia e nella letteratura e rispetto all’inglese ti dà il 200% per la ricchezza di vocaboli, verbi, congiunzioni, non a caso deriva dal latino e dal greco. Timoria è una parola greca. Le radici sono le cose a cui tengo maggiormente.

P: A distanza di anni dal vostro debutto con San Remo come è stato il vostro ritorno?
O: Oh, il primo anno è stata una follia e anche una provocazione perché siamo stati il primo gruppo underground che è andato lì. Fu uno scandalo “I Timoria a San Remo hanno tradito il movimento!”, e noi invece abbiamo detto che sino a quando nessuno va là il rock italiano rimarrà un mondo di poveri, un ghetto! Noi andiamo lì e sentite la canzone che portiamo! Partecipammo con un brano tra i più difficili del nostro repertorio “L’Uomo Che Ride”, quindi poi tutti quanti ci hanno detto bravi, avete fatto bene e si è cominciato a parlare di noi, dei Litfiba, dei Diaframma, dei De Novo; i CCCP, che erano più vecchi di noi, che eravamo ragazzini. Abbiamo avuto la fortuna di fare il nostro primo album a 18 anni però anagraficamente come band siamo tra i più vecchi. Quest’anno invece a San Remo ci siamo andati in maniera calcolata più che altro non per la musica ma per far parlare di questo film, “Un Aldo Qualunque”, fatto con pochi soldi e molta energia e adesso c’è attesa, perché uscirà ad Ottobre, credo che lo debbano anche a noi.

P: Per quanto riguarda il futuro, come mai non avete ancora pubblicato un album live?
O: Vogliamo farlo quest’anno! Stiamo registrando tutto il tour e penso che uscirà a febbraio 2003. Il primo dopo 12 anni di storia!

P: Adesso, dopo un periodo di solisti, si sta assistendo a un ritorno in auge delle band Italiane: Afterhours, Timoria, Subsonica, Bluvertigo, Marlene Kuntz ecc. E’ un fenomeno che potrà durare o...
O: Per fortuna! Mah, guarda secondo me non c’è volontà nei media di far durare questo movimento! Ogni anno vedo arrivare i soliti gruppi dell’estate che scompaiono inesorabilmente. I Timoria durano perché credo che ci sia una grande volontà e serietà di fondo per quanto riguarda il nostro modo di lavorare. Investiamo molto su noi stessi. La colpa di tutto questo è dei giornalisti e delle case discografiche che sono abituate a lavorare sui singoli cantanti perché sono più facili da sfruttare. La band invece va curata, fatta crescere. Sai ogni volta che il gruppo si muove si è sempre in cinque o in otto, quindi viaggio, cena per almeno cinque, mentre con il cantante si spende solo un quinto. Poi una bella voce in Italia è più importante di un bel sound, mentre all’estero è il contrario. I giornalisti invece non hanno il coraggio di dedicare una bella copertina, ad esempio, ai Subsonica, ai Timoria, ai Bluvertigo (pace all’anima loro) a gruppi che hanno lavorato seriamente contribuendo notevolmente alla musica italiana. E invece la danno ancora a Britti, a Ligabue (che non se ne può più) a Jovanotti e a tutta sta gente. Invece il giornalista dovrebbe avere il potere di dire “non me ne frega dei tuoi 100 milioni e dedicare una bella copertina ai Subsonica perché fanno ogni volta 6000 persone ad ogni concerto ed hanno vinto due dischi d’oro, com’è successo ai Timoria, com’è successo a tutti i gruppi che hai citato tu. Io invito i nostri fans a scrivere lettere di protesta a MUSICA! Di Repubblica, al Corriere della Sera, alle riviste del settore che mettono sempre quei cazzi di gruppi inglesi o americani o comunque stranieri in copertina! C’è una realtà forte che fanno finta di non vedere e cosa aspettano che abbiamo quarant’anni per far parlare di noi che tra un po’ andiamo in pensione. Fortuna che c’è MTV o Radio DEEJAY che ogni tanto ti passa qualcuno di diverso, che poi anche loro ti trasmettono Ligabue venti volte al giorno ma bene o male MTV fa vedere un po’ tutti. Ma al telegiornale non sentirai mai parlare dei Subsonica o dei Timoria.

P:…o del Tora Tora!
O: Esatto che è una bellissima iniziativa!

P: E’ strano perché poi tutti questi gruppi non vanno mai in classifica ma i loro concerti sono seguitissimi...
O: Vero! Comunque vendono buone cifre, perché siamo tutti noi Afterhours, Subsonica. Non si può far finta di niente sarebbero quasi da denunciare. Mi parlano di altri che tutto sommato non è che vendano più di noi. Poi ci sono i fenomeni come Jovanotti e Ligabue che ormai hanno tutto in mano, è questione di denaro e di dollaroni sganciati.

Roberto: Mah, quando ho intervistato Manuel Agnelli, quest’ultimo ha accennato che sino a quando ci sarà nel mercato troppa musica di scarsa qualità non si considererà mai, come si dovrebbe, quella di valore…
O: Credo che Manuel sia stato un po’ drastico, lui secondo me vuole anche provocare. Però nel mondo del rock italiano ci sono almeno una decina di gruppi artisticamente importanti, almeno otto gruppi di qualità internazionale, seguiamo quelli. Certo, poi ogni anno le case discografiche fanno uscire quelle band di merda con le loro belle faccine che durano una stagione. Il suo Tora Tora!, di cui ha parlato prima, ospita almeno venti gruppi e sono tutti di qualità, io sono andato a vederli e posso confermarlo. Ha fatto un’ottima selezione Manuel. E’ chiaro i gruppi si possono sforzare sempre di più, ho visto i dischi di C.S.I. bellissimi che hanno venduto 10.000 e le copertine non le hanno avute, le radio non lo hanno mandato, allora dov’è la verità? “El Top Grand Hotel”, del quale un giornalista francese ha scritto che stato uno tra i più bei dischi europei del 2001 e che in Italia ha venduto 50.000 copie, ha preso il disco d’oro ma secondo me avrebbe dovuto vendere 300.000 copie se Ligabue ne vende 500.000, lo sforzo lo abbiamo fatto: c’è Ferlinghetti, che è l’ultimo poeta della Beat Generation. Il disco degli Afterhours ha venduto 30-40.000 copie, e non è un bel disco? Il problema è creare il mercato, poi la gente li compri questi dischi. Invece chi acquista non è il pubblico rock ma quello delle ragazzine! Questa è la verità. Le ragazzine non sanno cos’è il clandestino e dicono al loro papà di andarlo a comprare. Perché il pubblico rock spesso non ha i soldi: il rockettaro è difficile che stia bene economicamente, c’è da dire anche questo, non compra e così facciamo la fame. Noi durante i tour facciamo il pieno, 200.000 persone, Manuel fa il pieno e i Subsonica fanno quello che io e Manuel Agnelli facciamo durante i nostri concerti. E allora dove sono i dischi dei ragazzi che vengono a cantare le nostre canzoni?

P: Infine una domanda culinaria, cosa ne pensi della cucina pugliese…
O: Oh io la Puglia ce l’ho nel cuore, qui vicino a Locorotondo abbiamo tenuto il nostro primo concerto fuori dalla Lombardia. Gli amici mi hanno dedicato un trullo a Locorotondo, che il mio posto del cuore. Quindi conosco tutto quello che concerne la cucina, dei vostri rossi, alle cime di rapa, ai formaggi. Oggi ci sono anche i ragazzi di Locorotondo, la nostra amicizia antica!

Paolo Ormas (in collaborazione con Roberto Pellegrini)

Intervista originariamente pubblicata nel 2002 dalla fanzine cartacea The Vox nel numero di Settembre.