Bigg Men – Barbarie stoner

“Bigg Men” (Home Mort, 2021) è l’album d’esordio omonimo della band stoner siciliana, prodotto insieme all’etichetta sarda, che unisce idealmente con un ponte psichedelico le due maggiori isole italiane.

Circolano poche informazioni sul vostro conto, la vostra musica però parla molto chiaro. Fondare un gruppo stoner, genere che spazia dal doom metal al rock psichedelico, è stata un’idea ragionata a priori o vi siete ritrovati in queste sonorità spontaneamente jammando insieme?
Ci sono versioni contrastanti su come tutto è nato. Di mezzo ci sono degli incontri casuali al box, dove suoniamo, per assistere alle prove dei Sgt. Hamster (padrini ideali con cui abbiamo suonato il nostro primo live nel 2015), ritorni da lunghi esili e delle discussioni alterate dal caldo (e da altro) ad una festa in piscina. Ognuno di noi aveva espresso il desiderio di provare a suonare qualcosa di lento, pesante e psichedelico visto che tutti e tre i Bigg hanno sempre suonato in gruppi velocissimi della scena punk palermitana (FUG, ANF, Il Tempo del Cane, Negative Path). La nostra indole riflessiva e il nostro procedere felpato hanno sicuramente influenzato il nostro suono. Per il primo anno di prove al box si può dire che non ci siamo mai rivolti la parola fra di noi, suonavamo e basta. Dopo un annetto abbiamo cominciato a essere un po’ più sciolti ma evidentemente siamo degli orsi non soltanto fisicamente ma anche spiritualmente.

“Bigg Men” è il vostro primo album omonimo, ma già nel 2016 avete pubblicato tre canzoni nello split “Bigg Men/HYLE”. Oltre alla maggiore ricercatezza degli arrangiamenti, qual è l’evoluzione più notevole fra lo split e questo album secondo voi?
In realtà le canzoni dello split e quelle dell’album sono nate nello stesso periodo e sono state registrate nella stessa sessione.

Ah! E come è nata la collaborazione con Giorgio “Furious” Trombino al sassofono per “Mule hair”, terza traccia del disco?
Furious per noi è un amico e in un caso addirittura un fratello. Fu lui a darci il nome Big Men, per il quale non si è neanche dovuto sforzare troppo: bastava vederci. Dario ha aggiunto una G e siamo diventati i Bigg Men. Poi Giorgio è sempre stato un nostro consigliere ed estimatore da amante del genere avendo suonato nei Sgt. Hamster e negli Elevators to the Grateful Sky. Non ricordiamo ora se tutto è nato durante delle Jam alle quali aveva partecipato o se il pezzo fu scritto pensando già ad una sua partecipazione, in ogni caso a noi piacciono le collaborazioni!

Oltre alla versione digitale, avete deciso di rilasciare l’album anche in cassetta. Assodata l’obsolescenza di qualunque supporto fisico per l’ascolto di musica, credete che le cassette vivranno lo stesso revival degli LP o pensate che resteranno un prodotto assimilabile quasi ad un gadget?
Mai smesso di accaparrarci cassette. Sono belle da vedere, costano poco e permettono di far girare la propria musica ad un gruppo squattrinato come lo sono i gruppi punk/hardcore/metal che si autoproducono. Inoltre gli amici di Home Mort hanno fatto un lavoretto grafico di fino, le loro cassette sono molto ricercate nelle scelte stilistiche. Ma poi ormai chi è nato dopo il 2000 non fa distinzione fra CD, cassetta e vinile, è tutta roba vecchia. La solita lotta fra adolescenza e obsolescenza.

Le uniche informazioni che sono riuscito a trovare sul vostro conto parlano di “Una stirpe di uomini che avevano un occhio solo, più alti degli alberi e bevitori di sangue umano”. Non esistono vostri video promozionali che provino queste scarne frasi, ma nel dubbio preferisco non contraddirvi. A parte gli scherzi, perché per “Barbarian”, il singolo del disco, avete rilasciato un “video audio” e non un “video video”?
Il “video audio” è stato rilasciato dai ragazzi di Home Mort come promo della cassetta. In realtà ti dobbiamo contraddire perché esisteva già un “video video” di “Barbarian” che abbiamo caricato su YouTube un paio di anni fa. Avevamo montato una clip del videogioco ispiratore dell’omonima canzone. In fondo, neanche tanto, siamo dei nerd.

Ascoltando le vostre canzoni e leggendone i titoli mi vengono in mente mostri medievali e guerre titaniche. Quest’impressione è confermata dall’immagine di copertina, in cui campeggia un dinosauro. Chi l’ha realizzata e perché avete scelto proprio questo animale?
È tutto opera dei produttori, deve essere così che ci vedono gli amici sardi dell’etichetta.

Anch’io allora vi vedo come gli amici di Home Mort, etichetta nata nel 2018. Come vi siete conosciuti e come avete lavorato insieme?
Home Mort è l’etichetta gestita dai Green Thumb, una band sarda con cui abbiamo condiviso un mini tour a tre (l’altro gruppo erano gli Evil Cosby) quando ancora era possibile farlo senza restrizioni di sorta (sic!). In quell’occasione abbiamo condiviso una manciata di serate e loro stranamente devono averci trovato simpatici, tanto che dopo poco tempo il loro batterista Fabrizio ci ha inviato una grafica che gli avevamo ispirato e noi ne abbiamo realizzato una T-shirt. Dopo un tot di tempo ci hanno contattato per dirci che volevano realizzare la versione in cassetta del nostro primo full-length, che fino ad allora aveva visto la luce in versione CD autoprodotta. Non potevamo che essere strafelici di accettare la proposta.

Per quanto riguarda il processo creativo delle canzoni, c’è una differenza fra le composizioni di Carlo e quelle di Kevin? Arrivate in sala prove con le canzoni già strutturate oppure ognuno porta delle idee che poi sviluppate insieme, con l’apporto di Dario alla batteria?
Si ci sono sicuramente delle differenze nel modo di comporre tra di noi, dettate dal nostro modo di suonare e dalle influenze musicali di ciascuno. Qualche volta è capitato che arrivassimo alle prove con dei pezzi più o meno strutturati, altre volte sono nati pezzi o riff dalle improvvisazioni. Il più delle volte qualcuno propone uno o più riff e poi ci si improvvisa sopra finché non ci sembra di avere una canzone tra le mani, quindi diremmo che in realtà la nostra è una composizione corale che valorizza le stravaganze individuali.

Dopo un lungo “letargo” per la band, periodo in cui Kevin e Carlo hanno abitato lontano da Palermo, ultimamente avete ricominciato a suonare con più continuità. Avete ripreso da quanto lasciato in sospeso o avete iniziato a lavorare a canzoni nuove?
Non parleremmo di “letargo”, quando non ostano impegni lavorativi o di studio, o viaggi individuali a qualsivoglia titolo, o quarantene da zona rossa (sic!) riusciamo in qualche modo a organizzarci per dedicarci alle prove o anche a jam di improvvisazioni, che ci sollazzano sempre alquanto. In verità abbiamo registrato sette nuove canzoni che costituiscono un altro album già pronto, e inoltre stiamo già lavorando a nuovo materiale per un progetto sul quale al momento non vogliamo dire altro se non che è ispirato alla “sorellanza transregionale”.

Big Niente – Luci nere

Big Niente” (Miacameretta Records \ Metaversus PR, 2021) è l’album d’esordio omonimo del progetto solista di Alessio Rinci, che mischia sonorità shoegaze e dream pop ad introspettivi testi in italiano. Ecco la nostra intervista.

La realizzazione dell’album è stata piuttosto veloce, hai scritto e arrangiato tutto in quattro mesi. Questo periodo di tempo ha compreso anche il lavoro in studio?
Allora in realtà per due canzoni (“Strade” e “Zero Kelvin”) avevo una demo abbastanza definita anche a livello di testo già dal 2019, mentre gli altri brani sono stati creati tutti durante il lockdown. Il processo creativo si è sviluppato prima in casa, tra marzo e giugno, e in seguito, una volta definito il tutto, siamo andati in studio (VDSS Studio) per 3 giorni di full immersion ad inizio agosto a incidere.

La lavorazione al disco è coincisa temporalmente con il primo lockdown, quando si stava chiusi in casa mentre fuori la primavera riscaldava le città vuote. Le sonorità cupe dell’album sono in qualche modo figlie di questa esperienza?In parte si, soprattutto per brani come “Nocturna”, “Disappear” e “Luce Nera”. Anche se comunque queste sonorità le avevo iniziate a sperimentare già da prima. Quel periodo (che tra l’altro non è ancora finito) mi ha influenzato e ispirato parecchio per la stesura dei testi.

I testi in italiano danno una marcia più agli arrangiamenti dal sound internazionale. Ho letto che in queste canzoni “è la voce ad accompagnare la musica, e non il contrario”, questo significa che prima hai definito le musiche e poi ci hai cantato sopra, magari improvvisando al microfono in flusso di coscienza? Oppure sei entrato in studio con i testi ben strutturati?
Per tutti i brani dell’album la musica è nata prima del testo, e diciamo che al 99% il mio modus operandi è questo. Di solito una volta che ho una base abbastanza definita inizio a scrivere una linea melodica partendo da alcune frasi e poi costruendo intorno. Mentre per “Zero Kelvin” è andata esattamente come hai detto: ho acceso il microfono senza avere idea di cosa dire (avevo anche un po’ fumato…) e ho iniziato a cantare, il testo che potete ascoltare nella versione finale è al 100% frutto di quella take (ovviamente poi registrata meglio in studio).

Il video di “Strade”, primo singolo del disco, mostra in loop il traffico veicolare di una città. Perché non hai scelto di presentare la canzone con un montaggio video più articolato?
Il minimalismo è stata una scelta estetica precisa. Non avendo tanto budget da investire abbiamo preferito fare una cosa semplice ma che rispettasse il mood e lo stile del brano e del progetto, lasciando quasi tutto alla fantasia dell’ascoltatore, piuttosto che girare un video “vero” ma magari fuori contesto. Questo progetto ha un’identità parecchio definita della quale sono molto geloso e protettivo.

Nella copertina dell’album una larga cornice nera inquadra un piccolo fumatore e una gallina al suo fianco. Da dove è nata l’idea di utilizzare questa immagine?
Sono un grande fan delle immagini creepy, e mentre lavoravo all’artwork dell’album mi sono imbattuto in questa foto trovata su internet, è una foto risalente ai primi anni del ‘900, intitolata “Smoking boy with chicken”, e da quanto ho capito è un vero autoritratto di questo ragazzino col suo pollo. L’ho trovata perfetta, era surreale e nostalgica, disturbante e divertente allo stesso tempo, un po’ come questo album.

Miacameretta Records, etichetta indipendente votata al suono fuzzy, a produrre. Come vi siete conosciuti e come avete lavorato insieme?
Ci siamo conosciuti ai tempi dei Teca (la mia vecchia band) poiché uno dei fondatori dell’etichetta (Filippo Strang) era diventato il nostro producer. È nato un rapporto di profonda amicizia e stima reciproca ed è stato automatico continuare a lavorare insieme anche per questo progetto.

L’assolo strumentale di “Nocturna”, brano conclusivo del disco, riecheggia in testa a lungo dopo la conclusione dell’album. Perché soltanto sette tracce per questo esordio?
Avevo molti altri brani pronti oltre i sette presenti sul disco, ma ci tenevo a far uscire un album coerente, quasi come fosse un concept. Less is More. Nella coda di “Nocturna” ho voluto creare questa marcia di addio che si è rivelata perfetta come chiusura del disco.

Con te hanno registrato in studio anche Marco Montesi e Francesco Fraschetti, rispettivamente batteria e basso del gruppo Teca, in cui suonate tutti e tre insieme dal 2017. Davide Tamburini ha contribuito a synth e chitarra. Avete continuato a suonare queste canzoni anche dopo la registrazione del disco o si è trattato di un’esperienza circoscritta, finora, alle mura del VVDS Studio?
Con Marco e Francesco suoniamo insieme da una vita, praticamente da sempre, mi resta difficile pensare alla musica senza di loro e, impegni di vita permettendo, mi piacerebbe averli sempre presenti al mio fianco. Davide invece è una fantastica new entry, data la differenza di età (lui 23 noi ultratrentenni) mi piace definirlo il nostro John Frusciante.  Purtroppo con queste zone colorate e coprifuochi vari è davvero difficile incontrarci in sala prove ma stiamo comunque continuando a lavorare insieme per riuscire a portare questo progetto live quando sarà possibile.

Progetti futuri a nome Big Niente?
A breve faremo uscire un EP di remix fatto in collaborazione con alcuni bravissimi dj e producer italiani. Poi sto scrivendo i brani per un secondo disco, e mi piacerebbe molto anche lavorare con le colonne sonore di film e serie tv. Per quanto riguarda i live al momento purtroppo è tutto fermo e non sappiamo quando si potrà iniziare a programmare sul serio dei concerti, ma cercheremo di usare questo tempo come opportunità per portare dal vivo il miglior set possibile.

Chino Mortero – Anima nera rock

“Mi presero di sabato” è una raccolta di storie ai limiti della legge, caratterizzate da un sound elettrico, americano e con forti influenze della cultura chicana. Ne abbiamo parlato con Chino Mortero, autore del disco uscito il 1° dicembre 2020 per Qanat Records.

Come è nato “Mi presero di sabato”?
È un album che ho scritto tra l’estate e l’autunno 2019. Avevo lavorato lungo l’anno ad un altro progetto, insieme alla Banda di Palermo, che purtroppo poi non è andato più in porto: si trattava di un concept molto caratterizzato dalla musica tradizionale messicana. Contemporaneamente però avevo scritto una manciata di altre canzoni, sempre storytelling, molto più elettriche però, più “americane” ed è nata la voglia di andare avanti comunque e portare a termine almeno un disco; questo è stato quello più “fortunato”. Siamo entrati con i ragazzi in studio a novembre 2019 e a febbraio 2020 avevamo tutto pronto. Il disco sarebbe dovuto uscire ad aprile scorso, ma la pandemia ha sconvolto un po’ tutti i piani ed abbiamo fatto slittare l’uscita a dicembre.

Perché questo titolo?
Il titolo è tratto dal testo di una delle canzoni del disco, “100 occhi”, e parla di un carcerato. È una frase che identifica bene le tematiche e la narrativa di quest’album: sono tutte delle storie ai limiti della legge o della decenza, caratterizzate da protagonisti che sanno di vivere il lato oscuro della propria vita e che quindi si aspettano prima o poi di dover rendere i conti a qualcuno che, un sabato o l’altro, verrà a prenderli.

Musicalmente tu nasci bluesman, poi scopri l’hip hop e pubblichi due album a nome Ciaka, rappando in italiano. “Mi presero di sabato” è un ritorno alle origini o c’è anche dell’altro?
Sono sempre e da sempre stato attratto ed affascinato da tanti generi e culture musicali diverse; lungo la mia carriera ho spesso cambiato radicalmente genere, a volte forse troppo repentinamente lasciando qualche vecchio ascoltatore un po’ spiazzato. Ma sono sempre stato un grande curioso, e mi è sempre piaciuto confrontarmi con diversi obbiettivi. Ho sicuramente dei generi che fanno parte del mio dna: la black music, la musica latina, la musica chicana. Questo album contiene delle canzoni che risentono sicuramente delle influenze delle origini, ma principalmente è un’opera in cui la musica abbraccia, senza volontà di stilemi, ciò che il testo racconta. Sentivo di volere caratterizzare delle atmosfere un po’ cupe, torbide, a volte pulp, quindi mi era inevitabile portare con me quei riferimenti che dal rockabilly di Johnny Cash arrivassero alle tare psicotiche di Nick Cave o alle bettole fumose di Tito & Tarantula.

So che la lavorazione del disco è avvenuta in diversi studi palermitani, come mai questa scelta?
È una decisione che ho preso da subito: ho tre grandi amici che portano avanti tre studi di registrazione con grande professionalità e grande energia e volevo coinvolgerli nella realizzazione di questo disco. Abbiamo registrato le parti strumentali al Tone Def Studio di Silvio Punzo, che ha capito subito che sound volevamo ottenere e ci ha aiutato molto nel raggiungerlo. Le voci sono state invece registrate presso lo Zeit Studio con Luca Rinaudo, vecchio amico e grande produttore musicale. Al Basement studio di Luca Gambino abbiamo infine registrato i fiati, le chitarre acustiche, contrabbasso, mandolinbanjo e abbiamo effettuato il mix del disco. Luca Gambino è stato molto bravo nel mettere a proprio agio le guest che sono intervenute nel disco e ci ha assicurato un ambiente totalmente amichevole e produttivo, situazione fondamentale secondo me per la buona riuscita di qualunque produzione.

Hai fatto uscire un video live di presentazione dell’album. Come mai questa scelta?
Avevamo in preparazione il video clip di uno dei brani che compongono l’album da fare uscire come primo singolo, ma la pandemia ha messo i bastoni tra le ruote anche a questo progetto. Allora, visto che la stagione dei live sembra ancora parecchio lontana e sono praticamente sicuro che non saremmo riusciti ad organizzare un live di presentazione, abbiamo deciso insieme a I Candelai (storico live club palermitano) di dare l’opportunità a chi volesse godere dell’esecuzione live del disco di poterlo fare con questo video, dove oltre al suonare le canzoni di “Mi presero di sabato” ne raccontiamo un po’ la genesi e la realizzazione. È un periodo molto duro per la musica dal vivo e penso che si debbano trovare delle strade alternative alle solite per la promozione e la divulgazione musicale e culturale. Non potrete venire ad un nostro live? Bene, ve lo facciamo vedere noi anche se con un video e non di presenza, così come siamo abituati a fruirne.

I testi raccontano storie di vite vissute al limite della legalità, ma trasmettono un desiderio di redenzione quasi religiosa. Fai spesso riferimento all’universo chicano dei messicani statunitensi, cosa ti ha portato a rapportarti a questi sentimenti di orgoglio chicano?
Sono sempre stato affascinato dalla cultura chicana perché la trovo incredibilmente vicina a quella mia, quella siciliana: sono entrambe fortemente legate alla famiglia e al credo cattolico, viviamo una storia comune di povertà ed emigrazione, entrambe sono radicalmente segnate da percorsi di criminalità spesso consequenziale all’indigenza e in tutte e due sento forte un senso di volontà di redenzione nonostante la vita faccia a volte scegliere le strade più pericolose. Due culture fortemente legate alla tradizione, alla territorialità, alla necessità di essere ascoltati e riconosciuti. Anche negli aspetti più controversi c’è grande affinità: il machismo, la componente matriarcale della gestione familiare, l’omofobia sono aspetti comuni. Anche nelle cose più leggere non posso che ritrovarmi vicino: sono un grande appassionato della cultura del Lowridring che è un achievement al 100% chicano e adoro la musica ed il cibo messicano, tejano e chicano.

Sulla copertina di “Mi presero di sabato” c’è un uomo armato in attesa, che sta architettando?
Intanto voglio cogliere l’occasione per ringraziare il mio homie Amil Report aka Tha Glocker per avere curato il progetto grafico di tutto il mio percorso sposandone appieno l’estetica. E poi il grandissimo Ciccio “Chronic” Tagliavia, che è il mio uomo copertina: Ciccio è un’icona della musica e della controcultura a Palermo da più di vent’anni, vero protagonista dell’underground di questa città, e mi ha riempito di orgoglio accettando di posare per il booklet di questo disco. La sua estetica poi sposa e rende benissimo il concept di questo album. Rappresenta appieno alcuni dei protagonisti delle canzoni di “Mi presero di sabato”: un uomo controverso dal torbido passato, con uno stile e una personalità ben definite che affondano i piedi nella tradizione, conscio del suo presente da fuorilegge aspetta che le forze dell’ordine appaiano da un minuto all’altro per venire a prenderlo. Ma siamo certi che non sarà una resa facile!

Qanat Records a produrre. Come vi siete incontrati e come avete lavorato assieme?
Sono stato tra i fondatori di Qanat Records dieci anni fa e per un po’ di tempo ne ho curato la sottoetichetta che si occupava prevalentemente di hip hop, reggae e black music (Catacomb Rec). Anche se la mia presenza lungo il corso del tempo non è stata più da protagonista sono sempre stato in contatto con i ragazzi dell’etichetta che sono, tra l’altro, tutti ottimi amici da tantissimo tempo. Con loro avevo già pubblicato il disco dei Pa All Bastardz ed il mio ultimo album rap “Vampiri”. È un’etichetta indipendente per me importante, sempre attenta alle produzioni palermitane con un occhio privilegiato su quei generi che difficilmente avrebbero trovato opportunità produttive pronte a spingerli. L’attitudine poi è quella che mi appartiene da sempre, essendo io ormai una vecchia salma: un piede nel passato, nella cultura DIY, nell’autoproduzione ma lo sguardo rivolto al futuro e al mercato digitale.

Tanti amici hanno contribuito a dar vita all’album. Come ci si sente ad essere il cuore di questo organismo?
Sono enormemente contento di questo aspetto. Da un lato conferma il fatto di avere seminato degli ottimi rapporti con i musicisti ed i tecnici che fanno parte della scena palermitana e di questo sono molto orgoglioso. Dall’altro sono assolutamente cosciente del fatto che Palermo abbia sempre sfornato grandi personalità e grandissimi talenti anche se lontani dai riflettori e non potevo non coinvolgerne alcuni di quelli che potevano aggiungere grande valore a questo mio lavoro. Mi sento parte di un grande scenario cittadino e sono sempre stato convinto che l’autoreferenzialità non sia una strada produttiva, quindi il confronto e la collaborazione non possono che essere un valore in più per qualsiasi produzione culturale. E non solo.

Qualche novità già in cantiere per il tuo futuro musicale?
La pandemia mi sta lasciando molto tempo libero viste le difficoltà lavorative che tutti ben conosciamo, dunque ne ho approfittato per spendere il mio tempo nella creazione musicale. Ho già scritto più di 10 nuovi brani che presto usciranno sul mio nuovo lavoro: sono delle canzoni molto differenti da quelle di “Mi presero di sabato”, non nella narrativa ma nelle sonorità, che sono molto più acustiche, intime, ombrose. Sono dei lavori molto più vicini alla musica mariachi, ranchera, alla musica nortena di Vicente Fernandez e Chavela Vargas; ci siamo quindi spostati più sul Messico vero e proprio che sulla sua anima chicana, senza dimenticare quei riferimenti che in un modo o nell’altro mi appartengono. Se “Mi presero di sabato” è un disco dall’attitudine live, molto d’impatto, questo sarà un lavoro molto più riflessivo e maturo, stiamo curando tutto con molta più attenzione per i dettagli e sono sicuro che verrà fuori un lavoro qualitativamente alto, complementare all’anima più rock, più sporca, che fino ad adesso è venuta fuori.

Bruno – Fatto d’acqua

Spawning” (Almendra Music, 2019) è il titolo del primo album solista di Bruno, che in undici brani per sola chitarra traduce in musica le proprie riflessioni sul mondo sommerso che ci circonda. Ecco la nostra intervista.

Come sono nati i pezzi di “Spawning”?
Non è facilissimo spiegare come sono nati i pezzi dell’album… La risposta più giusta sarebbe “dipende”. Hanno avuto un’origine variegata, sia nelle modalità che nei tempi. Alcuni sono scaturiti da improvvisazioni successivamente strutturate, altri sono in tutto e per tutto delle esecuzioni estemporanee avvenute in studio su idee musicali pregresse e altri ancora invece sono stati scritti nota per nota alla vecchia maniera. Sicuramente tutti sono il risultato delle esperienze che ho avuto, che si sono condensate e hanno preso questa forma nell’arco del tempo. E altrettanto certamente posso dirti che sono nati tutti nella mia stanza, da solo, con la chitarra in mano.

Perché hai scelto questo titolo?
“Spawning” viene dal verbo inglese “to spawn” e significa generare, germinare, produrre, fare le uova. Si usa per indicare la riproduzione e la deposizione delle uova negli animali acquatici. La metafora mi sembrava attinente con il concetto di produrre e generare musica, come se i pezzi fossero delle cellule germinali. È anche un chiaro riferimento alla biologia marina, mia grande passione.

Infatti! So che sei appassionato di immersioni, cosa di queste avventure sottomarine emerge nelle tue composizioni?
Le immersioni subacquee sono una parte fondamentale della mia vita e hanno sicuramente avuto un ruolo nella creazione di questo lavoro. Come tutto quello che di “extra musicale” facciamo e che in qualche modo “rientra dalla finestra” quando si tratta di produrre. È un’ovvietà, ma il mare è motivo di grande ispirazione in generale… Probabilmente esiste una dimensione affine tra queste composizioni e il concetto di mare, di viaggio, di immersione, etc. ma non saprei dire specificamente dove o in che cosa. Tra l’altro ho scoperto che non pochi musicisti, alcuni addirittura del mainstream, sono subacquei (Max Gazzè è un perfetto esempio, ma anche Claudio Baglioni… eheh). Un’altra curiosità è che sott’acqua in linea di massima si sta in silenzio (parlare si può ma non è agevolissimo) e se non fosse per il suono del respiratore e delle bolle che ne scaturiscono, il silenzio sarebbe pressoché totale (se escludiamo anche i motori delle barche e le rispettive ancore che sbattono sul fondale). Questo silenzio è forse uno degli aspetti più interessanti in assoluto (oggi in realtà sappiamo che alcuni tipi di pesci e altri animali marini emettono dei suoni ma sono per lo più impercettibili). Cionondimeno, devo confessare che spesso mi capita di cantare durante le immersioni…

Su YouTube i pezzi di “Spawning” sono accompagnati da tue riprese sottomarine, soltanto in un video ci sei tu ad eseguire il brano “Salpa”. Da dove è nata l’idea per questa registrazione? Si tratta di un’esecuzione dal vivo differente dalla take presente nel disco?
La versione di “Salpa” presente su YouTube è esattamente la stessa dell’album, abbiamo fatto le riprese video insieme a quelle audio originali durante le registrazioni. Era necessario avere almeno un video in cui si vedesse chi stesse suonando cosa… e “Salpa” mi è sempre sembrato il pezzo più adatto: è uno dei più orecchiabili ma anche dei più difficili da eseguire. È anche uno di quelli a cui sono più legato.

Almendra Music, etichetta particolarmente attenta alla produzione di musica strumentale, ha sposato il tuo progetto. C’è stato un momento particolarmente significativo durante la realizzazione di questo lavoro?
Il progetto ha avuto una genesi non esattamente lineare e per certi versi travagliata, per cui direi che ogni momento è stato pregno di significato. Essendo la mia prima volta per un disco “solo chitarra”, sicuramente tutta la fase di pre-produzione è stata stimolante.

La copertina dell’album, dominata da un blu intenso, vista da lontano somiglia ad un cielo stellato, invece più da vicino sembra proprio evocare atmosfere subacquee. Come è stata realizzata quest’immagine?
La copertina è opera del valente grafico e visual artist Antonio Cusimano, che ha sempre collaborato con Almendra Music e con il quale si è sviluppata un’ottima intesa col passare degli anni. È stata una bella intuizione, sembra effettivamente una galassia ma a uno sguardo più attento le “stelle” si rivelano per quello che sono, cioè bolle o se vogliamo uova…

Tu suoni contemporaneamente in diverse band, Forsqueak ed Utveggi sono le prime che mi vengono in mente ed ai cui concerti mi diverto sempre. Questo album ha un legame col tuo percorso musicale o se ne distacca?
Credo ci sia un legame inevitabile col percorso condiviso in questi anni insieme agli altri componenti delle band. Ci si è influenzati, stimolati e incoraggiati molto a vicenda ovviamente. L’album è la naturale conseguenza di quanto fin qui maturato. Ma c’è anche parecchio di quanto affrontato personalmente, come gli studi classici e l’improvvisazione. Il risultato non sarebbe stato lo stesso se non avessi studiato la chitarra e la musica classica, nel bene e nel male.

Ad un concerto di presentazione di “Spawning” hai accennato al tuo passaggio dalle accordature standard a quelle cosiddette aperte. In che modo questo cambiamento ha influito sulla composizione, oltre che sull’esecuzione dei pezzi?
Direi che è stato fondamentale, questo album semplicemente non esisterebbe se non avessi “scoperto” questa accordatura alternativa (non è “aperta” in senso stretto, gli intervalli tra le corde a vuoto non formano un accordo preciso). Mi è stata suggerita da un grande amico chitarrista, Giancarlo Romeo, nonché mio dentista, che non ringrazierò mai abbastanza. Anche questo è un percorso forse banale: dopo tanti anni di studio e di formule chitarristiche ormai cristallizzate, le accordature alternative sono uno stimolo e una fonte di ispirazione enorme. Tutto quello che facevi in modo ormai prestabilito ed inevitabile, assume colore, suono e forma completamente diversi. E quindi la sorpresa che ne scaturisce mi ha di fatto condotto sulla maggior parte dei pezzi dell’album e mi ha consentito di comporre qualcosa di diverso. Il bello è che con le accordature aperte non si arriva mai a un controllo totale dello strumento, lo stesso che si ha con accordatura standard. E’ molto difficile ad esempio improvvisare melodicamente, perché vengono a mancare gli automatismi delle scale… Ma è proprio quello che serve per trovare soluzioni sempre nuove e provare anche a essere il più musicali possibile, uscendo dai classici stilemi della chitarra che spesso ci intrappolano. Ma non bisogna esagerare, perché anche l’accordatura aperta ti porta a utilizzare formule che si cristallizzano, facendo diventare tutto improvvisamente noioso e scontato. Insomma è bello variare sempre, il più possibile!

Qualche anticipazione sui tuoi progetti futuri a nome Bruno?
L’inevitabile prosecuzione del progetto dovrà essere necessariamente un “Re-Spawning”… Prossimamente su questi schermi…

Lou Mornero – Pace ombrosa

“Grilli” (Cabezon, 2021 \ Fleisch Agency), album d’esordio ed evoluzione naturale del primo EP di Lou Mornero, è un lavoro che cresce ad ogni ascolto, ma anche ogni volta che un passaggio strumentale o un verso riaffiora in mente mentre si è sovrappensiero. Il polistrumentista Andrea Mottadelli ha partecipato alla realizzazione del disco, le cui sonorità spaziano agevolmente dal folk alla dub, dal blues al trip hop. Ecco la nostra intervista.

La canzone “Grilli” apre l’album e ne rappresenta bene le atmosfere, però potrebbe risultare di difficile approccio per le orecchie meno avvezze alla musica d’autore. Perché non hai scelto un brano introduttivo più diretto come “Happy Birthday Songwriter” o “Due”?
Di base perché certe decisioni competono, nel bene e nel male, esclusivamente alle mie sensazioni che, in quanto tali, possono eludere la percezione altrui finanche nell’ipotesi di risultare, come dici, ostiche per alcuni, ma non vedo alternative. In secondo luogo perché “Grilli” ha un mood e un’atmosfera secondo me adatte ad introdurre un discorso musicale, atmosfera che avverto meno negli altri due brani che hai citato, pur non mancando di pathos, ma differente, da discorso già avviato, per così dire. E’ proprio una questione di gusto personale e nulla più.

Hai prodotto l’album “Grilli” insieme ad Andrea Mottadelli, che ha dato un tocco d’elettronica al tuo stile prevalentemente acustico. Avete registrato quasi tutte le canzoni lontani l’uno dall’altro, ognuno nella propria città. Il risultato finale corrisponde alle aspettative iniziali o, lavorando a distanza, avete preso direzioni musicali impreviste in corso d’opera?
Tra me e Andrea, distanti solo per questioni geografiche, c’è sempre stata un’interazione e un confronto talmente fitti che nulla, in fase di produzione, è stato lasciato nell’esclusivo palmo dell’uno piuttosto che dell’altro, perciò ogni canzone ha una veste al cui ricamo abbiamo contribuito entrambi. La premessa non toglie il fatto che lavorare con Andrea sottintenda l’apertura a sorprese e soluzioni inaspettate poiché lui ne è una fonte inesauribile e ti confesso che se stravolgere mi è risultato in alcuni casi inizialmente complicato da digerire, in altri è stato una rivelazione. “Piccolo Tormento” è un esempio calzante dell’intuizione di uno e dell’apertura dell’altro: io l’ho sempre considerato un blues acustico e sporco, così lo suonavo tra me e me, mentre Andrea l’ha trasformato in un brano quasi industrial, accendendo la mia curiosità e trovando il mio appoggio nonché compiacimento finale. Questo per dire che il risultato ha talvolta trasformato e superato le aspettative iniziali.

Ho letto da una tua una intervista che, se fossero persone, alcune canzoni di questo album sarebbero già “adolescenti”, nel senso che tu le hai concepite parecchi anni fa. Una di queste è proprio il singolo “Happy Birthday Songwriter”, che hai affidato all’esecuzione vocale di Paolo Saporiti. Daniele Paoletta canta invece in “La Cosa Vuota”. Come è stato distaccarsi da questi brani, che sono cresciuti insieme a te per così tanto tempo?
Non penso ci si possa distaccare mai da qualcosa che ti è nato dentro e attraverso te ha trovato il modo di arrivare ad altri e nel contempo mi fa molto piacere che queste canzoni non siano più solo mie, d’altronde non posso trovare un senso nello scriverle che non preveda la loro pubblicazione e condivisione. Il fatto di ospitare altre ugole ad affiancare la mia è fonte di pura gioia poiché, oltre a significare che quello che faccio ha un senso, mi riempie d’orgoglio personale e mi alleggerisce in qualche modo. Le collaborazioni in questo album, ma più in generale collaborare con artisti che stimi e rispetti aggiunge sapori al piatto, sfumature nuove e mi vengono in mente diversi dischi propriamente collaborativi che occupano posti fissi nel mio juke box personale.

Un lungo piano sequenza all’interno di un bar occupa i primi due minuti del video di “Happy birthday songwriter”. Tu sei al contempo il protagonista della storia ed uno spettatore, complice il fatto che a cantare davanti a te c’è proprio Paolo Saporiti. Mi sembra anche che a suonare la chitarra ci sia Andrea Mottadelli. Come è stato registrare tutti insieme questo video?
Uno spasso! Prima di tutto eravamo tra amici e, oltre a Paolo e Andrea, includo chi era dietro la camera, davanti la camera e dietro al bancone e poi è stato divertente perché abbiamo girato in un locale che frequentiamo tutti più o meno abitualmente, il Bar Bah, quindi non si è percepita la differenza tra lo stare su un set di un video e il trovarsi in una qualsiasi serata, se non per il fatto che ero costretto a buttar giù whiskey e birra a ogni ripresa, in genere non ho bisogno di un regista per ripetere certe azioni. E poi c’è l’aneddoto, ossia che alla mezzanotte di quel giorno era davvero il mio compleanno, puoi quindi immaginare i giri di brindisi che son partiti nonostante fosse solo lunedì…

Finito di guardare “Happy Birthday Songwriter”, YouTube mi propone una selezione “slow rock”, con tanto di Kurt Cobain in versione unplugged come anteprima. Secondo te, che orientamento stanno prendendo le tendenze musicali attuali? Si sta andando, come successe nella seconda metà degli anni ‘90 dopo il frastuono dell’era grunge, verso sonorità meno chiassose?
Mah, non saprei dirti. Ascolto un sacco di musica nuova, diversa e di qualità e ce n’è per tutti i gusti. Da quella più energica a quella più chill, basta curiosare un po’. Sicuramente le contaminazioni hanno preso il sopravvento negli ultimi anni e la cosa mi garba parecchio. Se parli più in generale di mainstream mi viene naturale girarci un po’ alla larga pur essendo abbastanza informato sui fatti ma credo che si debba fare un doveroso distinguo, in Italia soprattutto, tra il mainstream spesso facilotto e senz’anima, spremuto e propinato in tutte le salse e il sottobosco che vive nell’ombra e nell’ombra resta. Da noi in particolare ci sono distanze importanti tra i due mondi, quello che frequento abitualmente offre sempre spunti interessanti mentre l’altro tende a perplimermi un po’.

“Ouverture”, traccia conclusiva di “Grilli”, è l’unica canzone dell’album registrata dal vivo in studio, e che studio! Che emozioni hai provato ad entrare in un tempio della musica come lo Strongroom studio, dove hanno inciso nomi del calibro di Nick Cave e Prodigy?
Purtroppo io non l’ho visto neppure da lontano lo Strongroom poiché non mi è stato possibile andare a Londra a causa delle restrizioni dovute alla pandemia. Solo Andrea, londinese da qualche anno, si è recato a registrare e per l’esattezza al Bella Studion che si trova all’interno del complesso degli Strongroom.
Pertanto la parola passa direttamente a lui: “Avevo già avuto in precedenza l’opportunità di lavorare lì per un mix di un altro progetto, ma non nascondo che entrare in una struttura così importante che ha contribuito a tanti dischi che ho ascoltato un’infinità di volte non lasci certo indifferente. Sicuramente una bella sensazione. La cosa positiva è che mi sono trovato a mio agio in un’atmosfera creativa e rilassata al tempo stesso. Credo che questa cosa possa emergere nel lavoro fatto su “Ouverture” in cui sono partito nello sviluppare un’idea di arrangiamento che già avevo in testa, per poi sfruttare l’ispirazione del momento e degli strumenti che ho trovato a disposizione.”

Nella copertina dell’album luci al neon ed alberi fioriti fanno da cornice ad una figura nascosta sotto un ombrello. Come mai hai scelto questa immagine?
La risposta è molto semplice: è l’unica scattata durante una session apposita organizzata col mio vecchio amico nonché fotografo sopraffino Luca Tombolini. Ci eravamo dati appuntamento una sera all’indomani della fine del primo lockdown, armati di buoni propositi per fare qualche fotografia in città ma dopo qualche sopralluogo e un solo scatto, appunto, si è messo a piovere per bene e questo ha mandato all’aria tutti i piani per quella sera. Dopo di allora non siamo più riusciti a organizzare un’altra sessione per i vari impegni di Luca che lo portano spesso all’estero e quindi l’unica immagine che avevo era quella che poi è finita sulla copertina del disco. Detta così potrebbe sembrare che non avessi altra scelta ma in realtà non mi sono neppure affannato a cercare un’alternativa, quell’unico scatto aveva qualcosa che mi appartiene molto, una sorta di solitudine pacifica che non smetto mai di cercare, ed è in qualche modo silenziosa, che pare una contraddizione parlando di musica ma evidentemente alludo alla frenesia del mondo che lì dentro è messa a tacere. E poi c’è la sera, il buio, il mio momento preferito. La mia compagna si è poi adoperata nel ritoccare e accendere i colori nonché realizzare la grafica che a breve troverà la giusta collocazione nelle copie fisiche del disco.

Dopo aver apprezzato “Grilli”, sono andato ad ascoltare il tuo lavoro precedente. Seppur arrangiati e prodotti diversamente, alcuni brani del tuo EP di debutto e di “Grilli” hanno un elemento comune, cioè le lunghe code strumentali. Che valore dai tu a queste appendici? Sono digressioni verso nuovi orizzonti o hanno un significato diverso?
Ottima osservazione di cui ti ringrazio! La verità è che amo i viaggi musicali, mi ci abbandono con estrema facilità e molto gusto, mi coccolano la mente e mi ci perdo. Fosse per me ogni momento della giornata potrebbe essere scandito al tempo di lunghe code strumentali. In realtà non gli si deve dare per forza un significato, io non ce lo vedo, è puro piacere che asseconda il gusto di chi le compone e in questo senso includo anche Andrea che, come me, adora perdersi nel suono. Scavando nel passato mi vengono in mente certe jam sessions da saletta, quelle un po’ erbacee, che potevano superare tranquillamente i dieci minuti ininterrotti senza la presenza di una singola nota vocale, bei tempi quelli.

Nell’intervista a cui mi riferivo prima, hai dichiarato anche di voler continuare a creare “senza l’obbligo di fare qualcosa che piaccia per forza o che debba andar bene a qualcuno in particolare, che non sia io stesso”. “Grilli”, naturale evoluzione del tuo primo EP, conferma le tue parole. Ti stai già dedicando al prossimo capitolo?
Nella mia testa “Grilli” fa già parte di un passato lontano e sento fisso il bisogno di aggrapparmi a qualcosa di nuovo che prenderà forma in maniera spontanea nel tempo. Non smetto mai di abbozzare idee musicali, a fasi alterne ma costantemente, e qualche cosa che mi stuzzica già c’è. Mi piacerebbe dare sfogo alle mie diverse anime musicali e approfondire suoni che ancora non ho avvicinato ma che esercitano un forte fascino.

Viadellironia – Realtà parallele

A due anni dal promettente EP d’esordio arriva il primo album di Viadellironia, quartetto rock di ragazze dalle idee chiare e dai testi eleganti. “Le Radici sul Soffitto” (Hukapan, 2020 \ Fleisch Agency) vanta anche la partecipazione di Cesareo (produzione e chitarra) e Mangoni (prezioso inserto) degli EELST, nonché un duetto alla voce con Edda nel primo singolo estratto dal disco. Ecco la nostra intervista.

Il nome del gruppo rappresenta un luogo immaginario ed il titolo del vostro primo album ne esalta la dimensione fantastica, facendo crescere delle radici sottosopra. Quando è nata in voi questa voglia di creare realtà parallele?
Maria: Ci sono delle immagini che spostano il significato ordinario delle cose, o il loro collocamento nel tempo o nello spazio. E così creano delle allegorie. Le radici sul soffitto, ad esempio, rappresentano un’inversione spaziale, che sottintende anche il senso del tempo. L’arte a cui sono più affezionata è quella che utilizza questi scarti. Spesso si colora di un contenuto politico. Succede da sempre, uno dei casi più straordinari è quello di Galileo che, con un linguaggio non artistico, ma scientifico, ha suggerito che la realtà non fosse ordinata come voleva il potere dominante. Uno dei testi a cui sono più legata, per questi motivi, è la Vita di Galileo di Brecht. È una lezione di ribaltamento artistico.

Ho letto che i gusti musicali di ogni componente della band sono a volte molto diversi fra loro. Come riuscite ad armonizzare così tante sfaccettature sonore?
Maria: Il fatto di avere una consapevolezza del modo in cui ci piace suonare crea una grande unità. Intendo che ciascuna di noi riconosce con facilità quale impatto possa dare una propria scelta musicale all’insieme, è un contributo che si innesta in modo naturale. Forse dipende dal fatto che suoniamo da tempo insieme, e che sia diventato scorrevole avere un amalgama istintivo ed empatico.
Greta: Ci piace molto il fatto di giocare con le sonorità personali e di trovare il modo di farle coesistere nel sound finale. Il nostro amore per il “puttan pop” è sicuramente uno dei nostri punti in comune e probabilmente il meno intuibile da come suonano poi i pezzi, ma di certo presente nello spirito.
Laura: D’altra parte ci sono molti artisti che apprezziamo all’unanimità, e anche certe sonorità e certi timbri. Le cose che ci accomunano sono quelle a cui ci riferiamo maggiormente e consapevolmente. I gusti più personali, invece, influiscono nella genealogia del nostro modo di suonare.
Giada: Come dicono le ragazze, ci legano molti artisti. Suoniamo insieme da più di quattro anni e tra prove, discussioni e improvvisazioni abbiamo imparato a far convergere le nostre idee. La nostra musica è una sorta di ibrido: mescola stili, periodi musicali lontani, ma sempre compatibili con i gusti di tutte e quattro.

Tra il primo EP “Blu Moderno” e questo album sono trascorsi due anni. Se nel primo lavoro il trait d’union fra le canzoni è principalmente il timbro vocale di Maria, “Le Radici sul Soffitto” si distingue anche per una maggiore uniformità musicale. Qual è stato l’apporto di Cesareo nella costruzione del sound che cercavate?
Maria: Sono contenta che tu abbia notato questa differenza! Davide ha avuto molta cura degli equilibri interni alla musica, ma anche del rapporto che questa intesse con la voce. Non mi ha mai detto di modificare alcunché dei testi, ma ci ha aiutate a creare dei ponti tra questi e la musica. Non risulta scollata, e nemmeno ancillare.

Prestando attenzione ai vostri testi graffianti, non stupisce la collaborazione con Edda, che di liriche sardoniche ne ha scritte tante e molto belle. Che emozioni vi ha trasmesso al primo ascolto la sua interpretazione della vostra canzone “Ho la febbre”?
Maria: È stato fantastico. Ci ha colpite la naturalezza con cui ha acquisito quel testo. Nel momento in cui lo ha letto, lo ha subito restituito con un livello di autorialità e di espressività pazzesco.

Mi piace quando nel processo creativo un musicista coinvolge i propri amici, soprattutto se talentuosi come il vostro concittadino noto con lo pseudonimo di Dorothy Bahwl, che ha realizzato l’enigmatica copertina per “Le Radici sul Soffitto”. Avete ideato insieme questa immagine oppure è un’ispirazione tutta dell’artista?
Maria: Abbiamo fatto un solo incontro per parlare del concept del disco. Abbiamo spiegato a Dorothy che cosa intendessimo con questa immagine delle radici sul soffitto, aggiungendo altri elementi a quello, più esplicito, della sepoltura. Ha capito subito quale fosse il nostro immaginario e l’ha tradotto perfettamente. Ha fatto tutto Dorothy! Ci piace davvero tanto la nostra cover, lo ringraziamo di cuore.

Un argomento presente nelle canzoni, così come sulla copertina dell’album, è il dualismo tra fioritura ed appassimento, che sia fisico, spirituale o relazionale. L’immersione in queste tematiche vi ha aiutato ad affrontare il periodo attuale di stravolgimento del mondo come lo conoscevamo?
Maria: Il disco era pronto per l’uscita prima che entrassimo in questo periodo terrificante, ma le assonanze di mood che i brani (e l’artwork di Dorothy) istituiscono con il 2020 sono tante. È un disco che parla della volontà di uscire dalla stasi, del fallimento che ne consegue (“come poi ci resto male quando affondo”). È un disco ossessionato da una nostalgia retrospettiva – da cui l’immagine di noi stese a osservare, catatoniche, le radici. Ci ha aiutate nella misura in cui, nel congelamento di questo 2020, abbiamo vissuto la grande felicità di far uscire il nostro primo disco che, neanche a farlo apposta, sembra una didascalia del periodo. Penso che si dispieghino tematiche valide, però, per qualsiasi fase. Facile parlare del bronzo nell’età del bronzo! È più interessante parlare del fallimento nell’età dell’oro, sicuramente. Non vedo l’ora arrivi l’età dell’oro per continuare a parlare della tristezza.
Greta: Come dice Maria, il disco era pronto molto prima di questo periodo orribile. Ma il fatto che le tematiche presenti ci si rispecchino così tanto è stato quasi un sollievo: oltre all’avere qualcosa da fare (cosa non da poco) mi ha consentito di esorcizzare un po’ le difficoltà di queste lunghe giornate.
Laura: Personalmente, per quanto i testi guardino alla morte, la chiave di lettura che più mi appartiene è quella della fioritura, della rigenerazione, e dell’esorcizzazione del campo semantico della morte. Come se il disco fosse un rito stagionale antico, che disinnesca l’inverno. Quindi sì, ti direi che questo disco mi ha aiutata.

Ho notato con piacere riferimenti rococò nei testi e negli arrangiamenti del nuovo album, ma anche nella scenografia del video per la canzone “Blu Moderno”. Da dove proviene questa passione per la Francia del Settecento?
Laura: Dal delizioso salottino della nonna Neris! Non è una scenografia, è proprio il salotto che ho ereditato da mia nonna. Ma io e Maria (viviamo insieme) lo usiamo solo  per tenerci la cacciagione e gli arazzi. Volpi e madonne.
Giada: Per coniugare l’ammirazione per Bach e il fascino verso il mondo settecentesco abbiamo deciso di utilizzare quella location come scenografia di uno dei nostri pezzi più antichi.

Non vi ho ancora visto in concerto di persona, però già dallo schermo del pc si percepisce come sapete stare bene su un palco. Perché non avete posticipato l’uscita del disco, in modo da poterlo promuovere anche dal vivo?
Maria: Sai, era lì pronto da tempo, anche lui congelato. Non avrebbe avuto senso attendere oltre, sarebbe stato in qualche modo artificioso. Siamo contente sia uscito a novembre ma, come dici, non nego sia frustrante non poterlo promuovere dal vivo. Per ora, ovviamente; se non si è capito siamo un concentrato di ottimismo e speriamo nello scongelamento estivo.
Greta: Scalpitavamo perché uscisse. Poterlo finalmente vedere stampato e ricevere i primi feedback è stato bellissimo. Feedback sicuramente meno potenti di quelli che può dare la promozione live, dal punto di vista del calore umano e soprattutto del sudore! Ma è comunque stato vitale, sempre in relazione alla pesantezza e alla staticità di questo periodo, vedere il disco esistere davvero, e progettare in vista di tempi meno bui di poterlo finalmente suonare davanti ad un pubblico.

Qualcosa di nuovo bolle già in pentola?
Greta: Sì, stiamo cominciando a pensare a cose nuove. Così il nostro primo tour promuoverà almeno due dischi! (scherzo). Farebbe sicuramente ridere passare da 45 minuti di concerto a 2 ore e mezza.
Giada: Abbiamo in cantiere qualche pezzo nuovo, ma la situazione attuale, che tutti conosciamo, non ci consente di vederci per provare. Anche noi come tanti lavoriamo comodamente da casa, ma per una band risulta molto difficile.

Homunculus Res – Elementi di fuoco

Per sonorità e percorso artistico gli Homunculus Res strizzano l’occhio agli anni ’60, “Andiamo in giro di notte e ci consumiamo nel fuoco” (AMS, 2020) è il quarto capitolo della loro tetralogia degli elementi. Ne abbiamo parlato con Dario D’Alessandro, autore di musica, testi e illustrazioni.

“Andiamo in giro di notte e ci consumiamo nel fuoco” è la traduzione del palindromo latino “In girum imus nocte et consumimur igni”. Un palindromo è una sequenza di caratteri che, letta al contrario, rimane invariata. Perché avete scelto questo titolo?
Il titolo lungo è ormai una tradizione per noi, un divertimento che allude un po’ a certa prosopopea prog, ma anche uno dei tanti modi che mettiamo in atto per stimolare la curiosità dell’ascoltatore. Il titolo in questione mi sembrava perfetto per i contenuti tematici che vertono su una critica al consumismo, ripreso pari pari dal situazionista Debord, lasciando intendere che da più di 50 anni ad oggi la nostra società occidentale, e ormai globale, non è cambiata, anzi è peggiorata dal punto di vista ecologico, economico e sociale. In più, noi amiamo giochetti come i palindromi, che abbiamo anche applicato musicalmente a brani come “χΦ“, nel nostro primo album, o in uno di questo nuovo (che perfidamente non rivelo).  

Fra gli innumerevoli riconoscimenti internazionali per il vostro nuovo album, c’è un complimento molto frequente: siete riusciti a rimanere fedeli ad un genere ben codificato, il prog della “scena di Canterbury”, rinnovandolo senza snaturarne lo stile. Come avete fatto?
Noi non volevamo impostare uno stile a tavolino, crearci un recinto, ispirarci solo a un movimento artistico. Volevamo solo divertirci e sperimentare forme, ritmi, melodie che avessero una certa complessità. In effetti volevamo fondare un gruppo “prog”, però i nostri ascolti non riguardano solo i classici del genere, tendenzialmente siamo orientati verso l’avant rock, il pop barocco, il rock in opposition, il soul, la bossa nova, il cantautorato e, sicuramente più di tutti, la scena di Canterbury, che è venuta prepotentemente fuori, forse anche per un nostro atteggiamento un po’ provocatorio e irriverente. Inoltre alcuni riferimenti sono voluti per via del nostro gusto per la citazione. Che la critica ci definisca canterburiani non ci dispiace affatto. Se, grazie anche a noi, quel discorso continua, ne siamo lieti.

Negli anni ’60 si aspettava che una band rilasciasse anche tre o quattro album, per testarne le potenzialità, prima di dare un giudizio definitivo. Col quarto disco avete confermato le ottime critiche ricevute già nei precedenti lavori, c’è stato un momento particolarmente significativo durante la lavorazione di questo album? 
Beh, forse la benedizione di Alex Maguire, ultimo tastierista della nostra band di culto Hatfield and the North, è stato un momento significativo per questo ultimo album. Ma anche in precedenza, grandi musicisti che amiamo ci hanno molto incoraggiati.

Come mai per promuovere il disco avete preferito un teaser con spezzoni di più tracce, anziché registrare il video di una sola canzone?
È una cosa che facciamo da diverso tempo, diamo un’impressione generale di qualcosa che comunque consideriamo un’opera unica, in cui ogni pezzo è solo una parte di un insieme.

Le vostre copertine presentano dipinti che spesso hanno riferimenti a tutte le canzoni dell’album. Nell’illustrazione per “Andiamo in giro di notte e ci consumiamo nel fuoco” una salamandra gigante domina la scena con, sullo sfondo, vulcani e tre autovetture. C’è un motivo per cui un solo soggetto è così preponderante stavolta?
Mi piaceva l’idea di un soggetto misterioso e beffardo su uno sfondo di desolazione post apocalittico. Non ci sono (più) uomini, ma solo qualche automobile abbandonata e fatiscente.

Il disco racconta una storia: dalla traccia 1 alla 5 regna il consumismo più sfrenato (“io mi sono fatto un cesso d’oro puro” si canta ne “Il Carrozzone”); dalla 6 alla 7 avviene una cesura fra un prima e un dopo nella storia; le tracce conclusive indicano la via verso un ordine nuovo, che però non sembra trovare proseliti. Questa è una storia senza lieto fine oppure la canzone “Non Dire No” non è ancora la fine della storia?
Non parlerei di storia vera e propria, piuttosto i primi pezzi, come fai notare, sono più espliciti riguardo al tema – o come dicono i progghettari: il concept – mentre nella seconda metà i significati si fanno più sottesi, è effettivamente una discesa verso meandri mentali. L’ultima canzone mette in scena contrasti, incomunicabilità, astio, quindi sicuramente non c’è un lieto fine; è anche vero che il finale sembra sospeso.

Dopo i primi tre album rilasciati per Altrock Productions, il quarto della vostra personale tetralogia è stato prodotto da AMS Records. Che significato ha per voi questo cambio di etichetta?
In realtà il nostro terzo disco è stato prodotto da Altrock e Ma.Ra.Cash. Purtroppo la Altrock ha dovuto fermare una storia davvero bella e ricca, era uno dei riferimenti mondiali per il progressive più sperimentale e avanguardistico. Spero che rimettano su l’etichetta o inizino un nuovo percorso. D’altro canto, avere la fiducia di un nome prestigioso come AMS è stata per noi una bella conferma: il nostro rock particolare ed eccentrico è stato accolto in un contesto più ampio.

Il 19 dicembre scorso avete suonato dal vivo per il festival online di musica prog “From chaos to future”, che è stato organizzato e trasmesso dal Giappone. Come è scaturita questa partecipazione e che emozioni vi ha dato?
Molto semplicemente ci è stato chiesto se volevamo partecipare e soprattutto se eravamo in grado di farlo nonostante le restrizioni da pandemia. Il progetto nasce proprio per offrire una serie di concerti live in streaming, ma la novità e la sfida stavano nel coordinare quattro gruppi da quattro parti del mondo contemporaneamente. È stato faticoso, abbiamo fatto le prove con la mascherina, in orari improbabili, sempre col timore che arrivasse un lockdown totale. Insomma un po’ di apprensione e anche voglia di rinunciare ci sono state. In compenso, tenendo conto che erano coinvolti anche fonici, tecnici video, collaboratori, locatari etc, la buona riuscita del concerto ci ha dato gioia e ripagato degli sforzi.

Cosa riserva a noi voraci ascoltatori il futuro degli Homunculus Res? 
Qualcosa bolle in pentola, solo che si va a rilento, come puoi ben immaginare.

Fys feat. Fulvio – Farsi strada fra le macerie

Sweet Persecution” (Autoproduzione, 2020) è il titolo dell’EP frutto della sperimentazione tra Fys, duo composto da Pietro Gugliotta (programming, sample, synth) con Gabriele Marchese Ragona (chitarra, basso), e il cantautore Fulvio Federico, in arte Fulvio. Ne abbiamo parlato insieme agli autori di questo mix ben equilibrato fra elettronica e cantautorato.

Come è nata la collaborazione per “Sweet persecution”?
Gabriele: La collaborazione con Fulvio è nata grazie ad un contest palermitano al quale abbiamo partecipato con i nostri rispettivi progetti. Abbiamo visto in Fulvio l’opportunità di sperimentare l’unione di cantautorato e musica elettronica.
Fulvio: Ho iniziato a collaborare con i Fys già a dicembre del 2019. Loro conoscevano il mio progetto musicale e così abbiamo deciso di fare diverse sessioni di prove insieme. Poi è arrivato il lockdown e, dal chiuso delle nostre stanze, abbiamo iniziato ad inviarci piccoli riff e tracce. Più passavano i giorni e più aumentavano le idee. Così, quando è stato possibile rivedersi, abbiamo ulteriormente perfezionato i suoni e scelto quelli che fossero in grado di creare le giuste atmosfere e, alla fine, ci siamo accorti che avevamo creato del materiale in grado di raccontare una storia. Così abbiamo deciso di pubblicarlo.

Perché avete scelto questo titolo?
Fulvio: Letteralmente le parole “Sweet” e “Persecution” rappresentano delle contraddizioni e questo EP è un po’ anche frutto di una contraddizione. Unire la musica elettronica al cantautorato non è stato affatto semplice, eppure estremamente appagante. Al di là dell’aspetto sonoro, l’intero EP parla di alcune contraddizioni dell’animo umano come l’amore che scalfisce la razionalità o il tema della dipendenza, questo titolo ci è da subito apparso come il più adatto ad inglobare tutti questi temi. Inoltre, fra i tre brani che compongono l’EP, “Sweet Persecution” è stato quello che è nato per primo nel corso della nostra clausura forzata.

C’è stato qualche momento particolarmente significativo durante la lavorazione?
Pietro: La lavorazione è stata molto spontanea, specie nella prima parte, che si è svolta proprio durante il lockdown ed in cui ognuno, da casa sua, contribuiva alla nascita e allo sviluppo dei brani. Poi, al termine del lockdown, è stato molto bello rivedersi e mettersi a suonare tutti insieme quello che era stato creato durante quei mesi complicati.

L’inserimento della linea vocale, presente anche nella traccia conclusiva del vostro EP precedente “Less is more”, è solo un esperimento o ci state prendendo gusto?
Gabriele: L’ultimo brano dell’EP “Less is More” intitolato “May day” l’abbiamo composto come ogni nostra produzione, inizialmente strumentale. Poi capita di ritrovarci a valutare, in questo caso insieme ai produttori che ci hanno aiutato nella realizzazione dell’EP, l’inserimento di una linea vocale perché magari quel pezzo si presta particolarmente. Più che averci preso gusto, ci piace lasciarci trasportare dal nostro istinto e dalla voglia di continuare a sperimentare.

Il video di “Sweet persecution” mostra un mondo desolato, in cui un protagonista solitario vaga spaesato in cerca di… cosa?
Pietro: “Sweet Persecution” racconta la complessa ricerca di un amore eterno ed indistruttibile, qualcosa visto come appunto una “dolce persecuzione”: la ricerca è chiaramente ostacolata dalle macerie, che rappresentano un po’ tutte le avversità che incontriamo nella vita di tutti i giorni.

I testi delle tre canzoni dell’EP sono in qualche modo collegati fra loro?
Fulvio: In tutti i testi dell’EP ho cercato di fotografare alcuni particolari dell’animo umano come l’amore, la dipendenza e le fragilità che ciascuno di noi nasconde nel proprio “io” più intimo. Nessun uomo è tale senza le sue fragilità e le sue contraddizioni. Il sound dei Fys, unito ai testi che ho scritto, rappresenta un viaggio che il protagonista vive costantemente, nella vita di tutti i giorni, durante cui è messo in contatto con la sua natura umana necessariamente imperfetta.

Nelle vostre composizioni mescolate suoni elettronici con basso e chitarra, come si è evoluto il vostro stile nel corso degli anni?
Gabriele: Abbiamo iniziato il nostro percorso semplicemente con un basso elettrico, una tastiera ed un ipad. Nel corso degli anni la sperimentazione e la consapevolezza del sound che volevamo creare ci ha portato poco a poco ad aggiungere strumenti fino a riempire la sala dove proviamo come un piccolo studio. Lo stile strizza sempre l’occhio all’elettronica, arricchita talvolta da più synth, talvolta da chitarra con effetti analogici.

Per voi che significa proporre un EP in un mondo musicale che va avanti a forza di talent show e uscite di canzoni singole?
Pietro: In un periodo in cui è impossibile esibirsi dal vivo, pubblicare un EP di inediti è il nostro modo di dire che ci siamo e continuiamo a scrivere. Quando si fa musica strumentale ci si preclude, per forza di cose, la partecipazione a spettacoli televisivi come i talent, quindi significa andare incontro a tanta diffidenza, cosa che a primo impatto potrebbe far dubitare delle proprie capacità. Vedere la gente divertita e che balla i nostri pezzi durante i live è probabilmente la soddisfazione maggiore.

Siete già al lavoro per il prossimo EP? O magari stavolta sarà un LP?
Gabriele: Nella prima parte del 2020 abbiamo creato tanta musica, ci siamo confrontati inizialmente da remoto e poi finalmente in sala con sessioni in presa diretta. Il prodotto di questo lavoro è tanto nuovo materiale inedito che vogliamo riordinare nei primi mesi del 2021 per poter dare forma a qualcosa di più corposo rispetto alle precedenti pubblicazioni.

Lemmerde – Il pop è violento

Il gruppo de Lemmerde non si limita a riprodurre i classici della canzone italiana in chiave metal e hard core. Arrangiamenti ricercati ed una spiccata propensione al divertimento li hanno portati fino alla corte dei Sick Tamburo. Abbiamo fatto quattro chiacchiere con Manuel, frontman della band.

“Violent Pop” (Autoproduzione, 2018) è un album che denota uno sforzo produttivo notevole. Quanto tempo c’è voluto per farlo uscire?
Uno sforzo da mmerde, di pochi mesi in realtà ma di buona consistenza e dall’aroma pungente.

Con il vostro repertorio spaziate in scioltezza dagli anni ’40 ai ’90 della canzone italiana. Preferite riarrangiare le hit del passato o date lustro anche a brani meno noti?
Dare lustro a brani meno noti comporta una nobiltà d’animo che non è da mmerde.

Mi piacciono i gruppi aperti alle partecipazioni. Andrea Venor e Gianfranco di Matteo, entrambi vocalist di estrazione metal, cantano rispettivamente in “Dadaismo Umpacchiano” e “Robot Blood”. Come sono nate queste collaborazioni?
Non sono collaboratori, sono le nostre coriste che sfruttiamo per le nostre esigenze corporali.

Sulla copertina dell’album ci siete voi quattro incappucciati a torso nudo. Perché ritrarvi così?
Perché la nostra musica è come un sacchetto da asporto: non sai mai quello che ti capita (cit.).

Avete realizzato tre videoclip per altrettante canzoni estratte da “Violent Pop”. Mi raccontate un retroscena di uno dei video?
Nel video “La Solitudine” ci siamo trovati alla stazione di Palermo Notarbartolo. Il capotreno, incuriosito dai costumi e dalla videocamera, ci ha chiesto quando poteva partire per girare in sincro la scena.

Una volta ad un vostro concerto ho visto un pubblico talmente costipato, che molta gente è stata costretta ad evacuare fuori dal locale. Come ricambiate dal palco l’affetto di chi vi segue?
Capita ai concerti delle mmerde un pubblico costipato costretto ad uscire per evacuare, noi ricambiamo con sudore e fiumi di carta igienica.

Dal logo ai videoclip, dai costumi di scena alle locandine, anche la parte visuale del gruppo è particolarmente curata. Quanto ha influito questo aspetto nei risultati raggiunti finora?
Ha influito in maniera determinante alla diffusione del virus marrone.

I vostri sforzi sono stati premiati con l’inserimento di una versione del brano “Intossicata” nella compilation “Parlami per Sempre”, un tributo ai Sick Tamburo in onore di Elisabetta Imelio. Come è nata questa esperienza?
Abbiamo avuto l’opportunità di partecipare a questa compilation dedicata alla grande Elisabetta Imelio grazie alla fanzine All You Need Is Punk che ci supporta da sempre.

So che a breve uscirà un 7″ autoprodotto, di cosa si tratta?
Questo 7″ è la collaborazione con una band emiliana, i Divarikator. Noi mmerde usciremo con due brani inediti, “Ragazzo di Minchia” e “Iron Tiziano”. Uscita prevista per gennaio 2021.

Dove trovate gli stimoli giusti per andare avanti?
Riuscire a merdizzare la musica italiana è un grosso stimolo… Peace and shit!

Vincenzo Tusa – Le foglie come abito dell’anima

Due chitarre si intrecciano in un costante dialogo tra effetti elettrici e scambi di emozioni nell’immaginario musicale del compositore Vincenzo Tusa, all’esordio solista con “Our Leaves” (Autoproduzione, 2020). Un disco al passo coi tempi attuali, autunnali e un po’ malinconici, ma che, traccia dopo traccia, si accende di luci cariche di primavera.

Come è nato “Our Leaves”?
Nasce dall’esigenza di volere esternare determinati stati d’animo, personali e non, attraverso un album da solista, mettendo a nudo quelle che sono le difficoltà quotidiane.

Perché questo titolo?
Volevo dare una sorta di sunto ai titles track all’interno del disco, che poteva accomunarsi alle cosiddette sonorità emozionali, e per certi versi naturali, partorite per l’album stesso. “Nostre foglie” intende un elemento naturale e vitale che cela, difende e ad un tempo nutre il suo sostegno, anima del tronco.

Prima di pubblicare “Our Leaves” hai suonato parecchio in giro per l’Europa. Quanto questa esperienza ha influenzato la realizzazione dell’album?
Ahimè, l’album era già pronto… Ed ha viaggiato con me. Però è stato proprio lui ad influenzare il mio viaggio in Europa. Musica strumentale ed ambient si affacciano e allo stesso tempo si associano bene con i contesti nordici, paesaggi naturali e suoni che si mescolano bene col tran tran quotidiano delle stesse metropoli. Ho preferito suonare in strada… L’esperienza è stata forte. In due parole, ho cercato di dar veste ai miei brani grazie ai paesaggi che ho attraversato, cercando di restituirne l’emotività con la musica stessa.

Nel disco c’è un dialogo costante fra due chitarre, che sentimenti vogliono comunicarsi fra loro?
Bella domanda… Le due chitarre si intrecciano, si ritrovano per poi ricominciare un percorso e un fraseggio ritmico diverso. Allo stesso tempo si bilanciano facendo da sostegno l’una all’altra, l’ambiguità dei passaggi… Vi è un eterno accostamento a ciò che lo stato d’animo momentaneo, del brano, del flow, delle note, si approccia. Più sentimenti o stati d’animo si alternano all’interno di un brano, il botta e risposta dei 2 strumenti risulta necessario a volte per trasmettere rabbia, isteria, tormento… Ma anche serenità nelle poche note lunghe, o nell’astenia delle pause. Dipende anche e molto dallo stato d’animo di colui che lo ascolta… Bravo, mi hai leggermente messo in difficoltà!!

Copertina minimalista con luci sfocate su sfondo bianco, chi l’ha realizzata e a cosa è ispirata?
Grazie per la critica… La copertina è realizzata interamente da me. Sono legatissimo all’astrattismo e al minimalismo concettuale, come hai caparbiamente detto anche tu. L’immagine scattata con luci sfocate, rappresenta un ipotetico traguardo, dove le luci in lontananza trasmettono un miraggio. La foto è sfocata perché il momento dello scatto deve risultare metaforicamente, come dicono gli inglesi “drunken” ovvero leggermente falsato, non reale. Per intenderci esteticamente un po’ “psychedelic”. Il fondo bianco, invece da quel senso di purezza ed austerità che richiama il lavoro stesso, di matrice compositiva.


Autoproduzione integrale, dalla registrazione alla distribuzione. Come ti sei trovato a fare tutto da solo?
Difficilmente al primo lavoro hai un’etichetta, e quindi necessariamente ti trovi a fare un lavoro tanto creativo quanto stimolante. Era fondamentalmente la mia prima esperienza con strumenti di mastering e mixing. Per la registrazione non c’è stata né notte né giorno. Essendo brani strumentali, per dare carattere, ho cercato di creare più registrazioni del brano stesso, per poi sceglierne l’essenziale. Per la distribuzione non ho mai smesso di lavorare… Essenzialmente ho distribuito e caricato su Bandcamp, Discogs e Spotify.

So che hai suonato con diverse band prima dell’esordio da solista. Questo album ha un legame col tuo percorso musicale o se ne distacca?
L’influenza che ne deriva è quella dei passati progetti. Musicalmente il genere è ambient, quindi se ne distacca. Ho suonato in passato in gruppi “prog-strumentali” con formazione di chitarra e batteria, volgarmente alla White Stripes per intenderci. Oltretutto uno dei brani inseriti nell’album faceva parte di una mia vecchia scaletta prettamente da cover band, che aveva come inediti alcuni brani tra cui una ballata con testi e parole che si prestava bene per la sua costruzione metodica nel percorso classico verso/coro/bridge.

Come presenti dal vivo il disco?
Suonandolo, non amo molto la presentazione, che tende a relegare un album il più vicino possibile ad una sorta di prodotto, quindi disco. Trovo il termine lavoro molto più romantico. Ragion per cui il live, almeno credo, serve a “sintetizzare”, rendendo accattivante un lavoro per fini, naturalmente commerciali.

Qualche anticipazioni su progetti futuri?
Continuerò a lavorare, promuovendo “Our Leaves” e i brani da me composti, cercando anche la possibilità d’inserimento in lavori filmici e nell’accostamento ad immagini, perché si sa che la musica strumentale trova il suo terreno fertile in questo. Scaramanticamente, dico solo che sto iniziando a registrare un nuovo album da solista pensando a nuovi progetti, con brani ancora nel cassetto. L’attuale periodo per la musica, e in particolar modo per la discografia, non è dei migliori… Quindi anticipare forse sarebbe poco corretto. Sai cosa intendo!