Lighting Mind Frequency – Pensiero e materia

A ritmi tirati da fantastici anni ‘90 hard core a San Francisco si alternano incursioni grunge, stoner e post punk. Ecco a noi l’EP “Time to Relax” (Autoproduzione, 2022)  dei Lighting Mind Frequency. Scopriamone di più nella nostra intervista con la band. Contenuti bonus: tante novità sulla terza edizione di PAzzAo Music Fest, che si svolgerà a breve in Sicilia.  

Avete registrato questo EP in autunno del ‘21, presentando canzoni su cui avete lavorato dall’inizio della pandemia. Il coviddi ha influenzato il processo creativo di “Time to Relax”? 
Diciamo più correttamente che il lookdown totale ci ha costretto a passare del tempo in isolamento a casa. In generale c’è chi è andato fuori di testa per questo, vedi tutti i casi di violenza domestica registrati e la depressione maturata da molte persone… Tuttavia noi ci siamo arrangiati bene, impiegando il nostro tempo per scrivere cose nuove, suonare e dedicare tantissimo tempo alla musica. Abbiamo riorganizzato la formazione con l’ingresso di Mughini come seconda chitarra nel gruppo. Diciamo che, da un punto di vista strettamente logistico e compositivo, questo periodo lo abbiamo sfruttato al meglio. 

Il giorno dell’uscita dell’EP avete intrapreso un tour di 8 date in Germania e Olanda , che emozioni vi ha dato tornare a suonare dal vivo? C’è un episodio particolare di questi concerti che vi è rimasto impresso?
Time to Relax Europe tour 2022 è stata l’esperienza più bella e vibrante che ci è mai capitata da quando esistono i Lighting Mind Frequency. In ogni città abbiamo raccolto  montagne di sorrisi, divertimento e coinvolgimento da parte del pubblico. In due parole: good vibes. È stato il nostro secondo tour in Europa ma, ripeto, a questo giro si è percepito un fomento mai visto, a questi livelli, da parte del pubblico. Per farti capire, continuiamo a ricevere messaggi dai tanti nuovi e vecchi  amici, incontrati nelle varie città, che ci chiedono quando sarà possibile rivederci.

Il viaggio in Europa ha ispirato nuovi riff?
Sì, diciamo che stiamo già lavorando su cose nuove, caricati a mille dall’esperienza tour. 

Bella storia! Il box di via Turrisi a Palermo continua a sfornare nuova musica e, grazie alla recente ristrutturazione, ha ottenuto pure una buona acustica. Altre band ci hanno già registrato, anche “Time to Relax” proviene da lì?
No, “Time to Relax” è stato registrato al Tone Deaf studio di Palermo dal nostro amico super professionale Silvio Spadino, poi il mix è stato affidato a Grug (No Withe Reg) presso il Son House studio di Bologna, mentre il mastering è stato curato da un’altra nostra vecchia amicizia, Fabietto a Berlino presso Howlingfunkhouse studio. 

Infatti ascoltando su Bandcamp si sente tutta la professionalità del risultato, ma non ci sono info sulla produzione… A proposito di Bandcamp, mi piace molto cliccare su lyrics e trovarci i testi delle canzoni, non tutte le band li aggiungono. Se dovessi associare una parola all’atmosfera generale nei testi, questa parola sarebbe “resistenza”. Come faremo noi electropunx a resistere al Grande Fratello che ci vuole lobotomizzare tutti?
Bhe! Questo è un discorso nato da quando esiste il punk-rock o più in generale da quando esistono generi musicali che per definizione si indentificano “non conformi “contrapponendosi a schemi e dottrine prestabilite della società. Spesso capita di ascoltare dei testi di gruppi punk anni 80 ad esempio che sono estremamente attuali e questo dovrebbe fare pensare che in certi casi le cose non cambiano mai. Di contro bisogna riconoscere che la società occidentale di oggi è stata plasmata da temi affrontati anche dai gruppi punk anni 70 e 80 ma si tratta di una “naturale conseguenza” piuttosto che una vera e propria presa di coscienza… Il concetto è che, fin quando esiste qualcosa da contestare o a cui ribellarsi, di conseguenza ci sarà sempre un gruppo punk che vomiterà addosso contro a tutto e tutti quello che non va. Oggi, nell’era dei social, le forme di espressione o meglio le modalità di divulgazione sono cambiate radicalmente rispetto al passato e secondo noi questo non è un bene, ma non è neanche un male, si tratta solo di un risultato di un fatto quasi inevitabile. Con questo rispettiamo profondamente le scelte che ogni gruppo fa, sia in una direzione che nell’altra.

Il nome della band è ben rappresentato dal logo con il teschio munito di cervello e trafitto da un fulmine. Nella copertina del nuovo EP lo vediamo a figura intera mentre se la spassa in una spiaggia deserta. Come è nato il nome del gruppo? 
Il gruppo si è formato a Bologna nel 2016 e abbiamo iniziato  a provare presso la sala prove autogestita di XM24. Per prenotarsi era necessario compilare con delle lettere il form,  quindi istintivamente abbiamo gettato le iniziali dei nostri nomi… Diciamo che dalla modalità casuale di queste iniziali siamo passati ad un ragionamento molto più interessante, ci siamo fatti i flash trovando un significato molto più profondo, che corrispondeva alla nostra idea di gruppo e al messaggio identitario che volevamo rappresentare.

Wow! E la collaborazione di Giovanni Despair per l’artwork? 
Giovannino è un nostro carissimo amico di vecchia data, nonché ottimo batterista (Burst-up) e grandissimo tatuatore/illustratore. Con lui abbiamo condiviso tante belle esperienze a partire dalla leggendaria crew di Aquileja Rules (i box di viale Lazio a Palermo), un luogo magnifico dove circa 20 box, collocati nel basement di un grosso condominio, ospitavano praticamente tutta la scena punk hardcore e musicale della città nei primi anni del 2000. La nostra longeva amicizia e la conoscenza reciproca di cultura, gusti e stile non ha fatto altro che favorire il lavoro eccellente eseguito da Giovanni per l’artwork.

Quali sono i vostri progetti futuri?
Suonare, suonare, suonare. Per noi non esiste una cosa più bella della musica, non vediamo l’ora di ripartire per nuove date, registrare cose nuove e fare nuove esperienze.

Dopo 32 anni a Palermo hanno ripetuto il Palermo (Pop) Festival, in cui nel 1971 suonarono i Black Sabbath. Dopo due anni di restrizioni torna anche il PAzzAo Music Fest, in cui durante la prima edizione avete condiviso il palco con gli Adolescents. Il festival si svolgerà il 5 e 6 agosto su una fresca collina dell’entroterra palermitano. Voi ci sarete stavolta? Quali novità ci saranno?  
Quest’anno vogliamo spingere il PAzzAo Music Fest alla massima potenza di fuoco!  Oltre alla due giorni, 5 e 6 agosto, stiamo già gettando le basi per organizzare la winter edition a novembre. Per ciò che riguarda l’edizione estiva, possiamo anticiparvi che si esibiranno in due  giorni 10 gruppi e 6 DJ provenienti da varie parti della penisola, che suoneranno un’ampia gamma di generi musicali: dal rock psichedelico al grunge, dal pap drill al dark, dal rock and roll garage al thrash metal, dal pop classico all’elettronica… Insomma, un vero e proprio contenitore musicale per tutti i gusti. Ci sarà un Bar-Food operativo H24, un’area barbecue, un’area relax, spazi tenda immersi in un contesto naturale top tra ulivi, fichi d’india e rocce. Noi non ci esibiremo con i Lighting Mind Frequency ma, siccome il piacere di sporcarci le mani e di spaccarci la schiena non ci manca (vedi esempi come i lavori del box che hai citato tu prima), stiamo dando  il nostro contributo alla PAzzAo Crew costruendo il nuovo palco ed altre strutture di legno che saranno necessarie per lo svolgimento del festival.

Questo sì che significa fare le cose in grande! Come grandi sono i nomi dei due gruppi headliners: Paolino Paperino Band e 23 and beyond the infinite. Ci vediamo al PAzzAo!
Speriamo vada tutto bene! Siamo molto emozionati ad ospitare per la prima volta in Sicilia i Paolino Paperino Band e tutti gli altri gruppi che in modo totalmente solidale hanno sposato la causa PAzzAo nella totale presa bene e per il puro divertimento, abbiamo bisogno di tutto questo ora più che mai… Vogliamo ringraziare e salutare tutti gli amici vecchi e nuovi, tutti coloro che ci seguono, ci supportano, ci ospitano quando siamo in giro, che si sbattono per organizzare concerti!

Lemmerde – Enter Merdman

A tre anni dall’esordio discografico, Lemmerde pubblicano “Brown Album” (Autoproduzione, 2022), otto nuovi brani più due singoli usciti nel 2021. La formazione è composta da un solido power trio con Manuel (voce, chitarra) Maurilio (voce, basso) e Livio (batteria). Ecco la nostra rece-intervista traccia per traccia.

“AnarkoCukkarini” unisce la hit della soubrette più amata dagli italiani negli anni ‘80 e il celebre inno dei Sex Pistols. Questo mix di generi mi ricorda istintivamente la leggendaria punk band Me First and the Gimme Gimmes. Si tratta di un omaggio più o meno esplicito?
I MFATGG, ovviamente grandiosi, è una band dalla quale si può solo imparare. Sono un’ispirazione certo, ma a dar vita a certi mix sono sempre le nostre personali influenze. Cercare di avvicinare generi così opposti dà non voluti colpi di “genio”. 

“Polvere”, seconda traccia e singolo del Brown Album, reinterpreta uno dei primi successi di Enrico Ruggeri. Dalla new wave all’hardcore il passo è breve?
Nulla di più improbabile che dare un motivo HC / black metal alla sperimentazione degli anni ‘80, ma non impossibile, in fondo è stato semplice e si tratta sempre di sperimentare.

“Cicale” omaggia un’altra eroina degli anni ‘80 televisivi, la biondissima Heather Parisi. L’intro death metal invece da quale canzone è tratto?
Heather Parisi, un’icona che portava in Italia gli USA, ritmo spensierato e fresco. Quale migliore rimpasto se non coi Decapitated con la loro intramontabile “Spheres of Madness”. 

“Tintarella” fa convivere in due minuti di durata Black Sabbath e Mina. Come procede questa convivenza?
Una lotta di carisma tra due grandezze mondiali, ma che bene si trovano nel rappresentare l’oscurità della notte illuminata dalla luna.

“PuppAncora” approfondisce la dicotomia fra canzoni apparentemente diverse ma unite nello stesso brano. Avete sintetizzato perfettamente il pensiero di Francesco Nuti e quello di Eduardo De Crescenzo. Come ci siete riusciti?
Un semplice gioco, ma forse fin troppe interpretazioni ne sono venute fuori. 

“Meccaniche” e “Volare” mettono in luce un lato inedito di Franco Battiato e Domenico Modugno, il loro lato punk. In queste due canzoni, come anche in “Polvere”, non avete creato un medley di più brani. C’è una logica in tutto ciò?
Semmai una illogica. In verità qualcosa stava affiorando come medley, ma andavano bene così, e chissà se una versione live o da singoli non si proponga.

“Medley”, appunto, è la traccia più lunga dell’album e propone Gino Paoli, Righeira, Jimmy Fontana, Adriano Pappalardo ed un pizzico di Umberto Tozzi. Questa canzone dà l’idea di cosa aspettarsi ad un vostro concerto…
Come una compilation dance degli anni ‘90, tante hit si susseguono, e non è detto che non si continui ad estendere anche questo medley, che ha subito aggiunzioni nel corso degli anni.

“Ragazzo di minkia” ripesca una chicca del passato, la versione italiana dei Corvi di un brano garage americano di metà anni ‘60. Cosa succede a Livio e Maurilio durante l’assolo di Manuel nel video?
Per i palermitani un must, una chicca, un non molto celato riferimento alle opere di Ciprì e Maresco. In pratica abbiamo dato un senso più vicino a noi a quello che consideriamo “un ragazzo di strada”.

Iron Tiziano”, dopo un intro korniano, si dispiega in una versione skacore di “Sere nere”. Questo è uno scoop! Anche Lemmerde hanno un cuore?
Abbiamo diverse sere nere e anche un cuore, ovviamente marrone!  

Negative Path – Frizioni aggressive

I Negative Path, formazione punk hardcore attiva da 5 anni, hanno da poco rilasciato in vinile e tape “Self-destroyed EP” (Correctional Facility / Knochentapes, 2021). Conosciamoli meglio!

Da chi è nata l’idea di formare i Negative Path?
Come spesso accade, è stato un processo molto spontaneo: Dario (batteria) e Gioacchino (chitarra) a qualche punto del 2016 avevano iniziato a jammare insieme, per lo più cover di classici hardcore, punk rock e qualche riff inventato sul momento. Verso fine anno si sono aggregati Anselmo (basso e, all’epoca, voce) e subito dopo Carlo (chitarra), dopo qualche tempo insieme avevamo raggruppato un numero sufficiente di pezzi da giustificare la scelta di un nome per il gruppo, fare concerti e registrazioni. Oggi siamo in cinque, con Totò subentrato alla voce principale, una tape e un 7” all’attivo.

Avevate già chiaro il genere di musica da proporre? Quali i gruppi di riferimento?
Sì, la vena è stata sin da subito quella del punk hardcore, da cui proveniamo un po’ tutti all’interno del gruppo come ascolti ed esperienze precedenti. All’inizio l’influenza più forte era quella di gruppi quali i primi Poison Idea, D.R.I., Void, Government Warning e così via. Col 7” forse abbiamo incrementato l’elemento fast/thrashcore, ma per lo più scriviamo i pezzi senza porci troppi limiti. Riassumendo: suonare veloce!

Come componete le canzoni? Tutti insieme oppure ognuno porta i propri brani già pronti?
Un po’ e un po’. Magari qualcuno porta un pezzo intero o una coppia di riff, ma il grosso avviene alle prove. Si può dire che nei Negative Path ognuno ha messo sempre il suo, per lo più in porzioni eque e piuttosto naturalmente, cosa che non è affatto scontata quando si parla di comporre musica in un gruppo di cinque individui.

C’è stato un momento molto curioso durante le vostre prove al box: a cosa è ispirato il testo della canzone “Drunk Car Crash Disaster”?
È una storia tanto grottesca quanto divertente. Innanzitutto, non erano le nostre prove ma quelle del gruppo stoner/sludge in cui suonano Carlo e Dario, i Biggmen, ma erano presenti anche gli altri Negative in quanto condividiamo la sala prove. Nel bel mezzo delle prove, malgrado i volumi spacca timpani, sentiamo un fortissimo schianto, come il suono di una valanga di vetro. Fa niente, le prove continuano e ogni scusa è buona per non andare a controllare fuori dal box, finché un gruppo della sala prove accanto bussa insieme a dei pompieri e ci chiedono di uscire a vedere. Tutto il sotterraneo era invaso da fumo e puzza di frizione carbonizzata ed una macchina stava incastrata nella tromba delle scale con ancora il conducente dentro, illeso ma delirante, visibilmente sconvolto e ubriaco. Poco dopo abbiamo appreso che il tipo si era deliberatamente schiantato contro la portineria del palazzo in quanto sarebbe stato allontanato da persone del palazzo perché molesto, insomma, un eroe. Come siamo usciti dal sotterraneo è meno divertente, ma questa è essenzialmente la “leggenda” dietro il testo di “Drunk Car Crash Disaster”.

Quali novità ha portato l’ingresso di Totò nel gruppo?
Sicuramente più birrette e concerti, specialità logistiche di Totò, nonché la possibilità di avere un cantante autonomo senza altri strumenti in mano.

“Self-destroyed EP” arriva a tre anni dall’uscita del vostro album d’esordio. Oltre all’ingresso di Totò alla voce, in che direzione si è evoluto il sound della band?
 “Negative Path” è un buco nero immaginario dove con “hardcore-punk” viene inglobato qualunque elemento compositivo proposto da ognuno di noi all’ interno della band. Già si può vedere uno stacco notevole trai primi pezzi della cassetta e il nuovo 7”. La direzione prossima è quella di continuare su questo versante, arricchendo sempre la linea compositiva con elementi aggressivi, veloci e violenti!

Correctional Facility e Knochentapes a produrre. Come vi siete conosciuti e come è stato lavorare insieme?
Correctional Facility è l’etichetta che si è occupata di stampare il vinile. Il ragazzo che la gestisce, Chris, è un nostro carissimo amico, che è anche venuto in tour con noi. Una sera, dopo svariate birre insieme, Totò ha proposto a Chris di fare uscire il vinile e la risposta è stata positiva. Il resto lo sapete già. Knochentapes si è occupata invece delle cassette: Jott è un carissimo amico di Totò e ha stampato in cassetta tutti i suoi gruppi, per cui non poteva e non voleva perdersi quest’altra uscita.

Ultimamente avete intrapreso un tour di tre date nell’Italia meridionale, che emozioni vi ha dato tornare a suonare dal vivo? C’è un episodio particolare di questi concerti che vi è rimasto impresso?
Al contrario di tutti i gruppi del mondo, per i Negative Path 2020 e 2021 sono stati gli anni in cui abbiamo girato di più l’Italia. A febbraio 2020 abbiamo fatto 3 date, fra cui un festival a Monza al Boccaccio con centinaia di persone al chiuso, giusto un mese prima che la Lombardia diventasse il focolaio d’Italia. Poi a luglio 2020 abbiamo suonato al No Stress Fest, un festival poco fuori Palermo. Nel 2021 al secondo lockdown abbiamo scritto e registrato un disco e abbiamo fatto queste date al sud Italia che sono state molto belle, intense, partecipate e sudate. Ci hanno trattato tutti bene, ci hanno cucinato tante cose vegane buonissime, ci siamo divertiti e pure loro si sono divertiti con noi. A Reggio e Bari abbiamo suonato in due posti occupati, mentre a Napoli in un locale. Ci ha colpito la differenza di età: a Bari c’era gente molto molto giovane, anche minorenni, mentre a Napoli il pubblico era più adulto. Episodi divertenti sono stati tanti, la cosa più strana è stata andare a Napoli e non trovare neanche una pizzeria. Comunque ci piace tanto suonare, l’Italia è un bel posto e vorremmo arrivare fino al Friuli Venezia Giulia, e quindi andare a suonare all’estero.

Quali sono i vostri progetti futuri?
Stiamo per organizzare un mini-tour in Italia per fine 2021 / inizio 2022, nel frattempo stiamo gettando le basi per nuovo materiale che (al momento) non sappiamo se sarà un nuovo album, un EP o uno split con un’altra band.

Deric – Riflessi d’autore

Fra le nuove leve del sottobosco cantautoriale italiano già da qualche anno si fa strada Federico Bonanno, prima in gruppo col progetto Hash ed ora da solista con lo pseudonimo di Deric. Abbiamo parlato insieme dei suoi esordi e del nuovo singolo “Le stesse parole” (autoproduzione, 2021).

Scrivi canzoni fin dalla prima adolescenza, come è nata la passione per il cantautorato e quali sono stati i primi artisti di riferimento?
È nata insieme alla passione per la chitarra e la musica rock, scrivere ha sempre fatto parte della mia vita e in qualche modo mi è sempre piaciuto. Penso che sia un modo anche per mettere in ordine i pensieri e fare un po’ di introspezione. Direi che le due cose si sono fuse in modo abbastanza naturale. Un momento importante di sicuro è quando ho avuto in regalo la mia prima chitarra e ho cominciato a prendere lezioni, poi a scrivere le mie canzoni. Dopo con la band le cose sono diventate anche più serie. In quel periodo andavo scoprendo i primi gruppi punk, i Ramones, i Pixies, i Nofx che mi ricordo di avere visto in uno storico/disastroso concerto all’ex Bier Garten qua a Palermo. Incredibile. Degli italiani ascoltavo spesso i Prozac+, Le Luci della Centrale Elettrica, Cremonini, oppure Battiato. 

Parallelamente al percorso cantautoriale, portato avanti col gruppo Hash, hai cominciato a produrre musica elettronica con lo pseudonimo di Deric. Dove finisce Hash e dove comincia Deric? Perché non hai rilasciato il singolo “Le stesse parole” come Hash?
Hash era il nome del gruppo che si è sciolto più di un paio di anni fa. È stata una bella esperienza durata tanti anni, insieme abbiamo pubblicato due EP, anche se la formazione era cambiata diverse volte. Dopo ho continuato a scrivere e mettere online sul mio Soundcloud qualche brano di musica elettronica. Essendo un grande appassionato di tecnologia e delle sue conseguenze sulla musica e avendo anche studiato l’argomento, non vedevo l’ ora di fare i miei primi esperimenti. Mi ricordo che quando ho scoperto alcuni gruppi come i Massive Attack, i Portishead, gli Alt-J è stato un momento di grande maturazione dal punto vista musicale per me. Tornando alla domanda, quello che mi rappresenta oggi è questo progetto, sarebbe stato incoerente per me proseguire con lo stesso nome visto anche che non sarebbe semplice riproporre quei brani dal vivo oggi.

Con la musica elettronica, in termini di lunghezza dei brani, c’è più libertà espressiva rispetto al cantautorato attuale, mi pare. La breve durata del nuovo singolo, due minuti e mezzo, è casuale o dovuta a necessità radiofoniche? Oppure nessuna delle due?
Non c’è stata nessuna necessità radiofonica in realtà, il brano è nato così ed è volutamente diretto e conciso, punta di più sulla voce e sul groove che sullo strumentale. Mi piaceva l’idea di puntare sulla semplicità, credo sia il modo migliore per arrivare alle persone. Senza trascurare il sound ma creando un’atmosfera che si sposasse con le parole. Nel frattempo la durata del brano mi ha permesso anche di entrare in qualche playlist in più, quindi direi esperimento riuscito!

Il testo della canzone, scritto in piena pandemia, parla di alienazione senza però fare riferimento ai problemi sanitari dell’ultimo biennio. Da musica e parole emerge una gran voglia di voltare pagina, ma rispetto a quale ambito della società attuale?
Sono tante le riflessioni che si potrebbero fare a proposito del brano. Una sicuramente è quella sulla monotonia e la ripetitività che a tutti capita di vivere, per vari motivi come il lavoro, la famiglia, problemi personali e altro. Un’altra riguarda la tecnologia, i social-network, la televisione, penso che siano tutti strumenti che bisogna conoscere e saper utilizzare per avere il controllo della situazione e non venire controllati noi stessi in qualche modo. Lo diceva anche Pasolini molti anni fa in una famosa intervista alla Rai, che si trova anche su YouTube. Oggi tutti conosciamo gli scandali sui big data di Facebook, non è molto diverso secondo me. Per questo bisogna conoscere le cose e avere spirito critico, altrimenti l’illusione e la possibilità di venire influenzati è dietro l’angolo. C’è una frase tristemente famosa che dice “a forza di ripeterla una cosa diventa vera”, secondo me a forza di ripeterla si diventa stupidi.

Come è nata la collaborazione con Luca Rinaudo e Marco Nascia allo Zeit Studio?
Con loro ci siamo conosciuti qualche anno fa. Luca e Marco hanno organizzato un corso di produzione musicale nel loro vecchio studio di registrazione, a quel corso durato circa un anno ho partecipato anche io insieme ad altri. Dopo abbiamo anche scoperto di avere qualche amico in comune.

Cosa hanno aggiunto Luca e Marco in termini di produzione?
Il loro contributo è stato importante per dare alla canzone il sound e il groove giusto. Con Luca e Marco, dopo avere fatto una pre-produzione registrando le varie parti di chitarra e voce, abbiamo pensato agli arrangiamenti insieme.  Marco suona diversi strumenti fra cui chitarra e percussioni e riesce a farlo in modo unico e personale vista anche la sua esperienza. Luca si è occupato di più del missaggio e del mastering, direi che è stato davvero bello lavorare insieme.

Hai in programma dei concerti a breve? Altri progetti futuri?
Non ho concerti in programma, anche se ci sto pensando. Al momento mi sto concentrando su altro dovendomi occupare un po’ di tutti gli aspetti del progetto che richiedono tempo e risorse, sto anche lavorando in studio ad altre canzoni, una delle quali uscirà a dicembre.

Spasticus – Orrore reale

Gli Spasticus, death metal band di recente formazione, presentano “Horror Chaos Death” (Rotted Life / Unholy Domain / Necrolatry, 2021), il loro primo album. Ne abbiamo parlato con Jan, fondatore del gruppo, chitarrista e compositore.

Perché avete scelto “Horror Chaos Death” come titolo?
Il titolo “Horror Chaos Death” si riferisce all’ultimo anno e mezzo, alla pandemia in parte, ma anche agli effetti dell’isolamento che ne è conseguito, alle rivolte negli Stati Uniti dello scorso anno, all’attuale tremenda condizione della mia città natale in Sud Africa, ed infine alla sofferenza e all’orrore che caratterizza l’esistenza umana da sempre: volevamo un titolo semplice e diretto, che non fosse criptico circa il clima in cui la musica ed i testi sono stati scritti.

Questo mini album arriva a due anni dalla vostra prima produzione, il demo EP “Fuck Me Before I Die”. Entrambe le uscite hanno 5 tracce, come mai considerate il primo un EP e questo un album?
“Fuck Me Before I Fie” è stato il mio primo tentativo compositivo, prima uscita della prima band di cui faccio parte, ed è stato per lo più un esperimento davvero poco “pensato”, semplicemente scritti i pezzi e assemblate le parti abbiamo registrato alla meno peggio quanto venuto fuori dalle prove. Il risultato è stato superiore alle nostre aspettative ma si avverte che è un demo di per sé molto urgente ed “inconsapevole”, invece “Horror Chaos Death” è stato pianificato con molta più cura: sapevamo un po’ meglio cosa volevamo fare e in che direzione andare per ottenerlo, le canzoni sono più lunghe, complesse e strutturate in modo più definito e la produzione è più fedele. Questi fattori, uniti ad un durata maggiore rispetto al primo EP, ci fanno classificare “Horror Chaos Death” come un mini-album.

“Fuck Me Before I Die” è stato registrato nel 2019, dopo pochi mesi dalla formazione della band, in un mondo più spensierato di quello attuale. Come è stato invece realizzare questo album?
Sul fronte degli impegni del gruppo non è stato tanto differente, in quanto in entrambe le due fasi siamo stati impossibilitati a fare concerti, e per un certo periodo persino a provare per via del cambio di line up e della quarantena. Nei tempi morti abbiamo potuto scrivere molto materiale nuovo e ogni qualvolta fosse possibile, arrangiare tutto alle prove. Anche le tematiche dei testi, come detto, sono influenzate in vari modi da questo periodo orribile, non solo dalla pandemia. La differenza grossa è stata poi registrare presso uno studio vero quale il Tone Deaf Studio, invece che in una camera da letto come per il demo, e lavorare al mixing e al master con Giorgio Trombino di Big Rock HomeStudio (oltre che chitarra e voce in molti gruppi validi quali Assumption e Bottomless), che ci ha aiutato a raggiungere il risultato che volevamo.

Quali sono state le vostre maggiori influenze musicali nella scrittura di “Horror Chaos Death”?
Personalmente cerchiamo di non pensare troppo ad altre band che ci appassionano quando scriviamo i pezzi, per evitare comparazioni ed avere un nostro percorso artistico in quanto Spasticus, e non come una band di death metal vecchia scuola definita in uno standard esatto. Poi è ovvio che, a livello di riff, le influenze dei nostri gruppi preferiti, o di quello che ascoltiamo nelle fasi di composizione, possono risultare più o meno evidenti. Ad esempio, nella fase di scrittura di “Horror Chaos Death” ascoltavo molti gruppi death e di tharsh spinto della prima ora quali Bolt Thrower, Asphyx, Sodom, i primi Hypocrisy, Massacre, Morbid Saint, Entombed e Dismember ed influenze perenni di tutti i membridegli Spasticus sono gli Slayer o i Napalm Death. Per quanto riguarda la voce, Anselmo ha uno stile molto primitivo e diretto e le sue influenze personali (non solo vocalmente) sono Chris Reifert, Lee Dorrian e Tom G. Warrior, però anche lì ognuno ha la sua gola e i suoi polmoni, eheh. Quanto alla batteria, Walter è uno speed freak acclarato, della tipologia che quando meno te l’aspetti si lancerà in sfuriate di blast beat e tupa tupa in piena pausa dalle prove, rendendo sordo chiunque nel raggio di chilometri.

C’è un brano che rappresenta meglio l’album?  Quali sono i temi trattati nei testi?
I testi sono basati per lo più sulla realtà, in modo più o meno serio, talvolta provocatorio. Dalla paranoia pandemica degli ultimi due anni alla rivoluzione armata (vedi le rivolte avvenute nello stesso periodo negli USA) e alla guerra. C’è anche spazio per una certa dose di umorismo morboso e sano gore vecchia scuola, ma per lo più le tematiche sono “serie”. Direi che la title track è, sia musicalmente che liricamente, il pezzo più rappresentativo del disco, in quanto racchiude un po’ tutto quanto detto sopra.

Tre diverse etichette a produrre su altrettanti supporti, su cassetta nelle versioni europea (Unholy Domain) e statunitense (Rotted Life) e su CD (Necrolatry). Come sono nate queste collaborazioni e come è stato lavorare insieme?
Eravamo già in contatto con Unholy Domain e Rotted Life dall’uscita di “Fuck Me Before I Die”, per cui avevano già dimostrato un certo interesse, mentre Necrolatry Records è stata tra le prime etichette a rispondere ai nostri promo di “Horror Chaos Death”. L’uscita è in parte ancora in corso perché la versione europea in cassetta e il CD stanno tardando ad uscire per motivi esterni a noi o alle etichette. A parte questo la promozione e distribuzione alla fine del processo di rilascio dovrebbero essere più che adeguate alle nostre esigenze. 

La copertina di “Horror Chaos Death” mi ricorda istintivamente quella di “Tomb of the Mutilated” dei Cannibal Corpse. Chi l’ha realizzata? È un riferimento voluto oppure casuale?
Non c’è stata una diretta influenza o ispirazione da “Tomb of the mutilated”, però apprezziamo il confronto, eheh; forse però qualcuno potrebbe notare una citazione o due da “Acts of the Unspeakable” degli Autopsy… Comunque la copertina è stata realizzata da Necromaniac Artwork, a cui abbiamo lasciato per lo più carta bianca, colori esclusi.

A causa della pandemia avete suonato dal vivo soltanto due volte nei due anni di vita del gruppo. La seconda volta è stata recentemente, il 26 giugno. Come è stato risalire su un palco dopo così tanto tempo?
Considerando che per me queste sono state le prime esperienze di musica dal vivo in toto, è stato un sollievo finalmente poter portare la musica degli Spasticus su un palco. Purtroppo sono saltati di nuovo diversi concerti che avevamo organizzato a Palermo e altrove, speriamo di rifarci da Settembre, quando dovremmo aprire per i Mentors qui a Palermo.

Quali sono i vostri progetti futuri?
Abbiamo recentemente finito di registrare i pezzi per uno split con un gruppo death metal italiano molto valido, a breve potremo fornire più informazioni in merito. Inoltre stiamo già lavorando al materiale per il primo full length, che pensiamo di chiudere almeno sul fronte compositivo entro quest’anno. Infine dall’autunno speriamo di poter finalmente organizzare delle date in altre zone d’Italia ed in Europa.

Ennio Morricone – Ménage all’italiana

Ad un anno esatto dalla scomparsa di uno dei nomi più illustri nella storia della musica mondiale, ecco un’intervista risalente a dieci anni fa, quando abitavo a Mosca e la mia vita correva troppo veloce per comprendere l’entità di esperienze straordinarie come questa. Tuttavia, ricordo che la voce mi tremava, eccome, mentre parlavo con un mostro sacro come Ennio Morricone. Di seguito la trascrizione integrale di questa intervista telefonica del 2011.

Pronto, buongiorno, mi chiamo Riccardo Pusateri, chiamo da Mosca. Potrei parlare col maestro Morricone?
Può parlare, sono io.

Ah, salve maestro, non le nascondo la mia commozione… Ehm, la mia emozione nel parlare con Lei, quindi passerò direttamente alle domande. La Russia intera L’ha conosciuta all’inizio della perestroika, con la trasmissione sul primo canale di Stato de “La piovra”. E Lei, era già stato in precedenza nell’Unione Sovietica?
No, non ero stato in precedenza, no.

Lei ha composto le musiche per il film “La tenda rossa” di Michail Kalatozov. Ha un ricordo particolare del popolo russo, legato a questa collaborazione?
Beh, lì c’è un episodio del popolo russo, quello della generosità di alcuni ragazzi che sentono il suono per radio dell’SOS del dirigibile italiano guidato dal capitano Nobile e accorrono all’ufficio postale a raccontare questo pericolo che avveniva sul Polo Nord.

Ci sono dei musicisti, pittori o scrittori russi che l’hanno ispirata o la ispirano in questo momento?
No, nessun autore russo mi ha ispirato, né compositore di musica né scrittore.

Ah… Quali sono state le Sue impressioni in occasione del concerto dell’8 marzo scorso a Mosca?
Le impressioni sono di un pubblico entusiasta, entusiasta, entusiasta. Veramente, veramente! In piedi erano. Veramente molto contenti e felici di avermi ascoltato.

E che cosa ha pensato nel luglio del 2009, in occasione della “Notte della luna” a Roma, quando Le hanno detto che avrebbe condiviso lo stesso palco con Moby, un artista apparentemente molto diverso da Lei?
Io ho condiviso un pezzo con..?

Non un pezzo, ma il palco. Io ero presente a quel concerto quando Lei ha diretto il “Concerto per astronauta”. Dopo di Lei ha suonato Moby.
Ah, sì, ma quella era soltanto una registrazione, non c’era l’orchestra.

Ah, chiedo scusa… Vado avanti con le domande… Oltre ad avere Lei stesso avuto molte collaborazioni con musicisti distanti fra loro come Morrissey,  Dulce Pontes…
…Quelli sono cantanti, non musicisti, cantanti…

…Ehm, cantanti, sì… Oltre a queste collaborazioni, le Sue musiche sono state riarrangiate e hanno influenzato i musicisti dei generi più diversi, dal punk al metal, dall’elettronica alla sperimentale. C’è una produzione che Le è piaciuta particolarmente?
Mah, nel loro genere mi son piaciute tutte.

Artisti del calibro di Lou Reed e Radiohead hanno messo a disposizione online i loro dischi ancor prima dell’uscita nei negozi. Qual è la sua opinione sulla diffusione della musica in internet?
Non mi piace perché non pagano.

Eh, è vero… Gli appassionati poi comprano però… Dopo Baarìa Lei firmerà la colonna sonora del nuovo film di Tornatore sull’assedio di Leningrado. Ha già iniziato a lavorare alle musiche?
Ho cominciato a pensarci, però Tornatore farà prima un altro film, credo.

Ah! A quando la rivincita a scacchi con Kasparov o con Karpov?
Eh, con Kasparov io ci ho giocato in simultanea… E naturalmente ho perso.

E non vorrebbe riprovare quest’esperienza?
No, m’è bastata quella lì.

Eh eh.
Ma ho giocato anche con la Polgar, ho giocato con Karpov, con molti giocatori… Anche con Spassky! E ho pattato con Spassky!

Wow, complimenti! Va bene, Maestro, le mie domande sono terminate. La ringrazio tantissimo per il Suo tempo e spero di vederLa al concerto dell’11 dicembre a Mosca.
La ringrazio molto io.

A presto!
Arrivederci!

Intervista originariamente pubblicata sul sito russo Zvuki.ru nel 2011.

https://www.zvuki.ru/R/P/26807/

ANF – Delicata violenza

Dopo un lavoro d’esordio solista e quattro split con altrettante band internazionali, Il gruppo powerviolence ANF festeggia i dieci anni dalla fondazione con l’EP “ANF II” (625thrashcore Records / Rodel Records, 2021), che contiene le più fresche composizioni della band palermitana. Ne abbiamo parlato con Totò, voce e portavoce del gruppo.  

Come è nata in voi la passione per il genere powerviolence, che affonda le sue radici nel punk hardcore anni ‘80? 
Per me tutto è cominciato ai tempi del liceo, quando cominciai ad avvicinarmi al punk hardcore e in uno scambio di dischi e cassette conobbi gruppi come Infest e Spazz ed è stato amore a prima vista anzi, a primo ascolto. In quegli anni conobbi anche Corrado, il quale mi invitò ad unirmi al suo gruppo (Elopram) e cominciai ad andare ai concerti della mitica Palermo hardcore dove vidi Burst up e xLxExAxRxNx, quello è stato il punto di non ritorno.

Le vostre nuove canzoni hanno avuto una lunga gestazione, qual è stato il punto di svolta nella lavorazione di questo EP?
Purtroppo, per problemi legati alla distanza e alla pandemia, abbiamo perso molto tempo. Nonostante tutto siamo riusciti a scrivere e registrare i pezzi anche questa volta. La svolta credo sia il fatto che dopo tanto tempo, esattamente sette anni, ritorniamo a fare un disco da soli e non uno split, questo secondo me ha inciso tantissimo.

Come spesso accade nel processo creativo dei vostri brani, anche stavolta le parti strumentali erano pronte molto prima dei testi, che per “ANF II” sono stati scritti in piena pandemia. Quanto ha influito l’isolamento e l’alienazione nella stesura delle liriche?
Anche questa volta abbiamo seguito il solito iter, cioè abbiamo registrato le parti strumentali e, una volta ricevute le riprese, abbiamo cominciato a scrivere i testi. Purtroppo, abitando in tre città diverse, non abbiamo potuto fare altrimenti. Tutto il nuovo disco comunque è stato scritto in piena pandemia, considerando che le parti strumentali sono state registrate a metà Agosto 2020 e le voci sono state registrate a Dicembre 2020. A parte per un pezzo, “Social Distance”, l’isolamento non ha influito più di tanto sulla stesura dei testi, che sono più o meno sulle stesse tematiche di quelli passati: politica, esperienze di vita quotidiana e anche un po’ di cazzeggio.

Non esistono vostri video promozionali. Come mai questa scelta?
In realtà non ne abbiamo mai parlato, per cui non abbiamo fatto video promozionali.

Oltre al vinile 7”, di “ANF II” c’è anche la versione in cassetta, supporto che sta tornando ad essere diffuso soprattutto nei generi estremi. Si presuppone che il vinile, oltre alla bellezza estetica, abbia la migliore qualità audio. Il revival della cassetta è un fenomeno puramente feticista oppure il nastro aggiunge qualcosa di particolare all’ascolto dei generi musicali più rumorosi?
Personalmente preferisco il vinile sia per la bellezza estetica sia per la qualità audio, tuttavia la cassetta è molto più economica e meno impegnativa del vinile, ciò permette di avere tirature limitate a prezzi non eccessivi. Inoltre, è capitato che ci venisse chiesta la cassetta al posto del vinile, per cui abbiamo deciso di optare per la doppia versione vinile – cassetta. La versione in vinile uscirà per 625thrashcore Records e Rodel Records in 600 7” colorati magenta. La versione in cassetta uscirà per Knochentapes e Hackbeil Records in 120 cassette bianche.

Le illustrazioni di Prenzy e i layout di Ecumenicus sono diventati un marchio di fabbrica della parte grafica delle vostre copertine e locandine. Anche stavolta avete continuato con questa formula?
Purtroppo questa volta Prenzy ha declinato il nostro invito a causa della sua grossa mole di lavoro, quindi abbiamo chiesto a Ciccio Cutway, che ha realizzato un’ottima copertina, ed Ecumenicus ha ultimato tutto.

Quest’anno ricorre il decennale dalla fondazione della band. Nel 2011 vi eravate dati degli obiettivi? Li avete raggiunti?
Per convenzione diciamo che siamo nati nel 2012 perché le prime prove sono state svolte tra Dicembre 2011 e Gennaio 2012, però il gruppo è nato a fine 2011. Durante un tour degli FUG chiesi a Ecumenicus di fare un gruppo fastcore / powerviolence, ritornati dal tour abbiamo chiamato Corrado e Kevin. Il primo incontro avvenne a fine Novembre 2011 in Via Ferrara, non c’eravamo posti degli obiettivi particolari. Lo scopo era quello di fare un gruppo fortemente ispirato dai gruppi usciti per 625Thrashcore Records e, considerando che questo disco esce grazie a una co-produzione tra Rodel Records e 625thrashcore Records, possiamo dire che abbiamo raggiunto questo scopo.

Vi ho visto tante volte in concerto e posso confermare che sul palco voi date sempre più del 100%. Come racconterete ai vostri nipoti l’esperienza di aver partecipato al No Stress Party, uno dei pochi festival musicali dal vivo dell’estate 2020?
Il No Stress Party” è stato il nostro unico concerto del 2020 ed è stata una boccata di aria fresca per noi. Eravamo amareggiati dopo aver cancellato, a causa della pandemia, il tour con gli amici Turtle rage, che pianificavamo da tanto tempo. La cosa è stata anche un po’ stancante, visto che il giorno dopo il festival abbiamo registrato e abbiamo dovuto trasportare tutta l’amplificazione al Tone Deaf studio. Quest’anno il festival si farà nuovamente, anche se purtroppo noi non potremo suonare, però consigliamo a tutti gli amanti del relax di andare.

Consegnato alla storia questo delicatissimo EP, cosa ci attende nel futuro degli ANF?
Dopo questo EP abbiamo altre cose in programma, è appena uscita una compilation benefit in cassetta fatta uscire dalla mitica To Live A Lie. Stiamo organizzando il secondo volume di “Hit Mania Violence” con altri 11 gruppi europei (Crippled Fox, Ona Snop, Turtle Rage, Ill!, We Sleep, Luisxarmstrong, Lovgun, Skiplife, Youth Crusher, Medication Time), dovrebbe uscire sempre nel 2021 in vinile colorato. A breve penso che ritorneremo a scrivere pezzi nuovi per uno split, ma ancora è tutto da vedere. Poi chiaramente non vediamo l’ora di poter riprendere a suonare in giro come facevamo prima. Sicuramente dobbiamo recuperare il tour con gli amici Turtle Rage, annullato a causa della pandemia.

L’Omino e i Suoi Palmipedoni – Storie di caldaie e stantuffi!

Ospite di Mirella Catena a Zona Rock, Riccardo Pusateri de L’Omino e i suoi Palmipedoni, band autrice dell’EP Caldaie Stantuffi” (Frantic Mule).

Benvenuto a Riccardo de L’Omino e i suoi Palmipedoni. 
Ciao, il piacere è mio!

Per prima cosa ti chiedo: come mai hai scelto questo nome per la band?
L’Omino” è il soprannome che mi è stato appioppato fin dall’adolescenza, perciò mi è sembrato naturale proporlo alla band. Dario, il batterista, ha poi aggiunto “e i suoi Palmipedoni”.

Ci parli delle tue esperienze musicali?
Ho imparato a suonare la chitarra alle scuole medie e seguito corsi con lettura del pentagramma ed esibizioni in gruppi sinfonici, poi ho preso in mano un basso elettrico e cominciato a suonare i Nirvana!

Come vi formate e da chi è composta la line up attuale?
Ci siamo formati molto spontaneamente. All’inizio Dario alla batteria ed io al basso abbiamo suonato insieme per qualche mese, facevamo una sorta di doom metal. Parallelamente avevo iniziato a suonare alla chitarra le mie canzoni con Andrea alla tromba, sono stato contento quando Dario ha deciso di abbracciare questo progetto più cantautoriale. La line up attuale è la stessa degli inizi, ma in cinque anni si sono succeduti diversi altri amici musicisti.

“Caldaie Stantuffi” è l’EP pubblicato a giugno e che contiene tre brani, risalenti alla prima sessione di registrazione del nucleo fondante, riproposti ufficialmente con un nuovo mix a cinque anni dalla loro incisione. Ci parli di questa nuova uscita discografica?
Questa nuova uscita nasce dal tempo che il lockdown ci ha dato per guardare al nostro passato. I primi brani registrati da noi erano stati divulgati soltanto in una manciata di CD autoprodotti, a riascoltarli adesso ci ho trovato molti spunti interessanti. Le tre canzoni di questo EP le considero come un nuovo inizio per la band.

Vista la riapertura dei locali negli ultimi giorni, sono previste date per ascoltarvi dal vivo?
Qui a Palermo siamo in zona gialla da poche settimane appena, fortunatamente qualcosa già comincia a muoversi perché la città è molto attiva da questo punto di vista. Ancora non sappiamo dove e quando, ma speriamo di tornare a suonare dal vivo al più presto.

State già lavorando a qualcosa di nuovo?
Stiamo lavorando alle canzoni “nuove” lasciate in sospeso prima che scoppiasse la pandemia. Non abbiamo deciso se il prossimo lavoro sarà un EP o un album, ma qualcosa bolle in pentola.

Dove i nostri ascoltatori possono seguirvi?
Ci trovate su Facebook e Instagram per gli aggiornamenti, su YouTube per i video e su Bandcamp per le canzoni. Il nostro primo album “Escoriazioni”, uscito nel 2019 per Qanat Records, è anche su Spotify.

Grazie di essere stati qui con noi.
Grazie a voi, rock ‘n’ roll!

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 12 giugno 2021

Becerus – Il primo grugnito

“Homo Homini Brutus” (Everlasting Spew, 2021) è il titolo dell’album di debutto di Becerus, (f)rutto metallico della collaborazione fra il poliedrico vulcanico musicista compositore Giorgio Trombino e Mario Balatonicus, già voce nei Balatonizer. Ne abbiamo grugnito insieme a Giorgio in questa succulenta intervista.

Da quanto tempo esistono i Becerus e come sono nate le canzoni dell’album “Homo Homini Brutus”?
Abbiamo avviato i Becerus nella prima metà del 2020. In realtà io e Mario in passato avevamo chiacchierato varie volte sulla possibilità di collaborare insieme, dunque una volta accumulate le prime demo su quello stile mi è venuto spontaneo chiedere a lui.

So che tu e Mario abitate agli antipodi dello stivale italiano, questo fattore ha influito sulla lavorazione al disco?
Non tanto. C’è stata fiducia reciproca fin dal primo momento: lui ha cominciato a studiare in blocco le canzoni senza modifiche e io ho ascoltato per la prima volta le sue take a registrazioni concluse. Ciascuno ha suonato e cantato come meglio credeva e senza avanzare critiche sull’altrui operato, dunque non penso che vedendoci di persona l’approccio sarebbe cambiato più di tanto. Siamo due idioti.

Mi incuriosisce molto questa storia del batterista misterioso Paul Bicipitus, qualche info in più sul suo conto?
Purtroppo non sono autorizzato a rivelare nulla sul conto di Paul al di fuori del fatto che è molto grosso, grasso, suona con forza bruta e precisione millimetrica e che non ha la minima voglia di farsi fotografare!

In un video promozionale affermate che “Becerus have absolutely no lyrics”. Ascoltando le canzoni, non percepisco questa mancanza. Penso invece che questa peculiarità permetta all’ascoltatore di immaginare i testi in qualsivoglia idioma. Perché avete scelto di mettere da parte parole esplicite in favore di grugniti forti e chiari?
Uno dei momenti per me più esilaranti è stato discutere la cosa all’avvio del progetto. Più o meno la storia è stata che ho chiesto a Mario come organizzarci per i testi e lui mi ha detto “Giorgio, tu se vuoi scrivili i testi ma io non li canto!”. Dal rifiuto di esprimere alcunché nasce la scelta del “no lyrics”, peraltro già adoperata dai Balatonizer, pionieri assoluti della brutalità death siciliana.

Sulla copertina dell’album c’è la figura grossolana e sgraziata del potente Becer, che voi stessi descrivete come “una creatura disgustosa e ostile i cui muscoli, capelli sudici e pancione spaventano all’istante ogni essere vivente che incrocia il suo cammino”. Chi ha realizzato la copertina? Da dove è nata l’idea per il personaggio di Becer?
La copertina, in seguito a varie elaborazioni “studiate” insieme al nostro amico fraterno Sandro Di Girolamo, è stata realizzata dal talentuoso disegnatore americano Dahmer. Il Becer è il nostro simbolo, la nostra ossessione e la nostra mascotte, un po’ come Eddie per i Maiden o Vic Rattlehead per i Megadeth. Ricollegandoci alla tua domanda precedente possiamo dire che i grugniti di Mario siano da inquadrare come la lingua disarticolata e violenta di questo bifolco primitivo che ispira la nostra musica e i nostri artwork.

Nientepopodimeno che Max Cavalera ha pubblicamente espresso apprezzamenti per “Homo homini brutus”, come ci si sente a ricevere tali complimenti da uno dei propri miti?
È stata una cosa del tutto inaspettata che ci ha fatto esplodere il cranio in mille frammenti. Max è un mito nonché una fonte d’ispirazione da sempre, fin dal VHS dell’Under Siege live a Barcellona e tanto altro ancora. Lui segue l’ottimo canale YouTube “Thralls of Metal”, gestito da due americani fanatici di death vecchio stile e dintorni e incentrato tanto su nuove uscite quanto su monografie e retrospettive. Immaginare che le nostre porcate siano state riprodotte in una delle stanze di casa sua a Phoenix, AZ è semplicemente assurdo e siamo grati a lui e a Thralls of Metal per l’opera di diffusione.

Quali sono state le maggiori influenze musicali nella produzione di “Homo homini brutus”?
Il death americano di fine ‘80 e primi ‘90 è al centro della nostra ispirazione, dunque Cannibal Corpse, Monstrosity, Broken Hope, Deicide, Morta Skuld, Brutality, Disincarnate e tanti altri.

Ci sono invece band meno note che seguite e segnalereste a chi vuole approfondire l’attuale scena death metal?
Il death sta godendo di una fase di grazia e ispirazione con diverse correnti sottostilistiche operative in diversi paesi. Fra i miei preferiti in Italia ci sono Bedsore, Hateful e Ad Nauseam ma allargando il campo al panorama internazionale posso dirti che seguo e apprezzo molto le uscite di gruppi come Siderean, Blood Incantation, Malthusian, Vastum, Chthe’ilist, Necrot, Undergang, Phrenelith, Sněť e altri.

Tra un’adorazione ed un sacrificio rituale al potente Becer, avremo la possibilità di vedervi suonare dal vivo nel prossimo futuro?
Spero di si ma dipende dalla disponibilità di Paul Bicipitus e da altri fattori fra cui l’obesità che ci sta lentamente ma inesorabilmente consumando!

Un grugnito per i nostri lettori?
Grazie Riccardo e a Il Raglio del Mulo per averci lasciato sparare l’ennesimo grumo di stronzate. Il Becer non perdona!! GRUNT!!!!!

Ireful – Case della follia

Ho fra le mani l’edizione giapponese di “The Walls of Madness” (Spiritual Beast, 2021) degli Ireful, nuova formazione old school thrash metal che sembra uscita direttamente dagli anni ‘80, ma che suona come una ventata d’aria fresca. Abbiamo parlato del loro primo EP insieme al cantante e bassista A. Medusa.   

Al primo quesito sulla band mi sono risposto da solo, cercando su internet: il vostro nome si pronuncia “Aierful”, dico bene? Perché avete scelto questo nome? 
La pronuncia sembra corretta sì, eheh! Il nome l’ha proposto Vio-Ful (batterista), dopo mesi di diatribe sulla scelta di questo o quel monicker, e deriva da una strofa di “Baptism of Fire” dei Sodom. Essenzialmente è un modo edulcorato per dire “incazzato” in inglese.

Da quanto tempo suonate insieme e come sono nate le canzoni dell’EP “The Walls of Madness”?
Gli Ireful esistono più o meno dalla seconda metà del 2018, io e Vio-Ful avevamo già suonato assieme negli Eraser. Poco tempo dopo la sua uscita dal gruppo, lui aveva iniziato a provare con M. Thunderbolt i pezzi che avrebbero composto “The Walls Of Madness”, e poco tempo dopo sono entrato io al basso e alla voce. Nel corso del 2019 abbiamo infine reclutato F. Mad Pig (ex-Shock Troopers/Close To Collapse, Hellraiders) alla seconda chitarra e finalizzato i pezzi tutti insieme.

Perché avete scelto il titolo di un vostro brano per il vostro esordio, anziché chiamare il disco direttamente Ireful?
Non saprei, probabilmente ci è sembrato il pezzo più rappresentativo sul fronte musicale e tematico del disco.

Come è stato realizzare l’EP, dalla fase iniziale alla produzione finale?
Abbiamo deciso di fare uscire un mini invece che un demo come prima uscita, perché volevamo un disco breve ma con le caratteristiche “complete” di un album. Abbiamo essenzialmente selezionato i pezzi che ci sembravano più rappresentativi, e che avrebbero costituito un disco completo e aggressivo, e ci abbiamo lavorato sopra per diversi mesi dopo la composizione. Le registrazioni sono state curate da Marco Cangelosi presso lo Stratjvari Music Lab, mentre mix e master sono avvenuti all’Audiovolt Studio di Lorenzo Bellia. Siamo molto soddisfatti del risultato, il che non è sempre qualcosa di scontato quando si tratta della prima esperienza in studio di un gruppo.

Quali sono state le vostre maggiori influenze, musicali e non, nella scrittura e nella produzione di “The Walls of Madness”?
Sicuramente sin dall’inizio la direzione è stata quella del thrash metal bay area alla Exodus, Vio-Lence, Slayer e Metallica, ma ognuno di noi penso abbia apportato una nuance in più ai pezzi. Ad esempio Vio-Ful ha un modo di suonare molto hardcore e improntato alla velocità, a me personalmente piace cantare nel modo più sguaiato possibile e mi sono ispirato molto a Paul Baloff degli Exodus e a Cronos dei Venom. La maggior parte dei riff sono stati scritti da M. Thunderbolt e sono spesso basati sull’armonizzazione tra le chitarre, cosa che secondo me manca a molti dei recenti gruppi del revival thrash e che invece era tipica dei gruppi della scuola anni ‘80. Sicuramente suonare thrash nel 2021 non è qualcosa di avanguardistico, ma penso che si possa ancora creare qualcosa di originale se agli ascolti e alle influenze si aggiunge la propria personalità compositiva.

Ci sono tante edizioni e supporti diversi di questo EP, per la gioia dei collezionisti: finora ho contato tre versioni differenti in CD, due in vinile, una in cassetta e tutte stampate in varie parti del mondo! Che effetto fa avere fra le mani la vostra musica in questa vasta gamma di supporti fisici?
Per quanto non fosse affatto premeditato, è molto soddisfacente poter toccare con mano la concretizzazione del nostro feticismo da supporto fisico ahah. Sul fronte pratico poi il buon numero di copie e di versioni in circolazione è una garanzia di distribuzione capillare del disco.

Copertina in tema con il vostro stile, molto anni ‘80. Chi l’ha realizzata? Da dove è nata l’idea per l’immagine?
La copertina è stata disegnata da Francesco Montalbano (Daemonokrat, Deathmongers) che ha lavorato a contatto diretto con noi. La copertina deriva dal testo di “The Walls Of Madness” ed è liberamente ispirata ad un manicomio attivo in Messico negli anni ‘60, noto come El Palacio De La Locura, divenuto famoso per gli abusi e le terapie invasive attuate sugli internati.

Leggendo i commenti multilingue alle vostre canzoni su YouTube, c’è chi le paragona a quelle di band del calibro di Exodus e Testament. Prima di pubblicare “The Walls of Madness”, vi sareste mai aspettati un simile successo internazionale?
Siamo contenti di come “The Walls Of Madness” è stato recepito finora dal pubblico e dalle zine, speriamo di poter presto rendercene conto meglio suonando questi pezzi dal vivo.

Ci sono altri gruppi nell’underground italiano che seguite e segnalereste a chi vuole approfondire l’attuale scena metal old school?
Tra l’anno scorso e questa prima metà del 2021 sono usciti (e continuano ad uscire) una valanga di dischi validi, non saprei se come contraltare dell’assenza di concerti e tour a causa della pandemia, ma sicuramente è uno dei (pochi) risvolti positivi della situazione attuale. A noi direttamente collegati ci sono ll primo full degli Hellraiders (gruppo heavy/speed di F. Mad Pig), il primo LP e il nuovo split su 7” degli Eraser (il mio gruppo grindcore, in cui suonava anche Vio-Ful). Contemporaneamente sono usciti nuovi dischi thrash e speed metal molto validi tra cui il nuovo Bunker 66 (!) e il primo disco degli Hellcrash. Segnalo anche il primo album, uscito da pochissimo, dei Gargoyle di Reggio Calabria, attualmente uno dei gruppi di metal “oscuro” più originali in Italia.

State già lavorando al vostro primo full-length album? Continuerete sul filone del thrash metal più classico o ci stupirete con effetti speciali?
Sì stiamo lavorando a diversi pezzi nuovi, molti sono stati scritti contemporaneamente a quelli di “The Walls Of Madness”, per cui speriamo di finalizzarli molto presto. Riguardo lo stile, sicuramente di thrash si tratterà, ma ciò non esclude gli effetti speciali!