Lou Mornero – Pace ombrosa

“Grilli” (Cabezon, 2021 \ Fleisch Agency), album d’esordio ed evoluzione naturale del primo EP di Lou Mornero, è un lavoro che cresce ad ogni ascolto, ma anche ogni volta che un passaggio strumentale o un verso riaffiora in mente mentre si è sovrappensiero. Il polistrumentista Andrea Mottadelli ha partecipato alla realizzazione del disco, le cui sonorità spaziano agevolmente dal folk alla dub, dal blues al trip hop. Ecco la nostra intervista.

La canzone “Grilli” apre l’album e ne rappresenta bene le atmosfere, però potrebbe risultare di difficile approccio per le orecchie meno avvezze alla musica d’autore. Perché non hai scelto un brano introduttivo più diretto come “Happy Birthday Songwriter” o “Due”?
Di base perché certe decisioni competono, nel bene e nel male, esclusivamente alle mie sensazioni che, in quanto tali, possono eludere la percezione altrui finanche nell’ipotesi di risultare, come dici, ostiche per alcuni, ma non vedo alternative. In secondo luogo perché “Grilli” ha un mood e un’atmosfera secondo me adatte ad introdurre un discorso musicale, atmosfera che avverto meno negli altri due brani che hai citato, pur non mancando di pathos, ma differente, da discorso già avviato, per così dire. E’ proprio una questione di gusto personale e nulla più.

Hai prodotto l’album “Grilli” insieme ad Andrea Mottadelli, che ha dato un tocco d’elettronica al tuo stile prevalentemente acustico. Avete registrato quasi tutte le canzoni lontani l’uno dall’altro, ognuno nella propria città. Il risultato finale corrisponde alle aspettative iniziali o, lavorando a distanza, avete preso direzioni musicali impreviste in corso d’opera?
Tra me e Andrea, distanti solo per questioni geografiche, c’è sempre stata un’interazione e un confronto talmente fitti che nulla, in fase di produzione, è stato lasciato nell’esclusivo palmo dell’uno piuttosto che dell’altro, perciò ogni canzone ha una veste al cui ricamo abbiamo contribuito entrambi. La premessa non toglie il fatto che lavorare con Andrea sottintenda l’apertura a sorprese e soluzioni inaspettate poiché lui ne è una fonte inesauribile e ti confesso che se stravolgere mi è risultato in alcuni casi inizialmente complicato da digerire, in altri è stato una rivelazione. “Piccolo Tormento” è un esempio calzante dell’intuizione di uno e dell’apertura dell’altro: io l’ho sempre considerato un blues acustico e sporco, così lo suonavo tra me e me, mentre Andrea l’ha trasformato in un brano quasi industrial, accendendo la mia curiosità e trovando il mio appoggio nonché compiacimento finale. Questo per dire che il risultato ha talvolta trasformato e superato le aspettative iniziali.

Ho letto da una tua una intervista che, se fossero persone, alcune canzoni di questo album sarebbero già “adolescenti”, nel senso che tu le hai concepite parecchi anni fa. Una di queste è proprio il singolo “Happy Birthday Songwriter”, che hai affidato all’esecuzione vocale di Paolo Saporiti. Daniele Paoletta canta invece in “La Cosa Vuota”. Come è stato distaccarsi da questi brani, che sono cresciuti insieme a te per così tanto tempo?
Non penso ci si possa distaccare mai da qualcosa che ti è nato dentro e attraverso te ha trovato il modo di arrivare ad altri e nel contempo mi fa molto piacere che queste canzoni non siano più solo mie, d’altronde non posso trovare un senso nello scriverle che non preveda la loro pubblicazione e condivisione. Il fatto di ospitare altre ugole ad affiancare la mia è fonte di pura gioia poiché, oltre a significare che quello che faccio ha un senso, mi riempie d’orgoglio personale e mi alleggerisce in qualche modo. Le collaborazioni in questo album, ma più in generale collaborare con artisti che stimi e rispetti aggiunge sapori al piatto, sfumature nuove e mi vengono in mente diversi dischi propriamente collaborativi che occupano posti fissi nel mio juke box personale.

Un lungo piano sequenza all’interno di un bar occupa i primi due minuti del video di “Happy birthday songwriter”. Tu sei al contempo il protagonista della storia ed uno spettatore, complice il fatto che a cantare davanti a te c’è proprio Paolo Saporiti. Mi sembra anche che a suonare la chitarra ci sia Andrea Mottadelli. Come è stato registrare tutti insieme questo video?
Uno spasso! Prima di tutto eravamo tra amici e, oltre a Paolo e Andrea, includo chi era dietro la camera, davanti la camera e dietro al bancone e poi è stato divertente perché abbiamo girato in un locale che frequentiamo tutti più o meno abitualmente, il Bar Bah, quindi non si è percepita la differenza tra lo stare su un set di un video e il trovarsi in una qualsiasi serata, se non per il fatto che ero costretto a buttar giù whiskey e birra a ogni ripresa, in genere non ho bisogno di un regista per ripetere certe azioni. E poi c’è l’aneddoto, ossia che alla mezzanotte di quel giorno era davvero il mio compleanno, puoi quindi immaginare i giri di brindisi che son partiti nonostante fosse solo lunedì…

Finito di guardare “Happy Birthday Songwriter”, YouTube mi propone una selezione “slow rock”, con tanto di Kurt Cobain in versione unplugged come anteprima. Secondo te, che orientamento stanno prendendo le tendenze musicali attuali? Si sta andando, come successe nella seconda metà degli anni ‘90 dopo il frastuono dell’era grunge, verso sonorità meno chiassose?
Mah, non saprei dirti. Ascolto un sacco di musica nuova, diversa e di qualità e ce n’è per tutti i gusti. Da quella più energica a quella più chill, basta curiosare un po’. Sicuramente le contaminazioni hanno preso il sopravvento negli ultimi anni e la cosa mi garba parecchio. Se parli più in generale di mainstream mi viene naturale girarci un po’ alla larga pur essendo abbastanza informato sui fatti ma credo che si debba fare un doveroso distinguo, in Italia soprattutto, tra il mainstream spesso facilotto e senz’anima, spremuto e propinato in tutte le salse e il sottobosco che vive nell’ombra e nell’ombra resta. Da noi in particolare ci sono distanze importanti tra i due mondi, quello che frequento abitualmente offre sempre spunti interessanti mentre l’altro tende a perplimermi un po’.

“Ouverture”, traccia conclusiva di “Grilli”, è l’unica canzone dell’album registrata dal vivo in studio, e che studio! Che emozioni hai provato ad entrare in un tempio della musica come lo Strongroom studio, dove hanno inciso nomi del calibro di Nick Cave e Prodigy?
Purtroppo io non l’ho visto neppure da lontano lo Strongroom poiché non mi è stato possibile andare a Londra a causa delle restrizioni dovute alla pandemia. Solo Andrea, londinese da qualche anno, si è recato a registrare e per l’esattezza al Bella Studion che si trova all’interno del complesso degli Strongroom.
Pertanto la parola passa direttamente a lui: “Avevo già avuto in precedenza l’opportunità di lavorare lì per un mix di un altro progetto, ma non nascondo che entrare in una struttura così importante che ha contribuito a tanti dischi che ho ascoltato un’infinità di volte non lasci certo indifferente. Sicuramente una bella sensazione. La cosa positiva è che mi sono trovato a mio agio in un’atmosfera creativa e rilassata al tempo stesso. Credo che questa cosa possa emergere nel lavoro fatto su “Ouverture” in cui sono partito nello sviluppare un’idea di arrangiamento che già avevo in testa, per poi sfruttare l’ispirazione del momento e degli strumenti che ho trovato a disposizione.”

Nella copertina dell’album luci al neon ed alberi fioriti fanno da cornice ad una figura nascosta sotto un ombrello. Come mai hai scelto questa immagine?
La risposta è molto semplice: è l’unica scattata durante una session apposita organizzata col mio vecchio amico nonché fotografo sopraffino Luca Tombolini. Ci eravamo dati appuntamento una sera all’indomani della fine del primo lockdown, armati di buoni propositi per fare qualche fotografia in città ma dopo qualche sopralluogo e un solo scatto, appunto, si è messo a piovere per bene e questo ha mandato all’aria tutti i piani per quella sera. Dopo di allora non siamo più riusciti a organizzare un’altra sessione per i vari impegni di Luca che lo portano spesso all’estero e quindi l’unica immagine che avevo era quella che poi è finita sulla copertina del disco. Detta così potrebbe sembrare che non avessi altra scelta ma in realtà non mi sono neppure affannato a cercare un’alternativa, quell’unico scatto aveva qualcosa che mi appartiene molto, una sorta di solitudine pacifica che non smetto mai di cercare, ed è in qualche modo silenziosa, che pare una contraddizione parlando di musica ma evidentemente alludo alla frenesia del mondo che lì dentro è messa a tacere. E poi c’è la sera, il buio, il mio momento preferito. La mia compagna si è poi adoperata nel ritoccare e accendere i colori nonché realizzare la grafica che a breve troverà la giusta collocazione nelle copie fisiche del disco.

Dopo aver apprezzato “Grilli”, sono andato ad ascoltare il tuo lavoro precedente. Seppur arrangiati e prodotti diversamente, alcuni brani del tuo EP di debutto e di “Grilli” hanno un elemento comune, cioè le lunghe code strumentali. Che valore dai tu a queste appendici? Sono digressioni verso nuovi orizzonti o hanno un significato diverso?
Ottima osservazione di cui ti ringrazio! La verità è che amo i viaggi musicali, mi ci abbandono con estrema facilità e molto gusto, mi coccolano la mente e mi ci perdo. Fosse per me ogni momento della giornata potrebbe essere scandito al tempo di lunghe code strumentali. In realtà non gli si deve dare per forza un significato, io non ce lo vedo, è puro piacere che asseconda il gusto di chi le compone e in questo senso includo anche Andrea che, come me, adora perdersi nel suono. Scavando nel passato mi vengono in mente certe jam sessions da saletta, quelle un po’ erbacee, che potevano superare tranquillamente i dieci minuti ininterrotti senza la presenza di una singola nota vocale, bei tempi quelli.

Nell’intervista a cui mi riferivo prima, hai dichiarato anche di voler continuare a creare “senza l’obbligo di fare qualcosa che piaccia per forza o che debba andar bene a qualcuno in particolare, che non sia io stesso”. “Grilli”, naturale evoluzione del tuo primo EP, conferma le tue parole. Ti stai già dedicando al prossimo capitolo?
Nella mia testa “Grilli” fa già parte di un passato lontano e sento fisso il bisogno di aggrapparmi a qualcosa di nuovo che prenderà forma in maniera spontanea nel tempo. Non smetto mai di abbozzare idee musicali, a fasi alterne ma costantemente, e qualche cosa che mi stuzzica già c’è. Mi piacerebbe dare sfogo alle mie diverse anime musicali e approfondire suoni che ancora non ho avvicinato ma che esercitano un forte fascino.

Viadellironia – Realtà parallele

A due anni dal promettente EP d’esordio arriva il primo album di Viadellironia, quartetto rock di ragazze dalle idee chiare e dai testi eleganti. “Le Radici sul Soffitto” (Hukapan, 2020 \ Fleisch Agency) vanta anche la partecipazione di Cesareo (produzione e chitarra) e Mangoni (prezioso inserto) degli EELST, nonché un duetto alla voce con Edda nel primo singolo estratto dal disco. Ecco la nostra intervista.

Il nome del gruppo rappresenta un luogo immaginario ed il titolo del vostro primo album ne esalta la dimensione fantastica, facendo crescere delle radici sottosopra. Quando è nata in voi questa voglia di creare realtà parallele?
Maria: Ci sono delle immagini che spostano il significato ordinario delle cose, o il loro collocamento nel tempo o nello spazio. E così creano delle allegorie. Le radici sul soffitto, ad esempio, rappresentano un’inversione spaziale, che sottintende anche il senso del tempo. L’arte a cui sono più affezionata è quella che utilizza questi scarti. Spesso si colora di un contenuto politico. Succede da sempre, uno dei casi più straordinari è quello di Galileo che, con un linguaggio non artistico, ma scientifico, ha suggerito che la realtà non fosse ordinata come voleva il potere dominante. Uno dei testi a cui sono più legata, per questi motivi, è la Vita di Galileo di Brecht. È una lezione di ribaltamento artistico.

Ho letto che i gusti musicali di ogni componente della band sono a volte molto diversi fra loro. Come riuscite ad armonizzare così tante sfaccettature sonore?
Maria: Il fatto di avere una consapevolezza del modo in cui ci piace suonare crea una grande unità. Intendo che ciascuna di noi riconosce con facilità quale impatto possa dare una propria scelta musicale all’insieme, è un contributo che si innesta in modo naturale. Forse dipende dal fatto che suoniamo da tempo insieme, e che sia diventato scorrevole avere un amalgama istintivo ed empatico.
Greta: Ci piace molto il fatto di giocare con le sonorità personali e di trovare il modo di farle coesistere nel sound finale. Il nostro amore per il “puttan pop” è sicuramente uno dei nostri punti in comune e probabilmente il meno intuibile da come suonano poi i pezzi, ma di certo presente nello spirito.
Laura: D’altra parte ci sono molti artisti che apprezziamo all’unanimità, e anche certe sonorità e certi timbri. Le cose che ci accomunano sono quelle a cui ci riferiamo maggiormente e consapevolmente. I gusti più personali, invece, influiscono nella genealogia del nostro modo di suonare.
Giada: Come dicono le ragazze, ci legano molti artisti. Suoniamo insieme da più di quattro anni e tra prove, discussioni e improvvisazioni abbiamo imparato a far convergere le nostre idee. La nostra musica è una sorta di ibrido: mescola stili, periodi musicali lontani, ma sempre compatibili con i gusti di tutte e quattro.

Tra il primo EP “Blu Moderno” e questo album sono trascorsi due anni. Se nel primo lavoro il trait d’union fra le canzoni è principalmente il timbro vocale di Maria, “Le Radici sul Soffitto” si distingue anche per una maggiore uniformità musicale. Qual è stato l’apporto di Cesareo nella costruzione del sound che cercavate?
Maria: Sono contenta che tu abbia notato questa differenza! Davide ha avuto molta cura degli equilibri interni alla musica, ma anche del rapporto che questa intesse con la voce. Non mi ha mai detto di modificare alcunché dei testi, ma ci ha aiutate a creare dei ponti tra questi e la musica. Non risulta scollata, e nemmeno ancillare.

Prestando attenzione ai vostri testi graffianti, non stupisce la collaborazione con Edda, che di liriche sardoniche ne ha scritte tante e molto belle. Che emozioni vi ha trasmesso al primo ascolto la sua interpretazione della vostra canzone “Ho la febbre”?
Maria: È stato fantastico. Ci ha colpite la naturalezza con cui ha acquisito quel testo. Nel momento in cui lo ha letto, lo ha subito restituito con un livello di autorialità e di espressività pazzesco.

Mi piace quando nel processo creativo un musicista coinvolge i propri amici, soprattutto se talentuosi come il vostro concittadino noto con lo pseudonimo di Dorothy Bahwl, che ha realizzato l’enigmatica copertina per “Le Radici sul Soffitto”. Avete ideato insieme questa immagine oppure è un’ispirazione tutta dell’artista?
Maria: Abbiamo fatto un solo incontro per parlare del concept del disco. Abbiamo spiegato a Dorothy che cosa intendessimo con questa immagine delle radici sul soffitto, aggiungendo altri elementi a quello, più esplicito, della sepoltura. Ha capito subito quale fosse il nostro immaginario e l’ha tradotto perfettamente. Ha fatto tutto Dorothy! Ci piace davvero tanto la nostra cover, lo ringraziamo di cuore.

Un argomento presente nelle canzoni, così come sulla copertina dell’album, è il dualismo tra fioritura ed appassimento, che sia fisico, spirituale o relazionale. L’immersione in queste tematiche vi ha aiutato ad affrontare il periodo attuale di stravolgimento del mondo come lo conoscevamo?
Maria: Il disco era pronto per l’uscita prima che entrassimo in questo periodo terrificante, ma le assonanze di mood che i brani (e l’artwork di Dorothy) istituiscono con il 2020 sono tante. È un disco che parla della volontà di uscire dalla stasi, del fallimento che ne consegue (“come poi ci resto male quando affondo”). È un disco ossessionato da una nostalgia retrospettiva – da cui l’immagine di noi stese a osservare, catatoniche, le radici. Ci ha aiutate nella misura in cui, nel congelamento di questo 2020, abbiamo vissuto la grande felicità di far uscire il nostro primo disco che, neanche a farlo apposta, sembra una didascalia del periodo. Penso che si dispieghino tematiche valide, però, per qualsiasi fase. Facile parlare del bronzo nell’età del bronzo! È più interessante parlare del fallimento nell’età dell’oro, sicuramente. Non vedo l’ora arrivi l’età dell’oro per continuare a parlare della tristezza.
Greta: Come dice Maria, il disco era pronto molto prima di questo periodo orribile. Ma il fatto che le tematiche presenti ci si rispecchino così tanto è stato quasi un sollievo: oltre all’avere qualcosa da fare (cosa non da poco) mi ha consentito di esorcizzare un po’ le difficoltà di queste lunghe giornate.
Laura: Personalmente, per quanto i testi guardino alla morte, la chiave di lettura che più mi appartiene è quella della fioritura, della rigenerazione, e dell’esorcizzazione del campo semantico della morte. Come se il disco fosse un rito stagionale antico, che disinnesca l’inverno. Quindi sì, ti direi che questo disco mi ha aiutata.

Ho notato con piacere riferimenti rococò nei testi e negli arrangiamenti del nuovo album, ma anche nella scenografia del video per la canzone “Blu Moderno”. Da dove proviene questa passione per la Francia del Settecento?
Laura: Dal delizioso salottino della nonna Neris! Non è una scenografia, è proprio il salotto che ho ereditato da mia nonna. Ma io e Maria (viviamo insieme) lo usiamo solo  per tenerci la cacciagione e gli arazzi. Volpi e madonne.
Giada: Per coniugare l’ammirazione per Bach e il fascino verso il mondo settecentesco abbiamo deciso di utilizzare quella location come scenografia di uno dei nostri pezzi più antichi.

Non vi ho ancora visto in concerto di persona, però già dallo schermo del pc si percepisce come sapete stare bene su un palco. Perché non avete posticipato l’uscita del disco, in modo da poterlo promuovere anche dal vivo?
Maria: Sai, era lì pronto da tempo, anche lui congelato. Non avrebbe avuto senso attendere oltre, sarebbe stato in qualche modo artificioso. Siamo contente sia uscito a novembre ma, come dici, non nego sia frustrante non poterlo promuovere dal vivo. Per ora, ovviamente; se non si è capito siamo un concentrato di ottimismo e speriamo nello scongelamento estivo.
Greta: Scalpitavamo perché uscisse. Poterlo finalmente vedere stampato e ricevere i primi feedback è stato bellissimo. Feedback sicuramente meno potenti di quelli che può dare la promozione live, dal punto di vista del calore umano e soprattutto del sudore! Ma è comunque stato vitale, sempre in relazione alla pesantezza e alla staticità di questo periodo, vedere il disco esistere davvero, e progettare in vista di tempi meno bui di poterlo finalmente suonare davanti ad un pubblico.

Qualcosa di nuovo bolle già in pentola?
Greta: Sì, stiamo cominciando a pensare a cose nuove. Così il nostro primo tour promuoverà almeno due dischi! (scherzo). Farebbe sicuramente ridere passare da 45 minuti di concerto a 2 ore e mezza.
Giada: Abbiamo in cantiere qualche pezzo nuovo, ma la situazione attuale, che tutti conosciamo, non ci consente di vederci per provare. Anche noi come tanti lavoriamo comodamente da casa, ma per una band risulta molto difficile.

Homunculus Res – Elementi di fuoco

Per sonorità e percorso artistico gli Homunculus Res strizzano l’occhio agli anni ’60, “Andiamo in giro di notte e ci consumiamo nel fuoco” (AMS, 2020) è il quarto capitolo della loro tetralogia degli elementi. Ne abbiamo parlato con Dario D’Alessandro, autore di musica, testi e illustrazioni.

“Andiamo in giro di notte e ci consumiamo nel fuoco” è la traduzione del palindromo latino “In girum imus nocte et consumimur igni”. Un palindromo è una sequenza di caratteri che, letta al contrario, rimane invariata. Perché avete scelto questo titolo?
Il titolo lungo è ormai una tradizione per noi, un divertimento che allude un po’ a certa prosopopea prog, ma anche uno dei tanti modi che mettiamo in atto per stimolare la curiosità dell’ascoltatore. Il titolo in questione mi sembrava perfetto per i contenuti tematici che vertono su una critica al consumismo, ripreso pari pari dal situazionista Debord, lasciando intendere che da più di 50 anni ad oggi la nostra società occidentale, e ormai globale, non è cambiata, anzi è peggiorata dal punto di vista ecologico, economico e sociale. In più, noi amiamo giochetti come i palindromi, che abbiamo anche applicato musicalmente a brani come “χΦ“, nel nostro primo album, o in uno di questo nuovo (che perfidamente non rivelo).  

Fra gli innumerevoli riconoscimenti internazionali per il vostro nuovo album, c’è un complimento molto frequente: siete riusciti a rimanere fedeli ad un genere ben codificato, il prog della “scena di Canterbury”, rinnovandolo senza snaturarne lo stile. Come avete fatto?
Noi non volevamo impostare uno stile a tavolino, crearci un recinto, ispirarci solo a un movimento artistico. Volevamo solo divertirci e sperimentare forme, ritmi, melodie che avessero una certa complessità. In effetti volevamo fondare un gruppo “prog”, però i nostri ascolti non riguardano solo i classici del genere, tendenzialmente siamo orientati verso l’avant rock, il pop barocco, il rock in opposition, il soul, la bossa nova, il cantautorato e, sicuramente più di tutti, la scena di Canterbury, che è venuta prepotentemente fuori, forse anche per un nostro atteggiamento un po’ provocatorio e irriverente. Inoltre alcuni riferimenti sono voluti per via del nostro gusto per la citazione. Che la critica ci definisca canterburiani non ci dispiace affatto. Se, grazie anche a noi, quel discorso continua, ne siamo lieti.

Negli anni ’60 si aspettava che una band rilasciasse anche tre o quattro album, per testarne le potenzialità, prima di dare un giudizio definitivo. Col quarto disco avete confermato le ottime critiche ricevute già nei precedenti lavori, c’è stato un momento particolarmente significativo durante la lavorazione di questo album? 
Beh, forse la benedizione di Alex Maguire, ultimo tastierista della nostra band di culto Hatfield and the North, è stato un momento significativo per questo ultimo album. Ma anche in precedenza, grandi musicisti che amiamo ci hanno molto incoraggiati.

Come mai per promuovere il disco avete preferito un teaser con spezzoni di più tracce, anziché registrare il video di una sola canzone?
È una cosa che facciamo da diverso tempo, diamo un’impressione generale di qualcosa che comunque consideriamo un’opera unica, in cui ogni pezzo è solo una parte di un insieme.

Le vostre copertine presentano dipinti che spesso hanno riferimenti a tutte le canzoni dell’album. Nell’illustrazione per “Andiamo in giro di notte e ci consumiamo nel fuoco” una salamandra gigante domina la scena con, sullo sfondo, vulcani e tre autovetture. C’è un motivo per cui un solo soggetto è così preponderante stavolta?
Mi piaceva l’idea di un soggetto misterioso e beffardo su uno sfondo di desolazione post apocalittico. Non ci sono (più) uomini, ma solo qualche automobile abbandonata e fatiscente.

Il disco racconta una storia: dalla traccia 1 alla 5 regna il consumismo più sfrenato (“io mi sono fatto un cesso d’oro puro” si canta ne “Il Carrozzone”); dalla 6 alla 7 avviene una cesura fra un prima e un dopo nella storia; le tracce conclusive indicano la via verso un ordine nuovo, che però non sembra trovare proseliti. Questa è una storia senza lieto fine oppure la canzone “Non Dire No” non è ancora la fine della storia?
Non parlerei di storia vera e propria, piuttosto i primi pezzi, come fai notare, sono più espliciti riguardo al tema – o come dicono i progghettari: il concept – mentre nella seconda metà i significati si fanno più sottesi, è effettivamente una discesa verso meandri mentali. L’ultima canzone mette in scena contrasti, incomunicabilità, astio, quindi sicuramente non c’è un lieto fine; è anche vero che il finale sembra sospeso.

Dopo i primi tre album rilasciati per Altrock Productions, il quarto della vostra personale tetralogia è stato prodotto da AMS Records. Che significato ha per voi questo cambio di etichetta?
In realtà il nostro terzo disco è stato prodotto da Altrock e Ma.Ra.Cash. Purtroppo la Altrock ha dovuto fermare una storia davvero bella e ricca, era uno dei riferimenti mondiali per il progressive più sperimentale e avanguardistico. Spero che rimettano su l’etichetta o inizino un nuovo percorso. D’altro canto, avere la fiducia di un nome prestigioso come AMS è stata per noi una bella conferma: il nostro rock particolare ed eccentrico è stato accolto in un contesto più ampio.

Il 19 dicembre scorso avete suonato dal vivo per il festival online di musica prog “From chaos to future”, che è stato organizzato e trasmesso dal Giappone. Come è scaturita questa partecipazione e che emozioni vi ha dato?
Molto semplicemente ci è stato chiesto se volevamo partecipare e soprattutto se eravamo in grado di farlo nonostante le restrizioni da pandemia. Il progetto nasce proprio per offrire una serie di concerti live in streaming, ma la novità e la sfida stavano nel coordinare quattro gruppi da quattro parti del mondo contemporaneamente. È stato faticoso, abbiamo fatto le prove con la mascherina, in orari improbabili, sempre col timore che arrivasse un lockdown totale. Insomma un po’ di apprensione e anche voglia di rinunciare ci sono state. In compenso, tenendo conto che erano coinvolti anche fonici, tecnici video, collaboratori, locatari etc, la buona riuscita del concerto ci ha dato gioia e ripagato degli sforzi.

Cosa riserva a noi voraci ascoltatori il futuro degli Homunculus Res? 
Qualcosa bolle in pentola, solo che si va a rilento, come puoi ben immaginare.

Fys feat. Fulvio – Farsi strada fra le macerie

Sweet Persecution” (Autoproduzione, 2020) è il titolo dell’EP frutto della sperimentazione tra Fys, duo composto da Pietro Gugliotta (programming, sample, synth) con Gabriele Marchese Ragona (chitarra, basso), e il cantautore Fulvio Federico, in arte Fulvio. Ne abbiamo parlato insieme agli autori di questo mix ben equilibrato fra elettronica e cantautorato.

Come è nata la collaborazione per “Sweet persecution”?
Gabriele: La collaborazione con Fulvio è nata grazie ad un contest palermitano al quale abbiamo partecipato con i nostri rispettivi progetti. Abbiamo visto in Fulvio l’opportunità di sperimentare l’unione di cantautorato e musica elettronica.
Fulvio: Ho iniziato a collaborare con i Fys già a dicembre del 2019. Loro conoscevano il mio progetto musicale e così abbiamo deciso di fare diverse sessioni di prove insieme. Poi è arrivato il lockdown e, dal chiuso delle nostre stanze, abbiamo iniziato ad inviarci piccoli riff e tracce. Più passavano i giorni e più aumentavano le idee. Così, quando è stato possibile rivedersi, abbiamo ulteriormente perfezionato i suoni e scelto quelli che fossero in grado di creare le giuste atmosfere e, alla fine, ci siamo accorti che avevamo creato del materiale in grado di raccontare una storia. Così abbiamo deciso di pubblicarlo.

Perché avete scelto questo titolo?
Fulvio: Letteralmente le parole “Sweet” e “Persecution” rappresentano delle contraddizioni e questo EP è un po’ anche frutto di una contraddizione. Unire la musica elettronica al cantautorato non è stato affatto semplice, eppure estremamente appagante. Al di là dell’aspetto sonoro, l’intero EP parla di alcune contraddizioni dell’animo umano come l’amore che scalfisce la razionalità o il tema della dipendenza, questo titolo ci è da subito apparso come il più adatto ad inglobare tutti questi temi. Inoltre, fra i tre brani che compongono l’EP, “Sweet Persecution” è stato quello che è nato per primo nel corso della nostra clausura forzata.

C’è stato qualche momento particolarmente significativo durante la lavorazione?
Pietro: La lavorazione è stata molto spontanea, specie nella prima parte, che si è svolta proprio durante il lockdown ed in cui ognuno, da casa sua, contribuiva alla nascita e allo sviluppo dei brani. Poi, al termine del lockdown, è stato molto bello rivedersi e mettersi a suonare tutti insieme quello che era stato creato durante quei mesi complicati.

L’inserimento della linea vocale, presente anche nella traccia conclusiva del vostro EP precedente “Less is more”, è solo un esperimento o ci state prendendo gusto?
Gabriele: L’ultimo brano dell’EP “Less is More” intitolato “May day” l’abbiamo composto come ogni nostra produzione, inizialmente strumentale. Poi capita di ritrovarci a valutare, in questo caso insieme ai produttori che ci hanno aiutato nella realizzazione dell’EP, l’inserimento di una linea vocale perché magari quel pezzo si presta particolarmente. Più che averci preso gusto, ci piace lasciarci trasportare dal nostro istinto e dalla voglia di continuare a sperimentare.

Il video di “Sweet persecution” mostra un mondo desolato, in cui un protagonista solitario vaga spaesato in cerca di… cosa?
Pietro: “Sweet Persecution” racconta la complessa ricerca di un amore eterno ed indistruttibile, qualcosa visto come appunto una “dolce persecuzione”: la ricerca è chiaramente ostacolata dalle macerie, che rappresentano un po’ tutte le avversità che incontriamo nella vita di tutti i giorni.

I testi delle tre canzoni dell’EP sono in qualche modo collegati fra loro?
Fulvio: In tutti i testi dell’EP ho cercato di fotografare alcuni particolari dell’animo umano come l’amore, la dipendenza e le fragilità che ciascuno di noi nasconde nel proprio “io” più intimo. Nessun uomo è tale senza le sue fragilità e le sue contraddizioni. Il sound dei Fys, unito ai testi che ho scritto, rappresenta un viaggio che il protagonista vive costantemente, nella vita di tutti i giorni, durante cui è messo in contatto con la sua natura umana necessariamente imperfetta.

Nelle vostre composizioni mescolate suoni elettronici con basso e chitarra, come si è evoluto il vostro stile nel corso degli anni?
Gabriele: Abbiamo iniziato il nostro percorso semplicemente con un basso elettrico, una tastiera ed un ipad. Nel corso degli anni la sperimentazione e la consapevolezza del sound che volevamo creare ci ha portato poco a poco ad aggiungere strumenti fino a riempire la sala dove proviamo come un piccolo studio. Lo stile strizza sempre l’occhio all’elettronica, arricchita talvolta da più synth, talvolta da chitarra con effetti analogici.

Per voi che significa proporre un EP in un mondo musicale che va avanti a forza di talent show e uscite di canzoni singole?
Pietro: In un periodo in cui è impossibile esibirsi dal vivo, pubblicare un EP di inediti è il nostro modo di dire che ci siamo e continuiamo a scrivere. Quando si fa musica strumentale ci si preclude, per forza di cose, la partecipazione a spettacoli televisivi come i talent, quindi significa andare incontro a tanta diffidenza, cosa che a primo impatto potrebbe far dubitare delle proprie capacità. Vedere la gente divertita e che balla i nostri pezzi durante i live è probabilmente la soddisfazione maggiore.

Siete già al lavoro per il prossimo EP? O magari stavolta sarà un LP?
Gabriele: Nella prima parte del 2020 abbiamo creato tanta musica, ci siamo confrontati inizialmente da remoto e poi finalmente in sala con sessioni in presa diretta. Il prodotto di questo lavoro è tanto nuovo materiale inedito che vogliamo riordinare nei primi mesi del 2021 per poter dare forma a qualcosa di più corposo rispetto alle precedenti pubblicazioni.

Lemmerde – Il pop è violento

Il gruppo de Lemmerde non si limita a riprodurre i classici della canzone italiana in chiave metal e hard core. Arrangiamenti ricercati ed una spiccata propensione al divertimento li hanno portati fino alla corte dei Sick Tamburo. Abbiamo fatto quattro chiacchiere con Manuel, frontman della band.

“Violent Pop” (Autoproduzione, 2018) è un album che denota uno sforzo produttivo notevole. Quanto tempo c’è voluto per farlo uscire?
Uno sforzo da mmerde, di pochi mesi in realtà ma di buona consistenza e dall’aroma pungente.

Con il vostro repertorio spaziate in scioltezza dagli anni ’40 ai ’90 della canzone italiana. Preferite riarrangiare le hit del passato o date lustro anche a brani meno noti?
Dare lustro a brani meno noti comporta una nobiltà d’animo che non è da mmerde.

Mi piacciono i gruppi aperti alle partecipazioni. Andrea Venor e Gianfranco di Matteo, entrambi vocalist di estrazione metal, cantano rispettivamente in “Dadaismo Umpacchiano” e “Robot Blood”. Come sono nate queste collaborazioni?
Non sono collaboratori, sono le nostre coriste che sfruttiamo per le nostre esigenze corporali.

Sulla copertina dell’album ci siete voi quattro incappucciati a torso nudo. Perché ritrarvi così?
Perché la nostra musica è come un sacchetto da asporto: non sai mai quello che ti capita (cit.).

Avete realizzato tre videoclip per altrettante canzoni estratte da “Violent Pop”. Mi raccontate un retroscena di uno dei video?
Nel video “La Solitudine” ci siamo trovati alla stazione di Palermo Notarbartolo. Il capotreno, incuriosito dai costumi e dalla videocamera, ci ha chiesto quando poteva partire per girare in sincro la scena.

Una volta ad un vostro concerto ho visto un pubblico talmente costipato, che molta gente è stata costretta ad evacuare fuori dal locale. Come ricambiate dal palco l’affetto di chi vi segue?
Capita ai concerti delle mmerde un pubblico costipato costretto ad uscire per evacuare, noi ricambiamo con sudore e fiumi di carta igienica.

Dal logo ai videoclip, dai costumi di scena alle locandine, anche la parte visuale del gruppo è particolarmente curata. Quanto ha influito questo aspetto nei risultati raggiunti finora?
Ha influito in maniera determinante alla diffusione del virus marrone.

I vostri sforzi sono stati premiati con l’inserimento di una versione del brano “Intossicata” nella compilation “Parlami per Sempre”, un tributo ai Sick Tamburo in onore di Elisabetta Imelio. Come è nata questa esperienza?
Abbiamo avuto l’opportunità di partecipare a questa compilation dedicata alla grande Elisabetta Imelio grazie alla fanzine All You Need Is Punk che ci supporta da sempre.

So che a breve uscirà un 7″ autoprodotto, di cosa si tratta?
Questo 7″ è la collaborazione con una band emiliana, i Divarikator. Noi mmerde usciremo con due brani inediti, “Ragazzo di Minchia” e “Iron Tiziano”. Uscita prevista per gennaio 2021.

Dove trovate gli stimoli giusti per andare avanti?
Riuscire a merdizzare la musica italiana è un grosso stimolo… Peace and shit!

Vincenzo Tusa – Le foglie come abito dell’anima

Due chitarre si intrecciano in un costante dialogo tra effetti elettrici e scambi di emozioni nell’immaginario musicale del compositore Vincenzo Tusa, all’esordio solista con “Our Leaves” (Autoproduzione, 2020). Un disco al passo coi tempi attuali, autunnali e un po’ malinconici, ma che, traccia dopo traccia, si accende di luci cariche di primavera.

Come è nato “Our Leaves”?
Nasce dall’esigenza di volere esternare determinati stati d’animo, personali e non, attraverso un album da solista, mettendo a nudo quelle che sono le difficoltà quotidiane.

Perché questo titolo?
Volevo dare una sorta di sunto ai titles track all’interno del disco, che poteva accomunarsi alle cosiddette sonorità emozionali, e per certi versi naturali, partorite per l’album stesso. “Nostre foglie” intende un elemento naturale e vitale che cela, difende e ad un tempo nutre il suo sostegno, anima del tronco.

Prima di pubblicare “Our Leaves” hai suonato parecchio in giro per l’Europa. Quanto questa esperienza ha influenzato la realizzazione dell’album?
Ahimè, l’album era già pronto… Ed ha viaggiato con me. Però è stato proprio lui ad influenzare il mio viaggio in Europa. Musica strumentale ed ambient si affacciano e allo stesso tempo si associano bene con i contesti nordici, paesaggi naturali e suoni che si mescolano bene col tran tran quotidiano delle stesse metropoli. Ho preferito suonare in strada… L’esperienza è stata forte. In due parole, ho cercato di dar veste ai miei brani grazie ai paesaggi che ho attraversato, cercando di restituirne l’emotività con la musica stessa.

Nel disco c’è un dialogo costante fra due chitarre, che sentimenti vogliono comunicarsi fra loro?
Bella domanda… Le due chitarre si intrecciano, si ritrovano per poi ricominciare un percorso e un fraseggio ritmico diverso. Allo stesso tempo si bilanciano facendo da sostegno l’una all’altra, l’ambiguità dei passaggi… Vi è un eterno accostamento a ciò che lo stato d’animo momentaneo, del brano, del flow, delle note, si approccia. Più sentimenti o stati d’animo si alternano all’interno di un brano, il botta e risposta dei 2 strumenti risulta necessario a volte per trasmettere rabbia, isteria, tormento… Ma anche serenità nelle poche note lunghe, o nell’astenia delle pause. Dipende anche e molto dallo stato d’animo di colui che lo ascolta… Bravo, mi hai leggermente messo in difficoltà!!

Copertina minimalista con luci sfocate su sfondo bianco, chi l’ha realizzata e a cosa è ispirata?
Grazie per la critica… La copertina è realizzata interamente da me. Sono legatissimo all’astrattismo e al minimalismo concettuale, come hai caparbiamente detto anche tu. L’immagine scattata con luci sfocate, rappresenta un ipotetico traguardo, dove le luci in lontananza trasmettono un miraggio. La foto è sfocata perché il momento dello scatto deve risultare metaforicamente, come dicono gli inglesi “drunken” ovvero leggermente falsato, non reale. Per intenderci esteticamente un po’ “psychedelic”. Il fondo bianco, invece da quel senso di purezza ed austerità che richiama il lavoro stesso, di matrice compositiva.


Autoproduzione integrale, dalla registrazione alla distribuzione. Come ti sei trovato a fare tutto da solo?
Difficilmente al primo lavoro hai un’etichetta, e quindi necessariamente ti trovi a fare un lavoro tanto creativo quanto stimolante. Era fondamentalmente la mia prima esperienza con strumenti di mastering e mixing. Per la registrazione non c’è stata né notte né giorno. Essendo brani strumentali, per dare carattere, ho cercato di creare più registrazioni del brano stesso, per poi sceglierne l’essenziale. Per la distribuzione non ho mai smesso di lavorare… Essenzialmente ho distribuito e caricato su Bandcamp, Discogs e Spotify.

So che hai suonato con diverse band prima dell’esordio da solista. Questo album ha un legame col tuo percorso musicale o se ne distacca?
L’influenza che ne deriva è quella dei passati progetti. Musicalmente il genere è ambient, quindi se ne distacca. Ho suonato in passato in gruppi “prog-strumentali” con formazione di chitarra e batteria, volgarmente alla White Stripes per intenderci. Oltretutto uno dei brani inseriti nell’album faceva parte di una mia vecchia scaletta prettamente da cover band, che aveva come inediti alcuni brani tra cui una ballata con testi e parole che si prestava bene per la sua costruzione metodica nel percorso classico verso/coro/bridge.

Come presenti dal vivo il disco?
Suonandolo, non amo molto la presentazione, che tende a relegare un album il più vicino possibile ad una sorta di prodotto, quindi disco. Trovo il termine lavoro molto più romantico. Ragion per cui il live, almeno credo, serve a “sintetizzare”, rendendo accattivante un lavoro per fini, naturalmente commerciali.

Qualche anticipazioni su progetti futuri?
Continuerò a lavorare, promuovendo “Our Leaves” e i brani da me composti, cercando anche la possibilità d’inserimento in lavori filmici e nell’accostamento ad immagini, perché si sa che la musica strumentale trova il suo terreno fertile in questo. Scaramanticamente, dico solo che sto iniziando a registrare un nuovo album da solista pensando a nuovi progetti, con brani ancora nel cassetto. L’attuale periodo per la musica, e in particolar modo per la discografia, non è dei migliori… Quindi anticipare forse sarebbe poco corretto. Sai cosa intendo!

Eraser – Grindcore fino al midollo

A quattro anni di distanza dal 7″ split “Erasing the Society”, gli Eraser hanno pubblicato il loro primo full-lenght album dal titolo “Mutual Overkill Deterrence” (Barbarie Autoproduzioni ed altre etichette DIY, 2020). Abbiamo parlato del nuovo disco e della situazione attuale dei generi musicali “estremi” insieme ad Anselmo “Krosty”, uno dei fondatori del gruppo.  

Come è nato “Mutual Overkill Deterrence”?
Questo disco è il risultato finale di un continuo “trial and error” (con molti più “error” però), nonché di anni caratterizzati, innanzitutto, dall’instabilità della line up (che tra l’altro già ora non è più la stessa del disco): lunghe pause forzate, fughe improvvise di batteristi, confusioni adolescenziali, nichilismo giovanile e chi più ne ha più ne metta. In qualche modo la nostra eterna sfiga ci ha temprati ben bene ed abituati a non arrenderci. “Mutual Overkill Deterrence” consiste nel meglio (almeno credo, forse sta ad altri dirlo) dei nostri pezzi scritti tra il 2015 e il 2018, il sedimento finale della nostra produzione di quegli anni potremmo dire.

Che significa questo titolo?
Traducendolo letteralmente significa “Deterrenza della Distruzione Nucleare Reciproca”. Essenzialmente si riferisce alla situazione geopolitica tipica degli anni della guerra fredda, allo stallo alla messicana globale e agli spauracchi escatologici della cosiddetta “era atomica”. Oltre al fatto che suona piuttosto bene come titolo di un disco (e che l’acronimo richiamerebbe i mitici thrasher M.O.D. eheh), l’abbiamo scelto perché le radici del grindcore sono legate proprio ad anni in cui il nucleare era un tema piuttosto caldo, agli anni del disastro di Chernobyl, per intenderci, degli ultimi sprazzi estremisti di un mondo diviso in due blocchi opposti: tutte tematiche ricorrenti nei nostri testi, nell’aspetto grafico e ricollegabili al nostro sound.

Come è stato realizzare l’album, dalla fase iniziale alla produzione finale?
I pezzi sono stati scritti, riscritti, mutilati e anatomicamente riassemblati nel corso di alcuni anni. Originariamente erano anche di più, ma abbiamo optato per un disco breve tralasciando brani che non ci convincevano pienamente. Registrazione, mix e master si sono svolti interamente al Tone Deaf Studio, da anni una certezza per molti che suonano nella scena underground di Palermo. Personalmente, registrare e poter ascoltare lo sviluppo finale di questi pezzi è stata la cosa più soddisfacente in assoluto da quando è nato il gruppo e, in generale, registrare e seguire il mix è la cosa che preferisco di tutta l’attività nei gruppi.

Quali sono state le vostre maggiori influenze, musicali e non, nella scrittura e nella produzione di “Mutual Overkill Deterrence”?
Se c’è una cosa che è rimasta invariata attraverso i cambi di line up e i continui stop and go del percorso degli Eraser, è la totale devozione per la prima ondata di grindcore, death-grind e affini di fine anni ’80/inizio ’90. Sia per quanto riguarda la musica, che per attitudine, aspetto grafico e immaginifico. In particolare dobbiamo molto ai Napalm Death dell’era di Mick Harris, Unseen Terror, Terrorizer, Repulsion, Defecation, S.O.B, Blood e ai Carcass degli inizi. Su “Mutual Overkill Deterrence” credo anche che emerga il nostro amore per il thrash e il death metal più veloce e primordiale degli anni ’80, da Slayer e S.O.D. a Slaughter canadesi e Autopsy, soprattutto per quanto concerne la batteria. Inoltre, anche altri gruppi più o meno recenti, attivi tra i primi anni 2000 ed oggi, ci piacciono ed influenzano parecchio, in particolare Insect Warfare, Realized, Modorra, Death Toll 80K e Machetazo.

Quali sono i temi trattati nei testi?
Oltre ai terrori della guerra atomica di cui sopra, direi che abbiamo scritto di un po’ tutto quello che ci passasse per l’anticamera del cervello. Nei testi c’è sicuramente un filo rosso che consiste in buone dosi di black humor, pulp, critica all’attuale status quo e sana brutalità. Essendo stati sviluppati nel corso di un lungo periodo di tempo, per i testi non si può parlare di un concept generale, forse potrebbero risultare più “impegnati” rispetto al materiale precedente (e anche ai testi dei nostri pezzi nuovi, garantisco io).

C’è un brano, fra i 18 dell’album, che rappresenta meglio “Mutual Overkill Deterrence”?
“Mutual Overkill Deterrence” è pensato per essere ascoltato tutto d’un fiato, d’altronde, come quasi tutte le uscite che ci influenzano più o meno direttamente, è un disco abbastanza monolitico/compatto, in cui ogni canzone è compartecipe dell’impatto finale. Io stesso non saprei al momento se c’è un pezzo che preferisco particolarmente, ma forse questo è normale.

Tante piccole etichette a cooprodurre. Come vi siete conosciuti e com’è stato lavorare insieme?
La cooproduzione tra più etichette è una prassi molto comune nel genere e consente di produrre dischi in una buona tiratura, senza avere per forza un budget enorme. In questo modo i dischi viaggiano in più direzioni sin da subito, la distribuzione ne è agevolata ed è più capillare. I rapporti con alcune di queste etichette vanno avanti da anni, ad esempio con Zas, che ha prodotto anche il nostro primo 7″ split con i Rats Of Society di Milano. “Mutual Overkill Deterrence” è stato anche la prima uscita della mia etichetta, Barbarie Autoproduzioni, nata proprio con l’intento di produrre questo disco.

Copertina apocalittica, fra suore scheletriche e funghi atomici. Come è stata realizzata? Perché questa idea?
La copertina è stata realizzata con la tecnica del collage, è stata ideata da me e Dario “Ramses”, il chitarrista del gruppo, ed effettivamente realizzata da Huere Giulio (Huere Artworks, Insomnia Isterica, L’Urlo Di Chen e così via). Da un lato riprende il discorso dietro al titolo del disco, dall’altro ci sono anche una serie di citazioni a noi care, ad esempio i soldati in maschera antigas vengono dal film “La città verrà distrutta all’alba” di George Romero, ma ci sono anche altri riferimenti più o meno velati a dischi e gruppi, magari chi comprerà il disco si divertirà a scovarli eheh.

Il cambio di formazione nel gruppo dopo l’uscita dell’album ha portato anche ad un diverso approccio musicale?
Sì, Fulvio “Thrasher” (batteria) e “Tom” G. Prophet (voce) si sono separati dal gruppo nei mesi successivi alla registrazione, ma col reclutamento di Vinz (Daemonokrat, Religio Mortis e altri) siamo passati in pratica da un four-piece ad un classico power-trio. Già in passato, come dicevo, io e Dario ci siamo abituati ad adattare il nostro suonato a diverse formazioni con batteristi diversissimi tra loro e posso solo dire che non siamo mai stati così a nostro agio come adesso, a brevissimo comunque potrete sentire i primi risultati di questo nuovo corso del gruppo. Proprio in questi giorni stiamo curando i dettagli di una nuova uscita, dico solo che sarà uno split e che sarà un bel bagno di sangue per le orecchie.

Qual è il vostro punto di vista sull’underground nel grindcore ed in generale nel metal e punk estremo? Ci sono gruppi che ammirate?
Non so se al riguardo la pensiamo tutti allo stesso modo nel gruppo, ma io ritengo che, globalmente, la scena grindcore e death metal sia sempre più satura di gruppi e uscite basati interamente su trends di vario tipo. Ad esempio molti gruppi grind moderni mi sembra abbiano poco interesse per le radici del genere, finendo spesso per snaturarlo sul fronte della produzione e dell’arrangiamento. Certi gruppi usano fin troppo spesso triggers digitali per i suoni della batteria, voci e riff standardizzati e testi fin troppo demenziali o fatti di vuoti slogan a sfondo sociale (che non accompagnano quasi mai un vero interesse/impegno in queste tematiche). Inoltre, mi sembra che sempre più gente si discosti dall’etica DIY e dall’attitudine alla base di questo mondo musicale; in poche parole circolano molti “fighetti” e menti influenzabili nella scena. A mio avviso, a lungo andare tutto ciò sarà sempre più dannoso per il percorso dei gruppi e delle etichette. Per fortuna ci sono anche molti gruppi validi che, quando riescono ad emergere nella mediocrità dilagante, provano che questa forma di musica estrema abbia ancora molto da dire. Segnalo qualche band di recente formazione e altre già “rodate”: Terror Firmer, Insomnia Isterica, Bone Sickness, Voyeur, Your Kid’s On Fire, Burnt Decay, Bitch Meat, Convulsions, Necrotized Mass, Infected Religion.

Come vivete la passione verso questi generi musicali estremi nella Palermo del 2020?
Riguardo Palermo e la sua scena, posso dire che chi segue questa musica a Palermo è parecchio appassionato e supporta noi poveri scemi. A chi non piace non piace e basta, ed è comunque la maggior parte della gente, é giusto, sono gusti. D’altronde credo che Palermo in sé abbia un’aura unica e “grottesca”, che non può che influenzare positivamente chi riesce a coglierla. Certo, se ci fossero più spazi per un vero underground palermitano, della tipologia di cui mi parlano amici e conoscenti più grandi, che hanno vissuto una certa fase dell’attività musicale in questa città, magari torneremmo sulla “mappa”,  sia per gli altri gruppi che vanno in tour, sia per possibili nuovi sbocchi per la nostra produzione locale. Quest’ultima comunque non è mai mancata di realtà interessanti, i miei (e non solo) gruppi preferiti, dai primi 00’s a oggi sono: F.U.G., Shock Troopers, Haemophagus, Balatonizer, ANF, Soviet Nuns, Burst-Up, Il Tempo Del Cane, Close To Collapse, You Are The Problem, BiggMen e Cavernicular.

Chester Gorilla – Giungla spaziale

Dopo una lunga fase embrionale i Chester Gorilla vengono alla luce con l’album omonimo (Vasto Records, 2020), che mescola le anime musicali dei componenti del gruppo in un variopinto experimental jazz funk.

Come è nato l’album “Chester Gorilla”?
“Chester Gorilla” nasce dalle ceneri di un passato che credevamo fosse ormai morto e sepolto in quanto militavamo nella scena musicale palermitana da almeno 10 anni, fino allo scioglimento. Credevamo di aver detto tutto, ma l’ingresso di altre persone e di conseguenza il cambio di formazione ha ridato linfa vitale alla band. È nato soprattutto dalla voglia di fare musica insieme ai tuoi più grandi amici e creare una storia.

Come è stato realizzare l’album, dalla fase iniziale alla produzione finale?
Un percorso formativo e di crescita sia individuale che collettiva. Lo abbiamo registrato in un periodo in cui non sapevamo nemmeno che lo stavamo componendo e le intenzioni inizialmente non erano quelle di fare un album vero e proprio, ma di registrare i brani e sentire come suonassero… Ci siamo resi conto che forse potevamo farci qualcosa di più!

Rilasciare singolarmente tre brani estratti dal disco, in un album che ne ha sei in totale, è stata una scelta pianificata o imprevista?
È stata una scelta pianificata. Nonostante l’idea di “bruciare” tre brani dal disco non ci attirasse particolarmente, eravamo consapevoli di doverci fare conoscere. Quindi i singoli sono serviti a sondare il terreno e testare il prodotto.

C’è stato qualche momento particolarmente significativo durante la lavorazione?
Tutto il periodo è da considerare significativo, anche perchè ci sorprendemmo parecchio del risultato finale. Sicuramente il release party del disco ai Candelai, quando ancora si poteva suonare dal vivo è stato anche importante. Abbiamo fatto tutto noi. Stampato dischi, magliette, ingaggiato video maker, tecnici luci. Intere giornate (e tutti i chacet raccolti dai live nei clubs) spese per progettare questo evento che ricordiamo con grande nostalgia. 

Il tema della nostalgia, trattato nel testo di “The Heat”, si riflette anche negli altri brani, che invece sono strumentali?
Sergio Beercock è un amico che ha fatto un ottimo lavoro con “The Heat” in quanto si è preoccupato di scrivere interamente il testo e noi la musica. Ci siamo conosciuti lo stesso anno e non abbiamo perso tempo a fare un brano insieme. Per quel che riguarda gli altri brani che appunto sono strumentali, abbiamo deciso di non caricarli di significati anche se potrebbero esprimere sensazioni che variano e spaziano a seconda dei momenti. Piuttosto ci siamo divertiti con i nomi. Absolutely free [cit.].

“Chester Gorilla” va compreso come un concept album oppure ogni canzone è una storia a sé stante?
“Chester Gorilla” non è un concept album, ma il secondo album a cui stiamo lavorando sì. In “Chester Gorilla” ogni brano è a sé stante e non ha una storia specifica. Probabilmente solo “Peter the Elephant” e “Aripupollo Space” potrebbero avere una storia, ma più che storia potremmo dire che suggeriscano una sorta di “linea guida” all’ascolto. È un album sudato, spontaneo ed energico. Ogni canzone va in direzioni sconosciute. Il filo conduttore, l’immaginario della giungla, i film poliziotteschi degli anni 70… È bello che l’ascoltatore immagini un po’ quel che vuole. “Chester Gorilla” non è un concept album ma può diventarlo in qualsiasi momento.

Vasto Records a produrre. Come vi siete conosciuti e come è stato lavorare insieme?
Conosciamo Vasto Records perché il fondatore di Vasto Records è Phil Caviglia (bassista) nonché fratello di Daniele Caviglia (chitarrista). Lavorare insieme è stato come lavorare in famiglia. Sandro, il batterista, passa più tempo qui che a casa… Al di là dei legami di sangue, noi tutti siamo come fratelli e cerchiamo di condividere quanto più possibile le nostre esperienze e il nostro modo di essere. Non abbiamo paura di scontrarci e litigare, anzi, lo facciamo abbastanza spesso ma è proprio questo rapporto a tenerci vivi e ci spinge a migliorare, fare le cose bene.

Copertina misteriosa, con quell’occhio splendente in cima ad una piramide. Come è stata realizzata? Perché questa idea?
La copertina è stata realizzata da Alba Scherma, che si è sforzata di venire dietro alle nostre bizzarrie e ha centrato il punto. Tuttavia, per quanto assurdo possa sembrare, la copertina è una sorta di tributo a una band che ha praticamente forgiato i Chester Gorilla (almeno Daniele e Phil) e sono gli Iron Maiden. Sì, è strano ma la copertina è ispirata a “Powerslave”. Gli Iron Maiden rappresentano il nostro passato, rappresentano quel momento in cui per sbaglio inserimmo la cassetta di “Piece Of Mind” nello stereo e capimmo che la musica non era solo quella che passavano nelle radio italiane degli anni ’90.

So che ci sono stati cambiamenti di formazione nella storia del gruppo, ce ne sono stati anche dopo l’uscita dell’album?
Dopo l’uscita dell’album Amedeo Mignano (il tastierista) è ritornato nella band. Oltre ad aver dato una notevole spinta all’umore, considerato i difficili tempi che stiamo vivendo, sta contribuendo tantissimo alla stesura dei nuovi brani per il secondo disco. Possiamo anche parlare di tutti i cambi di formazione e sfortune che hanno avuto i Chester Gorilla, ma non basterebbero due interviste… Scherzi a parte, una menzione speciale va a Danilo, la persona che cantava con noi più di 10 anni fa. Ha vissuto tutto il periodo embrionale dei Chester e ha praticamente fondato la band insieme a Daniele. Quando si tingevano i capelli di rosso o fucsia e facevano i punk al muretto della scuola con le canne di fumo… bei tempi andati!

Novità già in cantiere?
Assolutamente, cerchiamo di non avere periodi di staticità anche se questo è un anno nero per la musica. Come dicevamo stiamo lavorando al secondo album e a un singolo che uscirà a dicembre. Si chiamerà “Uranus”. Di questi tempi i pianeti più sicuri sembrano quelli più lontani. Siete pronti ad atterrare?