Ennio Morricone – Ménage all’italiana

Ad un anno esatto dalla scomparsa di uno dei nomi più illustri nella storia della musica mondiale, ecco un’intervista risalente a dieci anni fa, quando abitavo a Mosca e la mia vita correva troppo veloce per comprendere l’entità di esperienze straordinarie come questa. Tuttavia, ricordo che la voce mi tremava, eccome, mentre parlavo con un mostro sacro come Ennio Morricone. Di seguito la trascrizione integrale di questa intervista telefonica del 2011.

Pronto, buongiorno, mi chiamo Riccardo Pusateri, chiamo da Mosca. Potrei parlare col maestro Morricone?
Può parlare, sono io.

Ah, salve maestro, non le nascondo la mia commozione… Ehm, la mia emozione nel parlare con Lei, quindi passerò direttamente alle domande. La Russia intera L’ha conosciuta all’inizio della perestroika, con la trasmissione sul primo canale di Stato de “La piovra”. E Lei, era già stato in precedenza nell’Unione Sovietica?
No, non ero stato in precedenza, no.

Lei ha composto le musiche per il film “La tenda rossa” di Michail Kalatozov. Ha un ricordo particolare del popolo russo, legato a questa collaborazione?
Beh, lì c’è un episodio del popolo russo, quello della generosità di alcuni ragazzi che sentono il suono per radio dell’SOS del dirigibile italiano guidato dal capitano Nobile e accorrono all’ufficio postale a raccontare questo pericolo che avveniva sul Polo Nord.

Ci sono dei musicisti, pittori o scrittori russi che l’hanno ispirata o la ispirano in questo momento?
No, nessun autore russo mi ha ispirato, né compositore di musica né scrittore.

Ah… Quali sono state le Sue impressioni in occasione del concerto dell’8 marzo scorso a Mosca?
Le impressioni sono di un pubblico entusiasta, entusiasta, entusiasta. Veramente, veramente! In piedi erano. Veramente molto contenti e felici di avermi ascoltato.

E che cosa ha pensato nel luglio del 2009, in occasione della “Notte della luna” a Roma, quando Le hanno detto che avrebbe condiviso lo stesso palco con Moby, un artista apparentemente molto diverso da Lei?
Io ho condiviso un pezzo con..?

Non un pezzo, ma il palco. Io ero presente a quel concerto quando Lei ha diretto il “Concerto per astronauta”. Dopo di Lei ha suonato Moby.
Ah, sì, ma quella era soltanto una registrazione, non c’era l’orchestra.

Ah, chiedo scusa… Vado avanti con le domande… Oltre ad avere Lei stesso avuto molte collaborazioni con musicisti distanti fra loro come Morrissey,  Dulce Pontes…
…Quelli sono cantanti, non musicisti, cantanti…

…Ehm, cantanti, sì… Oltre a queste collaborazioni, le Sue musiche sono state riarrangiate e hanno influenzato i musicisti dei generi più diversi, dal punk al metal, dall’elettronica alla sperimentale. C’è una produzione che Le è piaciuta particolarmente?
Mah, nel loro genere mi son piaciute tutte.

Artisti del calibro di Lou Reed e Radiohead hanno messo a disposizione online i loro dischi ancor prima dell’uscita nei negozi. Qual è la sua opinione sulla diffusione della musica in internet?
Non mi piace perché non pagano.

Eh, è vero… Gli appassionati poi comprano però… Dopo Baarìa Lei firmerà la colonna sonora del nuovo film di Tornatore sull’assedio di Leningrado. Ha già iniziato a lavorare alle musiche?
Ho cominciato a pensarci, però Tornatore farà prima un altro film, credo.

Ah! A quando la rivincita a scacchi con Kasparov o con Karpov?
Eh, con Kasparov io ci ho giocato in simultanea… E naturalmente ho perso.

E non vorrebbe riprovare quest’esperienza?
No, m’è bastata quella lì.

Eh eh.
Ma ho giocato anche con la Polgar, ho giocato con Karpov, con molti giocatori… Anche con Spassky! E ho pattato con Spassky!

Wow, complimenti! Va bene, Maestro, le mie domande sono terminate. La ringrazio tantissimo per il Suo tempo e spero di vederLa al concerto dell’11 dicembre a Mosca.
La ringrazio molto io.

A presto!
Arrivederci!

Intervista originariamente pubblicata sul sito russo Zvuki.ru nel 2011.

https://www.zvuki.ru/R/P/26807/

ANF – Delicata violenza

Dopo un lavoro d’esordio solista e quattro split con altrettante band internazionali, Il gruppo powerviolence ANF festeggia i dieci anni dalla fondazione con l’EP “ANF II” (625thrashcore Records / Rodel Records, 2021), che contiene le più fresche composizioni della band palermitana. Ne abbiamo parlato con Totò, voce e portavoce del gruppo.  

Come è nata in voi la passione per il genere powerviolence, che affonda le sue radici nel punk hardcore anni ‘80? 
Per me tutto è cominciato ai tempi del liceo, quando cominciai ad avvicinarmi al punk hardcore e in uno scambio di dischi e cassette conobbi gruppi come Infest e Spazz ed è stato amore a prima vista anzi, a primo ascolto. In quegli anni conobbi anche Corrado, il quale mi invitò ad unirmi al suo gruppo (Elopram) e cominciai ad andare ai concerti della mitica Palermo hardcore dove vidi Burst up e xLxExAxRxNx, quello è stato il punto di non ritorno.

Le vostre nuove canzoni hanno avuto una lunga gestazione, qual è stato il punto di svolta nella lavorazione di questo EP?
Purtroppo, per problemi legati alla distanza e alla pandemia, abbiamo perso molto tempo. Nonostante tutto siamo riusciti a scrivere e registrare i pezzi anche questa volta. La svolta credo sia il fatto che dopo tanto tempo, esattamente sette anni, ritorniamo a fare un disco da soli e non uno split, questo secondo me ha inciso tantissimo.

Come spesso accade nel processo creativo dei vostri brani, anche stavolta le parti strumentali erano pronte molto prima dei testi, che per “ANF II” sono stati scritti in piena pandemia. Quanto ha influito l’isolamento e l’alienazione nella stesura delle liriche?
Anche questa volta abbiamo seguito il solito iter, cioè abbiamo registrato le parti strumentali e, una volta ricevute le riprese, abbiamo cominciato a scrivere i testi. Purtroppo, abitando in tre città diverse, non abbiamo potuto fare altrimenti. Tutto il nuovo disco comunque è stato scritto in piena pandemia, considerando che le parti strumentali sono state registrate a metà Agosto 2020 e le voci sono state registrate a Dicembre 2020. A parte per un pezzo, “Social Distance”, l’isolamento non ha influito più di tanto sulla stesura dei testi, che sono più o meno sulle stesse tematiche di quelli passati: politica, esperienze di vita quotidiana e anche un po’ di cazzeggio.

Non esistono vostri video promozionali. Come mai questa scelta?
In realtà non ne abbiamo mai parlato, per cui non abbiamo fatto video promozionali.

Oltre al vinile 7”, di “ANF II” c’è anche la versione in cassetta, supporto che sta tornando ad essere diffuso soprattutto nei generi estremi. Si presuppone che il vinile, oltre alla bellezza estetica, abbia la migliore qualità audio. Il revival della cassetta è un fenomeno puramente feticista oppure il nastro aggiunge qualcosa di particolare all’ascolto dei generi musicali più rumorosi?
Personalmente preferisco il vinile sia per la bellezza estetica sia per la qualità audio, tuttavia la cassetta è molto più economica e meno impegnativa del vinile, ciò permette di avere tirature limitate a prezzi non eccessivi. Inoltre, è capitato che ci venisse chiesta la cassetta al posto del vinile, per cui abbiamo deciso di optare per la doppia versione vinile – cassetta. La versione in vinile uscirà per 625thrashcore Records e Rodel Records in 600 7” colorati magenta. La versione in cassetta uscirà per Knochentapes e Hackbeil Records in 120 cassette bianche.

Le illustrazioni di Prenzy e i layout di Ecumenicus sono diventati un marchio di fabbrica della parte grafica delle vostre copertine e locandine. Anche stavolta avete continuato con questa formula?
Purtroppo questa volta Prenzy ha declinato il nostro invito a causa della sua grossa mole di lavoro, quindi abbiamo chiesto a Ciccio Cutway, che ha realizzato un’ottima copertina, ed Ecumenicus ha ultimato tutto.

Quest’anno ricorre il decennale dalla fondazione della band. Nel 2011 vi eravate dati degli obiettivi? Li avete raggiunti?
Per convenzione diciamo che siamo nati nel 2012 perché le prime prove sono state svolte tra Dicembre 2011 e Gennaio 2012, però il gruppo è nato a fine 2011. Durante un tour degli FUG chiesi a Ecumenicus di fare un gruppo fastcore / powerviolence, ritornati dal tour abbiamo chiamato Corrado e Kevin. Il primo incontro avvenne a fine Novembre 2011 in Via Ferrara, non c’eravamo posti degli obiettivi particolari. Lo scopo era quello di fare un gruppo fortemente ispirato dai gruppi usciti per 625Thrashcore Records e, considerando che questo disco esce grazie a una co-produzione tra Rodel Records e 625thrashcore Records, possiamo dire che abbiamo raggiunto questo scopo.

Vi ho visto tante volte in concerto e posso confermare che sul palco voi date sempre più del 100%. Come racconterete ai vostri nipoti l’esperienza di aver partecipato al No Stress Party, uno dei pochi festival musicali dal vivo dell’estate 2020?
Il No Stress Party” è stato il nostro unico concerto del 2020 ed è stata una boccata di aria fresca per noi. Eravamo amareggiati dopo aver cancellato, a causa della pandemia, il tour con gli amici Turtle rage, che pianificavamo da tanto tempo. La cosa è stata anche un po’ stancante, visto che il giorno dopo il festival abbiamo registrato e abbiamo dovuto trasportare tutta l’amplificazione al Tone Deaf studio. Quest’anno il festival si farà nuovamente, anche se purtroppo noi non potremo suonare, però consigliamo a tutti gli amanti del relax di andare.

Consegnato alla storia questo delicatissimo EP, cosa ci attende nel futuro degli ANF?
Dopo questo EP abbiamo altre cose in programma, è appena uscita una compilation benefit in cassetta fatta uscire dalla mitica To Live A Lie. Stiamo organizzando il secondo volume di “Hit Mania Violence” con altri 11 gruppi europei (Crippled Fox, Ona Snop, Turtle Rage, Ill!, We Sleep, Luisxarmstrong, Lovgun, Skiplife, Youth Crusher, Medication Time), dovrebbe uscire sempre nel 2021 in vinile colorato. A breve penso che ritorneremo a scrivere pezzi nuovi per uno split, ma ancora è tutto da vedere. Poi chiaramente non vediamo l’ora di poter riprendere a suonare in giro come facevamo prima. Sicuramente dobbiamo recuperare il tour con gli amici Turtle Rage, annullato a causa della pandemia.

L’Omino e i Suoi Palmipedoni – Storie di caldaie e stantuffi!

Ospite di Mirella Catena a Zona Rock, Riccardo Pusateri de L’Omino e i suoi Palmipedoni, band autrice dell’EP Caldaie Stantuffi” (Frantic Mule).

Benvenuto a Riccardo de L’Omino e i suoi Palmipedoni. 
Ciao, il piacere è mio!

Per prima cosa ti chiedo: come mai hai scelto questo nome per la band?
L’Omino” è il soprannome che mi è stato appioppato fin dall’adolescenza, perciò mi è sembrato naturale proporlo alla band. Dario, il batterista, ha poi aggiunto “e i suoi Palmipedoni”.

Ci parli delle tue esperienze musicali?
Ho imparato a suonare la chitarra alle scuole medie e seguito corsi con lettura del pentagramma ed esibizioni in gruppi sinfonici, poi ho preso in mano un basso elettrico e cominciato a suonare i Nirvana!

Come vi formate e da chi è composta la line up attuale?
Ci siamo formati molto spontaneamente. All’inizio Dario alla batteria ed io al basso abbiamo suonato insieme per qualche mese, facevamo una sorta di doom metal. Parallelamente avevo iniziato a suonare alla chitarra le mie canzoni con Andrea alla tromba, sono stato contento quando Dario ha deciso di abbracciare questo progetto più cantautoriale. La line up attuale è la stessa degli inizi, ma in cinque anni si sono succeduti diversi altri amici musicisti.

“Caldaie Stantuffi” è l’EP pubblicato a giugno e che contiene tre brani, risalenti alla prima sessione di registrazione del nucleo fondante, riproposti ufficialmente con un nuovo mix a cinque anni dalla loro incisione. Ci parli di questa nuova uscita discografica?
Questa nuova uscita nasce dal tempo che il lockdown ci ha dato per guardare al nostro passato. I primi brani registrati da noi erano stati divulgati soltanto in una manciata di CD autoprodotti, a riascoltarli adesso ci ho trovato molti spunti interessanti. Le tre canzoni di questo EP le considero come un nuovo inizio per la band.

Vista la riapertura dei locali negli ultimi giorni, sono previste date per ascoltarvi dal vivo?
Qui a Palermo siamo in zona gialla da poche settimane appena, fortunatamente qualcosa già comincia a muoversi perché la città è molto attiva da questo punto di vista. Ancora non sappiamo dove e quando, ma speriamo di tornare a suonare dal vivo al più presto.

State già lavorando a qualcosa di nuovo?
Stiamo lavorando alle canzoni “nuove” lasciate in sospeso prima che scoppiasse la pandemia. Non abbiamo deciso se il prossimo lavoro sarà un EP o un album, ma qualcosa bolle in pentola.

Dove i nostri ascoltatori possono seguirvi?
Ci trovate su Facebook e Instagram per gli aggiornamenti, su YouTube per i video e su Bandcamp per le canzoni. Il nostro primo album “Escoriazioni”, uscito nel 2019 per Qanat Records, è anche su Spotify.

Grazie di essere stati qui con noi.
Grazie a voi, rock ‘n’ roll!

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 12 giugno 2021

Becerus – Il primo grugnito

“Homo Homini Brutus” (Everlasting Spew, 2021) è il titolo dell’album di debutto di Becerus, (f)rutto metallico della collaborazione fra il poliedrico vulcanico musicista compositore Giorgio Trombino e Mario Balatonicus, già voce nei Balatonizer. Ne abbiamo grugnito insieme a Giorgio in questa succulenta intervista.

Da quanto tempo esistono i Becerus e come sono nate le canzoni dell’album “Homo Homini Brutus”?
Abbiamo avviato i Becerus nella prima metà del 2020. In realtà io e Mario in passato avevamo chiacchierato varie volte sulla possibilità di collaborare insieme, dunque una volta accumulate le prime demo su quello stile mi è venuto spontaneo chiedere a lui.

So che tu e Mario abitate agli antipodi dello stivale italiano, questo fattore ha influito sulla lavorazione al disco?
Non tanto. C’è stata fiducia reciproca fin dal primo momento: lui ha cominciato a studiare in blocco le canzoni senza modifiche e io ho ascoltato per la prima volta le sue take a registrazioni concluse. Ciascuno ha suonato e cantato come meglio credeva e senza avanzare critiche sull’altrui operato, dunque non penso che vedendoci di persona l’approccio sarebbe cambiato più di tanto. Siamo due idioti.

Mi incuriosisce molto questa storia del batterista misterioso Paul Bicipitus, qualche info in più sul suo conto?
Purtroppo non sono autorizzato a rivelare nulla sul conto di Paul al di fuori del fatto che è molto grosso, grasso, suona con forza bruta e precisione millimetrica e che non ha la minima voglia di farsi fotografare!

In un video promozionale affermate che “Becerus have absolutely no lyrics”. Ascoltando le canzoni, non percepisco questa mancanza. Penso invece che questa peculiarità permetta all’ascoltatore di immaginare i testi in qualsivoglia idioma. Perché avete scelto di mettere da parte parole esplicite in favore di grugniti forti e chiari?
Uno dei momenti per me più esilaranti è stato discutere la cosa all’avvio del progetto. Più o meno la storia è stata che ho chiesto a Mario come organizzarci per i testi e lui mi ha detto “Giorgio, tu se vuoi scrivili i testi ma io non li canto!”. Dal rifiuto di esprimere alcunché nasce la scelta del “no lyrics”, peraltro già adoperata dai Balatonizer, pionieri assoluti della brutalità death siciliana.

Sulla copertina dell’album c’è la figura grossolana e sgraziata del potente Becer, che voi stessi descrivete come “una creatura disgustosa e ostile i cui muscoli, capelli sudici e pancione spaventano all’istante ogni essere vivente che incrocia il suo cammino”. Chi ha realizzato la copertina? Da dove è nata l’idea per il personaggio di Becer?
La copertina, in seguito a varie elaborazioni “studiate” insieme al nostro amico fraterno Sandro Di Girolamo, è stata realizzata dal talentuoso disegnatore americano Dahmer. Il Becer è il nostro simbolo, la nostra ossessione e la nostra mascotte, un po’ come Eddie per i Maiden o Vic Rattlehead per i Megadeth. Ricollegandoci alla tua domanda precedente possiamo dire che i grugniti di Mario siano da inquadrare come la lingua disarticolata e violenta di questo bifolco primitivo che ispira la nostra musica e i nostri artwork.

Nientepopodimeno che Max Cavalera ha pubblicamente espresso apprezzamenti per “Homo homini brutus”, come ci si sente a ricevere tali complimenti da uno dei propri miti?
È stata una cosa del tutto inaspettata che ci ha fatto esplodere il cranio in mille frammenti. Max è un mito nonché una fonte d’ispirazione da sempre, fin dal VHS dell’Under Siege live a Barcellona e tanto altro ancora. Lui segue l’ottimo canale YouTube “Thralls of Metal”, gestito da due americani fanatici di death vecchio stile e dintorni e incentrato tanto su nuove uscite quanto su monografie e retrospettive. Immaginare che le nostre porcate siano state riprodotte in una delle stanze di casa sua a Phoenix, AZ è semplicemente assurdo e siamo grati a lui e a Thralls of Metal per l’opera di diffusione.

Quali sono state le maggiori influenze musicali nella produzione di “Homo homini brutus”?
Il death americano di fine ‘80 e primi ‘90 è al centro della nostra ispirazione, dunque Cannibal Corpse, Monstrosity, Broken Hope, Deicide, Morta Skuld, Brutality, Disincarnate e tanti altri.

Ci sono invece band meno note che seguite e segnalereste a chi vuole approfondire l’attuale scena death metal?
Il death sta godendo di una fase di grazia e ispirazione con diverse correnti sottostilistiche operative in diversi paesi. Fra i miei preferiti in Italia ci sono Bedsore, Hateful e Ad Nauseam ma allargando il campo al panorama internazionale posso dirti che seguo e apprezzo molto le uscite di gruppi come Siderean, Blood Incantation, Malthusian, Vastum, Chthe’ilist, Necrot, Undergang, Phrenelith, Sněť e altri.

Tra un’adorazione ed un sacrificio rituale al potente Becer, avremo la possibilità di vedervi suonare dal vivo nel prossimo futuro?
Spero di si ma dipende dalla disponibilità di Paul Bicipitus e da altri fattori fra cui l’obesità che ci sta lentamente ma inesorabilmente consumando!

Un grugnito per i nostri lettori?
Grazie Riccardo e a Il Raglio del Mulo per averci lasciato sparare l’ennesimo grumo di stronzate. Il Becer non perdona!! GRUNT!!!!!

Ireful – Case della follia

Ho fra le mani l’edizione giapponese di “The Walls of Madness” (Spiritual Beast, 2021) degli Ireful, nuova formazione old school thrash metal che sembra uscita direttamente dagli anni ‘80, ma che suona come una ventata d’aria fresca. Abbiamo parlato del loro primo EP insieme al cantante e bassista A. Medusa.   

Al primo quesito sulla band mi sono risposto da solo, cercando su internet: il vostro nome si pronuncia “Aierful”, dico bene? Perché avete scelto questo nome? 
La pronuncia sembra corretta sì, eheh! Il nome l’ha proposto Vio-Ful (batterista), dopo mesi di diatribe sulla scelta di questo o quel monicker, e deriva da una strofa di “Baptism of Fire” dei Sodom. Essenzialmente è un modo edulcorato per dire “incazzato” in inglese.

Da quanto tempo suonate insieme e come sono nate le canzoni dell’EP “The Walls of Madness”?
Gli Ireful esistono più o meno dalla seconda metà del 2018, io e Vio-Ful avevamo già suonato assieme negli Eraser. Poco tempo dopo la sua uscita dal gruppo, lui aveva iniziato a provare con M. Thunderbolt i pezzi che avrebbero composto “The Walls Of Madness”, e poco tempo dopo sono entrato io al basso e alla voce. Nel corso del 2019 abbiamo infine reclutato F. Mad Pig (ex-Shock Troopers/Close To Collapse, Hellraiders) alla seconda chitarra e finalizzato i pezzi tutti insieme.

Perché avete scelto il titolo di un vostro brano per il vostro esordio, anziché chiamare il disco direttamente Ireful?
Non saprei, probabilmente ci è sembrato il pezzo più rappresentativo sul fronte musicale e tematico del disco.

Come è stato realizzare l’EP, dalla fase iniziale alla produzione finale?
Abbiamo deciso di fare uscire un mini invece che un demo come prima uscita, perché volevamo un disco breve ma con le caratteristiche “complete” di un album. Abbiamo essenzialmente selezionato i pezzi che ci sembravano più rappresentativi, e che avrebbero costituito un disco completo e aggressivo, e ci abbiamo lavorato sopra per diversi mesi dopo la composizione. Le registrazioni sono state curate da Marco Cangelosi presso lo Stratjvari Music Lab, mentre mix e master sono avvenuti all’Audiovolt Studio di Lorenzo Bellia. Siamo molto soddisfatti del risultato, il che non è sempre qualcosa di scontato quando si tratta della prima esperienza in studio di un gruppo.

Quali sono state le vostre maggiori influenze, musicali e non, nella scrittura e nella produzione di “The Walls of Madness”?
Sicuramente sin dall’inizio la direzione è stata quella del thrash metal bay area alla Exodus, Vio-Lence, Slayer e Metallica, ma ognuno di noi penso abbia apportato una nuance in più ai pezzi. Ad esempio Vio-Ful ha un modo di suonare molto hardcore e improntato alla velocità, a me personalmente piace cantare nel modo più sguaiato possibile e mi sono ispirato molto a Paul Baloff degli Exodus e a Cronos dei Venom. La maggior parte dei riff sono stati scritti da M. Thunderbolt e sono spesso basati sull’armonizzazione tra le chitarre, cosa che secondo me manca a molti dei recenti gruppi del revival thrash e che invece era tipica dei gruppi della scuola anni ‘80. Sicuramente suonare thrash nel 2021 non è qualcosa di avanguardistico, ma penso che si possa ancora creare qualcosa di originale se agli ascolti e alle influenze si aggiunge la propria personalità compositiva.

Ci sono tante edizioni e supporti diversi di questo EP, per la gioia dei collezionisti: finora ho contato tre versioni differenti in CD, due in vinile, una in cassetta e tutte stampate in varie parti del mondo! Che effetto fa avere fra le mani la vostra musica in questa vasta gamma di supporti fisici?
Per quanto non fosse affatto premeditato, è molto soddisfacente poter toccare con mano la concretizzazione del nostro feticismo da supporto fisico ahah. Sul fronte pratico poi il buon numero di copie e di versioni in circolazione è una garanzia di distribuzione capillare del disco.

Copertina in tema con il vostro stile, molto anni ‘80. Chi l’ha realizzata? Da dove è nata l’idea per l’immagine?
La copertina è stata disegnata da Francesco Montalbano (Daemonokrat, Deathmongers) che ha lavorato a contatto diretto con noi. La copertina deriva dal testo di “The Walls Of Madness” ed è liberamente ispirata ad un manicomio attivo in Messico negli anni ‘60, noto come El Palacio De La Locura, divenuto famoso per gli abusi e le terapie invasive attuate sugli internati.

Leggendo i commenti multilingue alle vostre canzoni su YouTube, c’è chi le paragona a quelle di band del calibro di Exodus e Testament. Prima di pubblicare “The Walls of Madness”, vi sareste mai aspettati un simile successo internazionale?
Siamo contenti di come “The Walls Of Madness” è stato recepito finora dal pubblico e dalle zine, speriamo di poter presto rendercene conto meglio suonando questi pezzi dal vivo.

Ci sono altri gruppi nell’underground italiano che seguite e segnalereste a chi vuole approfondire l’attuale scena metal old school?
Tra l’anno scorso e questa prima metà del 2021 sono usciti (e continuano ad uscire) una valanga di dischi validi, non saprei se come contraltare dell’assenza di concerti e tour a causa della pandemia, ma sicuramente è uno dei (pochi) risvolti positivi della situazione attuale. A noi direttamente collegati ci sono ll primo full degli Hellraiders (gruppo heavy/speed di F. Mad Pig), il primo LP e il nuovo split su 7” degli Eraser (il mio gruppo grindcore, in cui suonava anche Vio-Ful). Contemporaneamente sono usciti nuovi dischi thrash e speed metal molto validi tra cui il nuovo Bunker 66 (!) e il primo disco degli Hellcrash. Segnalo anche il primo album, uscito da pochissimo, dei Gargoyle di Reggio Calabria, attualmente uno dei gruppi di metal “oscuro” più originali in Italia.

State già lavorando al vostro primo full-length album? Continuerete sul filone del thrash metal più classico o ci stupirete con effetti speciali?
Sì stiamo lavorando a diversi pezzi nuovi, molti sono stati scritti contemporaneamente a quelli di “The Walls Of Madness”, per cui speriamo di finalizzarli molto presto. Riguardo lo stile, sicuramente di thrash si tratterà, ma ciò non esclude gli effetti speciali!

Bigg Men – Barbarie stoner

“Bigg Men” (Home Mort, 2021) è l’album d’esordio omonimo della band stoner siciliana, prodotto insieme all’etichetta sarda, che unisce idealmente con un ponte psichedelico le due maggiori isole italiane.

Circolano poche informazioni sul vostro conto, la vostra musica però parla molto chiaro. Fondare un gruppo stoner, genere che spazia dal doom metal al rock psichedelico, è stata un’idea ragionata a priori o vi siete ritrovati in queste sonorità spontaneamente jammando insieme?
Ci sono versioni contrastanti su come tutto è nato. Di mezzo ci sono degli incontri casuali al box, dove suoniamo, per assistere alle prove dei Sgt. Hamster (padrini ideali con cui abbiamo suonato il nostro primo live nel 2015), ritorni da lunghi esili e delle discussioni alterate dal caldo (e da altro) ad una festa in piscina. Ognuno di noi aveva espresso il desiderio di provare a suonare qualcosa di lento, pesante e psichedelico visto che tutti e tre i Bigg hanno sempre suonato in gruppi velocissimi della scena punk palermitana (FUG, ANF, Il Tempo del Cane, Negative Path). La nostra indole riflessiva e il nostro procedere felpato hanno sicuramente influenzato il nostro suono. Per il primo anno di prove al box si può dire che non ci siamo mai rivolti la parola fra di noi, suonavamo e basta. Dopo un annetto abbiamo cominciato a essere un po’ più sciolti ma evidentemente siamo degli orsi non soltanto fisicamente ma anche spiritualmente.

“Bigg Men” è il vostro primo album omonimo, ma già nel 2016 avete pubblicato tre canzoni nello split “Bigg Men/HYLE”. Oltre alla maggiore ricercatezza degli arrangiamenti, qual è l’evoluzione più notevole fra lo split e questo album secondo voi?
In realtà le canzoni dello split e quelle dell’album sono nate nello stesso periodo e sono state registrate nella stessa sessione.

Ah! E come è nata la collaborazione con Giorgio “Furious” Trombino al sassofono per “Mule hair”, terza traccia del disco?
Furious per noi è un amico e in un caso addirittura un fratello. Fu lui a darci il nome Big Men, per il quale non si è neanche dovuto sforzare troppo: bastava vederci. Dario ha aggiunto una G e siamo diventati i Bigg Men. Poi Giorgio è sempre stato un nostro consigliere ed estimatore da amante del genere avendo suonato nei Sgt. Hamster e negli Elevators to the Grateful Sky. Non ricordiamo ora se tutto è nato durante delle Jam alle quali aveva partecipato o se il pezzo fu scritto pensando già ad una sua partecipazione, in ogni caso a noi piacciono le collaborazioni!

Oltre alla versione digitale, avete deciso di rilasciare l’album anche in cassetta. Assodata l’obsolescenza di qualunque supporto fisico per l’ascolto di musica, credete che le cassette vivranno lo stesso revival degli LP o pensate che resteranno un prodotto assimilabile quasi ad un gadget?
Mai smesso di accaparrarci cassette. Sono belle da vedere, costano poco e permettono di far girare la propria musica ad un gruppo squattrinato come lo sono i gruppi punk/hardcore/metal che si autoproducono. Inoltre gli amici di Home Mort hanno fatto un lavoretto grafico di fino, le loro cassette sono molto ricercate nelle scelte stilistiche. Ma poi ormai chi è nato dopo il 2000 non fa distinzione fra CD, cassetta e vinile, è tutta roba vecchia. La solita lotta fra adolescenza e obsolescenza.

Le uniche informazioni che sono riuscito a trovare sul vostro conto parlano di “Una stirpe di uomini che avevano un occhio solo, più alti degli alberi e bevitori di sangue umano”. Non esistono vostri video promozionali che provino queste scarne frasi, ma nel dubbio preferisco non contraddirvi. A parte gli scherzi, perché per “Barbarian”, il singolo del disco, avete rilasciato un “video audio” e non un “video video”?
Il “video audio” è stato rilasciato dai ragazzi di Home Mort come promo della cassetta. In realtà ti dobbiamo contraddire perché esisteva già un “video video” di “Barbarian” che abbiamo caricato su YouTube un paio di anni fa. Avevamo montato una clip del videogioco ispiratore dell’omonima canzone. In fondo, neanche tanto, siamo dei nerd.

Ascoltando le vostre canzoni e leggendone i titoli mi vengono in mente mostri medievali e guerre titaniche. Quest’impressione è confermata dall’immagine di copertina, in cui campeggia un dinosauro. Chi l’ha realizzata e perché avete scelto proprio questo animale?
È tutto opera dei produttori, deve essere così che ci vedono gli amici sardi dell’etichetta.

Anch’io allora vi vedo come gli amici di Home Mort, etichetta nata nel 2018. Come vi siete conosciuti e come avete lavorato insieme?
Home Mort è l’etichetta gestita dai Green Thumb, una band sarda con cui abbiamo condiviso un mini tour a tre (l’altro gruppo erano gli Evil Cosby) quando ancora era possibile farlo senza restrizioni di sorta (sic!). In quell’occasione abbiamo condiviso una manciata di serate e loro stranamente devono averci trovato simpatici, tanto che dopo poco tempo il loro batterista Fabrizio ci ha inviato una grafica che gli avevamo ispirato e noi ne abbiamo realizzato una T-shirt. Dopo un tot di tempo ci hanno contattato per dirci che volevano realizzare la versione in cassetta del nostro primo full-length, che fino ad allora aveva visto la luce in versione CD autoprodotta. Non potevamo che essere strafelici di accettare la proposta.

Per quanto riguarda il processo creativo delle canzoni, c’è una differenza fra le composizioni di Carlo e quelle di Kevin? Arrivate in sala prove con le canzoni già strutturate oppure ognuno porta delle idee che poi sviluppate insieme, con l’apporto di Dario alla batteria?
Si ci sono sicuramente delle differenze nel modo di comporre tra di noi, dettate dal nostro modo di suonare e dalle influenze musicali di ciascuno. Qualche volta è capitato che arrivassimo alle prove con dei pezzi più o meno strutturati, altre volte sono nati pezzi o riff dalle improvvisazioni. Il più delle volte qualcuno propone uno o più riff e poi ci si improvvisa sopra finché non ci sembra di avere una canzone tra le mani, quindi diremmo che in realtà la nostra è una composizione corale che valorizza le stravaganze individuali.

Dopo un lungo “letargo” per la band, periodo in cui Kevin e Carlo hanno abitato lontano da Palermo, ultimamente avete ricominciato a suonare con più continuità. Avete ripreso da quanto lasciato in sospeso o avete iniziato a lavorare a canzoni nuove?
Non parleremmo di “letargo”, quando non ostano impegni lavorativi o di studio, o viaggi individuali a qualsivoglia titolo, o quarantene da zona rossa (sic!) riusciamo in qualche modo a organizzarci per dedicarci alle prove o anche a jam di improvvisazioni, che ci sollazzano sempre alquanto. In verità abbiamo registrato sette nuove canzoni che costituiscono un altro album già pronto, e inoltre stiamo già lavorando a nuovo materiale per un progetto sul quale al momento non vogliamo dire altro se non che è ispirato alla “sorellanza transregionale”.

Big Niente – Luci nere

Big Niente” (Miacameretta Records \ Metaversus PR, 2021) è l’album d’esordio omonimo del progetto solista di Alessio Rinci, che mischia sonorità shoegaze e dream pop ad introspettivi testi in italiano. Ecco la nostra intervista.

La realizzazione dell’album è stata piuttosto veloce, hai scritto e arrangiato tutto in quattro mesi. Questo periodo di tempo ha compreso anche il lavoro in studio?
Allora in realtà per due canzoni (“Strade” e “Zero Kelvin”) avevo una demo abbastanza definita anche a livello di testo già dal 2019, mentre gli altri brani sono stati creati tutti durante il lockdown. Il processo creativo si è sviluppato prima in casa, tra marzo e giugno, e in seguito, una volta definito il tutto, siamo andati in studio (VDSS Studio) per 3 giorni di full immersion ad inizio agosto a incidere.

La lavorazione al disco è coincisa temporalmente con il primo lockdown, quando si stava chiusi in casa mentre fuori la primavera riscaldava le città vuote. Le sonorità cupe dell’album sono in qualche modo figlie di questa esperienza?In parte si, soprattutto per brani come “Nocturna”, “Disappear” e “Luce Nera”. Anche se comunque queste sonorità le avevo iniziate a sperimentare già da prima. Quel periodo (che tra l’altro non è ancora finito) mi ha influenzato e ispirato parecchio per la stesura dei testi.

I testi in italiano danno una marcia più agli arrangiamenti dal sound internazionale. Ho letto che in queste canzoni “è la voce ad accompagnare la musica, e non il contrario”, questo significa che prima hai definito le musiche e poi ci hai cantato sopra, magari improvvisando al microfono in flusso di coscienza? Oppure sei entrato in studio con i testi ben strutturati?
Per tutti i brani dell’album la musica è nata prima del testo, e diciamo che al 99% il mio modus operandi è questo. Di solito una volta che ho una base abbastanza definita inizio a scrivere una linea melodica partendo da alcune frasi e poi costruendo intorno. Mentre per “Zero Kelvin” è andata esattamente come hai detto: ho acceso il microfono senza avere idea di cosa dire (avevo anche un po’ fumato…) e ho iniziato a cantare, il testo che potete ascoltare nella versione finale è al 100% frutto di quella take (ovviamente poi registrata meglio in studio).

Il video di “Strade”, primo singolo del disco, mostra in loop il traffico veicolare di una città. Perché non hai scelto di presentare la canzone con un montaggio video più articolato?
Il minimalismo è stata una scelta estetica precisa. Non avendo tanto budget da investire abbiamo preferito fare una cosa semplice ma che rispettasse il mood e lo stile del brano e del progetto, lasciando quasi tutto alla fantasia dell’ascoltatore, piuttosto che girare un video “vero” ma magari fuori contesto. Questo progetto ha un’identità parecchio definita della quale sono molto geloso e protettivo.

Nella copertina dell’album una larga cornice nera inquadra un piccolo fumatore e una gallina al suo fianco. Da dove è nata l’idea di utilizzare questa immagine?
Sono un grande fan delle immagini creepy, e mentre lavoravo all’artwork dell’album mi sono imbattuto in questa foto trovata su internet, è una foto risalente ai primi anni del ‘900, intitolata “Smoking boy with chicken”, e da quanto ho capito è un vero autoritratto di questo ragazzino col suo pollo. L’ho trovata perfetta, era surreale e nostalgica, disturbante e divertente allo stesso tempo, un po’ come questo album.

Miacameretta Records, etichetta indipendente votata al suono fuzzy, a produrre. Come vi siete conosciuti e come avete lavorato insieme?
Ci siamo conosciuti ai tempi dei Teca (la mia vecchia band) poiché uno dei fondatori dell’etichetta (Filippo Strang) era diventato il nostro producer. È nato un rapporto di profonda amicizia e stima reciproca ed è stato automatico continuare a lavorare insieme anche per questo progetto.

L’assolo strumentale di “Nocturna”, brano conclusivo del disco, riecheggia in testa a lungo dopo la conclusione dell’album. Perché soltanto sette tracce per questo esordio?
Avevo molti altri brani pronti oltre i sette presenti sul disco, ma ci tenevo a far uscire un album coerente, quasi come fosse un concept. Less is More. Nella coda di “Nocturna” ho voluto creare questa marcia di addio che si è rivelata perfetta come chiusura del disco.

Con te hanno registrato in studio anche Marco Montesi e Francesco Fraschetti, rispettivamente batteria e basso del gruppo Teca, in cui suonate tutti e tre insieme dal 2017. Davide Tamburini ha contribuito a synth e chitarra. Avete continuato a suonare queste canzoni anche dopo la registrazione del disco o si è trattato di un’esperienza circoscritta, finora, alle mura del VVDS Studio?
Con Marco e Francesco suoniamo insieme da una vita, praticamente da sempre, mi resta difficile pensare alla musica senza di loro e, impegni di vita permettendo, mi piacerebbe averli sempre presenti al mio fianco. Davide invece è una fantastica new entry, data la differenza di età (lui 23 noi ultratrentenni) mi piace definirlo il nostro John Frusciante.  Purtroppo con queste zone colorate e coprifuochi vari è davvero difficile incontrarci in sala prove ma stiamo comunque continuando a lavorare insieme per riuscire a portare questo progetto live quando sarà possibile.

Progetti futuri a nome Big Niente?
A breve faremo uscire un EP di remix fatto in collaborazione con alcuni bravissimi dj e producer italiani. Poi sto scrivendo i brani per un secondo disco, e mi piacerebbe molto anche lavorare con le colonne sonore di film e serie tv. Per quanto riguarda i live al momento purtroppo è tutto fermo e non sappiamo quando si potrà iniziare a programmare sul serio dei concerti, ma cercheremo di usare questo tempo come opportunità per portare dal vivo il miglior set possibile.

Chino Mortero – Anima nera rock

“Mi presero di sabato” è una raccolta di storie ai limiti della legge, caratterizzate da un sound elettrico, americano e con forti influenze della cultura chicana. Ne abbiamo parlato con Chino Mortero, autore del disco uscito il 1° dicembre 2020 per Qanat Records.

Come è nato “Mi presero di sabato”?
È un album che ho scritto tra l’estate e l’autunno 2019. Avevo lavorato lungo l’anno ad un altro progetto, insieme alla Banda di Palermo, che purtroppo poi non è andato più in porto: si trattava di un concept molto caratterizzato dalla musica tradizionale messicana. Contemporaneamente però avevo scritto una manciata di altre canzoni, sempre storytelling, molto più elettriche però, più “americane” ed è nata la voglia di andare avanti comunque e portare a termine almeno un disco; questo è stato quello più “fortunato”. Siamo entrati con i ragazzi in studio a novembre 2019 e a febbraio 2020 avevamo tutto pronto. Il disco sarebbe dovuto uscire ad aprile scorso, ma la pandemia ha sconvolto un po’ tutti i piani ed abbiamo fatto slittare l’uscita a dicembre.

Perché questo titolo?
Il titolo è tratto dal testo di una delle canzoni del disco, “100 occhi”, e parla di un carcerato. È una frase che identifica bene le tematiche e la narrativa di quest’album: sono tutte delle storie ai limiti della legge o della decenza, caratterizzate da protagonisti che sanno di vivere il lato oscuro della propria vita e che quindi si aspettano prima o poi di dover rendere i conti a qualcuno che, un sabato o l’altro, verrà a prenderli.

Musicalmente tu nasci bluesman, poi scopri l’hip hop e pubblichi due album a nome Ciaka, rappando in italiano. “Mi presero di sabato” è un ritorno alle origini o c’è anche dell’altro?
Sono sempre e da sempre stato attratto ed affascinato da tanti generi e culture musicali diverse; lungo la mia carriera ho spesso cambiato radicalmente genere, a volte forse troppo repentinamente lasciando qualche vecchio ascoltatore un po’ spiazzato. Ma sono sempre stato un grande curioso, e mi è sempre piaciuto confrontarmi con diversi obbiettivi. Ho sicuramente dei generi che fanno parte del mio dna: la black music, la musica latina, la musica chicana. Questo album contiene delle canzoni che risentono sicuramente delle influenze delle origini, ma principalmente è un’opera in cui la musica abbraccia, senza volontà di stilemi, ciò che il testo racconta. Sentivo di volere caratterizzare delle atmosfere un po’ cupe, torbide, a volte pulp, quindi mi era inevitabile portare con me quei riferimenti che dal rockabilly di Johnny Cash arrivassero alle tare psicotiche di Nick Cave o alle bettole fumose di Tito & Tarantula.

So che la lavorazione del disco è avvenuta in diversi studi palermitani, come mai questa scelta?
È una decisione che ho preso da subito: ho tre grandi amici che portano avanti tre studi di registrazione con grande professionalità e grande energia e volevo coinvolgerli nella realizzazione di questo disco. Abbiamo registrato le parti strumentali al Tone Def Studio di Silvio Punzo, che ha capito subito che sound volevamo ottenere e ci ha aiutato molto nel raggiungerlo. Le voci sono state invece registrate presso lo Zeit Studio con Luca Rinaudo, vecchio amico e grande produttore musicale. Al Basement studio di Luca Gambino abbiamo infine registrato i fiati, le chitarre acustiche, contrabbasso, mandolinbanjo e abbiamo effettuato il mix del disco. Luca Gambino è stato molto bravo nel mettere a proprio agio le guest che sono intervenute nel disco e ci ha assicurato un ambiente totalmente amichevole e produttivo, situazione fondamentale secondo me per la buona riuscita di qualunque produzione.

Hai fatto uscire un video live di presentazione dell’album. Come mai questa scelta?
Avevamo in preparazione il video clip di uno dei brani che compongono l’album da fare uscire come primo singolo, ma la pandemia ha messo i bastoni tra le ruote anche a questo progetto. Allora, visto che la stagione dei live sembra ancora parecchio lontana e sono praticamente sicuro che non saremmo riusciti ad organizzare un live di presentazione, abbiamo deciso insieme a I Candelai (storico live club palermitano) di dare l’opportunità a chi volesse godere dell’esecuzione live del disco di poterlo fare con questo video, dove oltre al suonare le canzoni di “Mi presero di sabato” ne raccontiamo un po’ la genesi e la realizzazione. È un periodo molto duro per la musica dal vivo e penso che si debbano trovare delle strade alternative alle solite per la promozione e la divulgazione musicale e culturale. Non potrete venire ad un nostro live? Bene, ve lo facciamo vedere noi anche se con un video e non di presenza, così come siamo abituati a fruirne.

I testi raccontano storie di vite vissute al limite della legalità, ma trasmettono un desiderio di redenzione quasi religiosa. Fai spesso riferimento all’universo chicano dei messicani statunitensi, cosa ti ha portato a rapportarti a questi sentimenti di orgoglio chicano?
Sono sempre stato affascinato dalla cultura chicana perché la trovo incredibilmente vicina a quella mia, quella siciliana: sono entrambe fortemente legate alla famiglia e al credo cattolico, viviamo una storia comune di povertà ed emigrazione, entrambe sono radicalmente segnate da percorsi di criminalità spesso consequenziale all’indigenza e in tutte e due sento forte un senso di volontà di redenzione nonostante la vita faccia a volte scegliere le strade più pericolose. Due culture fortemente legate alla tradizione, alla territorialità, alla necessità di essere ascoltati e riconosciuti. Anche negli aspetti più controversi c’è grande affinità: il machismo, la componente matriarcale della gestione familiare, l’omofobia sono aspetti comuni. Anche nelle cose più leggere non posso che ritrovarmi vicino: sono un grande appassionato della cultura del Lowridring che è un achievement al 100% chicano e adoro la musica ed il cibo messicano, tejano e chicano.

Sulla copertina di “Mi presero di sabato” c’è un uomo armato in attesa, che sta architettando?
Intanto voglio cogliere l’occasione per ringraziare il mio homie Amil Report aka Tha Glocker per avere curato il progetto grafico di tutto il mio percorso sposandone appieno l’estetica. E poi il grandissimo Ciccio “Chronic” Tagliavia, che è il mio uomo copertina: Ciccio è un’icona della musica e della controcultura a Palermo da più di vent’anni, vero protagonista dell’underground di questa città, e mi ha riempito di orgoglio accettando di posare per il booklet di questo disco. La sua estetica poi sposa e rende benissimo il concept di questo album. Rappresenta appieno alcuni dei protagonisti delle canzoni di “Mi presero di sabato”: un uomo controverso dal torbido passato, con uno stile e una personalità ben definite che affondano i piedi nella tradizione, conscio del suo presente da fuorilegge aspetta che le forze dell’ordine appaiano da un minuto all’altro per venire a prenderlo. Ma siamo certi che non sarà una resa facile!

Qanat Records a produrre. Come vi siete incontrati e come avete lavorato assieme?
Sono stato tra i fondatori di Qanat Records dieci anni fa e per un po’ di tempo ne ho curato la sottoetichetta che si occupava prevalentemente di hip hop, reggae e black music (Catacomb Rec). Anche se la mia presenza lungo il corso del tempo non è stata più da protagonista sono sempre stato in contatto con i ragazzi dell’etichetta che sono, tra l’altro, tutti ottimi amici da tantissimo tempo. Con loro avevo già pubblicato il disco dei Pa All Bastardz ed il mio ultimo album rap “Vampiri”. È un’etichetta indipendente per me importante, sempre attenta alle produzioni palermitane con un occhio privilegiato su quei generi che difficilmente avrebbero trovato opportunità produttive pronte a spingerli. L’attitudine poi è quella che mi appartiene da sempre, essendo io ormai una vecchia salma: un piede nel passato, nella cultura DIY, nell’autoproduzione ma lo sguardo rivolto al futuro e al mercato digitale.

Tanti amici hanno contribuito a dar vita all’album. Come ci si sente ad essere il cuore di questo organismo?
Sono enormemente contento di questo aspetto. Da un lato conferma il fatto di avere seminato degli ottimi rapporti con i musicisti ed i tecnici che fanno parte della scena palermitana e di questo sono molto orgoglioso. Dall’altro sono assolutamente cosciente del fatto che Palermo abbia sempre sfornato grandi personalità e grandissimi talenti anche se lontani dai riflettori e non potevo non coinvolgerne alcuni di quelli che potevano aggiungere grande valore a questo mio lavoro. Mi sento parte di un grande scenario cittadino e sono sempre stato convinto che l’autoreferenzialità non sia una strada produttiva, quindi il confronto e la collaborazione non possono che essere un valore in più per qualsiasi produzione culturale. E non solo.

Qualche novità già in cantiere per il tuo futuro musicale?
La pandemia mi sta lasciando molto tempo libero viste le difficoltà lavorative che tutti ben conosciamo, dunque ne ho approfittato per spendere il mio tempo nella creazione musicale. Ho già scritto più di 10 nuovi brani che presto usciranno sul mio nuovo lavoro: sono delle canzoni molto differenti da quelle di “Mi presero di sabato”, non nella narrativa ma nelle sonorità, che sono molto più acustiche, intime, ombrose. Sono dei lavori molto più vicini alla musica mariachi, ranchera, alla musica nortena di Vicente Fernandez e Chavela Vargas; ci siamo quindi spostati più sul Messico vero e proprio che sulla sua anima chicana, senza dimenticare quei riferimenti che in un modo o nell’altro mi appartengono. Se “Mi presero di sabato” è un disco dall’attitudine live, molto d’impatto, questo sarà un lavoro molto più riflessivo e maturo, stiamo curando tutto con molta più attenzione per i dettagli e sono sicuro che verrà fuori un lavoro qualitativamente alto, complementare all’anima più rock, più sporca, che fino ad adesso è venuta fuori.

Bruno – Fatto d’acqua

Spawning” (Almendra Music, 2019) è il titolo del primo album solista di Bruno, che in undici brani per sola chitarra traduce in musica le proprie riflessioni sul mondo sommerso che ci circonda. Ecco la nostra intervista.

Come sono nati i pezzi di “Spawning”?
Non è facilissimo spiegare come sono nati i pezzi dell’album… La risposta più giusta sarebbe “dipende”. Hanno avuto un’origine variegata, sia nelle modalità che nei tempi. Alcuni sono scaturiti da improvvisazioni successivamente strutturate, altri sono in tutto e per tutto delle esecuzioni estemporanee avvenute in studio su idee musicali pregresse e altri ancora invece sono stati scritti nota per nota alla vecchia maniera. Sicuramente tutti sono il risultato delle esperienze che ho avuto, che si sono condensate e hanno preso questa forma nell’arco del tempo. E altrettanto certamente posso dirti che sono nati tutti nella mia stanza, da solo, con la chitarra in mano.

Perché hai scelto questo titolo?
“Spawning” viene dal verbo inglese “to spawn” e significa generare, germinare, produrre, fare le uova. Si usa per indicare la riproduzione e la deposizione delle uova negli animali acquatici. La metafora mi sembrava attinente con il concetto di produrre e generare musica, come se i pezzi fossero delle cellule germinali. È anche un chiaro riferimento alla biologia marina, mia grande passione.

Infatti! So che sei appassionato di immersioni, cosa di queste avventure sottomarine emerge nelle tue composizioni?
Le immersioni subacquee sono una parte fondamentale della mia vita e hanno sicuramente avuto un ruolo nella creazione di questo lavoro. Come tutto quello che di “extra musicale” facciamo e che in qualche modo “rientra dalla finestra” quando si tratta di produrre. È un’ovvietà, ma il mare è motivo di grande ispirazione in generale… Probabilmente esiste una dimensione affine tra queste composizioni e il concetto di mare, di viaggio, di immersione, etc. ma non saprei dire specificamente dove o in che cosa. Tra l’altro ho scoperto che non pochi musicisti, alcuni addirittura del mainstream, sono subacquei (Max Gazzè è un perfetto esempio, ma anche Claudio Baglioni… eheh). Un’altra curiosità è che sott’acqua in linea di massima si sta in silenzio (parlare si può ma non è agevolissimo) e se non fosse per il suono del respiratore e delle bolle che ne scaturiscono, il silenzio sarebbe pressoché totale (se escludiamo anche i motori delle barche e le rispettive ancore che sbattono sul fondale). Questo silenzio è forse uno degli aspetti più interessanti in assoluto (oggi in realtà sappiamo che alcuni tipi di pesci e altri animali marini emettono dei suoni ma sono per lo più impercettibili). Cionondimeno, devo confessare che spesso mi capita di cantare durante le immersioni…

Su YouTube i pezzi di “Spawning” sono accompagnati da tue riprese sottomarine, soltanto in un video ci sei tu ad eseguire il brano “Salpa”. Da dove è nata l’idea per questa registrazione? Si tratta di un’esecuzione dal vivo differente dalla take presente nel disco?
La versione di “Salpa” presente su YouTube è esattamente la stessa dell’album, abbiamo fatto le riprese video insieme a quelle audio originali durante le registrazioni. Era necessario avere almeno un video in cui si vedesse chi stesse suonando cosa… e “Salpa” mi è sempre sembrato il pezzo più adatto: è uno dei più orecchiabili ma anche dei più difficili da eseguire. È anche uno di quelli a cui sono più legato.

Almendra Music, etichetta particolarmente attenta alla produzione di musica strumentale, ha sposato il tuo progetto. C’è stato un momento particolarmente significativo durante la realizzazione di questo lavoro?
Il progetto ha avuto una genesi non esattamente lineare e per certi versi travagliata, per cui direi che ogni momento è stato pregno di significato. Essendo la mia prima volta per un disco “solo chitarra”, sicuramente tutta la fase di pre-produzione è stata stimolante.

La copertina dell’album, dominata da un blu intenso, vista da lontano somiglia ad un cielo stellato, invece più da vicino sembra proprio evocare atmosfere subacquee. Come è stata realizzata quest’immagine?
La copertina è opera del valente grafico e visual artist Antonio Cusimano, che ha sempre collaborato con Almendra Music e con il quale si è sviluppata un’ottima intesa col passare degli anni. È stata una bella intuizione, sembra effettivamente una galassia ma a uno sguardo più attento le “stelle” si rivelano per quello che sono, cioè bolle o se vogliamo uova…

Tu suoni contemporaneamente in diverse band, Forsqueak ed Utveggi sono le prime che mi vengono in mente ed ai cui concerti mi diverto sempre. Questo album ha un legame col tuo percorso musicale o se ne distacca?
Credo ci sia un legame inevitabile col percorso condiviso in questi anni insieme agli altri componenti delle band. Ci si è influenzati, stimolati e incoraggiati molto a vicenda ovviamente. L’album è la naturale conseguenza di quanto fin qui maturato. Ma c’è anche parecchio di quanto affrontato personalmente, come gli studi classici e l’improvvisazione. Il risultato non sarebbe stato lo stesso se non avessi studiato la chitarra e la musica classica, nel bene e nel male.

Ad un concerto di presentazione di “Spawning” hai accennato al tuo passaggio dalle accordature standard a quelle cosiddette aperte. In che modo questo cambiamento ha influito sulla composizione, oltre che sull’esecuzione dei pezzi?
Direi che è stato fondamentale, questo album semplicemente non esisterebbe se non avessi “scoperto” questa accordatura alternativa (non è “aperta” in senso stretto, gli intervalli tra le corde a vuoto non formano un accordo preciso). Mi è stata suggerita da un grande amico chitarrista, Giancarlo Romeo, nonché mio dentista, che non ringrazierò mai abbastanza. Anche questo è un percorso forse banale: dopo tanti anni di studio e di formule chitarristiche ormai cristallizzate, le accordature alternative sono uno stimolo e una fonte di ispirazione enorme. Tutto quello che facevi in modo ormai prestabilito ed inevitabile, assume colore, suono e forma completamente diversi. E quindi la sorpresa che ne scaturisce mi ha di fatto condotto sulla maggior parte dei pezzi dell’album e mi ha consentito di comporre qualcosa di diverso. Il bello è che con le accordature aperte non si arriva mai a un controllo totale dello strumento, lo stesso che si ha con accordatura standard. E’ molto difficile ad esempio improvvisare melodicamente, perché vengono a mancare gli automatismi delle scale… Ma è proprio quello che serve per trovare soluzioni sempre nuove e provare anche a essere il più musicali possibile, uscendo dai classici stilemi della chitarra che spesso ci intrappolano. Ma non bisogna esagerare, perché anche l’accordatura aperta ti porta a utilizzare formule che si cristallizzano, facendo diventare tutto improvvisamente noioso e scontato. Insomma è bello variare sempre, il più possibile!

Qualche anticipazione sui tuoi progetti futuri a nome Bruno?
L’inevitabile prosecuzione del progetto dovrà essere necessariamente un “Re-Spawning”… Prossimamente su questi schermi…

Lou Mornero – Pace ombrosa

“Grilli” (Cabezon, 2021 \ Fleisch Agency), album d’esordio ed evoluzione naturale del primo EP di Lou Mornero, è un lavoro che cresce ad ogni ascolto, ma anche ogni volta che un passaggio strumentale o un verso riaffiora in mente mentre si è sovrappensiero. Il polistrumentista Andrea Mottadelli ha partecipato alla realizzazione del disco, le cui sonorità spaziano agevolmente dal folk alla dub, dal blues al trip hop. Ecco la nostra intervista.

La canzone “Grilli” apre l’album e ne rappresenta bene le atmosfere, però potrebbe risultare di difficile approccio per le orecchie meno avvezze alla musica d’autore. Perché non hai scelto un brano introduttivo più diretto come “Happy Birthday Songwriter” o “Due”?
Di base perché certe decisioni competono, nel bene e nel male, esclusivamente alle mie sensazioni che, in quanto tali, possono eludere la percezione altrui finanche nell’ipotesi di risultare, come dici, ostiche per alcuni, ma non vedo alternative. In secondo luogo perché “Grilli” ha un mood e un’atmosfera secondo me adatte ad introdurre un discorso musicale, atmosfera che avverto meno negli altri due brani che hai citato, pur non mancando di pathos, ma differente, da discorso già avviato, per così dire. E’ proprio una questione di gusto personale e nulla più.

Hai prodotto l’album “Grilli” insieme ad Andrea Mottadelli, che ha dato un tocco d’elettronica al tuo stile prevalentemente acustico. Avete registrato quasi tutte le canzoni lontani l’uno dall’altro, ognuno nella propria città. Il risultato finale corrisponde alle aspettative iniziali o, lavorando a distanza, avete preso direzioni musicali impreviste in corso d’opera?
Tra me e Andrea, distanti solo per questioni geografiche, c’è sempre stata un’interazione e un confronto talmente fitti che nulla, in fase di produzione, è stato lasciato nell’esclusivo palmo dell’uno piuttosto che dell’altro, perciò ogni canzone ha una veste al cui ricamo abbiamo contribuito entrambi. La premessa non toglie il fatto che lavorare con Andrea sottintenda l’apertura a sorprese e soluzioni inaspettate poiché lui ne è una fonte inesauribile e ti confesso che se stravolgere mi è risultato in alcuni casi inizialmente complicato da digerire, in altri è stato una rivelazione. “Piccolo Tormento” è un esempio calzante dell’intuizione di uno e dell’apertura dell’altro: io l’ho sempre considerato un blues acustico e sporco, così lo suonavo tra me e me, mentre Andrea l’ha trasformato in un brano quasi industrial, accendendo la mia curiosità e trovando il mio appoggio nonché compiacimento finale. Questo per dire che il risultato ha talvolta trasformato e superato le aspettative iniziali.

Ho letto da una tua una intervista che, se fossero persone, alcune canzoni di questo album sarebbero già “adolescenti”, nel senso che tu le hai concepite parecchi anni fa. Una di queste è proprio il singolo “Happy Birthday Songwriter”, che hai affidato all’esecuzione vocale di Paolo Saporiti. Daniele Paoletta canta invece in “La Cosa Vuota”. Come è stato distaccarsi da questi brani, che sono cresciuti insieme a te per così tanto tempo?
Non penso ci si possa distaccare mai da qualcosa che ti è nato dentro e attraverso te ha trovato il modo di arrivare ad altri e nel contempo mi fa molto piacere che queste canzoni non siano più solo mie, d’altronde non posso trovare un senso nello scriverle che non preveda la loro pubblicazione e condivisione. Il fatto di ospitare altre ugole ad affiancare la mia è fonte di pura gioia poiché, oltre a significare che quello che faccio ha un senso, mi riempie d’orgoglio personale e mi alleggerisce in qualche modo. Le collaborazioni in questo album, ma più in generale collaborare con artisti che stimi e rispetti aggiunge sapori al piatto, sfumature nuove e mi vengono in mente diversi dischi propriamente collaborativi che occupano posti fissi nel mio juke box personale.

Un lungo piano sequenza all’interno di un bar occupa i primi due minuti del video di “Happy birthday songwriter”. Tu sei al contempo il protagonista della storia ed uno spettatore, complice il fatto che a cantare davanti a te c’è proprio Paolo Saporiti. Mi sembra anche che a suonare la chitarra ci sia Andrea Mottadelli. Come è stato registrare tutti insieme questo video?
Uno spasso! Prima di tutto eravamo tra amici e, oltre a Paolo e Andrea, includo chi era dietro la camera, davanti la camera e dietro al bancone e poi è stato divertente perché abbiamo girato in un locale che frequentiamo tutti più o meno abitualmente, il Bar Bah, quindi non si è percepita la differenza tra lo stare su un set di un video e il trovarsi in una qualsiasi serata, se non per il fatto che ero costretto a buttar giù whiskey e birra a ogni ripresa, in genere non ho bisogno di un regista per ripetere certe azioni. E poi c’è l’aneddoto, ossia che alla mezzanotte di quel giorno era davvero il mio compleanno, puoi quindi immaginare i giri di brindisi che son partiti nonostante fosse solo lunedì…

Finito di guardare “Happy Birthday Songwriter”, YouTube mi propone una selezione “slow rock”, con tanto di Kurt Cobain in versione unplugged come anteprima. Secondo te, che orientamento stanno prendendo le tendenze musicali attuali? Si sta andando, come successe nella seconda metà degli anni ‘90 dopo il frastuono dell’era grunge, verso sonorità meno chiassose?
Mah, non saprei dirti. Ascolto un sacco di musica nuova, diversa e di qualità e ce n’è per tutti i gusti. Da quella più energica a quella più chill, basta curiosare un po’. Sicuramente le contaminazioni hanno preso il sopravvento negli ultimi anni e la cosa mi garba parecchio. Se parli più in generale di mainstream mi viene naturale girarci un po’ alla larga pur essendo abbastanza informato sui fatti ma credo che si debba fare un doveroso distinguo, in Italia soprattutto, tra il mainstream spesso facilotto e senz’anima, spremuto e propinato in tutte le salse e il sottobosco che vive nell’ombra e nell’ombra resta. Da noi in particolare ci sono distanze importanti tra i due mondi, quello che frequento abitualmente offre sempre spunti interessanti mentre l’altro tende a perplimermi un po’.

“Ouverture”, traccia conclusiva di “Grilli”, è l’unica canzone dell’album registrata dal vivo in studio, e che studio! Che emozioni hai provato ad entrare in un tempio della musica come lo Strongroom studio, dove hanno inciso nomi del calibro di Nick Cave e Prodigy?
Purtroppo io non l’ho visto neppure da lontano lo Strongroom poiché non mi è stato possibile andare a Londra a causa delle restrizioni dovute alla pandemia. Solo Andrea, londinese da qualche anno, si è recato a registrare e per l’esattezza al Bella Studion che si trova all’interno del complesso degli Strongroom.
Pertanto la parola passa direttamente a lui: “Avevo già avuto in precedenza l’opportunità di lavorare lì per un mix di un altro progetto, ma non nascondo che entrare in una struttura così importante che ha contribuito a tanti dischi che ho ascoltato un’infinità di volte non lasci certo indifferente. Sicuramente una bella sensazione. La cosa positiva è che mi sono trovato a mio agio in un’atmosfera creativa e rilassata al tempo stesso. Credo che questa cosa possa emergere nel lavoro fatto su “Ouverture” in cui sono partito nello sviluppare un’idea di arrangiamento che già avevo in testa, per poi sfruttare l’ispirazione del momento e degli strumenti che ho trovato a disposizione.”

Nella copertina dell’album luci al neon ed alberi fioriti fanno da cornice ad una figura nascosta sotto un ombrello. Come mai hai scelto questa immagine?
La risposta è molto semplice: è l’unica scattata durante una session apposita organizzata col mio vecchio amico nonché fotografo sopraffino Luca Tombolini. Ci eravamo dati appuntamento una sera all’indomani della fine del primo lockdown, armati di buoni propositi per fare qualche fotografia in città ma dopo qualche sopralluogo e un solo scatto, appunto, si è messo a piovere per bene e questo ha mandato all’aria tutti i piani per quella sera. Dopo di allora non siamo più riusciti a organizzare un’altra sessione per i vari impegni di Luca che lo portano spesso all’estero e quindi l’unica immagine che avevo era quella che poi è finita sulla copertina del disco. Detta così potrebbe sembrare che non avessi altra scelta ma in realtà non mi sono neppure affannato a cercare un’alternativa, quell’unico scatto aveva qualcosa che mi appartiene molto, una sorta di solitudine pacifica che non smetto mai di cercare, ed è in qualche modo silenziosa, che pare una contraddizione parlando di musica ma evidentemente alludo alla frenesia del mondo che lì dentro è messa a tacere. E poi c’è la sera, il buio, il mio momento preferito. La mia compagna si è poi adoperata nel ritoccare e accendere i colori nonché realizzare la grafica che a breve troverà la giusta collocazione nelle copie fisiche del disco.

Dopo aver apprezzato “Grilli”, sono andato ad ascoltare il tuo lavoro precedente. Seppur arrangiati e prodotti diversamente, alcuni brani del tuo EP di debutto e di “Grilli” hanno un elemento comune, cioè le lunghe code strumentali. Che valore dai tu a queste appendici? Sono digressioni verso nuovi orizzonti o hanno un significato diverso?
Ottima osservazione di cui ti ringrazio! La verità è che amo i viaggi musicali, mi ci abbandono con estrema facilità e molto gusto, mi coccolano la mente e mi ci perdo. Fosse per me ogni momento della giornata potrebbe essere scandito al tempo di lunghe code strumentali. In realtà non gli si deve dare per forza un significato, io non ce lo vedo, è puro piacere che asseconda il gusto di chi le compone e in questo senso includo anche Andrea che, come me, adora perdersi nel suono. Scavando nel passato mi vengono in mente certe jam sessions da saletta, quelle un po’ erbacee, che potevano superare tranquillamente i dieci minuti ininterrotti senza la presenza di una singola nota vocale, bei tempi quelli.

Nell’intervista a cui mi riferivo prima, hai dichiarato anche di voler continuare a creare “senza l’obbligo di fare qualcosa che piaccia per forza o che debba andar bene a qualcuno in particolare, che non sia io stesso”. “Grilli”, naturale evoluzione del tuo primo EP, conferma le tue parole. Ti stai già dedicando al prossimo capitolo?
Nella mia testa “Grilli” fa già parte di un passato lontano e sento fisso il bisogno di aggrapparmi a qualcosa di nuovo che prenderà forma in maniera spontanea nel tempo. Non smetto mai di abbozzare idee musicali, a fasi alterne ma costantemente, e qualche cosa che mi stuzzica già c’è. Mi piacerebbe dare sfogo alle mie diverse anime musicali e approfondire suoni che ancora non ho avvicinato ma che esercitano un forte fascino.