Dowhanash – Dalle ceneri del drago

Rigel ha scritto dalla prima metà degli anni novanta in poi alcune delle pagine importanti del metal estremo tricolore, legando il proprio nome a quello di band del calibro di Antropofagus, Spite Extreme Wing e Detestor. Ed è proprio dalle ceneri di quest’ultimi che prende vita il nuovo progetto Dowhanash (che vede nelle propria fila un altro ex Detestor, Daniele), anche se “From the Ashes” (Black Tears of Death \ Nadir Promotion) è tutt’altro che una copia di quanto pubblicato in passato dagli autori di “In the Circle of Time”.

Ciao Rigel, dal 20 novembre è fuori il vostro EP d’esordio, “From the Ashes”, a nome Dowhanash: le ceneri a cui si fa riferimento nel titolo sono quelle dei Detestor, gruppo in cui militavate tu e Daniele?
Sì, ma non solo: il titolo del CD parla della situazione musicale di noi tutti, infatti abbiamo una certa età (Kane a parte) e questo disco, anzi il gruppo stesso, è per noi una vera e propria rinascita, un nuovo inizio… e la fenice ci è sembrato il simbolo più adatto. 

Avete mai avuto la tentazione di ripartire come Detestor anziché incominciare da zero con un nuovo progetto?
Direi di no, anche perché i Dowhanash sono nati per un mio impulso di fare una concept band “concettualmente” differente dai Detestor. Ogni cosa nasce, cresce e muore, e quando rinasce non è più la stessa.

Cosa vi portate dietro dell’esperienza Detestor e cosa invece c’è di nuovo rispetto a quanto proposto in precedenza con la vecchia band?
Facendo attenzione ai pezzi si può sentire che alcuni riff e alcune melodie ricordano il modus operandi dei Detestor, per certi versi si potrebbe dire che siamo l’evoluzione dei Detestor… ma “Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale.” Il nostro intento è fare qualcosa di originale, non abbiamo intenzione di imitare niente e nessuno.

“From the Ashes” contiene quattro canzoni più un’intro, queste quattro tracce come e quando sono nate?
La maggior parte dei riff di “From the Ashes” hanno più di vent’anni: abbiamo cominciato a sistemarli Dani ed io, nel retro del mio ex negozio. Naturalmente nel tempo li abbiamo modificati e adattati in base ai gusti di tutti i componenti della band.

Perché avete deciso di pubblicare subito il materiale in forma EP e non aspettare e uscire con un disco completo?
Il motivo principale è che non vedevamo l’ora di uscire allo scoperto. Dani ed io abbiamo impiegato una vita per trovare i membri per completare la line up, così quando finalmente Pablo (il cantante) e Kane (il chitarrista ritmico) si sono aggiunti a Eddy (il bassista che era con noi già da un anno circa), non abbiamo perso tempo e, dopo soli tre mesi, siamo andati a registrare il CD al Bagoon Studio.

La genesi della band passa attraverso una fase a nome Alpha Draconis, in cui avete dato vita al draco metal. Come mai avete cambiato nome e linea stilistica?
Lo stile lo abbiamo mantenuto, abbiamo solo cambiato il nome perché Alpha Draconis era un moniker già usato da altri gruppi metal, mentre Dowhanash è un nome talmente originale che, sul web, si trova solo in riferimento al nostro gruppo.

Appunto, Dowhanash è un nome particolare e misterioso, cosa significa realmente?
Dowhanash è in lingua Draconiana. È un concetto che viene fuori mettendo insieme queste quattro parole: Dow Ha Naa Sha (che fondendosi tra di loro perdono due “a”). Questa lingua è molto antica ed è rimasta segreta fino ai giorni nostri, infatti sono pochissimi quelli che ne sono a conoscenza. Ovviamente la maggior parte della gente penserà che sia una nostra invenzione, ma questo per noi non è un problema. Per il momento lasciamo ancora un po’ di mistero su questo nome e non ne sveliamo il significato, ma ai più curiosi consiglio di cercare gli “Ofiti” su Wikipedia, lì potranno trovare degli indizi interessanti.

Avete mai proposto queste tracce dal vivo prima dello stop imposto dalla pandemia?
L’unico concerto che abbiamo fatto, ad oggi, è stato quello del 15 Ottobre 2020, già in periodo di restrizioni. Ne approfitto per ricordare che su Youtube ci sono quattro video girati la sera del concerto, che solo chi ha comprato il CD può vedere, infatti solo uno dei quattrolo abbiamo lasciato pubblico.

Avete già del materiale nuovo o vecchio, ma escluso dall’EP, su cui state lavorando per dare continuità al progetto?
Proprio in questi giorni stiamo sistemando due pezzi “nuovi”. Dico “nuovi” tra virgolette perché anche questi, come molti altri che faremo in futuro, hanno più di 20 anni. Ho ancora tanta musica nel cassetto che aspetta di vedere la luce… basta una spolverata e sono pronti…

È tutto, grazie.
Grazie a voi per averci dato l’opportunità di fare questa intervista. Vorrei ringraziare anche Daniele Pascali e Trevor (dei Sadist) per la promozione che ci stanno facendo.

Malignance – God of war

Il 2020 è un anno da dimenticare, anche se, probabilmente, non lo dimenticheremo mai. Allora aggrappiamoci alle cose positive, come il nuovo disco dei Malignance, “Dreamquest: the Awakening” (Black Tears of Death / Nadir Promotion). Il gruppo si era rifatto vivo già tre anni fa con “Architects of Oblivion”, quindi non ci troviamo innanzi a un ritorno insperato, però questo non significa che non manchino le novità, come per esempio la line up con un solo membro – Arioch – che pare sancire l’inizio di un’inedita fase della vita dei liguri.

Benvenuto, Arioch, tre anni non sono pochi, ma diventano un’inezia se paragonati ai quattordici che hanno separato “Regina Umbrae Mortis” da “Architects of Oblivion”. Questi tempi più ridotti tra l’uscita del 2017 e questa datata 2020 li dobbiamo intendere come voglia di recuperare il tempo perso?
Ciao, semplicemente ho ritrovato la voglia di comporre materiale di questo tipo. Per anni non ho “sentito” di doverlo fare e di conseguenza sapevo di non poter proporre qualcosa di musicalmente valido. Non ho mai pianificato nulla per quanto riguarda le uscite discografiche dei Malignance, tutto segue un naturale ritmo “ispirazione/composizione” fin dai tempi della nascita della band nel 2001, per cui non ti so dire se il prossimo album uscirà fra un anno o fra altri quattordici, tutto dipende esclusivamente dal mio grado di ispirazione.

Hai dei ripianti legati al lungo lasso temporale che separa la vostra prima uscita dalla seconda?
Rimpianti direi di no. Subito dopo l’uscita di “Regina”, Krieg decise di lasciare la band e non senza difficoltà trovammo un sostituto, Vindkald, con cui ci dedicammo all’attività live per promuovere il disco e partecipammo ad uno split album con altre tre band, oltre a registrare un promo con materiale nuovo. Non riuscendo però a concretizzare il tutto in un nuovo album, decisi di sospendere Malignance a tempo indeterminato; semplicemente, non ho avuto lo stimolo giusto per riportare in attività il progetto fino a fine 2016. Considero i Malignance una mia estensione musicale, non ho mai sentito alcun tipo di “obbligo” verso me stesso o altri a pubblicare nuovi lavori di questa band, per cui sono certo di aver fatto la cosa più giusta.

Quando siete tornati con “Architects of Oblivion” avete trovato una scena musicale e, soprattutto, un mercato discografico completamente stravolto rispetto ai vostri esordi. Credi di aver commesso degli errori dovuti alla scarsa conoscenza del nuovo scenario e, se sì, cosa hai evitato di sbagliare nuovamente in occasione dell’uscita di “Dreamquest: the Awakening”?
Sicuramente, come dici, è tutto diversissimo rispetto al 2003. Avevo perso quasi tutti i contatti con le persone dell’ambiente, a parte pochissimi, e mi sono trovato a dover ricostruire tutto pezzo per pezzo. Alla luce dei fatti sono comunque abbastanza contento di come sono andate le cose, vedo “Architects” come un potenziale nuovo inizio e chiunque abbia voglia di ascoltarlo può riscoprirlo ora, anche se purtroppo all’uscita non ha avuto la promozione che secondo me sarebbe servita. Sicuramente per “Dreamquest” ho cercato di avere dei canali migliori per far conoscere l’album al pubblico e raggiungere più persone di quanto sia riuscito a fare con “Architects”.

Hai già partecipato al tributo dei Necrodeath come one man band, ma sicuramente l’assenza di Krieg, per la prima volta su un vostro album intero, fa specie. A cosa è dovuto lo spilt con il tuo storico partener e come mai hai deciso di continuare da solo anche in occasione del terzo disco?
Sentivo il bisogno di gestire tutto il processo di scrittura e arrangiamento dei brani, testi compresi, senza dovermi interfacciare con altri, tutto qui. Negli anni mi sono dedicato molto allo studio della musica e mi sono migliorato anche a livello vocale: qualche tempo fa non mi sarei mai sognato di cantare su un disco, ma dopo aver fatto varie prove, oltre a un live dove ho suonato la chitarra e cantato per sostituire un Krieg con problemi di salute dopo l’uscita di “Architects”, mi sono reso conto che i tempi erano maturi. Detto questo, Krieg resta un vocalist unico e una persona che stimo, gli auguro tutto il meglio per i suoi progetti musicali.

Come cambia il tuo modo di comporre e registrare ora che sei solo?
Sicuramente il processo è estremamente più veloce; “Dreamquest: the Awakening” è stato composto e registrato nel giro di dieci giorni. Mi piace avere la più totale libertà di azione sui brani, ad esempio se durante la stesura delle linee vocali mi rendo conto che una parte della canzone è troppo lunga e ripetitiva posso tagliarla a mio piacimento, o aumentarne la durata se riscontro il problema opposto. Sono stato molto felice poi di potermi occupare dei testi, che ritengo una parte fondamentale di un album.

Qual è la componente che è rimasta immutata nel vostro sound dai tempi di “Regina Umbrae Mortis” e quale invece quella che contraddistingue in modo univoco questo “Dreamquest: the Awakening”?
Credo che il mood di fondo dei Malignance non sia cambiato poi tantissimo, sicuramente sono maturato a livello compositivo, ho limato molti spigoli ed eliminato qualche ingenuità compositiva, ma il sentiero resta sempre quello che iniziai a tracciare con “Ascension to Obscurity”, il primo EP. Di certo quello che contraddistingue “Dreamquest” sono le parti vocali, la vera novità di questo album.

Credi che il primo singolo estratto dal disco, “God of War”, contenga al proprio interno queste caratteristiche?
Penso di sì, anche se all’interno del disco non mancano episodi più cadenzati e altri con intrecci melodici e armonici più complessi. “God of War” è un pezzo di impatto e abbastanza immediato, penso sia stata una buona scelta per un singolo di lancio.

Un connubio invece che si è rinnovato in occasione di questa pubblicazione è quello che unisce, come in passato, i Malignance con la Black Tears of Death. Quali sono i valori che ti legano all’etichetta genovese?
Conosco Daniele della BTOD da tantissimi anni ed è stato uno dei primi a credere nei Malignance, quando eravamo agli esordi. Sono felice di poter collaborare di nuovo con lui, dopo il tributo ai Necrodeath, perché è un’ottima persona e un vero appassionato di musica e spero che questo sodalizio possa continuare in futuro portando soddisfazioni a entrambi!

Porterai l’album dal vivo e, se sì, hai già individuato gli artisti che ti accompagneranno?
L’intenzione ci sarebbe, ovviamente in questo periodo tutto è molto incerto e nebuloso, ma mi piacerebbe farlo. In passato ho avuto il piacere di collaborare con Eligor e Fog (ex membri dei Sacradis) e un giovanissimo e talentuoso bassista genovese (Jack Repetti) per portare nuovamente live i Malignance, questa volta ho ricontattato Achernar, storico membro dei Malignance, per vestire i panni di bassista in sede live. Devo ancora individuare un chitarrista e un batterista, ma il tempo per farlo non mancherà.