Blood Thirsty Demons – Cristian Mustaine racconta i suoi album con la storica horror metal band

Abbiamo chiesto a Cristian Mustaine di raccontarci in esclusiva i suoi album con la sua storica horror metal band Blood Thirsty Demons.

Necrofili – L’immacolata decomposizione

Al di là della retorica sul quanto sia importante avere un sound personale, quanto l’essere poco inquadrabili può essere un vantaggio? Stando ai Necrofili, l’originalità è un’arma a doppio taglio che può portare in egual misura consensi e critiche negative. Ciò che conta, però, è andare dritti per la propria strada, magari anche senza particolari vincoli artistici. Da questo punto di vista il nuovo EP “Immaculate Preconception” è un esempio da manuale.

Ciao Carlo (Pelliccia, voce e chitarra), da qualche tempo è uscito “Immaculate Preconception”, il vostro ultimo EP. Ti chiederei di stilare un primo bilancio sull’accoglienza ricevuta dal disco.
L’accoglienza di “Immaculate Preconception” ci ha piacevolmente sorpreso. La critica, nella maggior parte dei casi, lo ha premiato con recensioni veramente molto positive, sia sulle riviste e webzine più generaliste e gettonate, sia su quelle che si concentrano in maniera specifica sull’underground. L’accoglienza del pubblico è stata altrettanto buona: abbiamo già ristampato una volta la versione CD per esaurimento della prima tiratura, e al momento anche il secondo lotto è agli sgoccioli. Tutto questo ha un po’ innalzato la nostra visibilità nel circuito underground, e ci ha dato la possibilità di fare diverse date dal vivo in contesti differenti dal solito, compresa la possibilità di esibirci in apertura per gruppi storici come Distruzione, Assassin e Benediction. Insomma, finché non è arrivato il Covid a guastare la festa, devo dire che ci siamo divertiti nel corso dell’ultimo anno.

Avete scelto la strada dell’autoproduzione, è stata una decisione presa da subito o è figlia della difficoltà di trovare un contratto soddisfacente?
“Immaculate Preconception” è nato direttamente come un’autoproduzione, così come è accaduto anche per il suo predecessore “The End Of Everything”. Per questi due lavori non abbiamo neanche provato a cercare un’etichetta che li producesse. Lo abbiamo fatto in passato, ormai più di dieci anni fa, quando abbiamo registrato un demo (“Promo 2008”) e lo abbiamo fatto girare per etichette sperando di ricevere una proposta per il nostro successivo full-length. Ma è stato un completo buco nell’acqua, non abbiamo ricevuto nessuna proposta vera e propria, solo offerte da parte delle agenzie di promozione. Da quel momento in poi ci siamo orientati sempre ed automaticamente sull’autoproduzione e sull’autopromozione, evolvendo gradualmente ciò che avevamo imparato a fare per i primi demo. In fondo, ci piace l’autoproduzione: ci prendiamo i nostri tempi ed abbiamo libertà assoluta. Non solo i nostri lavori sono “autoprodotti” nel senso di “autofinanziati”, ma sono anche materialmente registrati, mixati e masterizzati da noi stessi nella nostra sala prove, senza avvalersi di uno studio professionale. Anche se i risultati che siamo in grado di raggiungere sono ormai di buon livello, sappiamo bene che, sia per mezzi sia per competenze, non siamo in grado di rivaleggiare con la pulizia e l’impatto sonoro delle produzioni mainstream, e spesso neanche con quelle di quei gruppi underground che scelgono di spendere soldi in uno studio professionale. Da un certo punto di vista, quindi, soffriamo questa condizione, ma dall’altra vantiamo di avere un suono realmente nostro. Vedi: quando il budget da investire non è molto, e credimi che questo è sia il caso delle produzioni autofinanziate sia di quelle spesate da una piccola etichetta, puoi accedere ad uno studio professionale solo per poche ore di lavoro. Non hai il tempo di creare un tuo sound, ti prendi il suono standard che quello studio fornisce per il tuo genere di riferimento. Insomma, alla fine il tuo disco suona bene, ma uguale a mille altri.

Avete una quindicina di anni di carriera alle spalle, che consiglio vi sentite di dare alle giovani leve che oggi si affacciano oggi nel mercato musicale?
Non so se una giovane leva abbia voglia di ascoltare i consigli di un quarantenne che fa metal da una vita senza aver mai raggiunto alcuna fama rilevante. Forse un ventenne ha più voglia di sfondare, di diventare qualcuno, ed è giusto così. Ho pochi consigli pratici su cosa fare e cosa non fare. L’unico che mi sento di dare, pertanto, è sull’approccio da tenere: inseguite il vostro sogno e rifuggite la mediocrità, ma state attenti a non nutrire mai invidie, ed evitate di montarvi la testa per ogni più piccolo riconoscimento ottenuto, o correrete il rischio di avvelenare le vostre vite e sminuire la vostra passione. Al contrario, fate in modo che il divertimento sia sempre superiore allo stress da fallimento, e che la passione per la musica non venga a spegnersi nel momento in cui fama e riconoscimenti non dovessero arrivare. Tenete presente che non essere famosi non implica essere mediocri. Viviamo in un sistema che ci spinge a cercare il consenso degli altri, per questo crediamo inconsciamente che la realizzazione personale si misuri con il numero dei like, dei follower, delle visualizzazioni, della gente sotto il palco e di quella che fa la fila per una foto o un autografo. Quando questi riconoscimenti non arrivano, ci si sente dei mediocri e ci si deprime. Non cascateci: è una truffa di questa società. Basta ragionarci un attimo per capirlo. Il sistema della fama non può che essere fatto a piramide: pochi famosi al vertice, sorretti da un’ampia base di non noti, senza i quali i famosi non esisterebbero neanche. Miliardi di persone alla base, e poche migliaia, al più qualche milione, al vertice. La statistica vi è contro, mi dispiace. Ci spelliamo le mani per applaudire quei tizi famosi che rincoglioniscono gli adolescenti con messaggi come “credete in voi e sarete famosi”. No, è sbagliato: così stanno solo cucinando un’altra generazione di depressi. Noi diciamo invece: credete in voi, fate quel che vi piace fare, divertitevi e non fatevi condizionare. Basta.

Quando mi avete contattato per l’intervista, vi siete descritti come death metal band, ma alla luce di quello che ho potuto ascoltare su “Immaculate Preconception”, direi che il vostro sound è più vicino a quello di horror band come Death SS (periodo “Heavy Demons”) e Blood Thirsty Demons. Trovo degli elementi thrash, il cantato è più simile allo scream che al growl, e una forte influenza della tradizione heavy italica. Credi che l’etichetta di death metal band calzi ancora bene con quello che suonate oggi?
Boh, forse si, forse no. Mi sa che hai ragione. Tendenzialmente, per sintesi, ci definiamo “death/thrash metal” nelle locandine, per dare un’idea a chi non ci conosce. In fondo veniamo da lì, attingiamo a piene mani da Slayer, Carcass, Death, Obituary e simili, le nostre origini stanno là. Diciamo che il mix di partenza è 50% death, 50% thrash. Poi abbiamo altre influenze, ognuno di noi le sue particolari, quindi chi è più melodico, chi più black, chi più grind, e così via. Mettiamo tutto nel frullatore, e ci teniamo quel che viene fuori. Mi fa piacere che tu ci abbia sentito una vena da horror band, perché quella mi sa che è una cosa che ci ho messo dentro io, che apprezzo il genere. Credo che a questa non completa aderenza ad un sotto-genere specifico contribuisca anche il discorso che facevo prima circa i suoni delle autoproduzioni, in contrapposizione a quelli delle produzioni standardizzate, che sono più nettamente suddivise per generi. Forse dovremmo usare una più generica etichetta “Extreme Metal”, così vaffanculo al problema, però quando dobbiamo mandare i dischi per le recensioni e le interviste a volte ci sono percorsi obbligati e redazioni diverse a seconda del genere, per cui una per il death, una per il black, una per l’heavy, e così via. In questi casi, mandiamo tutto su “death”, perché è l’influenza più forte. Circa il nostro equilibrismo tra gli stili, a volte ci è stato detto che siamo una merda, perché non siamo né carne né pesce, altre volte che siamo interessanti proprio perché non del tutto inquadrabili, e quindi in un certo modo originali. In verità è semplicemente quello che dicevo prima: mettiamo nel frullatore quello che ci va di fare, e non ci facciamo condizionare molto da pensieri di etichettatura del genere.



Tra i brani presenti sull’EP ho particolarmente apprezzato “Campo de’ Fiori”, che mi dici di questa canzone e credi che in qualche modo possa anticipare il vostro futuro sound?
“Campo de’ Fiori”, per i Necrofili, è un po’ tradizione, un po’ futuro. Ci sono molti elementi del nostro sound “classico”, ed anche il cantato in italiano è qualcosa che abbiamo già sperimentato un paio di volte in precedenza. Ci sono però elementi sui quali ci siamo gradualmente spostati nel corso del tempo, come una maggiore strutturazione ed una minore presenza di forme fisse strofa-ritornello. Quel rallentato sul finale, che diventa quasi doom, non lo avevamo mai fatto prima. E’ stata un’idea di Marco, il batterista, che ha rallentato all’inverosimile un riff che altrimenti sarebbe stato più in linea con tutto il resto della canzone e del disco, creando un’atmosfera di oppressione che per noi era inedita. Abbiamo poi adeguato di conseguenza gli arrangiamenti degli altri strumenti ed il testo della parte finale, per andare dietro quella sensazione, ed infine Alessandro ci ha messo sopra un solo di chitarra che mi piace tantissimo, che completa veramente bene quella parte. Abbiamo scoperto anche che, per noi, suonare ultra-veloci non è un problema, ma suonare così lenti è difficilissimo! Alcuni di questi elementi posso dire per certo che sono consolidati, perché fanno capolino anche nelle tracce che abbiamo scritto sinora per il prossimo lavoro, insieme con alcuni altri elementi nuovi per noi.

Cosa significa il titolo del disco? Non ti nascondo che ci sto rimuginando su da un po’.
E’ un gioco di parole, che funziona in inglese, ma non in italiano. “Immaculate Preconception”, significa “preconcetto immacolato” o “pregiudizio immacolato”, e suona estremamente simile a “Immaculate Conception”, che è l’Immacolata Concezione del dogma cattolico che vuole che la Madonna sia nata priva del peccato originale. In italiano il gioco di parole non funziona, perché diciamo “preconcetto” o “pregiudizio”, e non “preconcezione”. Riguarda tutti quei pregiudizi che ci portiamo dentro inconsciamente, per via della formazione ricevuta da bambini, che ha generato una scala di valori che non abbiamo mai neanche pensato di poter mettere in discussione. Ecco perché questo pregiudizio è immacolato: non ne abbiamo alcuna colpa, se non quella di non esserci mai fermati un attimo a pensarci, che è quello che invitiamo a fare in alcuni brani del disco come “Infaithcted” e proprio “Campo de’ Fiori”. La religione è una delle principali fonti di pregiudizi immacolati. Qui in Italia abbiamo tutti ricevuto una formazione cattolica, in maniera diretta o indiretta, che ha contribuito a formare il nostro modo di vedere le cose come individui e come comunità. Anche là dove i percorsi di fede si sono interrotti, le forme più profonde di quel modo di pensare sono rimaste radicate nella testa delle persone. Non tutti riescono a riconoscerle e a domare gli istinti che ne scaturiscono, e questo è un grosso freno verso il progresso, verso l’accettazione di chi la pensa diversamente e verso la realizzazione di noi stessi. Quello che vogliamo dire, comunque, è che questo non vale solo per la religione cattolica, che per noi è sempre bersaglio facile, e ancora più in generale, non vale solo per la religione, ma vale per ogni tipo di credo e valore con il quale siamo cresciuti.


Sicuramente di impatto la copertina, chi è l’autore?
Claudia Ianniciello, che ha fatto davvero un lavoro incredibile nel rendere il concetto del pregiudizio immacolato. Visto che il gioco di parole del titolo è con l’Immacolata Concezione della religione cattolica, l’idea è stata quella di distorcere una Madonna in Trono, un soggetto tipico dell’arte sacra medievale. Di solito le Madonne in Trono sono raffigurate con il bambino in braccio, sono circondate dai santi, ed abbondano di toni dorati per esaltare la santità della scena. Claudia ha mantenuto l’oro, ma ha scurito tutto il resto, ha trasfigurato la Madonna dandone una versione blasfema e tutt’altro che immacolata, ha trasformato il bambino in una larva ed i santi intorno alla Madonna… siamo noi quattro! Siamo stati veramente contenti di questa copertina. Se volete vedere altri lavori di Claudia, che solitamente lavora come illustratrice per il mondo dell’editoria e dei fumetti, il suo portfolio è qui: https://www.artstation.com/claudiasg

In considerazione della breve durata dell’opera, l’avete proposta per intero dal vivo?
Sì, in alcune occasioni l’abbiamo fatto. Dipende dalla situazione, se abbiamo un’ora abbondante di esibizione a disposizione, allora una mezz’ora la dedichiamo ad “Immaculate Preconception”, eseguendolo tutto di fila così come è su disco, con tanto di intro e tutto. In altre situazioni, dove abbiamo minor tempo a disposizione, ne prendiamo solo alcuni estratti e li diluiamo nel resto della scaletta. Comunque “Infaithcted”, “Campo de’ Fiori” e “The Shapeless Thing” sono diventate presenze stabili nella scaletta dell’ultimo anno.

Come strutturate un’esibizione?
Dipende molto dal tempo a disposizione e dal contesto dell’esibizione. Se siamo headliner e giochiamo in casa, allora possiamo suonare un’ora e mezza davanti ad un pubblico che ci conosce. In questo caso ci lasciamo proprio andare. Come si diceva prima, facciamo “Immaculate Preconception” per intero, facciamo quasi per intero anche il precedente “The End Of Everything”, facciamo ascoltare qualcosa di più vecchio, facciamo ascoltare anche qualche anteprima del prossimo lavoro, e spesso troviamo tempo anche per un divertissement come la nostra personalissima versione de “Il Mondo” di Jimmy Fontana… Se suoniamo una mezz’ora in apertura per una band di calibro, e magari siamo anche in trasferta, abbiamo la matematica certezza che quasi nessuno in sala conoscerà i nostri brani, ed allora ci concentriamo nel tentativo di divertire e scaldare il pubblico, che è il nostro compito principale in queste situazioni. Lo facciamo scegliendo i pezzi di maggiore impatto, che allo stesso tempo siano anche rappresentativi della nostra esperienza, per farci conoscere e per incuriosire il pubblico. Poi ci sono molte sfumature tra questi due scenari agli antipodi, ad esempio quando si suona tre quarti d’ora in trasferta dividendo la serata con un’altra band underground, ed in questo caso si fa un misto delle due cose: pezzi di impatto per farsi conoscere, ma con anche la possibilità di aprire una parentesi più particolare nel corso dell’esibizione. Ad ogni modo ci sono alcuni brani che suoniamo praticamente sempre, come “War!” in apertura e “Signore del Tempo” in chiusura, e come dicevo prima anche una manciata di brani di “Immaculate Preconception” sono diventati presenza fissa in scaletta.

g.f.cassatella – Photo by Serena De Santis

Abysmal Grief – Nel buio più profondo

Gli Abysmal Grief rappresentano la continuità all’interno della scena italiana. Sono probabilmente l’unica band che è stata in grado di riprendere il discorso lasciato in sospeso da band quali Jacula, Death SS (mi riferisco alla prima incarnazione della band), Violet Theater\Paul Chain. Il gruppo non si è limitato a rinverdire questa tradizione, ma si è spinto oltre donando nuova linfa alla scena doom nostrana. Regen Graves, Lord Alastair e Labes C.Necrothytus hanno risposto alle nostre domande.

Vi va di presentare la band ai nostri lettori?
R.G.: Da più di dieci anni gli Abysmal Grief portano avanti un discorso filosofico-esoterico basato sui rapporti medianici e sul culto della Morte, inserendolo in un contesto musicale strettamente legato alla tradizione dark doom italiana degli anni settanta/ottanta. Ogni nostro lavoro è da intendersi come una sorta di resoconto delle nostre personali ricerche nell’ambito dell’Occulto, che esponiamo traendo ispirazione anche dalla letteratura e dalla cinematografia horror.

Quali sono le vostre influenze musicali?
L.A.: In un periodo in cui la crescente popolarità del metal stava, a nostro giudizio, corrompendone l’essenza, abbiamo cominciato ad approfondire le nostre conoscenze sui precursori di questo genere. Gruppi come i Black Sabbath, Jacula, Black Widow e sopratutto i Death SS del periodo dal 1977 al 1984, hanno dato vita ad un percorso artistico talmente innovativo e suggestivo da influenzare profondamente il nostro approccio alla musica. Nel tempo abbiamo compreso che ciò che ci attrae maggiormente è legato a differenti generi musicali, in particolare l’horror metal, il doom ed il dark, ma al centro delle nostre attenzioni ci sono le emozioni e la concettualità che la musica riesce ad esprimere.

Una vostra cover, “Black Mummy”, è stata inserita nel disco tributo ai Death SS. Ci sono secondo voi delle similitudini tra la vostra band e quella di Steve Sylvester?
R.G: Di certo noi portiamo avanti un discorso musicale ed esoterico che deriva dai primi Death SS del periodo Sylvester/Chain, ma ti assicuro che sono quasi dieci anni che nelle interviste mi sento nominare i Death SS e la cosa comincia un po’ a stufarmi.

Nella biografia presente sul vostro sito ufficiale si legge a riguardo del gruppo “fortemente influenzato dal profondo interesse verso elaborate forme di esoterismo e magia rituale (ben lontane comunque da ogni tipo di satanismo)”. Cosa è per voi la magia?
R.G: Personalmente ritengo la Magia e lo studio delle pratiche magiche in generale un metodo efficace per entrare in contatto con una parte della mia coscienza che altrimenti tenderebbe a rimanere sopita dal senso di inutilità della mia esistenza. Col tempo in questo mio percorso del tutto personale mi sto lentamente liberando di quegli stereotipi che caratterizzavano certe fasi della mia espressività artistica, per confluire in una riflessione maggiormente filosofica e lontana da influssi esterni e probabilmente per certi versi ben lontana anche dalla musica stessa.

In fase di recensione ho definito la vostra musica: “Una ricerca religiosa, scevra di ogni religiosità”. E’ corretta come definizione?
L.A.: Non siamo persone religiose, non condividiamo i dettami della chiesa cattolica ne quelli delle altre dottrine. Siamo profondamente attratti dalla Morte, unica certezza della nostra esistenza e ci affascina tutto ciò che la circonda evocando funebri sensazioni. Questo ci lega saldamente alla ritualità funerea, all’arte cimiteriale, allo spiritismo ed alle superstizioni legate al mistero dell’Occulto. Trattiamo questi argomenti con rispetto e serietà poiché sono alla base della nostra musica.

Continuando la lettura della biografia indicate nell’Horror un’ulteriore influenza.
L.A.: La letteratura ed il cinema dell’orrore sono una grande fonte di ispirazione per noi, che ha radicalmente influenzato il nostro percorso stilistico, spingendoci a cercare di creare con la musica le stesse atmosfere e la stessa suggestione che evocano la paura della Morte ed il dolore che essa crea. Il nostro progetto fonde l’impatto emozionale del genere horror con lo studio delle tematiche occulte, dando vita ad un sound che si basa su diverse influenze, ma con lo scopo preciso di trasportare l’ascoltatore al centro di una rappresentazione delle nostre più macabre visioni.

Da poco è stato pubblicato il vostro album omonimo, potete parlarci di questo lavoro?
R.G.: “Abysmal Grief” racchiude canzoni composte in un periodo di tempo piuttosto lungo, ma che sono state incluse nello stesso lavoro per il forte legame filosofico che le lega tra di loro. Siamo soddisfatti dell’obiettivo raggiunto, anche se abbiamo avuto una serie di innumerevoli problemi sia in fase di registrazione che di missaggio e la qualità finale forse ne ha un po’ risentito. Ritengo comunque che rappresenti in pieno il nostro messaggio esoterico e un resoconto piuttosto completo dei nostri studi fin qua intrapresi.

Possiamo considerarlo un concept album?
(R.G.) Ogni nostra uscita discografica è sempre stata elaborata come un concept, nel senso che abbiamo sempre cercato di dare un’impronta unitaria ai pezzi dal punto di vista concettuale e filosofico, prima ancora che musicale. Anche “Abysmal Grief” può quindi essere considerato essenzialmente un concept basato sui rapporti con l’Aldilà.

L’album contiene il vostro mini LP “Mors Eleison”, cosa potete dirci al riguardo?
R.G.: “Mors Eleison” era stato pubblicato ufficialmente solo su vinile dalla I Hate Rec nel 2006 e la Black Widow ha insistito per inserirlo nella versione cd dell’album. All’inizio ero estremamente contrario a questa ipotesi, ma col senno di poi credo che ciò abbia dato la possibilità a chi non possiede un giradischi di poter ascoltare un lavoro per noi estremamente importante, dato che rappresenta un po’ il manifesto di tutta la nostra filosofia legata alla Morte. Ritengo “Mors Eleison” e “Abysmal Grief” due lavori profondamente distinti, ma nello stesso tempo assolutamente propedeutici.

Una costante della vostra carriera è stata quella delle poche date dal vivo. Con un album come AG sul mercato come sta andando da questo punto di vista?
L.N.: I motivi del fatto che le nostre apparizioni dal vivo sono così rare sono molteplici. Innanzitutto nei nostri concerti la componente teatrale è fondamentale, perciò dobbiamo avere massima libertà di scelta sul palco e sulla preparazione dello stesso. Ad esempio, anche a causa delle atmosfere che creiamo con la nostra musica, i festival non sono molto adatti a noi e, nonostante abbiamo partecipato ad alcuni con grande piacere, ci viene difficile pensare di suonare alla luce del sole o di spalla a gruppi che non hanno il nostro stesso “culto” musicale. Inoltre i continui cambi di line-up hanno fortemente rallentato le nostre produzioni live e il fresco divorzio con l’ennesimo batterista (quello con cui abbiamo fatto le ultime date dal vivo) ci impedisce di programmare un qualche tour di supporto all’album. Negli anni i continui cambi di batterista ci hanno dato notevoli problemi, ma credo che questo sia servito anche a cementificare il nucleo degli Abysmal Grief che essendo sempre stato composto da noi tre si è trovato sempre più unito nelle decisioni. Comunque abbiamo intenzione di supportare il nostro ultimo lavoro con date live e, nonostante siamo in fase di composizione dei pezzi nuovi, proveremo a breve un nuovo batterista per poter portare a voi il nostro messaggio anche dal vivo.

Puoi descriverci una vostra esibizione?
R.G.: Dal vivo cerchiamo semplicemente di ricreare un rituale funebre e di fare in modo che lo spettatore si senta coinvolto il più possibile. L’uso di candele o oggetti funebri non ha ovviamente uno scopo solamente estetico, ma ha il compito di ricreare un contesto di simbolismo nel quale sia possibile esprimere il concetto di Evocazione che sta alla base della nostra musica.

Con quali band vi piacerebbe dividere il palco?
L.N.: E’ stato un gran piacere ed onore poter condividere in passato il palco con Mario “The Black” Di Donato e mi farebbe personalmente piacere farlo ancora in futuro, così come con i tanti gruppi italiani troppo sottovalutati come Doomraiser, Misantropus e Mydriasi coi quali abbiamo condiviso un piacevole pomeriggio allo Stoned Hand of Doom due anni fa. Altre band con cui un giorno ci farebbe piacere suonare, anche perché abbiamo diverse tematiche in comune, sono Mortuary Drape e Denial of God che, pur facendo musica decisamente differente dalla nostra, condividono con noi un forte attaccamento alle radici della musica esoterica che, nonostante nel tempo non abbia avuto grande seguito, ha sempre portato avanti un discorso iniziato oramai trent’anni fa da gruppi quali Death SS o Jacula.

R.G.: Personalmente ritengo non sarebbe male neanche un concerto insieme ai Malombra, anche se credo di aver capito che difficilmente ci sarà la possibilità di rivederli dal vivo.

Secondo voi esiste una scena doom italiana?
R.G.: Altroché se esiste, ma mi sembra che se ne siano accorti più all’estero che in Italia. Personalmente ritengo che più ancora del Doom, l’Italia vanti nel mondo una scena che viene definita “Dark Sound” che ormai ci è stata riconosciuta come un marchio di fabbrica e della quale noi siamo orgogliosi di far parte.

A voi il compito di chiudere l’intervista…
L.N.: Ti ringrazio innanzitutto per l’occasione che ci hai dato con questa intervista e per le interessanti domande posteci e voglio lasciare i tuoi lettori con un consiglio e un monito: ogni azione che intraprenderete contribuirà, come un nuovo mattone su una strada in costruzione, alla direzione verso cui il vostro spirito volgerà nell’Oltre Mondo, perciò tenete bene a mente che è “la Coscienza ad essere la presenza di Dio nell’Uomo”. In Morte.

g.f.cassatella

Intervista originariamente pubblicata su www.rawandwild.com nel 2008 in occasione dell’uscita di “Abysmal Grief”.
http://www.rawandwild.com/interviews/2008/int_abismalgrief.php

L’Impero delle Ombre – E tu vivrai nell’oscurità…

Ci sono dei gruppi fuori dalle mode. Ci sono dei gruppi fuori dalle logiche di mercato. Ci sono dei gruppi che vivono lontano dalle luci della ribalta. Ci sono dei gruppi che preferisco l’ombra. John Goldfinch ha costruito il suo regno nell’ombra, ed ora pronto a guidarci ne L’Impero delle Ombre.

Vi andrebbe di condurre i nostri lettori ne “L’Impero delle Ombre” raccontandoci la storia della band?
In tutta franchezza, ti devo confessare che giunti alla fine del 2007 non si può considerare L’Impero delle Ombre un gruppo convenzionale, bensì un progetto mosso da chissà quali forze preternaturali. Tuttavia, se una line up si può dire ufficiale è quella del periodo fiorentino e quindi del primo disco. La prima formazione risale al 1995; da là è passata tanta gente e parecchia acqua sotto i ponti. All’inizio suonavamo molte cover dark-doom e improvvisavamo lunghe jam sessions psichedeliche. Nel 2003 siamo giunti alla formazione composta da mio fratello Andrea alla chitarra, Dario Caroli alla batteria, Enrico Caroli al basso (dai mitici Sabotage) e Alexander alle tastiere; siamo riusciti a conquistare la fiducia della gloriosa Black Widow Records. L’unico mio rammarico è il non avere una frequenza live con L’Impero. Presto, però, si sentirà ancora parlare di noi grazie alla pubblicazione del secondo LP! Novità a breve su www.limperodelleombre.it e www.myspace.com/l39imperodelleombre.

Da cosa nasce la necessità di creare musica “oscura” utilizzando dei suoni che si rifanno apertamente alla tradizione hard rock, progressiva e proto-doom, e non alle sonorità black che oggi vanno tanto di moda?
Questa è una risposta molto semplice! Il black o la musica estrema in generale non ci piace. A parte alcune eccezioni, non ha nessuna attrattiva su di noi. Il discorso della moda, poi, di per sé è ridicolo. Sai, io e Andrea, malgrado la giovane età, siamo per una concezione musicale vintage 60/70 e crediamo che i brividi che ti fanno scorrere lungo la schiena band come i Black Widow, i Dr. Z o gli High Tide non abbiano paragoni!



Quanto pesa l’essere italiani (con il relativo background culturale) sulla musica degli Impero? Io ritengo che così come la nostra italianità abbia impresso un marchio indelebile sul progressive, così abbia impresso un marchio sulla scena doom. Gruppi come il vostro, Jacula, Death SS\Violet Theater, The Black/Mario Di Donato, Abiogenesi, sarebbero potuti venir fuori in un altro Paese che non fosse l’Italia.
Prima di tutto, grazie di vero cuore per averci inserito in quel lotto strepitoso di band che ci hanno pesantemente influenzato! Anche io sono pienamente d’accordo sul fatto che tali band, soprattutto negli anni 70/80, coi relativi inconfondibili sound non avrebbero mai potuto nascere altrove, per svariati motivi. Secondo me, l’italianità è la nostra croce e delizia, qualcosa di artigianale e irripetibile. Un punto di incontro astratto fra il riprendere canoni rock anglosassoni e l’arte tutta italiana del sapersi arrangiare, creando poi strani ibridi molto originali. Aldilà della questione strettamente dark doom considera che in Italia abbiamo avuto rocker autoctoni come il grandissimo Ivan Graziani, che io adoro! Ascoltate il live “Parla Tu” per credere! L’italianità nell’Impero si deduce pure dal fatto che noi come influenze sentiamo tanto i Black Sabbath, quanto il Fabrizio De Andrè di “Non al Denaro, Non all’Amore né al Cielo”, per esempio, disco che è ispirato all'”Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Master.

Nonostante la scelta di andare controtendenza comunque il vostro debutto è stato accolto entusiasticamente da critica e ascoltatori. Siete risultati tra i gruppi migliori del 2005 nei referendum delle varie testate musicali. Allora, la qualità paga ancora?
Beh! Ovviamente siamo felici e orgogliosi che il nostro lavoro sia piaciuto. Sai, non avevamo nessuna smania di successo quando, tra buoni amici, abbiamo registrato i pezzi. La qualità paga ancora? Speriamo! In un periodo e in una scena come il metal di oggi, sembra che i valori siano decisamente cambiati: troppe chiacchiere, poco rock e poca sostanza.

Quanto contano per voi i testi?
I testi sono fondamentali e insieme alla musica vanno a creare l’opera totale della composizione del brano. A volte da un testo scaturisce la musica, altre viceversa. Sono riflessioni dall’Impero delle Ombre del mio lato oscuro o situazioni che mi creano inquietudine. Le butto fuori per esorcizzarle.

E l’uso di idiomi differenti (italiano, inglese, latino) a cosa è finalizzato?
Siamo pur sempre cittadini del mondo. In un certo senso si abbattono alcune barriere adottando diversi idiomi. Ti svelo, ad esempio, che sul prossimo disco ci saranno alcune cose in francese, dato che è basato sul romanzo francese “I Compagni di Baal” e poi, francamente, altre lingue nei giusti contesti suonano bene.

Quanto è importante il cinema per voi? Te lo chiedo in riferimento all’inserimento del monologo tratto da “Mortacci” utilizzato come intro per “Nel Giardino” e al fatto che il vostro prossimo disco sarà un concept ispirato allo sceneggiato degli anni 60 “I Compagni di Baal”.
Il cinema, soprattutto di serie B, è senza dubbio molto importante per L’IDO; diversi spunti ci vengono proprio dalle visioni e dall’ascolto di quei piccoli gioielli all’italiana dei sommi Bava, Fulci o Freda. Il nostro prossimo disco, “I Compagni di Baal” è basato sullo sceneggiato tv francese del ’68, tratto dall’omonimo romanzo e riproposto sullo schermo da Pierre Prevert. Devo dire che è qualcosa di visionario e unico con dei messaggi sociali criptati di un certo peso.

Come mai secondo voi negli anni 60 in una televisione italiana meno “emancipata” dell’attuale c’era spazio per sceneggiati come “I Compagni di Baal”, “Il Segno del Comando” o “Belfagor”, e ora siamo succubi di “Lucignolo”, “Amici” e amenità varie? Cosa pensate di un personaggio come Maurizo Costanzo, che negli anni si è trasformato da co-autore di un capolavoro come “La Casa dalle Finestre che Ridono” a autore di “Buona Domenica”?
Non credo che la tv di 40 anni fa fosse meno emancipata di quella oggi, soprattutto rivedendo gli spezzoni video del tempo e di sicuro quella di oggi fa cagare! La risposta credo sia che oggi la gente e i giovani, specialmente, abbiano la merda nel cervello! Tutti incollati allo schermo a inseguire i modelli dettati dai media e da chi comanda: uno schifo! “La Casa dalle Finestre che Ridono”? Quanto amo quel film! Il signor Costanzo, poveraccio quanto mi fa pena oggi, l’ho intravisto qualche volta per sbaglio la domenica in tv: meglio la morte!

Potete darci qualche dritta sull’uscita de “I Compagni di Baal”?
Le composizioni sono pronte da un po’. A breve cominceremo a registrare; nel corso del 2008 quindi l’uscita. La line up sarà composta, oltre da me e da Andrea (chitarra), da Dario Caroli (batteria), Fabio Oliveti al basso e un tastierista da definire. Come già detto sarà un concept album che avrà musicalmente un taglio un po’ più hard prog, pur mantenendo le caratteristiche del nostro “cemetery rock”.

A che punto è il progetto Witchfield?
“Sleepless” dei Witchfield è pronto. Ricordo che si tratta del progetto artistico musicale che vede all’opera me alla voce, mio fratello Andrea e Ilario (Hopesend) alle chitarre, Baka Bomb (Boohoos, Paul Chain) al basso, Thomas Hand Chaste (Death SS, Violet Theatre) batteria e tastiere. Suoniamo una sorta di doom metal psichedelico e usciremo su Black Widow Rec. molto presto, non appena il master ritornerà dall’Inghilterra, avendolo spedito al gran maestro Clive Jones dei Black Widow/Agony Bag per alcuni interventi di flauto. Per il disco c’è molta carne al fuoco: pezzi di organo, cover di Alice Cooper, primi Death SS ed altro ancora. Per le info visitate www.myspace.com/witchfield!

In conclusione tre dischi senza i quali oggi L’Impero delle Ombre non esisterebbero.
Domanda difficile! Facciamo almeno sei!
Black Sabbath – “Black Sabbath”
Black Widow – “Sacrifice”
Angel Witch – “Angel Witch”
Death SS – “The story of Death SS 77/84”
Biglietto per l’Inferno – “Biglietto per l’Inferno”
Balletto di bronzo – “Ys”

g.f.cassatella

Intervista originariamente pubblicata su www.rawandwild.com nel 2007.
http://www.rawandwild.com/interviews/2007/int_ipmero_delle_ombre.php