Blood Thirsty Demons – Spiritual seanse

Cristian Mustaine dal 1997 con i suoi Blood Thirsty Demons non si è limitato a pubblicare dischi, ma ha anche svolto una sorta di eretica opera di evangelizzazione, toccando temi di stampo religioso, spirituale e magico. Però, mai come con il nuovo “Esoteric” (The Triad Record), aveva parlato in modo così esplicito del proprio cammino nelle scienze oscure e del ruolo che queste rivestono nella sua vita. Un’occasione così particolare meritava un approfondimento, per questo, oltre alla nostra intervista, ne troverete un’altra, in formato audio, rilasciata a Mirella Catena per Overthewall!

Ciao Cris, hai scelto un titolo, “Esoteric”, per il tuo album che forse, anche se superficialmente non appare così, è il più intimo tra quelli dei Blood Thirsty Demons. Mi sbaglio?
Ciao, proprio cosi: questo è il disco più personale e anche più oscuro tra tutti quelli che ho pubblicato fino a questo momento. Tra le righe vengono raccontati, anche se non esplicitamente, molti riferimenti al mio cammino spirituale.

Quando è iniziato il tuo cammino nell’esoterismo e quanto ha contribuito la musica ad accendere questo interesse?
E’ iniziato tutto circa 25 anni fa, nel periodo in cui decisi di formare la band. Sicuramente, il genere musicale che ascoltavo in quel momento, ha contribuito molto ad aumentare il mio interesse nell’esoterismo, perché cercando di capire i testi delle mie band preferite, entravo in un mondo che mi spingeva a farmi domande, sapendo che proprio li avrei trovato risposte importanti per la mia vita.

Quali sono, secondo te, gli album “esoterici” per eccellenza della musica?
Cavolo, possono essere davvero a decine! Posso dirti quali sono quelli che hanno caratterizzato e indirizzato la mia vita, o perlomeno te ne cito alcuni: i primi due album dei Death SS ( “…in Death of Steve Sylvester” e “Black Mass”), sono quelli essenziali per chiunque si avvicini a questo genere. Così come i primi due dei Mercyful Fate (“Melissa” e “Don’t Break the Oath”) che a mio parere han cambiato tutto il modo di vivere l’heavy metal. Io ho sempre pensato che ci siano due ere: una pre “Don’t Break the Oath” e una post”Don’t Break the Oath”, che ha portato un cambiamento epocale ispirando innumerevoli band. Molto esoterico è sempre stato anche Paul Chain; due dei suoi dischi mi han trasmesso proprio quell’oscurità e quell’ispirazione che mi serviva in alcune composizioni; questi sono “Alkahest “(con il grande Lee Dorrian) e “in the Darkness”. Un altro album che mi ha forgiato, ricco di alone esoterico, è “Sacrifice “dei Black Widow, band capace di catapultarti davvero in un rituale ad ogni ascolto. Stessa cosa vale per i primi lavori dei Goblin. Ci sono poi tantissimi album di impronta davvero oscura che mi hanno ispirato, ma non li metterei nella categoria di album esoterici.

Torniamo al tuo di disco, credi che l’aver messo in musica questi tuoi interessi, in qualche modo ti abbia fatto fare una sorta di check sul tuo cammino iniziatico? E se così fosse, quanto è cambiato il tuo approccio alla materia in questi anni?
In realtà ho sempre lo stesso approccio con questa materia, perché fortunatamente questi studi mi hanno portato a trovare un ottimo equilibrio interiore e molte risposte che cercavo. Erano anni che avevo in mente di mettere in musica tutto questo, ma non era ancora arrivato il momento giusto; non è semplice già creare un concept album, cosa che faccio in ogni disco, spalmare questo argomento su ben dieci canzoni è stata una cosa non semplicissima. Diciamo che il check sul mio cammino spirituale lo faccio praticamente ogni singolo giorno della mia vita, riflettendo su ogni mia singola azione e su quali forze possono smuovere.

A proposito di cambiamenti, quali sono le novità strettamente musicali contenute in “Esoteric”?
Sono diverse: in questi tre anni ho iniziato ad avvicinarmi a generi molto tecnici, progressive metal e affini; questo mi ha spinto anche a cercare di aggiungere qualcosa al mio sound, sentendo che mi faceva crescere come musicista e compositore. Molte ritmiche sono più ricercate, gli assoli sono più lunghi e spesso più di uno nella stessa canzone e nelle voci ho provato a sperimentare un po’ di più. Credo che in futuro tutti questi cambiamenti saranno accentuati, almeno stando alle idee che ho in testa per il prossimo disco.

Più che come musicista, come mente creativa dei BTD quali limiti non supereresti mai?
Innanzi tutto, se volessi fare qualcosa di molto distante da ciò che posso definire horror metal, farei un progetto a parte, e su questo non mi darei limiti; ho comunque un limite che non mi fa sconfinare troppo fuori dal metal. Con i BTD eviterei sicuramente l’introduzione di suoni elettronici e di sonorità troppo moderne, che andrebbero a coprire quell’alone occulto che un certo sound di questo genere richiede.

Come sono nati i pezzi?
I miei brani nascono tutti da una base di chitarra e spesso in acustico; generalmente, i miei ascolti del momento tendono ad influenzare ciò che scrivo, nonostante la base esca sempre da ciò che in maniera naturale nasce appena tocco lo strumento. I testi vengono pensati successivamente, a parti strumentali finite e incise, dopo giorni di riflessioni e scelte sull’argomento da trattare.

Credi che ci sia un brano più rappresentativo dell’intero lavoro?
I brani per un musicista sono come dei figli, difficile sceglierne uno; ma ce ne sono un paio che sono più personali, come “Guardian of My Soul”, traccia dedicata al mio spirito guida, a cui tengo particolarmente, e “The Wickedness of Men”, brano molto riflessivo sull’animo umano e su quanto le forze negative possano incidere nel corso delle nostre vite, pur pensando che sia sempre e solo colpa nostra.

La prossima mossa che dobbiamo aspettarci da te sarà a nome BTD o Human Degrade?
Bella domanda! Ho ben otto brani incisi dal 2013 ad oggi e non ancora pubblicati come Human Degrade, ma non ho ancora un minutaggio sufficiente per pubblicarne un album. Ancora non so se, per questo progetto preferirò fare un’uscita solo in digitale. Sicuramente, durante la pausa natalizia, mentre tutti saranno impegnati a sentirsi più felici e più ipocritamente buoni, inizierò a incidere le prime note del prossimo lavoro marchiato Blood Thirsty Demons.

BONUS TRACK
Il 7 Novembre Cristian Mustaine è stato ospite di Mirella Catena a Overthewall, ascolta qui l’audio completo:

Alex Nunziati – Il divoratore di anime

In Alex Nunziati convivono una moltitudine di personalità artistiche. In passato lo abbiamo visto all’opera con Malamorte, Theatres des Vampires, Cain, Lord Vampyr, Nailed God e Shadowsreign, per questo fa un certo effetto ascoltare un disco, “Il divoratore di anime” (Moribund Records), con in bella mostra non un nom de plume, ma il suo vero nome…

Bentrovato su Il Raglio del Mulo, Alex. Profeticamente avevo intitolato la nostra precedente intervista, uscita in occasione della pubblicazione ufficiale in formato fisico di “God Needs Evil” dei tuoi Malamorte, “Il divoratore di anime”. Oggi ci ritroviamo per parlare de “Il Mangiatore di Peccati”, il tuo debutto con il progetto a tuo nome! Come mai hai scelto di far partire questa tua nuova avventura utilizzando il tuo nome e non un moniker particolare?
Dopo tanti anni volevo prendermi la soddisfazione di avere qualcosa con il mio nome, soprattutto alla soglia dei 50 anni

Il fatto che questo disco esca come Alex Nunziati in qualche modo lo rende più intimo e personale rispetto a quanto da te pubblicato in precedenza?
Principalmente parlerei di libertà, intesa come libertà compositiva, senza vincoli, ne sul modo di cantare, sul genere e ne sugli argomenti trattati. Questa in generale è stata sempre una mia caratteristica, ho fatto sempre quello che sentivo in quel momento. Per questo progetto ho mantenuto la componente heavy già presente nei Malamorte, ma ho usato un cantato differente e ho dato al tutto una connotazione tra horror e grottesco.

Ti sei preso dei rischi in fase di songwriting che magari in passato con i tuoi altri progetti non ti sei mai preso?
Più che di rischi, come ti dicevo, mi prendo la libertà di fare la musica che voglio, l’ossessione di tante band e musicisti di dover per forza compiacere il pubblico o i giornalisti, non fa parte del mio modo di intendere la musica. Quello che faccio deve piacere a me principalmente, altrimenti non avrebbe senso.

Grandiosa la copertina firmata da Adi Dechristianize, il soggetto è una tua idea o è tutta farina del suo sacco?
Il soggetto è una mia idea, gli ho mandato qualche spunto, tipo qualche locandina di horror/gialli degli anni 70 e come sempre non mi ha deluso. Ci tengo a precisare che la cover rispecchia il mood generale, ma non il titolo che è in realtà legato ad una figura realmente esistita, soprattutto in alcuni paesi del nord europa, che tramite un rituale, si pensava potesse cancellare i peccati di un defunto.

L’immagine ricorda i vecchi manifesti dei film horror. Quanto del tuo immaginifico cinematografico hai riversato in questo album?
Sia mentre scrivevo i testi, che in realtà sono piccole storie horror, che quando ho registrato l’album, ho cercato di farmi trasportare da quelle sensazioni che si provano vedendo un film horror o un film grottesco.

Il disco si rifà a certo heavy metal classico, di scuola Death SS e Mercyful Fate, band che immagino che rientrino nei tuoi gusti da sempre. Mentre gruppi più recenti, come i Ghost, ti hanno influenzato in qualche modo?
Sicuramente le prime due band che hai citato rientrano in questo discorso e, anche involontariamente, si sentono delle influenze nelle composizioni. I Ghost in parte mi hanno influenzato per quanto riguarda l’ultimo Malamorte, ma il nuovo album che è già pronto e sta per uscire, sarà molto heavy e thrash e quindi sono tornato al vecchio stile, diciamo che è stato un esperimento.

Da quando hai iniziato con la tua carriera musicale con i Theatres des Vampires i tuoi gusti sono rimasti gli stessi oppure hai allargato i tuoi ascolti?
Partiamo dal principio che io amo la musica in generale e non mi sono mai posto vincoli. Ascolto di tutto dai Skeletal Remains, ai Gorephobia, i Cult of Fire, poi posso passare benissimo a i Kiss, per poi ascoltare i Varathron e poi i Grave Digger. Poi io vado molto a periodi, di recente ascolto prevalentemente heavy e thrash old school.

Questa progetto resterà una tua creatura da studio o pensi di portarlo anche dal vivo?
Questo ancora non so, queste scelte vengono spesso influenzate dal riscontro che ha l’album, vedremo.

In conclusione ti chiedo: dopo tanti anni di carriera e dischi pubblicati, quali sono le tue aspettative legate a questo nuovo inizio?
Guarda per me è già stata una soddisfazione aver realizzato questo mio progetto grazie ad Odin della Moribund Records, che continua a credere in me. Vivo le cose sul momento. So che l’album sta andando bene e questo non può che farmi felice, ma come sempre guardo avanti. Sta per uscire il nuovo Malamorte, che per me è il migliore che ho fatto, stiamo riprendendo l’attività con i Lord Vampyr, quindi come vedi non ci si arrende.

Mortuary Drape – Il suono della reincarnazione

I Mortuary Drape finalmente sono tornati tra noi! L’ottimo “Wisdom – Vibration – Repent” (Peaceville Records) contiene quattro brani inediti in puro stile Mortuary Drape e una cover dei Mercyful Fate, la poco scontata “Nightmare Be Thy Name” da “Time”.

Benvenuto Wildness Perversion, questa volta sotto il drappo troviamo un nuovo EP, “Wisdom – Vibration – Repent”, contenente cinque brani, tra cui la cover di “Nightmare Be Thy Name” dei Mercyful Fate. Partirei proprio dal titolo dell’opera, la scelta delle singole parole e del numero delle stesse ha qualche significato magico\rituale?
Ciao a te e grazie per questa intervista, inizio con spiegare i significato del titolo:
Wisdom: la maturazione spirituale ormai consolidata. Saggezza.
Vibration: la musica intesa come sensazioni e vibrazioni, il suono.
Repent: ripensamento agli errori commessi da questo mondo.
Wisdom e Repent contengono sei lettere mentre invece Vibration è composto da nove lettere, non è un caso e sono molto compiaciuto che tu l’abbia chiesto. Il numero sei evoca la prova iniziatica e l’impegno attivo dell’iniziato a seguire la via dell’elevazione spirituale, mentre invece il nove è il numero della generazione e della reincarnazione.

C’è un nesso tra titolo e copertina?
La creazione della copertina nasce dalla nostra collaborazione con Chris della Misanthropic Art che da qualche anno a questa parte collabora con la band per diverse grafiche. Dopo aver raccontato cosa ci serviva ha subito messo in pratica la sua grande abilità con alcune bozze che poi sono state cesellate per includere al suo interno tutti i punti che meglio rispecchiavano il significato che volevamo ottenere. La struttura portante sono le colonne, spazio sacro dove si  realizza la congiunzione dei tre punti: Saggezza – Vibrazione – Pentimento. Il simbolismo universale del Triangolo è la manifestazione del ritorno all’unità primordiale. L’effige del cranio umano accompagna la nostra evoluzione spirituale, le ali di pipistrello rappresentano i demoni, le ali degli abitanti dell’inferno. Il serpente in armonia con la sua vibrazione energetica è intorno ai tre punti e dall’oscurità riemerge verso la luce, ed infine la luna, regina della notte pervasa da magia e mistero, è simbolo d’introspezione, di raccoglimento e poi di successivo rinnovamento.

Se non erro nella vostra discografia, questo è il quarto EP, come mai avete deciso di tornare proprio con un lavoro di cinque brani e non con un vero e proprio full-length?
Non volevamo fare passare troppo tempo tra “Spiritual Independence” ed il nuovo full-album, con la pandemia si rischiava di andare veramente troppo in là, avevamo queste tracce pronte da registrare e ci è sembrato il giusto compromesso per buttare fuori qualcosa e anche per partire con questo nuovo deal con Peaceville.

Hai dichiarato che la scrittura delle canzoni è andata particolarmente bene e che la formazione è stata più compatta che mai durante i lavori. Come ti spieghi questa compattezza? C’è stato qualche evento particolare che ha rinsaldato il vostro legame?
Devi sapere che l’80% della line up ormai è insieme da 12 anni e l’affiatamento è buono, il batterista è l’ultimo arrivato ma si sta pian piano adattando ai nostri ritmi che non sono un grosso problema per lui che è già rodato a lavorare in diverse situazioni. Di solito i nostri brani nascono molto spontaneamente senza forzature di nessun genere, quasi sempre partono da una mia proposta e anche qualche altro componente della band si diletta a presentare qualche brano, in seguito tutta la band contribuisce per completare la stesura dei brani e gli arrangiamenti, le parti di basso che si staccano dalle chitarre dando al nostro sound quel taglio particolare e poi gli assoli di chitarra etc etc, oggi è tutto abbastanza easy al contrario di un tempo dove alcuni ex facevano storie su storie, e quindi via via si sono eliminati. Gli ostacoli vanno oltrepassati e si va avanti tutta.

Restando sulla fase di scrittura delle canzoni, il vostro metodo compositivo è cambiato in tutti questi anni e, se sì, in cosa?
La tecnologia oggi ci aiuta molto, una volta imbastito il pezzo gli diamo una definita, il passaggio successivo è legato alla velocità idonea che possa rispecchiare al massimo l’impronta che vogliamo dare e quando tutti siamo convinti stendiamo giù la traccia metronomica, si continua a provare sul metronomo individuando le parti forzate o meno convincenti e li si aggiusta nuovamente il tiro, nel senso che possiamo ancora cambiare i tempi di batteria, alcune pennate di chitarra e pensare agli arrangiamenti che addirittura rivoltano completamente un brano costruendo un nuovo riff e mettendo da parte delle parti poco convincenti per poi essere utilizzate per altre canzoni. Siamo molto precisi in tutto, e questo è il motivo per cui passa tanto tempo tra un disco e l’altro. La fase terminale incorpora il testo che esiste già ma non viene collocato fino a quando la parte musicale non riesce a trasmettere già da sola le giuste atmosfere, se la musica funziona le parti vocali ci si adageranno sopra in modo molto fluido e naturale.

Mentre, il tuo interesse per certe tematiche in questi anni si è spinto verso territori che prima non avevi mai esplorato?
I quattro nuovi brani sono composizioni con testi che trattano dei nostri soliti argomenti che sono un classico nel nostro stile. Dal punto di vista sonoro siamo riusciti a mantenere un filo conduttore con l’album precedente “Spiritual Independence”, intendo come utilizzo di suono vero e proprio e anche come tecnica di acquisizione ed attrezzatura usata, lo studio di registrazione è sempre lo stesso ed anche il fonico. Il giusto legame tra “Spiritual Independence” e questo mini è sicuramente il brano “Circle Zero”.

La cover del brano dei Mercyful Fate come è nata?
Il brano è stato scelto perché “Time” è l’album che ha messo d’accordo tutti noi per scegliere una canzone e rendere omaggio ad una storica e grande band che non ha bisogno di presentazioni, non è la classica cover per riempire una release, al contrario è nato tutto per caso e perché quell’album merita molto e non ha avuto il giusto interesse rispetto ad altri più blasonati dei Mercyful, quindi perché non farla?

Ti andrebbe di fare una veloce panoramica sui restanti quattro pezzi?
Lungo i secoli abbiamo assistito alla decadenza di Dio è la caduta della religione, i preti pedofili, l’intera cornice dell’illusione della chiesa cattolica che continuamente dice bugie e difende quest’orgia di religione, il paradiso ormai è un posto deserto. L’illusione della storia vede cadere Dio, un urlo liberatorio e il sabba dei preti che nel loro rituale malvagio approfittano di bambini e fanno festa, tutto alla luce di una candela in una semplice notte nei sotterranei di una chiesa, e tutto precipita, cade attraverso il cerchio zero che è il punto di incontro tra il bene ed il male.

Questo disco sancisce il vostro approdo alla Peaceville Records, che in passato si era già occupata di alcune vostre ristampe. Nonostante il legame con una delle etichette più importanti del mondo metal, il vostro fascino underground e misterioso ne esce intatto. Come te lo spieghi?
Abbiamo avuto diverse offerte ma quella che ci dava più garanzie a livello di distribuzione e visibilità è stata la Peaceville, come tu dici abbiamo già avuto a che fare con loro per le ristampe di due nostri vecchi album in precedenza usciti per un’altra etichetta, era necessario fare una ristampa di uno di questi album e sono stato contattato nuovamente per dare l’ok. In quell’occasione mi è stato chiesto quali erano i progetti futuri per la band e dopo aver spiegato quello che avevamo in programma ci hanno inviato un’offerta e da li è partito tutto. Siamo sicuri che faranno il massimo possibile per la nostra band, non sappiamo ancora quali saranno i risultati ma loro certamente avranno fatto le giuste considerazioni e sanno sicuramente quali sono le nostre potenzialità. A noi comunque piace rimanere di base una band underground e questo il nostro referente in Peaceville l’ha capito e non ha interferito minimamente sulle nostre scelte, anche la nostra proposta di occultare i testi delle canzoni è stata accolta come una scelta di rimanere riservati e con qualche mistero.

In conclusione, vorrei sapere se ci sono altri brani esclusi da questo EP che potrebbero essere, magari lavorandoci ancora su, uscire su un nuovo lavoro.
No, al momento abbiamo esaurito i brani che avevamo da parte ma comunque abbiamo lavorato molto in questi ultimi due anni di stop ed abbiamo già undici nuove canzoni ed una buona parte di loro se non tutte daranno vita ad un full-album, le stiamo già pre-producendo presso i TMH Studios di Alessandria (Italia), alcune persone che hanno sentito qualche brano dicono che questo potrebbe essere il seguito di “Secret Sudaria”. In realtà, potevamo registrarli già alla fine del 2020 ma abbiamo preferito fare uscire il mini-album perché sarebbe stato un danno uscire con un full-album durante questa emergenza e non poterlo supportare in sede live. Vediamo come procederà l’Italia nei prossimi mesi e se tutto andrà meglio decideremo se buttarlo fuori entro il 2023 o se anticipare. Vi aspettiamo ai nostri concerti dove ovviamente avrete l’occasione di sentire anche i brani di “Wisdom – Vibration – Repent”.

Death SS – Il decimo comandamento

I Death SS nel 2021 tagliano il prestigioso traguardo del decimo album, e lo fanno con un disco, “X” (Lucifer Rising / Anubi Press), che pur ripartendo dalle uscite più recenti, contiene le immancabili novità che accompagnano da sempre ogni disco dei padri dell’horror metal. Un sempre disponibile Steve Sylvester, ci ha introdotto nei meandri della sua ultima opera.

Ciao Steve, quando hai iniziato l’avventura con i Death SS ti saresti mai immaginato che il decimo disco sarebbe uscito nel bel pieno di una pandemia?
Ovviamente no. La situazione che si è venuta a creare negli ultimi due anni è stata veramente incredibile e paradossale. Sembrava di essere sprofondati nella trama di un b-movie di horror fantascienza! Comunque ho cercato di capitalizzare e sublimare artisticamente le sensazioni cupe del periodo, rigettandole all’interno del disco.

Credi che l’effetto shock che avevano i Death SS a metà anni settanta sia in parte scemato? Oggi siamo sommersi da immagini di morte nei TG, senza contare che la TV ha sempre più alzato l’asticella della violenza. Quanto è difficile spaventare con un disco nel 2021?
Certamente le cose sono molto cambiate negli anni. Oggi siamo abituati a vedere veramente di tutto ed è sempre più difficile riuscire a “scioccare” qualcuno. Da tempo infatti affermo che il “vero orrore” è quello che vediamo tutti i giorni sui telegiornali piuttosto che quello “romantico” di  mostri come vampiri e lupi mannari… Comunque, il  nostro intento non è quello di “spaventare” il nostro pubblico, quanto piuttosto quello di comunicare delle forti emozioni che attingono dalla cultura gotica tradizionale ma anche dal moderno retaggio dell’epoca in cui viviamo.

In questi anni la musica dei Death SS è cambiata parecchio, però le tematiche trattate no. Prima ti ho chiesto della percezione che il pubblico ha di certe immagini create dalla tua musica, ora vorrei sapere se è mutato invece il tuo approccio all’orrore dai primi pezzi che hai scritto a quelli contenuti in “X”.
Certamente! Si tratta di una naturale evoluzione. I Death SS non si sono mai ripetuti album dopo album ma hanno invece cercato di espandere ed evolvere le loro sonorità coerentemente con il periodo storico che stavano vivendo, mantenendo però intatta la loro identità artistica che è comunque rimasta sempre ben distinguibile…

Dal punto di vista dell’immagine, mi sembra che il tuo look sia più vicino a quello degli esordi, c’è un qualche collegamento tra questa scelta stilistica e i contenuti di “X”?
Nulla di premeditato… Semplicemente è come se avessi percorso un intero ciclo e quindi con questo disco sia tornato naturalmente alla partenza, alle mie origini, anche se ovviamente sotto un’ottica attuale.

Nell’edizione limitata del disco, troviamo un fumetto: chi lo ha ideato e chi lo ha disegnato?
Il fumetto è stato ideato da me e da Luca Laca Montagliani, sceneggiatore ed editore di Annexia, creatore del personaggio di  “Suspiria del Regno Oscuro”. Per i disegni ci siamo rivolti ad Alex Horley, autore anche della copertina del disco, artista noto per i suoi lavori con Marvel e DC Comics. Il fumetto, volutamente stampato nel classico formato dei pocket erotici italiani degli anni 70, è una sorta di booklet esteso del disco perché oltre alle bellissime tavole di Horley contiene al suo interno tutti i testi e i credits del nuovo lavoro.

I Death SS non hanno mai smesso di stampare in vinile, hanno sempre pubblicato singoli, EP ed edizioni limitate. Oggi lo fanno quasi tutte le band, perché forse quei pochi che comprano ancora il supporto fisico preferiscono spendere qualcosa in più per avere un’opera rara. La discografia si sta trasformando sempre più in un mercato di non largo consumo simile a quello, per esempio, della pittura?
Bè, diciamo che ora il mercato è basato quasi esclusivamente alla vendita dei download digitali. Io sono invece rimasto legato al “supporto fisico”, essendo anche un collezionista di dischi e singoli rock. Mi piace avere un prodotto che oltre che ascoltare puoi toccare ed ammirare visivamente. Per questo ho sempre continuato a pubblicare singoli, vinili, box e ultimamente addirittura le visioni su tape, che pare siano tornate nuovamente in auge. Si tratta di oggetti proposti a tiratura limitata, destinati al mercato collezionistico, che aumenteranno il loro valore nel tempo.

“Suspiria” è il pezzo che preferisco del disco, come è nato?
Innanzitutto chiarisco che la mia Suspiria non c’entra nulla con il film di Dario Argento e con l’omonima canzone dei Goblin. Il riferimento è rivolto esclusivamente al fumetto dark-erotico “Suspiria (del Regno Oscuro)”, creato alcuni anni fa dal fumettista, scrittore e sceneggiatore Luca Laca Montagliani per l’Associazione Culturale Annexia. Come “Zora” è quindi una canzone nata per dare un mio contributo musicale al fumetto in questione. L’ho concepita come una song molto “teatrale”, divertendomi a sperimentare in tal senso con Andy Panigada che ha collaborato con me nelle soluzioni musicali. C’è anche un’ospitata alla lead guitar da parte di Ghiulz Borroni, chitarrista dei Bulldozer e degli Ancient. Ci ho poi aggiunto una outro in stile “tango”, suggeritami da Montagliani,…. Ne faremo presto un video.    

Rimanendo in tema, che ne pensi del “Suspiria” di Luca Guadagnino? A me è piaciuto molto…
Sì, ho visto il film di Guadagnino del 2018… Che dire? L’ho trovato un bel film anche se parecchio distante dall’originale. Credo comunque che sia stata una precisa scelta del regista. Ottimi interpreti e ottima fotografia, anche se l’ho trovato un po’ carente di suspense. Poi una cosa che a me personalmente proprio non è piaciuta è stata la Mater Suspiriorum con gli occhiali da sole!

Torniamo a “X”, il disco è stato presentato il 23 ottobre 2021 al Legend Club di Milano davanti a soli 100 partecipanti: è stato più strano tornare su un palco dopo la lunga inattività forzata o doverlo fare in una situazione surreale con un pubblico limitato?
Bè, non trattandosi di un concerto ma di una semplice presentazione, in questi tempi di prevenzione Covid e relative norme restrittive, l’aver fatto il sold out (170 posti a sedere + gli addetti ai lavori) non è comunque cosa da poco. La situazione è stata sicuramente “strana”, ma alla fine sono stato molto soddisfatto della serata perché siamo riusciti a creare una situazione “intima”, come un serata passata tra amici ad ascoltare musica, e ciò ha aggiunto maggior valore al tutto…

La Stanza delle Maschere – La stanza degli incubi

Graditi ospiti della nostra trasmissione, a presentare l’album omonimo uscito per la Black Widow Records, La Stanza delle Maschere.

Con noi Domenico e Angelo. Benvenuti su Overthewall!
Domenico: Ciao Mirella! Un grande saluto a tutti gli ascoltatori di Overthewall che vogliamo ringraziare per il grande supporto alla buona musica. Facciamo parte di una grande Famiglia che, soprattutto in questo momento, “deve rimanere unita”: rock will never die!
Angelo: Ciao carissima, grazie dello spazio che ci hai dedicato! E’ un piacere parlare con te.

La fonte d’ispirazione è data dalla passione per il cinema d’autore italiano. Parliamo dell’idea iniziale della band?
Domenico: La passione per un certo tipo di letteratura “oscura” e per il cinema di genere è nei nostri cuori. Sono cresciuto con i film di Lucio Fulci e di Mario Bava. Poi quando scoprii il gotico di Pupi Avati… fu un trauma. Nel senso positivo ovviamente. Le nostri radici partono dai grandi scrittori dell’Horror ( H.P Lovecraft , Edgar Alan Poe ) ma, personalmente, sono anche un grande lettore di Giorgio Scerbanenco e di Luigi Pirandello. “Uno, nessuno, centomila” è un must assoluto. Un capolavoro senza tempo.
Angelo: Il cinema passato, thriller\ horror italiano, e la letteratura in puro stile macabro, come appunto Poe o Lovecraft, hanno plasmato fortemente la nostra proposta. Ricercare, sviluppare e plasmare atmosfere in puro stile misterioso ed accattivante è il nostro obiettivo. Soprattutto far rabbrividire gli ascoltatori è la nostra missione.

Quanto è durata la gestazione dell’album?
Domenico: La gestazione dell’album è durata, più o meno, cinque anni. Essendo il compositore di tutte le musiche e Angelo il creatore di tutte le liriche, abbiamo cercato di fare un lavoro certosino per incastrare ogni singola nota ed atmosfera nel mood di ogni racconto. Ho trovato l’ispirazione musicale attraverso la mia passione per le colonne sonore e verso il dark sound italiano: Jacula, Goblin, Fabio Frizzi, Antonius Rex e il Segno del Comando. Il lavoro di composizione e di registrazione è stato molto complesso ma allo stesso tempo naturale. Sicuramente molto emozionante.
Angelo: Riuscire ad incastrare racconti, parti vocali con le composizioni musicali non è stato semplice, ma alla fine siamo riusciti a creare qualcosa di particolarmente inquietante come da nostro principale obbiettivo, un passo alla volta e… brividi…

La band si avvale di collaborazioni prestigiose, vogliamo citare gli artisti che sono presenti nell’album?
Domenico: All’interno dell’album abbiamo voluto avuto tantissimi ospiti musicali e cinematografici. Per quanto riguarda l’aspetto musicale: Alexander Scardavian (Strange Here ed ex Paul Chain Improvisor ), la talentuosa Tiziana Radis e Roby Tav dei Secret Tales. Per l’aspetto cinematografico abbiamo avuto il grandissimo onore di aver ospitato delle splendide prefazioni da parte di: Antonella Fulci, figlia dell’immenso Lucio, che vogliamo salutare con grande riconoscenza; Claudio Bartolini, autore di numerosi volumi sul thriller/horror italiano ed autore del celebre “Gotico Padano” basato sul cinema nero di Pupi Avati; Manuel Cavenaghi del Bloodbuster di Milano. Una Mecca per tutti gli amanti dell’horror. Posso soltanto dire che, a ripensare a tutto il lavoro svolto, la mia commozione è tutt’ora molto viva. Ringrazio i ragazzi della Black Widow (Massimo, Pino e Laura), gli amici che ci hanno sempre sopportato, Overthewall e tutti gli ascoltatori. Nessuno è qualcuno… siamo tutti pezzi fondamentale di un grande ingranaggio. Se non esistessero gli ascoltatori… tutto questo non esisterebbe . We are the children of revolution….

Com’è stato l’impatto con il pubblico e la critica?
Domenico: L’impatto con la critica, per quanto mi riguarda, è stata una grandissima sorpresa…inaspettata. Pur essendo un progetto molto complicato e non di facile ascolto, sono rimasto piacevolmente colpito dai numerosi riscontri positivi che abbiamo avuto. Non me lo sarei mai aspettato, credici!
Angelo: Senza parole! I primi responsi della critica sono stati a mio avviso ottimi! Sinceramente non avrei mai pensato a tanto, il progetto è complesso, ma a quanto pare inizia a colpire in maniera incisiva!

Viste le nuove disposizioni del governo, i live sono sospesi almeno, fino al 24 novembre. Come vi organizzerete per promuovere il disco?
Domenico Viste le nuove disposizioni l’unica cosa che, almeno per ora, si può continuare a fare, è provare. E’ un periodo molto duro e le Maschere si stanno rivelando, ma dobbiamo essere tutti uniti per portare avanti la nostra Arte ed il nostro essere. E’ un grosso pasticcio per tutti perché, in tutte le tipologie di lavoro, si stanno creando dei grossi problemi economici: locali, bar, ristoranti ed anche le sale prove. In questo momento è importantissimo pensare con la propria testa. In attesa di poter ritornare a suonare sul palco, metteremo tutta la nostra energia positiva per esercitarci e per poter migliorare di prova in prova. Lo dobbiamo a voi ascoltatori ed alla nostra label.. e a noi stessi

Come i nostri ascoltatori possono seguirvi e contattarvi?
Domenico: Potete trovarci tramite la nostra pagina FB: La Stanza delle Maschere.

Grazie di essere stati con noi
Domenico ed Angelo: Ancora grazie mille per lo spazio concesso, Mirella. Grazie a te e a tutti gli ascoltatori. Mi raccomando, tutti uniti nel nome del rock’n’roll… come diceva l’immenso Marc Bolan dei T-Rex: “Rock on!” e io aggiungo: “Fulci lives!!!”

Trascrizione dell’intervista rilasciata a Mirella Catena nel corso della puntata del 9 Novembre 2020 di Overthewall. Ascolta qui l’audio completo:

Necrofili – L’immacolata decomposizione

Al di là della retorica sul quanto sia importante avere un sound personale, quanto l’essere poco inquadrabili può essere un vantaggio? Stando ai Necrofili, l’originalità è un’arma a doppio taglio che può portare in egual misura consensi e critiche negative. Ciò che conta, però, è andare dritti per la propria strada, magari anche senza particolari vincoli artistici. Da questo punto di vista il nuovo EP “Immaculate Preconception” è un esempio da manuale.

Ciao Carlo (Pelliccia, voce e chitarra), da qualche tempo è uscito “Immaculate Preconception”, il vostro ultimo EP. Ti chiederei di stilare un primo bilancio sull’accoglienza ricevuta dal disco.
L’accoglienza di “Immaculate Preconception” ci ha piacevolmente sorpreso. La critica, nella maggior parte dei casi, lo ha premiato con recensioni veramente molto positive, sia sulle riviste e webzine più generaliste e gettonate, sia su quelle che si concentrano in maniera specifica sull’underground. L’accoglienza del pubblico è stata altrettanto buona: abbiamo già ristampato una volta la versione CD per esaurimento della prima tiratura, e al momento anche il secondo lotto è agli sgoccioli. Tutto questo ha un po’ innalzato la nostra visibilità nel circuito underground, e ci ha dato la possibilità di fare diverse date dal vivo in contesti differenti dal solito, compresa la possibilità di esibirci in apertura per gruppi storici come Distruzione, Assassin e Benediction. Insomma, finché non è arrivato il Covid a guastare la festa, devo dire che ci siamo divertiti nel corso dell’ultimo anno.

Avete scelto la strada dell’autoproduzione, è stata una decisione presa da subito o è figlia della difficoltà di trovare un contratto soddisfacente?
“Immaculate Preconception” è nato direttamente come un’autoproduzione, così come è accaduto anche per il suo predecessore “The End Of Everything”. Per questi due lavori non abbiamo neanche provato a cercare un’etichetta che li producesse. Lo abbiamo fatto in passato, ormai più di dieci anni fa, quando abbiamo registrato un demo (“Promo 2008”) e lo abbiamo fatto girare per etichette sperando di ricevere una proposta per il nostro successivo full-length. Ma è stato un completo buco nell’acqua, non abbiamo ricevuto nessuna proposta vera e propria, solo offerte da parte delle agenzie di promozione. Da quel momento in poi ci siamo orientati sempre ed automaticamente sull’autoproduzione e sull’autopromozione, evolvendo gradualmente ciò che avevamo imparato a fare per i primi demo. In fondo, ci piace l’autoproduzione: ci prendiamo i nostri tempi ed abbiamo libertà assoluta. Non solo i nostri lavori sono “autoprodotti” nel senso di “autofinanziati”, ma sono anche materialmente registrati, mixati e masterizzati da noi stessi nella nostra sala prove, senza avvalersi di uno studio professionale. Anche se i risultati che siamo in grado di raggiungere sono ormai di buon livello, sappiamo bene che, sia per mezzi sia per competenze, non siamo in grado di rivaleggiare con la pulizia e l’impatto sonoro delle produzioni mainstream, e spesso neanche con quelle di quei gruppi underground che scelgono di spendere soldi in uno studio professionale. Da un certo punto di vista, quindi, soffriamo questa condizione, ma dall’altra vantiamo di avere un suono realmente nostro. Vedi: quando il budget da investire non è molto, e credimi che questo è sia il caso delle produzioni autofinanziate sia di quelle spesate da una piccola etichetta, puoi accedere ad uno studio professionale solo per poche ore di lavoro. Non hai il tempo di creare un tuo sound, ti prendi il suono standard che quello studio fornisce per il tuo genere di riferimento. Insomma, alla fine il tuo disco suona bene, ma uguale a mille altri.

Avete una quindicina di anni di carriera alle spalle, che consiglio vi sentite di dare alle giovani leve che oggi si affacciano oggi nel mercato musicale?
Non so se una giovane leva abbia voglia di ascoltare i consigli di un quarantenne che fa metal da una vita senza aver mai raggiunto alcuna fama rilevante. Forse un ventenne ha più voglia di sfondare, di diventare qualcuno, ed è giusto così. Ho pochi consigli pratici su cosa fare e cosa non fare. L’unico che mi sento di dare, pertanto, è sull’approccio da tenere: inseguite il vostro sogno e rifuggite la mediocrità, ma state attenti a non nutrire mai invidie, ed evitate di montarvi la testa per ogni più piccolo riconoscimento ottenuto, o correrete il rischio di avvelenare le vostre vite e sminuire la vostra passione. Al contrario, fate in modo che il divertimento sia sempre superiore allo stress da fallimento, e che la passione per la musica non venga a spegnersi nel momento in cui fama e riconoscimenti non dovessero arrivare. Tenete presente che non essere famosi non implica essere mediocri. Viviamo in un sistema che ci spinge a cercare il consenso degli altri, per questo crediamo inconsciamente che la realizzazione personale si misuri con il numero dei like, dei follower, delle visualizzazioni, della gente sotto il palco e di quella che fa la fila per una foto o un autografo. Quando questi riconoscimenti non arrivano, ci si sente dei mediocri e ci si deprime. Non cascateci: è una truffa di questa società. Basta ragionarci un attimo per capirlo. Il sistema della fama non può che essere fatto a piramide: pochi famosi al vertice, sorretti da un’ampia base di non noti, senza i quali i famosi non esisterebbero neanche. Miliardi di persone alla base, e poche migliaia, al più qualche milione, al vertice. La statistica vi è contro, mi dispiace. Ci spelliamo le mani per applaudire quei tizi famosi che rincoglioniscono gli adolescenti con messaggi come “credete in voi e sarete famosi”. No, è sbagliato: così stanno solo cucinando un’altra generazione di depressi. Noi diciamo invece: credete in voi, fate quel che vi piace fare, divertitevi e non fatevi condizionare. Basta.

Quando mi avete contattato per l’intervista, vi siete descritti come death metal band, ma alla luce di quello che ho potuto ascoltare su “Immaculate Preconception”, direi che il vostro sound è più vicino a quello di horror band come Death SS (periodo “Heavy Demons”) e Blood Thirsty Demons. Trovo degli elementi thrash, il cantato è più simile allo scream che al growl, e una forte influenza della tradizione heavy italica. Credi che l’etichetta di death metal band calzi ancora bene con quello che suonate oggi?
Boh, forse si, forse no. Mi sa che hai ragione. Tendenzialmente, per sintesi, ci definiamo “death/thrash metal” nelle locandine, per dare un’idea a chi non ci conosce. In fondo veniamo da lì, attingiamo a piene mani da Slayer, Carcass, Death, Obituary e simili, le nostre origini stanno là. Diciamo che il mix di partenza è 50% death, 50% thrash. Poi abbiamo altre influenze, ognuno di noi le sue particolari, quindi chi è più melodico, chi più black, chi più grind, e così via. Mettiamo tutto nel frullatore, e ci teniamo quel che viene fuori. Mi fa piacere che tu ci abbia sentito una vena da horror band, perché quella mi sa che è una cosa che ci ho messo dentro io, che apprezzo il genere. Credo che a questa non completa aderenza ad un sotto-genere specifico contribuisca anche il discorso che facevo prima circa i suoni delle autoproduzioni, in contrapposizione a quelli delle produzioni standardizzate, che sono più nettamente suddivise per generi. Forse dovremmo usare una più generica etichetta “Extreme Metal”, così vaffanculo al problema, però quando dobbiamo mandare i dischi per le recensioni e le interviste a volte ci sono percorsi obbligati e redazioni diverse a seconda del genere, per cui una per il death, una per il black, una per l’heavy, e così via. In questi casi, mandiamo tutto su “death”, perché è l’influenza più forte. Circa il nostro equilibrismo tra gli stili, a volte ci è stato detto che siamo una merda, perché non siamo né carne né pesce, altre volte che siamo interessanti proprio perché non del tutto inquadrabili, e quindi in un certo modo originali. In verità è semplicemente quello che dicevo prima: mettiamo nel frullatore quello che ci va di fare, e non ci facciamo condizionare molto da pensieri di etichettatura del genere.



Tra i brani presenti sull’EP ho particolarmente apprezzato “Campo de’ Fiori”, che mi dici di questa canzone e credi che in qualche modo possa anticipare il vostro futuro sound?
“Campo de’ Fiori”, per i Necrofili, è un po’ tradizione, un po’ futuro. Ci sono molti elementi del nostro sound “classico”, ed anche il cantato in italiano è qualcosa che abbiamo già sperimentato un paio di volte in precedenza. Ci sono però elementi sui quali ci siamo gradualmente spostati nel corso del tempo, come una maggiore strutturazione ed una minore presenza di forme fisse strofa-ritornello. Quel rallentato sul finale, che diventa quasi doom, non lo avevamo mai fatto prima. E’ stata un’idea di Marco, il batterista, che ha rallentato all’inverosimile un riff che altrimenti sarebbe stato più in linea con tutto il resto della canzone e del disco, creando un’atmosfera di oppressione che per noi era inedita. Abbiamo poi adeguato di conseguenza gli arrangiamenti degli altri strumenti ed il testo della parte finale, per andare dietro quella sensazione, ed infine Alessandro ci ha messo sopra un solo di chitarra che mi piace tantissimo, che completa veramente bene quella parte. Abbiamo scoperto anche che, per noi, suonare ultra-veloci non è un problema, ma suonare così lenti è difficilissimo! Alcuni di questi elementi posso dire per certo che sono consolidati, perché fanno capolino anche nelle tracce che abbiamo scritto sinora per il prossimo lavoro, insieme con alcuni altri elementi nuovi per noi.

Cosa significa il titolo del disco? Non ti nascondo che ci sto rimuginando su da un po’.
E’ un gioco di parole, che funziona in inglese, ma non in italiano. “Immaculate Preconception”, significa “preconcetto immacolato” o “pregiudizio immacolato”, e suona estremamente simile a “Immaculate Conception”, che è l’Immacolata Concezione del dogma cattolico che vuole che la Madonna sia nata priva del peccato originale. In italiano il gioco di parole non funziona, perché diciamo “preconcetto” o “pregiudizio”, e non “preconcezione”. Riguarda tutti quei pregiudizi che ci portiamo dentro inconsciamente, per via della formazione ricevuta da bambini, che ha generato una scala di valori che non abbiamo mai neanche pensato di poter mettere in discussione. Ecco perché questo pregiudizio è immacolato: non ne abbiamo alcuna colpa, se non quella di non esserci mai fermati un attimo a pensarci, che è quello che invitiamo a fare in alcuni brani del disco come “Infaithcted” e proprio “Campo de’ Fiori”. La religione è una delle principali fonti di pregiudizi immacolati. Qui in Italia abbiamo tutti ricevuto una formazione cattolica, in maniera diretta o indiretta, che ha contribuito a formare il nostro modo di vedere le cose come individui e come comunità. Anche là dove i percorsi di fede si sono interrotti, le forme più profonde di quel modo di pensare sono rimaste radicate nella testa delle persone. Non tutti riescono a riconoscerle e a domare gli istinti che ne scaturiscono, e questo è un grosso freno verso il progresso, verso l’accettazione di chi la pensa diversamente e verso la realizzazione di noi stessi. Quello che vogliamo dire, comunque, è che questo non vale solo per la religione cattolica, che per noi è sempre bersaglio facile, e ancora più in generale, non vale solo per la religione, ma vale per ogni tipo di credo e valore con il quale siamo cresciuti.


Sicuramente di impatto la copertina, chi è l’autore?
Claudia Ianniciello, che ha fatto davvero un lavoro incredibile nel rendere il concetto del pregiudizio immacolato. Visto che il gioco di parole del titolo è con l’Immacolata Concezione della religione cattolica, l’idea è stata quella di distorcere una Madonna in Trono, un soggetto tipico dell’arte sacra medievale. Di solito le Madonne in Trono sono raffigurate con il bambino in braccio, sono circondate dai santi, ed abbondano di toni dorati per esaltare la santità della scena. Claudia ha mantenuto l’oro, ma ha scurito tutto il resto, ha trasfigurato la Madonna dandone una versione blasfema e tutt’altro che immacolata, ha trasformato il bambino in una larva ed i santi intorno alla Madonna… siamo noi quattro! Siamo stati veramente contenti di questa copertina. Se volete vedere altri lavori di Claudia, che solitamente lavora come illustratrice per il mondo dell’editoria e dei fumetti, il suo portfolio è qui: https://www.artstation.com/claudiasg

In considerazione della breve durata dell’opera, l’avete proposta per intero dal vivo?
Sì, in alcune occasioni l’abbiamo fatto. Dipende dalla situazione, se abbiamo un’ora abbondante di esibizione a disposizione, allora una mezz’ora la dedichiamo ad “Immaculate Preconception”, eseguendolo tutto di fila così come è su disco, con tanto di intro e tutto. In altre situazioni, dove abbiamo minor tempo a disposizione, ne prendiamo solo alcuni estratti e li diluiamo nel resto della scaletta. Comunque “Infaithcted”, “Campo de’ Fiori” e “The Shapeless Thing” sono diventate presenze stabili nella scaletta dell’ultimo anno.

Come strutturate un’esibizione?
Dipende molto dal tempo a disposizione e dal contesto dell’esibizione. Se siamo headliner e giochiamo in casa, allora possiamo suonare un’ora e mezza davanti ad un pubblico che ci conosce. In questo caso ci lasciamo proprio andare. Come si diceva prima, facciamo “Immaculate Preconception” per intero, facciamo quasi per intero anche il precedente “The End Of Everything”, facciamo ascoltare qualcosa di più vecchio, facciamo ascoltare anche qualche anteprima del prossimo lavoro, e spesso troviamo tempo anche per un divertissement come la nostra personalissima versione de “Il Mondo” di Jimmy Fontana… Se suoniamo una mezz’ora in apertura per una band di calibro, e magari siamo anche in trasferta, abbiamo la matematica certezza che quasi nessuno in sala conoscerà i nostri brani, ed allora ci concentriamo nel tentativo di divertire e scaldare il pubblico, che è il nostro compito principale in queste situazioni. Lo facciamo scegliendo i pezzi di maggiore impatto, che allo stesso tempo siano anche rappresentativi della nostra esperienza, per farci conoscere e per incuriosire il pubblico. Poi ci sono molte sfumature tra questi due scenari agli antipodi, ad esempio quando si suona tre quarti d’ora in trasferta dividendo la serata con un’altra band underground, ed in questo caso si fa un misto delle due cose: pezzi di impatto per farsi conoscere, ma con anche la possibilità di aprire una parentesi più particolare nel corso dell’esibizione. Ad ogni modo ci sono alcuni brani che suoniamo praticamente sempre, come “War!” in apertura e “Signore del Tempo” in chiusura, e come dicevo prima anche una manciata di brani di “Immaculate Preconception” sono diventati presenza fissa in scaletta.

g.f.cassatella – Photo by Serena De Santis

Abysmal Grief – Nel buio più profondo

Gli Abysmal Grief rappresentano la continuità all’interno della scena italiana. Sono probabilmente l’unica band che è stata in grado di riprendere il discorso lasciato in sospeso da band quali Jacula, Death SS (mi riferisco alla prima incarnazione della band), Violet Theater\Paul Chain. Il gruppo non si è limitato a rinverdire questa tradizione, ma si è spinto oltre donando nuova linfa alla scena doom nostrana. Regen Graves, Lord Alastair e Labes C.Necrothytus hanno risposto alle nostre domande.

Vi va di presentare la band ai nostri lettori?
R.G.: Da più di dieci anni gli Abysmal Grief portano avanti un discorso filosofico-esoterico basato sui rapporti medianici e sul culto della Morte, inserendolo in un contesto musicale strettamente legato alla tradizione dark doom italiana degli anni settanta/ottanta. Ogni nostro lavoro è da intendersi come una sorta di resoconto delle nostre personali ricerche nell’ambito dell’Occulto, che esponiamo traendo ispirazione anche dalla letteratura e dalla cinematografia horror.

Quali sono le vostre influenze musicali?
L.A.: In un periodo in cui la crescente popolarità del metal stava, a nostro giudizio, corrompendone l’essenza, abbiamo cominciato ad approfondire le nostre conoscenze sui precursori di questo genere. Gruppi come i Black Sabbath, Jacula, Black Widow e sopratutto i Death SS del periodo dal 1977 al 1984, hanno dato vita ad un percorso artistico talmente innovativo e suggestivo da influenzare profondamente il nostro approccio alla musica. Nel tempo abbiamo compreso che ciò che ci attrae maggiormente è legato a differenti generi musicali, in particolare l’horror metal, il doom ed il dark, ma al centro delle nostre attenzioni ci sono le emozioni e la concettualità che la musica riesce ad esprimere.

Una vostra cover, “Black Mummy”, è stata inserita nel disco tributo ai Death SS. Ci sono secondo voi delle similitudini tra la vostra band e quella di Steve Sylvester?
R.G: Di certo noi portiamo avanti un discorso musicale ed esoterico che deriva dai primi Death SS del periodo Sylvester/Chain, ma ti assicuro che sono quasi dieci anni che nelle interviste mi sento nominare i Death SS e la cosa comincia un po’ a stufarmi.

Nella biografia presente sul vostro sito ufficiale si legge a riguardo del gruppo “fortemente influenzato dal profondo interesse verso elaborate forme di esoterismo e magia rituale (ben lontane comunque da ogni tipo di satanismo)”. Cosa è per voi la magia?
R.G: Personalmente ritengo la Magia e lo studio delle pratiche magiche in generale un metodo efficace per entrare in contatto con una parte della mia coscienza che altrimenti tenderebbe a rimanere sopita dal senso di inutilità della mia esistenza. Col tempo in questo mio percorso del tutto personale mi sto lentamente liberando di quegli stereotipi che caratterizzavano certe fasi della mia espressività artistica, per confluire in una riflessione maggiormente filosofica e lontana da influssi esterni e probabilmente per certi versi ben lontana anche dalla musica stessa.

In fase di recensione ho definito la vostra musica: “Una ricerca religiosa, scevra di ogni religiosità”. E’ corretta come definizione?
L.A.: Non siamo persone religiose, non condividiamo i dettami della chiesa cattolica ne quelli delle altre dottrine. Siamo profondamente attratti dalla Morte, unica certezza della nostra esistenza e ci affascina tutto ciò che la circonda evocando funebri sensazioni. Questo ci lega saldamente alla ritualità funerea, all’arte cimiteriale, allo spiritismo ed alle superstizioni legate al mistero dell’Occulto. Trattiamo questi argomenti con rispetto e serietà poiché sono alla base della nostra musica.

Continuando la lettura della biografia indicate nell’Horror un’ulteriore influenza.
L.A.: La letteratura ed il cinema dell’orrore sono una grande fonte di ispirazione per noi, che ha radicalmente influenzato il nostro percorso stilistico, spingendoci a cercare di creare con la musica le stesse atmosfere e la stessa suggestione che evocano la paura della Morte ed il dolore che essa crea. Il nostro progetto fonde l’impatto emozionale del genere horror con lo studio delle tematiche occulte, dando vita ad un sound che si basa su diverse influenze, ma con lo scopo preciso di trasportare l’ascoltatore al centro di una rappresentazione delle nostre più macabre visioni.

Da poco è stato pubblicato il vostro album omonimo, potete parlarci di questo lavoro?
R.G.: “Abysmal Grief” racchiude canzoni composte in un periodo di tempo piuttosto lungo, ma che sono state incluse nello stesso lavoro per il forte legame filosofico che le lega tra di loro. Siamo soddisfatti dell’obiettivo raggiunto, anche se abbiamo avuto una serie di innumerevoli problemi sia in fase di registrazione che di missaggio e la qualità finale forse ne ha un po’ risentito. Ritengo comunque che rappresenti in pieno il nostro messaggio esoterico e un resoconto piuttosto completo dei nostri studi fin qua intrapresi.

Possiamo considerarlo un concept album?
(R.G.) Ogni nostra uscita discografica è sempre stata elaborata come un concept, nel senso che abbiamo sempre cercato di dare un’impronta unitaria ai pezzi dal punto di vista concettuale e filosofico, prima ancora che musicale. Anche “Abysmal Grief” può quindi essere considerato essenzialmente un concept basato sui rapporti con l’Aldilà.

L’album contiene il vostro mini LP “Mors Eleison”, cosa potete dirci al riguardo?
R.G.: “Mors Eleison” era stato pubblicato ufficialmente solo su vinile dalla I Hate Rec nel 2006 e la Black Widow ha insistito per inserirlo nella versione cd dell’album. All’inizio ero estremamente contrario a questa ipotesi, ma col senno di poi credo che ciò abbia dato la possibilità a chi non possiede un giradischi di poter ascoltare un lavoro per noi estremamente importante, dato che rappresenta un po’ il manifesto di tutta la nostra filosofia legata alla Morte. Ritengo “Mors Eleison” e “Abysmal Grief” due lavori profondamente distinti, ma nello stesso tempo assolutamente propedeutici.

Una costante della vostra carriera è stata quella delle poche date dal vivo. Con un album come AG sul mercato come sta andando da questo punto di vista?
L.N.: I motivi del fatto che le nostre apparizioni dal vivo sono così rare sono molteplici. Innanzitutto nei nostri concerti la componente teatrale è fondamentale, perciò dobbiamo avere massima libertà di scelta sul palco e sulla preparazione dello stesso. Ad esempio, anche a causa delle atmosfere che creiamo con la nostra musica, i festival non sono molto adatti a noi e, nonostante abbiamo partecipato ad alcuni con grande piacere, ci viene difficile pensare di suonare alla luce del sole o di spalla a gruppi che non hanno il nostro stesso “culto” musicale. Inoltre i continui cambi di line-up hanno fortemente rallentato le nostre produzioni live e il fresco divorzio con l’ennesimo batterista (quello con cui abbiamo fatto le ultime date dal vivo) ci impedisce di programmare un qualche tour di supporto all’album. Negli anni i continui cambi di batterista ci hanno dato notevoli problemi, ma credo che questo sia servito anche a cementificare il nucleo degli Abysmal Grief che essendo sempre stato composto da noi tre si è trovato sempre più unito nelle decisioni. Comunque abbiamo intenzione di supportare il nostro ultimo lavoro con date live e, nonostante siamo in fase di composizione dei pezzi nuovi, proveremo a breve un nuovo batterista per poter portare a voi il nostro messaggio anche dal vivo.

Puoi descriverci una vostra esibizione?
R.G.: Dal vivo cerchiamo semplicemente di ricreare un rituale funebre e di fare in modo che lo spettatore si senta coinvolto il più possibile. L’uso di candele o oggetti funebri non ha ovviamente uno scopo solamente estetico, ma ha il compito di ricreare un contesto di simbolismo nel quale sia possibile esprimere il concetto di Evocazione che sta alla base della nostra musica.

Con quali band vi piacerebbe dividere il palco?
L.N.: E’ stato un gran piacere ed onore poter condividere in passato il palco con Mario “The Black” Di Donato e mi farebbe personalmente piacere farlo ancora in futuro, così come con i tanti gruppi italiani troppo sottovalutati come Doomraiser, Misantropus e Mydriasi coi quali abbiamo condiviso un piacevole pomeriggio allo Stoned Hand of Doom due anni fa. Altre band con cui un giorno ci farebbe piacere suonare, anche perché abbiamo diverse tematiche in comune, sono Mortuary Drape e Denial of God che, pur facendo musica decisamente differente dalla nostra, condividono con noi un forte attaccamento alle radici della musica esoterica che, nonostante nel tempo non abbia avuto grande seguito, ha sempre portato avanti un discorso iniziato oramai trent’anni fa da gruppi quali Death SS o Jacula.

R.G.: Personalmente ritengo non sarebbe male neanche un concerto insieme ai Malombra, anche se credo di aver capito che difficilmente ci sarà la possibilità di rivederli dal vivo.

Secondo voi esiste una scena doom italiana?
R.G.: Altroché se esiste, ma mi sembra che se ne siano accorti più all’estero che in Italia. Personalmente ritengo che più ancora del Doom, l’Italia vanti nel mondo una scena che viene definita “Dark Sound” che ormai ci è stata riconosciuta come un marchio di fabbrica e della quale noi siamo orgogliosi di far parte.

A voi il compito di chiudere l’intervista…
L.N.: Ti ringrazio innanzitutto per l’occasione che ci hai dato con questa intervista e per le interessanti domande posteci e voglio lasciare i tuoi lettori con un consiglio e un monito: ogni azione che intraprenderete contribuirà, come un nuovo mattone su una strada in costruzione, alla direzione verso cui il vostro spirito volgerà nell’Oltre Mondo, perciò tenete bene a mente che è “la Coscienza ad essere la presenza di Dio nell’Uomo”. In Morte.

g.f.cassatella

Intervista originariamente pubblicata su www.rawandwild.com nel 2008 in occasione dell’uscita di “Abysmal Grief”.
http://www.rawandwild.com/interviews/2008/int_abismalgrief.php

L’Impero delle Ombre – E tu vivrai nell’oscurità…

Ci sono dei gruppi fuori dalle mode. Ci sono dei gruppi fuori dalle logiche di mercato. Ci sono dei gruppi che vivono lontano dalle luci della ribalta. Ci sono dei gruppi che preferisco l’ombra. John Goldfinch ha costruito il suo regno nell’ombra, ed ora pronto a guidarci ne L’Impero delle Ombre.

Vi andrebbe di condurre i nostri lettori ne “L’Impero delle Ombre” raccontandoci la storia della band?
In tutta franchezza, ti devo confessare che giunti alla fine del 2007 non si può considerare L’Impero delle Ombre un gruppo convenzionale, bensì un progetto mosso da chissà quali forze preternaturali. Tuttavia, se una line up si può dire ufficiale è quella del periodo fiorentino e quindi del primo disco. La prima formazione risale al 1995; da là è passata tanta gente e parecchia acqua sotto i ponti. All’inizio suonavamo molte cover dark-doom e improvvisavamo lunghe jam sessions psichedeliche. Nel 2003 siamo giunti alla formazione composta da mio fratello Andrea alla chitarra, Dario Caroli alla batteria, Enrico Caroli al basso (dai mitici Sabotage) e Alexander alle tastiere; siamo riusciti a conquistare la fiducia della gloriosa Black Widow Records. L’unico mio rammarico è il non avere una frequenza live con L’Impero. Presto, però, si sentirà ancora parlare di noi grazie alla pubblicazione del secondo LP! Novità a breve su www.limperodelleombre.it e www.myspace.com/l39imperodelleombre.

Da cosa nasce la necessità di creare musica “oscura” utilizzando dei suoni che si rifanno apertamente alla tradizione hard rock, progressiva e proto-doom, e non alle sonorità black che oggi vanno tanto di moda?
Questa è una risposta molto semplice! Il black o la musica estrema in generale non ci piace. A parte alcune eccezioni, non ha nessuna attrattiva su di noi. Il discorso della moda, poi, di per sé è ridicolo. Sai, io e Andrea, malgrado la giovane età, siamo per una concezione musicale vintage 60/70 e crediamo che i brividi che ti fanno scorrere lungo la schiena band come i Black Widow, i Dr. Z o gli High Tide non abbiano paragoni!



Quanto pesa l’essere italiani (con il relativo background culturale) sulla musica degli Impero? Io ritengo che così come la nostra italianità abbia impresso un marchio indelebile sul progressive, così abbia impresso un marchio sulla scena doom. Gruppi come il vostro, Jacula, Death SS\Violet Theater, The Black/Mario Di Donato, Abiogenesi, sarebbero potuti venir fuori in un altro Paese che non fosse l’Italia.
Prima di tutto, grazie di vero cuore per averci inserito in quel lotto strepitoso di band che ci hanno pesantemente influenzato! Anche io sono pienamente d’accordo sul fatto che tali band, soprattutto negli anni 70/80, coi relativi inconfondibili sound non avrebbero mai potuto nascere altrove, per svariati motivi. Secondo me, l’italianità è la nostra croce e delizia, qualcosa di artigianale e irripetibile. Un punto di incontro astratto fra il riprendere canoni rock anglosassoni e l’arte tutta italiana del sapersi arrangiare, creando poi strani ibridi molto originali. Aldilà della questione strettamente dark doom considera che in Italia abbiamo avuto rocker autoctoni come il grandissimo Ivan Graziani, che io adoro! Ascoltate il live “Parla Tu” per credere! L’italianità nell’Impero si deduce pure dal fatto che noi come influenze sentiamo tanto i Black Sabbath, quanto il Fabrizio De Andrè di “Non al Denaro, Non all’Amore né al Cielo”, per esempio, disco che è ispirato all'”Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Master.

Nonostante la scelta di andare controtendenza comunque il vostro debutto è stato accolto entusiasticamente da critica e ascoltatori. Siete risultati tra i gruppi migliori del 2005 nei referendum delle varie testate musicali. Allora, la qualità paga ancora?
Beh! Ovviamente siamo felici e orgogliosi che il nostro lavoro sia piaciuto. Sai, non avevamo nessuna smania di successo quando, tra buoni amici, abbiamo registrato i pezzi. La qualità paga ancora? Speriamo! In un periodo e in una scena come il metal di oggi, sembra che i valori siano decisamente cambiati: troppe chiacchiere, poco rock e poca sostanza.

Quanto contano per voi i testi?
I testi sono fondamentali e insieme alla musica vanno a creare l’opera totale della composizione del brano. A volte da un testo scaturisce la musica, altre viceversa. Sono riflessioni dall’Impero delle Ombre del mio lato oscuro o situazioni che mi creano inquietudine. Le butto fuori per esorcizzarle.

E l’uso di idiomi differenti (italiano, inglese, latino) a cosa è finalizzato?
Siamo pur sempre cittadini del mondo. In un certo senso si abbattono alcune barriere adottando diversi idiomi. Ti svelo, ad esempio, che sul prossimo disco ci saranno alcune cose in francese, dato che è basato sul romanzo francese “I Compagni di Baal” e poi, francamente, altre lingue nei giusti contesti suonano bene.

Quanto è importante il cinema per voi? Te lo chiedo in riferimento all’inserimento del monologo tratto da “Mortacci” utilizzato come intro per “Nel Giardino” e al fatto che il vostro prossimo disco sarà un concept ispirato allo sceneggiato degli anni 60 “I Compagni di Baal”.
Il cinema, soprattutto di serie B, è senza dubbio molto importante per L’IDO; diversi spunti ci vengono proprio dalle visioni e dall’ascolto di quei piccoli gioielli all’italiana dei sommi Bava, Fulci o Freda. Il nostro prossimo disco, “I Compagni di Baal” è basato sullo sceneggiato tv francese del ’68, tratto dall’omonimo romanzo e riproposto sullo schermo da Pierre Prevert. Devo dire che è qualcosa di visionario e unico con dei messaggi sociali criptati di un certo peso.

Come mai secondo voi negli anni 60 in una televisione italiana meno “emancipata” dell’attuale c’era spazio per sceneggiati come “I Compagni di Baal”, “Il Segno del Comando” o “Belfagor”, e ora siamo succubi di “Lucignolo”, “Amici” e amenità varie? Cosa pensate di un personaggio come Maurizo Costanzo, che negli anni si è trasformato da co-autore di un capolavoro come “La Casa dalle Finestre che Ridono” a autore di “Buona Domenica”?
Non credo che la tv di 40 anni fa fosse meno emancipata di quella oggi, soprattutto rivedendo gli spezzoni video del tempo e di sicuro quella di oggi fa cagare! La risposta credo sia che oggi la gente e i giovani, specialmente, abbiano la merda nel cervello! Tutti incollati allo schermo a inseguire i modelli dettati dai media e da chi comanda: uno schifo! “La Casa dalle Finestre che Ridono”? Quanto amo quel film! Il signor Costanzo, poveraccio quanto mi fa pena oggi, l’ho intravisto qualche volta per sbaglio la domenica in tv: meglio la morte!

Potete darci qualche dritta sull’uscita de “I Compagni di Baal”?
Le composizioni sono pronte da un po’. A breve cominceremo a registrare; nel corso del 2008 quindi l’uscita. La line up sarà composta, oltre da me e da Andrea (chitarra), da Dario Caroli (batteria), Fabio Oliveti al basso e un tastierista da definire. Come già detto sarà un concept album che avrà musicalmente un taglio un po’ più hard prog, pur mantenendo le caratteristiche del nostro “cemetery rock”.

A che punto è il progetto Witchfield?
“Sleepless” dei Witchfield è pronto. Ricordo che si tratta del progetto artistico musicale che vede all’opera me alla voce, mio fratello Andrea e Ilario (Hopesend) alle chitarre, Baka Bomb (Boohoos, Paul Chain) al basso, Thomas Hand Chaste (Death SS, Violet Theatre) batteria e tastiere. Suoniamo una sorta di doom metal psichedelico e usciremo su Black Widow Rec. molto presto, non appena il master ritornerà dall’Inghilterra, avendolo spedito al gran maestro Clive Jones dei Black Widow/Agony Bag per alcuni interventi di flauto. Per il disco c’è molta carne al fuoco: pezzi di organo, cover di Alice Cooper, primi Death SS ed altro ancora. Per le info visitate www.myspace.com/witchfield!

In conclusione tre dischi senza i quali oggi L’Impero delle Ombre non esisterebbero.
Domanda difficile! Facciamo almeno sei!
Black Sabbath – “Black Sabbath”
Black Widow – “Sacrifice”
Angel Witch – “Angel Witch”
Death SS – “The story of Death SS 77/84”
Biglietto per l’Inferno – “Biglietto per l’Inferno”
Balletto di bronzo – “Ys”

g.f.cassatella

Intervista originariamente pubblicata su www.rawandwild.com nel 2007.
http://www.rawandwild.com/interviews/2007/int_ipmero_delle_ombre.php