The Magik Way – La via del Rinato

I The Magik Way sono una realtà unica del panorama nazionale e internazionale. Nonostante una proposta non proprio semplice, soprattutto per chi non è addentro a determinate materie magiche, il gruppo nostrano ha visto in questi anni accrescere il proprio culto e il proprio seguito. “Il Rinato” (My Kingdom Music) è un’opera affascinate, capace di conquistare la sfera conscia e inconscia dell’ascoltatore. Abbiamo contattato Nequam per farci accompagnare lungo la via magica che porta alla rinascita…

Benvenuto Nequam, ora che il nuovo album “Il Rinato” è qui, a che punto del suo cammino magico è arrivata la tua creatura?
Grazie, un saluto a tutti! L’adepto, protagonista del nuovo album, sintetizza con la sua vicenda quanto la nostra ricerca sia assolutamente in atto e non priva di incertezze, come è naturale che sia. C’è stata un’organica evoluzione rispetto ad alcune pratiche e soprattutto rispetto all’approccio, ma le grandi domande che ci muovevano tanti anni fa sono le stesse, seppur rinnovate, e molte di queste non trovano risposta. C’è una domanda che in particolare caratterizza tutto il nostro percorso, quella relativa al rapporto tra l’uomo e il preesistente, della relazione che intercorre tra la nostra esistenza e lo “stato di necessità” della natura, che ci lega tutti, indissolubilmente, al principio di nascita e morte. La Morte quindi, non solo come rappresentazione ma come funzione, come conditio sine qua non, affinché risulti possibile comprenderne la brutalità: l’inevitabilità della morte per il prosieguo di una causa maggiore: la specie e la sua preservazione. Il nostro unico e vero Destino, già ben descritto dai greci che definivano l’uomo brotos o thnetos, mortale appunto, destinato a questo e a nient’altro che questo. Se per i primi anni ci siamo mossi con spirito avventuriero e un po’ scellerato, soprattutto nel circuito elitario dello spiritismo cittadino (Alessandria ha giocato un ruolo importante per le sue figure eccentriche e energetiche conosciute in giovane età), ora ci vediamo coinvolti in un contesto assai diverso, molto più mirato e in una certa misura autobiografico. In questo modo ci è possibile procedere alla riscoperta di un ideale “secondo natura” che trova una ragion d’essere in un culto, antico e primordiale, che emerge, si intravede, non senza conflitti e sincretismi. Ci troviamo quindi coinvolti in una nuova prospettiva, che pone nuovi quesiti, nuovi dubbi, in sostanza nuove strade da percorrere. Tali domande sono linfa vitale per chiunque si dica impegnato in una propria ricerca esoterica e spirituale.

Tralasciando un attimo il lato spirituale e magico, ti porrei la stessa domanda da un punto di vista più prammatico: a che punto della vostra carriera siete voi The Magik Way?
Nel 2021 saranno 25 anni dalla creazione dei The Magik Way, un bel traguardo per noi che guardiamo la cosa non senza una certa incredulità. Pensiamo che, al netto di tutti questi anni trascorsi, la più grande delle conquiste da noi raggiunta sia stata dare priorità ai nostri tempi e alle nostre aspirazioni, in una parola rimanere distaccati dai meccanismi più stringenti della musica, rimanendo concentrati sul messaggio e sulla proposta. Abbiamo sempre fatto quello che ci è parso giusto senza alcuna pressione, mutando genere, frequentando varie arti, portando avanti un processo creativo con serietà e (speriamo) coerenza, specie in quegli anni in cui non abbiamo pubblicato album, fatto concerti, né cavalcato i social per arrivare alla gente. Qualcosa è sempre rimasto invariato in noi, qualcosa che ha a che fare con la volontà e con una dose di urgenza, di necessità. Il nostro demone divorante. Anche ora, che pare esserci più attenzione verso di noi, siamo sempre legati ad una visione precisa e abbiamo in testa nuovi progetti che desideriamo portare a termine. Progetti musicali, ma anche teatrali, filmici, un mondo a 360 gradi che specie nell’ultimo anno abbiamo ripreso in mano con estrema convinzione. Questo ci appassiona molto. Questo è quello che i The Magik Way sono diventati dopo tanti anni, una sorta di denso nucleo, legato ad un progetto comune, ad un sentire, che ci unisce e ci spinge a creare, ci rende orgogliosi ma non per questo sazi. Abbiamo conosciuto tanti amici, in ambito artistico, grandi musicisti e non solo, talenti con i quali abbiamo anche collaborato, persone vere. Così andrà avanti, fino a che si potrà.

Evidentemente questa intervista vive di dualità, ancora una volta vorrei porti un quesito che analizzi due aspetti. Mi soffermerei sull’aspetto lirico, che tipo di studio c’è dietro i testi de “Il Rinato”?
Per ideare questo concept album mi sono affidato a due ambiti distinti: quello della psichiatria, il mio campo lavorativo e quello esoterico, ispirato dai culti misterici, dalle neo-magie, da un interessante percorso per analogie e sincretismi che emergono ogni qualvolta ci si impegna in una ricerca, il tutto ovviamente tramato, narrato e non preso a prestito tout court. In ambito psichiatrico ho potuto osservare da molto vicino i percorsi della mente schizofrenica, dei deliri, delle voci dialoganti, delle giaculatorie (o insalata di parole), una particolare condizione dove l’atto parlato non è filtrato dall’azione dell’Io, ma è puro flusso di suoni, disorganizzati. Un fenomeno questo che mi ha anche ispirato vocalmente. Queste tematiche hanno trovato una corrispondenza, un ponte di unione con la sfera esoterica, attraverso certi studi sulla nevrosi, osservati in rapporto a rituali primitivi (pensiamo a “Totem e Taboo” di S. Freud ad esempio). Secondo certe teorie è attraverso la ritualità che l’individuo “inscena” le sue resistenze, le sue pulsioni, le paure più recondite, dando loro una dimensione simbolica e per certi versi meno spaventevole. L’oggetto rituale, il “totem” in questo caso è il Sole, che l’adepto riconosce animalmente come guida, come forza generatrice. Se ne innamora, lo brama, gli tributa rituali di sangue, attraverso un fuoco errante, che scalda ma non illumina. Evoca le Salamandre, offre loro sangue sgorgante dalla sua stessa lingua recisa, ma infine nella sua rinascita energetica ed elettrica, è proprio la sua carne a cedere, bruciando, per precipitare nella più cupa follia. Ecco che così, il soggetto pensante (il parnasso), colui che credeva di possedere gli strumenti per agire sulla realtà, altro non era che il frutto di una realtà distorta, descritta come “quel mondo deforme che gira, gira, gira, gira”, un ritorno inevitabile al paradigma dei The Magik Way dove l’uomo fallisce e il preesistente osserva: distaccato, definitivo e imperscrutabile.

Sposterei ora il focus dall’aspetto contenutistico dei testi a quello più tecnico. Hai fatto una grande prestazione nelle parti cantante, rubano quasi del tutto l’attenzione. Sono rimasto colpito dai cambi di registro. Ti chiederei che tipo di lavoro hai fatto sulle linee vocali e se ti ispiri a qualcuno, a me sono venuti in mente Capossela nei momenti più acidi e Ferretti (epoca C.S.I.) in quelli più salmodiali.
Intanto ti ringrazio molto per le tue parole. Essendo la nostra proposta vicina al cantautorato, seppure oscuro, sento per primo la responsabilità di veicolare il messaggio e la narrazione nella maniera più giusta ed evocativa possibile. Diciamo che in generale testi e musiche nascono insieme, per poi essere tramate. Le parti vocali sono assai presenti e alternano momenti cantati ad altri praticamente recitati. Questi due approcci rientrano nella logica delirante dell’adepto, spesso sospeso in una condizione di dissociazione, tra voci dialoganti e volontà alternanti, dove spesso s’inserisce anche quella di Gea Crini, la voce femminile che funge da coscienza morale, che umilia il protagonista. La mia voce è la voce di Nequam, non solo il mio soprannome ma una sorta di alter-ego, l’annichilito interprete dei versi dei The Magik Way. Su di se c’è tutto il peso della narrazione, per questo la sua voce è così cupa e roca, la sua postura così rigida e contratta: il limite fisico indotto da questa condizione è la cifra stessa del timbro che lo caratterizza. Come in ambito attoriale, è necessario lavorare sul personaggio, estrapolarlo e sviscerarlo prendendolo da qualche anfratto dentro di noi. Dopo tanti anni di lavoro, vedo che la mia voce sta mutando e diviene sempre più prossima all’ascoltatore (e in effetti vorrei uscisse dal disco e raccontasse in carne ed ossa), sento questo bisogno profondo di raccontare, come fossimo tutti attorno, in condivisione. Fin da ragazzino ho sempre subito il fascino delle grandi voci carismatiche, non solo canore, ma anche attoriali, del cinema, della tv. Tu citi Capossela che amo molto, come Giovanni Lindo Ferretti, ma potrei citarti il grande Umberto Orsini, Giorgio Albertazzi, Carmelo Bene: voci imponenti che ascoltavo da bambino. Potrei anche citarti Mr. Doctor dei Devil Doll, Blixa Bargeld, Judith Malina e il grandissimo lavoro del Living Theatre (ebbi un incontro cruciale), il vocalismo creativo di Meredith Monk, Diamanda Galas o Marina Abramovic. Persino Roger Waters per quel timbro delirante, The Wall è un disco che mi ha segnato molto. Dall’avanguardia al rock, dal teatro agli sceneggiati. Questi nomi, che io considero come dei fari, fanno parte della mia vita e io li guardo con grande ammirazione.

E’ chiaro che dietro ogni vostro disco c’è uno studio, come vi ponete nei confronti di quelle band che hanno un approccio più superficiale, oserei dire populista, alle vostre stesse tematiche?
Per quanto i nostri lavori siano supportati da studi e per quanto io possa risultare un po’ prolisso (rido!), non desideriamo assolutamente fare la figura dei professori anzi, ce ne guardiamo bene! Siamo abbastanza contro quella visione del musicista che si atteggia da scienziato, da stregone. Veniamo da anni in cui c’era molta serietà attorno a questi temi, chi praticava questi generi era isolato, additato, quando non deriso. Ricordiamo tutti le stupidaggini sulla “sfiga” di taluni e le campagne denigratorie. Forse le nuove leve trattano certe tematiche con maggiore ironia (sono generazioni meno seriose), forse anche temono di essere isolate e ghettizzate, chissà. La stupidità infondo non conosce evoluzione, rimane sempre fine a se stessa. Per questo rispondo dicendo che ognuno si esprime secondo la propria sensibilità, anche considerando che una proposta meno circostanziata non necessariamente indica scarsa conoscenza da parte degli autori: può trattarsi di una scelta mirata o solo il desiderio di non ostentare. Per contro un progetto che fa sfoggio di mille simboli, chincaglierie, teorie accattivanti non indica di per se qualcosa di circostanziato e profondo.

Chi è il “Rinato”?
“Il Rinato” è un adepto in cammino, un cammino Verticale nell’accezione esoterica del termine. Fuor di metafora Rinato è chiunque avverta dentro di sé la forza di reagire, di proseguire nonostante le avversità: Rinato da una condizione precedente, che lo opprimeva. Ovviamente, come in qualsiasi iter iniziatico, troppi sono gli enigmi del preesistente per sperare in una rinascita priva di ostacoli, che anzi verrà arrestata, resa vana, fino all’acquisizione da parte del protagonista della necessità di un cambio di prospettiva, di una importante rinuncia. L’ostacolo dell’adepto è l’euforia. Questa lo porterà ad essere precipitoso, a sbagliare, fraintendere, infine soccombere.

La vostra musica sembra alquanto distante dalle cose terrene, ma in qualche modo l’attuale situazione di emergenza vi ha condizionato?
L’attuale situazione sta condizionando tutti. Va ben aldilà delle nostre mire artistiche. Si stanno aprendo scenari degni di certi vecchi film di fantascienza. Compito dell’artista è metabolizzare e all’occorrenza sublimare le proprie paure, i propri pensieri più reconditi e inconfessabili. Tutti noi siamo toccati nel profondo quando si tratta di paure così tangibili come la salute, la libertà, l’impotenza dell’uomo di fronte alla natura. Ho sempre pensato che la nostra musica fosse in verità molto legata alle vicende umane, terrene, anche se i nostri testi non si occupano di politica o di attualità. Ci rifletterò!

Il primo singolo e video estratto dal disco è il “Tempo Verticale”, ti andrebbe di chiarirne i contenuti?
Il video “Il Tempo Verticale” narra di un uomo, oppresso da un sentimento di terrore, mentre vaga tormentato per una stanza quasi vuota, sporca, trasandata. Al di fuori di essa una palla infuocata nel cielo: enorme e attraente, che lui fissa, preoccupato. Ci troviamo nella fase iniziale del cammino del Rinato, quando appunto scorgendo il Sole per la prima volta, ne rimane affascinato ma anche terrorizzato. Egli vive nel terrore di una minaccia esterna, senza nome, metafora delle nostre paure. La casa, vuota e sporca, è la trasposizione della sua interiorità, le sue pareti che da un lato proteggono dall’altro opprimono, si stringono e infine risultano vane quando quella indefinibile paura riesce a penetrare, spalancando una finestra. Il protagonista si rannicchia in un angolo, un gesto bambino, mentre indossa quel copricapo che sarebbe dovuto essere l’ultimo baluardo a protezione della sua vita. All’apice del terrore una forza lo scuote, il coraggio lo invade e infine esce. Quando io e Alberto Malinverni, regista del video, abbiamo ideato il tutto, non ci siamo prefissati una morale, anzi amiamo le trame che lasciano spazio al parere di chi guarda. In particolare eravamo molto toccati dalla location, che possiede una sua storia, essendo stata teatro di una vicenda umana vicina ad un membro della band, che preferiamo non condividere. Una location molto “carica”. Per l’occasione ci siamo affidati al talento dell’attore Giancarlo Adorno, coadiuvato da Erica Gigli in qualità di acting coach. Alcuni nostri estimatori hanno visto nel video una perfetta metafora dell’attuale situazione di emergenza sanitaria, anche se a dire il vero il video fu girato con altri intenti. Persino il maestro Pupi Avati ci ha fatto pervenire alcune considerazioni sul video, ponendo l’accento sulla componente claustrofobica delle immagini. Un onore grandissimo! Mi piace pensare che a metà luglio 2020, quando fu girato, avessimo la necessità di metabolizzare le nostre paure e che, aldilà della rappresentazione pedissequa del personaggio dell’album, stessimo in qualche modo inscenando la nostra realtà interiore, oltre che circostante.

Allargando gli orizzonti alla scena occult italiana, senza falsa modestia, quale credi che sia oggi il vostro posto?
Intanto lasciami dire che, come recentemente espresso in altre interviste, sono lieto di vedere tante band avvicinarsi alle tematiche esoteriche. Ognuno lo fa a modo suo e mi pare innegabile che vi sia fermento attorno a certi generi musicali. In particolare mi piacciono quei progetti che uniscono esoterismo, filosofia, mistero a elementi locali, identitari della nostra cultura; credo sia una chiave di lettura molto valida e che può dare linfa vitale al genere, che comincia a risentire delle mutazioni del tempo ed entrare in una pericolosa fase “revival”. Noi esistiamo dal 1996 e prima ancora suonavamo generi sempre legati all’esoterismo, anche se in una chiave più estrema, quindi siamo consapevoli di essere una realtà longeva. Quando vediamo giovani artisti citare i nostri dischi come fonte di ispirazione rimaniamo molto colpiti e sinceramente non ci capacitiamo di tanta grazia. Tutto quello che possiamo dire è che siamo grati a chi ci stima, oltre ad essere contenti di avere ancora tante idee e progetti anche dopo così tanti anni, un aspetto questo affatto secondario. Essere qui nel 2020 con un album nuovo, idee per il futuro, collaborazioni in arrivo, è davvero quanto di migliore possiamo immaginare per noi.

Black Widow – Sleeping with the angels

Un Clive Jones senza peli sulla lingua, quello che si è sottoposto al fuoco di fila delle mie domande. L’inglese a ruota libera ha parlato del nuovo album dei suoi Black Widow, dei suoi ex compagni di avventura, dei Black Sabbath, dei Ghost e degli Slipknot. Non ha risparmiato neanche aneddoti curiosi per gli amanti degli autori di “Sacrifice”. Mai in tanti anni di interviste mi era capitato di incrociare una persona così cortese e disponibile.

Ciao Clive, è un vero onore per noi di rawandild.com ospitare un pezzo di storia del rock!
Ciao Giuseppe, per me è molto strano essere qui, dopo ben quaranta anni, a parlare nuovamente dei Black Widow e di un nuovo album.

Appunto quaranta anni: come e quando hai capito che era giunto il momento di scrivere una nuova pagina nella storia dei Black Widow?
Era da un bel po’ che avevo in mente di contattare Geoff per rimettere su il progetto. Fortunatamente anche lui era della stessa idea. Eccoci qui!

Chi ha ascoltato la vostra intera discografia, e non il solo “Sacriface”, sa che ogni album è diverso dal precedente. Quindi non deve sorprendere se “Sleeping With The Demons” non ha nulla in comune con i suoi predecessori e rappresenti lo spirito attuale dei Black Widow. Vorrei però sapere se le canzoni finite nell’album sono state composte nel giro di poco tempo o se rappresentano il frutto di un lavoro svolto nei quaranta anni che separano le vostre ultime due fatiche discografiche.
Tutte le canzoni, a eccezione di “Evil Clock, sono state scritte per “SWTD”. Sia io che Geoff abbiamo composto la maggior parte dei pezzi per conto nostro, ci siamo passati solo alcuni brani perché eravamo convinti che l’altro avrebbe potuto aggiungerci qualcosa di buono. Non volevamo e né potevamo fare un altro “Sacrifice”. Alcune recensioni hanno sottolineato questo aspetto come se fosse una colpa. Questi recensori dimenticano che il nostro primo album è stato per anni ai margini della storia del rock, improvvisamente ora è considerato un disco di culto. Sinceramente io non so più cosa pensare!

L’album si apre con “Hail Satan”, un brano che ho definito una “Come To The Sabbat” in versione Agony Bag. Intendo dire che il misticismo che permeava la vostra vecchia song è stato sostituito con una vena pazza e ironica più vicina alle cose degli Agony Bag. Sei d’accordo con me?
Mi piace da matti sapere che molti critici considerano “Hail Satan” una nuova “Come To The Sabbat”, perché è proprio quello che volevo! Ho sempre pensato che non ci sia mai stata un’altra canzone che suona come “Come to The Sabbat”, per questo ho usato la stessa idea di fondo: i cori iniziali, il flauto e i tamburi in stile giungla. Credo che questo brano sia uno dei migliori dell’album, anche se non mancano di certo i buoni pezzi. Per quanto concerne quel feeling Agony Bag di cui parlavi, credo che sia dovuto soprattutto alla mia voce che da un tocco di pazzia al tutto, è un peccato che “Come To The Sababth” non lo possieda. Comunque “Hail Satan” è sicuramente un pezzo più BW che AB!

Come è nata la collaborazione con Tony Martni, ex singer dei Black Sabbath?
Credo che chiedere a un membro dei Black Sabbath, dopo essere stati dei rivali negli anni 70, di partecipare a un nostro album, sia stata una grande idea. Ho semplicemente contattato Tony e lui ha candidamente ammesso di non sapere nulla di quel periodo delle nostre due band! Comunque ci ha raggiunto con la sua dolcissima moglie, Carol, e noi abbiamo suonato per lui alcuni pezzi. Molti erano già pronti in quel momento, per questo abbiamo lasciato a lui la libertà di scegliere quello da cantare. Lui ha puntato dritto su “Hail Satan” . Poi ci ha dato alcuni consigli sugli arrangiamenti e sull’ordine in cui inserire le canzoni nell’album. In un solo colpo abbiamo trovato una gran voce e un’ottima persona!

Prima accennavi a quella cosa della rivalità tra le due band, per questo molto spesso quando si parla di voi, si tira in ballo il nome dei Black Sabbath. Ti infastidisce la cosa?
No, anzi ne sono fiero! I Black Sabbath hanno avuto un grande successo in quel periodo e sono stati capaci di capitalizzarlo, mentre noi in questo non siamo stati bravi. Ho sempre amato i loro lavori. Anni fa ho suonato con una loro tribute band olandese, abbiamo fatto insieme “Plant Caravan” e “Paranoid”. Potete trovare dei filmati su youtube.

A questo punto non posso non chiederti cosa ne pensi della loro reunion?
Sicuramente una bellissima notizia, non vedo l’ora di ascoltare il loro primo album dopo decenni con la line-up originale. Credo che opteranno per il loro solito stile, ma anche loro, come noi, cercheranno un sound più attuale. Non dimenticare che dopo i primi album, hanno anche sperimentato soluzioni nuove, come in “Techincal Ecstasy”. Bill Ward mi ha mandato un messaggio nel quale mi augurava ogni bene per il nostro nuovo album, questo è comportarsi da professionista. Comunque i BS molto spesso mi contattano, ricordo ancora con piacere i loro auguri in occasione del mio matrimonio. Spero di avere l’opportunità di rivederli nel loro prossimo tour. Buona fortuna ragazzi!

Uno degli apici del disco è “Even the Devil Gets the Blues”, brano che vede come ospite Kay Garret. Come è stato tornare a lavorare con lei? E come mai proprio un blues?
È stato come tornare ai tempi dei Pesky Gee! Siamo sempre rimasti in contatto in questi anni, così le ho chiesto se potesse essere interessata, nonostante lei non entrasse in uno studio di registrazione da un bel po’. Ha una voce straordinaria, peccato che non abbia avuto il successo che meritava. Di certo è stata una fonte di ispirazione per altre cantanti. Non è stato facile trovare un brano adatto per lei, volevo tornare alle sue radici blues mentendo, però con tematiche legate alla magia nera. Ricordo che era molto nervosa e preoccupata prima di entrare in studio, ma alla fine se l’è cavata alla grande. Spero di tornare a lavorare con lei in futuro. Kay non è stata l’unico ex membro dei PG che mi ha aiutato, per esempio Chris Dredge, chitarrista e grande artista, ha fatto un disegno da donare ai fan. In generale sono rimasto in ottimi rapporti con tutti gli ex membri, sfortunatamente loro sono sparsi in giro per il mondo, per questo motivo non è stato possibile lavorare con loro. Inoltre vorrei ringraziare alcuni fan della band che mi hanno dato una mano in questi anni, mi riferisco a Pasi Koivu , che è stato fonte di ispirazione per il brano “Party Time For Demons”, e Sylvie, una fan Canadese, che ha scritto un grande testo per “That’s When Evil Touched Me”. Trovo che sia meraviglioso coinvolgere i fan nella stesura di un album, permettendo loro di entrare in qualche modo nel music business.

Alcuni brani del disco rappresentano un mini-concepet, ti andrebbe di parlarne?
Sono brani scritti da Geoff, per questo non è facilissimo per me parlarne. Posso dirti che è una sorta di “Predatori Dell’Arca Perduta”, con un tocco di magia in più e un alone di ironia. A Geoff è sempre piaciuto, anche nei vecchi album dei BW, scrivere dei brani che seguissero una sorta di canovaccio, io preferisco buttar giù dei pezzi che abbiano un senso individualmente. Posso dirti che ho appena terminato di scrivere un mio musical, “Metal Heart”, ma non è facile in questo periodo portare in scena un’operazione del genere.

Il disco si conclude con “Evil Clock”, una bonus track che riprende in chiave moderna lo stile di Sacrifice. Credi che questo sia il primo passo verso una nuova dimensione sonora della band?
“Evil Clock” è un brano scritto in origine per gli AB. Un nostro fan tedesco, Stephan Bender, conosciuto mentre ero in tour con gli AB, mi chiamò tempo fa per registrare alcune nuove canzoni. Il risultato è l’Ep “Piss Out Your Trash”, disponibile su ITunes. Alcune canzoni sono rimaste fuori dal quel progetto, “Evil Clock” è una di queste. Purtroppo Stephan è passato a miglior vita, per questo io e Geoff abbiamo deciso di rendergli omaggio inserendo questo brano, anche se diverso dall’originale, come bonus track in “SWTD”. Lo so che questa canzone è molto più AB che BW, nonostante ciò un sacco di gente mi ha detto che è il pezzo migliore del disco! In realtà, ognuno mi segnala una propria canzone preferita! Non molte band possono vantarsi di avere un scritto un lavoro con più brani convincenti.

Al vostro successo iniziale hanno contribuito i vostri show dal forte sapore evocativo e provocatorio. Come saranno i concerti dei Black Widow attuali? Credi che sia possibile shoccare e/o stupire il pubblico dei concerti rock nel 2011?
No, non credo che sia possibile farlo oggi. Negli anni 70 siamo stati inseriti nella lista nera di un mucchio di locali! Un sacco di band ora cercano di riproporre quello che noi abbiamo fatto all’epoca. Posso citarti come esempio i Ghost, gruppo che sta ricevendo feedback positivi un po’ ovunque. I loro show colpiscono la fantasia dei più giovani solo perché non hanno mai visto in precedenza qualcosa del genere. La musica è buona, ciò nondimeno se ti presenti su un palco con delle maschere, non puoi tenerle sul viso per tutto lo show. Non riesci a trasmettere la tua personalità all’audience, risultando alla fine una sorta di caricatura nei tuoi costumi da monaco. Credo che lo stesso valga per gli Spipknot, dopo che hanno inizialmente stupito con i loro bei costumi, cosa mi danno per i restanti cinquanta minuti di concerto? Bisogna stare attenti, perché è sottile la linea da oltrepassare prima di trasformarsi nei The Wombles! (un gruppo pop inglese che indossa abiti raffiguranti pupazzi per bambini Ndr) I nuovi Black Widow dimostreranno che la magia nera può essere divertente e recluteranno nuovi giovani fan. Chi ha detto che la magia nera non può essere divertente? Il male vero è tutt’altra cosa…

Sinora ci siamo concentrati sul vostro presente, ti andrebbe di fare una disamina breve sui vostri precedenti album. Ovviamente iniziamo con “Sacrifice”.
Ti dirò tutta la verità su “Sacrifice”! Quell’album fu una grande idea del nostro batterista Clive Box. Jim Gannon, il nostro chitarrista dell’epoca, scrisse un grande storia e alcuni grandi pezzi. Sono deluso della produzione, se ne occupò il figlio del nostro manager mentre pomiciava con due ragazze in cabina di registrazione. C’erano delle imperfezioni, e sono ancora là dopo più di quaranta anni. Però mi piace sapere che oggi è un classico!

Con “Black Widow”, il vostro sound cambia. Come mai?
Il secondo album è stato un fiasco, sempre prodotto dal figlio del manager. Alcuni membri del gruppo, nonostante io e Clive Box fossimo contrari, decisero di eliminare ogni riferimento alla magia nera. Jim e Kip erano convinti di essere loro la band, così ci cacciarono. Salvo poi richiamarci immediatamente! Sono convinto che se avessimo lavorato tutti insieme, le cose sarebbero andate meglio. Tuttavia alcuni di noi erano sicuri di aver ricevuto in esclusiva da Dio il dono della musica. Alcuni pezzi, tipo “Mary Clark” e “Legend of Creation”, sono molto belli. Fu veramente terribile essere nella band in quel periodo, alcuni iniziarono a fare uso di droghe: l’inizio della fine. Questo disco è stato registrato due volte, la prima versione è andata persa (il nostro vero album fantasma). C’hanno detto che il master era completamente inutilizzabile, però la cosa non mi convince! Se fosse vero, come mai la versione primigenia di “Mary Clark” è stata utilizzata dal CBS per l’album Rock Buster? Mi farebbe piacere ritrovare le registrazioni originali.

Black Widow III” mostra un approccio maggiormente progressive. A cosa è dovuto questo mutamento di sound?
Ancora una volta l’album è stato prodotto dal “fattorino”, contro la mia volontà. Ma i due ragazzi (Jim e Kip Ndr) erano convinti di essere i possessori della verità e hanno voluto dire l’ultima parola in merito. La cosa non ha funzionato, sarò onesto: è il nostro peggiore album! Posso anche rivelarti che Geoff aveva scritto alcune belle canzoni, ma era troppo tardi ormai. Quando tutto era pronto, Jim fu buttato fuori dal gruppo. Non ci si poteva presentare dal vivo con lui in quelle condizioni, metteva a repentaglio la nostra reputazione. Dopo un casino in Norvegia, capimmo che con lui era finita. Il periodo senza di Jim fu molto divertente, fu sostituito alla grande da John Culley dei Cressida. Con lui fu molto più facile lavorare.

Black Widow IV” è il vostro disco “fantasma” per antonomasia. Lo consideri un vero e proprio album dei BW o una mera operazione postuma?
Eravamo rimasti senza etichetta e avevamo perso un sacco di opportunità di lavoro. Registrammo questo disco come demo, nella speranza di trovare qualcuno disposto a pubblicarlo. Lo ritengo grandioso, vivevamo un bel periodo. Eravamo appena tornati dal tour italiano in compagnia degli Yes, che ebbero una grande influenza sul songwriting di Geoff. Tutti eravamo entusiasti, tranne Kip che lasciò il gruppo per raggiungere Jim. La loro idea era di portare avanti uno show itinerante di magia negli States. Il progetto fallì miseramente. Abbiamo reclutato così Rick E, l’ex frontman dei Twisted Siter, purtroppo a causa della nostra reputazione macchiata, l’album è uscito solo dopo molto tempo. Il master è rimasto sotto il mio letto per circa dieci anni, l’ho tirato fuori quando un mio amico, che aveva appena aperto la Mystic Records, è impazzito quando ha saputo che avevo un album inedito e il demo originale di “Sacrifice” con Kay alla voce. Così la Mystic ha pubblicato entrambi, il secondo con il titolo di “Return to the Sabbat”.

BW IV” è uscito anche per la Black Widow Record, etichetta italiana che in questi anni ha proposto un vostro album live e un tribute. Cosa ne pensi di questi due lavori?
La BWR mi ha contattato, ho scritto alcune canzoni per loro e ho partecipato come ospite in alcuni dei loro album. Ho fatto, in stile “Come To The Sababt”, per loro anche un’intro da inserire nel tribute album a noi dedicato. Nella tracklist troverai indicato “Intro”, io avevo chiamato il brano “Theme for Abingdonia”, dal nome della strada in cui vivevamo noi BW a Leicester. Il tribute è grandioso, alcune versioni sono completamente differenti dalle nostre!

Questi due ultimi album più la partecipazione in “SWTD” di Paolo Negri, tastierista dei nostri Wicked Minds, sembrerebbero dimostrare un forte legame tra voi e l’Italia…
Sì, Paolo è sempre stato un nostro fan e quando gli ho chiesto se voleva prendere parte al progetto, ha detto subito sì. Abbiamo avuto con noi il miglior tastierista del mondo, questo è fantastico! Inoltre, io ho suonato il flauto sul suo album, “The Great Anything”, così ho restituito il favore! Noi abbiamo moltissimi fan in Italia, in tanti ricordano ancora il nostro tour in compagnia degli Yes nei primi anni 70.

Apro una piccola parentesi da fan: credi che sia possibile in futuro il ritorno degli Agony Bag?
 Gli Agony Bag sono stati un grande divertimento. Si reggevano soprattutto sull’energia espressa dal vivo, come dimostra un video di “Rabies Is A Killer”, risalente al 1980, disponibile su Youtube. Da’ un’occhiata in giro e dimmi, se sei capace, un’altra band che abbia fatto o che fa sesso sul palco! Tu non sai quanto mi rende triste sapere che Geoff, il bassista degli AB, ha un cancro. Clive Box vive in Francia e Bruce, che incontro spesso, non suona più molto. Comunque i nuovi BW sono molto simili agli AB, quindi non tutto è perduto! Ho ancora del materiale pazzesco scritto in quel periodo e un live mal registrato… (E me lo dici così? Ndr)

Ti ringrazio per la tua disponibilità e lascio a te la conclusione di questa lunga chiacchierata…
Ti ringrazio per avermi fatto raccontare la storia dei BW dal mio punto di vista! Vorrei anche dire che abbiamo letto moltissime recensioni positive di “SWTD” e pochissime stroncature. Un ragazzo ha ammesso di averne scritto male solo perché è stato il giornale a chiederglielo… Voglio concludere questa intervista con una notizia negativa, anche se la cosa mi rattrista: mi è stato diagnosticato un cancro, quanto prima sarò operato. Sto rispondendo a questa intervista nel cuore della notte nel tentativo di scacciare via questo pensiero. I vostri auguri saranno tutti graditi. Scrivetemi pure collegandovi al sito http://www.blackwidowrockband.co.uk, cercherò di rispondere a tutti. Un grazie a coloro che ci hanno aiutato in questi anni, io e Geoff vi amiamo! Ah, dimenticavo, dal nostro sito potrete scaricare gratuitamente un singolo, “Christmas Time For Demons”, che abbiamo registrato per puro divertimento!

Black Widow - Sleeping with Demons - Amazon.com Music

Intervista originariamente pubblicata su www.rawandwild.com nel 2011 in occasione dell’uscita di “Sleeping With The Demons 
http://www.rawandwild.com/interviews/2011/int_black_widow.php