The Old Blood – Il sangue della vecchia scuola

Christian Montagna è uno stakanovista dell’underground, una di quelle macchine che non riescono a star ferme, perché la passione e l’amore per la musica è un carburante troppo potente. Quando una persona come lui scrive la parola fine su un capitolo importante della propria vita, non può che iniziarne uno nuovo: The Old Blood, la sua nuova creatura, è un contenitore di videointerviste rilasciate da persone, artisti ma non solo, che hanno contribuito e contribuiscono ad alimentare il sacro fuoco dell’underground…

Benvenuto Christian, prima di passare al tuo nuovo progetto The Old Blood, farei un passo indietro: lo scorso marzo, dopo nove anni di attività, hai messo la parola fine alla tua zine Son of Flies: come mai?
Ciao Giuseppe. Grazie per la tua gentilezza e per lo spazio concessomi. Sono felice di rispondere a queste tue “stimolanti” domande. Prima di iniziare a parlare di me, volevo farti i complimenti per il tuo lavoro e per il bellissimo libro “Icons of Death” che sto continuando a leggere con interesse in questi ultimi giorni. Facendo riferimento a questa prima domanda, posso dire che ho messo fine al mio percorso come scrittore nell’underground musicale dopo oltre 25 anni di attività ininterrotta (mi riferisco solo al ruolo di writer indipendente, appunto). Son Of Flies Webzine (https://www.sonofflies-webzine.it/) ha accompagnato gli ultimi nove anni della mia vita, pubblicando su di essa oltre duemila articoli tra recensioni e interviste a gruppi italiani ed internazionali. Il sito ufficiale della webzine è ancora attivo e la tendina laterale presente all’interno della pagina lascia trasparire il grande lavoro svolto (solo da me) dal settembre 2012 al marzo 2021. La mia più grande soddisfazione, aver avuto la possibilità di intervistare artisti del calibro di Donald Tardy degli Obituary, Fenriz dei Darkthrone, Lee Wollenschlaeger dei Malevolent Creation, Luc Lemay dei Gorguts, Scott Reigel dei Brutality, Martin Stewart dei Terror, John McEntee degli Incantation, Jef Stuart Whitehead aka Wrest del progetto Leviathan, Josh Graham degli A Storm Of Ligth ed ex-Neurosis, Harley Flanagan dei Cro-Mags, Steve Von Till dei Neurosis, Jeremy Wagner dei Broken Hope, Dan Swanö degli Edge Of Sanity, Jamie Saint degli Ulcerate, Mick Moss degli Antimatter, Jacopo Meille e Graig Ellis dei Tygers Of Pan Tang, Gabriele Panci aka New Risen Throne, Peter Andersson aka Raison D’Être, Aaron Stainthorpe dei My Dying Bride,  Jonas Renkse dei Katatonia, Michael Borders dei Massacre, Bjørn Dencker dei Dødheimsgard, Peter Bjärgö degli Arcana, Kristoffer Rygg degli Ulver, Chris Spencer degli Unsane, Richard Hoak  dei Total Fucking Destruction ed ex-Brutal Truth, Chris Reifert dei Violation Wound, Autopsy, ex-Death e tanti altri ancora. Nell’ultimo post pubblicato su Son Of Flies Webzine, quello del 5 marzo 2021, avevo scritto: “La Musica, anche al giorno d’oggi, riveste un ruolo fondamentale ed è parte integrante della mia vita, e non smette mai di affascinarmi. Il problema (principale) è che, per certi aspetti, si è arrivati al limite della saturazione. Nella contemporaneità pochi musicisti riescono a sorprendermi, pochi dischi sono in grado di rapire la mia persona, questa è l’unica verità. E con ciò non sto dicendo che non ci sia la buona musica.” Poi aggiungevo: “Devo essere sincero: apprezzo pochissima musica odierna, che sia rock, punk, hardcore, metal, noise, elettronica, ambient o altro. Diciamo che negli ultimi 10 anni sono diventato molto selettivo e spesso ascolto solo musicisti e dischi dei tempi ormai andati, molti di questi artisti continuano ad essere attivi nel panorama musicale”. Quindi, senza dilungarmi troppo su questo argomento, ho deciso di poggiare la mia penna per mancanza di stimoli, dopo aver consumato litri di inchiostro per oltre due decadi. Oggi continuo ad essere attivo nel circuito di nicchia, soprattutto in quello nostrano, portando avanti questo nuovo progetto (The Old Blood) da me ideato nel maggio 2021. E comunque, a prescindere dai 9 anni investiti per nutrire Son Of Flies Webzine, il mio passato è stato caratterizzato da tanto altro e tante altre esperienze, come scrittore e musicista. Se mi è concesso, vorrei parlare un po’ di questo per dare la possibilità a chi legge di ripercorrere insieme a me alcuni momenti importanti della mia vita. Molti sanno già che la mia più grande passione è il metal in tutte le sue sfaccettature: un genere musicale che mi ha formato e cambiato la vita, approfonditamente studiato nel corso del tempo. Ma devo anche dire che, di giorno in giorno, non ascolto solo gruppi e dischi metal. Per esempio, amo dannatamente il vecchio hardcore italiano ed americano, come anche sonorità sperimentali quali ambient, dark ambient, industrial, noise etc.. Avevo solo 9 anni quando mi avvicinai ai primi dischi rock/metal, e mi riferisco a pietre miliari come U2 “War”, Pink Floyd “A Momentary Lapse of Reason”, Europe “The Final Countdown”, Queen “A Kind of Magic”, Guns N’ Roses “Appetite For Destruction”, AC/DC “For Those About to Rock”, Iron Maiden “Killers” e “Piece of Mind”. Ai miei 11 anni arrivarono i Metallica di “Ride the Lightning” e “Master of Puppets” e i Testament di “Souls of Black”, ai 12 anni la folgorazione totale con i Sepultura di “Arise”, ai 13 anni venni letteralmente rapito dai Cannibal Corpse di “Tomb Of The Mutilated”, dai Deicide di “Legion”, dai Brutal Truth di “Extreme Conditions Demand Extreme Responses”, dai Suffocation di “Effigy of the Forgotten” oltre che dal bellissimo “Dehumanizer” dei Black Sabbath, ai 15 anni arrivò il fulmine a ciel sereno “Far Beyond Driven” dei Pantera, poi Slayer “Divine Intervention”, Testament “Low”, Obituary “World Demise”, Brutality “When The Sky Turns Black” e, ovviamente, tanti altri album che non sto qui a citare perché sarebbero troppi da elencare. Sempre nel 1994 mi avvicinai velocemente al black metal scandinavo in tutte le sue violente sfaccettature. Dopo quell’anno conobbi la musica sperimentale nelle sue forme più oscure e disturbanti grazie alla prestigiosa etichetta svedese Cold Meat Industry (Mortiis, MZ.412, Raison D’être furono i primi progetti da me ascoltati). Cambiando genere, non posso non citare il vecchio rap dei Public Enemy con il CD “Greatest Misses”. Fu mio fratello maggiore ad avvicinarmi alla cultura hip hop, in maniera casuale, o meglio, accidentale. Tutto iniziò con quella raccolta del 1992. Quelli elencati possono essere considerati alcuni dei dischi “fondamentali” della mia fanciullezza e adolescenza. Comunque non posso negare che, durante la mia giovane età, ho ascoltato tanta musica diversa, e questo è stato molto positivo. Quindi, come si può capire da quanto scritto, la mia formazione musicale è stata piuttosto varia. Tornando al discorso della scrittura, tutto prese il via nel lontano 1995 quando iniziai ad approcciarmi alla materia con la mia prima esperienza con le fanzine cartacee. Avevo solo 16 anni eppure ero già affamato di conoscenza nel circuito musicale underground. I primi passi all’interno dell’estremizzazione sonora vennero mossi insieme a Giancarlo Gelormini, una persona a me vicina a quel tempo e che conobbi in maniera casuale, ora non ricordo la circostanza e l’anno preciso (1993 o 1994), comunque tutto avvenne in una località marina molto rinomata chiamata Torre dell’Orso nel Salento. Trascorrevamo molto tempo insieme visto che anche lui è originario della Provincia di Lecce. Quelli erano anche gli anni in cui ci si spostava con un motorino o con una vespa per incontrarsi, ci si muoveva su due ruote per andare a vedere i primi concerti nei centri sociali, posti occupati, casolari sperduti nelle campagne, etc.. Tutto era magico! Non esistevano telefonini, infatti le chiamate venivano effettuate dalle cabine telefoniche a gettoni del paese o dal fisso di casa e, in questo caso, spesso lo si faceva di nascosto per non farsi beccare dai genitori. Grazie all’amicizia con Giancarlo e alla conoscenza altrettanto casuale di un personaggio del Nord Italia di nome Davy (sì, penso che si chiamasse così), negli anni ’90 entrai in contatto con tante altre band più estreme dell’epoca, sia italiane che straniere, quindi iniziai anch’io ad appassionarmi al cosiddetto “tape trading”. Potrei citare le prime cassette ricevute e registrate su nastri Tdk, Sony, Basf, Fuji, Maxell: Cannibal Corpse “Tomb of The Mutilated” e “The Bleeding”, Dismember “Like An Ever Flowing Stream”, Malevolent Creation “Stillborn”, Deicide “Legion”, Darkthrone “Soulside Journey”, Burzum “Hvis lyset tar oss”, Impaled Nazarene “Ugra Karma”, Immortal “Pure Holocaust”, Cradle Of Filth “The Principle of Evil Made Flesh”, queste le prime che mi vengono in mente. E per quanto riguarda il metal italiano ricordo i nastri duplicati di Sadist “Above The Light”, Mortuary Drape “All The Witches Dance”, Opera IX “The Call Of The Wood”, Necromass “Mysteria Mystica Zofiriana” e tanti altri ancora, oltre che alcuni dei primi demo originali acquistati tramite corrispondenza cartacea, e su tutti vorrei citare Cruentus “When The World Ends To Be”, Undertakers “In Limine Mortis” e “Beholding The Reality”, Natron “Force”, Glacial Fear “Promo ‘93”. E potrei andare avanti con alcuni dei lavori più belli su CD acquistati tra la metà e la fine degli anni ‘90: Novembre “Wish I Could Dream It Again…”, Glacial Fear “Atlasphere: the Burning Circle”, Sinoath “Still in the Grey Dying”, Detestor “In The Circle Of Time”, Undertakers “Suffering Within”, Calvary “Across the River of Life”, Extrema “The Positive Pressure”, Cruentus “In Myself”, Sadist “Tribe”, Evol “The Saga of the Horned King”, Gory Blister “Cognitive Sinergy”, Entirety “In Caelo Omnia Acciderunt”, Death SS ‎”Black Mass”, Horrid “Blasphemic Creatures”, Natron “Negative Prevails”, Antropofagus “No Waste Of Flesh”, Nefas “Transfiguration To The Ancients’ Form” e, come dicevo poc’anzi, questi sono solo alcuni dei tanti dischi che mi hanno accompagnato nel mio lungo percorso. L’underground metal diventò una vera e propria droga! Ho trascorso lunghi e bellissimi periodi in compagnia di Giancarlo, i cosiddetti momenti indimenticabili degli anni ‘90. Sempre a quel tempo, iniziai a comprare (per corrispondenza) tante demo, CD, fanzine cartacee, come anche le riviste italiane che uscivano in edicola Grind Zone, Metal Shock, Flash, Thunder, la collana “Metal” della Armando Curcio Editore. Ogni giorno c’era una nuova e fantastica scoperta che alimentava la mia passione per la musica metal. Proprio insieme a Giancarlo Gelormini, tra la fine del 1995 e l’inizio del 1996, mi dilettai con le prime interviste a Opera IX, Nihili Locus, De Occulta Philosophia per la fanzine cartacea Obscurity ‘Zine. Successivamente, dopo un anno, decidemmo di separarci amichevolmente: lui fu il fondatore della fanzine cartacea Bylec-Tum ‘Zine (dedicata al panorama black metal), mentre io decisi di fondare la mia prima fanzine cartacea Morgue Views ‘Zine (dedicata alla scena death metal e grindcore) nel 1997. Dopo il 2002 iniziai a lavorare sulla newsletter The Whip. Infine, dal 2012 al 2021 ho curato Son of Flies webzine. Nel corso degli ultimi 23 anni ho militato come cantante in quattro gruppi (Traitor, Cast Thy Eyes, Slumcult, Bune) e come bassista nei Virulent Re-Shapes. Soprattutto con i Cast Thy Eyes ho suonato tanto in Italia oltre ad aver composto e registrato i due più importanti album della mia vita. Ho deciso di dilungarmi per tracciare un quadro generale della mia storia per chi ancora non mi conoscesse e, soprattutto, per far capire che la decisone di mettere fine al discorso “recensioni” e “interviste”, per mancanza di stimoli appunto, è arrivata dopo un lungo percorso ininterrotto.

The Old Blood è il tuo nuovo progetto, una serie di video in cui i protagonisti dell’underground metallico si raccontano: come è nata l’idea?
L’idea è nata in maniera casuale nel maggio di quest’anno, dopo un piacevole confronto telefonico con l’amico e storico batterista piemontese Ricky Porzio degli Infection Code, una persona che stimo per la sua unicità. Grande Ricky! Quel nostro lungo confronto si era focalizzato fin da subito sull’arte e sulla musica a 360°. Argomenti di conversazione interessanti, come puoi ben immaginare. Sai, quelle piacevoli chiacchierata tra amici. Eravamo in sintonia su tutto. Dopodiché, in maniera spontanea e non programmata, decisi di proporre a Ricky di registrare un video (da pubblicare inizialmente nel mio profilo Facebook) in cui avrebbe avuto la possibilità di raccontarsi a cuore aperto, raccontare un po’ di cose sulla sua persona e sul suo vissuto nella musica, e così avvenne. Lui accettò la mia proposta con molto entusiasmo, vista la stima reciproca, e fui contentissimo di condividere il filmato della durata di 17 minuti  nella mia pagina. E’ risaputo che le cose migliori della vita accadono per caso. Rimasi affascinato e rapito da quel suo video, dall’intensità con cui raccontava la sua storia, e da quel momento decisi che era arrivato il momento di lavorare su qualcosa di più forte per ciò che concerne il supporto alla musica underground. Oggi, quel qualcosa si chiama “The Old Blood”. Questo progetto è quello che mi ispira ora, che rispecchia meglio quello che sono diventato dopo anni e anni di esperienza e quello che sento attualmente. Il mio intento era quello di dare voce con dei filmati ad alcune delle personalità di cui nutro stima, lasciandole libere di raccontarsi e di raccontare la loro storia, come ho scritto all’interno del sito ufficiale (http://theoldblood.it). Doveva essere un manifesto dedicato principalmente alla vecchia scuola dell’underground italiano, quella degli ’80 e ‘90. Una scelta voluta, sentita e consapevole!

Qual è il filo che collega tra loro Son of Flies webzine e The Old Blood?
Non c’è un filo che collega i due progetti. In realtà, considero The Old Blood come un’evoluzione, ma anche un nuovo inizio per continuare nella mia missione come supporter della vecchia scuola Nostrana. Ho sempre ricercato la bellezza nella genuinità del passato, una forza poetica tale da ispirarmi nella vita di tutti i giorni. Faccio tutto questo da oltre 25 anni e per me, continuare a portare avanti un certo verbo, fa parte della mia normalità e quotidianità, quindi è parte del mio DNA. In fin dei conti, quando vivi giorno per giorno non hai bisogno di guardare oltre. Un tempo alimentavo la mia passione con uno spirito di ribellione, adesso agisco in maniera molto più matura e organizzata, ma senza mai scendere a compromessi, senza mai allontanare il mio spirito combattivo. La mia attitudine è la stessa di sempre! Il mio modo di fare le cose continua ad essere un evidente invito all’autodeterminazione. Underground, per il sottoscritto, vuol dire libertà di espressione e di azione, lottare e morire per quello in cui si crede, ma rimanere fedeli all’underground è anche una scelta di vita (non chiacchiere!). L’underground ha insegnato a me e a tanti altri (come me) a pensare con la propria testa. La mia idea di “underground” non è mai stata sinonimo di “gabbia”. Mai porsi limiti! Quindi, per ritornare alla tua domanda, l’unico filo che collega The Old Blood con tutto ciò che ho fatto in precedenza è, senza ombra di dubbio, la “coerenza”. Uno dei punti chiave è che “la credibilità deve essere guadagnata”, e la si ottiene prima di tutto con “l’umiltà” e poi con il costante “impegno”. L’umiltà è una virtù che in molti dimenticano di mettere in pratica. Oggigiorno, qualsiasi battaglia tra poveri lascia il tempo che trova, e spesso, l’ignoranza e l’invidia vanno a braccetto in questa Nazione. Penso non serva aggiungere altro.

Mi dai la tua definizione di “Vecchio Sangue”?
Il “vecchio sangue” è sinonimo di “vecchia scuola”. Non è casuale la scelta del nome. E’ qualcosa di legato direttamente all’essenza di certe persone che mostrano di voler fare ciò che pensano vada fatto, e non importa quale prezzo si dovrà pagare. Non so se rendo l’idea. Persone “autentiche” e “appassionate” che se dicono di stare dalla tua parte ci stanno per davvero. La vecchia scuola, quella vera e genuina, ha sempre “dimostrato” che i fatti fanno la storia e non le chiacchiere. La “musica underground” è qualcosa che amiamo fare e supportare ma anche qualcosa che ci salva la vita. Ognuno di noi cresce, si evolve, vive, ed è giusto che sia così. Eppure, in questa evoluzione, solo pochi della vecchia scuola restano veramente fedeli a certi valori legati al passato glorioso, ed io sono fiero di far parte di questo “zoccolo duro”. Attenzione a non confondere tutto questo con qualcosa di “nostalgico”. Non riuscirei a immaginarmi diverso da quello che sono diventato e da quello che sono stato in passato. Oggi non mi interessa piacere o non piacere, io faccio le mie cose a modo mio e come penso vadano fatte, con professionalità e dedizione, umiltà e passione.

Quali caratteristiche devono avere le band o gli artisti per poter essere ospitati all’interno del tuo spazio?
Non sono un giudice da X Factor, The Voice, da talent show insomma. Io non chiudo le porte a nessuno! A me non importa se il musicista “x” è più conosciuto o meno, se più simpatico o antipatico, se più figo o sfigato, se più tecnico o grezzo nel modo di esprimersi, e non voglio dare priorità a nessuno, nulla di tutto questo. La mia esigenza è dare spazio a quell’entità chiamata musica, che sia metal, hardcore o altro. The Old Blood è aperto alla vecchia scuola, sia ai gruppi minori che a quelli più conosciuti, purché siano stati o ancora attivi dagli anni ’80 e ’90. Poi è ovvio che dietro ci sta un mio lavoro di attenta valutazione frutto di anni e anni di esperienza, insomma, capire con chi ho a che fare se qualcuno dovesse contattarmi di sua spontanea volontà.

Quindi, eventualmente, chi fosse interessato a partecipare può inviare una candidatura o preferisci essere tu a scegliere e poi contattare chi ritieni più opportuno?
Di solito sono io a contattare i musicisti basandomi su un’accurata selezione, ma se qualcuno è interessato a partecipare al progetto, può sempre scrivere privatamente via mail (christian.theoldblood@gmail.com) oppure utilizzando la mia pagina facebook personale. Ovviamente, tutto verrà valutato attentamente   confrontandomi con i diretti interessati. In soli tre mesi ho contattato più di 80 musicisti (e non solo) e tanti altri ne arriveranno, mentre i video già pubblicati sulla pagina ufficiale sono oltre 40. Ci tengo a sottolineare che all’iniziativa non aderiranno solo musicisti, ma anche addetti ai lavori e vari professionisti che hanno gestito (in passato) o che continuano ad occuparsi di etichette discografiche indipendenti, e altro ancora. Qualità personali a parte, la chiamata è rivolta a personaggi che hanno lasciato il segno per la loro dedizione, per l’impegno profuso nel cercare la loro strada nell’underground musicale. Devo anche aggiungere che, fino ad oggi, ci sono state diverse persone che partecipando (direttamente o indirettamente) a questo mio progetto non si sono tirate indietro a consigliarmi dei musicisti di tutto rispetto, ricevendo contatti telefonici di personaggi che conoscevo musicalmente fin dai primi anni ’90 ma con i quali non avevo mai interagito personalmente. E’ successo anche questo. In merito a ciò, vorrei ringraziare Giovanni Cardellino, Enio Nicolini, Massimo Gasperini, Mauro Pirino, Lorenzo Gavazzi, Luciano Chertan, Simone Bau’, Walter Garau, Giorgio Giagheddu, Azmeroth, Mik Fuggiano, Davide Macchi aka Dave, Sergio Ciccoli, Francesco Cucinotta, David Belfagor Newmann, Davide Stura, Michele Montaguti, Flavio Domenico Porrati, Ivan Di Marco. Mi scuso se ho dimenticato qualcuno, ma non credo. Un’ultima cosa molto importante: The Old Blood viene da me illustrato a voce parlando direttamente con le persone che scelgo di coinvolgere, quindi non aspettatevi nessuna mail promozionale asettica. I rapporti umani e il confronto reale vengono prima di tutto! Instaurare un rapporto di fiducia crea una base solida per il progetto in sé.

Quando scegli un artista e lo contatti, poi lasci a lui piena libertà di strutturare il proprio intervento o dai tu delle direttive di massima, che ne so argomenti da trattare, durata del video, tipologia di ripresa, ecc ecc.
Gli artisti sono liberi di raccontarsi e di ripercorrere il loro vissuto in totale libertà. Non c’è un copione da rispettare, nulla di preconfezionato. Ovviamente preferisco che ognuno si soffermi su racconti, storie, vicende, aneddoti legati al passato, per poi arrivare al presente, sempre e solo con la massima spontaneità. La stessa location per registrare il video viene decisa dalla persona coinvolta. Con The Old Blood volevo allontanarmi dai soliti format “patinati” che si possono trovare e vedere su YouTube e su altre piattaforme, rompere i soliti schemi moderni dove tutto deve essere maledettamente “perfetto”. Non la solita video intervista gestita dal giornalista “x” che dirige le danze con una carrellata di domande. Niente di tutto questo. Il mio intervento doveva essere “marginale” all’interno del progetto. Mi spiego meglio: il mio lavoro, che poi è quello più complesso, è la gestione della comunicazione con gli Artisti e la promozione dell’iniziativa, il resto lo fa la persona che inizia a parlare di sé all’interno del video, perché quello che deve rimanere è l’essenza “vera” di ogni racconto, ecco perché ho reputato marginale il mio coinvolgimento nei video. Inoltre, per chi ancora non lo sapesse, i filmati non verranno alterati con nessun tipo di montaggio, bene che si sappia. Ogni video viene pubblicato sulla mia pagina di YouTube (Christian Montagna / The Old Blood) così come mi viene recapitato e senza effettuare tagli. Adoro vedere la persona che, posizionata davanti al suo schermo, fa partire la registrazione schiacciando “Rec” e pigiare “Stop” alla fine del racconto. Quella sporcizia che ha il sapore della veridicità! Tutto deve rimanere vero e genuino!

Non hai mai nascosto il tuo amore per i rap della vecchia scuola, in futuro sul tuo canale potremmo anche vedere dei rapper?  
Come ho già detto nella prima risposta, fu proprio mio fratello maggiore ad avvicinarmi alla musica rap, senza che io me lo aspettassi. Era un giorno del 1993 quando su quello stereo in camera mi accorsi di questo CD che non avevo mai visto prima. Lo aveva portato proprio mio fratello. Mi riferisco ai Public Enemy di “Greatest Misses”, CD del 1992 che includeva sei brani in studio inediti, dei remix di canzoni pubblicate in precedenza e una performance dal vivo per la televisione britannica. Rimasi colpito da quella copertina in bianco e nero con quel simbolo che vede un uomo nero al centro del mirino del governo, un’icona che è stata poi utilizzata per le proteste afroamericane durante la fine degli anni ’80. Considerate che avevo solo 13 anni. Difficile spiegare la sensazione che provai dopo aver schiacciato “Play” per la prima volta. Pensate a me che fino a quel momento avevo ascoltato hardcore e metal hahahaha. La prima mia esclamazione fu: “ma cos’è questa merda?!?!” hahahaha. Cercai di allontanarmi velocemente da quelle sonorità così diverse da ciò che avevo amato fino a quel momento. Ma dopo un po’ di giorni accadde qualcosa di strano. Cosa? Fui nuovamente tentato di riascoltarlo. Così avvenne. E da lì iniziai ad ascoltare anche quel genere. Diciamo che in alcuni momenti della mia vita il rap è stato un buon diversivo. Le stranezze della vita hahaha. Tanti gli artisti che ho ascoltato nel corso degli ultimi 25 anni e che non posso non citare in questa sede. Tra i miei preferiti degli anni ’80 e ’90 ci sono Mobb Deep, Nas, N.W.A., Eazy-E, The Notorious Big, The Wu-Tang Clan, MF Doom, Onyx, Cypress Hill, Ice-T, Non Phixion, Goretex/Lord Goat. Degli anni 2000 direi Vinnie Paz, Ill Bill, Nems, Griselda, Conway The Machine, Benny The Butcher, ma ce ne sono altri che mi hanno colpito positivamente. Per ciò che concerne il rap underground italiano vorrei citare 4 album che mi hanno particolarmente segnato. Mi riferisco a Lou X “A Volte Ritorno”, Kaos One “Karma”, Colle Der Fomento “Adversus” e DSA Commando “Retox”, anche se apprezzo le intere discografie di questi artisti. I DSA che, tra l’altro, sono miei carissimi amici da ormai 11 anni, li reputo (e non solo io) la migliore realtà rap underground degli ultimi 15 anni. Penso che sia parecchio difficile, per un gruppo hip hop italiano, farsi notare in una Nazione così abituata a cibarsi della spazzatura del circuito mainstream, ma loro sono stati in grado di impressionare ed emergere per la loro dedizione alla causa, per l’impegno profuso nel cercare la loro strada ed identità. E ci sono riusciti! Anni fa mi piaceva l’idea di presentare e spingere la loro musica nella mia Son Of Flies Webzine, e così avvenne. Oltre a ciò, sono contento di aver partecipato alla coproduzione del loro disco “Le Brigate della Morte” uscito nel 2013. Questi ragazzi avranno sempre il mio supporto, prima di tutto per la loro passione e umiltà.

Finora abbiamo approfondito le caratteristiche di The Old Blood, ma come è stato accolto del pubblico e che riscontri stai ottenendo?
Il progetto è stato accolto con molto entusiasmo e sta viaggiando a gonfie vele, prima di tutto perché dietro ci sta un lavoro di promozione e comunicazione molto intenso e costante, lavoro portato avanti da me. La pubblicazione di tre video a settimana non è cosa da poco. Quindi puoi ben immaginare quanto sia impegnativa e articolata la gestione del tutto. Ma, come ripeto da moltissimi anni, la profonda passione per la musica è il fattore dominante. Riguardo i riscontri devo dire che sono molto positivi, anche se, personalmente, non me ne frega niente di andare a controllare quanti “Like” ottiene un video piuttosto che un altro. The Old Blood è un progetto per “veri cultori” dell’underground vecchia scuola, né più né meno. Ti faccio un esempio concreto: preferisco guadagnare la fiducia di 50 visitatori veramente appassionati più che migliaia di visitatori passeggeri e distratti, e lontani da una certa mentalità. Poi, se in futuro i seguaci aumenteranno, non potrà che farmi piacere. Io non ho mai puntato ai numeri ma alla qualità di ogni cosa che faccio o propongo. Non ho bisogno di crearmi un personaggio, non mi serve, non mi è mai servito. Io lavoro nell’ombra ma so cosa voglio e come ottenerlo dopo oltre 25 anni di ininterrotta militanza nella scena musicale. Sicuramente, le giovani leve potrebbero capire tante cose importanti ascoltando tutti questi personaggi presenti in The Old Blood.

Oltre che cronista dell’underground, sei anche un pittore e ho letto che stai scrivendo anche la tua biografia. Ti andrebbe di parlare anche di questi altri tuoi progetti?
Da più di un anno sto scrivendo la mia autobiografia che spero di concludere entro la fine del 2022. E’ una lunga storia di identità, ma non voglio anticipare nulla. Riguardo la mia vita come pittore, che dura anche questa da oltre 20 anni, prosegue un po’ a rilento negli ultimi tempi. Ma tutto dipende esclusivamente dall’ispirazione. Posso anche attraversare lunghe fasi senza toccare un pennello. Io dipingo solo quando sento la necessità di farlo. Non è una questione di “vendite” o di “soldi”, e non considero la pittura un “mestiere”. Chi mi conosce bene sa che anche nel mio lungo percorso artistico non sono mai sceso a compromessi e sono sempre rimasto autentico. Devo dire che la pittura è entrata nella mia vita quasi come un “incidente”. Ho scoperto fin da piccolo di avere delle doti innate e col passare del tempo si sono materializzate, né più né meno. Quello che creo oggi nasce dalla parte più nascosta di me, io amo chiamarla “zona d’ombra”. Nei miei lavori pittorici esiste sempre un desiderio di denunciare e provocare, eppure tutto parte dall’inconscio e nemmeno io so spiegarmi cosa succede durante il processo compositivo di una tela. Pe me, dipingere è “pura trance”. Sono un attento osservatore della realtà, la metabolizzo lentamente e la ritraggo nella sua drammaticità. Quando inizio un’opera non ho mai un’idea fissa insita dentro di me. Assolutamente NO. Sono le pennellate di colore che tirano fuori le immagini. Io mi sento solo il mezzo con cui la pittura si manifesta e, finché lei non mi chiama, io non mi muovo. Le mie opere sono visibili in questa pagina https://www.facebook.com/christian.montagna.floodsart

E’ tutto, grazie.
Se vuoi ottenere qualcosa devi agire e lottare per ciò in cui credi! Grazie di cuore, Giuseppe! Stima e Rispetto!

In Your Face! – Una fanza hardcore che ti arriva dritta in faccia

Qualche mese fa decisi di scrivere a Leonardo Lantini, un mio contatto FaceBook che mi aveva aggiunto qualche tempo prima. Lo feci perché volevo acquistare una copia della sua In Your Face!, fanza hardcore di cui era uscito il primo numero. Ordinata praticamente subito, mi arrivò dalla Sardegna con furore dopo qualche giorno. Devo dire che me ne sono innamorato immediatamente: si tratta infatti di una fanza dalla grafica accattivante e moderna, e dai contenuti molto interessanti, fra cui recensioni scritte con grande entusiasmo che vanno dall’hardcore più classico al grindcore più efferato, qualche intervista e pure degli articoli storici che parlano, fra gli altri, non solo della violentissima scena hardcore bostoniana dei primi anni ’80 (SSD, Negative FX, DYS e compagnia bella) ma anche del tour europeo che gli Youth of Today (uno dei miei gruppi del genere preferiti in assoluto!) fecero nel 1989, di fatto un momento fondamentale che segnò l’inizio di una nuova era, più orientata verso lo straight edge, dell’hardcore in Europa. In effetti, i gruppi straight edge, con i loro messaggi positivi che invitano a uno stile di vita salutare in modo da allontanare ogni cosa tossica dalla propria vita, trovano largo spazio fra le pagine di In Your Face!. Quindi, data l’alta qualità della fanza, dopo poco ho ricontattato Leonardo per proporgli una bella intervista (la mia prima per Il Raglio del Mulo, fra l’altro!) riguardo questo progetto, che condivide, come si vedrà, con altri 2 ragazzi. Quello che ne è uscito fuori è stata una interessantissima chiacchierata virtuale che adesso potete leggere dall’inizio alla fine.

Ehi ciao! Allora, partiamo con una domanda che più classica non si può: quando e com’è nata l’idea di creare questa fanza?
Allora, l’idea è venuta fuori nella primavera del 2020 ma era già in mente da tempo. Si inseriva nel progetto che c’è dietro la nascita di Cagliari Supporting Hardcore, di cui Claudio fa parte, ed è un ulteriore mezzo per diffondere il verbo hardcore in maniera differente ma con lo stesso identico spirito, fatto di condivisione e unione e l’intento di creare e non di separare o distruggere.

Perché avete voluto chiamarla proprio In Your Face!? E’ un nome che trovo molto efficace, anche per via di quel punto esclamativo che lo rende ancora più diretto.
Il nome è venuto di getto senza stare troppo a pensarci. Volevamo un nome non troppo lungo e che fosse d’effetto, qualcosa che fosse facile da ricordare e che, allo stesso tempo, ti si piazzasse in faccia, a muso duro, ed il fine pare sia stato raggiunto. Più persone, pur riconoscendo che non si tratti di un nome originale, almeno nel contesto HC, lo hanno ritenuto di grande impatto e la cosa ci ha fatto veramente piacere.

Com’è stato fare il primo numero? Per esempio, qual è stata la parte più facile? E quella più difficile?
Allora, partiamo dal presupposto che per tutti noi era veramente un salto nel vuoto totale. Nessuno di noi aveva mai realizzato un progetto del genere, quindi inizialmente le difficoltà son state tante, soprattutto sotto il punto di vista grafico, visto che non riuscivamo a trovare nessuno che riuscisse a materializzare la veste visiva della fanza che avevamo in mente io e Claudio. Sia l’idea di unire finalmente le forze e concretizzare una fanzine punkhardcore-centrica cartacea che la stilatura della maggior parte degli articoli che hanno composto il primo numero, son avvenuti durante il primo lockdown di Marzo 2020, dopodiché c’è stato un periodo di refrigerio del progetto proprio per la difficoltà materiale di trovare un grafico che facesse al caso nostro, il quale è arrivato finalmente con Guglielmo. A questo proposito ringraziamo il prezioso aiuto di Ivan (217, Ten A.M. Distro, Straight Opposition) per il prezioso supporto nella ricerca. Per quanto riguarda la parte più facile, sicuramente quella è stata il trovare contenuti. Sia io che Claudio avevamo un marasma di idee, scene di cui parlare, concerti che ci hanno segnato, gruppi da voler intervistare ecc. che aspettavano solamente di essere sputate su un foglio… e fortunatamente anche i canali non ci mancano!

Visti i contenuti, fra cui un articolo dedicato agli Youth Of Today e al loro seminale tour europeo del 1989, sbaglio o la ‘zine ha un orientamento straight edge? Siete tutti degli straight edge? Ritenete che i gruppi Sxe, Youth Crew e simili abbiano una marcia in più rispetto alle band Hc più “regolari”?
In Your Face! non ha nessun tipo di orientamento se non quello di portare avanti i valori intrinseci nell’hardcore e non segue nessun filone od orientamento. Solo uno di noi, Claudio, è straight edge ma questo non ha nessuna valenza con i contenuti che vengono inseriti nella fanzine poiché questi vengono sempre decisi tutti assieme seppur proposti singolarmente. Per quanto concerne, invece, le band Sxe, non crediamo abbiano una marcia in più, semplicemente hanno un modo di approcciarsi molto più emotivo rispetto ad altre che non lo sono, anche se poi è tutto soggettivo. Resta il fatto che ci sono band Sxe che, nonostante i loro scioglimenti avvenuti anni or sono, continuano a far parlare di sé, vuoi per l’aspetto sopraccitato o per i contenuti dei loro testi e per i messaggi proposti , e questo è più che positivo e altrettanto stimolante. Un po’ meno quando ci s’imbatte in reunion senza senso ove, magari, i membri che si presentano on stage non hanno più nulla a che vedere con gli argomenti trattati nei loro pezzi e/o non portano più avanti il pensiero straight edge. Ma questa è solo una semplice valutazione e non vuole essere, assolutamente, una critica nei confronti di nessuno ma, talvolta, coerenza e rispetto dovrebbero essere rappresentati fino alla fine e non solo all’interno dei testi di una canzone o in un messaggio lanciato attraverso un microfono anni prima.

Secondo voi, com’è l’attuale scena HC italiana? In quale direzione sta andando ed è in grado di competere a livello mondiale?
Sicuramente Claudio è più ferrato di me in questo campo, essendo io (mea culpa!) da sempre stato abbastanza esterofilo per quanto riguarda l’hc, ma non di certo per la mancanza di progetti validi nella penisola! Anzi, per quel poco che ho la possibilità di constatare asserragliato in questa fortezza in mezzo al mare o dalle sporadiche trasferte che faccio fuori dall’isola, c’è un grosso fermento. Mi vengono in mente nomi come Blvd Of Death, Fury Department, Caged, Short Fuse, Blair, Ira, Mind/Knot, Respect For Zero, 217, MUD, Fracture, Tuono e tanti altri. Proprio uno degli obbiettivi primari di In Your Face! è quello di scavare nell’underground isolano, nazionale ed internazionale per cercare di dare uno spaccato di attualità, strumento tramite il quale anche noi della redazione in primis ci teniamo aggiornati su tutto quello che succede in ambito HC. Purtroppo, a parer mio, l’unica cosa che manca ancora, l’ultimo ingrediente segreto, che potrebbe portare la scena italiana attuale allo stesso livello di fermento d’Oltremare è solamente il supporto costante e la creazione di connessioni solide che uniscano l’intera penisola, entrambi elementi che ogni tanto sembrano stati dimenticati.    

A livello musicale, sia nella scena metal che punk si sente spesso questa specie di mantra: “tutto è già stato detto e ormai non si può inventare più nulla di nuovo”. Quant’è vera questa frase, secondo voi? A parere vostro, c’è invece qualche gruppo che sta effettivamente dicendo qualcosa di originale nel panorama HC? Forse i Gulch, che sto praticamente adorando.
Personalmente penso che quella ridondante affermazione abbia un grande fondo di verità. Ma in fondo, l’importante nella musica non è mai stato quello di inventare, bensì la vera arte sta nel rimodellare ciò che già esiste, ibridare generi e dargli una forma familiare ma inedita. In campo hardcore negli ultimi tre anni e passa abbiamo miriadi di esempi a riguardo, oltre alla rifioritura di generi fino ad ora ostracizzati dagli hardcore kids duri e puri, come la ricomparsa di numerosi elementi nu metal (anche in band come i Knocked Loose) ma soprattutto del sempre demonizzato metalcore/post-hardcore alla maniera 2009-2012 (vedere gli ultimissimi fantastici lavori di Wristmeetrazor, If I Die First, Static Dress, Kaonashi, Dying Wish o Seeyouspacecowboy) che personalmente mi stanno facendo rivivere un piccolo momento nostalgico a lungo atteso. Ma in generale sono felice nel notare che, nonostante la mole veramente mastodontica di uscite in ambito hc e sottogeneri negli ultimi due anni, non c’è praticamente traccia di episodi davvero scadenti, stucchevoli o ridondanti e si respira una bellissima aria di sperimentazione e di voglia di abbattere gli inutili paletti estetici/sonori che purtroppo questo genere si porta dietro da fin troppo tempo, lasciando un terreno fertile per la proliferazione di innumerevoli progetti fantastici (come i succitati Gulch, dalla parabola purtroppo breve ma intensissima) [sì, in effetti si sono sciolti di recente. Peccato veramente.Flavio]. Penso personalmente che stiamo assistendo ad un vero e proprio rinascimento hardcore in full-effect, il quale spirito diverso dovrebbe insegnare a molti che questa sottocultura non si basa sull’avere le AirMax 90 o per forza nell’inserire un tupa-tupa, ma bensì su presupposti ideologici e su un’urgenza di fondo di liberarsi dalle catene del sistema e urlare il proprio sdegno al mondo, in qualsiasi forma. [qui faccio presente che sul primo numero c’è anche un articolo sugli stessi Gulch, scritto dal buon Luca Cescon che, oltre a far parte del collettivo Turin Is Not Dead, collabora anche con altre millemila fanzine/webzine come Punkadeka o Refuse/Resist. – Flavio]

Pensate che l’hardcore possa avere ancora un impatto rivoluzionario, sovversivo, nei confronti della società?
Assolutamente si! Ogni voce dissonante ha un potere e finché ci sarà ancora qualcuno ad incarnarne autenticamente la mentalità e a creare spazi dove poterne incanalare la forza catartica e sovversiva, l’hardcore avrà vita. Perché in fondo, che cos’è il punk hardcore se non una propensione umana naturale e uno specchio della lotta all’inalienabilità di certe lotte quotidiane che ognuno di noi combatte, tra quattro mura di cartongesso o della mente che siano, a cui semplicemente è stato dato un volto, un’estetica, un suono?! Ecco, questo dovrebbe essere il punk hardcore, non un’etichetta o un inutile club esclusivo dal quale escludere chiunque non è abbastanza “true”, tutti elementi che purtroppo costituiscono un campo minato evidente e parecchio presente.   

Oltre alla fanzine, fate parte di altri progetti (band, collettivi, festival…)? Se sì, ce ne potete parlare? Se non erro, alcuni di voi fanno parte del collettivo Cagliari Supporting Hardcore, vero?
Claudio fa parte di Cagliari Supporting Hardcore e, insieme al socio Michele, si occupa di organizzare eventi in ambito Hardcore/Punk su Cagliari e hinterland, e anche di supportare e coprodurre, ove possibile, nuove uscite di gruppi sardi e non. Leo sta all’interno del collettivo Deadship Crew e fa parte dell’etichetta Nothing Left Records, suona la chitarra nei Last Breath e negli Stigmatized, ed ha fatto parte dello Strikedown Collective nelle ultime due edizioni dell’omonimo festival. Infine, Guglielmo, ex batterista di Straight Opposition e fondatore dei 217, fa parte del collettivo Pescara Hardcore e si occupa di curare la grafica per flyers per eventi Hc e non, e di video con la sua Seventeen Graphics.

Ci volete parlare della vostra scena locale, quella sarda? Com’è messa in quanto a band, centri sociali, eventi, e così via?
Penso di non essere di parte quando affermo che la Sardegna fa da scrigno ad una delle scene più povere (anche a livello di ricambio generazionale o quantità di band, soprattutto di generi “estremi” ) ma allo stesso tempo più agguerrite della penisola. Purtroppo i limiti evidenti sono fondamentalmente tre: le barriere geografiche che in un certo senso ci isolano dal resto d’Italia, rendendo veramente complicata qualsiasi tipo d’interazione con quest’ultima (si pensi al viaggio della speranza e/o le spese che deve affrontare una qualsiasi band locale che vuole farsi un giro fuori dall’isola o, viceversa, qualsiasi promoter isolano che vuole organizzare una band di “fuori”), la guerra fra poveri che troppo spesso prevale sul supporto e che mina un’effettiva coesione e la creazione di una scena locale vera e propria (ma sembra che si stia vedendo una luce fuori dal tunnel) e, ultimo ma non per importanza, la mancanza effettiva di punti di aggregazione e/o live club che permettano di suonare. Ma tutto ciò non ha ostacolato la proliferazione e la nascita di collettivi come L’Home Mort di Alghero, di spazi autogestiti come Sa Domu (dove negli anni ho assistito ad alcuni dei live punk hardcore più belli ) e la formazione di una valanga di band che da anni resistono alle intemperie come Riflesso, For Different Ways, Delirio, Sangue, Regrowth, Dawnbringer, Waste Away, Il Mare Di Ross, Miscredente, A Fora De Arrastu, FCT, D.E.S., Mexoff, Lastbreath, Stigmatized, Almassacro, Earthfall, WAAR, Keep Complaining e tantissimi altri.

Del primo numero ne sono state stampate 100 copie e sono andate sold out in poco tempo. Vi aspettavate un simile riscontro?
Il primo numero è andato praticamente sold out in una settimana o poco più e la cosa ci ha gasato tantissimo anche se, a dirla tutta, non ci aspettavamo un riscontro simile. Abbiamo ricevuto veramente tante richieste in tutta Italia e siamo stati in grado di spedire alcune copie pure in svariati paesi europei. Sapevamo che si era creata una certa aspettativa sulla fanzine ma non credevamo di poterla considerare esaurita dopo poco più di 7 giorni dall’uscita. Siamo felici e orgogliosi di quello che siamo riusciti a realizzare e ringraziamo chi ci ha dato una mano con la realizzazione della stessa, attraverso recupero d’immagini e di scritti, nonché coloro che, ovviamente, hanno acquistato il primo numero, praticamente a scatola chiusa vista la nostra volontà di non voler “spoilerare” nulla in anticipo. Abbiamo avuto modo di prendere atto di quelle che saranno le modifiche da apportare ai prossimi numeri e siamo sempre aperti a qualsiasi tipo di consiglio o critica per il miglioramento degli stessi.

Cosa ci dobbiamo aspettare dal secondo numero? Sapete più o meno quando sarà pronto o è ancora prestissimo?
Ovviamente non abbiamo assolutamente intenzione di dare info sui contenuti che ci saranno al suo interno (Aaaaaaaahhhhh!!!!), ma possiamo sicuramente comunicare che sarà un numero interessante e ricco e che avrà luce nel mese di Ottobre. Abbiamo deciso che la fanzine avrà uscita trimestrale, in modo da essere aggiornati sugli eventi inerenti il panorama hardcore e di darci il tempo opportuno per realizzare i contenuti che faranno parte dei prossimi numeri, sia dal punto di vista degli scritti che per quanto concerne l’aspetto relativo alla grafica.

E così siamo giunti alla fine dell’intervista. Ora siete liberissimi di dire quello che volete. Intanto grazie per la vostra disponibilità e per aver risposto alle mie millemila domande. Daje!
Innanzitutto grazie mille Flavio della pazienza e dello spazio dedicatoci, nonché dell’interesse sin da subito prestato al nostro progetto. Vorremmo approfittarne per ringraziare tutti coloro che ci hanno supportato sin dall’inizio del progetto, coloro che hanno preso il primo numero facendolo andare in sold out in meno di due settimane dall’uscita (superando di gran lunga le nostre aspettative) e coloro che hanno speso dei minuti preziosi del loro tempo per scriverci dei messaggi di feedback costruttivi per le prossime uscite. Detto ciò, speriamo che In Your Face! sia un piccolo spunto per tanti, soprattutto per le nuove generazioni che, purtroppo, a livello locale sono pressoché assenti in ambiti musicali estremi, a cimentarsi in piccoli o grandi progetti, che essi siano l’organizzare live, formare una band, mettere su una piccola label, redigere una fanza o qualsiasi attività che possa aiutare a far proliferare una scena locale finalmente varia e coesa, e che serva a catalizzare positivamente la rabbia nei confronti della merda che ci circonda! 

FaceBook: https://www.facebook.com/IN-YOUR-FACE-Hardcore-Fanzine-105289468457643

Join This Order – Black metal is the law!

Ancora novità su Overthewall. Si aggiunge una nuova, interessante collaborazione al nostro format radiofonico, il blog Join This Order (https://jointhisorder.blogspot.com/), nato recentemente per supportare l’underground e recensire e supportare le band black metal. Ne parleremo con Fulvio Giorgis, cantante e fondatore degli Scream3days, nota band torinese, di cui ci siamo occupati ampiamente nelle puntate passate e oggi qui, ospite come redattore del blog, bentornato su Overthewall, Fulvio!

Grazie Mirella, è sempre un piacere poter essere tuo ospite e ovviamente un saluto a tutti gli ascoltatori di Overthewall e ai lettori del “Raglio del mulo”! Join This Order si occupa già dal 2010 di produzione discografica, merchandise e live riguardanti la sfera black metal. Come nasce l’idea del blog?
Come dici giustamente, la Join This Order nasce nel 2010 come piccola etichetta indipendente dedita alla produzione di band black metal e death metal, successivamente, Alessandro e Sara, decidono di occuparsi della realizzazione e distribuzione del marchandise ufficiale degli Adversam e Natassievila, ma non solo, viene dato vita ad un festival di settore denominato “Torino Black Metal” che ha visto on-stage nomi del calibro di Adversam, Black Flame, Mor Dagor, Natassievila, The True Endless (che in quella occasione registrarono un live leggendario!). L’idea del blog nasce nel mese di Marzo di quest’anno con il preciso spirito di supportare attivamente la scena black metal underground, ovviamente tutto viene svolto gratuitamente e alle band che desiderano essere recensite, chiediamo solo il link d’ascolto del loro album.

Attualmente chi si occupa attivamente del blog?
Summum Algor, Essyllt, Katharos degli Adversam, Tiorad dei Black Flame, Carnifex dei Nefarium, Naedracth dei Falhena e Fulvio Jkross degli Scream3days. Siamo tutte persone che vivono con passione e competenza la musica estrema a 360° da più di 25-30 anni quindi mettiamo tutto questo a disposizione a chi desidera un nostro parere personale, inerente il proprio lavoro in studio, per dare una finestra di visibilità alla nostra amata scena musicale

Il blog offre a tutte le band che ne fanno richiesta, la possibilità di essere recensite gratuitamente. Quali requisiti deve avere una band per far recensire il suo lavoro discografico e viene fatta una selezione sul materiale che vi arriva?
L’unico requisito che richiediamo per poter essere pubblicati sul nostro blog, è quello di proporre un album black metal, con tutti i suoi sottogeneri ovviamente, pagan, depressive , symphonic etc

Ogni settimana Join This Order sarà presente su Overthewall con un brano da voi selezionato, un’altra finestra di condivisione oltre la recensione sul blog di cui citerò alcuni passaggi. Quale band avete scelto per inaugurare la nostra collaborazione?
La scelta più naturale per inaugurare questa stimolante collaborazione è quella di proporre un brano degli Adversam, band che ha permesso la nascita della Join This Order e tutto quello a essa connessa, tratto dal loro ultimo album, pubblicato nel 2015, “Insight”. Il brano si intitola “You Ain’t Worth Anything”! Buon ascolto!

Grazie Fulvio per il tuo impegno a 360° nell’underground. Ti aspettiamo con le novità degli Scream3Days e ovviamente ogni settimana su Overthewall con le recensioni e le proposte della Join This Order.
Grazie a te per lo spazio che mi hai concesso!!! Seguiteci ovviamente su Jointhisorder.blogspot.com e tutte le settimane su Over the wall! Horns up!

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 13 Settembre 2021.

Curse Vag – Immagini deturpate

Continua il nostro viaggio alla scoperta degli artisti che con le loro illustrazioni impreziosiscono gli artwork e il merchandise contribuendone al successo. Questa volta abbiamo approfondito la conoscenza di Curse Vag, un personaggio che si muove all’interno dell’underground ricoprendo diversi ruoli, non solo quello di grafico, ma anche quello di discografico e “attivista”…

Benvenuto su Il Raglio del Mulo, Andrea quando e come ti sei avvicinato al mondo delle arti grafiche?
Ciao Giuseppe. Ti ringrazio, sono veramente felice di essere qui su Il Raglio Del Mulo. Per rispondere a questa tua domanda, bisogna tornare indietro al 2016, quando la mia etichetta, la Maculata Anima Rec era appena nata. Non avendo un soldo (più o meno questo non è cambiato! Ah! Ah! Ah!) ho iniziato arrangiarmi da solo, per il logo ed i flyer per pubblicizzare le prime uscite come distro.

Quando hai capito che le tue abilità le potevi utilizzare in ambito musicale? 
Quali abilità? Ahahahahahah! Lo dico sinceramente, non so se ho delle reali abilità, non ho una formazione scolastica… diciamo che sono molto naif. Così come un surfista cavalca l’onda, io scavalco l’ispirazione. Quello che ti accennavo e che dico spesso, credo sia esatto! Sono un deturpatore di immagini. Estraggo l’orrore, da un qualcosa di bello! Il problema è che ci sono persone che iniziano a fidarsi dei miei incubi visivi!  Ahahahahahahah!

Che tecnica utilizzi?
Come dicevo poco fa, non ho una formazione scolastica. Ogni volta che posso, cerco di informarmi su qualcosa di nuovo per me e faccio sempre qualche prova esperimento per conto mio. Questo ovviamente, per imparare nuove soluzioni, provare effetti, filtri, colori e quant’altro. Di sicuro se confronto i primi lavori con gli ultimi, la differenza è enorme, ma ho ancora tantissimo da imparare.

C’è qualcosa di nuovo dal punto di vista tecnico che stai sperimentando negli ultimi lavori o che vorresti sperimentare?
Essendo ancora un principiante, quasi ad ogni singolo lavoro provo qualche nuova tecnica o almeno, qualche nuova soluzione. Ovviamente nei lavori che faccio per me, posso osare di più. Anche se il risultato è orrendo va bene comunque e lo tengo. Questo perché mi serve per non ripetere gli stessi errori e migliorarmi di volta in volta, nella resa finale. Ultimamente ho una mezza fissa per miscelare gli stili, come ad esempio il moderno ed il vintage, ma sono ancora lontano dal risultato che voglio ottenere.

Come lavori con un committente, proponi dei lavori già pronti e poi da modificare per le diverse esigenze o parti da zero?
Ogni singolo lavoro è ovviamente e fortunatamente aggiungerei, una cosa differente! Inizio con il  proporre dei miei lavori, questo se l’interessato non ha già un’idea ben precisa in mente. Altrimenti, lavoro su ciò che mi propone o inizio a trasformare le sue descrizioni, in immagini, incubi. Senza dubbio quello che mi viene commissionato, possiamo dire che è più “sano”. A differenza di quello che creo per me, tramite le mie malsane visioni, che sicuramente è più disturbato!

Quali sono il lavori di cui vai più fiero?
Potrà sembrare banale o sembrare retorica, però ogni singolo lavoro è importante. Vuoi perché forse sono ancora pochi, quindi il legame è ancora forte. Vuoi perché con ognuno di essi, sono riuscito a migliorarmi. C’è qualche lavoro più speciale ovviamente, ma principalmente lo sono per una questione affettiva e di orgoglio. Senza dubbio il 45 giri di Mr. Jack (Horror Soundtrack), dal titolo “Beyond The Door” (con da un lato il brano originale e dall’altro, la versione remixata ad opera di Dan PK). È stato il primo lavoro grafico che ho stretto tra le mie mani (i precedenti, sono usciti solo a livello digitale) e nel formato audio che preferisco. Tengo in maniera particolare anche alla ristampa del libro “La Merca”, della scrittrice Chiara Daino. In questo caso, sia perché ho avuto le possibilità di conoscere una splendida persona (Chiara mi perculerà in eterno per questa frase. Ahahah!), sia per la fiducia che in me è stata riposta, oltre alla sfida, di affrontare un qualcosa di completamente nuovo. Non posso poi non menzionare il nuovo album intitolato “Second Chapter”, della Viking Metal band nostrana Bloodshed Walhalla, che vedrà la luce il 31 di questo mese. Non vedo l’ora di stringerlo tra le mie mani. Sai, poter tenere in mano e guardare i tuoi lavori nel formato fisico è tutta un’altra cosa.

Hai anche una tua etichetta discografica, come riesci a far convivere il grafico con il discografico quando c’è da preparare una nuova uscita?
In realtà le etichette sono due. La mia Maculata Anima Rec. E poi la The Triad Rec che ho in società, assieme a Daniele che a sua volta ha la sua etichetta, la HellBones Records,per la quale uscirà l’album sopracitato, dei Bloodshed Walhalla e con il quale ho lavorato per alcuni suoi progetti musicali. Insomma, spesso si sta in famiglia! Ahahahahahah! Per non divagare troppo comunque, devo dire che sino ad ora non ho avuto problemi a far coincidere le due cose. Non sono i miei lavori primari (purtroppo!), in più non sempre e non per forza le due cose tendono a collimare. Anzi, sino ad ora per la maggior parte delle band con le quali ho avuto  che fare, avevano i lavori grafici già pronti o comunque erano stati dati in mano ad artisti più conosciuti e/o fidati. Io sono ancora un novellino e come tale, non posso certamente avere delle pretese. Sino ad ora comunque, riguardo alle band uscite per le due etichette ho lavorato sulle grafiche di 3 lavori di Mr. Jack, Il riadattamento della cover dello Split tra i Nomura ed i Nulla+ per la versione in Vinile 10”, di cui ho completamente rifatto il retro, più un flyer interno. Per ultimo, solo per ora spero, le grafiche dell’album di debutto di Sigvrðr, che si intitola “Haemolacria”.

Sei molto attivo dal punto di vista delle collaborazioni, ti va parlarne?
Certamente! Le collaborazioni mi hanno sempre interessato ed appassionato. Infatti le ho sempre fatte, quando è stato possibile, sia prima quando suonavo,che ultimamente con le labels ed i lavori grafici. Rimanendo in tema, la prima è stata con i ragazzi della pagina di “Facciamo Valere Il Metallo Italiano”, di cui faceva parte anche io. Creati le locandine della seconda e terza edizione del FVIMI Festival e quella della terza edizione del Junihell, altro festival creato dai ragazzi. Li ringrazierò sempre per la fiducia. Quella esperienza mi permise di acquisire sicurezza nelle mie capacità. Dall’anno scorso collaboro poi con Arte Degenerata Fuckzine, per la quale mi sto occupando di creare dei flyer dove pubblicizza le varie collaborazioni a livello di distribuzione, poster e in seguito forse qualche copertina. Da pochissimo ci sono poi altre due collaborazioni appena nate. Una con l’associazione Ocularis Infernum. Un’ultima collaborazione appena nata è quella con il mio socio Daniele, il quale sta creando anch’egli una compilation, ma molto differente, che uscirà per la sua Hellbones Records. Ci saranno vari generi musicali al suo interno, ma principalmente si tratterà di musica industriale e sperimentale, dal titolo “O Sarai Ribelle O Non Sarai”.

Che lavori hai in cantiere?
Uno l’ho menzionato appunto nella precedente risposta. In questo momento è il lavoro principale sul quale mi sto concentrando, essendo quello che vedrà prima la luce. C’è poi un lavoro già terminato che aspetta di uscire. Gli Alchem, grande band di Prog Rock e metal con venature Dark, di cui sono fan ed amico di Piero e Lisa, che ne sono i fondatori e l’anima. Hanno pubblicato il loro ultimo lavoro, in collaborazione con la nostra The Triad Rec. Sono in standby ultimamente, come molte altre band, ma hanno scelto un mio lavoro, per far uscire un nuovo singolo dal titolo “Deception” e sinceramente, non vedo l’ora. Devo terminare poi il lavoro per un’altra band italiana, ma di cui per il momento non posso dire il nome, visto che non hanno reso ufficiale la notizia della collaborazione. A tempo perso, cerco di terminare le grafiche per l’uscita del mio progetto musicale, che se tutto andrà bene, vedrà la luce in 3 differenti formati e con 3 differenti grafiche! A parte questo, attendo alcune risposte, ma fino a che non c’è niente di definitivo ha poco senso parlarne.

RockGarage – Rock the garage

Tempo di festeggiamenti nel garage più rock d’Italia, per questo abbiamo contattato Marcello Zinno, il capo-garagista, che ci ha aperto le porte del suo RockGarage. Aneddoti e informazioni su passato, presente e futuro del portale www.rockgarage.it, con un finale a dir poco noir…

Ciao Marcello, qualche giorno fa hai condiviso sui social un post celebrativo dei primi dieci anni di RoockGarage, ne approfitto per farti gli auguri e i complimenti per un’attività così longeva. Ti andrebbe di riepilogare anche qui un po’ di numeri?
Certo! Innanzitutto grazie per gli auguri che ovviamente condivido con tutti coloro che hanno contribuito a far crescere RockGarage in questi anni. Quest’anno spegneremo le 10 candeline e ad oggi abbiamo pubblicato 13.000 contenuti totali di cui oltre 7.200 sono recensioni, che restano il nostro forte. Abbiamo da sempre creduto nel supporto fisico e in 10 anni abbiamo ricevuto 5.130 CD in redazione, materiale suddiviso poi tra i redattori che si occupano di recensioni e interviste. Questo è un aspetto fondamentale perché già 10 anni fa si parlava di digitale e molte webzine per cui collaboravo ai tempi recensivano facendosi inviare i link degli album via mail. E io dicevo: “caspita, ma è possibile che siti web così grossi non hanno la forza di farsi inviare dei CD, anche per ripagare i redattori del tempo speso per scrivere una recensione?” Qualcuno mi derideva, dicendomi che dovevo accontentarmi dei link via mail. Ricordo ancora oggi una webzine molto importante che mi disse che non solo dovevo recensire in digitale ma che essendo l’ultimo arrivato dovevo accontentarmi di quello che gli altri non volevano recensire. Insomma dovevo prendermi lo scarto. La mia collaborazione con loro finì dopo la seconda recensione.

Ma cosa c’è oltre i numeri?
I numeri mi emozionano sempre, mi piace fare i conti con le statistiche, e poi i numeri parlano chiaro. Ma se c’è un motivo di orgoglio per me sono i redattori! Non mi importano le visualizzazioni, se un articolo raggiunge 10 view o 1000 non mi cambia nulla, io so il valore che c’è dietro quell’articolo e il lavoro richiesto. Rileggo TUTTI gli articoli prima di pubblicarli, sia quelli scritti da me sia quelli dei redattori e abbiamo avuto sempre “penne” di tutto rispetto. Intorno al sito hanno ruotato in 10 anni circa 120 persone, molti hanno scritto per poco tempo, altri sono nomi che collaborano con noi fin dall’inizio; in entrambi i casi sempre persone molto competenti e veri appassionati. Inoltre abbiamo i Redattori Speciali, persone che vengono dal mondo della musica o del giornalismo musicale e che scrivono per noi. Perché chi meglio di loro può valutare la musica di oggi? A volte mi sento davvero emozionato ad avere in redazione dei collaboratori così esperti e non mi riferisco solo ai Redattori Speciali.

Come è perché hai messo su RockGarage?
RockGarage nacque nel 2011 con due obiettivi principali: il primo (e più importante) è quello di puntare ad innalzare il livello qualitativo dell’informazione musicale in Italia che, anche grazie alla tantissima musica prodotta, meritava e merita molto di più; un obiettivo audace, lo so, e forse che ci fa apparire anche un po’ presuntuosi, ma ero stanco di leggere recensioni copia-incolla dei comunicati stampa o recensioni da cui si capiva che l’album non era stato nemmeno ascoltato. Il secondo obiettivo è quello di creare un network di contatti con band, agenzie, etichette e operatori musicali prolifico, anche perché in diverse webzine per cui avevo collaborato prima del 2011 non venivano curati tali rapporti e molte mail restavano non risposte. Uno spreco di occasioni!

Il momento più esaltante e quello più difficile di questa decade?
Di momenti esaltanti ce ne sono stati tanti, ad esempio quando abbiamo chiuso accordi con alcune label e il logo di RockGarage è stato stampato all’interno del booklet o nell’artwork posteriore di alcuni CD e vinili, o quando abbiamo chiuso delle media partnership esclusive (quindi unici partner) per la data italiana di band come Dropkick Muprhys, Asking Alexandria, Sick Of It All o ancora media partner italiani di festival europei di grandissimo livello come Sziget Festival e Hellfest. I momenti difficili sono molto frequenti, per forza di cose io faccio un po’ da collo di bottiglia: correggo le bozze, inseriscono in pubblicazione i contenuti, seguo i social network, tengo i rapporti con i redattori e con i fotografi, rispondo alle mail che arrivano, gestisco il materiale fisico (e lo spedisco) assegnandolo ai redattori che seguono quel genere, scrivo e pubblico le news…e a volte mi chiedo se tutto questo tempo (parliamo di diverse ore al giorno, 7 giorni su 7) valga la pena o se stia togliendo tempo alla mia vita, ai miei affetti. Poi in realtà amo fare tutto questo e questi “momenti difficili” svaniscono. Ma al tempo stesso sono certo che “da fuori” non si intuisce quanto tempo ci sia dietro ad una webzine gestita bene.

Dopo dieci anni RockGarage è così come lo immaginavi all’epoca della sua creazione?
Onestamente no. All’inizio sogni sempre che dopo pochi anni la tua creatura possa diventare il sito più visitato in Italia. Non lo è diventato, ma ammetto che sono cambiate anche le mie aspettative. Con il tempo ho imparato ad apprezzare il nostro lavoro per il suo valore e non per i risultati ottenuti. Ho capito che se l’obiettivo iniziale era quello di innalzare la qualità dell’informazione musicale nel nostro Paese, questo lo si raggiunge passo dopo passo, articolo dopo articolo, mettendoci competenze e creando una reputazione con il tempo. È un discorso di qualità e non di quantità, è cambiato il mio punto di vista. E di questo, ad oggi, ne vado molto soddisfatto.

Qual è la linea editoriale che ti sei imposto?
RockGarage nasce con l’obiettivo, appunto, della qualità. Fino al 2019 abbiamo recensito solo uscite in formato fisico, in modo da dare una valutazione completa sull’opera e premiare chi opta per questo formato; dal 2019 abbiamo deciso di accettare uscite digitali visto che molte band stanno optando solo per quella distribuzione e sarebbe un peccato escluderle dal nostro “osservatorio”. Le interviste sono esclusivamente face-to-face per garantire un contraddittorio con l’artista. L’aggiornamento di RockGarage è costante, 365 giorni l‘anno; non è mai trascorso un giorno in dieci anni di attività senza che venisse pubblicata almeno una recensione. Nonostante ciò non si danno mai tempistiche ai redattori perché recensire un album deve essere un piacere e a loro viene riconosciuto anche un piccolo compenso per le recensioni di nuove uscite (oltre al formato fisico che resta a loro dopo l’ascolto).

Mi parleresti invece della RockGarage Card?
Quello è un progetto assolutamente unico in Italia e che rispecchia la nostra personalità: il rock non è per tutti e supportare la scena emergente è cosa ancora più rara in questa epoca. Ho voluto creare una Card del sito, una tessera fisica che ciascuno di noi può tenere nel proprio portafogli, numerata e quindi unica: la Card, appena avvicinata al proprio smartphone, permette l’accesso diretto ad un’area riservata del sito in cui sono disponibili una serie di contenuti extra come playlist dedicate, sconti per acquisti di musica su siti di alcune etichette e tanto altro. Ultimamente, dato il lockdown, abbiamo stretto alcune collaborazioni con birrifici artigianali che vendevano birre con consegna a domicilio: i possessori della card avevano uno sconto e così abbiamo anche supportato alcune piccole realtà imprenditoriali. Ad oggi 90 persone hanno sottoscritto la RockGarage Card e settimanalmente viene inviato un aggiornamento WhatsApp (per chi lo ha autorizzato). Anche in questo caso i numeri contano poco, l’importante è far girare la musica e dare nuovi strumenti a chi ci tiene alla scena emergente.

In generale, quale credi che sia il pregio maggiore della stampa musicale italiana e quale il suo difetto più evidente?
Be’, osservando cosa accade negli altri Paesi dobbiamo ammettere che noi siamo fortunati. Abbiamo una pluralità di informazione, abbiamo libertà di espressione e in quest’epoca, grazie anche alla tecnologia, davvero tutti possono creare una realtà che parli di musica così come di altri argomenti. D’altro canto questo pullulare di voci (singole o non organizzate o non professionali…) produce un overload informativo incredibile e l’ascoltatore non sa più a chi credere. Se aggiungi che siamo nell’epoca delle piattaforme di streaming gratuito, capisci bene che molti preferiscono ascoltare e farsi una propria idea prima che leggere cosa ne pensano gli esperti. Ecco cosa manca alla stampa, fare “fronte comune”: ognuno si cura il proprio orticello, ognuno si prodiga nel creare “il proprio progetto”, la propria pagina Facebook, con la speranza di diventare influencer o giù di lì. Ci dovrebbe essere più collaborazione, a tutti i livelli. Così chi merita potrebbe emergere ancora di più a discapito di grandi riviste che vendono solo brand legati all’abbigliamento e che trattano la musica come una moda. E qui mi fermo sennò divento polemico.

Cosa manca alla stampa musicale italiana?
Se fai questa domanda a dei critici storici di musica ti diranno che all’estero la musica l’hanno vissuta in prima persona, noi no. Niente di più sbagliato, se pensi ad esempio alla scena progressive rock, l’Italia è stato un Paese fondamentale nel genere a livello internazionale, eppure solo da qualche anno si sta accreditando in edicola una rivista specializzata in questo genere. Purtroppo la nostra cultura di derivazione americana, insieme ad un approccio commerical-occidentale, fa sì che le direttrici musicali prevalenti sul mercato incanalino i gusti del “popolo”, della massa. Da noi si vive di pop, di Sanremo, di trap (da qualche anno) e di cantautori, così come in USA si vive di hip hop, ad esempio. Tutto il resto da noi ha meno mercato e viene visto come marginale. La stampa italiana ha le sue colpe in questo ma non è solo dipeso da essa. Allora cosa fare? Forse dovremo per primi noi cercare di invertire questa rotta facendo incuriosire il pubblico. E purtroppo non possono riuscirci le riviste cartacee, che vendono sempre di meno, è un compito che dovremo svolgere noi sul web. Infine bisognerebbe dar spazio alle “voci fuori dal coro”, iniziare a dire cose scomode e non pubblicare solo articoli “clickbait”. Io ad esempio ho pubblicato in passato un mini libro dal titolo “Il crowdfunding nella musica: l’elemosina del futuro” in cui argomentavo una forte critica al crowdfunding. Ha venduto pochissimo ma chi l’ha letto lo ha apprezzato.

Chiuderei la nostra chiacchierata con un cenno alla tua recente opera letteraria, “Il Passo Obliquo”: la potresti presentare ai nostri lettori?
Certo, si tratta del mio primo romanzo pubblicato da Edizioni BMS (stesso editore di Rock Hard Italia) e inserito nella prestigiosa collana Ambrosia. Nacque tutto anni fa quando mi cimentai in un piccolo romanzo che destò l’interesse dell’editore ma che doveva rientrare in una pubblicazione ben più corposa che poi non vide mai la luce. Mi cimentai quindi in un romanzo più complesso, un giallo a sfondo noir ma che tratta tanti argomenti differenti, con una trama intricata ma semplice da leggere. Appena completato l’ho proposto all’editore che è stato entusiasta nel pubblicarlo. Il Passo Obliquo è disponibile nelle edicole delle principali città italiane o (allo stesso prezzo e con consegna gratuita) on line a questo link: https://www.ambrosialibri.it/catalogo/fantasy/il-passo-obliquo/

Legione Nera – Noi siamo Legione

Da sempre tra le comunità più attive in ambito black metal, recentemente il gruppo FaceBook Legione Nera ha pagato lo scotto di aver dato in passato spazio alle creazioni di Burzum. Davanti al blocco imposto dal social americano, con la conseguente perdita di tutto il materiale digitale, lo staff si è domandato se fosse arrivato il momento di lanciare la spugna o meno. Superato lo sconforto iniziale, il gruppo è ancora qui tra noi, sono stati gli stessi amministratori – Aldo, Giuseppe, Vincenzo, Matteo, Snarl, Marco e Gianpaolo – a raccontarci come la comunità è rinata dalla proprie ceneri.

Quando e perché nasce Legione Nera?
Aldo: Legione Nera nasce nel 2008, l’intenzione era di dare a chiunque uno spazio di cui avvalersi per poter condividere, supportare e fare rete tra noi amanti della scena. Sin da subito ci siamo resi conto di quanto un gruppo potesse dare in termini di visibilità rispetto alla classica condivisione sulla home di facebook, troppo “dispersiva”. Fino al suo oscuramento il gruppo contava circa 1500 iscritti, una community vasta ed attiva dove potersi confrontare liberamente e a disposizione di tutti, da musicisti/band a organizzatori di eventi o per semplici appassionati.

Ultimamente siete stati vittime del repulisti effettuato da FaceBook nei confronti di coloro i quali in passato avevano condiviso materiale di Burzum, cosa ne pensate di questa campagna portata vanti dal famoso social network americano?
Giuseppe: Credo sia stata una coltellata ai diritti dell’utenza. Guardiamoci allo specchio: se io sto condividendo un pezzo contenente musica, sto comunque condividendo musica e niente più. Che io possa essere anche affine alle ideologie del musicista, saranno anche un bel paio di cazzi miei… mica sto incitando ad un nuovo olocausto o cosa: è solo della cazzo di fottutissima musica. Però, realisticamente, non sempre le idee dell’artista corrispondono ai sui contenuti musicali… o forse sì, ma diciamo che nel caso del Conte la cosa sta nel mezzo, in quanto la sua ideologia è sicuramente parte dell’attitudine che è a sua volta parte integrante della sua musica. Ma questo è lui, non io. Se io condivido un suo pezzo, aldilà del mio punto di vista personale sto condividendo un suo pezzo, stop. Facebook finalmente si rivela essere un social network che di social non ha una beneamata minchia. Non che prima avesse molto di “sociale”… spero solo che sia l’inizio del suo declino e che questa triste epoca di arlecchini delle meme, tag e corsa al like con annesse visualizzazioni possa terminare quanto prima. Ma sono solo un illuso sognatore, già lo so. E comunque la cosa più scorretta di tutto ciò riguarda che i ban sono stati attuati anche per immagini ironiche, notizie o pezzi condivisi 10 anni prima: pagine di importanti magazine metal nazionali hanno rischiato la cancellazione (e tuttora la rischiano, che io sappia), idem dicasi alcuni gruppi (nel senso di gruppi Facebook) sulla piattaforma. Motivazione? Una qualsiasi cosa associabile a quel personaggio lì, furbescamente “sgamata” dall’algoritmo. Roba da Cyperpunk puro, i testi dei Fear Factory prendono vita! “AVE ALL’ALGORITMO!”… sì, annatevene affanculo voi, Marcolino Zucchinanelculoberg e tutta la truppa di programmatori della domenica che si porta appresso. E la cosa succede anche per band differenti da quel personaggio, inclini sempre a certe ideologie “particolari”, oppure immagini contenenti capezzoli o piccole parti di nudo, vedi ad esempio i numerosi ban avvenuti subito dopo aver postato la copertina di “Nevermind” sulla piattaforma, quando poi esistono gruppi privati/segreti dove si incita allo stupro e al femminicidio. Questo non è fare democrazia o pulizia social, questo è semplicemente mettere una pezza di pessima fattura al problema, nella peggior maniera possibile. E non dimentichiamo che Facebook si era fatto paladino della lotta alla fake news nel periodo del lockdown, fake news che comunque continuavano a girare sulla piattaforma proprio in quel periodo. Insomma, una pura e totale merda. “Ridatemi i cari vecchi forum, dove a moderare tutto è una persona e non un computer” pensai… e da lì proposi il forum agli altri ragazzi della Legione. La cosa era completamente old school da piacere un po’ a tutti… ed eccoci qua.

Come vi siete mossi all’indomani dell’oscuramento del gruppo?
Vincenzo: La sorpresa di non riuscire più a trovare il gruppo, come anche scoprire che alcuni altri gruppi e testate e molti miei contatti erano bloccati, non è stata certamente un motivo per fermarsi. È assurdo doversi ritrovare a pensare che, per quanto un’azienda privata possa decidere legittimamente di ostracizzare un personaggio dalle idee al limite della decenza, devano trovarsi a sentirsi minacciati persino coloro che ne hanno condiviso un link che riportava un suo brano musicale o addirittura chi ne ha fatto il semplice nome per biasimare o deridere il personaggio stesso. Quindi, come prima cosa, era necessario rifondare il gruppo. Un piccolo brain-storming per trovare un nome adeguato che non desse adito a fraintendimenti, rimettere insieme una squadra motivata e Noi siamo Legione era di nuovo lì, ancora con la voglia di discutere di musica, senza alcun riferimento ad idee politiche che nulla hanno a che fare con la proposta del gruppo. In più era evidente che non di certo quel che è un punto di riferimento per molti appassionati doveva ancora correre il rischio di vedersi cancellate decine di discussioni interessanti per la mannaia di qualche controllore disattento. Ed ecco l’approdo di Noi siamo Legione su Forumfree, che speriamo cresca ancora più.

Il presente odora di passato, avete deciso di creare un blog, soluzione che in questi ultimi anni è stata quasi del tutto abbandonata dai più. Perché proprio un blog?
Matteo: Perché siamo sicuri che un blog non abbia delle restrizioni così assurde come quelle purtroppo affidate all’algoritmo di Facebook il quale blocca, banna ed elimina tutto ciò che contiene la/le parole chiave programmate nella sua “lista nera”, spesso senza contestualizzarle e con le conseguenze che, purtroppo, abbiamo sperimentato sulla nostra pelle. In più, visto che Legione Nera prima di essere oscurato aveva superato i 1500 iscritti ed i membri attivi nel gruppo erano aumentati esponenzialmente, quindi molti post giornalieri che, purtroppo, per come è impostato Facebook venivano “persi di vista” in una manciata di giorni noi dello staff ci siamo da subito resi conto che uno spazio strutturato ed organizzato come un forum, per quanto oggi possa sembrare “retrò”, è invece ciò che per un gruppo come il nostro, che era ed è una vera e propria community, può potenzialmente valorizzare e tenere cronologicamente ben visualizzabile tutto ciò che noi ed i membri di Legione Nera (ora Noi Siamo Legione) condividiamo giornalmente. Anzi, per come è organizzato un forum, le nostre idee e proposte che abbiamo in serbo per il nostro gruppo che sono logisticamente ardue da attualizzare su Facebook, come sezioni con post dedicati a singole band black metal del panorama italiano ove queste possano interagire con Noi Siamo Legione in qualsiasi momento, anche a distanza di tempo dalla data di pubblicazione del post, ora invece potranno diventare materialmente un qualcosa da proporre e provare ad attuare nel forum. Questo è solo un esempio, ma ce ne sono molti altri, insomma: concordiamo sul fatto che il forum abbia il potenziale per fare crescere ancora di più la nostra community e sicuramente con iniziative più interessanti ed ambiziose per tutti noi. Staremo a vedere!

Come ci si può iscrivere?
Giuseppe: Semplicemente cliccando sulla voce “Registrati” in alto alla home del forum. L’accesso è libero e gratuito.

Come funzionerà a grandi linee?
Giuseppe: E’ una cosa su cui onestamente stiamo ancora lavorando su, ma il nostro intento è di creare una grande comunità tricolore dedita al black metal tramite un forum, esattamente come si usava fare fino a dieci anni fa, almeno proprio su Forumfree, il quale pullulava di spazi dedicati. Era un periodo davvero fertile per discutere di quelle sonorità, ti parlo dal 2006 in su. Stiamo anche pensando di fare un grande archivio di interviste, video, se non proprio una webzine dedicata. Ma ci dobbiamo ancora organizzare… però le intenzioni ci sono.

Ma il black metal è davvero così pericoloso?
Snarl: Dovresti definire meglio che intendi per “Pericoloso”. E dovresti anche descrivermi la linea di demarcazione tra buonsenso ed essere pericoloso. La parola che hai scelto è troppo generica, ma posso dirti due cose: Primo, uno non è che un giorno si alza la mattina e comincia a fare musica “pericolosa”: certe cose o le hai sentite che fanno parte di te, oppure non ti rappresentano, semplicemente. Secondo, ogni forma d’arte deve avere un messaggio concreto o quantomeno tangibile, altrimenti sono solo scleri adolescenziali non destinati a durare. Poi se vuoi essere “pericoloso” tipo emo, tipo mafioso, tipo trapper o tipo estremista, sai te. Per quel che mi riguarda, io non sono uno psicopatico.

Come è cambiato il genere negli ultimi anni?
Marco: Per essere un genere che concettualmente guarda al cambiamento con un certo riserbo negli ultimi anni abbiamo assistito ad un’evoluzione sia musicale che concettuale. Sarà per ragioni anagrafiche o per gusti musicali personalmente appartengo alla seconda ondata del black metal (quello scaturito dalla scena norvegese dei primi anni ’90, tanto per intenderci) e forse quello che ha portato il genere stesso ad essere conosciuto per quello che è fino ai giorni d’oggi. Negli ultimi anni però il black metal ha subito contaminazioni stilistiche, di approccio alle liriche e tematiche in generale fino a snaturarne completamente quelli che erano i canoni che dettava il genere 25 anni fa. Si può quindi affermare che stiamo attualmente vivendo una terza ondata del black metal. Questa evoluzione la si può notare anche nel nostro panorama nazionale, che nutre un florido underground, dove possiamo trovare band dallo stile più crudo a quelle che abbracciano contaminazioni di diverso tipo fino ad arrivare ai confini di quello che potremmo definire black metal.

Come è cambiata invece la figura del blackster?
Gianpaolo: Credo che questa sia oggi una domanda che vada ben oltre il contesto musicale e sfoci nel folklore e nell’antologia moderna. Ma per farla breve, tutti abbiamo in mente i blackster degli anni novanta, seguaci di un’onda musicale che nella sua violenza sonora, e nel suo immaginario legato al fantastico e all’occulto, diventava spesso la voce di un disagio, di un mancato riconoscimento nel mondo contemporaneo, e allo stesso tempo incarnava un senso di sovversione socio-culturale. Per certi versi quel blackster assomigliava nei modi al punk degli anni settanta. Col passare del tempo il black si è moltiplicato in svariate esperienze musicali, ricche di sfumature, sperimentazioni ed esiti diversi. Di conseguenza ha smesso di essere un’onda ed è diventato un modo di fare musica, uno scuola in continua evoluzione. In questa trasformazione quel blackster lì ha lasciato il posto a degli appassionati che provengono spesso da percorsi diversi e amano divertirsi con questo genere. È chiaro: parlando di musica ognuno di noi ci vede quello che vuole, a partire da una filosofia di vita o un rifiuto dei conformismi, ma quel modo viscerale e scanzonato di ascoltare o fare black è tramontato. Gli stessi protagonisti oggi, oltre ad essere sempre più tecnici e meno musicalmente sporchi, mettono in discussione tutto l’immaginario degli anni 90: il facepainting, la pratica satanista, il modo di vestire (paradossalmente persino il nero non è più centrale negli ambienti black).

Dove possono trovarvi i nostri lettori?
Aldo: Con “Noi siamo Legione” siamo presenti come gruppo su Facebook, e ora anche su Formufree, appunto, col nuovo forum, entrambi a completa disposizione di ogni appassionato. Noi li abbiamo solo creati, ma queste community sono nostre quanto di chiunque ne voglia far parte perché, NOI tutti siamo Legione.

Gruppo FaceBook:
https://www.facebook.com/groups/2470054443288287

Forum:
https://noisiamolegione.forumfree.it/


Hellripper – Long live the loud!

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

Hellripper, nonostante l’età, è un tipo tosto. Sa quello che vuole e lo insegue con il piede sull’acceleratore. Il suo progetto omonimo non avrà nulla di innovativo, ma è fottutamente divertente ed entusiasmante, non ci meraviglia che la Peaceville Records abbia voluto “The Affair of the Poisons” nel proprio prestigioso catalogo…

Benvenuto Hellripper, speed metal rules! Grazie per questo fantastico album!
Grazie, lo speed metal regna sovrano! Sono contento che ti piaccia l’album!

“The Affair of the Poisons” è un titolo strano ed evocativo, cosa significa veramente?
È il titolo della canzone di apertura dell’album, a sua volta basato su una serie di eventi accaduti nella Francia del XVII secolo. Possessioni, stregoneria, sacrifici di bambini e avvelenamenti furono al centro di un’indagine su larga scala condotta durante il regno del Re Sole (Luigi XIV) dopo che un vasto complotto fu portato alla luce all’interno della corte di Versailles, prendendo di mira i membri dell’aristocrazia e il re se stesso al fine di ottenere potere e influenza; lo scandalo è esploso quando è stato rivelato che la favorita reale stessa stava partecipando a messe nere e aveva presumibilmente avvelenato un rivale più giovane per riconquistare il favore del re.

Immagino che i testi trattino in generale le stesse tematiche…
Oltre la traccia del titolo che ho citato, i testi dell’album ruotano attorno ai temi della stregoneria e dell’occulto principalmente. Alcune delle canzoni sono basate su eventi veri o leggende e altre sono solo storie di fantasia che mi sono venute in mente. “Beyond the Convent Walls” è basato sul cosiddetto “Loudun Possessions”, un altro evento di possessione e stregoneria avvenuto nella Francia del XVII secolo. “Vampire’s Grave” è basato sulla vera storia del Gorbals Vampire: negli anni ’50, centinaia di bambini andarono a caccia di questa creatura perché credevano che avesse mangiato un paio di scolari locali. Si diceva che il vampiro vagasse per la necropoli di Glasgow e uccidesse e divorasse i bambini con le sue grandi zanne di ferro.

Il primo singolo è “Spectre Of The Blood Moon Sabbath”, perché hai scelto questa
canzone?

Penso che la canzone sia stata una buona prima scelta come singolo in quanto è un po’ in linea con ciò per cui sono noti gli Hellripper. Ci sono alcuni buoni riff, una linea vocale accattivante e una bella parte mid-tempo, quindi c’è davvero un po’ di tutto.

L’inizio di “Vampire’s Grave” mi ricorda “Hit the Light” dei Metallica: è un piccolo omaggio ai -Four Horsemen?
Affatto. È interessante ciò che tu senti, ma “Vampire’s Grave” per la maggior parte è stato un piccolo “tributo” musicale ai Motorhead. Ho anche inserito un “All right!” all’inizio e il mio amico Joseph (che è un grande fan dei Motorhead) ha suonato il primo assolo di chitarra.

Sei nato nel 95, sono abbastanza vecchio da ricordare che all’epoca tutti dicono che lo speed \ thrash metal era morto! Come è nato il tuo amore per questi generi?
Sono sempre stato interessato alla musica, specialmente cose come il rock e il punk, ma mi sono appassionato al thrash metal (e al metal in generale) quando avevo circa 14 o 15 anni quando ho ascoltato per la prima volta i Metallica e i Megadeth. Questo era anche il periodo del “thrash revival” e del “NWOTHM”, quindi c’erano molte nuove band fantastiche che ho scoperto tramite YouTube. Gruppi come: Havok, Warbringer, Evile, Violator, Toxic Holocaust, Enforcer, Steelwing e così via sono diventati i miei preferiti.

Perché preferisci essere l’unico membro della band?
Preferisco tenere sotto controllo l’intero processo! È più facile e più divertente per me scrivere musica per conto mio e non ho bisogno di scendere a compromessi con altre persone, quindi è più appagante per me. Significa anche che non ho scadenze e non devo contare sugli orari di qualcun altro per scrivere / registrare / provare ecc. E mi permette di fare tutto da casa che è molto più pratico per me ed è meno costoso ovviamente!

Questo è il tuo secondo full length, in precedenza hai pubblicato cinque split album: quale formato preferisci per la tua musica, split o full?
Dipende! Penso di preferire il formato full quando è fatto bene. Se hai un album in cui tutte le tracce si adattano e funzionano tra loro, allora è fantastico, ma a volte le versioni più brevi come EP o split sono un’opzione migliore per un paio di tracce che potrebbero essere abbastanza diverse tra loro o che non si adatterebbero a un album.

Come è cambiata la tua carriera dopo l’accordo con la Peaceville Records?
Penso che sia troppo presto per dirlo. Ha sicuramente portato un po’ più di attenzione sulla band, ma penso che una volta che l’album sarà pubblicato, avremo un riscontro migliore!

Hellripper, despite his age, is a coolguy. He knows what he wants and chases it with his foot on the accelerator. His eponymous project will not have anything innovative, but it’s fucking fun and exciting: no wonder Peaceville Records wanted “The Affair of the Poisons” in its prestigious catalog…

Welcome Hellripper, speed metal rules! Thanks for this great album!
Thank you, speed metal rules indeed! Glad you like the album!

“The Affair of the Poisons” is a strange and evocative title, what really means?
It’s the title of the opening song on the album, which itself is based on a series of events that occurred in 17th Century France. Possession, witchcraft, child sacrifice & poisonings were at the heart of a large-scale investigation conducted during the reign of the Sun King (Louis XIV) after an extensive plot was unearthed within the court of Versailles, targeting members of the aristocracy and the King himself in order to gain power and influence; the scandal exploded when it was revealed that the royal favourite herself was partaking in black masses and had allegedly poisoned a younger rival to win back the King’s favour.

I guess the lyrics deal with the same themes…
Aside from the title track that I mentioned, the album’s lyrics revolve around the themes of witchcraft and the occult primarily. Some of the songs are based on true events or legends and others are just fictional stories that I came up with. “Beyond the Convent Walls” is based on the “Loudun Possessions” – another event involving possession and witchcraft that occurred in 17th Century France. “Vampire’s Grave” is based on the true tale of the Gorbals Vampire: in the 1950’s, hundreds of children went hunting for this creature as they believed it had eaten a couple of local schoolchildren. The vampire was rumoured to roam around Glasgow Necropolis and kill and devour children with its large iron fangs.

The first single is “Spectres Of The Blood Moon Sabbath”, why did you chose this song?
I think the song was a good first choice as a single as it is kind of in the same vein as what Hellripper is known for. There are some good riffs on it, a catchy vocal line and a cool mid-tempo part, so there’s a bit of everything really.

The beginning of “Vampire’s Grave” remembers to me “Hit the Light” by Metallica: is this track a little tribute to the Four Horsemen?
Not at all. It’s interesting that you hear that, but ‘Vampire’s Grave’ for the most part was a little “tribute” to Motorhead musically. I even threw in an “Alright!” at the start and my friend Joseph (who is a massive Motorhead fan) plays the first guitar solo.

You are born in 95, I’m enough old to remember at the time everybody say speed \thrash metal was dead! How is born your love for speed and thrash metal?
I was always into music – especially stuff like rock and punk, but I got into thrash metal (and metal in general) when I was around 14 or 15 when I first heard Metallica and Megadeth. This was also around the time of the “thrash revival” and the “NWOTHM”, so there were a lot of great new bands that I discovered through YouTube. Bands like: Havok, Warbringer, Evile, Violator, Toxic Holocaust, Enforcer, Steelwing and so on became favourites of mine.

Why do you prefer to be the only member of the band?
I prefer the whole process really! It is easier and more fun for me to write music on my own and I don’t need to compromise with other people, so it’s more fulfilling for me. It also means I have no deadlines and do not need to count on anyone else’s schedules in order to write/record/rehearse etc., and it allows me to do everything from home which is a lot more convenient for me, and it’s less expensive of course!

This is your second full length, previously you released 5 split albums: which format do you prefer for your music, split or full?
It really depends! I think I prefer the full-length format when it’s done well. If you have an album where all the tracks fit together and work with each other then it’s great, but sometimes shorter releases like EPs or splits are a better option for a couple of tracks that may be quite different or wouldn’t fit in on an album.

How is changed your career after the deal with Peaceville Records?
I think it’s too early to say. It has certainly brought some more attention to the band, but I think once the album is released we’ll have a better idea!

Grim Talez – La morte ti sfracella

Ho conosciuto Maurizio Buccella, in arte Grim Talez, per caso sul web. Quando ho messo su Il Raglio del Mulo, non ho avuto dubbi, sarebbe toccato a lui creare il logo del sito. Un tratto particolare e una lugubre ironia rendono la sua opera unica e accattivante. Signori, ecco a voi Grim Talez!

Ciao Maurizio, quando è nata la passione per il disegno?
In realtà, più che di passione, sarebbe più corretto parlare di compulsione. Nella maggior parte dei casi mi ritrovo con una matita o una penna fra le dita senza nemmeno accorgermene, scarabocchiando su post-it o margini di quaderni o altre superfici non necessariamente deputate all’uso di inchiostro. Ciononostante, è doveroso precisare che mi dedico alle arti grafiche non per professione ma per pura passione (sebbene da quando ho acquistato la tavoletta grafica mi sia capitato di accettare degli incarichi retribuiti). Un po’ perché temo mi manchi il talento necessario per monetizzare i miei scarabocchi compulsivi, ma soprattutto perché, dopo il liceo artistico, ho preso percorsi universitari lontani anni luce dal settore. Per rispondere alla domanda, ho iniziato prima del periodo di cui ho memoria d’infanzia, ma fin qui nulla di strano. Il disegno è il canale espressivo più usato dai bambini. Il problema è che io sono fra quelli che non hanno mai smesso. Fino al liceo è stata la sola attività che riuscisse a tenermi fermo nello stesso posto per più di tre minuti.

Oltre al liceo artistico hai fatto studi particolari o sei autodidatta?
I miei primi manuali di disegno sono stati i Dylan Dog che ho iniziato a collezionare già sul finire delle elementari. Ti lascio immaginare le perplessità dei miei genitori, considerato che all’epoca – fine 80 – c’era parecchio clamore attorno alle polemiche sulla distribuzione dei fumetti splatter nelle edicole, tuttavia i miei mostrarono delle capacità di apertura mentale che tuttora mi sorprendono. Ad oggi tutta la prima parte della collezione versa in condizioni indegne, con chiazze di grafite e pagine spiegazzate come papiri, perché su quegli albi ci ho trascorso ore di studio. In seguito ho frequentato il liceo artistico ma, previa contrattazione coi miei genitori, con indirizzo sperimentale vale a dire una commistione di materie scientifiche e artistiche.

A quali autori ti ispiri?
La mia personale Trinità è: Francis Bacon, Hans Rudi Giger, Egon Schiele. Ma confesso che sono più dei miti personali. In termini grafici, le mie influenze dirette provengono soprattutto dai fumetti: Mick Mignola e Robert Crumb su tutti.

Dietro la tua produzione a firma Grim Talez c’è uno studio preciso o si tratta del frutto dell’ispirazione del momento?
L’uso dello pseudonimo in realtà è funzionale all’esigenza di tenere separata l’attività artistica da quella professionale, considerato il campo delicato in cui lavoro, vale a dire quello della salute mentale. Il nome rende omaggio alla mitica raccolta di racconti di Thomas Ligottti, “Lo Scriba Macabro”, nella traduzione originale Grimscribe, autore con cui condivido molti aspetti delle sue convinzioni estinzioniste. Per quanto riguarda il lavoro dietro i lavori, per come la vedo io tutte le creazioni artistiche hanno dietro percentuali variabili di progettazione e istinto. In genere quando realizzo immagini indipendenti, non commissionate, mi rendo conto di attingere molto di più ai miei archetipi personali, vedi temi religiosi stravolti oppure paesaggi onirici. Istantanee interiori, per dare l’idea. Al contrario nelle tavole fumettistiche già la sola la messa in sequenza implica un lavoro più cognitivo su struttura e narrazione.

Quali tecniche usi?
I primi bozzetti sono sempre su carta e matita perché devo un po’ rincorrere le idee, prima che evaporino, con tanti schizzi veloci. Per inchiostrazione e colorazione invece utilizzo una combinazione di software grafici.

Unisci molto spesso immagini lugubri con messaggi ironici, quanto è difficile strappare un sorriso smitizzando la morte?
Beh, per me è ben più arduo mantenere l’approccio serio. L’ironia mi viene in automatico perché è parte integrante del mio carattere. Essendo il classico tipo diplomatico, più avvezzo alla mediazione che ai conflitti, spesso uso l’ironia per veicolare giudizi davvero cattivi sul mondo e/o sugli altri, confezionandole con un sorriso

In alcune tue vignette racconti scene di vita underground, immagino che siano più che altro raffigurazioni di esperienze personali maturate con le tue band, no?
In verità la musica è entrata solo di recente tra le mie cose, a differenza di molti ragazzi con cui suono che impugnano gli strumenti da prima di imparare ad impugnare le posate. Ascolto metal fin da quando ero ragazzino ma solo da 5 anni ho iniziato a suonare con vari gruppi, sempre su fronti estremi. Purtroppo nell’ultimo periodo, causa aumento impegni di lavoro, ho dovuto rinunciare a svariati di progetti, però ho mantenuto quelli che mi sono più a cuore, vale a dire un paio di formazioni con dei ragazzi fantastici – tra l’altro con alcuni membri in comune – collocate tra il death doom ed il depressive black. Per quanto riguarda le vignette a tema musicale, ti dico che che, sebbene lavori da anni nel settore psichiatrico, mi è capitato con discreta frequenza di incappare in soggetti clinici che davvero fanno a gara con quanto ho visto in anni di lavoro nella salute mentale. Non dico solo poliabusatori di sostanze, che è un po’ il cliché dei musicisti, ma veri e propri disturbi gravi di personalità. Tizi del tutto scollati dall’esame di realtà. Matematico che ne tragga facili spunti per fare i miei fumetti zotici.

Questa visione ironica e auto-ironica della musica non temi che possa essere fraintesa dall’ascoltatore medio che il più delle volte vive con i propri miti un rapporto quasi di fede religiosa?
Beh, mi considero un iconoclasta a 360°. Se, pur nei limiti delle mie modeste capacità, ho osato fare il verso ad artisti come Bosch e Michelangelo, figurati se mi faccio problemi nel prendere un po’ in giro gli Ulver. Fermo restando che, malgrado l’autoironia, per me questi omaggi trasudano rispetto per le icone prese di mira.

Hai parlato di presa in giro agli Ulver, mi sento chiamato in causa perché credo che tu sita parlando del logo che hai disegnato per noi de Il Raglio del Mulo: come è nato Mulver?
Mi piacerebbe poter vantare la paternità totale su Mulver ma la verità è che, quando ho accettato di realizzare il logo, la direzione del blog aveva già le idee abbastanza chiare sulla figura di un mulo che ulula alla luna come si vede fare ai lupi nelle pellicole horror. Per me è stato naturale sovrapporre questa scena all’immagine iconica di “Nattens Madrigal” degli Ulver, i cui brani continuano a dominare l’immaginario black a distanza di decadi. Adoro quel disco, perciò ne ho voluto riproporre la struttura grafica in omaggio alla grandezza senza tempo di questa band. Per carità, c’è sempre il solito approccio dissacrante ma, considerati i contenuti musicali de Il Raglio del Mulo, per me era importante citare un pezzo di storia del metal che mantiene la sua centralità a prescindere da mode passeggere e tormentoni stagionali.

Come crei invece l’artwork per un disco?
Bella domanda. È un po’ il processo inverso di quello che faccio quando sono dietro al mic. Premesso che non suono strumenti né posso vantare studi tecnici, con le vocals cerco di trasmettere immagini come se con la voce dovessi illustrare quello che scrivono i testi (in genere paesaggi infernali e anatomie stravolte). Per forza di cose, quando mi concentro sull’artwork a partire dalla musica, mi propongo di visualizzare le immagini che mi vengono trasmesse dal sound, cercando di catturare quell’atmosfera emotiva inscritta tra le note. Va da sé  che, se ci sono indicazioni precise, mi baso su quelle, ma sempre con margini di elaborazione personale.

Dove possono vedere le tue opere i nostri lettori?
È presto detto: da oltre un anno ho un account Instagram su cui, tra l’altro, ho caricato nemmeno 3/4 del portfolio: Grim_Talez.

Museo Del Black Metal Italiano – Italia nera

Il Museo Del Black Metal Italiano è il canale YouTube, creato da Roberto Mura, nato con lo scopo di raccogliere e preservare la produzione black metal made in Italy. I supporti originali dell’epoca – in cassetta, Cd o vinile – vengono riversati in digitale e caricati sul Tubo, diventano così disponibili per tutti.

Chi volesse approfondire il discorso o in qualche modo contribuire a questa importante opera di ricerca può contattare Roberto inviando un messaggio alla pagina FaceBook ufficiale del Museo Del Black Metal Italiano oppure via mail all’indirizzo museodelbmitaliano@gmail.com

Questa video-intervista rappresenta il primo passo di una collaborazione tra il Museo Del Black Metal Italiano e Il Raglio del Mulo: nelle prossime settimane troverete on line interviste a personaggi attuali e passati della scena black italiana!

Lord Pezza – I colori della psiche

Lord Pezza con il suo stile psichedelico ben definito e riconoscibilissimo sta raccogliendo sempre più consensi tra gli addetti ai lavori: un numero crescente di promoter e band commissiona le sue opere per rendere più accattivanti locandine, copertine, loghi e merch.

Benvenuto su Il Raglio del Mulo, Graziano, o preferisci che ti chiami Lord Pezza?
Ciao, come preferisci.

Quando e perché a un certo punto della tua vita sei diventato Lord Pezza?
Si potrebbe semplificare tutto dicendo che la cultura psichedelica, nel momento in cui l’ho conosciuta, mi ha folgorato. Mi ha colpito inizialmente la prima ondata, quella californiana, ma poi districandomi all’interno di questo movimento ho capito quanto quest’ultimo abbia influenzato altre scene, dal punk al jazz per esempio, e questo non è successo solo in ambito musicale ma anche per le arti visive se solo pensiamo al nostro amato Prof. Bad Trip che forse è il capostipite di tale movimento in Italia. Lui ha mixato in maniera eccellente il movimento pshyco a quello punk politicizzato e sociale, oltretutto in bianco e nero. Ecco, da questo ha preso forma Lord Pezza.

Come è nato invece il tuo nome d’arte?
Ahahah… è una storia lunga ma proverò a sintetizzare il tutto. Un po’ di anni fa il termine “pezza lorda” è stato coniato da me e altri amici, con cui si era soliti ritrovarci in una putrida cantina/locale in quel di Ruvo di Puglia, e lo si usava per identificare un preciso atto e cioè quello di far attaccare sul soffitto, basso e a cupola, dei fazzoletti o stracci imbevuti di birra che magari ci era caduta sul pavimento… ovviamente lanciandoli, ecco quella era la “pezza lorda” e da un gioco di parole e anche un po’ per provocazione è stato commutato in Lord Pezza (e quindi il Signor Pezza).

Il tuo stile è una particolare rilettura della tradizione psichedelica: usualmente le opere grafiche di quella corrente sono ricche di colori, io invece mi sono imbattuto non solo in tue opere colorate ma anche in disegni in bianco e nero. Come mai hai maturato questo stile così particolare?
Come dicevo precedentemente, il mio primo contatto con tale corrente è stato proprio il primo periodo, quello tutto colorato e vivace, quello degli anni ’60-’70 nato a San Francisco per intenderci. Le cover-art e poster-art di quel periodo erano caratterizzate dalla forte presenza di più colori, basti pensare alle copertine degli album dei Jefferson Airplane o dei Grateful Dead o semplicemente alla Summer of Love, giusto per citarne alcune. Ma in realtà, la molla è scattata poco dopo aver conosciuto, ovviamente su carta, artisti come Rory Hayes che nel periodo anni ’70-’80 proprio a San Francisco ha prodotto fumetti e poster per la maggior parte in bianco e nero, volendo comunicare così l’irrequietezza del genere umano, la violenza, l’abuso di droghe, il mal di vivere, il non sentirsi appartenenti alla società in cui si vive. Possiamo citare anche lo stesso Andrea Pazienza per quanto lui abbia prodotto anche a colori, o il già citato Prof. Bad Trip. Ecco, il bianco e nero l’ho sentito mio, personale, e questa mia scelta deriva dal bisogno di comunicare una mia visione personalissima dell’esistenza, e cioè la vita e la morte, l’amore e l’odio, il positivo e negativo, il bello e il brutto, il bene e il male, appunto il bianco e il nero. Sono ormai passati 50-60 anni dall’esplosione della cultura psycho e tutto quello che noi ora possiamo fare con la nostra “visione” non è altro che un’evoluzione o devoluzione di ciò che è iniziato anni prima.

Ma si può essere a colori utilizzando solo il bianco e nero?
Ovviamente rispondo per me, diciamo che mi sento come uno schermo vintage a tubo catodico con solo bianco e nero.

Usi qualche tecnica pittorica particolare?
Niente di così tanto particolare, pennino, pennarello e penna gel bianca su foglio o su legno. A volte sperimento altre tecniche su altri supporti o con altri strumenti ma al momento sono solo esperimenti.

Nel 2018 per MiglioEditore è uscita una raccolta, dal titolo “EffettiCollaterali-La Fine”, nel quale ci sono un paio di tue illustrazioni: che me mi racconti di quella esperienza?
Il progetto “Effetti Collaterali-La Fine” è partito da quel fottuto pazzo che è Marcello Acido che per il suo primo volume, da lui prodotto con l’editoria “MigliorEditore”, ha voluto mettere insieme 25 artisti tra illustratori e fumettisti sparsi in tutto la penisola italica e appartenenti al circuito underground dando come tema la parola “Fine” che ognuno poteva interpretare ed illustrare con qualsiasi tecnica volesse in due tavole. Le tavole da me realizzate parlano delle gabbie che noi stessi ci costruiamo, come il lavoro ad esempio, e poi l’evasione da tali prigioni anche con l’utilizzo di sostanze alteranti per poter attraversare dimensioni dell’inconscio che a noi stessi sono sconosciute e forse solo per sentirci liberi. È stata una super esperienza anche perché c’è stata la presentazione del volume a Bologna al “Baumhaus” dove ci siamo conosciuti e abbiamo stretto amicizia. Tra i tanti che hanno preso parte al progetto cito solo alcuni come Inchiostro Lisergico, Marco Galli, Marcone Cirillo Pedri, Cati-Cardia, e lo stesso Marcello Acido. Un’esperienza che spero si ripeta al più presto.

Lavori spesso con il mondo della musica disegnando copertine, locandine e loghi. Come riesci a tramutare la musica in immagini?
Sì, ho disegnato qualche cover per gruppi musicali, come ad esempio per i Rainbow Bridge (quella volta a colori) a cui ho disegnato anche il logo (questa volta in bianco e nero) che il buon Fabio Chiarazzo, il loro bassman, si è pure tatuato… ahahah. Ma anche loghi per programmi radiofonici come “Rock Monkeys-FM-Controradio”, o anche per l’emittente radiofonica on-line e dj-set “Frequenze Pirata- I Love Radio Rock”. In questi casi ascolto, prima e durante la realizzazione del disegno, ciò che il gruppo suona e mi faccio ispirare dalla loro musica costruendo delle immagini che rispecchiano ciò che sento. Per le locandine il discorso è leggermente diverso perché dipende da ciò che si deve pubblicizzare. Sono più chiaro, se devo disegnare una locandina per una precisa band musicale allora vale il discorso fatto sopra, altrimenti se la locandina sponsorizza più gruppi e magari con generi diversi allora lì ci vado di mio. In ogni caso, per la maggior parte delle volte, mentre disegno la musica mi fa sempre da sottofondo.

Dove possono trovare i tuoi lavori i nostri lettori ed eventualmente contattarti?
I miei lavori sono quasi tutti visibili sul mio profilo Facebook. Purtroppo, sono un po’ avvezzo alla tecnologia ma credo che presto mi farò una pagina Facebook dedicata e forse chissà qualche altro profilo su altri social, vedremo. Comunque chi fosse interessato a contattarmi lo può fare, al momento, attraverso il mio profilo Facebook personale: Graziano Lord Pezza.

I tuoi progetti futuri?
Al momento sto portando in giro la mostra di illustrazioni dal titolo “Missione – Prove di Controllo Psycho-Sociale: codice Covid-19” che ho realizzato durante il periodo del lock down. Le tavole sono divise in psycho-obiettivi che raccontano momenti vissuti da me e da chi mi è stato vicino in quel lasso di tempo. Tutto ciò è stato racchiuso in un volume autoprodotto e rilegato a mano. A breve pubblicherò un altro volume, ovviamente autoprodotto, dedicato ad atleti che si sono distinti non solo per doti sportive ma anche per prese di posizione antifasciste e antirazziste in ambito politico-sociale e che hanno lasciato un segno significativo nel tessuto culturale. Dopo questi ultimi progetti ho in programma di illustrare le donne, quasi del tutto sconosciute, che alla scienza hanno dato tantissimo ma sono state oscurate dalla società maschilista, tra queste la più nota che vorrei citare è Marie Skłodowska-Curie. Tutto questo sarà frutto della collaborazione con Valeria De Leo, laureata in fisica.