Tommy Talamanca – Flussi sonori

Dopo ben nove album pubblicati con i Sadist – in attesa che il decimo, “Firescorched”, esca a maggio – Tommy Talamanca si lancia in una nuova avventura, questa volta solista. “Atopia” (Nadir Music), pur mantenendo quei tratti unici che caratterizzano da sempre il sound dei Sadist, presenta ai fan del musicista genovese nuove, e forse anche inaspettate, sonorità.

Ciao Tommy, cosa provi quando leggi il tuo nome sulla copertina di un disco e non quello dei Sadist?
Non mi reputo tanto più egocentrico della media delle persone, alla luce anche del lavoro che faccio, ma certo l’ego gioca un ruolo determinante nelle scelte di vita, e forse è spesso un motore molto importante. D’altro canto, anche far parte di un’entità condivisa con altri, come può essere un gruppo rock, come una qualsiasi altra persona giuridica, può risultare altrettanto stimolante per il proprio ego. Nel mio caso, 30 anni di vita pieni di alti e bassi, grandi soddisfazioni e grandi delusioni, non sono pochi.

Credi che non avere il logo pesante della tua band sul disco ti lasci maggiore libertà oppure ti responsabilizzi maggiormente?
Non avere altri referenti se non se stessi può essere anche molto spiazzante, voglio dire, l’unico giudice vero che abbiamo è il tempo, credere che il giudizio degli altri sia altrettanto autorevole quanto il giudizio della storia, rientra nel difetto antropologico di ritenerci così importanti. Condividere le scelte con altri, soprattutto quando poi si potrebbero rivelare sbagliato, è un segno di debolezza più che di forza.

Cosa c’è in “Atopia” che non hai mai proposto nelle tue uscite precedenti?
Il mio amore per l’hard rock anni 80, più che altro in alcuni episodi cantati da Gloria. Spero comunque che il disco risulti all’ascolto per come l’ho concepito: una raccolta di composizioni interessanti e, sperabilmente, gradevoli.

Quando e come sono nati questi brani?
Le composizioni dei brani sono andate parallelamente alla scrittura del nuovo Sadist, o, più prosaicamente, in “Atopia” sono confluite tutte le idee meno marcatamente metal. Anche se Sadist è una band che spesso si lancia in territori avanguardistici, è giusto porsi dei paletti: la componente metal deve essere sempre preponderante.

Quando hai scritto i brani in cui compare, avevi già in mente di affidarti alla voce di Gloria Rossi?
Forse è più giusto dire che alcuni brani sono nati di conseguenza alla collaborazione con Gloria, che lavora già da qualche anno in Nadir Music in qualità di vocal coach ed insegnante di canto. Scrivo spesso musica per altri, per lo più solisti pop, ma è stato molto stimolante poter comporre brani smaccatamente poppeggianti per piacere e non solo per esigenze lavorative.

“Darlking Glades” è stato scelto come singolo di presentazione dell’album, credi che sia il brano più rappresentativo del disco?
Il brano più rappresentativo dell’album è sicuramente il secondo singolo “The Flow”, la cui uscita è coincisa con la pubblicazione stessa dell’album: un mix di pop e rock con incursioni nella world Music.

Forse per la presenza di una voce femminile e per alcuni suoni, questo disco mi ha fatto pensare a “Crisis” di Mike Oldfield. Paragone troppo azzardato il mio?
Non so se il paragone sia azzardato, è di certo lusinghiero. Prima di essere un chitarrista, ancorché un chitarrista rock, sono un musicista: il rock per me è un vestito, ne più ne meno come qualsiasi altro tipo di scelta stilistica. Ci sono brani così belli che possono vestire qualsiasi abito: prendi per esempio “Yesterday”. Ecco, scrivere un bel brano è per me l’aspirazione più grande; questo è il motivo principale della cover, riarrangiate, di “Fog”, un pezzo dal potenziale enorme.

Mi hai anticiparto, stavo giusto per chiederti: come mai hai pensato di riproporre “Fog” e “Holy” dei Sadist in una nuova versione?
Mi ricollego a quanto appena detto a proposito dell’importanza del giusto arrangiamento di un brano. Ritenevo che “Fog” meritasse una seconda occasione, alla fine la sua unica colpa era stata quella di essere finita su un brutto disco. “Holy” invece è secondo me un brano che non richiede grandi riarrangiamenti, e l’aggiunta della voce non stravolge un brano che di per sé funzionava già nella sua versione originale. Pensavo comunque potesse essere presente anche in questo album.

Proporrai le canzoni di “Atopia” dal vivo o resterà un progetto da studio?
Navighiamo a vista, più del solito: difficile fare progetti in tal senso. Ora torno a concentrarmi su Sadist, che esce tra pochi mesi. Alla fine io sono un artigiano della musica, lascio che le cose procedano in base alla necessità del momento, e se nel mentre riesco a scrivere della musica interessante, alla fine il mio viaggio non sarà stato infruttuoso.

Trevor – Racconti di sangue

Quante volte un’opera letteraria è diventata uno spunto per un album se non il concept su cui costruire l’intero platter? Ma se provassimo a ribaltare questo iter creativo, probabilmente otterremo qualcosa di molto simile ad “Assetati di sangue. 45 serial killer allo specchio” (Shatter Edizioni), l’esordio come scrittore di Trevor. Perché, alla fine, Trevor queste storie le ha sempre raccontate nei Sadist sin dai tempi di “Crust”, ora le ha semplicemente messe su carta, ottenendone un’agghiacciante parata di personaggi che non vorremmo mai incontrare, soprattutto quando incrociamo il nostro sguardo nello specchio…

Ciao Trevor, l’avresti mai detto che un giorno ti saresti ritrovato a rispondere a delle interviste non nei panni di cantante ma in quelli di scrittore?
Sono una persona che ama porsi degli obiettivi, mi piace inseguire i sogni e quello di scrivere un libro era uno di questi. Da sempre mi occupo delle liriche Sadist, mi piace molto buttare giù idee, sono un fiume in piena, per questo motivo mi sono appassionato molto nella scrittura di “Assetati di Sangue”.

Fermo restando che lo scrivere un libro e buttar giù il testo di una canzone sono attività differenti con finalità diverse, credi che ci siano dei punti in comune tra i due iter?
Hai detto bene si tratta di attività differenti, ma certamente con alcuni punti in comune. Penso che avere una buona immaginazione e memoria fotografica sia molto importante per entrambe. Come credo hai avuto modo di vedere, al termine di ogni capitolo segue una sorta di poesia, qualcosa che ha avvicinato le liriche musicali alla fatica letteraria.

In fin dei conti, queste tematiche le hai trattate anche in alcuni dei tuoi testi, ma cosa ti ha spinto ad approfondire il  discorso scrivendo addirittura un libro?
Con Sadist ho scritto diverse liriche sul tema dei serial killer, vedi “Christmas Beat”, “Evil Birds”, “I Want it” e altre. Senza considerare che nel 2003 con il side project The Famili ho scritto un concept album sui serial killer.

Quando è nato il tuo interesse per questo argomento così delicato?
E’ un argomento di cui mi occupo da circa 30 anni, uno strano interesse, che se da una parte spaventa, dall’altra entra di prepotenza a far parte del fascino del male, come gli horror movies. Tuttavia è sbagliato mitizzare questi personaggi deviati, non bisogna mai dimenticare che sono persone malvagie, che hanno ucciso tanti innocenti. Quando si parla di serial killer bisogna farlo sempre nel rispetto delle vittime e delle loro famiglie.

Come ti spieghi  il fascino sprigionato da questi criminali? C’è gente che addirittura ne ha fatto degli eroi…
La cronaca nera non è un mistero attrae molto, per anni e ancora oggi fa la fortuna dei quotidiani e non solo. Negli ultimi anni sono molte le rubriche televisive che trattano argomenti forti e questo è assolutamente indicativo. Trovare affascinante un serial killer è qualcosa di contorto. Credo nasca nelle persone, specie nelle donne, quasi una sorta di sfida, che va ad alimentare il fascino, è come se volessero sfidare la morte. Sono molti gli assassini seriali che hanno collezionato in carcere lettere con dichiarazioni d’amore e addirittura in alcuni casi hanno persino trovato moglie. E’ strana la mente umana!

Dal punto di vista operativo, come hai proceduto alla scelta dei nomi da trattare?
Avevo obiettivi ben precisi sulla scelta dei nomi. La mia intenzione era da una parte dimostrare che questa vera e propria piaga sociale è da sempre sparsa a macchia d’olio, dall’altra portare a conoscenza il lettore del fatto che geograficamente parlando non c’è posto al mondo, dove tu possa ritenerti davvero al sicuro.

Siamo tutti portati a pensare che il fenomeno dei serial killer sia abbastanza recente, invece tu sei partito da un passato remoto…
Il fenomeno dei serial killer non è da attribuire a un periodo storico ben preciso, la storia ci racconta che gli omicidi seriali e la deviazione nell’uomo esistono dalla notte dei tempi. Nonostante il racconto di Thomas Harris alias “Il Silenzio degli Innocenti” ha contribuito e non poco alla notorietà del pluriomicida. Tuttavia la realtà è un’altra, con “Assetati di Sangue” avrete la conferma di quanto detto, ci sposteremo dagli Stai Uniti all’Europa, dalla Russia all’Australia, dall’Africa al Giappone, in un ordine cronologico ben preciso, partendo dal 1400 ai giorni d’oggi.

Quindi oltra al cliché temporale ne hai abbattuto anche uno geografico, il fenomeno non è limitato agli Stati Uniti ma è diffuso un po’ ovunque, quindi le situazioni ambientali che portano a sviluppare determinati istinti non sono univoche?
Proprio così, è sbagliato pensare che questo fenomeno abbia messo radici solo negli States. Il termine serial killer è stato coniato dall’FBI a inizio anni settanta proprio negli Stati Uniti d’America, tutto vero. Tuttavia questi tristi racconti di spaccato sociale e di disagio sono da sempre teatro di orrore in ogni angolo del mondo. Innata propensione a uccidere, infliggere male, narcisimo, onnipotenza, infanzie turbolente, genitori assenti o violenti, madri autoritarie, hanno contribuito a generare la parte più feroce e perversa dell’essere umano.

Uno degli elementi che mi ha fatto più riflettere è quanto sia sottile il confine tra “loro” e “noi”: soprattutto nei capitoli che trattano i periodi storici più remoti, quindi quelli con impianti legislativi più deboli e una minore coscienza sociale, la popolazione ha reagito in modo altrettanto violento quando si è scoperta l’identità dell’assassino. Secondo te, dentro di noi c’è comunque un animale che oggi viene tenuto a freno solo dalle leggi o dalle convenzioni sociali ma che in assenza di queste  probabilmente lascerebbe esplodere  il proprio lato più sanguinario?
Giusta riflessione. In realtà ho pensato a questo diverse volte e la cosa non ti nascondo che mi suscita ansia. E’ davvero spaventoso, la linea tra pensare e agire è sottile. Quante volte i vicini di casa intervistati dopo un brutale omicidio rispondono “era una brava persona, non avremmo mai pensato che…. “. L’istinto criminale da sempre è dentro di noi, anche se: convenzione sociale, repressione degli impulsi primordiali, crescita culturale, fortunatamente ci ordinano di agire pragmaticamente e allontanare i cattivi pensieri.

In chiusura, ti chiederei di nominare due album, uno tuo e l’altro di una band che a te piace, che potrebbero rappresentare l’ideale colonna sonora del tuo libro…
Non ho assolutamente dubbi. “Crust” dei Sadist è l’album che rappresenta maggiormente: violenza sonora, claustrofobia, soffocamento, quanto all’altra band ti direi gli Slayer di “Divine Intervention”, una colonna sonora perfetta per “Assetati di Sangue”!