Vader – Please, let me scream in solitude

La macchina dei Vader è inarrestabile, sforna dischi e macina chilometri da quasi quarant’anni senza fermarsi un attimo. Se per interrompere l’attività live è stata necessaria una pandemia, il Covid-19 non ha potuto stoppare il lavoro in studio, così ancora una volta ci ritroviamo tra le mani un nuovo album dei polacchi. “Solitude In Madness” è un ideale ponte di congiunzione tra il passato remoto del gruppo e la contemporaneità, capace di riprendere quelle sonorità thrash che hanno caratterizzato i primi demo della compagine capeggiata da Piotr Wiwczarek per riproporle in una veste più fresca. Ed è proprio con il disponibilissimo Peter che abbiamo fatto un lungo excursus su tutta la carriera dei Vader, partendo dai giorni della Cortina di Ferro.

Ciao Piotr, devo ammettere che sono fiero di essere qui con una vera leggenda del death metal europeo. Vorrei sapere come vivi questo tuo status e se questo ruolo ti fa sentire in qualche modo responsabile nei confronti delle giovani leve che si affacciano nel mondo della musica estrema. 
Non posso essere che essere orgoglio se qualcuno considera me e i Vader una fonte di ispirazione per la musica delle nuove generazioni. Anche noi avevamo i nostri idoli – Black Sabbath, Judas Priest, Slayer – siamo stati prima dei fan, poi siamo diventati dei musicisti. 

Probabilmente la Polonia oggigiorno ha una delle migliori, se non la migliore, scena estrema al mondo con gruppi di livello come Vader, Behemoth, Decapitated, Mgła e Batushka. Il cammino per arrivare a questa eccellenza è stato lungo e faticoso e tu lo hai percorso tutto, partendo dagli anni difficili sotto il regime comunista. Quant’era complicato fare musica metal al di là del Muro di Berlino? 
Non c’era una scena musicale, metal men che mai, durante gli anni della Cortina di Ferro! Siamo stati dei pionieri, ma non eravamo soli, c’erano un mucchio di ragazzi che avevano voglia di incontrarsi per fare musica metal. Niente era importante quanto il metal per noi! Negli anni 80 la Polonia era veramente noiosa, per i nostri atteggiamenti venivamo considerati dei ribelli dai nostri nonni e genitori. Indossavamo giacche di pelle e ascoltavamo musica rumorosa, non avevamo il supporto dei media e comprare degli strumenti era veramente costo. Per questo il più delle volte eravamo costretti ad arrangiarci creando da soli la nostra strumentazione in modo amatoriale. C’è voluta una grande passione e una forte determinazione, però questi sforzi ci permettevano di estraniarci dal contesto grigio in cui vivevamo. Il regime ci guardava con occhio attento, i nostri testi erano sotto la lente di ingrandimento perché non potevamo trattare argomenti politici, ma solo roba d’orrorore o fantasy, ciò cose che al governo non interessavano. 

In questa situazione non proprio semplice come è nato il tuo amore per una musica così estrema come il death metal?
Una cosa naturale, come per tutti gli altri ragazzi che vivevano nel resto del mondo: ad un certo punto abbiamo avvertito la necessità di suonare in modo più aggressivo e violento. Volevamo andare oltre la proposte dei gruppi classici del mondo occidentale – Iron Maiden, Saxon, Accept – e continuare quello che avevano già iniziato Kreator e Slayer. I loro album ci aveano mostrato che si poteva essere ancora più pesanti e noi abbiamo accettato la sfida. Volevamo essere i più veloci, tutti cercavano un batterista che fosse capace suonare al limite delle capacità umane, era una gara a chi a riusciva ad essere il più brutale! Se sentivamo qualcuno che aveva alzato l’asticella, noi lo dovevamo superare! Eravamo in competizione tra noi e questo ci influenzava, ci faceva crescere, perché tutti volevano essere i migliori alla fine di quella corsa mortale! 

Credo che in qualche modo il nuovo “Solitude In Madness” vada proprio a riprendere lo spirito e le sonorità di quei giorni, rappresentando una sorta di ritorno a quelle radici thrash riscontrabili nei lavori di Slayer e Kreator di cui parlavi prima, non credi?
Sì e no, nel senso che per noi il confine tra death e thrash non è poi così marcato. Capisco la necessità di dover dare delle etichette, ma quando imbracciamo i nostri strumenti noi suoniamo semplicemente metal estremo. Ricordo che ai nostri inizi venivamo definiti thrash\black metal, poi siamo diventati una death metal band per l’opinione pubblica, perché quando abbiamo inciso il primo disco quello era il genere più trendy. Ma noi volevamo semplicemente suonare in modo più estremo e aggressivo, come ti raccontavo prima. Se tu mi dici che i Vader suonano thrash, io ti dico che hai ragione; se tu mi dici che i Vader suonano black, io ti dico che hai ragione; se tu mi dici che i Vader suonano death, io ti dico che hai ragione. Perché noi vogliamo solo suonare metal nel modo più pesante possibile. Però posso capire perché ritieni che questo disco suoni più thrash rispetto ai suoi predecessori, credo che dipenda dalla scelta che abbiamo fatto di recarci presso i Grindstone Studios di Scott Atkins, questo ha portato a un risultato diverso rispetto a quello degli ultimi quindici anni. 

Infatti, anche io in sede di recensione ho evidenziato come il lavoro di Scott mi abbia particolarmente soddisfatto, inoltre ho gradito particolarmente i solos…
Sì, le chitarre sono più pulite, la batteria è più lineare, inoltre credo di aver cambiato anche il mio modo di cantare in questo album, più vicino allo scream che al growl. Anche a livello tecnico Spider ha semplificato parecchio le sue parti di chitarra, puntato maggiormente sulla melodia. Tutti questi fattori insieme possono indurre a pensare che questo disco sia più thrash del solito. 

Ultimamente ho ripreso ad ascoltare un sacco di roba death, me ne ero allontano perché negli ultimi 10-15 anni non ho apprezzato particolarmente la deriva tecnica del genere e le produzioni iper-bombastic. Si era passati da quella gara di estremismo, di cui parlavi tu, a una di tecnicismo. Questa competizione a mio avviso aveva fatto perdere al genere il suo spirito primordiale.Oggi invece assisto a un ridimensionamento del fattore tecnico a favore del feeling più o scuro e malvagio. Non parlo necessariamente del ritorno della old school, ma a una minore attenzione generale ai fattori tecnici, tendenza che tutto sommato rende più interessanti e meno plastificate le ultime uscite… 
Se ti riferisci a noi Vader, ti devo dire che non ci siamo mai focalizzati più di tanto sugli aspetti tecnici, anche se poi come musicisti abbiamo cercato sempre di suonare nel migliore modo possibile, mantenendo un certo equilibrio tra capacità e feeling. Certo con questo disco abbiamo puntato sul fattore velocità, come facevamo nella nostra prima decade di vita, ma non so se questo sia un trend del momento o meno. 

Avete pubblicato da poco il secondo singolo, “Into The Obliveon”, credi che sia un brano particolarmente rappresentativo dell’intero disco? 
Non molto, penso che lo sia più “Shock And Awe”, il primo singolo, perché è il brano posto in apertura e contiene l’aggressività e la velocità che sono i caratteri portanti del disco. Invece ”Into The Obliveon” è meno intensa e l’abbiamo scelta per farne un videoclip, non ne facevamo uno varamene da tento tempo perché sono costosi e molte volte le TV neanche li passano, sopratutto qui in Polonia. Questa volta ne abbiamo discusso con la Nuclear Blast e abbiamo deciso di farne uno, niente di particolare, non si tratta di una di quelle clip che sembrano dei film, è molto semplice e si regge più che altro sulla nostra musica e su questa nebbia che avvolge tutto che ben si sposa con le sonorità di “Into The Obliveon”. Abbiamo fatto tutto in dieci ore, per questo ne è uscita fuori una cosa semplice ma efficace per la promozione del disco e sufficiente per dare un’idea dell’atmosfera che si respira durante i nostri show. Se ci soffermiamo sul pezzo, posso dirti che questo singolo rappresenta più che altro un’attualizzazione de vecchi Vader. 

Quando ho visto per la prima volta la copertina di “Solitude In Madness” ho notato delle similitudini con quella di Killing the Dragon di Dio, non so ce l’hai presente. Stessa gamma cromatica, nel suo c’è un drago, mentre nel vostro un demone…
In quella di Dio c’è un drago, nella nostra vedi il diavolo, entrambe fanno leva evidentemente sulla tua immaginazione. Una buona copertina deve fare questo, non abbiamo dato un topic all’autore, solo la nostra musica e i testi. Siamo contenti del risultato, credo che sia molto evocativo, con quel demone e le streghe. Almeno, questo è quello che ci vedo io, ma sperò che a ognuno ispiri qualcosa di diverso.  Wes Benscoter ha lavorato con tante band e con noi in occasione di De Profundis. Ci siamo ritrovati su internet e gli ho proposto di tornare a collaborare con noi, credo che rispecchi a pieno il mood del disco, con quel suo essere al contempo old school e moderno. Se tu ci pensi, puoi dare a questo lavoro un’interpretazione classica e vederci la Notte di Valspurga, con le streghe che ballano intorno al diavolo, oppure una chiave di lettura più attuale con il demone che rappresenta il maledetto virus che oggi è inevitabilmente al centro dei nostri pensieri. 

Negli ultimi anni il trend delle band della vostra dimensione è quello di rilasciare un disco ogni quattro o cinque anni, immagino per una questione di costi e di scarse vendite. Voi andate controcorrente, più o meno ogni paio d’anni buttate fuori qualcosa, a cosa dobbiamo questa strategia in controtendenza? 
Non so dirtelo, per noi è una cosa naturale scrivere mente siamo impegnati nei tour, altri magari scindono i due momenti. Per noi è veramente semplice raccogliere le idee ed entrare in studio per registrarle, ti dirò di più: questo disco sarebbe dovuto uscire anche prima! Eravamo già pronti per le registrazioni alla fine del 2018, ma poi sono subentrati tutta una serie di fattori che hanno dilatato i tempi. Per esempio, abbiamo deciso di cambiare studio e produttore, questo ci ha fatto attendere un bel po’. Quando si è liberato eravamo già a maggio, la stagione dei concerti stava per iniziare e a quel punto non potevamo noi perché ormai le date erano state programmate da un pezzo ed era impossibile cancellarle. Alla fine della tournée finalmente ci siamo dedicati alle record session, abbiamo finito il disco e l’abbiamo mandato alla Nuclear Blast, che però non poteva promuoverlo perché era già piena di uscite. Come vedi, ritardi su ritardi ci hanno condotto alla pubblicazione in questo periodo un po’ strano, che non prevede la possibilità di date di supporto. Voglio pensare positivo, questa lunga pausa lontano dai palchi permetterà ai nostri fan di familiarizzare con le nuove tracce. 

Il titolo “Solitude In Madness” mi sembra molto adeguato a questa fase storica… 
Ancora una volta, come per i testi e per la copertina, preferiamo che siano i fan a dare la propria interpretazione. Detto questo, sì, calza a pennello con la vita in quarantena, quando ho estratto questo titolo dal testo di “Bones”, l’ultima traccia del disco, le varie nazioni non avevano ancora decretato il lockdown. Secondo la mia chiave di lettura solitude sta per isolamento, mentre madness sintetizza il mondo attuale: molta gente si sente sola in questo mondo e molta altra gente, invece, vuole isolarsi dal resto del modo. Probabilmente queste due situazioni, per quanto differenti, vengono amplificate oggi dalla pandemia.

Effettivamente in Italia non stiamo vivendo un gran momento… 
Certo, e capisco anche che per il vostro modo di intendere la vita, portato alla socievolezza e al contatto umano, questa situazione venga percepita anche peggio rispetto a quanto accade da noi. Ma l’isolamento forzato è l’unica strada per tornare alla normalità e sono certo che voi italiani sarete tra i primi a trovare la soluzione a questo problema e a uscirne vincitori. Però ci vuole un forte senso di responsabilità e disciplina. 

In realtà, qui a Bari la gente ha iniziato a fare un po’ il cazzo che gli pare dopo che sono circolate le prime indiscrezioni sull’allentamento delle misure di quarantena.
Questo non è giusto, anzi è sbagliato, bisogna avere pazienza. Sono stato a Bari, ricordo che era estate e siamo usciti nel pomeriggio: non c’era nessuno in giro! Abbiamo avuto l’impressione che fosse una città fantasma, ma è bastato il calare delle tenebre per essere sommersi dal calore e dall’entusiasmo della gente. Allora, abbiamo capito che da voi in estate si vive sopratutto durante la notte! 

In questi anni come è cambiato il tuo approccio alla scrittura dei testi? 
Dal punto di vista formale non molto, ho sempre preferito scrivere delle storie che si reggessero su un forte apparato simbolico da lasciare alla libera interpretazione dell’ascoltatore. Sotto un punto di vista più sostanziale, quando ho buttato giù le prime liriche dei Vader ero un teenager più arrabbiato e selvaggio, non conoscevo molto del mondo e avevo una visione della realtà sicuramente più limitata. Volevo solo gridare! Anche oggi voglio solo urlare, però ho un approccio più profondo basato su un bagaglio di esperienze ben più corposo. La vita di ogni giorno è la mia grande fonte di ispirazione, quello che ascolti sono frammenti della mia vita. 

Ormai siamo al quinto album con la stessa line up, da un punto di vista creativo ritieni che sia più stimolante lavorare con gente differente o avere un team ben stabile? 
Sicuramente lavorare con la stessa gente per più dischi, una migliore intesa stimola maggiormente la creatività, perché le cose vanno a posto da sole. Sai già anticipare le mosse degli altri e gli altri capiscono al volo cosa vuoi da loro. Il risultato finale è certamente più omogeneo e qualitativamente superiore. Abbiamo tutti delle personalità differenti, ma lo stare insieme da tanto comunque ci permette di essere affinatiti nella nostre diversità. 

Per una macchia da guerra come la vostra la fase in studio è solo una componente, forse neanche quella principale, del lavoro: quanto è importante la dimensione live per un musicista nello showbiz moderno?
E’ tutto, è il motivo per cui esistiamo. L’attività in studio è finalizzata ad aver nuove canzoni da proporre dal vivo. Noi siamo degli animali da palcoscenico, quello è il nostro habitat naturale. Se siamo passati indenni al trascorre del tempo e siamo ancora qui, lo dobbiamo alla costante attività dal vivo, per questo non vediamo l’ora di poter tornare a girare senza problemi. Ci stiamo preparando per rimetterci in modo, le prime date sono state schedulate per settembre. Probabilmente è una stima ottimistica, ma non vogliamo farci trovare impreparati se le cose dovessero volgere al meglio in pochi mesi. 

Potrebbero essere i concerti in streaming una buona palestra per restare in forma? 
Il metal è un genere che va suonato tra la gente, perché vive dell’energia del pubblico. Capisco che in una situazione di isolamento la tecnologia fornisce degli strumenti che possono permettere soluzioni alternative allo stare su un palco vero e proprio, ma non mi entusiasma come soluzione. Preferisco comunque essere sommerso dalla urla del mio pubblico! 

L’ultima domanda: abbiamo percorso varie fasi della carriera dei Vader, dagli esordi sotto il comunismo sino al nuovo “Solitude In Madness”, ti andrebbe di sintetizzare questa lunga epopea con tre dischi che rappresentano tre diverse stagione della vostra storia? 
Mica facile! Il trittico “De Profundis” – “Future of the Past” – “Black to the Blind” (1995-1997), pubblicato in pochi mesi, lo considero una sorta di opera unica. In quel momento è nato il Vader sound, finalmente ci siamo staccati dalle influenze dei nostri miti e abbiamo raggiunto uno stile riconoscibile, sia musicalmente che vocalmente. Poi passerei a “Litany” (2000) il disco della maturità e del successo internazionale, abbiamo raccolto quanto seminato sino a quel momento. La gara di brutalità di cui parlavo all’inizio nel 2000 era all’apice e credo che ne siamo usciti bene! Già con il successivo “Revelations” (2002) abbiamo cambiato stile con canzoni più lente, abbiamo diminuito i blast beat, volevamo essere violenti ma non necessariamente veloci, perché la velocità non è l’unica strada da percorre se si vuole essere estremi. Questa consapevolezza ha allargato di parecchio la nostra gamma stilistica facendoci esprimere in più modi. Infine, “Solitude In Madness”, è una sorta di ritorno al passato, permette ai nuovi fan di conoscere le nostre radici e ai vecchi supporter di ritrovare quelle sonorità che durante il percorso sono andate perse: “Solitude In Madness” è la chiusura del cerchio aperto una quarantina di anni fa. 

g.f.cassatella

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