Dammercide – Il seme della rinascita

“The Seed”, il nuovo album dei Dammercide uscito in digitale per la FusionCore Records e in arrivo in versione fisica su Punishment 18 Records a Settembre, ripresenta la band dopo un ventennio. Quello che balza all’orecchio è la capacità del gruppo di mutare restando fedele a se stesso: a fronte di un sound evidentemente diverso, ritroviamo quella linea di pensiero che aveva già reso “Link” un disco all’avanguardia. Fabio Decovich, Fausto Massa, Enrico Benvenuto e Dimitry Scopelliti ci hanno reintrodotto nel magico mondo dei Dammercide.

Benvenuti su Il Raglio del  Mulo, la prima cosa che ci sorprende, dopo ben 20 anni di attesa, è il ribaltamento cromatico: ci avete lasciato con la copertina dai toni scuri di “Link“ e vi ritroviamo con quelli chiarissimi di “The Seed“. Questo cambio dal punto di vista visivo in qualche modo ne sottintende anche uno attitudinale?
[Fabio Decovich] Ciao, e grazie per l’accoglienza e lo spazio concessoci. Credo che il confronto tra i due artwork racconti bene le differenze sostanziali che caratterizzano i due album. “Link” è un disco in cui il songwriting è frutto di anni di composizioni, e i brani che abbiamo messo in tracklist avevano chiaramente una coerenza stilistica tra di loro ma non erano stati concepiti con l’intento di fare parte di un unico lavoro, quindi la creatura mutante ritratta in copertina, fatta di elementi di bellezza mescolati a mostruosità, sintetizzava bene un certo caos primordiale a cui cercavamo di dare una forma. I toni chiari di “The Seed” invece, credo rappresentino bene una maggiore consapevolezza che effettivamente si è manifestata sia in termini musicali che personali.
[Fausto Massa] Aggiungo a quanto detto che il clima disteso, di passione e divertimento che ha caratterizzato la stesura di “The Seed” ha creato anche i presupposti per una nuova identità e timbrica in cui cerchiamo sempre l’originalità in totale serenità, piuttosto che lo sfogo emotivo su temi di introspezione o di rabbia come in gioventù.

Dall’ascolto del disco ho individuato delle evidenti variazioni nel vostro stile, però credo che al netto di questi cambi ciò che rimane è l’indole “modernista”. Penso che “Link” fosse un disco moderno nel 2000 come oggi lo sia “The Seed”, che ne pensate?
[FM] quanto scrivi è bellissimo, grazie di cuore. Le nostre priorità nei lavori che strutturiamo sono sempre di rendere il più possibile fruibili delle parti orchestrate in modo complesso e di miscelare e non assemblare le nostre influenze musicali. La somma di questi intenti sempre più spesso ci viene riconosciuta come originalità, che è il complimento più grande che un musicista compositore può ricevere.

La line up riparte dai tre elementi presenti sul disco d’esordio, il vostro approccio compositivo è cambiato in queste due decadi?
[FM] Beh moltissimo, come sono cambiate le rughe, i chili e i pannolini cambiati! Siamo da sempre stati tutti un po’ parte della stessa “crew”, infatti anche Enzo condivideva la nostra prima label. Quindi in qualche modo mantenendo i contatti siamo cresciuti differenziando gli ascolti e le esperienze musicali; Enzo e Dimitry sono professionisti, mentre io Chicco, Deco e Fabio siamo degli appassionati (sebbene Deco e Fabio abbiano avuto intensissima attività live negli ultimi 20 anni). Questa diversità ha fatto sì che ci si imponesse tacitamente un elevato livello di serietà e di struttura nell’affrontare il progetto, nella cura dei particolari e nell’orchestrazione dei pezzi per essere all’altezza del background di tutta la band. Nel mio caso è successo di più, ovvero avendo cambiato drasticamente i miei ascolti negli ultimi anni mi sono pure sentito risvegliare l’anima metal prog, tutto grazie al contributo una band di “cavalli di razza”: è stato molto gratificante e divertente.

Alla voce troviamo Fabio Colombi che avrebbe dovuto fare il suo esordio su “The Structure”, il disco che sarebbe dovuto essere il successore di “Link”, ma poi rimasto nel cassetto a causa dello scioglimento. Potreste tornare sulle motivazioni che hanno poi portato allo split?
[Enrico Benvenuto] Fortunatamente lo split non è stato causato da attriti personali tra i membri della band ma piuttosto per motivi legati alle priorità della vita privata di ciascuno di noi. Per questo è stato facile dopo quasi 20 anni riprendere come non fosse mai successo niente.

Come ci si sente dopo tutto questo tempo ad aver fuori un disco a nome Dammercide? Non si prova quasi la sensazione di aver sprecato un ventennio? In fin dei conti i riscontri erano stati ottimi, il vostro esordio era stato inserito tra quelli presenti su Metallus, il libro scritto da Luca Signorelli.
[Dimitry Scopelliti] Immagino di rispecchiare le idee e lo stato d’animo dei Dammercide come “collective” dicendo che una delle cose nella vita che può in qualche modo distrarti dal raggiungimento degli obiettivi è rimuginare sul passato, quindi direi: “adesso ci siamo” ed è l’unica cosa che conta.
[FD]:Col senno di poi, mi viene da considerare che le priorità personali di cui parlava Enrico poco fa, avessero in qualche modo avviato anche una sorta di crisi creativa per cui oggi dico che è stato meglio così, forse una produzione di compromessi avrebbe potuto allungare la vita della band ma avrebbe anche potuto indebolire i buoni riscontri ottenuti, e probabilmente oggi non avremmo tra le mani “The Seed”.

“The Structure” prima o poi vedrà la luce in qualche modo?
[EB]: Molto probabilmente non vedrà mai la luce sotto forma di album a se stante, ma alcuni brani che avrebbero dovuto farne parte potrebbero ricomparire riarrangiati come bonus track tra i prossimi lavori. Ne approfitto per dire che stiamo già componendo materiale nuovo e molto presto inizieremo ad incidere per il nuovo album.

Non ci resta che presentare i due membri nuovi della band…
[FD] Per quanto riguarda Demetrio Scopelliti, aka Dimitry, possiamo dire che siamo legati da un’amicizia che dura da anni. Membro fondatore e chitarrista degli Arcadia e impegnato in un’intensa attività con il suo solo-project, abbiamo avuto modo di condividere la scena, agli esordi delle rispettive band. Averlo in formazione, oggi, è anche frutto di una serie di fortunate coincidenze: in passato è stato allievo di Enrico Benvenuto, e curiosamente si è unito ai Dammercide in occasione di una gig in cui avevamo esigenza proprio di qualcuno che coprisse il ruolo di Enrico, rimasto temporaneamente vacante. Enzo “Rotox” Rotondaro è un batterista nei confronti del quale ho sempre nutrito grande ammirazione, conoscendolo per il suo lavoro dietro le pelli nei Glacial Fear. Abbiamo avuto modo di conoscerci di persona per la registrazione e in occasione di alcune esibizioni del progetto solista di Dimitry, ed ho scoperto un musicista poliedrico e impegnatissimo su diversi fronti musicali, dall’insegnamento alla produzione. E’ stato facile pensare a lui nel momento in cui ci siamo messi alla ricerca di un batterista con cui completare la formazione e proporlo agli altri come candidato ideale. 

Avete avuto l’occasione di testare la line up a sei su un palco, magari proponendo proprio i nuovi brani?
[DS] Ci stiamo lavorando, è più una questione logistica che pratica, io risiedo in Norvegia dal 2008 e in questo periodo dominato dal Covid 19 e dalla parziale chiusura delle frontiere è difficile sia organizzare dei live che proprio trovarsi a jammare “in person”. Detto questo siamo fiduciosi, il disco è stato scritto in funzione di questa “orchestrazione” di tre chitarre, voce e sessione ritmica; ognuno ha suonato le parti che più rispecchiavano il proprio stile di strumentista, indi per cui immagino risulterà molto naturale riproporre codeste parti in sede live.

In qualche modo possiamo considerare “The Seed” un concept album?
[FD] Non in senso stretto, nel senso che non c’è una linea narrativa che lega in brani tra di loro per raccontare una storia. Possiamo dire però che i testi delle nostre canzoni raccontano storie autoconclusive che si sviluppano in una dimensione immaginaria comune, e questo fa si che esistano dei legami tra alcuni brani, come succede ad esempio per “The Artifact” e “The GodFader”: i due brani a se raccontano storie molto diverse, insieme parlano di un conflitto tra due mega nazioni e di come si stanno armando per sconfiggere il nemico (in entrambi i casi con risultati fallimentari). Oppure esistono anche legami musicali tra i brani, come succede nell’accoppiata “The Tree” e “The Roots”, che sono costruiti intorno alla stessa successione di accordi, ma in un caso sono maggiori e nell’altro minori. Inoltre nel testo di “The Roots” viene tirato in ballo un “antico albero” grazie al quale il bambino protagonista del testo di “The Tree” acquisisce sicurezza e coraggio.

Il primo singolo e video è “Octagon”, come mai avete scelto questo brano?
[FD] E’ un brano che incorpora il miglior equilibrio tra elementi musicali appartenenti al passato e al presente della band e per questo motivo ci sembra un buon biglietto da visita. Ironicamente il protagonista del testo racconta quello che gli succede viaggiando attraverso un buco nero, ritrovandosi catapultato in un altro spazio/tempo, che non è troppo diverso a quello che è successo a noi, che siamo tornati con un nuovo album dopo quasi vent’anni di scioglimento.

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