Chris Catena – Il rituale del rock

Chris Catena è tornato con un disco solista con “valore aggiunto”, come lo definisce lui. Il perché di questo bizzarro appellativo va ritrovato nel grosso supporto a livello compositivo ricevuto dall’ex Overdrive Janne Stark Ma non solo, sull’album poi compare anche una pletora di ospiti che ha contribuito alla riuscita di “Truth in Unity”, disco che scalderà i cuori e le orecchie degli amanti dell’hard rock.

Ciao Chris, il tuo nuovo album esce a nome Chris Catena’S Rock City Tribe, quindi non lo dobbiamo considerare un tuo disco solista ma un qualcosa di diverso?
In realtà, nasce come mio nuovo disco solista ma con un valore aggiunto, una più intensa collaborazione a livello compositivo con Janne Stark che mi ha supportato nel songwriting e, in alcune occasioni, ha scritto per me delle piccole gemme di hard rock che ho poi reso – con l’arrangiamento o la scelta dei musicisti o la produzione – più vicine al mio stile o alla mia visione d’insieme del progetto.

Vuoi presentare ai nostri lettori, allora, l’altro motore di questo progetto, Janne Stark?
Janne è un grandissimo chitarrista svedese che nei primi anni 80 ha militato in una delle band seminali del metal scandinavo, gli Overdrive, per poi far parte di altre formazioni come Locomotive Breath, Costancia, Mountain of Power, Grand Design. Ci siamo conosciuti dopo l’uscita del mio primo album “Freak Out”, una sorta di padre spirituale di “Truth in Unity” per stile e processo concettuale. A Janne piacque molto il disco e mi scrisse per complimentarsi, e per me fu una piacevole sorpresa scoprire che lui aveva suonato negli Overdrive, band di cui possedevo gelosamente i primi due album. Di lì lo invitai a scrivere per me “Freedom Bound”, song che poi sarebbe diventata la opener  del mio secondo album “Discovery”. Da quel momento abbiamo collaborato in molte altre occasioni come due dischi dei Mountain of Power, concerti in Svezia e in Messico etc.

Il disco ospita un numero incredibile di artisti di spessore, potresti presentarli velocemente?
Sono davvero troppi per presentarli velocemente, ci vuole un libro. Posso citarne qualcuno includendo le band di militanza storica e questo parla da sé: Bobby Kimball (Toto), Scotti Hill (Skid Row), Troy Lucketta (Tesla), Chuck Wright (Quiet Riot), James LoMenzo (White Lion, Ozzy Osbourne), Bumblefoot (Guns’n’Roses), Oz Fox (Stryper), Kee Marcello (Europe), Joel Hoeckstra (Whitesnake, Cher), Tracii Guns (LA Guns) e tantissimi altri

Anche in passato hai collaborato con grandi nomi, non hai paura che il ricorso a questi prestigiosi personaggi possa in qualche modo distrarre l’attenzione da te?
Forse è meglio! A parte gli scherzi, con la paura si rischia di fare scelte di cui ci si può pentire. Valutiamo anche la regola contraria, ossia essere associato a tante eccellenze potrebbe far parlare di me, non pensi? 

Qual è il brano dell’album che ha dato più filo da torcere per la sua realizzazione?
“Riding the Freebird Highway” di sicuro! Undici minuti di musica per un brano molto dinamico che cresce per esplodere sul finale in cavalcate dal sapore southern con intrecci di chitarre che si rincorrono come fossero duellanti impazziti! E’ stato un lavoraccio riuscire a editare e rendere gli assoli abbastanza armoniosi e fornire a questi il giusto tappeto sonoro con un drumming tellurico.

Credi che possa essere individuata una canzone che al proprio interno sintetizzi tutte le diverse anime stilistiche di questo lavoro di per sé molto vario?
Per me “Angel City” potrebbe risultare il giusto biglietto da visita perché è un brano con tanto groove, un refrain molto orecchiabile, grandi assoli di chitarra e una batteria potente. Per questo è stato scelto come brano apripista e primo singolo.

Hai sempre riscosso un grande successo in Giappone, hai avuto modo di esibirti nel Paese del sol Levante?
No, ma sarebbe molto bello suonare in quello che io considero un mondo a sé con una cultura molto interessante e un popolo che ha un grandissimo rispetto e ammirazione per la musica occidentale.

Qual è l’attuale stato di salute del rock, soprattutto quello di più duro, da quelle parti ma anche da noi in Europa?
Forse in Giappone come appena accennato, c’è’ una vera e propria venerazione per il rock e metal che giunge da fuori. Amici mi hanno raccontato di aver suonato a Tokio e di essere stati trattati come fossero star da milioni di dischi venduti. Il rispetto verso il musicista e la musica che produce è qualcosa che dà grande soddisfazione a chi la realizza. In Europa c’è, a mio parere, più superficialità, non fraintendermi, questo dipende anche dai luoghi, dalle tendenze, dal mercato (sempre più in crisi) ed infine dalla modalità di fruizione della musica! Le nuove generazioni preferiscono la musica on the go, le playlist di Spotify o altre piattaforme digitali con un suono inferiore a quello del cd o del vinile. Non si soffermano a leggere le note di copertina del booklet di un album. Non acquistano più i dischi e, hanno accesso a tutto, ad una infinità di album o band. Per questo non “sanno più ascoltare”, non fermano il loro focus su un album intero, lasciandolo decantare con più  ascolti. Oggi è tutto veloce, ma per questo i fratelli maggiori, i padri o i nonni possono svolgere un’ottima funzione educativa nel cercare di interagire con i giovani per far sì che possano scoprire quanto di buono la cultura musicale, quella con la C maiuscola, ha prodotto nel corso degli anni.

Vorrei farti una domanda che esula dalla promozione di “Truth In Unity”: tra le tue varie collaborazioni c’è quella con il Rovescio della Medaglia, uno dei miei gruppi italiani preferiti di sempre. Che ricordi hai delle registrazioni di “Tribal Domestic”?
E’ stato un periodo molto interessante, ma anche abbastanza insolito. Enzo Vita (chitarrista e fondatore della band) è una persona dalla grande creatività ed un musicista molto dotato, ma anche un artista vero e quindi un po’ bizzarro nel senso buono del termine. Voglio bene ad Enzo e gli sono grato per avermi coinvolto nella realizzazione di questo album uscito per Sony/Cramps. Ho partecipato in modo molto attivo alla creazione di “Tribal Domestic”, un disco difficile, coraggioso, compositivamente brillante. Andammo anche a Los Angeles a missare alcune canzoni da Fabrizio Grossi e lì abbiamo anche girato il videoclip per il brano “L’origine”. Secondo me il risultato finale è ottimo e la suite che da il titolo all’album penso abbia dei momenti davvero impressionanti a livello compositivo. Non so cosa sia successo dopo l’uscita del disco, mi aspettavo una promozione diversa. Forse è anche colpa mia: i brani non erano scritti per la mia tessitura. Sono un cantante blues e non è mio stile dovermi arrampicare sempre su alte vette, preferisco partire dal basso per poi fare dei salti di tono. Avrei preferito poter dire la mia ma non è facile quando si ha a che fare con una personalità molto forte come quella del Maestro Enzo.

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