Ago Tambone – Musica libera

Ospite di Mirella Catena ad Overthewall, Ago Tambone autore dell’album “Libera” 

Ciao Ago e benvenuto su Overthewall, tu hai iniziato ad interessarti di musica già da giovanissimo con pianoforte e tastiere ma ad un certo punto molli le tastiere per la chitarra. Ci racconti com’è avvenuto questo cambiamento?
E’ stato abbastanza semplice: l’approccio alle tastiere è avvenuto naturalmente, intorno ai cinque o sei anni, con le prime tastierine elettroniche, un po’ per gioco. Crescendo, ho “curiosato” più seriamente, studiando pianoforte classico e tastiere per due anni circa; però qualche tempo dopo, la curiosità si è spostata sulla chitarra (strumento che strimpellava mio padre, per accompagnarsi quando cantava). E così c’è stato un vero e proprio innamoramento per questo strumento, che mi ha spinto a studiare ed approfondire i suoni e le tecniche relative. Studio che naturalmente, si è esteso al basso e saltuariamente al mandolino… non tralasciando, ovviamente le tastiere.

Ci sono stati dei chitarristi storici a cui ti sei inizialmente ispirato?
Non essendo io un chitarrista di formazione classica, ho avuto dei riferimenti chitarristici in artisti moderni, anche se amo il mondo della chitarra classica. Quindi nella mia formazione chitarristica, ci sono stati chitarristi – giusto per citarne alcuni – come Eric Clapton, Carlos Santana, Richie Blackmore, David Gilmour, Mark Knopfler, Pat Metheney, Van Halen, Yngwie Malmsteen, Kee Marcello, Richie Sambora, Gary Moore, George Benson… anche Chuck Berry! Ognuno di questi artisti, ha rappresentato un riferimento molto importante per me, tanto dal punto di vista tecnico, quanto e soprattutto, dal punto di vista compositivo.

Durante la tua carriera hai collaborato con diverse realtà musicali. Quali progetti musicali ti hanno coinvolto maggiormente?
Nel mio percorso artistico, ho avuto la possibilità di collaborare con diversi musicisti, di varie estrazioni. Questo aspetto è fondamentale per un musicista, poiché può imparare tanto da tanti generi differenti, oltre ad imparare come instaurare un buon rapporto umano e professionale con i propri colleghi. Devo dire che le collaborazioni che hanno lasciato il segno, sono quelle con i One Way Ticket nel 2004/2005, band rock barese capitanata da Morris Maremonti; nel 2009, c’è stata una bella parentesi in studio, per delle registrazioni di alcune parti di chitarra, con i Poeti del Quartiere, formazione rap barese, tuttora attiva. Vi consiglio di ascoltare i loro lavori; dal 2009 al 2012 invece, sono stato chitarrista e bassista per i Revo’, una formazione pop-rock italiana emergente, fondata insieme al cantautore Francesco Cacciapaglia. Una menzione a parte, merita una collaborazione del 2011 con Giuseppe Cionfoli, per la pubblicazione di un brano dedicato a Sarah Scazzi, appena quindicenne, che come tutti ricorderanno, perse la vita nel delitto di Avetrana, un caso che ebbe un enorme rilievo mediatico. Il brano, intitolato “Sarah”, nacque da un’idea di Giuseppe Cionfoli; naturalmente, io accettai subito, prendendo parte alla composizione e alle registrazioni.
E’ stato un atto di umanità, che dovrebbe farci riflettere.

Ad un certo punto inizi il tuo percorso da solista. Nel disco che presentiamo oggi, che ha come titolo “Libera”, suoni praticamente tutti gli strumenti, ed è stato mixato e masterizzato da te nel tuo studio di registrazione. Un lavoro oserei dire intimo e personale che racchiude sensazioni ed esperienze da te vissute. Ci parli di questo disco?
“Libera” nasce da mie esperienze e riflessioni, sulla quotidianità degli eventi della nostra vita. Già il titolo, vuole essere un’esortazione a sentirsi liberi di vivere la vita come si vuole e di fare le proprie scelte, senza essere vincolati da fenomeni di massa (“Libera”) Naturalmente, senza intaccare la libertà altrui. Il disco tratta anche di argomenti come l’indifferenza tra gli esseri umani, che ormai non è più un fenomeno isolato, dato che la gente si distacca sempre più dalla natura umana. Questo atteggiamento lo si vive soprattutto nelle grandi città per via della vita caotica e lo stress che tendiamo ad accumulare (“Indifferenti”). Di conseguenza, è nata la necessità di scrivere anche un brano sulla incomunicabilità tra la gente (“Una Sensazione”). Figurano altri brani che invece spaziano tra vari argomenti: Voglio spronare l’ascoltatore, a credere sempre nei propri desideri e a non mollare facilmente, poiché con la tenacia, spesso si raggiungono i risultati sperati (“Credici”); in effetti questa esortazione, si ispira a una parentesi autobiografica. O ancora, il bello del senso di libertà e di pace interiore che può dare il viaggiare per il mondo, in cosciente solitudine (“I Live On My Own”). Non è un aspetto da sottovalutare, direi… Nel percorso di “Libera”, ho voluto rendere omaggio a mio modo, a tutte le vittime degli attacchi dell’11 settembre 2001. Era un forte desiderio che ho provato praticamente dal momento che ho visto, così come tutto il mondo, le terribili immagini in televisione. Soprattutto, quello che mi ha colpito maggiormente, è stato vedere la gente che si lanciava nel vuoto. Mi è sembrato un modo per onorare in qualche modo, tutte le persone che hanno perso la vita, innocentemente (“The Falling Ones”). Non cito gli altri brani, per non svelare tutto l’album… che tra gli altri, contiene anche tre cover di brani molto famosi, ai quali sono legato. Il disco mi ha visto impegnato come autore dei testi, non tutti, per la verità, compositore e arrangiatore. Ho suonato tutti gli strumenti, ad accezione del pianoforte su “The Falling Ones”; ho curato tutta la parte delle riprese audio, editing, missaggio e mastering. Insomma, ho avuto un gran da fare! La soddisfazione maggiore, è stata aver avuto accanto, durante la lavorazione di buona parte del disco, altri artisti che hanno fatto la differenza. A loro sono molto grato.


“Libera” è stato pubblicato nel 2020, quando in realtà liberi non eravamo affatto a causa della pandemia. E’ stata una scelta casuale o voluta?
In effetti “Libera” è stato pubblicato verso la fine di gennaio 2020, il che fa intuire che era già pronto da fine 2019. Non c’è stato nessun riferimento alla pandemia, che ci ha privati di diverse libertà; anche perché l’opinione pubblica, è venuta realmente a conoscenza della gravità della situazione sanitaria mondiale un mese più tardi, con tutte le conseguenze che conosciamo bene. Però, direi che per estensione del concetto di libertà, accosterei il messaggio del mio disco alla forte necessità di tornare a vivere normalmente, nel più breve tempo possibile, come tutti auspichiamo!

C’è un brano del disco a cui sei particolarmente legato?
Sono legato, ovviamente, a tutti i brani. Se però parliamo di un legame particolarmente forte, direi che c’è un posto speciale per “Credici” (data l’ispirazione autobiografica) e “The Falling Ones”, per le ragione già citate.

Nel disco collaborano alcuni musicisti. Ne vogliamo citare qualcuno?
Al disco, hanno preso parte: Antonio Gridi, cantautore che ha scritto i testi e cantato in “Indifferenti” e “Renditi Libero” e ha preso parte ai cori di “I Live On My Own”; Monica Cimmarusti, cantautrice che ha cantato in “Indifferenti” e “Wrapped Around Your Finger” e ha preso parte ai cori in “I Live On My Own”; Massimiliano Morreale, cantautore e polistrumentista che ha cantato in “Comfortably Numb”; Francesco Cacciapaglia, cantautore e musicista che ha scritto il testo di “Cristalli Gelidi”; Pasqualino de Bari, cantautore e tastierista che ha scritto il testo di “I Live On My Own” ; Gianvito Liotine, pianista e tastierista che ha suonato il pianoforte in “The Falling Ones”. Detto ciò, abbiamo svelato anche due delle tre cover!. Vanessa Bisceglie per la fotografia; Andrea Tarquilio per la Cover-Artwork. A tutti loro, sono molto grato.

Restrizioni permettendo, sono previsti dei live per promuovere il disco?
Al momento, non è previsto nessun live, poiché sto lavorando all’ultima fase del mio nuovo disco, che per ora è pubblicato solo online, su varie piattaforme musicali. Magari, quando si tornerà alla normalità, riprenderò con i concerti… che ci mancano tanto!

Puoi dare delle indicazioni ai nostri ascoltatori per seguirti sul web?
Per chi fosse interessato all’ascolto e/o all’acquisto, i miei lavori, si possono trovare su: Bandcamp, Facebook, Youtube, Spotify e Apple Music.

Grazie di essere stato con noi su Overthewall. Ti lascio l’ultima parola
Grazie a te, Mirella e a tutto lo staff di Overthewall, per avermi invitato. E’ stato un vero piacere essere vostro ospite! Colgo l’occasione per ringraziare chi come voi, si impegna quotidianamente a far conoscere la musica “non convenzionale”. Siete grandi! Un saluto a tutti gli ascoltatori, con l’auspicio di tornare a vedere tanta musica dal vivo, nel più breve tempo possibile. Soprattutto di poter ascoltare tanta musica di grande qualità… ne abbiamo bisogno. A presto!

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 31 Maggio 2021

Crash Burn Inferno – Hell is on fire

Ancora un’intervista in collaborazione con Metal Underground Music Machine, questa volta dai suoni rocciosi e frastornanti. I Crash Burn Inferno nascono per volontà di Ade, e si stabilizzano in una formazione a tre con l’ingresso di Mason Rotterkatz e Bedolf. Le sonorità proposte nei due EP sinora pubblicati si rifanno apertamente ai Motorhead e all’hard rock\proto-metal di fine anni 70 primi anni 80.

Ciao Ade, inizierei raccontando come è nato il terzetto base dei Crash Burn Inferno…
Ciao. Allora, la band è nata con un bell’annuncio in cui cercavo un batterista. E successivamente da uno in cui il batterista cercava un bassista. Ci siamo conosciuti così.

Mi sembra chiaro che tra le vostre fonti di ispirazione ci siano i Motorhead, come è nato l’amore per la band di Lemmy e come mai avete deciso di seguirne le orme?
Beh, ho conosciuto i Motorhead quando ero un giovane ingenuo, e la grinta e il suono, perennemente in bilico tra metal e rock mi ha colpito tantissimo. Crescendo, mentre altre band mi piacevano per un periodo e poi magari un po’ meno, i Motorhead sono sempre stati un punto fermo. Non è che ho deciso poi di suonare così a tavolino, è che quando cresci in una maniera poi diventi in una maniera.

Gran parte della carriera degli inglesi è trascorsa con una formazione a tre, anche voi avete adottato questo tipo di line up: quali sono i vantaggi e i limiti di un trio?
I vantaggi sono che c’è poca gente coinvolta ed è più facile gestire una band. I limiti sono che la chitarra è una, e non si può andare oltre quella, quindi in fase di scrittura bisogna sempre tenerlo presente.

Al di là dei Motorhead, sicuramente il vostro sound trasuda di amore per il rock and roll: cosa significa essere un rocker oggi?
E’ una bella domanda alla quale non esiste risposta. Come la definizione di rock è fluida, ancora di più lo è quella di rocker. Potremmo dire che essere rocker significa amare il rock, ma vuol dire tutto e niente. Probabilmente fregarsene di aspettative e giudizi, alzare il volume e il dito medio.

Nel 2019 avete registrato presso gli Animalhouse Studio di Federico Viola, a Ferrara, tutte le canzoni che poi andarono a formare i due E.P. usciti per la Wanikya Record? Come mai avete optato per due EP e non per un album intero contenente tutto il materiale?
Perché eravamo agli esordi, e dei signori nessuno. Decisi di tentare così, per non bruciare tutto il materiale nel caso non venisse filato da nessuno. Poi MrJack mi ha contattato, e lì qualcosa si è mosso, e il nome della band ha iniziato a girare.

Dalla vostra pagina Bandcamp è possibile scaricare gratuitamente “Crash Burn Inferno”. Da cosa nasce la volontà di rendere completamente gratuito la vostra opera?
Nasce dal fatto che non ce ne frega nulla. Se volessimo fare i soldi, anche pochi, faremmo qualcos’altro musicalmente.

Dal singolo “Too Busy For Bullshit” avete anche tratto anche un video, qual è il vostro rapporto con questo tipo di prodotto? Lo ritenete un arricchimento della proposta musicale o un male necessario?
Personalmente amo la parte video/cinematografica quasi quanto la parte musicale. Ne sono sempre stato attratto, fin da molto giovane, fino a realizzare un primo cortometraggio nel 2019, pensando poi di farne altri appena sarà possibile.

Alle luce di quanto ascoltato, mi sembra di dire che il vostro habitat naturale è il palcoscenico. Visto che ancora per un po’ probabilmente non ci si potrà esibire, mi descrivete una vostra performance live?
Poche chiacchere, perché il pubblico non viene per sentire parlare, 1-2-3-4 e via. Niente effetti, basi, niente robe sovraincise. Tutto a volume alto.

In conclusione, cosa riserva per voi il futuro?
L’uscita del prossimo EP, sul quale abbiamo lavorato ognuno a casa propria durante  il lockdown, e che registreremo appenaci sarà possibile.

Sainted Sinners – Unlocked & reloaded

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

Frank Pané e i suoi Sainted Sinners tornano con un’inedita anima italiana rappresentata dal nuovo cantante Jack Meille e da Ernesto Ghezzi alle tastiere. “Unlocked & Reloaded” (El Puerto Records) è un nuovo inizio senza legacci e con nuove energie.

Benvenuti, dal 4 dicembre è uscito il vostro nuovo album “Unlocked & Reloaded”: il significato del titolo è legato in qualche modo alla nuova formazione? Possiamo considerarla un nuovo inizio senza catene e con nuove energie?
Frank: Grazie e piacere di conoscerti. Esatto, dopo il secondo album c’è stato un lungo periodo in cui alcune persone potrebbero aver pensato che i Sainted Sinners fossero finiti, ho sentito il bisogno di trovare un titolo per l’album con un significato collegato al nostro ritorno con una nuova formazione e con rinnovata energia, per quello che penso sia il nostro miglior materiale di sempre.

Frank, potresti presentare i nuovi membri?
Frank: Ovviamente. Alle tastiere abbiamo Ernesto Ghezzi, con il quale ho avuto il piacere di suonare insieme in un sacco di concerti con Ian Paice e sin dal primo momento abbiamo avuto una grande intesa musicale e simpatia reciproca e sono diventato un fan dei suoi virtuosismi. Quando è stato il momento di “ricaricare” i Sainted Sinners Ernesto è stata ovviamente la prima scelta. Rico Bowen è l’uomo nuovo al basso. Un ragazzo di grande talento, che ha già collaborato nella sua carriera con artisti del calibro di Madonna e Paul McCartney. Per pura fortuna ci siamo incontrati a uno spettacolo ad Amburgo e da allora abbiamo mantenuto i contatti. Durante la ricerca del bassista giusto ho contattato Rico per sapere se fosse interessato e fortunatamente lo era. Come nuova voce dei Sainted Sinners, sono orgoglioso di presentare Mr. Iacopo / Jack Meille. Io e Jack ci siamo incontrati per la prima volta nel backstage di uno spettacolo dei Tygers e sono sempre stato un fan della sua voce. Non ero affatto sicuro che Jack sarebbe stato interessato, ma fortunatamente lo era e a quel punto la formazione era completa.

Pané è un cognome italiano?
Frank: No, gli antenati di mio padre provenivano dalla Francia / Belgio prima di trasferirsi in Germania

Come è cambiato il tuo modo di scrivere canzoni dopo questo stravolgimento?
Frank: L’approccio di base con cui ho buttato giù le prime idee di riff e le strutture delle canzoni non è cambiato molto. Mando tutto, sempre dopo che ho ottenuto quello che penso possa essere un buon arrangiamento di base della canzone, al nostro batterista Berci e lui mi rispedisce la traccia con la sua batteria. Dopo di che verrà inviato tutto agli altri ragazzi che contribuiscono con le loro parti e portano idee sugli arrangiamenti. L’input creativo dei tre nuovi membri ha portato il materiale a un livello più alto e per questo motivo ovviamente ci sono venute in mente idee diverse e tutti si sono nutriti a vicenda della altrui creatività. Ha funzionato tutto in modo molto organico e naturale. È stata una vera gioia realizzare questo album, cosa che penso si possa avvertire nel prodotto finale.

Jack, sei coinvolto in altre band, potresti spiegare cosa rende diversi i Sainted Sinner dai tuoi altri progetti e perché hai accettato questa nuova sfida?
Jack: Ogni band in cui canto ha una personalità e un suono molto forti ed è questo che mi eccita ogni volta! È una sfida: come potrò contribuire a questo suono già eccezionale? Conoscevo Frank, ci siamo incontrati un paio di volte mentre ero in tournée in Germania con i Tygers. In realtà è stato Micky, Crystal, l’ormai ex chitarrista dei Tygers che mi ha detto che Frank stava cercando un cantante per i Sainted Sinners e che non sapeva se sarei stato interessato o meno. Quindi ci siamo messi in contatto e dal momento in cui mi ha inviato due demo delle canzoni – “Standing On Top” e “Free To Be” – ho immediatamente avuto l’ispirazione per i testi e le melodie. Era qualcosa di veramente magico e speciale. Frank e io abbiamo scoperto di avere una passione molto simile e lo stesso approccio alla musica. Tieni presente anche che ho iniziato a scrivere durante il lockdown. Questo disco mi ha salvato la vita perché per un paio di mesi ho avuto qualcosa su cui concentrarmi. Queste canzoni sono state il mio antidoto al Covid!

Ernesto, hai suonato con Eros Ramazzotti, come cambia il tuo approccio alle tastiere quando suoni in un gruppo pop o in un gruppo hard rock?
Ernesto: Il mio atteggiamento sul palco rimane sempre lo stesso: “Sii felice! Goditela”. Perché poter suonare musica è un dono. Sono abituato a collaborare con cantanti pop famosi come Eros e con altri non conosciuti fuori dall’Italia, come Max Pezzali con cui giro da 16 anni. L’approccio pop è più restrittivo del rock, più controllato, c’è sicuramente meno spazio per la creatività. Quando suono rock posso nutrire la bestia che ho dentro… è come un urlo della mia anima. Soprattutto con i Sainted Sinners, posso esprimermi liberamente, questa è una sensazione fantastica, mi sento tanto bene!

Nella tracklist di “Unlocked & Reloaded” possiamo trovare brani come “The Hammer of the Gods”, “Stone Cold Sober” e “Farewell to Kings”, sono questi pezzi un piccolo tributo ai Led Zeppelin, Queen e Rush e, in generale, ai grandi della storia dell’hard rock?
Jack: “Hammer of the Gods” è sicuramente un chiaro tributo ai Led Zeppelin. Frank mi ha chiamato e mi ha spiegato che quando scriveva quella traccia stava letteralmente pensando alle canzoni degli Zeppelin che lo hanno influenzato, e penso che sia stato Ernesto ad avere l’idea di scrivere un testo su di loro… Tutti sanno che sono un grande fan di Jimmy Page e Robert Plant ed è stato un piacere e un onore essere coinvolto nella realizzazione di questa canzone epica. Ho scelto io titoli, per certi versi “Farewell To Kings”, anche se non è ispirato a Rush, è un tributo al compianto Neal Peart, mentre “Stone Cold Sober” non ha alcuna relazione con i Queen… ma c’è una canzone di una band scozzese che ha lo stesso titolo… Tocca a voi scoprire qual è!

Il nome Sainted Sinners è ispirato ai Whitesnake e al loro album “Saints & Sinners”?
Frank: Ovviamente, essendo un fan ed essendo stato ispirato dai classici album hard rock degli anni ’70 e dei primi anni ’80, conosco il titolo di quell’album, tuttavia il nome della band mi è venuto in mente perché stavo cercando un moniker con cui tutti potessero identificarsi poiché è un dualismo comune a ogni essere umano: il buono e il cattivo, l’angelo e il diavolo, ecc… Sainted Sinners suona molto bene nella sua semplicità.

Avete avuto modo di testare le nuove canzoni sul palco prima del lockdown?
Frank: Sfortunatamente non abbiamo potuto perché era già tutto bloccato quando la nuova formazione è stata completata.

Le vostre prossime mosse?
Frank: Non vediamo l’ora di suonare dal vivo non appena la situazione ce lo consentirà e di eseguire le canzoni di “Unlocked & Reloaded” più un paio di brani dai vecchi album. Abbiamo una chimica dannatamente buona nella band e tutto sarà magico.

Frank Pané and his Sainted Sinners are back with a new Italian soul represented by the new singer Jack Meille and Ernesto Ghezzi on keyboards. “Unlocked & Reloaded” (El Puerto Records) is a new beginning without locks and with new energies.

Welcome, from the 4th December your new album “Unlocked & Reloaded” is out: is the meaning of the title connected with the new line up? Is this a new beginning without locks and new energies?
Frank: Thank you, nice to meet you. Exactly, after the second album and a time were some people might thought Sainted Sinners is over i felt the need to find an album title with a strong meaning connected to our comeback with a new lineup, new strength and what i think is our best material to date.

Frank, could you to introduce your new members?
Frank: Of course. On keyboards we have Ernesto Ghezzi, with whom i had the pleasure to play together a bunch of shows with Ian Paice and since the first moment we had a great musical connection and sympathy for each other and i became a fan of his virtuous playing. When it was time to “reload” Sainted Sinners Ernesto was obviously the first and perfect choice. Rico Bowen is the new man on bass. A super talented guy, that already did sessions with the likes of Madonna & Paul McCartney in his career. We luckily met at a show in Hamburg and kept contact since. When searching for the right bass player i contacted Rico to find out if he was interested and luckily he was. As the new voice of Sainted Sinners i’m proud to present Mr. Iacopo/Jack Meille. Jack and myself met the first time backstage at a Tygers show and i always been a fan of his voice. I was not totally sure if Jack would be interested or have the time, but luckily he was and so the lineup was complete.

Is Pané an Italian surname?
Frank: No, my fathers’s ancestors came from France/Belgium before they moved to Germany

How is changed your songwriting after this revolution?
Frank: The basic approach how i come up with the first riff ideas and song structures didn’t change that much really. I always send them, after i have what i think could be a good basic song arrangement, to our drummer Berci and he sends the track back with his drums. Then it will be send to the other guys and everybody contributes their parts and brings in ideas about the arrangement if needed. The creative input from the three new members has brought the material to a new level and because of that you obviously come up with more diverse ideas and everybody feeds off each others creativity. It worked all very organic and natural. It was a joy to make this album as i think you can hear in the end product.

Jack, you are involved in other bands, could you explain what makes different Sainted Sinner from your others projects e why you accepted this new challenge?
Jack: Every band  I sing in has a very strong personality and sound and that’s what excites me every time! It’s a challenge: how am I going to contribute to this already great sound? I knew Frank, we’ve been meeting a couple of times while I was touring Germany with Tygers. It was actually Micky, Crystal, the now ex Tygers guitarist who said to me Frank was looking for a singer for Sainted Sinners and  wasn’t sure I would be interested. So we got in touch and from the minute he sent me two demos of the songs – “Standing On Top” and “Free To Be” – I instantly got the inspiration for the lyrics and melodies. It was something really magic and special. Frank and myself discovered to have such common passion and the same approach to music. Bare in mind also that I started writing during the lock down. This record saved my life as for a couple of months I had a something to keep my mind concentrated on. These songs have been my antidote to Covid!

Ernesto, you played with Eros Ramazzotti, how does change your approach with keyboards when you play in a pop band or in an hard rock group?
Ernesto: My attitude on stage always remains the same, be happy! Enjoy! Cause playing music is a gift. I’m used to playing with pop singers as famous as Eros but not known outside Italy, like Max Pezzali I’m playing with since 16 years. The pop approach is more restrictive than rock, more controlled, there is certainly less space for creativity. When I play rock I can feed the beast I have inside… it’s like a scream of my soul. Especially with Sainted Sinners, I can express myself freely, this is a fantastic sensation, I feel so good!


Into the tracklist of “Unlocked & Reloaded”  we can find song as “The Hammer of the Gods”, “Stone Cold Sober” and “Farewell to Kings”, are these track a little tribute to Led Zeppelin, Queen and Rush and, in general, to greats of the hard rock history?
Jack: ‘Hammer Of The Gods’ is definitively an open tribute to Led Zeppelin. Frank called me and explained to me that when he was writing that song he was literally thinking about  the Zeppelin songs that influenced him, and I think it was Ernesto who had the idea of writing the lyrics about them… Everybody knows I am a huge fan of Jimmy Page and Robert Plant and it was both a pleasure and honour to be involved in the making of this epic song. I chose the titles so yes, in some ways “Farewell To Kings” even though it is not inspired by Rush, it is a tribute do the late Neal Peart, while “Stone Cold Sober” has no relation with Queen at all… but there is a song from a Scottish band that has the same title… It’s your turn to discover which it is!

The name Sainted Sinners in inspired by Whitesnake and their album  “Saints & Sinners”?
Frank: Of course being a fan of and inspired by the classic Hard Rock albums of the 70s & early 80s you are aware of that album title, however the band name came to mind because I was searching for a name that everybody can relate to as it’s a subject that will be with every human being all their lives: the good and the bad, the angel and the devil, etc… So Sainted Sinners matches that and it sounds cool… as simple as that.

Have you checked the new songs on stage before the lockdown?
Frank: Unfortunately we couldn’t as it was already lockdown when the new lineup was complete.

Your next moves?
Frank: We can’t wait to play live as soon as the current situation allows and perform these songs from “Unlocked & Reloaded” plus a couple tunes from the old albums. We have such a good chemistry going on in the band that this will be magic.

Pantheøn Band – Five lines

Diamo il benvenuto su Overthewall ai Pantheøn Band, sono con noi Tommaso, Maurizio e Massimo.

I Pantheøn sono una band formata da musicisti già affermati nella scena rock nazionale. Qual è l’elemento scatenante che ha portato a questa formazione?
Tommaso: L’elemento scatenante è stato indubbiamente il tastierista Marco Quagliozzi. Aveva già qualche idea musicale nel cassetto e cercava da tempo di creare una band per creare musica originale. Quindi è stato grazie a lui che i Pantheøn si sono formati. Oltre la fratello Mario, con cui collabora costantemente, ha trovato terreno fertile inizialmente con Maurizio, il cantante, con cui aveva collaborato negli anni precedenti.  Con me ci conoscevano da tempo e questa è stata l’occasione giusta per unire la band.
Maurizio: Ma la scintilla iniziale, come detto, è partita da Marco

Ognuno di voi ha alle spalle una carriera musicale, anche da solista, ci parlate brevemente delle vostre esperienze precedenti?
Massimo: per quanto riguarda la mia in parte lo sai già, in quanto abbiamo già fatto un’intervista insieme. Senza andare troppo nel passato, io ho pubblicato un album solista in tempi recenti, cioè nel 2018. Un album strumentale orientato sulla chitarra. Dopo aver fatto questo disco, con cui mi sono tolto i sassolini dalle scarpe per quanto riguarda la musica solista, la situazione con i Pantheøn mi ha completato molto perché in realtà era quello che cercavo da tempo. Cioè fare un album con una band concettualmente più tradizionale. Questa cosa si è sposata perfettamente con il loro progetto. Io sono stato chiamato con i lavori in fase molto avanzata, con una situazione abbastanza delineata, in cui ho dato il mio apporto sicuramente. Ma è stato abbastanza facile e naturale
Maurizio: con Tommaso ci accomuna la prima compilation rock metal italiana, cioè “Metallo Italia”, del 1985. Un bel momento, in cui ognuna delle bands coinvolte, divise per regione, partecipava con un video. Militavamo in due band diverse. Io militavo negli Shout e Tommaso nei Tyr.

“Five Lines” è un album tecnicamente perfetto, ispirato all’hard rock anni settanta/ottanta, in un periodo di mode e tendenze voi siete tornati direttamente alle origini, è anche un modo per essere controcorrente?
Massimo: grazie !!!
Maurizio: non lo definirei come controcorrente. È piu semplicemente un ritorno naturale alle nostre origini. Siamo rimasti a ciò che eravamo. Lo definiamo 100% solid rock. Tempi in 4/4, riff dritti, linee melodiche accattivanti che funzionano. Ci fa molto piacere che ce lo confermi !

Parliamo appunto dell’album. I brani erano già stati composti in precedenza oppure è stato un lavoro di gruppo della band?
Tommaso: come detto prima, qualcosa era già stato composto da Marco. Però gli arrangiamenti sono stati rifatti, ed ognuno ha cercato di dare il meglio. Anche Massimo subentrato al primo chitarrista, che dice di aver trovato tutto pronto, in realtà ha rifatto tutte le chitarre ed ha messo il suo gusto, capendo al meglio la situazione. Con lui ci siamo subito trovati. E poi l esperienza ha fatto il resto, soprattutto negli arrangiamenti. Speriamo che tutto ciò arrivi agli ascoltatori !

Alla luce delle recensioni positive e il consenso entusiastico del pubblico, il progetto Pantheon continuerà la sua strada o Five Lines resterà un esperimento?
Tommaso: già pensiamo al nuovo album, nonostante abbiamo appena cominciato la promozione di questo.
Massimo: ti do uno scoop: in realtà una traccia del prossimo album è già stata registrata, quindi si, il progetto continuerà

Ho la netta impressione che il palco sia la vostra dimensione ideale, quanto vi manca non poter promuovere live il vostro disco e che programmi avete per il 2021, restrizioni governative permettendo?
Massimo: per un genere musicale come il nostro, è chiaro che il fine ultimo sarà sempre il palco perché noi nasciamo come musicisti da palco. Ogni rocker deve stare sul palco! Non c’è altra via. Essendo noi immersi in questo contesto, la nostra massima espressione rimane il live, quindi la tua impressione è giusta. Per il 2021 intanto noi vorremmo fare finalmente la release party, il live di presentazione. Visto che nel 2020 ci è saltata per ben due volte, a cose già organizzate, schedulate e pubblicizzate. Questo è il primo obiettivo. E poi ovviamente tutto quello che ne consegue. Più riusciremo a fare e meglio è!

Diamo ai nostri ascoltatori i vostri contatti sul web?
Certo! Sito internet: http://www.pantheonband.com; Facebook: Panthøn Band; Youtube: PANTHØN BAND; Instagram: panthon_band_five_lines; Store online: https://wall.cdclick-europe.com/projects/FiveLines

Grazie di essere stati con noi
Tommaso: Grazie a te, e grazie a tutti gli ascoltatori!

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 25 gennaio 2020:

The Last Sound Revelation – Voci nascoste

Ospiti di Mirella Catena ad Overthewall i The Last Sound Revelation, autori dell’EP “Hidden Voices” (Spliptrick Records).

Ci parlate della genesi della band?
Il progetto nasce nel 2005 da un’idea del bassista Niccolò e del chitarrista Francesco e del nostro amico Mario batterista, che salutiamo. Venivamo tutti da progetti più canonici e volevamo puntare a qualcosa di diverso, di innovativo e sperimentale. Purtroppo Mario si è spostato a Dublino per questioni lavorative ed il progetto è andato in standby fino al 2013/2014 anno in cui abbiamo deciso di riprenderlo in mano. Abbiamo provato vari batteristi fino ad approdare a Tiziano, con il quale ci siamo trovati fin da subito, dalla prima prova c’è stato feeling, alchimia ed immediatezza nel rapporto interpersonale. Per un paio di anni circa siamo andati avanti come power trio poi abbiamo deciso di inserire una seconda chitarra e dopo varie prove con altri chitarristi, sono entrati a far parte del progetto Fabio e Daniele (tastiere) fino al 2018 con i quali registrammo il nostro primo promo “Far Away the End” e facemmo il nostro debutto live al Dissesto. Per visioni contrastanti sul futuro e lo sviluppo del progetto hanno abbandonato il gruppo. Gennaio 2018 subentra Max, amico da anni di Tiziano, col quale il cerchio si chiude. Anche con Max troviamo un feeling particolare sin da subito ed un’alchimia compositiva perfetta. Si instaura fra noi in pochissimo tempo un rapporto meraviglioso, grazie al quale riusciamo a chiudere e registrare il nostro primo EP “Hidden Voices”.

The Last Sound Revelation, ossial’ultima rivelazione sonora: qual è il significato che attribuite al nome della band?
L’idea del nome è venuta a Francesco e Niccolò ed era di discostarci dallo standard del gruppo e dai cliché dei nomi e che mettesse in risalto il concept del nostro progetto che vuole il suono come strumento rivelatore di sensazioni ed emozioni e come linguaggio alternativo alle immagini o al testo (notare il nostro logo che esaspera la stilizzazione del nome della band in favore di una simbologia dal sapore arcaico nel momento in cui lettere T, L e R diventano, quasi come geroglifici, ┌,└ e ┌ e universale laddove la S, nella sua forma braille, sottolinea la potenza evocativa della musica). Come se l’ascoltatore attraverso il nostro “veicolo” intraprendesse un percorso totalmente interiore e privato che lo conduce alla rivelazione dell ultimo suono, che in realtà si spiega da solo, perché la musica si completa da sola.

Il suono come strumento rivelatore di sensazioni ed emozioni e come linguaggio alternativo alle immagini o al testo: ci spiegate il perché di questa scelta?
Provenendo tutti da progetti “canonici”, sentivamo la necessità di fare qualcosa che ci rendesse liberi da qualsiasi regola, imposizione o costrizione sia in fase creativa ed evolutiva dei brani sia in fase esecutiva. Stessa cosa volevamo per tutti i nostri futuri ascoltatori e fruitori (cosa che inevitabilmente un testo ed una voce in qualche modo ti obbliga). Vogliamo fornire appunto uno strumento, un veicolo ma lasciamo poi a chi ascolta la rotta da seguire ed il percorso interiore da fare senza nessun tipo ti indicazione. Anche la scelta compositiva è quella di creare qualcosa che sia fruibile da un pubblico più ambio ed eterogeneo possibile.

Parliamo dell’album “Hidden Voices”: ogni brano racchiude una storia evocata dai suoni. Come create le composizioni e da dove traete ispirazione?
L’ispirazione e l’idea di partenza arriva sempre da tutti e quattro e sicuramente è figlia delle nostre esperienze di vita (risvolti psicologici, gioie, dolori, problemi e chi più ne ha, più ne metta). Si parte da un’idea di base che propone uno di noi e si crea spesso improvvisando al box per poi aggiungere, strutturare, definire e rifinire i brani. Quando siamo insieme al box diamo il massimo dell’estro creativo, proprio grazie all’alchimia che si crea tra noi mentre suoniamo, ci intendiamo con uno sguardo ed ognuno conosce l’altro sapendo dove andrà e cosa suonerà… spesso la definiamo magia!

C’è un sogno che vorreste realizzare con la musica?
Il nostro sogno è che la nostra musica arrivi a chiunque in tutto il mondo e, perché no, si riesca a suonarla in palchi enormi davanti a migliaia di persone. I live ci mancano come l’aria ed il palco è il nostro elemento naturale nel quale esprimiamo tutto il nostro potenziale e sfoderiamo tutta la potenza evocativa della nostra musica “Rivelando l’ultimo Suono”.

State già lavorando ad un nuovo album?
Abbiamo un singolo già pronto che doveva essere pubblicato a Giugno del 2020 e supportato da un tour, tutto rimandato causa Covid. Abbiamo già completato la composizione di quasi tutti i brani del nuovo album, sempre Covid permettendo, dovremmo completare le registrazioni e pubblicarlo entro la fine del 2021.

Dove possono seguirvi i nostri ascoltatori?
Facebook – https://www.facebook.com/TLSRband/
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Soundcloud – https://soundcloud.com/the-last-sound-revelation
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Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 18 gennaio 2020:

Foto originale di copertina di Giampiero Rinaldi

Ruxt – Labyrinth of pain

Neanche la pandemia ha fermato i Ruxt: il gruppo genovese da quando è stato fondato ha rilasciato dischi al ritmo di quasi uno all’anno. Il 2020 è stato contrassegnato dall’uscita di “Labyrinth of Pain” (Diamonds Prod. \ Nadir Promotion), che propone la consueta qualità sonora e una ghiotta novità: il nuovo cantante K-Cool.

Benvenuto Stefano (Galleano, chitarra), immagino che tra le poche cose positive di questo 2020, per voi ci sia la consapevolezza di aver pubblicato un ottimo disco, “Labyrinth of Pain”. Come mai un titolo così oscuro?
Nei nostri dischi abbiamo sempre cercato di trattare temi di un certo tipo. A volte decisamente introspettivi, altre volte di denuncia. L’album ha preso il titolo dal nostro singolo, un brano che tratta il tema del bullismo. Argomento forse scontato ma che non fa mai male menzionare quando è possibile. Abbiamo denunciato questa problematica attraverso un videoclip piuttosto esplicito. Abbiamo evidenziato che può sempre esistere una via di uscita dall’ inferno in cui può precipitare un ragazzo se il problema viene condiviso con genitori, professori ed insegnanti. Il simbolo del labirinto a rafforzare metaforicamente il significato di quanto un ragazzo possa perdersi nei meandri del dolore, dell’angoscia e della solitudine, da cui però può venire fuori attraverso il coraggio della denuncia.

La band è di relativa recente formazione, dato che è nata nel 2016. In questo lasso di tempo avete pubblicato quattro album, precisamente nel 2016, 2017, 2019 e 2020. Un ritmo non facile da sostenere, come alimentate la vostra vena creativa?
Mi rendo conto non sia facile mantenere un ritmo di questo tipo. Tuttavia, la vena creativa non è mai mancata e ritengo che nel tempo abbiamo mantenuto una certa qualità e abbiamo migliorato decisamente il nostro songwriting. Mentre nei primi due dischi sono stato l’unico firmatario dei brani, negli ultimi due ho condiviso alcuni pezzi con l’altro chitarrista Andrea Raffaele proprio per dare un po’ di respiro agli album ed alleggerirli in alcuni tratti. Penso che alla lunga la scrittura di una singola persona possa sentirsi e da qui la necessità di allargare il songwriting ad altri. Gli arrangiamenti sono sempre fatti insieme con Steve Vawamas ed in questo caso anche con il nuovo cantante K-Cool. Oserei direi che abbiamo materiale per altri quattro/5cinque dischi senza alcun problema e non a discapito della qualità.

La scelta di pubblicare un disco quasi ogni anno va in controtendenza rispetto ai dettami dell’odierno mercato discografico, che tende a privilegiare il singolo brano all’album. Questa scelta di continuare alla vecchia maniera è più di natura istintiva o è un rischio ponderato?
Capisco. Siamo in controtendenza rispetto a molte cose. Tutti i membri della band sono cresciuti nei periodi in cui esistevano vinili e poi CD e chiaramente allontanarsi dal concetto di album diventa difficile. Crediamo, finché esiste creatività, che sia sempre piacevole per un ascoltatore immergersi nell’ascolto di un CD intero con brani che hanno varie sfumature proprio per percepire il senso della band, il senso dei brani e di quello che vogliamo veramente dire. Oggi in effetti va di moda il singolo con video e stop. Una pennellata buttata lì su una tela bianca. Io prediligo ancora un dipinto con tanti colori che rappresenti per intero il significato dei Ruxt e di quello che vogliono comunicare. Certamente sono ben conscio che in pochi ascolteranno attentamente l’intero album e che gli ascolti saranno forse distratti, ma preferisco pubblicare materiale e metterlo a disposizione piuttosto che preservarlo non si sa per quali tempi e audience.

“Labyrinth of Pain” segna l’ingresso del nuovo cantante K-Cool, ti va di presentarlo ai nostri lettori?
Certamente, con molto piacere. Si tratta di un cantante con un background decisamente heavy metal che nel tempo ha abbandonato l’approccio ‘metallaro’ alla musica per dedicarsi ad altri generi, forse più pop. Ho sentito una sua performance in duetto con chitarre acustiche ed ho capito che la sua voce avrebbe potuto essere messa al servizio dei Ruxt, in un certo modo cambiando completamente il sound del gruppo. Abituati alla voce di Matteo Bernardi non potevamo certo scegliere un cantante con stile simile che avrebbe solo potuto imitare Matt. Ho cosi pensato di rivoluzionare il tutto e di proporre a K-Cool di entrare a far parte di Ruxt. All’inizio devo dire che lo stesso K-Cool era dubbioso sulla riuscita dell’esperimento, ma abbiamo comunque provato e quello che sentite è il risultato!

I brani sono nati quando Matt Bernardi era ancora con voi o successivamente all’ingresso di K-Cool? Nel caso fossero stati scritti prima, sono stati modificati per adeguarli allo stile del nuovo cantante?
I brani non solo erano stati scritti per Matteo Bernardi ma erano già stati cantati da lui. Purtroppo, dopo aver completato le registrazioni, Matt ha deciso di lasciare la band. A quel punto avevo due opzioni: far uscire l’album con un cantante che già aveva abbandonato oppure trovare un voce nuova che potesse ricantare il disco e soprattutto re-interpretarlo a modo suo. Abbiamo prima provato un paio di pezzi con K-Cool e, quando ho capito che forse poteva funzionare, abbiamo ricantato tutto l’album. Non abbiamo avuto il tempo di modificare i brani per la voce di K-Cool. Abbiamo deciso di cambiare solo le parti vocali ed il risultato è stato soddisfacente. Certamente ci sarà qualcuno che farà raffronti, ma questi fanno parte del gioco.

Nella tracklist, in terza posizione, troviamo “November Rain”, brano che riporta alla mente la hit dei Guns. Come mai avete scelto di chiamare così il pezzo, nonostante l’illustre predecessore?
Non esiste alcuna relazione tra i due brani e non volevo dedicare nulla ai Guns. Diciamo che si tratta di una coincidenza. Il brano è nato come se si trattasse di una poesia in cui vengono evidenziate percezioni visive e olfattive (l’odore della pioggia, la nebbia, i colori dell’autunno) che si ripresentano nello stesso periodo dell’anno, novembre, facendo rivivere le sensazioni di una relazione finita.

Il disco si chiude con uno strumentale, “Butterflies”: che significato ha questo pezzo posto nel finale?
Come abbiamo riportato sul retro della copertina del CD: “siamo fragili ed effimeri proprio come le farfalle. Passiamo attraverso fasi difficili per crescere e diventare adulti, cambiamo forma, ma siamo sempre noi, che voliamo in giro mostrando i nostri colori. Non possiamo permetterci di sprecare tempo, viviamo la vita al massimo perché in un batter d’occhio la nostra alba si trasformerà in crepuscolo’’. Semplicemente ho metaforicamente messo in musica il concetto di nascita, crescita ed invecchiamento fino alla morte. E quanto sia breve ed effimero questo passaggio. Questo è il senso di “Butterflies”. Avrebbe potuto essere posto in una qualsiasi posizione del CD. Semplicemente per il fatto che è piuttosto lungo, ho preferito metterlo alla fine. Una sorta dedica mia a chi ha avuto la voglia di ascoltarsi tutto il CD.

Quale è stato il brano che vi ha creato più difficoltà durante la scrittura e quale invece quello su cui all’inizio non puntavate e che, a giochi fatti, invece è uscito meglio di ogni più rosea previsione?
Puntavo molto su “Labyrinth of Pain’’ ed in effetti, nonostante alcune perplessità iniziali, si è rivelato essere un buon brano ed è stato scelto come primo singolo anche per l’importanza del tema trattato. “Simply Strangers’’ era un altro pezzo a me molto caro, ma non sono certo che sia uscito proprio come lo avevo immaginato. Tuttavia, resta una buona canzone. Lo strumentale è stata una scommessa. Avevo ben in mente che cosa volevo dire e trasmettere ed ho provato. Strada facendo, confortato anche dal parere di Steve e di K-Cool, ho capito che poteva essere un bel pezzo strumentale e che anche se un po’ lungo poteva effettivamente trasmettere delle emozioni.

Alla ripresa dell’attività live, riproporrete fedelmente i nuovi pezzi sul palco oppure opterete per nuovi arrangiamenti?
Assolutamente, cercheremo di riproporre i pezzi come sono stati registrati così come abbiamo sempre fatto. Non abusiamo mai nelle registrazioni di suoni che poi non possiamo riproporre dal vivo. Siamo abbastanza vintage e reali da evitare basi o quant’altro. Più che altro speriamo vivamente di poter tornare a suonare dal vivo al più presto.

E’ tutto, grazie
Grazie a voi per l’opportunità. Colgo l’occasione per ringraziare i compagni di band per il lavoro che abbiamo fatto in così poco tempo. Ringrazio oltremodo tre ospiti che hanno suonato nel disco: Stefano Molinari alle tastiere, Francesco Russo alla chitarra e Marco Biggi alla batteria in due pezzi. Vorrei ricordare inoltre che il disco è stato questa volta registrato, mixato e masterizzato allo studio di Steve Vawamas: Steve Vawamas Studio.

Witchwood – L’inverno sta arrivando

Tra i dischi più attesi di questi ultimi mesi del 2020 c’è sicuramente “Before the Winter” (Jolly Roger Records) dei Witchwood. Ne abbiamo approfondito i contenuti con il cantante e chitarrista Ricky Dal Pane.

Benvenuto su Il Raglio del Mulo, Ricky. Il nuovo album si intitola “Before the Winter”, quell’inverno lo dobbiamo intendere in senso metaforico? E sì, a quale inverno ci stiamo approcciando?
Ciao a tutti, è un piacere rispondere alle vostre domande. Assolutamente in senso metaforico. L’inverno a cui fa riferimento il titolo è l’argomento che lega quasi tutti i brani dell’album è una metafora della depressione, come fosse un inverno dell’anima appunto. Uno stato di morte e vuoto apparente per alcuni perché in realtà la vita, sotto la morsa del gelo, continua il suo corso… ma come se fosse sospesa, nascosta a chi non sa più percepirne la bellezza. Ho provato a dare varie chiavi di lettura per questa situazione – così difficile e sottovalutata e interpretata a volte da alcuni solo come un futile capriccio o nulla più – partendo da quello che succede precedentemente e dalle situazioni differenti che possono portare a trovarsi soffocati in questa morsa.

Il disco era già pronto da un po’ ed è stato rimandato per la pandemia, oppure è nato proprio nei funesti giorni del primo lockdown?
Il disco era già pronto prima della pandemia. Tra composizione e produzione, ci ha tenuti impegnati circa due anni, principalmente 2018/19. In accordo con la nostra etichetta, e vista l’impossibilità di supportarlo con un’adeguata promozione causa la difficile situazione, abbiamo deciso di posticiparne l’uscita fino ad oggi. Ora ci ritroviamo praticamente nella stessa situazione ma non potevamo più attendere, anche perché sinceramente volevamo vedere uscire l’album e iniziare a raccogliere tutti i vari feedback. Tenerlo in un cassetto è stata una vera tortura.

Il nuovo chitarrista, Antonino Stella, ha partecipato in maniera attiva alla scrittura del disco?
Bè, definirlo nuovo è un po’ eccessivo, Antonino è entrato nei Witchwood da ormai cinque anni ed ha inciso con noi l’EP “Handful Of Stars”, potremmo definirlo comunque ancora l’ultimo arrivato ah ah. Tornando alla domanda, i brani vengono principalmente scritti da me, spesso sulla chitarra acustica. Poi vengono elaborati ed arrangiati da tutta la band, e qui  l’apporto di ciascuno è fondamentale per definire il risultato finale ed ottenere quello che è a tutti gli effetti il nostro sound.

Come è cambiato, se è cambiato, il bilanciamento dei diversi strumenti rispetto all’esordio. La vostra proposta è arricchita dalle chitarre, dalle tastiere e del flauto, il loro bilanciamento è rimasto immutato nel tempo? Io ho avuto l’impressione, per esempio, di un maggiore spazio lasciato alle tastiere in questo nuovo lavoro.
Sicuramente e volutamente abbiamo cercato di conferire un’aspetto differente e più ricco di sfumature  al nostro sound aggiungendo molte più parti di synth, rhodes ecc. I nostri brani sono ricchi di arrangiamenti, a volte anche decisamente complessi ma cerchiamo comunque di mettere sempre ogni strumento al servizio degli stessi. In questo senso, stavolta abbiamo posto molta più cura cercando di suonare meno prolissi e più efficaci che in passato, non obbligandoci ad inserire forzatamente in ogni canzone un assolo od un determinato strumento, se questo ci sembrava superfluo in quel contesto. Inoltre, abbiamo dato volutamente un respiro diverso al suono delle chitarre cercando di creare suoni dinamici prima che potenti e fini a se stessi.

In passato avete dimostrato una certa versatilità stilistica, tant’è che alcuni parlano di voi come band hard rock, altri come progressive, alcuni folk e vi siete esibiti al Malta Doom Festival. Credete che questa difficile catalogazione del vostro sound sia stata confermata dal nuovo disco?
Sì, sappiamo che definirci chiaramente è un problema per molti ah ah. Quando mi viene fatto notare, io rispondo sempre che è il più bel complimento che si possa fare alla nostra musica. In questi anni ci hanno accostato praticamente a tutto, a volte ci hanno detto che siamo derivativi ma senza poi riuscire chiaramente a definire derivativi da chi. Abbiamo tante influenze, come credo chiunque imbracci uno strumento e come ogni band anche di successo di questo pianeta. Ma abbiamo sempre cercato principalmente di scrivere buone canzoni, fregandocene se suonavano troppo in una maniera o in un’altra o se dovessero rientrare in un sound specifico a tutti i costi. Credo che si dovrebbe dare meno peso alle etichette e più alla qualità e personalità di una proposta. Proseguendo il nostro cammino musicale, poi siamo anche maturati e ci siamo staccati anche da molti dei cliché del genere. E sono fermamente convinto, a costo di sembrare arrogante o presuntuoso, che nel nostro nuovo album di personalità ce ne sia da vendere. Sicuramente, mi sento di poter affermare che non siamo certo i cloni di nessuno e che ascoltando questi brani la nostra personalità emerga decisamente e chiaramente.

Più genericamente siete inseriti nel calderone del retro-rock, fenomeno che in un certo momento pareva pronto ad esplodere grazie al successo di band come Graveyard, Kadavar, Bigelf, Blood Cerimony e Rival Son, giusto per citarne alcune. Oggi quell’onda sembra che sia si arrestata, un bene o un male? Ci perde il movimento, che ritorna nell’underground, oppure può essere un valido filtro per lasciare in evidenza solo le entità migliori?
Credo, e lo avevo già detto spesso in passato, che tutto funzioni inevitabilmente a cicli, specialmente il recupero di certe sonorità. Soprattutto negli ultimi due decenni è tutto un susseguirsi di correnti e generi che tornano regolarmente alla ribalta. Questo sicuramente comporta aspetti positivi e negativi. Tutta l’attenzione avuta negli ultimi anni per, se vogliamo chiamarlo così, il retro rock ha sicuramente puntato i riflettori su formazioni come la nostra che però non suonano certo da poco tempo. Alcuni di noi suonavano insieme già 25 anni fa e dal vivo proponevano cover come “Gipsy” degli Uriah Heep, che suoniamo ancora regolarmente anche coi Witchwood. Questo per dire che l’unica cosa realmente cambiata per noi negli ultimi anni è stato l’interesse verso quello che facciamo, ma questo non ci ha influenzati nelle nostre scelte stilistiche che hanno un’origine che viene da lontano. Sicuramente c’è stato un numero spropositato di band, anche giovani, che si sono lanciate su questo trend saturando il mercato all’inverosimile. Il tempo poi darà ragione a chi veramente avrà avuto qualcosa in più di valido da dire. Comunque, credo anche che tutto questo valga per tutti i generi, negli ultimi anni c’è stato un ritorno massiccio di band che suonano metal classico, thrash, doom ecc. Sinceramente però non capisco perché solo quelle che si rifanno ai 70 vengano viste negativamente perché recuperano sonorità retro o datate. Cos’è, un gruppo che suona come gli Anthrax al giorno d’oggi è per caso moderno o attuale?

C’è possibilità di innovare il rock classico senza snaturarlo?
Più che innovazione, che è una parola un po’ fuori contesto applicata al concetto di classico, c’è evoluzione quando pur suonando cose già fatte in precedenza emerge la personalità della band che in quel momento suona, filtrando il tutto con le sue esperienze, e che crea così un connubio tra passato e presente. Molti oggi ripropongono, a volte anche con bravura, in maniera pedissequa le caratteristiche di certi gruppi… e a molta gente piace. Io preferisco magari ascoltare e percepire da dove arriva il suono di una band e cogliere come loro hanno filtrato queste influenze, cosa che poi succedeva anche nei 70, se pensi a come allora gruppi divenuti leggendari o fondamentali riproponevano quello che avevano ascoltato precedentemente dai loro maestri ma in una chiave diversa e personale.

Quali sono gli elementi di novità che vi contraddistinguono rispetto ai gruppi che vi hanno ispirato?
Questo non so dirtelo, forse può essere percepito meglio dall’esterno. Ma  riallacciandomi al discorso precedente posso provare a risponderti la nostra personalità, che deriva dalle nostre esperienze di vita e con cui filtriamo quello che sentiamo e suoniamo.

Sul disco, nella versione in vinile, è presente anche la cover di “Child Star” di Marc Bolan, quando vi approcciate ai brani altrui cercate di mantenere una certa coerenza con l’originale o tentate di renderlo quando più possibile vostro, anche a costo di trasfigurare il pezzo?
Dipende dal brano con cui ci si confronta. Alcuni si prestano ad essere totalmente rimodellati o stravolti, altri funzionano già benissimo come sono ed è sufficiente aggiungere il proprio tocco e la propria sensibilità nell’interpretarlo. La cover di Bolan era stata realizzata per un doppio tributo Bowie / Bolan. “Child Star” l’abbiamo completamente riarrangiata pur con tutto il rispetto e l’amore che nutriamo per questo grandissimo artista. Di Bowie registrammo “Rock’N’Roll Suicide”, che invece abbiamo mantenuto quasi fedele all’originale. A noi comunque piace ogni tanto suonare e registrare cover… troviamo sia una sfida stimolante.

Una delle altre cover che avete realizzato  in questi anni è quella di “Rainbow Demon” degli Uriah Heep, proprio qualche giorno fa è venuto a mancare un artista immenso, Ken Hensley. Secondo voi con la morte dei grandi si sta chiudendo definitivamente una pagina della storia del rock oppure c’è un filo conduttore, magari nascosto nell’evoluzione sonora, che non porterà mai alla fine di un certo tipo di rock?
In quello che ho detto prima credo di aver già risposto alla domanda. La morte di Ken Hensley è stata una notizia devastante. La sua musica ha avuto un’enorme importanza nella nostra vita, se penso a quante volte ho cantato i suoi brani, a quanto mi hanno accompagnato in tanti momenti fondamentali della mia esistenza. Inutile negare l’enorme debito musicale che abbiamo nei confronti degli Uriah Heep. Di spalla ad Hensley abbiamo poi tenuto il nostro primo concerto a nome Witchwood… si può dire che ci abbia battezzato. Sicuramente con la morte di questi artisti se ne va un mondo e un modo di vivere la musica unico, credo sia veramente la fine di un’epoca. M è anche giusto e naturale che sia così. Fa parte dell’ordine delle cose. La strada ora va tracciata da altri, non dico da noi che ormai non siamo più certo dei ragazzini, e non so sinceramente come e se il rock proseguirà o evolverà, non ho purtroppo la verità in tasca. Ma mi auguro che la scintilla di rivelazione che lo anima da sempre non si spenga mai neanche nelle generazioni future.

Mr.Jack – La lunga strada del rock and roll

Un vulcanico Mr. Jack ci ha parlato della sua ultima opera, “Long Road” (Wanikiya Record). Un vero fiume in piena, straripante ed esuberante come su disco.

Ciao Salvatore, o preferisci che ti chiami Mr.Jack?
Ciao carissimo! Grazie mille innanzitutto per il tuo invito e per la tua ospitalità all’interno del tuo progetto che davvero ammiro e che da molto spazio alla musica! Mah, guarda, è indifferente, in campo artistico Mr.Jack, ma se mi chiami Salvatore mi girerò ugualmente per strada, anche se, non lo usano molti: ormai Jack è diventato il mio nuovo nome ufficiale.

Ti ringrazio e rilancio: è possibile scindere Salvatore da Mr.Jack?
Ma sì, dai! Quando dormo c’è il Salvatore tranquillo e beato, appena sveglio, compare Mr.Jack e non c’è n’è per nessuno! Scherzo, sono un semplice appassionato di musica, che oltre all’amore, è riuscito a farlo diventare un vero e proprio lavoro. e di questo ne sono davvero felicissimo!

Gettiamoci a capofitto su “Long Road”, che mi racconti del tuo disco?
Allora, è sicuramente uno degli album che mi ha dato più soddisfazioni! E’ un disco che parla di me, della mia vita artistica e personale, ricco di ospiti, grandi amici. Davvero un album a cui tengo molto! L’ho prodotto, registrato, mixato, masterizzato, fatto un po’ tutto, ma, appunto, era più che altro creare un qualcosa con le mie possibilità e capacità, e sinceramente, Leggendo e ascoltando i pareri del pubblico, mi è andata abbastanza bene.

Dalle note ho appreso che è stato prodotto in collaborazione Metal Shock Finlandia, Metal in Italy e Italia di Metallo! Come sono nati questi connubi e come si sono estrinsecati?
Sì, è stato bellissimo! Diciamo che è stato più che altro un modo per ringraziarli per tutto il loro supporto! Siamo grandi amici e hanno (con felicità) voluto collaborare per l’uscita del disco! E’ stato davvero un bel gesto da parte loro che non dimenticherò facilmente.

Il disco ospita un numero incredibile di artisti italiani di spessore, potresti presentarli velocemente?
Sì, sono uno più straordinario dell’altro e non finirò mai di ringraziarli! Ecco chi cono i miei amici di avventura: Mistheria (tastierista di Bruce Dickinson degli Iron Maiden ed ideatore del fantastico progetto “Vivaldi Metal Project” ), Freddy Delirio (Death SS – Freddy Delirio and the Phantom – A.R.E.M.), Raffo Raffaele Albanese (From The Depth), Alexander Layer, Edward De Rosa, Mario Zeoli, Steve Volta (Pino Scotto – Perpetual Fire), Marco Angelo, Tomas Valentini (Skanners).

I brani erano già nati prima di individuare l’ospite di riferimento oppure hai scritto le singole canzoni già pensando al collaboratore di turno?
Mah, guarda, man mano che componevo, mi ci immaginavo l’ospite, ma ho dato libero arbitrio sulle composizioni da parte loro, senza scrivere le partiture. E’ stato davvero bello ed emozionante quando arrivavano le loro idee. Sicuramente fantastico, perché abbiamo scritto insieme l’album in questo modo! Ognuno ha detto la sua!

Ovviamente un lavoro del genere richiede una certa versatilità: hai dovuto “sacrificare” qualcosa del tuo stile per far rendere al meglio ognuno degli ospiti?
Sinceramente no! Sono un musicista che è cresciuto con tanti stili e generi musicali e quindi è stato più che un lavoro, uno spasso intersecare tutti questi generi, lavorare con nove special guest, montare tutte le idee ecc. Anzi, sono cresciuto ulteriormente con artista e come persona! Non bisogna mai sentirsi al di sopra degli altri o tanto meno dire “Io sono il migliore”… collaborando con altri e mettendo in pratica le proprie doti (anche sbagliando a volte), ti fa crescere e sinceramente, ti rende anche una persona migliore. Io, dopo questo progetto, mi sento molto più sicuro e voglioso di lavorare sempre con tante persone, per scambiarsi pareri, opinioni e idee lavorative. Sono proprio soddisfatto di aver fatto questa scelta operativa!

Credi che nel disco ci sia un pezzo che raccoglie al proprio interno tutte le sfaccettature del tuo Io artistico?
Certo! Nel brano che da il titolo al disco. “Long Road” è un brano che parla di tutta la mia vita, racconta il mio “IO” artistico e personale, e lascia spazio al significato del titolo, perché appunto la mia lunga strada non è finita, anzi, il mio viaggio inizia ora e spero di camminare sempre di più nella mia vita, nel mio lavoro e di darmi la forza e volontà di comporre sempre nuove emozioni per chi mi segue e mi ascolta.

“Long Road” è uscito per la tua etichetta personale, Wanikiya Record: oggi, in questo mercato già deficitario prima della mazzata Covid 19,  chi se la passa peggio il musicista o il discografico?
Mah, secondo me entrambi, nel senso che per un etichetta, vendere è sempre difficile, specialmente in questo periodo che di lavoro c’è n’è poco e purtroppo, la gente si lamenta un po’ in tutti i settori. Si spinge molto (a mio parere) sugli uffici stampa, per divulgare quantomeno il prodotto e far ascoltare i nuovi progetti musicali a quanta più gente possibile. E a sua volta anche l’artista, senza live e interazione diretta con il pubblico, ha sempre più difficoltà a portare il proprio progetto di persona a chi lo vorrebbe ascoltare. E’ un bruttissimo periodo, che ha permeato di negatività a tutto il mondo lavorativo, non solo musicale. Speriamo davvero che passi al più presto!

Hai intenzione di portare, quando ci sarà una piena ripresa dei live, il disco dal vivo? E lo farai singolarmente o cercherai di coinvolgere qualcuno degli ospiti?
Guarda, sarebbe bellissimo esibirsi con tutta la squadra! Purtroppo ognuno ha i propri impegni ed è giustissimo! Ho avuto alcune occasione per eseguire il disco dal vivo con gli accompagnamenti portati su supporti fisici e io che arricchivo il tutto con la chitarra e voce, creando il più possibile quell’effetto dell’essere insieme. E’ andata anche bene sinceramente, però sarebbe davvero fantastico esibirsi tutti insieme! Mai dire mai però!

E’ tutto, grazie!
Grazie a te per questa fantastica chiacchierata, che mi ha fatto davvero molto piacere! Sei una persona molto professionale e gentilissima! Ringrazio tutti i lettori e, come sempre, vorrei rivolgermi ai ragazzi che vorrebbero intraprendere questa strada lavorativa: se avete un sogno, inseguitelo! Sarà dura sicuramente! Ma combattendo e credendo in voi stessi, raggiungerete grandi risultati! Non mollate mai! Mando un mega saluto a tutti e ancora grazie mille! Rock On Friends!

Chris Catena – Il rituale del rock

Chris Catena è tornato con un disco solista con “valore aggiunto”, come lo definisce lui. Il perché di questo bizzarro appellativo va ritrovato nel grosso supporto a livello compositivo ricevuto dall’ex Overdrive Janne Stark Ma non solo, sull’album poi compare anche una pletora di ospiti che ha contribuito alla riuscita di “Truth in Unity”, disco che scalderà i cuori e le orecchie degli amanti dell’hard rock.

Ciao Chris, il tuo nuovo album esce a nome Chris Catena’S Rock City Tribe, quindi non lo dobbiamo considerare un tuo disco solista ma un qualcosa di diverso?
In realtà, nasce come mio nuovo disco solista ma con un valore aggiunto, una più intensa collaborazione a livello compositivo con Janne Stark che mi ha supportato nel songwriting e, in alcune occasioni, ha scritto per me delle piccole gemme di hard rock che ho poi reso – con l’arrangiamento o la scelta dei musicisti o la produzione – più vicine al mio stile o alla mia visione d’insieme del progetto.

Vuoi presentare ai nostri lettori, allora, l’altro motore di questo progetto, Janne Stark?
Janne è un grandissimo chitarrista svedese che nei primi anni 80 ha militato in una delle band seminali del metal scandinavo, gli Overdrive, per poi far parte di altre formazioni come Locomotive Breath, Costancia, Mountain of Power, Grand Design. Ci siamo conosciuti dopo l’uscita del mio primo album “Freak Out”, una sorta di padre spirituale di “Truth in Unity” per stile e processo concettuale. A Janne piacque molto il disco e mi scrisse per complimentarsi, e per me fu una piacevole sorpresa scoprire che lui aveva suonato negli Overdrive, band di cui possedevo gelosamente i primi due album. Di lì lo invitai a scrivere per me “Freedom Bound”, song che poi sarebbe diventata la opener  del mio secondo album “Discovery”. Da quel momento abbiamo collaborato in molte altre occasioni come due dischi dei Mountain of Power, concerti in Svezia e in Messico etc.

Il disco ospita un numero incredibile di artisti di spessore, potresti presentarli velocemente?
Sono davvero troppi per presentarli velocemente, ci vuole un libro. Posso citarne qualcuno includendo le band di militanza storica e questo parla da sé: Bobby Kimball (Toto), Scotti Hill (Skid Row), Troy Lucketta (Tesla), Chuck Wright (Quiet Riot), James LoMenzo (White Lion, Ozzy Osbourne), Bumblefoot (Guns’n’Roses), Oz Fox (Stryper), Kee Marcello (Europe), Joel Hoeckstra (Whitesnake, Cher), Tracii Guns (LA Guns) e tantissimi altri

Anche in passato hai collaborato con grandi nomi, non hai paura che il ricorso a questi prestigiosi personaggi possa in qualche modo distrarre l’attenzione da te?
Forse è meglio! A parte gli scherzi, con la paura si rischia di fare scelte di cui ci si può pentire. Valutiamo anche la regola contraria, ossia essere associato a tante eccellenze potrebbe far parlare di me, non pensi? 

Qual è il brano dell’album che ha dato più filo da torcere per la sua realizzazione?
“Riding the Freebird Highway” di sicuro! Undici minuti di musica per un brano molto dinamico che cresce per esplodere sul finale in cavalcate dal sapore southern con intrecci di chitarre che si rincorrono come fossero duellanti impazziti! E’ stato un lavoraccio riuscire a editare e rendere gli assoli abbastanza armoniosi e fornire a questi il giusto tappeto sonoro con un drumming tellurico.

Credi che possa essere individuata una canzone che al proprio interno sintetizzi tutte le diverse anime stilistiche di questo lavoro di per sé molto vario?
Per me “Angel City” potrebbe risultare il giusto biglietto da visita perché è un brano con tanto groove, un refrain molto orecchiabile, grandi assoli di chitarra e una batteria potente. Per questo è stato scelto come brano apripista e primo singolo.

Hai sempre riscosso un grande successo in Giappone, hai avuto modo di esibirti nel Paese del sol Levante?
No, ma sarebbe molto bello suonare in quello che io considero un mondo a sé con una cultura molto interessante e un popolo che ha un grandissimo rispetto e ammirazione per la musica occidentale.

Qual è l’attuale stato di salute del rock, soprattutto quello di più duro, da quelle parti ma anche da noi in Europa?
Forse in Giappone come appena accennato, c’è’ una vera e propria venerazione per il rock e metal che giunge da fuori. Amici mi hanno raccontato di aver suonato a Tokio e di essere stati trattati come fossero star da milioni di dischi venduti. Il rispetto verso il musicista e la musica che produce è qualcosa che dà grande soddisfazione a chi la realizza. In Europa c’è, a mio parere, più superficialità, non fraintendermi, questo dipende anche dai luoghi, dalle tendenze, dal mercato (sempre più in crisi) ed infine dalla modalità di fruizione della musica! Le nuove generazioni preferiscono la musica on the go, le playlist di Spotify o altre piattaforme digitali con un suono inferiore a quello del cd o del vinile. Non si soffermano a leggere le note di copertina del booklet di un album. Non acquistano più i dischi e, hanno accesso a tutto, ad una infinità di album o band. Per questo non “sanno più ascoltare”, non fermano il loro focus su un album intero, lasciandolo decantare con più  ascolti. Oggi è tutto veloce, ma per questo i fratelli maggiori, i padri o i nonni possono svolgere un’ottima funzione educativa nel cercare di interagire con i giovani per far sì che possano scoprire quanto di buono la cultura musicale, quella con la C maiuscola, ha prodotto nel corso degli anni.

Vorrei farti una domanda che esula dalla promozione di “Truth In Unity”: tra le tue varie collaborazioni c’è quella con il Rovescio della Medaglia, uno dei miei gruppi italiani preferiti di sempre. Che ricordi hai delle registrazioni di “Tribal Domestic”?
E’ stato un periodo molto interessante, ma anche abbastanza insolito. Enzo Vita (chitarrista e fondatore della band) è una persona dalla grande creatività ed un musicista molto dotato, ma anche un artista vero e quindi un po’ bizzarro nel senso buono del termine. Voglio bene ad Enzo e gli sono grato per avermi coinvolto nella realizzazione di questo album uscito per Sony/Cramps. Ho partecipato in modo molto attivo alla creazione di “Tribal Domestic”, un disco difficile, coraggioso, compositivamente brillante. Andammo anche a Los Angeles a missare alcune canzoni da Fabrizio Grossi e lì abbiamo anche girato il videoclip per il brano “L’origine”. Secondo me il risultato finale è ottimo e la suite che da il titolo all’album penso abbia dei momenti davvero impressionanti a livello compositivo. Non so cosa sia successo dopo l’uscita del disco, mi aspettavo una promozione diversa. Forse è anche colpa mia: i brani non erano scritti per la mia tessitura. Sono un cantante blues e non è mio stile dovermi arrampicare sempre su alte vette, preferisco partire dal basso per poi fare dei salti di tono. Avrei preferito poter dire la mia ma non è facile quando si ha a che fare con una personalità molto forte come quella del Maestro Enzo.

Road Syndacate – Fumo sulla strada

Buona serata da Mirella, anche oggi diamo voce ai musicisti validi che popolano la scena musicale italiana, questa è la volta dei Road Syndacate, autori del nuovo album “Smoke”. Con noi (Fabio Lanciotti – chitarre) e (Lorenzo Cortoni – voce).

Ciao Mirella, grazie dell’opportunità! Anzitutto un grande abbraccio a tutti gli ascoltatori ed i lettori di Overthewall!

Un progetto musicale sorto dall’unione di quattro musicisti già affermati e attivi nella scena musicale italiana: cme nascono i Road Syndacate?
(Fabio) I Road Syndicate nascono in modo del tutto naturale. Noi ci conosciamo da più di vent’anni e, nel tempo, abbiamo coltivato una stima e una simpatia reciproca che è sfociata presto in ottime amicizie, al punto che da anni dividiamo un box adibito a saletta prove! Abbiamo sempre avuto modo di collaborare e lavorare insieme, ma mai come team autonomo. Spesso il lavoro da session man, di arrangiatore o di performer, non ci dava i tempi per realizzare qualcosa di nostro. Un paio di anni fa, io con Cristiano ed Emiliano, si è iniziato a scrivere del materiale originale, pubblicando un singolo, in italiano, e avevamo capito di aver bisogno di un songwriter e cantante padrone della lingua inglese, con un forte timbro blues: insomma cercavamo proprio Lorenzo! Lui, nel frattempo, aveva ricominciato a scrivere brani e ci ha contattato per mettere in piedi il suo repertorio. Da cosa nasce cosa: a quel punto abbiamo capito che era giunto il tempo di lavorare insieme. Finalmente! Con la stabilità, le famiglie ed i figli cresciuti, e la maturità acquisita sono venuti fuori i Road Syndicate.

Vogliamo rinfrescare la memoria ai nostri ascoltatori e parlare delle vostre esperienze musicali precedenti alla band?
(Lorenzo) Siamo tutti musicisti che calcano i palchi italiani da un bel po’ di tempo, io ho suonato con varie band che andavano dal rock al blues, con big band rhythm ‘n’ blues come Jonny and the Gozzillas, collaborando anche con il trombonista dei blues Brothers, Tom Malone. Emiliano Laglia (basso) ha suonato anche lui con vari musicisti anche a livello europeo come Aibhill Striga, Anno Mundi, e, soprattutto, Max Smeraldi (storico chitarrista, tra gli altri, di Malgioglio e del Banco). Stessa cosa dicasi per Cristiano Ruggiero (batteria) che ha suonato con band come Post Scriptum, Cosmofrog, Graal. Chi ha il nome più “pesante”, probabilmente, è Fabio Lanciotti (chitarra) che oltre ad essere un produttore di una certa fama, ha collaborato con Enrico Capuano, Balletto di Bronzo, Alice Pelle e Banco del Mutuo Soccorso.

“Smoke”, il vostro album di debutto, è stato pubblicato quest’anno. Quanto è durata la gestazione di questo lavoro discografico?
(Fabio) Tecnicamente è stata una gestazione brevissima!Con una sola estate di prove e registrazioni, a settembre del 2018, avevamo già, in mano, l’ossatura del disco! Avevamo realizzato anche una buonissima pre-produzione, molto simile a come il disco è poi uscito fuori: la differenza è solo nella qualità della registrazione perché quello era un demo realizzato in sala prove con i software di un piccolo portatile e una Virtual Drum. Per il resto, le differenze tra disco e demo risiedono solo nelle modifiche di qualche frase, di qualche solo di chitarra e qualche svisata di basso. Abbiamo lavorato sodo ma con l’entusiasmo dei ventenni! Anche il disco, dopo una stagione intensa di live, sia acustici che elettrici, è stato realizzato in pochissimo tempo. Abbiamo registrato le backing track dal vivo, durante un weekend, e poi è bastata una settimana, tra sovraincisioni, missaggi e mastering. Venerdì 24 Gennaio Alberto Longhi, il nostro fonico, ha piazzato i microfoni nella grande sala del Pensagramma Recording Studio e Martedì 4 Febbraio Emiliano Rubbi, un grande amico ma soprattutto un produttore di enorme spessore, ci ha consegnato il master finale! Il 16 Febbraio avevamo in mano le prime copie del CD mentre lo suonavamo interamente sul palco del Kill Joy, che è il nostro Home Club, a Roma! Ci siamo voluti concentrare solo ed esclusivamente sul disco, per dieci giorni, prendendo ferie e riposi! E questa è stata una cosa buona, la scelta giusta! Noi avevamo ipotizzato di realizzare l’album intorno a settembre/ottobre del 2020 ma la risposta del pubblico e dei promoter, alle nostre prime uscite, è stata così entusiasta e calorosa, da spingerci ad anticipare la pubblicazione a Febbraio. Ed è stato un colpo di fortuna perché abbiamo potuto affrontare l’emergenza Covid con un disco e dei video in circolazione!

Come nasce un brano dei Road Syndacate? I pezzi di “Smoke” erano già in un cassetto ad aspettare o sono venuti fuori dopo la formazione della band?
(Fabio) La realtà è che molte idee erano già nei rispettivi cassetti, da anni, soprattutto nel mio e in quello di Lorenzo! “Silent Scream” e “Driftin”, ad esempio, fanno parte di quel lotto di brani completamente scritti da Lorenzo! Perciò a noi è toccato solo di suonarle secondo la nostra sensibilità. Per altre canzoni, invece, c’è stato un lavoro di squadra, come per “Out Of My Head”, dove la band, nella sua totalità, è stata fondamentale. Mentre un brano come “Voodoo Queen” è l’esempio calzante di come funzioniamo come coppia compositiva, io e Lorenzo: lui aveva questo ottimo testo steso sopra una bellissima melodia che si sono sposati perfettamente con un mio brano che era rimasto strumentale per diversi anni! “Smoke”, “Getaway2, “Why” e “Not Coming Back” sono lavori a quattro mani, lasciati poi alla sensibilità della band. Quindi si può dire che “Smoke” è il punto di svolta personale di ognuno di noi perché abbiamo messo, nero su bianco, le idee migliori che avevamo covato per almeno un decennio. Fare questo disco è stato facile perché avevamo cassetti pieni di idee da proporre l’uno all’altro e dovevano solo scegliere quali fossero quelle buone e quelle da scartare! Il problema, quindi, sarà che per il prossimo disco dovremo lavorare molto più sodo. E abbiamo approfittato dello stop a concerti, dovuto all’emergenza Covid, per iniziare a scrivere!

Siete una band che suona rock ‘n roll e come tale penso che il palco sia per voi la dimensione ideale. Come state vivendo le restrizioni imposte dal dopo lockdown e come vi state attrezzando?
(Lorenzo) Diciamo che non siamo stati con le mani in mano, come hai detto siamo “animali da palco” e la musica della band ci mancava molto durante il lockdown. Ma ci siamo dati da fare: ci siamo organizzati per “suonare a distanza” e abbiamo tirato fuori anche del materiale nuovo! Uno dei brani che abbiamo realizzato è “The Road”, molto autobiografica circa la vita di una rock band, di cui abbiamo fatto un video e che sarà la “Title-Track” del prossimo album.

“Not Coming Back” è uno dei video che avete pubblicato sul vostro sito, ci saranno altre novità sul web che vi riguarderanno?
(Lorenzo) Sì, stiamo lavorando ad un nuovo video, la maggior parte delle riprese è già stata fatta e a breve vedrete il video di “Driftin”. Sarà una bella fotografia di come noi siamo sul palco, davanti al pubblico. Così come il video precedente, Not Coming Back, era un reportage fedele delle registrazioni di SMOKE.

Dove i nostri ascoltatori possono seguirvi?
(Lorenzo) Ovviamente sul sito www.roadsyndicate.it come su tutti i social e sulle varie piattaforme digitali potete ascoltare il nostro primo album “Smoke”.

Grazie di essere stati con noi…
Grazie a voi e a te, Mirella!

Trascrizione dell’intervista rilasciata a Mirella Catena nel corso della puntata del 5 ottobre 2020 di Overthewall. Ascolta qui l’audio completo: