The Last Sound Revelation – Voci nascoste

Ospiti di Mirella Catena ad Overthewall i The Last Sound Revelation, autori dell’EP “Hidden Voices” (Spliptrick Records).

Ci parlate della genesi della band?
Il progetto nasce nel 2005 da un’idea del bassista Niccolò e del chitarrista Francesco e del nostro amico Mario batterista, che salutiamo. Venivamo tutti da progetti più canonici e volevamo puntare a qualcosa di diverso, di innovativo e sperimentale. Purtroppo Mario si è spostato a Dublino per questioni lavorative ed il progetto è andato in standby fino al 2013/2014 anno in cui abbiamo deciso di riprenderlo in mano. Abbiamo provato vari batteristi fino ad approdare a Tiziano, con il quale ci siamo trovati fin da subito, dalla prima prova c’è stato feeling, alchimia ed immediatezza nel rapporto interpersonale. Per un paio di anni circa siamo andati avanti come power trio poi abbiamo deciso di inserire una seconda chitarra e dopo varie prove con altri chitarristi, sono entrati a far parte del progetto Fabio e Daniele (tastiere) fino al 2018 con i quali registrammo il nostro primo promo “Far Away the End” e facemmo il nostro debutto live al Dissesto. Per visioni contrastanti sul futuro e lo sviluppo del progetto hanno abbandonato il gruppo. Gennaio 2018 subentra Max, amico da anni di Tiziano, col quale il cerchio si chiude. Anche con Max troviamo un feeling particolare sin da subito ed un’alchimia compositiva perfetta. Si instaura fra noi in pochissimo tempo un rapporto meraviglioso, grazie al quale riusciamo a chiudere e registrare il nostro primo EP “Hidden Voices”.

The Last Sound Revelation, ossial’ultima rivelazione sonora: qual è il significato che attribuite al nome della band?
L’idea del nome è venuta a Francesco e Niccolò ed era di discostarci dallo standard del gruppo e dai cliché dei nomi e che mettesse in risalto il concept del nostro progetto che vuole il suono come strumento rivelatore di sensazioni ed emozioni e come linguaggio alternativo alle immagini o al testo (notare il nostro logo che esaspera la stilizzazione del nome della band in favore di una simbologia dal sapore arcaico nel momento in cui lettere T, L e R diventano, quasi come geroglifici, ┌,└ e ┌ e universale laddove la S, nella sua forma braille, sottolinea la potenza evocativa della musica). Come se l’ascoltatore attraverso il nostro “veicolo” intraprendesse un percorso totalmente interiore e privato che lo conduce alla rivelazione dell ultimo suono, che in realtà si spiega da solo, perché la musica si completa da sola.

Il suono come strumento rivelatore di sensazioni ed emozioni e come linguaggio alternativo alle immagini o al testo: ci spiegate il perché di questa scelta?
Provenendo tutti da progetti “canonici”, sentivamo la necessità di fare qualcosa che ci rendesse liberi da qualsiasi regola, imposizione o costrizione sia in fase creativa ed evolutiva dei brani sia in fase esecutiva. Stessa cosa volevamo per tutti i nostri futuri ascoltatori e fruitori (cosa che inevitabilmente un testo ed una voce in qualche modo ti obbliga). Vogliamo fornire appunto uno strumento, un veicolo ma lasciamo poi a chi ascolta la rotta da seguire ed il percorso interiore da fare senza nessun tipo ti indicazione. Anche la scelta compositiva è quella di creare qualcosa che sia fruibile da un pubblico più ambio ed eterogeneo possibile.

Parliamo dell’album “Hidden Voices”: ogni brano racchiude una storia evocata dai suoni. Come create le composizioni e da dove traete ispirazione?
L’ispirazione e l’idea di partenza arriva sempre da tutti e quattro e sicuramente è figlia delle nostre esperienze di vita (risvolti psicologici, gioie, dolori, problemi e chi più ne ha, più ne metta). Si parte da un’idea di base che propone uno di noi e si crea spesso improvvisando al box per poi aggiungere, strutturare, definire e rifinire i brani. Quando siamo insieme al box diamo il massimo dell’estro creativo, proprio grazie all’alchimia che si crea tra noi mentre suoniamo, ci intendiamo con uno sguardo ed ognuno conosce l’altro sapendo dove andrà e cosa suonerà… spesso la definiamo magia!

C’è un sogno che vorreste realizzare con la musica?
Il nostro sogno è che la nostra musica arrivi a chiunque in tutto il mondo e, perché no, si riesca a suonarla in palchi enormi davanti a migliaia di persone. I live ci mancano come l’aria ed il palco è il nostro elemento naturale nel quale esprimiamo tutto il nostro potenziale e sfoderiamo tutta la potenza evocativa della nostra musica “Rivelando l’ultimo Suono”.

State già lavorando ad un nuovo album?
Abbiamo un singolo già pronto che doveva essere pubblicato a Giugno del 2020 e supportato da un tour, tutto rimandato causa Covid. Abbiamo già completato la composizione di quasi tutti i brani del nuovo album, sempre Covid permettendo, dovremmo completare le registrazioni e pubblicarlo entro la fine del 2021.

Dove possono seguirvi i nostri ascoltatori?
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Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 18 gennaio 2020:

Foto originale di copertina di Giampiero Rinaldi

Ruxt – Labyrinth of pain

Neanche la pandemia ha fermato i Ruxt: il gruppo genovese da quando è stato fondato ha rilasciato dischi al ritmo di quasi uno all’anno. Il 2020 è stato contrassegnato dall’uscita di “Labyrinth of Pain” (Diamonds Prod. \ Nadir Promotion), che propone la consueta qualità sonora e una ghiotta novità: il nuovo cantante K-Cool.

Benvenuto Stefano (Galleano, chitarra), immagino che tra le poche cose positive di questo 2020, per voi ci sia la consapevolezza di aver pubblicato un ottimo disco, “Labyrinth of Pain”. Come mai un titolo così oscuro?
Nei nostri dischi abbiamo sempre cercato di trattare temi di un certo tipo. A volte decisamente introspettivi, altre volte di denuncia. L’album ha preso il titolo dal nostro singolo, un brano che tratta il tema del bullismo. Argomento forse scontato ma che non fa mai male menzionare quando è possibile. Abbiamo denunciato questa problematica attraverso un videoclip piuttosto esplicito. Abbiamo evidenziato che può sempre esistere una via di uscita dall’ inferno in cui può precipitare un ragazzo se il problema viene condiviso con genitori, professori ed insegnanti. Il simbolo del labirinto a rafforzare metaforicamente il significato di quanto un ragazzo possa perdersi nei meandri del dolore, dell’angoscia e della solitudine, da cui però può venire fuori attraverso il coraggio della denuncia.

La band è di relativa recente formazione, dato che è nata nel 2016. In questo lasso di tempo avete pubblicato quattro album, precisamente nel 2016, 2017, 2019 e 2020. Un ritmo non facile da sostenere, come alimentate la vostra vena creativa?
Mi rendo conto non sia facile mantenere un ritmo di questo tipo. Tuttavia, la vena creativa non è mai mancata e ritengo che nel tempo abbiamo mantenuto una certa qualità e abbiamo migliorato decisamente il nostro songwriting. Mentre nei primi due dischi sono stato l’unico firmatario dei brani, negli ultimi due ho condiviso alcuni pezzi con l’altro chitarrista Andrea Raffaele proprio per dare un po’ di respiro agli album ed alleggerirli in alcuni tratti. Penso che alla lunga la scrittura di una singola persona possa sentirsi e da qui la necessità di allargare il songwriting ad altri. Gli arrangiamenti sono sempre fatti insieme con Steve Vawamas ed in questo caso anche con il nuovo cantante K-Cool. Oserei direi che abbiamo materiale per altri quattro/5cinque dischi senza alcun problema e non a discapito della qualità.

La scelta di pubblicare un disco quasi ogni anno va in controtendenza rispetto ai dettami dell’odierno mercato discografico, che tende a privilegiare il singolo brano all’album. Questa scelta di continuare alla vecchia maniera è più di natura istintiva o è un rischio ponderato?
Capisco. Siamo in controtendenza rispetto a molte cose. Tutti i membri della band sono cresciuti nei periodi in cui esistevano vinili e poi CD e chiaramente allontanarsi dal concetto di album diventa difficile. Crediamo, finché esiste creatività, che sia sempre piacevole per un ascoltatore immergersi nell’ascolto di un CD intero con brani che hanno varie sfumature proprio per percepire il senso della band, il senso dei brani e di quello che vogliamo veramente dire. Oggi in effetti va di moda il singolo con video e stop. Una pennellata buttata lì su una tela bianca. Io prediligo ancora un dipinto con tanti colori che rappresenti per intero il significato dei Ruxt e di quello che vogliono comunicare. Certamente sono ben conscio che in pochi ascolteranno attentamente l’intero album e che gli ascolti saranno forse distratti, ma preferisco pubblicare materiale e metterlo a disposizione piuttosto che preservarlo non si sa per quali tempi e audience.

“Labyrinth of Pain” segna l’ingresso del nuovo cantante K-Cool, ti va di presentarlo ai nostri lettori?
Certamente, con molto piacere. Si tratta di un cantante con un background decisamente heavy metal che nel tempo ha abbandonato l’approccio ‘metallaro’ alla musica per dedicarsi ad altri generi, forse più pop. Ho sentito una sua performance in duetto con chitarre acustiche ed ho capito che la sua voce avrebbe potuto essere messa al servizio dei Ruxt, in un certo modo cambiando completamente il sound del gruppo. Abituati alla voce di Matteo Bernardi non potevamo certo scegliere un cantante con stile simile che avrebbe solo potuto imitare Matt. Ho cosi pensato di rivoluzionare il tutto e di proporre a K-Cool di entrare a far parte di Ruxt. All’inizio devo dire che lo stesso K-Cool era dubbioso sulla riuscita dell’esperimento, ma abbiamo comunque provato e quello che sentite è il risultato!

I brani sono nati quando Matt Bernardi era ancora con voi o successivamente all’ingresso di K-Cool? Nel caso fossero stati scritti prima, sono stati modificati per adeguarli allo stile del nuovo cantante?
I brani non solo erano stati scritti per Matteo Bernardi ma erano già stati cantati da lui. Purtroppo, dopo aver completato le registrazioni, Matt ha deciso di lasciare la band. A quel punto avevo due opzioni: far uscire l’album con un cantante che già aveva abbandonato oppure trovare un voce nuova che potesse ricantare il disco e soprattutto re-interpretarlo a modo suo. Abbiamo prima provato un paio di pezzi con K-Cool e, quando ho capito che forse poteva funzionare, abbiamo ricantato tutto l’album. Non abbiamo avuto il tempo di modificare i brani per la voce di K-Cool. Abbiamo deciso di cambiare solo le parti vocali ed il risultato è stato soddisfacente. Certamente ci sarà qualcuno che farà raffronti, ma questi fanno parte del gioco.

Nella tracklist, in terza posizione, troviamo “November Rain”, brano che riporta alla mente la hit dei Guns. Come mai avete scelto di chiamare così il pezzo, nonostante l’illustre predecessore?
Non esiste alcuna relazione tra i due brani e non volevo dedicare nulla ai Guns. Diciamo che si tratta di una coincidenza. Il brano è nato come se si trattasse di una poesia in cui vengono evidenziate percezioni visive e olfattive (l’odore della pioggia, la nebbia, i colori dell’autunno) che si ripresentano nello stesso periodo dell’anno, novembre, facendo rivivere le sensazioni di una relazione finita.

Il disco si chiude con uno strumentale, “Butterflies”: che significato ha questo pezzo posto nel finale?
Come abbiamo riportato sul retro della copertina del CD: “siamo fragili ed effimeri proprio come le farfalle. Passiamo attraverso fasi difficili per crescere e diventare adulti, cambiamo forma, ma siamo sempre noi, che voliamo in giro mostrando i nostri colori. Non possiamo permetterci di sprecare tempo, viviamo la vita al massimo perché in un batter d’occhio la nostra alba si trasformerà in crepuscolo’’. Semplicemente ho metaforicamente messo in musica il concetto di nascita, crescita ed invecchiamento fino alla morte. E quanto sia breve ed effimero questo passaggio. Questo è il senso di “Butterflies”. Avrebbe potuto essere posto in una qualsiasi posizione del CD. Semplicemente per il fatto che è piuttosto lungo, ho preferito metterlo alla fine. Una sorta dedica mia a chi ha avuto la voglia di ascoltarsi tutto il CD.

Quale è stato il brano che vi ha creato più difficoltà durante la scrittura e quale invece quello su cui all’inizio non puntavate e che, a giochi fatti, invece è uscito meglio di ogni più rosea previsione?
Puntavo molto su “Labyrinth of Pain’’ ed in effetti, nonostante alcune perplessità iniziali, si è rivelato essere un buon brano ed è stato scelto come primo singolo anche per l’importanza del tema trattato. “Simply Strangers’’ era un altro pezzo a me molto caro, ma non sono certo che sia uscito proprio come lo avevo immaginato. Tuttavia, resta una buona canzone. Lo strumentale è stata una scommessa. Avevo ben in mente che cosa volevo dire e trasmettere ed ho provato. Strada facendo, confortato anche dal parere di Steve e di K-Cool, ho capito che poteva essere un bel pezzo strumentale e che anche se un po’ lungo poteva effettivamente trasmettere delle emozioni.

Alla ripresa dell’attività live, riproporrete fedelmente i nuovi pezzi sul palco oppure opterete per nuovi arrangiamenti?
Assolutamente, cercheremo di riproporre i pezzi come sono stati registrati così come abbiamo sempre fatto. Non abusiamo mai nelle registrazioni di suoni che poi non possiamo riproporre dal vivo. Siamo abbastanza vintage e reali da evitare basi o quant’altro. Più che altro speriamo vivamente di poter tornare a suonare dal vivo al più presto.

E’ tutto, grazie
Grazie a voi per l’opportunità. Colgo l’occasione per ringraziare i compagni di band per il lavoro che abbiamo fatto in così poco tempo. Ringrazio oltremodo tre ospiti che hanno suonato nel disco: Stefano Molinari alle tastiere, Francesco Russo alla chitarra e Marco Biggi alla batteria in due pezzi. Vorrei ricordare inoltre che il disco è stato questa volta registrato, mixato e masterizzato allo studio di Steve Vawamas: Steve Vawamas Studio.

Witchwood – L’inverno sta arrivando

Tra i dischi più attesi di questi ultimi mesi del 2020 c’è sicuramente “Before the Winter” (Jolly Roger Records) dei Witchwood. Ne abbiamo approfondito i contenuti con il cantante e chitarrista Ricky Dal Pane.

Benvenuto su Il Raglio del Mulo, Ricky. Il nuovo album si intitola “Before the Winter”, quell’inverno lo dobbiamo intendere in senso metaforico? E sì, a quale inverno ci stiamo approcciando?
Ciao a tutti, è un piacere rispondere alle vostre domande. Assolutamente in senso metaforico. L’inverno a cui fa riferimento il titolo è l’argomento che lega quasi tutti i brani dell’album è una metafora della depressione, come fosse un inverno dell’anima appunto. Uno stato di morte e vuoto apparente per alcuni perché in realtà la vita, sotto la morsa del gelo, continua il suo corso… ma come se fosse sospesa, nascosta a chi non sa più percepirne la bellezza. Ho provato a dare varie chiavi di lettura per questa situazione – così difficile e sottovalutata e interpretata a volte da alcuni solo come un futile capriccio o nulla più – partendo da quello che succede precedentemente e dalle situazioni differenti che possono portare a trovarsi soffocati in questa morsa.

Il disco era già pronto da un po’ ed è stato rimandato per la pandemia, oppure è nato proprio nei funesti giorni del primo lockdown?
Il disco era già pronto prima della pandemia. Tra composizione e produzione, ci ha tenuti impegnati circa due anni, principalmente 2018/19. In accordo con la nostra etichetta, e vista l’impossibilità di supportarlo con un’adeguata promozione causa la difficile situazione, abbiamo deciso di posticiparne l’uscita fino ad oggi. Ora ci ritroviamo praticamente nella stessa situazione ma non potevamo più attendere, anche perché sinceramente volevamo vedere uscire l’album e iniziare a raccogliere tutti i vari feedback. Tenerlo in un cassetto è stata una vera tortura.

Il nuovo chitarrista, Antonino Stella, ha partecipato in maniera attiva alla scrittura del disco?
Bè, definirlo nuovo è un po’ eccessivo, Antonino è entrato nei Witchwood da ormai cinque anni ed ha inciso con noi l’EP “Handful Of Stars”, potremmo definirlo comunque ancora l’ultimo arrivato ah ah. Tornando alla domanda, i brani vengono principalmente scritti da me, spesso sulla chitarra acustica. Poi vengono elaborati ed arrangiati da tutta la band, e qui  l’apporto di ciascuno è fondamentale per definire il risultato finale ed ottenere quello che è a tutti gli effetti il nostro sound.

Come è cambiato, se è cambiato, il bilanciamento dei diversi strumenti rispetto all’esordio. La vostra proposta è arricchita dalle chitarre, dalle tastiere e del flauto, il loro bilanciamento è rimasto immutato nel tempo? Io ho avuto l’impressione, per esempio, di un maggiore spazio lasciato alle tastiere in questo nuovo lavoro.
Sicuramente e volutamente abbiamo cercato di conferire un’aspetto differente e più ricco di sfumature  al nostro sound aggiungendo molte più parti di synth, rhodes ecc. I nostri brani sono ricchi di arrangiamenti, a volte anche decisamente complessi ma cerchiamo comunque di mettere sempre ogni strumento al servizio degli stessi. In questo senso, stavolta abbiamo posto molta più cura cercando di suonare meno prolissi e più efficaci che in passato, non obbligandoci ad inserire forzatamente in ogni canzone un assolo od un determinato strumento, se questo ci sembrava superfluo in quel contesto. Inoltre, abbiamo dato volutamente un respiro diverso al suono delle chitarre cercando di creare suoni dinamici prima che potenti e fini a se stessi.

In passato avete dimostrato una certa versatilità stilistica, tant’è che alcuni parlano di voi come band hard rock, altri come progressive, alcuni folk e vi siete esibiti al Malta Doom Festival. Credete che questa difficile catalogazione del vostro sound sia stata confermata dal nuovo disco?
Sì, sappiamo che definirci chiaramente è un problema per molti ah ah. Quando mi viene fatto notare, io rispondo sempre che è il più bel complimento che si possa fare alla nostra musica. In questi anni ci hanno accostato praticamente a tutto, a volte ci hanno detto che siamo derivativi ma senza poi riuscire chiaramente a definire derivativi da chi. Abbiamo tante influenze, come credo chiunque imbracci uno strumento e come ogni band anche di successo di questo pianeta. Ma abbiamo sempre cercato principalmente di scrivere buone canzoni, fregandocene se suonavano troppo in una maniera o in un’altra o se dovessero rientrare in un sound specifico a tutti i costi. Credo che si dovrebbe dare meno peso alle etichette e più alla qualità e personalità di una proposta. Proseguendo il nostro cammino musicale, poi siamo anche maturati e ci siamo staccati anche da molti dei cliché del genere. E sono fermamente convinto, a costo di sembrare arrogante o presuntuoso, che nel nostro nuovo album di personalità ce ne sia da vendere. Sicuramente, mi sento di poter affermare che non siamo certo i cloni di nessuno e che ascoltando questi brani la nostra personalità emerga decisamente e chiaramente.

Più genericamente siete inseriti nel calderone del retro-rock, fenomeno che in un certo momento pareva pronto ad esplodere grazie al successo di band come Graveyard, Kadavar, Bigelf, Blood Cerimony e Rival Son, giusto per citarne alcune. Oggi quell’onda sembra che sia si arrestata, un bene o un male? Ci perde il movimento, che ritorna nell’underground, oppure può essere un valido filtro per lasciare in evidenza solo le entità migliori?
Credo, e lo avevo già detto spesso in passato, che tutto funzioni inevitabilmente a cicli, specialmente il recupero di certe sonorità. Soprattutto negli ultimi due decenni è tutto un susseguirsi di correnti e generi che tornano regolarmente alla ribalta. Questo sicuramente comporta aspetti positivi e negativi. Tutta l’attenzione avuta negli ultimi anni per, se vogliamo chiamarlo così, il retro rock ha sicuramente puntato i riflettori su formazioni come la nostra che però non suonano certo da poco tempo. Alcuni di noi suonavano insieme già 25 anni fa e dal vivo proponevano cover come “Gipsy” degli Uriah Heep, che suoniamo ancora regolarmente anche coi Witchwood. Questo per dire che l’unica cosa realmente cambiata per noi negli ultimi anni è stato l’interesse verso quello che facciamo, ma questo non ci ha influenzati nelle nostre scelte stilistiche che hanno un’origine che viene da lontano. Sicuramente c’è stato un numero spropositato di band, anche giovani, che si sono lanciate su questo trend saturando il mercato all’inverosimile. Il tempo poi darà ragione a chi veramente avrà avuto qualcosa in più di valido da dire. Comunque, credo anche che tutto questo valga per tutti i generi, negli ultimi anni c’è stato un ritorno massiccio di band che suonano metal classico, thrash, doom ecc. Sinceramente però non capisco perché solo quelle che si rifanno ai 70 vengano viste negativamente perché recuperano sonorità retro o datate. Cos’è, un gruppo che suona come gli Anthrax al giorno d’oggi è per caso moderno o attuale?

C’è possibilità di innovare il rock classico senza snaturarlo?
Più che innovazione, che è una parola un po’ fuori contesto applicata al concetto di classico, c’è evoluzione quando pur suonando cose già fatte in precedenza emerge la personalità della band che in quel momento suona, filtrando il tutto con le sue esperienze, e che crea così un connubio tra passato e presente. Molti oggi ripropongono, a volte anche con bravura, in maniera pedissequa le caratteristiche di certi gruppi… e a molta gente piace. Io preferisco magari ascoltare e percepire da dove arriva il suono di una band e cogliere come loro hanno filtrato queste influenze, cosa che poi succedeva anche nei 70, se pensi a come allora gruppi divenuti leggendari o fondamentali riproponevano quello che avevano ascoltato precedentemente dai loro maestri ma in una chiave diversa e personale.

Quali sono gli elementi di novità che vi contraddistinguono rispetto ai gruppi che vi hanno ispirato?
Questo non so dirtelo, forse può essere percepito meglio dall’esterno. Ma  riallacciandomi al discorso precedente posso provare a risponderti la nostra personalità, che deriva dalle nostre esperienze di vita e con cui filtriamo quello che sentiamo e suoniamo.

Sul disco, nella versione in vinile, è presente anche la cover di “Child Star” di Marc Bolan, quando vi approcciate ai brani altrui cercate di mantenere una certa coerenza con l’originale o tentate di renderlo quando più possibile vostro, anche a costo di trasfigurare il pezzo?
Dipende dal brano con cui ci si confronta. Alcuni si prestano ad essere totalmente rimodellati o stravolti, altri funzionano già benissimo come sono ed è sufficiente aggiungere il proprio tocco e la propria sensibilità nell’interpretarlo. La cover di Bolan era stata realizzata per un doppio tributo Bowie / Bolan. “Child Star” l’abbiamo completamente riarrangiata pur con tutto il rispetto e l’amore che nutriamo per questo grandissimo artista. Di Bowie registrammo “Rock’N’Roll Suicide”, che invece abbiamo mantenuto quasi fedele all’originale. A noi comunque piace ogni tanto suonare e registrare cover… troviamo sia una sfida stimolante.

Una delle altre cover che avete realizzato  in questi anni è quella di “Rainbow Demon” degli Uriah Heep, proprio qualche giorno fa è venuto a mancare un artista immenso, Ken Hensley. Secondo voi con la morte dei grandi si sta chiudendo definitivamente una pagina della storia del rock oppure c’è un filo conduttore, magari nascosto nell’evoluzione sonora, che non porterà mai alla fine di un certo tipo di rock?
In quello che ho detto prima credo di aver già risposto alla domanda. La morte di Ken Hensley è stata una notizia devastante. La sua musica ha avuto un’enorme importanza nella nostra vita, se penso a quante volte ho cantato i suoi brani, a quanto mi hanno accompagnato in tanti momenti fondamentali della mia esistenza. Inutile negare l’enorme debito musicale che abbiamo nei confronti degli Uriah Heep. Di spalla ad Hensley abbiamo poi tenuto il nostro primo concerto a nome Witchwood… si può dire che ci abbia battezzato. Sicuramente con la morte di questi artisti se ne va un mondo e un modo di vivere la musica unico, credo sia veramente la fine di un’epoca. M è anche giusto e naturale che sia così. Fa parte dell’ordine delle cose. La strada ora va tracciata da altri, non dico da noi che ormai non siamo più certo dei ragazzini, e non so sinceramente come e se il rock proseguirà o evolverà, non ho purtroppo la verità in tasca. Ma mi auguro che la scintilla di rivelazione che lo anima da sempre non si spenga mai neanche nelle generazioni future.

Mr.Jack – La lunga strada del rock and roll

Un vulcanico Mr. Jack ci ha parlato della sua ultima opera, “Long Road” (Wanikiya Record). Un vero fiume in piena, straripante ed esuberante come su disco.

Ciao Salvatore, o preferisci che ti chiami Mr.Jack?
Ciao carissimo! Grazie mille innanzitutto per il tuo invito e per la tua ospitalità all’interno del tuo progetto che davvero ammiro e che da molto spazio alla musica! Mah, guarda, è indifferente, in campo artistico Mr.Jack, ma se mi chiami Salvatore mi girerò ugualmente per strada, anche se, non lo usano molti: ormai Jack è diventato il mio nuovo nome ufficiale.

Ti ringrazio e rilancio: è possibile scindere Salvatore da Mr.Jack?
Ma sì, dai! Quando dormo c’è il Salvatore tranquillo e beato, appena sveglio, compare Mr.Jack e non c’è n’è per nessuno! Scherzo, sono un semplice appassionato di musica, che oltre all’amore, è riuscito a farlo diventare un vero e proprio lavoro. e di questo ne sono davvero felicissimo!

Gettiamoci a capofitto su “Long Road”, che mi racconti del tuo disco?
Allora, è sicuramente uno degli album che mi ha dato più soddisfazioni! E’ un disco che parla di me, della mia vita artistica e personale, ricco di ospiti, grandi amici. Davvero un album a cui tengo molto! L’ho prodotto, registrato, mixato, masterizzato, fatto un po’ tutto, ma, appunto, era più che altro creare un qualcosa con le mie possibilità e capacità, e sinceramente, Leggendo e ascoltando i pareri del pubblico, mi è andata abbastanza bene.

Dalle note ho appreso che è stato prodotto in collaborazione Metal Shock Finlandia, Metal in Italy e Italia di Metallo! Come sono nati questi connubi e come si sono estrinsecati?
Sì, è stato bellissimo! Diciamo che è stato più che altro un modo per ringraziarli per tutto il loro supporto! Siamo grandi amici e hanno (con felicità) voluto collaborare per l’uscita del disco! E’ stato davvero un bel gesto da parte loro che non dimenticherò facilmente.

Il disco ospita un numero incredibile di artisti italiani di spessore, potresti presentarli velocemente?
Sì, sono uno più straordinario dell’altro e non finirò mai di ringraziarli! Ecco chi cono i miei amici di avventura: Mistheria (tastierista di Bruce Dickinson degli Iron Maiden ed ideatore del fantastico progetto “Vivaldi Metal Project” ), Freddy Delirio (Death SS – Freddy Delirio and the Phantom – A.R.E.M.), Raffo Raffaele Albanese (From The Depth), Alexander Layer, Edward De Rosa, Mario Zeoli, Steve Volta (Pino Scotto – Perpetual Fire), Marco Angelo, Tomas Valentini (Skanners).

I brani erano già nati prima di individuare l’ospite di riferimento oppure hai scritto le singole canzoni già pensando al collaboratore di turno?
Mah, guarda, man mano che componevo, mi ci immaginavo l’ospite, ma ho dato libero arbitrio sulle composizioni da parte loro, senza scrivere le partiture. E’ stato davvero bello ed emozionante quando arrivavano le loro idee. Sicuramente fantastico, perché abbiamo scritto insieme l’album in questo modo! Ognuno ha detto la sua!

Ovviamente un lavoro del genere richiede una certa versatilità: hai dovuto “sacrificare” qualcosa del tuo stile per far rendere al meglio ognuno degli ospiti?
Sinceramente no! Sono un musicista che è cresciuto con tanti stili e generi musicali e quindi è stato più che un lavoro, uno spasso intersecare tutti questi generi, lavorare con nove special guest, montare tutte le idee ecc. Anzi, sono cresciuto ulteriormente con artista e come persona! Non bisogna mai sentirsi al di sopra degli altri o tanto meno dire “Io sono il migliore”… collaborando con altri e mettendo in pratica le proprie doti (anche sbagliando a volte), ti fa crescere e sinceramente, ti rende anche una persona migliore. Io, dopo questo progetto, mi sento molto più sicuro e voglioso di lavorare sempre con tante persone, per scambiarsi pareri, opinioni e idee lavorative. Sono proprio soddisfatto di aver fatto questa scelta operativa!

Credi che nel disco ci sia un pezzo che raccoglie al proprio interno tutte le sfaccettature del tuo Io artistico?
Certo! Nel brano che da il titolo al disco. “Long Road” è un brano che parla di tutta la mia vita, racconta il mio “IO” artistico e personale, e lascia spazio al significato del titolo, perché appunto la mia lunga strada non è finita, anzi, il mio viaggio inizia ora e spero di camminare sempre di più nella mia vita, nel mio lavoro e di darmi la forza e volontà di comporre sempre nuove emozioni per chi mi segue e mi ascolta.

“Long Road” è uscito per la tua etichetta personale, Wanikiya Record: oggi, in questo mercato già deficitario prima della mazzata Covid 19,  chi se la passa peggio il musicista o il discografico?
Mah, secondo me entrambi, nel senso che per un etichetta, vendere è sempre difficile, specialmente in questo periodo che di lavoro c’è n’è poco e purtroppo, la gente si lamenta un po’ in tutti i settori. Si spinge molto (a mio parere) sugli uffici stampa, per divulgare quantomeno il prodotto e far ascoltare i nuovi progetti musicali a quanta più gente possibile. E a sua volta anche l’artista, senza live e interazione diretta con il pubblico, ha sempre più difficoltà a portare il proprio progetto di persona a chi lo vorrebbe ascoltare. E’ un bruttissimo periodo, che ha permeato di negatività a tutto il mondo lavorativo, non solo musicale. Speriamo davvero che passi al più presto!

Hai intenzione di portare, quando ci sarà una piena ripresa dei live, il disco dal vivo? E lo farai singolarmente o cercherai di coinvolgere qualcuno degli ospiti?
Guarda, sarebbe bellissimo esibirsi con tutta la squadra! Purtroppo ognuno ha i propri impegni ed è giustissimo! Ho avuto alcune occasione per eseguire il disco dal vivo con gli accompagnamenti portati su supporti fisici e io che arricchivo il tutto con la chitarra e voce, creando il più possibile quell’effetto dell’essere insieme. E’ andata anche bene sinceramente, però sarebbe davvero fantastico esibirsi tutti insieme! Mai dire mai però!

E’ tutto, grazie!
Grazie a te per questa fantastica chiacchierata, che mi ha fatto davvero molto piacere! Sei una persona molto professionale e gentilissima! Ringrazio tutti i lettori e, come sempre, vorrei rivolgermi ai ragazzi che vorrebbero intraprendere questa strada lavorativa: se avete un sogno, inseguitelo! Sarà dura sicuramente! Ma combattendo e credendo in voi stessi, raggiungerete grandi risultati! Non mollate mai! Mando un mega saluto a tutti e ancora grazie mille! Rock On Friends!

Chris Catena – Il rituale del rock

Chris Catena è tornato con un disco solista con “valore aggiunto”, come lo definisce lui. Il perché di questo bizzarro appellativo va ritrovato nel grosso supporto a livello compositivo ricevuto dall’ex Overdrive Janne Stark Ma non solo, sull’album poi compare anche una pletora di ospiti che ha contribuito alla riuscita di “Truth in Unity”, disco che scalderà i cuori e le orecchie degli amanti dell’hard rock.

Ciao Chris, il tuo nuovo album esce a nome Chris Catena’S Rock City Tribe, quindi non lo dobbiamo considerare un tuo disco solista ma un qualcosa di diverso?
In realtà, nasce come mio nuovo disco solista ma con un valore aggiunto, una più intensa collaborazione a livello compositivo con Janne Stark che mi ha supportato nel songwriting e, in alcune occasioni, ha scritto per me delle piccole gemme di hard rock che ho poi reso – con l’arrangiamento o la scelta dei musicisti o la produzione – più vicine al mio stile o alla mia visione d’insieme del progetto.

Vuoi presentare ai nostri lettori, allora, l’altro motore di questo progetto, Janne Stark?
Janne è un grandissimo chitarrista svedese che nei primi anni 80 ha militato in una delle band seminali del metal scandinavo, gli Overdrive, per poi far parte di altre formazioni come Locomotive Breath, Costancia, Mountain of Power, Grand Design. Ci siamo conosciuti dopo l’uscita del mio primo album “Freak Out”, una sorta di padre spirituale di “Truth in Unity” per stile e processo concettuale. A Janne piacque molto il disco e mi scrisse per complimentarsi, e per me fu una piacevole sorpresa scoprire che lui aveva suonato negli Overdrive, band di cui possedevo gelosamente i primi due album. Di lì lo invitai a scrivere per me “Freedom Bound”, song che poi sarebbe diventata la opener  del mio secondo album “Discovery”. Da quel momento abbiamo collaborato in molte altre occasioni come due dischi dei Mountain of Power, concerti in Svezia e in Messico etc.

Il disco ospita un numero incredibile di artisti di spessore, potresti presentarli velocemente?
Sono davvero troppi per presentarli velocemente, ci vuole un libro. Posso citarne qualcuno includendo le band di militanza storica e questo parla da sé: Bobby Kimball (Toto), Scotti Hill (Skid Row), Troy Lucketta (Tesla), Chuck Wright (Quiet Riot), James LoMenzo (White Lion, Ozzy Osbourne), Bumblefoot (Guns’n’Roses), Oz Fox (Stryper), Kee Marcello (Europe), Joel Hoeckstra (Whitesnake, Cher), Tracii Guns (LA Guns) e tantissimi altri

Anche in passato hai collaborato con grandi nomi, non hai paura che il ricorso a questi prestigiosi personaggi possa in qualche modo distrarre l’attenzione da te?
Forse è meglio! A parte gli scherzi, con la paura si rischia di fare scelte di cui ci si può pentire. Valutiamo anche la regola contraria, ossia essere associato a tante eccellenze potrebbe far parlare di me, non pensi? 

Qual è il brano dell’album che ha dato più filo da torcere per la sua realizzazione?
“Riding the Freebird Highway” di sicuro! Undici minuti di musica per un brano molto dinamico che cresce per esplodere sul finale in cavalcate dal sapore southern con intrecci di chitarre che si rincorrono come fossero duellanti impazziti! E’ stato un lavoraccio riuscire a editare e rendere gli assoli abbastanza armoniosi e fornire a questi il giusto tappeto sonoro con un drumming tellurico.

Credi che possa essere individuata una canzone che al proprio interno sintetizzi tutte le diverse anime stilistiche di questo lavoro di per sé molto vario?
Per me “Angel City” potrebbe risultare il giusto biglietto da visita perché è un brano con tanto groove, un refrain molto orecchiabile, grandi assoli di chitarra e una batteria potente. Per questo è stato scelto come brano apripista e primo singolo.

Hai sempre riscosso un grande successo in Giappone, hai avuto modo di esibirti nel Paese del sol Levante?
No, ma sarebbe molto bello suonare in quello che io considero un mondo a sé con una cultura molto interessante e un popolo che ha un grandissimo rispetto e ammirazione per la musica occidentale.

Qual è l’attuale stato di salute del rock, soprattutto quello di più duro, da quelle parti ma anche da noi in Europa?
Forse in Giappone come appena accennato, c’è’ una vera e propria venerazione per il rock e metal che giunge da fuori. Amici mi hanno raccontato di aver suonato a Tokio e di essere stati trattati come fossero star da milioni di dischi venduti. Il rispetto verso il musicista e la musica che produce è qualcosa che dà grande soddisfazione a chi la realizza. In Europa c’è, a mio parere, più superficialità, non fraintendermi, questo dipende anche dai luoghi, dalle tendenze, dal mercato (sempre più in crisi) ed infine dalla modalità di fruizione della musica! Le nuove generazioni preferiscono la musica on the go, le playlist di Spotify o altre piattaforme digitali con un suono inferiore a quello del cd o del vinile. Non si soffermano a leggere le note di copertina del booklet di un album. Non acquistano più i dischi e, hanno accesso a tutto, ad una infinità di album o band. Per questo non “sanno più ascoltare”, non fermano il loro focus su un album intero, lasciandolo decantare con più  ascolti. Oggi è tutto veloce, ma per questo i fratelli maggiori, i padri o i nonni possono svolgere un’ottima funzione educativa nel cercare di interagire con i giovani per far sì che possano scoprire quanto di buono la cultura musicale, quella con la C maiuscola, ha prodotto nel corso degli anni.

Vorrei farti una domanda che esula dalla promozione di “Truth In Unity”: tra le tue varie collaborazioni c’è quella con il Rovescio della Medaglia, uno dei miei gruppi italiani preferiti di sempre. Che ricordi hai delle registrazioni di “Tribal Domestic”?
E’ stato un periodo molto interessante, ma anche abbastanza insolito. Enzo Vita (chitarrista e fondatore della band) è una persona dalla grande creatività ed un musicista molto dotato, ma anche un artista vero e quindi un po’ bizzarro nel senso buono del termine. Voglio bene ad Enzo e gli sono grato per avermi coinvolto nella realizzazione di questo album uscito per Sony/Cramps. Ho partecipato in modo molto attivo alla creazione di “Tribal Domestic”, un disco difficile, coraggioso, compositivamente brillante. Andammo anche a Los Angeles a missare alcune canzoni da Fabrizio Grossi e lì abbiamo anche girato il videoclip per il brano “L’origine”. Secondo me il risultato finale è ottimo e la suite che da il titolo all’album penso abbia dei momenti davvero impressionanti a livello compositivo. Non so cosa sia successo dopo l’uscita del disco, mi aspettavo una promozione diversa. Forse è anche colpa mia: i brani non erano scritti per la mia tessitura. Sono un cantante blues e non è mio stile dovermi arrampicare sempre su alte vette, preferisco partire dal basso per poi fare dei salti di tono. Avrei preferito poter dire la mia ma non è facile quando si ha a che fare con una personalità molto forte come quella del Maestro Enzo.

Road Syndacate – Fumo sulla strada

Buona serata da Mirella, anche oggi diamo voce ai musicisti validi che popolano la scena musicale italiana, questa è la volta dei Road Syndacate, autori del nuovo album “Smoke”. Con noi (Fabio Lanciotti – chitarre) e (Lorenzo Cortoni – voce).

Ciao Mirella, grazie dell’opportunità! Anzitutto un grande abbraccio a tutti gli ascoltatori ed i lettori di Overthewall!

Un progetto musicale sorto dall’unione di quattro musicisti già affermati e attivi nella scena musicale italiana: cme nascono i Road Syndacate?
(Fabio) I Road Syndicate nascono in modo del tutto naturale. Noi ci conosciamo da più di vent’anni e, nel tempo, abbiamo coltivato una stima e una simpatia reciproca che è sfociata presto in ottime amicizie, al punto che da anni dividiamo un box adibito a saletta prove! Abbiamo sempre avuto modo di collaborare e lavorare insieme, ma mai come team autonomo. Spesso il lavoro da session man, di arrangiatore o di performer, non ci dava i tempi per realizzare qualcosa di nostro. Un paio di anni fa, io con Cristiano ed Emiliano, si è iniziato a scrivere del materiale originale, pubblicando un singolo, in italiano, e avevamo capito di aver bisogno di un songwriter e cantante padrone della lingua inglese, con un forte timbro blues: insomma cercavamo proprio Lorenzo! Lui, nel frattempo, aveva ricominciato a scrivere brani e ci ha contattato per mettere in piedi il suo repertorio. Da cosa nasce cosa: a quel punto abbiamo capito che era giunto il tempo di lavorare insieme. Finalmente! Con la stabilità, le famiglie ed i figli cresciuti, e la maturità acquisita sono venuti fuori i Road Syndicate.

Vogliamo rinfrescare la memoria ai nostri ascoltatori e parlare delle vostre esperienze musicali precedenti alla band?
(Lorenzo) Siamo tutti musicisti che calcano i palchi italiani da un bel po’ di tempo, io ho suonato con varie band che andavano dal rock al blues, con big band rhythm ‘n’ blues come Jonny and the Gozzillas, collaborando anche con il trombonista dei blues Brothers, Tom Malone. Emiliano Laglia (basso) ha suonato anche lui con vari musicisti anche a livello europeo come Aibhill Striga, Anno Mundi, e, soprattutto, Max Smeraldi (storico chitarrista, tra gli altri, di Malgioglio e del Banco). Stessa cosa dicasi per Cristiano Ruggiero (batteria) che ha suonato con band come Post Scriptum, Cosmofrog, Graal. Chi ha il nome più “pesante”, probabilmente, è Fabio Lanciotti (chitarra) che oltre ad essere un produttore di una certa fama, ha collaborato con Enrico Capuano, Balletto di Bronzo, Alice Pelle e Banco del Mutuo Soccorso.

“Smoke”, il vostro album di debutto, è stato pubblicato quest’anno. Quanto è durata la gestazione di questo lavoro discografico?
(Fabio) Tecnicamente è stata una gestazione brevissima!Con una sola estate di prove e registrazioni, a settembre del 2018, avevamo già, in mano, l’ossatura del disco! Avevamo realizzato anche una buonissima pre-produzione, molto simile a come il disco è poi uscito fuori: la differenza è solo nella qualità della registrazione perché quello era un demo realizzato in sala prove con i software di un piccolo portatile e una Virtual Drum. Per il resto, le differenze tra disco e demo risiedono solo nelle modifiche di qualche frase, di qualche solo di chitarra e qualche svisata di basso. Abbiamo lavorato sodo ma con l’entusiasmo dei ventenni! Anche il disco, dopo una stagione intensa di live, sia acustici che elettrici, è stato realizzato in pochissimo tempo. Abbiamo registrato le backing track dal vivo, durante un weekend, e poi è bastata una settimana, tra sovraincisioni, missaggi e mastering. Venerdì 24 Gennaio Alberto Longhi, il nostro fonico, ha piazzato i microfoni nella grande sala del Pensagramma Recording Studio e Martedì 4 Febbraio Emiliano Rubbi, un grande amico ma soprattutto un produttore di enorme spessore, ci ha consegnato il master finale! Il 16 Febbraio avevamo in mano le prime copie del CD mentre lo suonavamo interamente sul palco del Kill Joy, che è il nostro Home Club, a Roma! Ci siamo voluti concentrare solo ed esclusivamente sul disco, per dieci giorni, prendendo ferie e riposi! E questa è stata una cosa buona, la scelta giusta! Noi avevamo ipotizzato di realizzare l’album intorno a settembre/ottobre del 2020 ma la risposta del pubblico e dei promoter, alle nostre prime uscite, è stata così entusiasta e calorosa, da spingerci ad anticipare la pubblicazione a Febbraio. Ed è stato un colpo di fortuna perché abbiamo potuto affrontare l’emergenza Covid con un disco e dei video in circolazione!

Come nasce un brano dei Road Syndacate? I pezzi di “Smoke” erano già in un cassetto ad aspettare o sono venuti fuori dopo la formazione della band?
(Fabio) La realtà è che molte idee erano già nei rispettivi cassetti, da anni, soprattutto nel mio e in quello di Lorenzo! “Silent Scream” e “Driftin”, ad esempio, fanno parte di quel lotto di brani completamente scritti da Lorenzo! Perciò a noi è toccato solo di suonarle secondo la nostra sensibilità. Per altre canzoni, invece, c’è stato un lavoro di squadra, come per “Out Of My Head”, dove la band, nella sua totalità, è stata fondamentale. Mentre un brano come “Voodoo Queen” è l’esempio calzante di come funzioniamo come coppia compositiva, io e Lorenzo: lui aveva questo ottimo testo steso sopra una bellissima melodia che si sono sposati perfettamente con un mio brano che era rimasto strumentale per diversi anni! “Smoke”, “Getaway2, “Why” e “Not Coming Back” sono lavori a quattro mani, lasciati poi alla sensibilità della band. Quindi si può dire che “Smoke” è il punto di svolta personale di ognuno di noi perché abbiamo messo, nero su bianco, le idee migliori che avevamo covato per almeno un decennio. Fare questo disco è stato facile perché avevamo cassetti pieni di idee da proporre l’uno all’altro e dovevano solo scegliere quali fossero quelle buone e quelle da scartare! Il problema, quindi, sarà che per il prossimo disco dovremo lavorare molto più sodo. E abbiamo approfittato dello stop a concerti, dovuto all’emergenza Covid, per iniziare a scrivere!

Siete una band che suona rock ‘n roll e come tale penso che il palco sia per voi la dimensione ideale. Come state vivendo le restrizioni imposte dal dopo lockdown e come vi state attrezzando?
(Lorenzo) Diciamo che non siamo stati con le mani in mano, come hai detto siamo “animali da palco” e la musica della band ci mancava molto durante il lockdown. Ma ci siamo dati da fare: ci siamo organizzati per “suonare a distanza” e abbiamo tirato fuori anche del materiale nuovo! Uno dei brani che abbiamo realizzato è “The Road”, molto autobiografica circa la vita di una rock band, di cui abbiamo fatto un video e che sarà la “Title-Track” del prossimo album.

“Not Coming Back” è uno dei video che avete pubblicato sul vostro sito, ci saranno altre novità sul web che vi riguarderanno?
(Lorenzo) Sì, stiamo lavorando ad un nuovo video, la maggior parte delle riprese è già stata fatta e a breve vedrete il video di “Driftin”. Sarà una bella fotografia di come noi siamo sul palco, davanti al pubblico. Così come il video precedente, Not Coming Back, era un reportage fedele delle registrazioni di SMOKE.

Dove i nostri ascoltatori possono seguirvi?
(Lorenzo) Ovviamente sul sito www.roadsyndicate.it come su tutti i social e sulle varie piattaforme digitali potete ascoltare il nostro primo album “Smoke”.

Grazie di essere stati con noi…
Grazie a voi e a te, Mirella!

Trascrizione dell’intervista rilasciata a Mirella Catena nel corso della puntata del 5 ottobre 2020 di Overthewall. Ascolta qui l’audio completo:

Alex Panigada – Vietato guardarsi indietro

Ospite ad Overthewall, Alex Panigada, autore con il chitarrista Steve Volta dell’album “Don’t Look Back”.

Benvenuto su Overthewall Alex! Cantante, autore, scrittore, sono solo alcune delle attività che ti vedono protagonista, anche se oggi sei qui per presentare la tua nuova uscita discografica, firmata da te e da Steve Volta,grandissimo chitarrista italiano. Ci parli di questo nuovo progetto musicale?
Ciao Mirella, grazie a te per l’invito e per lo spazio che ci stai dedicando. Diciamo che “Don’t Look Back” è un album che dovrebbe piacere a tutti gli amanti dell’Hard Rock vecchia scuola. Quello anni ’80/’90 per intenderci, che poi sono stati gli anni della formazione musicale sia mia che di Steve. Dopo tanti anni di mia inattività il richiamo della musica si è fatto sentire, anche se in realtà non mi aveva mai abbandonato. Ho quindi deciso di mettermi a scrivere questi dieci pezzi. Un giorno, parlando del più e del meno, li feci sentire a Steve… e da quel momento è nato tutto! Per il momento l’album è uscito in vendita in formato digitale solo su iTunes e su Amazon, ma prossimamente sarà disponibile anche su altre piattaforme.

Oltre a Steve Volta molti altri artisti sono presenti in “Don’t Look Back”, come sono nate queste collaborazioni?
La cosa è stata molto bella e divertente. Appena si è saputo nell’ambiente che stavamo lavorando a un nuovo album, ci sono arrivate un sacco di richieste da amici musicisti: chi voleva fare un assolo, chi un coro, chi voleva suonare questo, chi voleva fare quello… Alla fine abbiamo scelto un gruppo ristretto di amici ma soprattutto validi musicisti. Non potevamo di certo fare un album con 300 persone! E’ per questo motivo che l’album è firmato Alex Panigada-Steve Volta and Brothers In Rock, che non sono altro che tutti i “fratelli” che hanno collaborato al progetto. Alla batteria abbiamo avuto Federico Ria, un metronomo vivente, il mitico Frank Kopo ha suonato il basso in otto pezzi su dieci. Anna Portalupi, altra grande bassista ormai riconosciuta a livello internazionale, ha suonato in altri due brani. Il maestro Jhonny Pozzi ha suonato pianoforte e tastiere nelle due ballad. Silvia Monti, oltre ad occuparsi di tutti i testi, ha fatto i cori in un paio di canzoni. Sarah Zambon, oltre ai cori, ha duettato con me nel brano “Love Is a Lie”, e Cris Vazza a fatto i cori in “Idol (Another Rebel Yell)”. Tra l’altro “Idol” è dedicata a un mito della mia adolescenza: Billy Idol! Ora dobbiamo assolutamente trovare il modo di fargli ascoltare il pezzo! Infine non posso fare a meno di ringraziare Salvatore “Mr.Jack” e la sua Wanikiya Record per il suo prezioso aiuto come ufficio stampa. Senza di lui non sarei qui a fare questa intervista. Ormai è anche lui un “Brothers In Rock” a tutti gli effetti!

Oltre al brano che dà il titolo all’album e che abbiamo ascoltato prima della nostra intervista, cosa contiene il disco e com’è è avvenuto il processo di composizione?
Il disco contiene dieci pezzi. Otto dei quali molto grintosi, e due ballad. Devi sapere che sono da dodici anni proprietario della Free Music di Cislago (VA), una grande sala prove musicale che gestisco insieme al mio socio Cristian. Hai presente il proverbio “Il calzolaio va via con le scarpe rotte”? Allo stesso modo mi occupo ogni giorno di seguire e soddisfare le band della nostra sala prove, che non ho più trovato il tempo di tornare a produrre qualcosa per me e seguire le mie esigenze personali. Tempo fa, durante qualche giorno di vacanza al mare in pieno relax, mi sono trovato a scrivere i dieci pezzi che potete ascoltare nell’album. Come ti dicevo prima, un giorno li feci sentire a Steve ai quali sono piaciuti immediatamente, forse perché in parte abbiamo lo stesso background musicale. In men che non si dica Steve ha creato tutti i Riff, ha arrangiato i pezzi, fatto gli assoli, addirittura ha suonato le tastiere in otto pezzi! Si è occupato anche di tutta la registrazione, la produzione e il mixaggio finale. E’ stato davvero fantastico! Alla fine ci siamo trovati in mano questo album, ci siamo guardati e ci siamo detti: “perché no? Facciamolo uscire!”

Purtroppo il problema Covid ci costringe a rinunciare ai concerti e ai live. Oltre al video, adrenalinico, già presente su You Tube, quando i vostri fans potranno godersi un vostro spettacolo dal vivo?
Purtroppo la risposta che mi viene da darti immediatamente è mai! “Don’t Look Back” alla fine è stato un album da studio. Una band vera e propria non esiste. Steve, in primis, è occupato con la sua band di punta i Perpetual Fire e come insostituibile chitarrista di Pino Scotto, e anche tutto il resto dei Brothers in Rock è attivo in tanti altri progetti. Però devo dire che da quando è uscito l’album le richieste di live sono state parecchie, quindi nella vita…mai dire mai!

Sono previste altre interessanti novità? “Don’t Look Back” è stato l’inizio del connubio artistico tra Alex Panigada e Steve Volta? Ci sarà un seguito?
A questa domanda ti rispondo subito di sì! Ma non immaginatevi un altro album sullo stile di “Don’t Look Back”. Ho troppa voglia di tornare a scrivere e cantare in italiano, sono convinto che riesca ad esprimermi al meglio nella nostra lingua madre. Insieme a Steve, stiamo pensando di scrivere un album molto meno rock, con sonorità più acustiche, e naturalmente tutto in italiano. Per quanto mi riguarda, ho già iniziato a mettere giù parecchie idee e quindi si, credo che ascolterete ancora qualcosa mia e di Steve. Mi dispiace per voi!

Dove i nostri ascoltatori possono seguirvi sul web?
Personalmente sono molto attivo sui Social. Potete trovarmi sul mio profilo personale Facebook https://www.facebook.com/alexpanigada e su Instagram instagram.com/alexpanigada
Anche Steve ha il suo profilo personale su Facebook, ed ora cercherò di convincerlo ad aprirsi anche l’account su Instagram. Grazie, Mirella per questa bella intervista e un ringraziamento anche a tutti gli ascoltatori che hanno avuto la pazienza di ascoltarmi fino ad ora!

Trascrizione dell’intervista rilasciata a Mirella Catena nel corso della puntata del 31 Agosto 2020 di Overthewall. Ascolta qui l’audio completo:

Black Widow – Sleeping with the angels

Un Clive Jones senza peli sulla lingua, quello che si è sottoposto al fuoco di fila delle mie domande. L’inglese a ruota libera ha parlato del nuovo album dei suoi Black Widow, dei suoi ex compagni di avventura, dei Black Sabbath, dei Ghost e degli Slipknot. Non ha risparmiato neanche aneddoti curiosi per gli amanti degli autori di “Sacrifice”. Mai in tanti anni di interviste mi era capitato di incrociare una persona così cortese e disponibile.

Ciao Clive, è un vero onore per noi di rawandild.com ospitare un pezzo di storia del rock!
Ciao Giuseppe, per me è molto strano essere qui, dopo ben quaranta anni, a parlare nuovamente dei Black Widow e di un nuovo album.

Appunto quaranta anni: come e quando hai capito che era giunto il momento di scrivere una nuova pagina nella storia dei Black Widow?
Era da un bel po’ che avevo in mente di contattare Geoff per rimettere su il progetto. Fortunatamente anche lui era della stessa idea. Eccoci qui!

Chi ha ascoltato la vostra intera discografia, e non il solo “Sacriface”, sa che ogni album è diverso dal precedente. Quindi non deve sorprendere se “Sleeping With The Demons” non ha nulla in comune con i suoi predecessori e rappresenti lo spirito attuale dei Black Widow. Vorrei però sapere se le canzoni finite nell’album sono state composte nel giro di poco tempo o se rappresentano il frutto di un lavoro svolto nei quaranta anni che separano le vostre ultime due fatiche discografiche.
Tutte le canzoni, a eccezione di “Evil Clock, sono state scritte per “SWTD”. Sia io che Geoff abbiamo composto la maggior parte dei pezzi per conto nostro, ci siamo passati solo alcuni brani perché eravamo convinti che l’altro avrebbe potuto aggiungerci qualcosa di buono. Non volevamo e né potevamo fare un altro “Sacrifice”. Alcune recensioni hanno sottolineato questo aspetto come se fosse una colpa. Questi recensori dimenticano che il nostro primo album è stato per anni ai margini della storia del rock, improvvisamente ora è considerato un disco di culto. Sinceramente io non so più cosa pensare!

L’album si apre con “Hail Satan”, un brano che ho definito una “Come To The Sabbat” in versione Agony Bag. Intendo dire che il misticismo che permeava la vostra vecchia song è stato sostituito con una vena pazza e ironica più vicina alle cose degli Agony Bag. Sei d’accordo con me?
Mi piace da matti sapere che molti critici considerano “Hail Satan” una nuova “Come To The Sabbat”, perché è proprio quello che volevo! Ho sempre pensato che non ci sia mai stata un’altra canzone che suona come “Come to The Sabbat”, per questo ho usato la stessa idea di fondo: i cori iniziali, il flauto e i tamburi in stile giungla. Credo che questo brano sia uno dei migliori dell’album, anche se non mancano di certo i buoni pezzi. Per quanto concerne quel feeling Agony Bag di cui parlavi, credo che sia dovuto soprattutto alla mia voce che da un tocco di pazzia al tutto, è un peccato che “Come To The Sababth” non lo possieda. Comunque “Hail Satan” è sicuramente un pezzo più BW che AB!

Come è nata la collaborazione con Tony Martni, ex singer dei Black Sabbath?
Credo che chiedere a un membro dei Black Sabbath, dopo essere stati dei rivali negli anni 70, di partecipare a un nostro album, sia stata una grande idea. Ho semplicemente contattato Tony e lui ha candidamente ammesso di non sapere nulla di quel periodo delle nostre due band! Comunque ci ha raggiunto con la sua dolcissima moglie, Carol, e noi abbiamo suonato per lui alcuni pezzi. Molti erano già pronti in quel momento, per questo abbiamo lasciato a lui la libertà di scegliere quello da cantare. Lui ha puntato dritto su “Hail Satan” . Poi ci ha dato alcuni consigli sugli arrangiamenti e sull’ordine in cui inserire le canzoni nell’album. In un solo colpo abbiamo trovato una gran voce e un’ottima persona!

Prima accennavi a quella cosa della rivalità tra le due band, per questo molto spesso quando si parla di voi, si tira in ballo il nome dei Black Sabbath. Ti infastidisce la cosa?
No, anzi ne sono fiero! I Black Sabbath hanno avuto un grande successo in quel periodo e sono stati capaci di capitalizzarlo, mentre noi in questo non siamo stati bravi. Ho sempre amato i loro lavori. Anni fa ho suonato con una loro tribute band olandese, abbiamo fatto insieme “Plant Caravan” e “Paranoid”. Potete trovare dei filmati su youtube.

A questo punto non posso non chiederti cosa ne pensi della loro reunion?
Sicuramente una bellissima notizia, non vedo l’ora di ascoltare il loro primo album dopo decenni con la line-up originale. Credo che opteranno per il loro solito stile, ma anche loro, come noi, cercheranno un sound più attuale. Non dimenticare che dopo i primi album, hanno anche sperimentato soluzioni nuove, come in “Techincal Ecstasy”. Bill Ward mi ha mandato un messaggio nel quale mi augurava ogni bene per il nostro nuovo album, questo è comportarsi da professionista. Comunque i BS molto spesso mi contattano, ricordo ancora con piacere i loro auguri in occasione del mio matrimonio. Spero di avere l’opportunità di rivederli nel loro prossimo tour. Buona fortuna ragazzi!

Uno degli apici del disco è “Even the Devil Gets the Blues”, brano che vede come ospite Kay Garret. Come è stato tornare a lavorare con lei? E come mai proprio un blues?
È stato come tornare ai tempi dei Pesky Gee! Siamo sempre rimasti in contatto in questi anni, così le ho chiesto se potesse essere interessata, nonostante lei non entrasse in uno studio di registrazione da un bel po’. Ha una voce straordinaria, peccato che non abbia avuto il successo che meritava. Di certo è stata una fonte di ispirazione per altre cantanti. Non è stato facile trovare un brano adatto per lei, volevo tornare alle sue radici blues mentendo, però con tematiche legate alla magia nera. Ricordo che era molto nervosa e preoccupata prima di entrare in studio, ma alla fine se l’è cavata alla grande. Spero di tornare a lavorare con lei in futuro. Kay non è stata l’unico ex membro dei PG che mi ha aiutato, per esempio Chris Dredge, chitarrista e grande artista, ha fatto un disegno da donare ai fan. In generale sono rimasto in ottimi rapporti con tutti gli ex membri, sfortunatamente loro sono sparsi in giro per il mondo, per questo motivo non è stato possibile lavorare con loro. Inoltre vorrei ringraziare alcuni fan della band che mi hanno dato una mano in questi anni, mi riferisco a Pasi Koivu , che è stato fonte di ispirazione per il brano “Party Time For Demons”, e Sylvie, una fan Canadese, che ha scritto un grande testo per “That’s When Evil Touched Me”. Trovo che sia meraviglioso coinvolgere i fan nella stesura di un album, permettendo loro di entrare in qualche modo nel music business.

Alcuni brani del disco rappresentano un mini-concepet, ti andrebbe di parlarne?
Sono brani scritti da Geoff, per questo non è facilissimo per me parlarne. Posso dirti che è una sorta di “Predatori Dell’Arca Perduta”, con un tocco di magia in più e un alone di ironia. A Geoff è sempre piaciuto, anche nei vecchi album dei BW, scrivere dei brani che seguissero una sorta di canovaccio, io preferisco buttar giù dei pezzi che abbiano un senso individualmente. Posso dirti che ho appena terminato di scrivere un mio musical, “Metal Heart”, ma non è facile in questo periodo portare in scena un’operazione del genere.

Il disco si conclude con “Evil Clock”, una bonus track che riprende in chiave moderna lo stile di Sacrifice. Credi che questo sia il primo passo verso una nuova dimensione sonora della band?
“Evil Clock” è un brano scritto in origine per gli AB. Un nostro fan tedesco, Stephan Bender, conosciuto mentre ero in tour con gli AB, mi chiamò tempo fa per registrare alcune nuove canzoni. Il risultato è l’Ep “Piss Out Your Trash”, disponibile su ITunes. Alcune canzoni sono rimaste fuori dal quel progetto, “Evil Clock” è una di queste. Purtroppo Stephan è passato a miglior vita, per questo io e Geoff abbiamo deciso di rendergli omaggio inserendo questo brano, anche se diverso dall’originale, come bonus track in “SWTD”. Lo so che questa canzone è molto più AB che BW, nonostante ciò un sacco di gente mi ha detto che è il pezzo migliore del disco! In realtà, ognuno mi segnala una propria canzone preferita! Non molte band possono vantarsi di avere un scritto un lavoro con più brani convincenti.

Al vostro successo iniziale hanno contribuito i vostri show dal forte sapore evocativo e provocatorio. Come saranno i concerti dei Black Widow attuali? Credi che sia possibile shoccare e/o stupire il pubblico dei concerti rock nel 2011?
No, non credo che sia possibile farlo oggi. Negli anni 70 siamo stati inseriti nella lista nera di un mucchio di locali! Un sacco di band ora cercano di riproporre quello che noi abbiamo fatto all’epoca. Posso citarti come esempio i Ghost, gruppo che sta ricevendo feedback positivi un po’ ovunque. I loro show colpiscono la fantasia dei più giovani solo perché non hanno mai visto in precedenza qualcosa del genere. La musica è buona, ciò nondimeno se ti presenti su un palco con delle maschere, non puoi tenerle sul viso per tutto lo show. Non riesci a trasmettere la tua personalità all’audience, risultando alla fine una sorta di caricatura nei tuoi costumi da monaco. Credo che lo stesso valga per gli Spipknot, dopo che hanno inizialmente stupito con i loro bei costumi, cosa mi danno per i restanti cinquanta minuti di concerto? Bisogna stare attenti, perché è sottile la linea da oltrepassare prima di trasformarsi nei The Wombles! (un gruppo pop inglese che indossa abiti raffiguranti pupazzi per bambini Ndr) I nuovi Black Widow dimostreranno che la magia nera può essere divertente e recluteranno nuovi giovani fan. Chi ha detto che la magia nera non può essere divertente? Il male vero è tutt’altra cosa…

Sinora ci siamo concentrati sul vostro presente, ti andrebbe di fare una disamina breve sui vostri precedenti album. Ovviamente iniziamo con “Sacrifice”.
Ti dirò tutta la verità su “Sacrifice”! Quell’album fu una grande idea del nostro batterista Clive Box. Jim Gannon, il nostro chitarrista dell’epoca, scrisse un grande storia e alcuni grandi pezzi. Sono deluso della produzione, se ne occupò il figlio del nostro manager mentre pomiciava con due ragazze in cabina di registrazione. C’erano delle imperfezioni, e sono ancora là dopo più di quaranta anni. Però mi piace sapere che oggi è un classico!

Con “Black Widow”, il vostro sound cambia. Come mai?
Il secondo album è stato un fiasco, sempre prodotto dal figlio del manager. Alcuni membri del gruppo, nonostante io e Clive Box fossimo contrari, decisero di eliminare ogni riferimento alla magia nera. Jim e Kip erano convinti di essere loro la band, così ci cacciarono. Salvo poi richiamarci immediatamente! Sono convinto che se avessimo lavorato tutti insieme, le cose sarebbero andate meglio. Tuttavia alcuni di noi erano sicuri di aver ricevuto in esclusiva da Dio il dono della musica. Alcuni pezzi, tipo “Mary Clark” e “Legend of Creation”, sono molto belli. Fu veramente terribile essere nella band in quel periodo, alcuni iniziarono a fare uso di droghe: l’inizio della fine. Questo disco è stato registrato due volte, la prima versione è andata persa (il nostro vero album fantasma). C’hanno detto che il master era completamente inutilizzabile, però la cosa non mi convince! Se fosse vero, come mai la versione primigenia di “Mary Clark” è stata utilizzata dal CBS per l’album Rock Buster? Mi farebbe piacere ritrovare le registrazioni originali.

Black Widow III” mostra un approccio maggiormente progressive. A cosa è dovuto questo mutamento di sound?
Ancora una volta l’album è stato prodotto dal “fattorino”, contro la mia volontà. Ma i due ragazzi (Jim e Kip Ndr) erano convinti di essere i possessori della verità e hanno voluto dire l’ultima parola in merito. La cosa non ha funzionato, sarò onesto: è il nostro peggiore album! Posso anche rivelarti che Geoff aveva scritto alcune belle canzoni, ma era troppo tardi ormai. Quando tutto era pronto, Jim fu buttato fuori dal gruppo. Non ci si poteva presentare dal vivo con lui in quelle condizioni, metteva a repentaglio la nostra reputazione. Dopo un casino in Norvegia, capimmo che con lui era finita. Il periodo senza di Jim fu molto divertente, fu sostituito alla grande da John Culley dei Cressida. Con lui fu molto più facile lavorare.

Black Widow IV” è il vostro disco “fantasma” per antonomasia. Lo consideri un vero e proprio album dei BW o una mera operazione postuma?
Eravamo rimasti senza etichetta e avevamo perso un sacco di opportunità di lavoro. Registrammo questo disco come demo, nella speranza di trovare qualcuno disposto a pubblicarlo. Lo ritengo grandioso, vivevamo un bel periodo. Eravamo appena tornati dal tour italiano in compagnia degli Yes, che ebbero una grande influenza sul songwriting di Geoff. Tutti eravamo entusiasti, tranne Kip che lasciò il gruppo per raggiungere Jim. La loro idea era di portare avanti uno show itinerante di magia negli States. Il progetto fallì miseramente. Abbiamo reclutato così Rick E, l’ex frontman dei Twisted Siter, purtroppo a causa della nostra reputazione macchiata, l’album è uscito solo dopo molto tempo. Il master è rimasto sotto il mio letto per circa dieci anni, l’ho tirato fuori quando un mio amico, che aveva appena aperto la Mystic Records, è impazzito quando ha saputo che avevo un album inedito e il demo originale di “Sacrifice” con Kay alla voce. Così la Mystic ha pubblicato entrambi, il secondo con il titolo di “Return to the Sabbat”.

BW IV” è uscito anche per la Black Widow Record, etichetta italiana che in questi anni ha proposto un vostro album live e un tribute. Cosa ne pensi di questi due lavori?
La BWR mi ha contattato, ho scritto alcune canzoni per loro e ho partecipato come ospite in alcuni dei loro album. Ho fatto, in stile “Come To The Sababt”, per loro anche un’intro da inserire nel tribute album a noi dedicato. Nella tracklist troverai indicato “Intro”, io avevo chiamato il brano “Theme for Abingdonia”, dal nome della strada in cui vivevamo noi BW a Leicester. Il tribute è grandioso, alcune versioni sono completamente differenti dalle nostre!

Questi due ultimi album più la partecipazione in “SWTD” di Paolo Negri, tastierista dei nostri Wicked Minds, sembrerebbero dimostrare un forte legame tra voi e l’Italia…
Sì, Paolo è sempre stato un nostro fan e quando gli ho chiesto se voleva prendere parte al progetto, ha detto subito sì. Abbiamo avuto con noi il miglior tastierista del mondo, questo è fantastico! Inoltre, io ho suonato il flauto sul suo album, “The Great Anything”, così ho restituito il favore! Noi abbiamo moltissimi fan in Italia, in tanti ricordano ancora il nostro tour in compagnia degli Yes nei primi anni 70.

Apro una piccola parentesi da fan: credi che sia possibile in futuro il ritorno degli Agony Bag?
 Gli Agony Bag sono stati un grande divertimento. Si reggevano soprattutto sull’energia espressa dal vivo, come dimostra un video di “Rabies Is A Killer”, risalente al 1980, disponibile su Youtube. Da’ un’occhiata in giro e dimmi, se sei capace, un’altra band che abbia fatto o che fa sesso sul palco! Tu non sai quanto mi rende triste sapere che Geoff, il bassista degli AB, ha un cancro. Clive Box vive in Francia e Bruce, che incontro spesso, non suona più molto. Comunque i nuovi BW sono molto simili agli AB, quindi non tutto è perduto! Ho ancora del materiale pazzesco scritto in quel periodo e un live mal registrato… (E me lo dici così? Ndr)

Ti ringrazio per la tua disponibilità e lascio a te la conclusione di questa lunga chiacchierata…
Ti ringrazio per avermi fatto raccontare la storia dei BW dal mio punto di vista! Vorrei anche dire che abbiamo letto moltissime recensioni positive di “SWTD” e pochissime stroncature. Un ragazzo ha ammesso di averne scritto male solo perché è stato il giornale a chiederglielo… Voglio concludere questa intervista con una notizia negativa, anche se la cosa mi rattrista: mi è stato diagnosticato un cancro, quanto prima sarò operato. Sto rispondendo a questa intervista nel cuore della notte nel tentativo di scacciare via questo pensiero. I vostri auguri saranno tutti graditi. Scrivetemi pure collegandovi al sito http://www.blackwidowrockband.co.uk, cercherò di rispondere a tutti. Un grazie a coloro che ci hanno aiutato in questi anni, io e Geoff vi amiamo! Ah, dimenticavo, dal nostro sito potrete scaricare gratuitamente un singolo, “Christmas Time For Demons”, che abbiamo registrato per puro divertimento!

Black Widow - Sleeping with Demons - Amazon.com Music

Intervista originariamente pubblicata su www.rawandwild.com nel 2011 in occasione dell’uscita di “Sleeping With The Demons 
http://www.rawandwild.com/interviews/2011/int_black_widow.php