Falhena – Il canto della falena

Chi ha seguito le vicende degli Adversam, probabilmente conoscerà già i Falhena, formazione composta per due terzi da musicisti proveniente da quella band (Summum Algor e Katharos). Ma il vero motore del progetto, in quanto compositore e autore dei testi, è Naedracth, ed è proprio con lui che abbiamo parlato del disco di debutto “Insaniam Convertunt”, uscito lo scorso maggio per Hidden Marly.

Ciao Naedracth, qual è il significato simbolico della falena e come questo si sposa con l’etica black metal?
La falena è un animale interessante, vola di notte, e per orientarsi sfrutta il flebile bagliore della luna, vive nell’ombra attratta dalla luce, è una condizione particolare. Da sempre rappresenta il mistero, simbolo di sventura e cattiva sorte, l’ho trovata una cosa adatta a rappresentare la musica che proponiamo.

Attualmente siete un terzetto composto da te e da Summum Algor e Katharos. In particolare, i tuoi compagni provengono dagli Adversam, dobbiamo considerare i Falhena come una prosecuzione di quel progetto?
No, Adversam non centra nulla con Falhena, se non per il fatto che due dei componenti sono presenti in entrambe le band. Nei Falhena io mi occupo della composizione dei brani e dei testi, ho solamente avuto la fortuna di conoscere dapprima Summum Algor, che accettò di suonare con me negli ormai sciolti Aivarim, e successivamente Katharos. Non ci sono legami di altro tipo con Adversam.

Lo scorso maggio avete pubblicato “Insaniam Convertunt”, il vostro album d’esordio. Come è nato il disco?
Il disco è nato, o meglio, è stato composto nell’arco di diversi anni, dopo lo scioglimento degli Aivarim ho voluto continuare dapprima con del mio materiale che avevo scritto in precedenza, successivamente ho buttato giù nuovi brani. Summum Algor ha continuato con me in questo nuovo progetto, ed ha partecipato nella stesura dei pezzi, in seguito si è unito Katharos per le parti vocali. Il disco, nonostante i rallentamenti dovuti alla pandemia, è uscito per la Hidden Marly, inizialmente solo in digitale e successivamente anche in CD.

Il vostro stile di black è di chiara matrice old school svedese, come mai avete scelto un approccio più tradizionale a un genere che negli ultimi tempi si sta rimodellando soprattutto attraverso le contaminazioni?
In realtà non ci siamo seduti a tavolino per pianificare la stesura dei brani scegliendo di emulare un genere in particolare, semplicemente i pezzi prendono forma man mano che li si prova e seguono l’ispirazione del momento. Non mi piace etichettare le cose, ancor meno quando si tratta di musica, la quale è un “flusso” di sensazioni, che vengono poi concretizzate e “fermate” una volta conclusa la registrazione. In parole povere non ce la volontà di seguire un genere come un treno su di un binario, cosa mi verrà di scrivere scriverò, seguendo l’ispirazione del momento.

Comunque non disdegnate il ricorso alle melodie, come riuscite a bilanciare l’anima più estrema con quella più melodica?
Quando scrivo un pezzo sento la necessità di renderlo godibile, riconoscibile, apprezzabile attraverso una melodia, credo sia ciò che conferisce un anima ad un brano. Ci sono poi ovviamente delle parti più violente o più “marce”, ma la componente melodica la reputo fondamentale per la riuscita di un brano.

Altro aspetto che salta all’orecchio è il livello tecnico dei musicisti coinvolti, nonostante non tendiate mai all’autocompiacimento: qual è il limite che vi siete imposti, in modo conscio o inconscio, di non superare per mantenere un certo livello di feeling marcio ed oscuro?
Diciamo che i brani prendono forma in modo naturale, non poniamo limiti tecnici, più semplicemente viene adeguata la tecnica alla composizione. Dal mio punto di vista non vedo la stesura dei brani come mezzo per far emergere la tecnica sullo strumento, do molta più importanza alle sensazioni che fluiscono suonando, per cui a volte trovo sia più efficace un insieme di poche note magari lente piuttosto che un riff velocissimo e tecnicamente difficile. Dipende comunque sempre dalla base del pezzo e da cosa si vuole trasmettere.

Il disco si chiude con “Ritorneremo”, questo brano è stato posto in coda perché possiamo considerarlo una sorta di anteprima su quelli che potrebbero essere gli sviluppi prossimi della vostra musica?
Il brano “Ritorneremo” è un omaggio a mio nonno tornato dalla seconda guerra mondiale dopo aver subito e visto cose inimmaginabili ai giorni nostri. L’ultima parte del testo, cantata da me in italiano, è una porzione di canzone scritta da lui durante la prigionia in Russia che ho voluto inserire nel brano per far si che non andasse persa la sua memoria. E’ stato posto in coda perché la tematica trattata non centra col resto dei brani, l’outro “Zombification” sarebbe la corretta chiusura dell’album; dopo ho voluto inserire “Ritorneremo”, non è un rimando agli sviluppi futuri della composizione dei nuovi pezzi.

Rimanendo in tema, state già lavorando al nuovo materiale?
Sono al lavoro su nuovi brani e sto scrivendo anche nuovi testi, purtroppo nella vita di tutti i giorni gli impegni sono molti per cui non rimane molto tempo a disposizione per la composizione, ma man mano si procede. L’intento è comunque quello di dare alla luce un nuovo album, non so quantificare il tempo necessario perché ciò avvenga, anche nella fase compositiva è necessaria la giusta ispirazione, magari per mesi non si conclude nulla, poi nell’arco di una settimana possono prendere forma più brani… vedremo!

Vi siete già esibiti dal vivo e/o avete intenzione di farlo appena le condizioni sanitarie lo renderanno possibile?
No, non ci siamo mai esibiti dal vivo e, a dire il vero, non è nemmeno una cosa che stiamo valutando, è molto complesso preparare una performance live, richiede tempo, che purtroppo spesso manca. Inoltre non è una cosa a cui aspiro, preferisco concentrarmi sulla composizione.

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