Il Metallaro Quarantenne – All that’s left to say is farewell

Il Metallaro Quarantenne nel giro di qualche anno è diventata la pagina di riferimento per i metallari nostalgici, quelli ancorati alla certezza che “prima era meglio”. Nonostante il successo meritato, il suo fondatore ha deciso di lanciare coraggiosamente la spugna quando ha capito che ormai era difficile andare avanti senza ripetersi. Abbiamo contatto l’ideatore de Il Metallaro Quarantenne per scoprire se c’è vita oltre i quarant’anni e capire se ci sono i presupposti per un ripensamento…

Benvenuto Giacomo, mi verrebbe da parafrasare il titolo di un film della saga di 007: Metallaro Quarantenne – Si vive solo due volte. Qualche tempo fa avevi dato l’addio alle scene, ma come fanno spesso gli idoli di noi metallari quarantenni, dopo poco hai fatto il tour di reunion e sei tornato in attività. Come mai all’epoca decidesti di dire basta e come mai poi hai ripreso a gestire la tua pagina in modo più o meno continuo?
Innanzitutto, grazie mille per questa intervista sul tuo blog dalla Ulveriana copertina. È vero, ILM40 ha seguito la grande tradizione dell’heavy metal, annunciando l’addio, poi tornando prontamente in attività e infine abbandonando nuovamente le scene per tornare nell’oscurità. Avevo creato la pagina nell’ormai lontano agosto 2017 e a fine giugno del 2020 avevo annunciato il primo addio alle scene. All’epoca, infatti, pensavo che la pagina non avesse più null’altro da dire, che avesse raccontato tutto quello che poteva. Poco dopo la chiusura, però, era scoppiata la nuova fase della pandemia, quella delle zone rosse, e dei concerti nuovamente annullati. Visti i tempi durissimi, volevo tornare a divertirmi e sorridere grazie ai post della pagina e all’affetto dei fan, così a novembre 2020 ILM40 è tornato dall’oscurità, dispensando nuovamente aneddoti e storie di Metallo, fino al suo definitivo scioglimento nel settembre 2021.

Togliamoci subito il dente, come mai hai detto nuovamente basta?
Ho detto basta nuovamente perché sentivo di aver dato tutto quello che potevo con la pagina, sia come aneddoti sia come energie mentali mie. E non avrei voluto andare avanti ripetendo gli stessi post, quasi come se mi trascinassi per sopravvivere un giorno in più. ILM40 poteva andare avanti solo diventando qualcos’altro: un evento, una serata, un concerto, una mostra. Ma non c’è stata la possibilità, soprattutto perché io non saprei come fare. Inoltre, motivazione non meno importante, non ne potevo più di Facebook, con i suoi “standard della comunità” da rispettare. Oltre a non poter pronunciare o far vedere il nome “Burzum” dell’arcinoto Conte Grishnackh (qui penso si possa citare), di cui in passato avevo pubblicato un bellissimo e storico speciale di Grind Zone, da qualche mese anche i post con canzoni dai nomi troppo “volgari” venivano segnalati. Ad esempio “Fuckin’ Hostile” dei Pantera. Come se non bastasse, mi era stata censurata perfino una foto di un concerto, ritenuta troppo spinta. Tutto questo era ormai insopportabile. 

Potrebbe apparire un controsenso, un personaggio mitologico, Il Metallaro Quarantenne, che vive ricordando i bei tempi andati ha successo sui social network. Ma poi a ben pensarci, Facebook è una sorta di riserva per vecchi, forse noi quarantenni siamo i più giovani. Ma è così dura per un personaggio romantico come Il Metallaro Quarantene gestire una pagina social, nonostante il successo e l’affetto dell’audience?
Gestire una pagina come ILM40 non è stato affatto semplice. Dietro ogni post c’era un grande impegno. Può sembrare banale, ma innanzitutto bisognava avere i materiali da far vedere, poi c’era da scrivere aneddoti interessanti e possibilmente coinvolgenti, con un filo di ironia, altrimenti chi visitava la pagina si sarebbe annoiato come di fronte a un album di B-Side dei Tierra Santa. In questo lavoro mi hanno aiutato tantissimo i fan, con le loro collezioni di reperti portentosi e la loro memoria d’acciaio, che hanno permesso di dare vita alla più grande raccolta di oggetti e ricordi legati all’heavy metal. Inoltre, volevo che l’italiano dei miei post fosse curato, nei limiti delle mie capacità, quindi a volte ci mettevo anche giorni prima di pubblicare.

Da Bond a Marina Ripa di Meana, la sua autobiografia si intitolava “I miei primi quarant’anni”, ecco perché i tuoi primi quarant’anni sono stai migliori di tutto quello che è venuto dopo e come ti spieghi che questa sensazione sia comune a tanti di noi nati quattro decadi fa?
Si sa che il tempo addolcisce i ricordi. Poi non bisogna dimenticare che gli eventi trattati nella pagina rievocavano momenti in cui molti erano indomiti e spensierati teenager o ventenni, quando ancora non c’erano preoccupazioni come mutui, cervicali o i festival col golden pit.

In questi anni hai tenuto in vita la pagina soprattutto grazie al materiale proveniente dalla tua collezione, ma hai ricevuto anche tanti spunti dai tuoi follower: qual è la cosa più strana che ti è stata recapitata?
Voglio in questa sede ricordare quattro episodi, che non so se sono strani, ma sicuramente sono tracotanti di epicità. Parto da un aneddoto pubblicato sul concerto dei Motörhead a Brescia del 1982, quando una giovane fan uscì dalla roulette nel backstage stringendo qualcosa in mano e urlando “le mutande di Lemmy, le mutande di Lemmy!”. Il secondo episodio è il racconto dettagliato dell’esordio sui palchi italiani di Venom e Metallica, con il loro storico tour del 1984, a cui penso che tutti vorrebbero partecipare non appena avremo una macchina del tempo funzionante. Nell’attesa, andate a leggerlo e a immergervi nelle clamorose immagini pubblicate, sia mai che la pagina sparisca. Il terzo episodio rimanda al tour degli Slayer del 1991, a Milano, con la figura mitologica del samoano alto due metri, dalla barba e capelli lunghi, che, dando le spalle al palco, faceva volare in aria le persone che gli capitavano a tiro, mentre dagli spalti venivano lanciati i seggiolini. E infine, come non citare la foto con Chuck Schuldiner nel primo concerto dei Death in Italia, a Firenze nel 1993. Vedere quell’immagine dà sempre una grande emozione.



Quali caratteristiche deve avere il vero Metallaro Quarantenne?
Il classico metodo per riconoscere il metallaro quarantenne è l’utilizzo del termine “nuovo” quando parla di album o componenti di band che in realtà hanno ormai compiuto venti anni. Deris, ad esempio, sarà sempre il “nuovo” cantante degli Helloween.

Sarai stato anche tu un metallaro Ventenne prima di far carriera e salire al grado di Quarantenne, c’è un qualcosa che all’epoca ti faceva schifo, ma che la vecchiaia ti ha fatto rivalutare e rivendere sulla pagina come un “bel momento passato”?
Premetto che ho fatto “coming out” dopo il primo tour d’addio della pagina: non sono un metallaro quarantenne, ma un metallaro trentenne. In pratica sono il “giovane metallino” (mica troppo giovane ormai) dei miei post. Non ho ancora raggiunto lo status del quarantenne, quindi. Posso però dire che nel corso degli anni ho rivalutato l’epoca di Blaze Bayley negli Iron Maiden. Non arrivo ad abbracciare eresie, tipo definire “The Angel and the Gambler” una canzone ascoltabile, perché penso sia impossibile senza una dose robusta di birra doppio malto in corpo. Però “The X Factor” ora riesco ad ascoltarlo tutto e perfino a canticchiarlo, cosa che a diciassette anni mai avrei fatto.

Tira fuori il boomer che è in te, mi fai un breve elenco di cose del metal di oggi ti fanno schifo?
Non mi vanno giù le produzioni iper-pompose, con orchestrazioni, tastiere e cori onnipresenti, spesso tutte uguali tra band e band, tanto che non riesci a capire lo stile proprio del gruppo. Poi gli odiosi golden ticket dei concerti, dai prezzi esorbitanti.

Abbiamo iniziato citando Bond, finiamo allo stesso modo, tirando fuori uno dei suoi titoli più famosi “Mai dire mai”: credi che un giorno potrai ripensarci? Alla fine Ozzy è da metà anni 90 che ci racconta la storiella del “No More Tour”….
No, stavolta niente ritorni né tour di reunion Part II. A meno che non arrivi la major con una valigetta piena di soldi (si scherza, basta anche mezza valigetta). ILM40 è stata un’esperienza magnifica, goduriosa e intensa. L’abbiamo gustata a pieno per quattro lunghi anni ed è stato bellissimo così. Come diceva Kai Hansen in Land of the Free: “All that’s left to say is farewell”.

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