Francesco Gallina – Dipinto sull’acciaio

Francesco Gallina si sta rivelando un autore prolifero e vario: nel giro di poco più di tre anni ha scritto tre libri – “Donne rocciose. 50 ritratti di femmine rock, dalla contestazione alle ragazze del 2000”, “Adepti della Chiesa del Metallo. Riflessioni su ciò che siamo stati per capire ciò che siamo diventati” e “Dipinto sull’acciaio. Del rapporto tra heavy metal e pittura” (tutti editi da Arcana) – in cui il critico ha spaziato tra le pieghe dell’heavy metal, andando ad approfondire tematiche poco battute in passato. L’abbiamo contattato di recente per discuterete della sua ultima opera…

Ciao Francesco, Dipinto Sull’Acciaio e scritto su carta, verrebbe da dire! Come è nata l’idea di dedicare il tuo terzo libro a un argomento così particolare come il rapporto tra immagine e musica heavy?
Ciao Giuseppe. Prima di tutto grazie a te personalmente per esserti interessato al mio libro e un saluto ai lettori de Il Raglio del Mulo. L’idea è venuta fuori in modo molto spontaneo. Musica heavy, scrittura e pittura sono le mie più grandi passioni e riunirle in un libro è una cosa che ho trovato semplicemente naturale. Col crescere dell’impegno nel mondo della musica e della scrittura avevo però dovuto un po’ mettere da parte l’interesse per l’ultima. Diciamo quindi che è stata un’evoluzione logica del mio percorso e un riprendere un discorso parzialmente interrotto. In passato, del resto, avevo già scritto degli articoli che trattavano del rapporto tra rock e immagini, anche se mi ero rivolto più che altro al settore fotografia. Argomento peraltro presente nel libro con alcuni spazi dedicati.

Prima di scrivere il tuo libro qual era il tuo rapporto con l’arte grafica, semplice appassionato o avevi fatto degli studi?
Li ho fatti, ma da privato. Ho letto molto in questo campo: enciclopedie, saggi critici, biografie e in passato ho frequentato ogni volta che ho potuto il mondo delle mostre. Fino a sviluppare delle idee mie sul lavoro di molti artisti che ho inserito nel libro. Ovviamente, senza minimamente trascurare quanto stabilito da gente ben più qualificata di me, specialmente se si tratta di professionisti.

Ci troviamo in un’epoca in cui l’immagine è centrale, basti pensare ai cellulari che sono macchine fotografiche che permettono anche di fare telefonate o al successo di social come Instagram. A fronte di questa necessità di fotografare tutto, assistiamo a un processo, ormai concluso, di dematerializzazione della musica, in cui la copertina è quasi un orpello virtuale. Per te che hai studiato a fondo il legame tra musica e immagine, oggi quanto è importante la copertina per un disco?
Nonostante tutto credo che continui a essere fondamentale. Almeno per una certa fascia di ascoltatori realmente appassionata alla musica e quindi al prodotto fisico vissuto come feticcio. Credo si siano verificate due inevitabili fratture generazionali. Una è avvenuta con l’avvento del CD che, per questioni di formato, ha reso l’artwork di un album meno fruibile di quello apprezzabile con ogni vinile. La seconda con l’avvio del processo di dematerializzazione cui hai fatto riferimento nella domanda. Da quel momento in poi la religiosità dell’ascolto ha perso di significato. E con essa la sacralità di annessi e connessi quali la “vivisezione” della copertina e l’imparare quasi sempre a memoria non solo la scaletta dell’LP e la line up di ogni gruppo, ma anche tutti i credits. Un discorso che – lo ricorderanno quelli già negli “anta” – era comunque già cominciato col walkman e la possibilità di portare musica ovunque con ingombri molto ridotti. Di conseguenza, con meno interesse di tanti per le questioni tecniche. Ovviamente con un impatto enormemente inferiore rispetto alla musica “liquida”. Questa situazione, però, non ha mai riguardato la gran parte di quelli tra noi che sono cresciuti col vinile, restando così legati alla fisicità della musica. Una forma di piacere che oggi viene recuperata da molti col ritorno del vinile che, sulla lunga distanza, ha fatto a sorpresa le scarpe al CD. Consentendo a tanti di riassaporare quelle gioie antiche e facendo conoscerle a chi non le aveva potute provare per motivi anagrafici. In generale, il discorso è prettamente sociologico. Il superamento della necessità di passare attraverso una certa catena di supporti e l’azzeramento dei costi per ottenere e conservare le immagini, fa comunque parte di un processo molto complesso con molti pro e vari contro. Non ultimo quello della scarsa affidabilità nel tempo di molti degli archivi in cui stocchiamo immagini che otteniamo senza fatica. Un semplice smartphone che si rompe definitivamente può privarci per sempre di centinaia di immagini non salvate anche altrove, per esempio. Un discorso che ho analizzato dettagliatamente nel mio libro precedente intitolato “Adepti della Chiesa del Metallo”, in cui ho usato il metal per trarre vari spunti di analisi nei confronti della nostra società.

In passato, anche a causa degli scarsi canali di diffusione, molte volte acquistavamo un disco perché la copertina ci colpiva: a te è mai capitato? Se sì, quali opere hai comprato fidandoti dei tuoi occhi?
Infinite volte e anche stavolta ne ho parlato nel libro di cui ti ho appena detto. Al tempo (io sono classe 1967, quindi parliamo per quello che mi riguarda di anni a partire dal 1980, se ci focalizziamo sul metal), l’unico canale informativo su heavy e rock alternativo a portata di edicola era Rockerilla. Il suo piccolo inserto centrale era la sola finestra disponibile sul mondo dell’heavy e le sue poche recensioni l’unico modo per conoscere gruppi e dischi nel profondo Sud. Ciò prima di arrivare alle fanzine e alle prime riviste come Inferno Rock – della quale io stesso ero redattore – e HM. Intanto, però, nell’unico negozio in cui potevo trovare i pochi dischi heavy stampati da grandi etichette avevo scelto album di Iron Maiden, Saxon, Anvil, Judas Priest o anche Clash, Police, Genesis e altri grandi gruppi basandomi solo sulla copertina. Ma sono andato oltre; e non sono stato il solo a farlo. Come tanti all’epoca, telefonavo a certi distributori del Nord e se avevo qualche soldo in più, oltre alle ordinazioni decise leggendo le recensioni di Rockerilla tipo Chateaux, Bitch, Griffin, Exxplorer, Omen, Vicious Rumors, Metallica e via discorrendo, le cui copertine avevamo visto in bianco e nero formato francobollo sul magazine e senza aver mai ascoltato una sola nota (zero anteprime all’epoca, solo fiducia nel recensore), mi facevo descrivere le cover degli album che avevano in negozio. Senza sapere nulla delle band. Se dalla descrizione a voce mi colpivano, compravo. E devo dirti che raramente ho preso dei “pacchi”. Dischi di Witchkiller, Bloodlust, Trauma, H Bomb e altri sono arrivati in casa in questo modo. E sono ancora qui.

Passiamo agli aspetti procedurali del libro, sei partito dalle copertine o dagli autori? Cioè, hai preso dei dischi hai visto quali erano i pittori\grafici più frequenti e da lì hai buttato giù una lista oppure hai scelto prima i vari autori e poi sei passato ai dischi\gruppi?
L’intero procedimento è stato piuttosto complicato e molto pesante da tradurre in pratica. In linea di massima sono partito dagli autori, costruendo dapprima uno scheletro base del libro fatto non da band, ma da pittori. A questi si sono poi aggiunti vari nomi man mano che i collegamenti ipertestuali mi portavano sempre più , creando connessioni ulteriori. Chiaramente si trattava di selezionare a monte artisti che sapevo essere presenti nel mondo heavy coi loro quadri, da Kittelsen e Arbo a Giger e Beksiński tanto per citarne alcuni e, contemporaneamente, che servissero a fare un po’ di storia dell’arte e del metal. Una volta stabilito di chi parlare e conferita una struttura definitiva al libro, ho dovuto mettere insieme tutto il materiale che riguardava i singoli. Quindi ricercare ogni gruppo e album da inserire – compresi i più sconosciuti demo stampati magari in 10 copie – e procedere seguendo un criterio preciso in base ai vari periodi storici affrontati. Dalla fine del ‘300 a oggi. Legando ogni paragrafo in modo logico e conseguenziale, costruendo così i capitoli e dando una continuità al discorso attraverso i secoli. Fornendo per ognuno delle coordinate filosofiche di comunanza tra movimenti artistici, dipinti, pittori e band metal che ne hanno usato le opere. Così come per quanto attiene al legame tra correnti pittoriche e stili metal come il black o il death. Poi, seppure a margine, mi sono avventurato nei settori fotografia e scultura prima di passare in maniera organica, nella seconda parte del libro, al mondo dei disegnatori contemporanei. Arrivando quindi alle illustrazioni e ai fumetti.

Quanto è stato complicato ricostruire il tutto? Quanti album e gruppi hai passato al vaglio?
È stato enormemente stressante, nettamente la cosa più difficile da fare. Ben più che scrivere materialmente le 500 pagine del libro. Anche perché mi sono pure concesso alcune digressioni extra metalliche, sconfinando in altri generi musicali. Ti dico solo che gli album e i gruppi presenti nel libro sono migliaia e molti ne ho dovuti escludere insieme ad alcuni pittori per non superare il limite di pagine che ti ho appena indicato. Una barriera che mi ero imposto di non valicare per non risultare troppo enciclopedico e poco “masticabile”. Altre difficoltà sono sorte dal fatto che ho scelto di disporre il materiale non in ordine alfabetico, ma temporale. Pure per quanto riguarda le discografie relative ai disegnatori. Questo ha reso i pochissimi data base utili esistenti – non più di due, per la cronaca – inusabili in quanto tali. Nessun copia incolla generale, quindi, ma ogni singolo dato estrapolato, valutato, controllato e inserito nel testo uno per uno, andando avanti e indietro a seconda dei casi. Senza contare il lavoro di traduzione, visto che si trattava di indicazioni per lo più in inglese. Davvero snervante, ti assicuro. Alla fine, però, le soddisfazioni non sono mancate e l’opera ha ottenuto attenzione persino in ambiente universitario in Italia e all’estero. Inoltre, la notizia della sua uscita è stata ripresa in vari Paesi e ho avuto interviste e passaggi su piattaforme digitali del Sudamerica. Clamoroso, direi, per un libro sul metal scritto in italiano.

Possiamo dividere i protagonisti delle tue pagine in due categorie: “autori inconsapevoli” e “autori consapevoli”. Da un lato ci sono i grandi pittori di un tempo, dall’altro disegnatori di oggi giorno diventati celebri proprio creando copertine. Alcuni hanno legato il proprio nome a una band, altri hanno condizionato l’estetica di un genere, influenzando anche gli illustratori successivi. Secondo te qual è il fil rouge che lega questa due categorie di autori?
Se vai a leggere le biografie dei disegnatori/illustratori che ho incluso nel libro, anche in questo caso una selezione di nomi utile a stabilire determinati punti fermi che dipingano (appunto) un quadro generale, ti accorgi che le influenze provenienti dalle grandi opere del passato hanno inciso parecchio nel creare lo stile di molti di loro. Compresi i casi in cui non hanno riguardato la loro preparazione artistica, non restandone quindi ugualmente indenni. A dispetto di un modo di dipingere e disegnare che potrebbe far pensare talvolta il contrario. Il fil rouge quindi esiste e si manifesta nella formazione di molti disegnatori, il cui esempio più vicino a noi può essere quello di Paolo Girardi, così come un altro è rintracciabile nella mano di uno che si è formato sui fumetti contemporanei o direttamente sulle copertine di gente come Derek Riggs o Gerald Scarfe. E sto parlando di Eliran Kantor. Nel suo caso – ma se ne potrebbero citare altri – il suo modo di lavorare che non dovrebbe manifestare certe influenze, risulta invece ugualmente debitore verso la storia della pittura in modo abbastanza evidente. Ciò dimostra come la cultura artistica mondiale ci attraversi e ci plasmi in ogni caso, rendendoci la somma del nostro passato e del nostro presente. Attimo per attimo.

Ad arricchire il libro troviamo proprio gli interventi di Paolo Girardi, Eliran Kantor, Mario Di Donato, Enzo Rizzi e di Steve Joester. Come hai contattato questi personaggi e quale è stata la loro prima reazione quando hanno saputo di questa tua idea così particolare?
Guarda, devo dirti che non ho avuto nessun problema a convincere questi grandi artisti a partecipare. Sia quelli con cui avevo già un rapporto di conoscenza come Rizzi, Di Donato e Joester, che gli altri due. Ho semplicemente prospettato a tutti quanti cosa stavo facendo e ho chiesto loro se avrebbero gradito partecipare con qualche opera e un intervento scritto. Tutti hanno aderito con entusiasmo e anzi, avrebbero voluto fare di più. Nessun problema nemmeno per i diritti, che tutti hanno concesso gratuitamente. Permettimi però di approfondire un po’ questo aspetto, dato che parliamo di nomi di caratura internazionale dei quali basterà citare pochi riferimenti per definirne la grandezza. Girardi, autore delle copertine degli ultimi dischi dei Manilla Road e di un’infinità di lavori estremi, mi ha concesso la copertina e un intervento scritto. Mario “The Black” Di Donato, musicista doom e pittore notissimo mi ha dato varie opere, un intervento scritto e il dipinto in quarta di copertina. Enzo Rizzi, padre di Heavy Bone, due opere con il suo personaggio disegnate appositamente per “Dipinto Sull’Acciaio” e un lungo paragrafo scritto. Per passare agli interventi dall’estero, Eliran Kantor, colui il quale ha firmato tra le tante le copertine degli ultimi album dei Testament e del nuovo Helloween, ha concesso due opere e ha scritto la prefazione. Per finire, Steve Joester, fotografo e artista di livello mondiale già autore di scatti ufficiali per U2, Rolling Stones, Pink Floyd, Police, Bob Marley, AC/DC, etc., autore della foto dei Judas Priest all’interno di “Screaming For Vengeance” e del servizio che ritrae i Judas con Andy Warhol nel backstage del Palladium, alcune sue foto e la postfazione. Non ti nascondo che sono molto fiero di queste collaborazioni.

E al terzo si riposò? Parafrasi della bibbia a parte, hai scritto tre libri in un arco temporale abbastanza ristretto, hai già una nuova ide su cui stai lavorando o ti prenderei una pausa?
Ti dirò: in realtà “Dipinto Sull’Acciaio” è parte di un progetto più complesso che ho suddiviso in due parti per le ragioni che ti ho spiegato prima. In teoria dovrei quindi essere tranquillamente al lavoro sulla seconda, ma credimi, sono troppo stanco. Tre libri per un totale di 1250 pagine in meno di tre anni sono davvero tanti e portano grandi soddisfazioni, ma anche uno stress notevole e di fatto, ti portano via dalla famiglia. Credo quindi che mi concederò ancora qualche mese di pausa prima di riprendere a scrivere. Anche per non risultare eccessivamente presente. Proseguendo al ritmo di un libro l’anno potrei produrre un “effetto Bruno Vespa” che potrebbe più che altro danneggiarmi. E poi dovrei anche allegare un plastico alla prossima opera, cosa che difficilmente verrebbe appoggiata dalla casa editrice, eh eh eh…

E’ tutto, grazie
Grazie a te per esserti interessato da collega scrittore alla mia opera dopo aver prodotto a tua volta un volume importante come “Icons of Death” e altrettanto ai lettori de Il Raglio del Mulo per aver voluto leggere fino in fondo queste righe. Se voleste una copia di “Dipinto Sull’Acciaio” con dedica, contattatemi pure su Facebook. Ciao e… Stay Metal.

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