Gli Still Wave, nella persona di Valerio Granieri (Rome in Monochrome), ci hanno aperto il loro mondo, raccontandoci l’ispirazione dietro il loro album di debutto, “A Broken Heart Make An Inner Constellation”, pubblicato dalla These Hands Melt. Pur se reduci da un cambio di formazione, arrivato subito dopo la pubblicazione di queto album, gli Still Wawe si godono il momento e i consensi raccolti..
Benvenuto Valerio, come è nata l’avventura Still Wave?
Ciao, è un piacere: mille grazie per l’attenzione. L’idea iniziale è stata di Luca (Fois, chitarra) ed Eliana (Marino, tastiere) che hanno lavorato per molto tempo alla composizione dei brani, cercando di definire progressivamente uno stile personale e, contemporaneamente, di trovare gli elementi necessari a completare la line-up. Sono arrivati via via Daniele (Carlo, batteria), Manuel Palombi (basso, scream) ed infine io. È stato un processo di costruzione lento e con molte pause, spesso molto difficile: questo però ha fatto sì che il materiale man mano si “asciugasse” e diventasse essenziale, arrivando a contenere esattamente quello che avevamo bisogno di esprimere.
Siete arrivati relativamente presto al disco d’esordio “A Broken Heart Make An Inner Constellation”, il che mi lascia immaginare che l’ispirazione che vi ha portato ad incidere le sette tracce sia stato un flusso repentino e vigoroso. E’ andata così, oppure alcune pezzi erano stati conservati nel cassetto in attesa di che arrivasse il momento giusto per tirarli fuori?
In realtà è stato l’esatto contrario, come dicevo prima. Molto materiale ha diversi anni ed ha girato nelle menti dei ragazzi per tanto tempo subendo rimaneggiamenti continui. Il mio arrivo ha coinciso col completamento dei pezzi attraverso concept, testi e linee vocali e da lì le cose hanno subito un’accelerazione repentina e il quadro è diventato più chiaro.
Come siete entrati in contatto con la These Hands Melt?
Conoscevo Mauro da un po’, era uno dei tanti “contatti virtuali” con cui si interagisce senza ricordare mai chi dei due abbia fatto il passo d’inizio e perché. Quando ho cominciato a condividere cose relative agli Still Wave per iniziare a far girare un po’ il nome e le pagine social (esistevamo già da un po’ ma ancora non c’era materiale pubblicato da ascoltare) mi ha contattato dicendo che il progetto lo attraeva, che concettualmente eravamo perfetti per la sua etichetta, che avremmo dovuto lavorare assieme. D’altro canto io conoscevo These Hands Melt di nome e in conseguenza di questi contatti ho iniziato ad ascoltare le cose che pubblicava scoprendo diversi ottimi progetti. Quando abbiamo avuto il promo in mano lo abbiamo fatto girare un po’ e lui se ne è innamorato: abbiamo avuto varie proposte ma la sua era la migliore da tanti punti di vista, anche e soprattutto perché T.H.M. è portatrice di un mood oscuro, profondo e malinconico ma non ha una caratterizzazione stilistica definita e non aderisce a stilemi di genere, un po’ come noi. È la nostra casa perfetta.
Sicuramente uno dei momenti cruciali della vostra storia è la fuoriuscita di Eliana Marino, con il conseguenziale ingresso di Tomas Aurizzi a disco già fuori. Come sono andate le cose?
Eliana si è dovuta trasferire urgentemente per ragioni personali, andando via da Roma e tornando nel suo paese di origine. Nell’ottica di non rallentare il percorso della band, che nel frattempo invece con la firma del contratto stava subendo una repentina accelerazione, ha dovuto fare un passo indietro. Tutti noi le vogliamo ancora molto bene: la sentiamo spesso e segue ancora le nostre attività.
L’ingresso di Tomas ha già portato una variazione dei pezzi in sede live oppure rimarrete, almeno per il momento, fedeli alle versioni in studio?
Al momento siamo rimasti fedeli alle versioni in studio ma visto l’enorme talento di Tomas, che suona vari strumenti, potrebbe venir fuori qualche novità. D’altronde un collettivo tipo il nostro muta forma ad ogni avvicendamento ed anche in relazione ai cambiamenti personali che affrontiamo anche solo con il passare del tempo. Ogni disco è un’istantanea di questo percorso musicale e di vita.
Il vostro sound si rifà a quella stagione del metal di metà / fine anni 90 fortemente influenzata dai Depeche Mode, in particolare mi ricordate una versione attualizzata dei Paradise Lost di “One Second” e “Host”. Siete d’accordo con me e se sì questo sound come è venuto fuori?
Non ho mai amato “One Second” ma considero “Host” un capolavoro assoluto, forse l’ultimo vero capolavoro dei Paradise Lost quindi l’accostamento mi lusinga. Quanto all’essere d’accordo, devo dire che abbiamo delle componenti pop e shoegaze molto, molto marcate e credo che in questo modo rimangano un po’ fuori dal discorso. L’idea è quella di scrivere brani stratificati e ricchi di dettagli ma che siano immediati, piacevoli ad un ascolto superficiale. I dettagli e le peculiarità devono emergere ad un’analisi approfondita, garantendo un ascolto a diversi “livelli”: crediamo sia la ricetta migliore per non risultare, come dire, usa e getta.
Mi pare di capire che i brani a livello concettuale siano legati tra loro, è così?
Sì, ma l’ho scoperto dopo aver scritto i testi. Sono venuti fuori quasi subito sulle strutture musicali ed un certo punto ho ricordato questo titolo di album, che avevo nel cassetto da anni e non ero mai riuscito ad usare e mi è sembrato perfetto, donava un sapore romantico ma sci-fi alla cosa. Ad un certo punto, così d’improvviso, ho capito cosa volevo dire a me stesso con quelle canzoni, diverso tempo dopo averle scritte ed a quel punto si è chiuso il cerchio. Il tutto è diventato un concept sul sentirsi soli anche se materialmente non lo si è, in una relazione o in contesto sbagliati, una sorta di invito ad accogliere con speranza il cambiamento violento che serve ad interrompere queste situazioni di grande dolore ed accettare comunque la fine di qualcosa, quando necessaria. Quella costellazione interiore è la poesia infinita di aver amato mentre si prende atto che quello che c’era purtroppo non c’è più. Tutto è sempre “suggerito” ed allusivo e ci tengo a non raccontare “storie” con un inizio, uno svolgimento ed una fine in modo indiretto e non assertivo: sono canzoni “spaziose”, possono e devono essere abitate dalle emozioni di chi le ascolta. Per me è sempre stato così e così sarà.
Abbiamo già toccato l’aspetto live, ma ci tornerei per chiederti se sono previste delle date nei prossimi mesi…
Sicuramente. Abbiamo già fatto qualche concerto prima che uscisse l’album ed ora vogliamo tornare sul palco: c’è già uno show programmato il 21 settembre a Piedimonte San Germano (FR) con i The Foreshadowing ad altra bella gente. Ci piace suonare in contesti diversi e per audience diverse, vogliamo metterci alla prova.
A te il finale…
Grazie per le domande interessanti, merce sempre più rara. Ci vediamo live, non vediamo l’ora di incontrarvi tutti.
