Kryptonomicon – Rituale oscuro

Con Stefano Rumich (chitarra) abbiamo parlato del primo full-length dei suoi Kryptonomicon, band attiva da qualche anno, ma che poteva annoverare nella propria discografia solo due EP. “Nekromantikos” (Punishment18) non tradisce quelle che erano le peculiarità delle prime due mini-uscite, presentando così una band capace ripercorre la strada tracciata da Hellhammer\Celtic Frost, Venom e Possessed.

Ciao Stefano, sin dalle prime note di “Nekromantikos” pare evidente il vostro amore per il black metal primordiale di Hellhammer\Celtic Frost, Venom e Possessed. Cosa vi ha spinto a recuperare proprio queste sonorità?
Ciao,in primis perché i Celtic Frost sono la mia band preferita in assoluto, oltre a Venom, Possessed, Destruction, Sodom ecc… ma fondamentalmente perché volevamo cercare di rievocare quella cattiveria e istintività primordiale tipica delle band di quegli anni. Inoltre, considerata l’età mia e degli altri ragazzi della band, posso dirti che siamo cresciuti con quel tipo di sonorità, che ancora oggi ci danno l’energia e le sensazioni di quegli anni. Dal punto di vista musicale, la nostra scelta sonora è stata dettata dal fatto che a nostro parere le band estreme di oggi tendono ad assomigliarsi un po’ tutte, principalmente sotto l’aspetto della produzione, e poi per scelte di arrangiamento, ovviamente non sto facendo di tutta l’erba un fascio, ma diciamo che noi vogliamo essere “differenti” ed avere più spazio di movimento a livello espressivo/musicale.

Il sentiero che vi ha portato a incidere “Nekromantikos” è partito con due EP, “To the Abyss” e “Morbid Return”, ricchi di cover. Come considerate oggi quelle due esperienze discografiche?
Fondamentali, grazie a “To the Abyss” siamo stati notati da Peso dei Necrodeath (nostro grande fan insieme a Flegias), che ci ha aiutato parecchio a farci conoscere, e ad avere l’onore di suonarci assieme di supporto in due occasioni. Oltretutto grazie ai due EP abbiamo firmato il contratto con Punishment18 Rec che ci ha permesso di pubblicarli e distribuirli nel mondo. “To The Abyss” e “Morbid Return” contengono diverse cover perché abbiamo voluto registrare un tributo alle band che più ci piacciono e ci hanno influenzato maggiormente come musicisti, oltre al semplice piacere di poterle rivisitare con il nostro sound.

“Morbid Return” recentemente è uscito in una nuova versione, me ne parlereste?
Inizialmente “Morbid Return” era uscito con soli tre pezzi, (“Outbreak Of Evil” dei Sodom, “Bestial Invasion” dei Destruction e “Death Metal” dei Possessed ), successivamente con Punishment18 abbiamo deciso di stamparlo in digipack aggiungendo le bonus (“Massacra” degli Hellhammer, “Flag Of Hate” dei Kreator, “War” dei Bathory, “The Antichrist” degli Slayer ) e “The Experiment Of Dr. K”,un nostro pezzo inedito da cui abbiamo tratto anche il nostro primo videoclip ufficiale e l’intero “To The Abyss” EP.

Sul vostro debutto “Nekromantikos” ritroviamo “Nocturnal Kill”, “Baron Blood”, “Blind Resurrected”: queste versioni sono le stesse contenute nell’EP oppure le avete ri-registrate per l’occasione?
Le abbiamo riregistrate, quindi ci sono delle differenze rispetto alle versioni dell’EP, abbiamo voluto riproporle nell’album in quanto riteniamo siano tre pezzi killer dei Kryptonomicon.

Non compare nel  disco, invece, “The Experiment Of Dr.K”, brano dal quale avete tratto un video. Come mai questa scelta di escludere questa traccia dalla tracklist definitiva?
Essendo un brano già uscito nel mini EP “Morbid Return” abbiamo preferito lasciare spazio a delle canzoni nuove, visto anche il ripescaggio di “Nocturnal Kill”, “Baron Blood” e “Blind Resurrected”.

Tirerete fuori altri video fuori “Nekromantikos” ?
Sicuramente è uno dei nostri progetti a breve termine, vorremmo pubblicare un video di supporto all’uscita dell’album.

Anche su “Nekromantikos”  confermate il vostro amore per le cover,  però questa volta avete reso tributo a una band che pare meno evidente nelle vostre influenze, mi riferisco ai Bauhaus e alla loro “The Passion Of Lovers”. E’ stato più complicato reinterpretare un brano meno il linea con il vostro sound?
Si, abbiamo voluto fare un esperimento seguendo le orme dei maestri Celtic Frost, che coverizzarono “In The Chapel in the Moonlight” di Dean Martin, o “Heroes” di David Bowie, o la stessa “Mexican Radio” dei Wall of Vodoo, reinterpretandole a modo loro. Abbiamo voluto fare lo stesso, reinterpretando un brano totalmente distante dalle sonorità tipiche dei Kryptonomicon… seppure il dark ci piaccia e comunque è un’influenza presente nel mio modo di comporre. Poi c’è da dire che non vogliamo vincere facile, e l’intento è quello di voler stupire i nostri fans.

Lasciamo da parte per un attimo la musica e passiamo alle immagini, trovo grandiosa la copertina firmata Paolo Girardi, è stata un’idea sua o avete fornito voi lo spunto di base?
Paolo oltre che un amico, è un artista eccezionale, molto professionale, e la sua arte si sposa perfettamente con la nostra musica. Diciamo che ho fornito lo spunto di base a Paolo, gli ho chiesto di inventarsi una sorta di Caronte, e lui come sempre ha prodotto la straordinaria opera d’arte che potete ammirare nella copertina del disco.

Avete esordito dal vivo un paio d’anni fa come support act dei i Necrodeath, che ricordo avete di quella serata e avete già programmato delle nuove date?
E’ stata una serata devastante, abbiamo dato il massimo, grazie anche all’incoraggiamento di Peso, che ci ha sostenuto sin da subito, suonando con noi alla batteria in quell’occasione “Countess Bathory” dei Venom. La risposta del pubblico è stata ottima, e in generale è andato tutto bene.

Arthur Falcone – Straight to the stars 

Arthur Falcone, accompagnato da una formazione di tutto rispetto, ha rispolverato il moniker Arthur Falcone’ Stargazer per editare un gioiellino di tecnica è feeling. Abbiamo contattato il chitarrista per parlare del nuovo disco “Straight to the Stars” (Elevate Records).

Ciao Arthur, la pazienza è la virtù dei forti, ma certo attendere quasi dodici anni per veder fuori il nuovo lavoro dei tuoi Stargazer non è stato facile. Come mai ci hai messo così tanto?
Premetto  che tutto ciò non è stato facile. Il fatto è che  per completare un CD serve un bravissimo batterista e un cantante competente. Io suono anche il basso e la batteria,  ma in studio preferisco lasciare il posto ai professionisti. Oltre alla chitarra ho registrato il basso su quasi tutte le song e cantato i vari cori.  Il materiale per il  terzo  album era quasi pronto  un  paio  d’anni  dopo l’uscita del secondo.  In pratica, avevo già completato trequarti delle composizioni,  a fine 2014 era finita la stesura delle song, circa il  90% del progetto finale! Per completare definitivamente il lavoro poi ho perso qualche anno per trovare i musicisti giusti passando per altri che andavano, venivano,  interrompevano  a metà i lavori: ogni volta dovevo ricominciare dall’ inizio, ho perso anni! Il cd col mastering finale  era  pronto già tre anni fa,  ed è arrivato il covid che ha nuovamente bloccato tutto!

Quanto è cambiata la figura del chitarrista dal 1998 ad oggi, anno del tuo esordio solista?
La figura del chitarrista è mutata abbastanza, a livello underground ha trovato nuovi orizzonti e si è evoluta, mentre a livello commerciale è calata tanto. Restano pochi i nomi di spicco, anche se ce ne sono di bravissimi chitarristi in giro, specialmente in Giappone e America.

Sicuramente è cambiato tanto anche il mercato discografico, immagino che tu sia cresciuto ascoltando i dischi della Sharpnel Records, credi che oggi un’etichetta del genere potrebbe sopravvivere?
No lo escludo! Negli anni ‘80 il chitarrista virtuoso e famoso veniva considerato quasi come un calciatore di serie A! I cd e i vinili si vendevano alla grande, ora tra mode, generazioni nuove e tante altre cose l’interesse per la chitarra tecnica è calato! Uguale per cd e vinili! Specialmente parlando delle nuove generazioni! Questa è la mia opinione, poi c’è sempre chi ha ancora molta passione e motivazione riguardo a tutto questo!

Tu problemi di etichetta non ne hai avuti, anzi sei tornato a casa. “Stargazer” è stato prodotto dalla Virtuoso, sotto-etichetta della tua attuale label, l’Elevate Records: come è avvenuto questo ritorno alle origini?
Con i ragazzi dell’Elevate si era parlato di un eventuale futuro disco assieme, dato che la mia ultima etichetta ha avuto dei problemi nel far uscire questo lavoro, sempre e comunque per questioni riguardanti la pandemia, alla fine abbiamo deciso tutti assieme di comune accordo di realizzare questo passo!

Ti andrebbe di presentare l’attuale line-up degli Stargazer? E che apporto ti hanno dato i diversi membri durante la composizione del disco?
Masko Masnec / Titta Tani alla voce, Sergio Sigoni batteria, Fabio Macini al basso, Lucio Burolo alle tastiere, oltre a me alla chitarra. Di questi solo Titta e Masnec hanno cantato sul CD, a parte la scrittura dei testi di tre brani da parte di Rob Rock, le musiche, gli arrangiamenti, le composizioni  e le linee vocali sono farina del mio sacco.

Il disco è ricco di ospiti, ti andrebbe di presentarli?
Le special guest sono: Goran Edman (Ex Malmsteen), Mistheria (ex Bruce Dickinson, ora Vivaldi Metal Project), Rob Rock (Impellitteri),Titta Tani (ex Goblin), Alberto Rigoni (Vivaldi Metal Project).

Hai mai pensato a un collaborazione con tuo fratello Alex, magari per un disco a nome Falcone?
Sì, come no?! Sarebbe bello, mai dire mai!

Torniamo a “Straight to the Stars”, quale credi che sia il brano più tradizionalmente tuo come stile e quale invece quello meno riconducibile a te?
Domanda molto difficile, perché sono un musicista poliedrico e lo stesso vale come ascoltatore… Se proprio devo sceglierne uno ti direi: “Secret of Roswell”. Il meno riconducibile, non saprei…

In chiusura, il disco è uscito da qualche settimana, hai già avuto dei riscontri dal Giappone, terra che ti ha sempre dato grandi soddisfazioni in passato?
A dire il vero il cd non è ancora uscito, tranne che su piattaforma digitale. Sta comunque avendo già un buonissimo riscontro e interesse. Tantissime richieste di interviste, in diretta e non. L passano già sulle radio non solo qui da noi, ma anche e specialmente in tutte le parti del mondo! Come dici tu, la Terra Del Sol Levante mi ha sempre dato delle soddisfazioni, ai tempi del CD d’ esordio sono stato in classifica in Giappone sulla rivista Burnn. Mentre riguardo al magazine giapponese Young Guitar, nel mese di agosto 2021, sono stato incluso col mio secondo album,  Arthur Falcone’ Stargazer “The Genesis Of The Prophecy”, nella classifica mondiale tra i migliori 70 CD di metal neoclassico di tutti i tempi! Esattamente  all’interno della rivista il CD si è piazzato al trentottesimo posto. Ora attendiamo l’uscita fisica del nuovo lavoro  “Straight To The Stars”,  ha avuto nuovamente dei ritardi,  a metà novembre comunque sarà nei negozi! Stay tuned…e stay rock!

Death SS – Il decimo comandamento

I Death SS nel 2021 tagliano il prestigioso traguardo del decimo album, e lo fanno con un disco, “X” (Lucifer Rising / Anubi Press), che pur ripartendo dalle uscite più recenti, contiene le immancabili novità che accompagnano da sempre ogni disco dei padri dell’horror metal. Un sempre disponibile Steve Sylvester, ci ha introdotto nei meandri della sua ultima opera.

Ciao Steve, quando hai iniziato l’avventura con i Death SS ti saresti mai immaginato che il decimo disco sarebbe uscito nel bel pieno di una pandemia?
Ovviamente no. La situazione che si è venuta a creare negli ultimi due anni è stata veramente incredibile e paradossale. Sembrava di essere sprofondati nella trama di un b-movie di horror fantascienza! Comunque ho cercato di capitalizzare e sublimare artisticamente le sensazioni cupe del periodo, rigettandole all’interno del disco.

Credi che l’effetto shock che avevano i Death SS a metà anni settanta sia in parte scemato? Oggi siamo sommersi da immagini di morte nei TG, senza contare che la TV ha sempre più alzato l’asticella della violenza. Quanto è difficile spaventare con un disco nel 2021?
Certamente le cose sono molto cambiate negli anni. Oggi siamo abituati a vedere veramente di tutto ed è sempre più difficile riuscire a “scioccare” qualcuno. Da tempo infatti affermo che il “vero orrore” è quello che vediamo tutti i giorni sui telegiornali piuttosto che quello “romantico” di  mostri come vampiri e lupi mannari… Comunque, il  nostro intento non è quello di “spaventare” il nostro pubblico, quanto piuttosto quello di comunicare delle forti emozioni che attingono dalla cultura gotica tradizionale ma anche dal moderno retaggio dell’epoca in cui viviamo.

In questi anni la musica dei Death SS è cambiata parecchio, però le tematiche trattate no. Prima ti ho chiesto della percezione che il pubblico ha di certe immagini create dalla tua musica, ora vorrei sapere se è mutato invece il tuo approccio all’orrore dai primi pezzi che hai scritto a quelli contenuti in “X”.
Certamente! Si tratta di una naturale evoluzione. I Death SS non si sono mai ripetuti album dopo album ma hanno invece cercato di espandere ed evolvere le loro sonorità coerentemente con il periodo storico che stavano vivendo, mantenendo però intatta la loro identità artistica che è comunque rimasta sempre ben distinguibile…

Dal punto di vista dell’immagine, mi sembra che il tuo look sia più vicino a quello degli esordi, c’è un qualche collegamento tra questa scelta stilistica e i contenuti di “X”?
Nulla di premeditato… Semplicemente è come se avessi percorso un intero ciclo e quindi con questo disco sia tornato naturalmente alla partenza, alle mie origini, anche se ovviamente sotto un’ottica attuale.

Nell’edizione limitata del disco, troviamo un fumetto: chi lo ha ideato e chi lo ha disegnato?
Il fumetto è stato ideato da me e da Luca Laca Montagliani, sceneggiatore ed editore di Annexia, creatore del personaggio di  “Suspiria del Regno Oscuro”. Per i disegni ci siamo rivolti ad Alex Horley, autore anche della copertina del disco, artista noto per i suoi lavori con Marvel e DC Comics. Il fumetto, volutamente stampato nel classico formato dei pocket erotici italiani degli anni 70, è una sorta di booklet esteso del disco perché oltre alle bellissime tavole di Horley contiene al suo interno tutti i testi e i credits del nuovo lavoro.

I Death SS non hanno mai smesso di stampare in vinile, hanno sempre pubblicato singoli, EP ed edizioni limitate. Oggi lo fanno quasi tutte le band, perché forse quei pochi che comprano ancora il supporto fisico preferiscono spendere qualcosa in più per avere un’opera rara. La discografia si sta trasformando sempre più in un mercato di non largo consumo simile a quello, per esempio, della pittura?
Bè, diciamo che ora il mercato è basato quasi esclusivamente alla vendita dei download digitali. Io sono invece rimasto legato al “supporto fisico”, essendo anche un collezionista di dischi e singoli rock. Mi piace avere un prodotto che oltre che ascoltare puoi toccare ed ammirare visivamente. Per questo ho sempre continuato a pubblicare singoli, vinili, box e ultimamente addirittura le visioni su tape, che pare siano tornate nuovamente in auge. Si tratta di oggetti proposti a tiratura limitata, destinati al mercato collezionistico, che aumenteranno il loro valore nel tempo.

“Suspiria” è il pezzo che preferisco del disco, come è nato?
Innanzitutto chiarisco che la mia Suspiria non c’entra nulla con il film di Dario Argento e con l’omonima canzone dei Goblin. Il riferimento è rivolto esclusivamente al fumetto dark-erotico “Suspiria (del Regno Oscuro)”, creato alcuni anni fa dal fumettista, scrittore e sceneggiatore Luca Laca Montagliani per l’Associazione Culturale Annexia. Come “Zora” è quindi una canzone nata per dare un mio contributo musicale al fumetto in questione. L’ho concepita come una song molto “teatrale”, divertendomi a sperimentare in tal senso con Andy Panigada che ha collaborato con me nelle soluzioni musicali. C’è anche un’ospitata alla lead guitar da parte di Ghiulz Borroni, chitarrista dei Bulldozer e degli Ancient. Ci ho poi aggiunto una outro in stile “tango”, suggeritami da Montagliani,…. Ne faremo presto un video.    

Rimanendo in tema, che ne pensi del “Suspiria” di Luca Guadagnino? A me è piaciuto molto…
Sì, ho visto il film di Guadagnino del 2018… Che dire? L’ho trovato un bel film anche se parecchio distante dall’originale. Credo comunque che sia stata una precisa scelta del regista. Ottimi interpreti e ottima fotografia, anche se l’ho trovato un po’ carente di suspense. Poi una cosa che a me personalmente proprio non è piaciuta è stata la Mater Suspiriorum con gli occhiali da sole!

Torniamo a “X”, il disco è stato presentato il 23 ottobre 2021 al Legend Club di Milano davanti a soli 100 partecipanti: è stato più strano tornare su un palco dopo la lunga inattività forzata o doverlo fare in una situazione surreale con un pubblico limitato?
Bè, non trattandosi di un concerto ma di una semplice presentazione, in questi tempi di prevenzione Covid e relative norme restrittive, l’aver fatto il sold out (170 posti a sedere + gli addetti ai lavori) non è comunque cosa da poco. La situazione è stata sicuramente “strana”, ma alla fine sono stato molto soddisfatto della serata perché siamo riusciti a creare una situazione “intima”, come un serata passata tra amici ad ascoltare musica, e ciò ha aggiunto maggior valore al tutto…

Fabiola Santini – Eye of the beholder

Una vita in prima linea. Nonostante i fotografi siano da sempre i principali testimoni degli eventi live, molte volte restano degli eroi senza nome. Per tale motivo abbiamo chiesto a Fabiola Santini (ex Rockerilla) di parlarci di come funziona il suo lavoro e di come si vive là in fondo al pit…

Obituary 2016

Ciao Fabiola, quando è nato il tuo amore per la fotografia?
Ciao Giuseppe, sono sempre stata attratta dalla fotografia, fin da bambina.  Mio papà lavorava nel settore pubblicitario, il suo ufficio, che visitavo spesso, straripava di macchine fotografiche di ogni tipo. Mi ricordo ancora l’emozione che provavo nel osservare la sua Hasselblad, un’apparecchiatura così piccola e imponente allo stesso tempo che con un solo click catturava un momento per sempre, una specie di magia.

Quando hai capito che sarebbe stato qualcosa di più di un semplice hobby?
Decisamente  nel 2011, al concerto dei Children Of Bodom al Forum di Londra. Dovevo intervistare la band di apertura, gli Amon Amarth per Rockerilla, la rivista italiana di musica con la quale ho collaborato per 10 anni, e il loro addetto stampa mi ha gentilmente offerto anche il photo-pass. Ero emozionatissima, mi sono trovata nel photo pit circondata da fotografi professionisti che sfoggiavano come se niente fosse i loro bolidi Canon e Nikon mentre io ero con la mia Sony Cyber-shot che portavo ovunque. Quando mi sono trovata innanzi il frontman Alexi Laiho, ho capito che stava nascendo in me una nuova passione che dovevo assolutamente portare avanti. Il giorno dopo sono corsa da Jessops (nda: una catena inglese di negozi di fotografia purtroppo ormai in via di estinzione) e ho investito nel mio primo set Canon, la 6D, la 18-55 e il famoso cinquantino che ho ancora.

Slayer 2017

Lasciamo da parte, per ora, la fotografia, invece l’amore per la musica e per il metal quando è nato?
La musica è sempre stata fondamentale nella mia vita. Sono passata dalle canzoni dello Zecchino d’Oro ai Ramones grazie a un mio compagno di scuola che li adorava e mi ha trasmesso  una passione smisurata per questa band che ancora oggi ascolto spesso. Il metal l’ho scoperto live. Non avevo idea di chi fossero gli Anthrax nel 1990 ma quando ho visto il cartellone pubblicitario del concerto al Palaverde di Treviso non ho restistito alla curiosità. Il concerto mi è piaciuto tantissimo tanto che l’indomani sono corsa al negozio di CD in centro  per comprare “The Persistence Of Time” a tutt’oggi uno dei miei album preferiti.

Quando hai capito che potevi far convivere queste due passioni diventando una fotografa musicale?
Dopo il concerto dei Children Of Bodom, ho iniziato a proporre a Rockerilla di fare recensioni live oltre alle interviste che già facevo da un paio d’anni.  Dopo che la mia editor ha accolto bene l’idea, mi sono messa subito al lavoro contattando gli addetti stampa delle band proponendo la doppia coverage (intervista e live). Dall’oggi al domani mi sono trovata in questo doppio ruolo di giornalista e fotografa che mi ha subito conquistata e al quale mi sono dedicata interamente fin dall’inizio, nonostante fosse molto faticoso e non dava tregua quando c’erano le deadline.

Metallica 2014

C’è stato un momento in cui hai pensato, cavolo ho realizzato il mio sogno?
La cima ambita della fotografia è ancora molto lontana per me. Ma quando, nel 2014 al festival Sonisphere qui in Regno Unito, dove tutt’ora vivo, mi è stato dato il photo pass  per il set dei Metallica, mi sono sentita molto vicina al mio sogno. Il management della band era molto selettivo nell’ammettere i fotografi nel pit,  difronte a James Hetfield e Kirk Hammett ho provato un’emozione unica. Anche fotografare gli Alice in Chains (loro sono tutt’ora il mio gruppo preferito)  nel 2013  a Download, ha contribuito a farmi sentire non troppo lontana dalla mia meta. Dato che ero ancora agli esordi, le foto di questi due concerti non sono decisamente da annoverare tra i miei lavori migliori, ma la passione che ci ho messo a catturare questi artisti unici  ha compensato  la mancanza di  nozioni tecniche.

Torniamo con i piedi per terra, c’è un aspetto di questa attività che non ti piace? Magari, le lunghe attese al caldo nel pit in attesa che l’esibizione inizi durante i festival estivi…
Nell’attività di fotografa live e in studio non c’e’ niente che mi dispiace. In ambito live, ho sempre utilizzato le attese nel pit per studiare il palco e le luci e ogni tanto per scambiare qualche parola con gli altri fotografi e i fan in prima fila.  L’unica cosa che mi frena in questo settore è come le foto vengano deprezzate con l’uso  sempre più frequente da parte della band di scatti fatti da fan con i loro cellulari. Foto che all’apparenza sono accettabili, ma non hanno ovviamente  la creatività e la tecnicità di fondo che ha uno scatto fatto da un fotografo. Un fan non chiede compensi dato che si accontenta felicemente solo del credito. Il fan è inoltre in grado di condividere le proprio foto  immediatamente senza  farle passare attraverso la importantissima fase dell’editing e mi rendo conto che per una band media di oggi, sempre prona al risparmio e all’immediatezza, è sicuramente allettante. I fotografi come me ne risentono, inizia a mancare lo stimolo quando si vede sempre più spesso il proprio lavoro da professionisti in seconda fila. Ormai credo si sia creato  un circolo vizioso che mi ha portato a prendere una pausa, lontana dai palchi e dai riflettori fino a quando non vedo che la situazione si è ri-bilanciata.

Taake 2017

Dal punto di vista tecnico, che consigli daresti a chi vuole fare delle foto a delle band dal vivo?
Sicuramente di investire in una buona macchina fotografica e in un paio di obiettivi base (grandangolare e zoom) anche usati. E soprattutto di fare almeno un corso specializzato: io ho studiato alla St. Martin qui a Londra, ho imparato moltissimo in quei sei mesi e ancora oggi controllo i miei appunti di allora se ho dei dubbi tecnici. E poi è fondamentale avere un sito web e contattare le band locali per farsi strada, chiedendo però sempre un compenso anche minimo per le foto: questo è il biglietto  da visita dei professionisti.

Oltre ai live report, il tuo lavoro in ambito musicale in cosa consiste?
Come dicevo prima, mi sto prendendo un periodo di pausa perché non sono contenta di come stanno andando le cose nell’ambiente. Fino al 2020, oltre che a collaborare con Rockerilla, ho anche fatto  alcuni di photo-shoot (Spectral Darkwave, Shining, The Medea Project, Countless Skiers, Nemesis Inferi.), una soddisfazione dopo l’altra.

Marduk 2015

Blocchi e limitazioni dei concerti per lo più hanno spostato l’attenzione sugli artisti fermi, ma oltre a loro ci sono un sacco di addetti ai lavori che non hanno potuto esercitare in questi lunghi mesi. Tu cosa hai fatto durante questo stop e in qualche modo le cose stanno tornado alla normalità o è ancora difficile fare delle previsioni su una ripresa quanto meno accettabile per tutto il settore dei live?
Questa pandemia  ha logorato un settore che già era in bilico. In questo periodo di pausa sto esaminando il mercato musicale e la ripresa, a stenti, dei promo-shoot e dei concerti live. Credo che tutte le band siano giustamente concentrate sul recupero, sia creativo che finanziario quindi non credo ci saranno per il momento molti fondi destinati alla fotografia di qualità, soprattutto live. Sono comunque ottimista, se le nuove generazioni avranno la pazienza di farsi avanti con passione senza farsi travolgere dalla immediatezza dei social media, la categoria dei fotografi musicali professionisti potrebbe tornare ancora più attiva di prima. L’anno scorso ho deciso di mettere insieme un calendario metal con foto dagli Slayer, agli Obituary, Marduk e molto altri. Ne ho venduto parecchi ed è stata una bella soddisfazione anche perché ho dato  il ricavato delle vendite a un’associazione benefica alla quale tengo molto, la Wolf Conservation Center a South Salem, NY che si occupa della conservazione del lupo, una creatura molto vicina al mio cuore. Al momento sto lavorando all’edizione del 2022 che sarà pronta verso fine novembre.

Sfogliando l’album dei ricordi, quali sono gli scatti a cui tieni di più?
Sono così tanti! Decisamente gli scatti di band black metal, sono una fan accanita dei Marduk, Taake e dei Watain, fotografarli dal vivo è sempre stata un’ esperienza unica. Tengo molto anche alle foto dei miei due chitarristi preferiti, oltre a Jerry Cantrell (Alice in Chains), Kerry King (Slayer) e Mark Morton (Lamb Of God). E naturalmente, gli scatti dei Kiss nel 2019.

Kiss 2019

Andrea Chimenti – Tra il deserto la notte e il mare

Mai come in questi giorni difficili che stiamo vivendo necessitiamo di bellezza, cultura, musica per l’anima, parole che ci fanno riflettere, e puntuale quasi come per miracolo, ma non è affatto un caso, arriva il nuovo album di Andrea Chimenti. Nei negozi dal prossimo 5 novembre, “Il Deserto, la Notte, il Mare”. Un disco ispiratissimo, intimista, con un’ottima produzione musicale che segna un altro capolavoro nella ormai vasta discografia dell’artista che abbiamo raggiunto al telefono per capire a fondo il significato e il valore di questo gran lavoro.

Andrea, partiamo dal titolo, inizialmente doveva essere “KY”, successivamente cambiato in “Il deserto la Notte il Mare”, come mai questo cambio?
In effetti doveva essere “KY”, abbreviazione di “Kyrie”. Però qualcuno degli addetti ai lavori si è lamentato, anche Cristiano Roversi non era molto convinto della idea, forse perché sembrava un titolo molto criptico ed in effetti lo è, non alla “Chimenti”, un titolo poco comprensibile ed alla fine ho optato per “Il Deserto la Notte il Mare”, che tra l’altro è una frase tratta dal testo di “Bimbo”, un brano dell’album.

A proposito di “Bimbo”, è quasi una filastrocca o qualcosa di simile?
Ha una derivazione quasi da una ninna nanna, il testo parla di una mamma e un bambino che si trovano nel classico viaggio della speranza, che riflette anche i nostri tempi, che poi sono stati anche i nostri viaggi in tempi passati, i viaggi dei popoli che cercano una salvezza, una speranza, che cercano un futuro. Volevo qualcosa che fosse dolce al tempo stesso nella sua drammaticità.

Tornando al titolo dell’album quindi, perché hai estrapolato proprio questa frase da questa canzone?
Perché tutto in tutto l’album si parla del viaggio, anche in “Beatissimo” ad esempio. Ho cercato tre parole che potessero rappresentare il nostro tempo: il deserto, la notte e il mare sono tre parole e tre condizioni spirituali dell’anima che tutti prima o poi ci troviamo a dover attraversare o a fronteggiare. Il deserto è anche il deserto culturale che viviamo oggi, l’umanità vive di deserto, culturale e spirituale. La notte è una conseguenza di questo, la notte dello spirito, rappresenta il buio quando non si ha una luce per capire la nostra strada, quella da proseguire. Il mare invece rappresenta la distanza, ciò che dobbiamo affrontare, che spesso è burrascoso e ci separa dall’arrivo quindi dal luogo della speranza che è anche un luogo che ha a che fare con la psiche, con la profondità, spesso abbiamo timore a indagare dentro di noi, il mare rappresenta proprio questo. Al di là della simbologia di queste tre parole sono tre luoghi, tre spazi e condizioni che anche un’umanità reale si trova a dover affrontare oggi, popoli che trasmigrano, popoli che cercano in Europa la salvezza perché vengono dalla disperazione, devono realmente attraversare il deserto, la notte, buia anche da una condizione interiore ed il mare con un gommone. Alla fine il disco parla di questo, di un viaggio di popoli ma al tempo stesso di un viaggio anche nostro interiore, un viaggio dell’occidente.

Un disco quindi molto riflessivo, probabilmente quello di cui abbiamo bisogno in questo periodo. Parlavi di viaggi dei popoli, in qualche modo anche noi stiamo vivendo qualcosa di simile, no?
Esattamente, su condizioni e livelli differenti. Siamo tutti in viaggio, c’è un’umanità che in questo momento si sta trasformando che deve recuperare un serie di cose avendo anche smantellato tante certezze che in passato lo erano ed oggi vanno in qualche modo sostituite. L’umanità tutta è in un viaggio di sopravvivenza. Basti guardare come stiamo trattando il nostro pianeta che ci sta dando delle avvisaglie di non sopportare più la nostra presenza, per cui il nostro viaggio o torna a far parte della natura, invece di sentirci separati da questa, altrimenti rischiamo la fine dell’umanità, questo è un po’ il nostro deserto, la nostra notte, il nostro mare, di tutti quanti noi.

La scrittura dei pezzi è tutta tua?
La scrittura principale dell’album è mia, sì, fatta eccezione di due brani composti con Antonio Aiazzi e uno con Cristiano Roversi. Con quest’ultimo ci siamo occupati insieme dell’arrangiamento e della produzione dell’intero lavoro. Cristiano è stato un elemento cardine di questo disco.

Ci sono anche altri ospiti eccellenti nel disco.
Sì, ci sono alcune vecchie conoscenze come Ginevra di Marco, Francesco Magnelli, lo stesso Aiazzi, mentre David Jackson, è stata una rivelazione, perché io lo conoscevo sì, come fiatista dei Van Der Graaf Generator, ma tramite Cristiano c’è stato un contatto, il disco gli è piaciuto ed ha suonato in tre pezzi, anzi si è anche proposto di suonare dal vivo, speriamo quanto prima possibile. In più oltre al sax di Jackson c’è anche quello di Marco Remondini per il resto dell’album, e in “Beatissimo” il clarinetto di Roberta Visentini.

Un lavoro molto curato che ha visto però un ritardo nella pubblicazione, era pronto da un bel po’, vero?
Sì, il disco ha un po’ riposato, è stato scritto mentre lavoravo a “Nulla è andato perso” (album del 2017) con Gianni Maroccolo. Sono passati un po’ di anni da allora. Con Aiazzi è nata la collaborazione ai due brani che citavo prima da cui probabilmente è partito tutto e alla fine mi sono ritrovato questi brani che erano pronti per poter pubblicare un album intero ed ero persino contento perché io generalmente pubblico un disco ogni cinque anni, invece stavolta dopo “Yuri” (album del 2015) mi son ritrovato a poter uscire dopo un paio di anni. Ovviamente qualcosa doveva succedere a bloccare il tutto. Ho perso molto tempo dietro a un’etichetta discografica interessata al lavoro che mi ha fatto perdere tanto tempo, facendomi andare da Verona presso la loro sede diverse volte per diverse riunioni, facendomi fare anche figuracce con diversi musicisti, c’era un progetto in ballo con Teho Teardo per esempio, mi ero affidato a loro con tutta la fiducia possibile poi è saltato tutto, un disastro. Così successivamente mi son trovato senza etichetta. Così è fatto avanti Cristiano Roversi, un po’ per caso, perché ci eravamo sentiti per un’altra cosa in verità, ed è nata questa ottima collaborazione. Poi a bloccare ulteriormente il tutto c’è stata la pandemia come tutti sappiamo, però un altro caso fortuito ha voluto che venissi in contatto con David Bonato della Vrec Music Label, per una collaborazione con una band PopForZombie, per un brano dal titolo “Canzone inutile”. Una band che trovo molto brava, suonano del pop intelligente con dei bei testi, e da lì è nata la collaborazione con David e finalmente il disco esce con la loro etichetta.

Tanta attesa ma questo periodo per te è pieno di soddisfazioni, un album in uscita, la ristampa per la prima volta in vinile de “L’albero pazzo” (album del 1996) e non ultimo un premio alla carriera importantissimo ricevuto circa un mese fa al MEI 2021 (Meeting delle Etichette Indipendenti di Faenza).
Sì, per quanto riguarda “L’albero pazzo” è stato ristampato dalla Soffici Dischi, ed è vendibile solo sul mio sito ufficiale e successivamente lo porterò con me anche ai concerti. Per quanto riguarda il premio MEI, mi è arrivata la comunicazione da Faenza che volevano darmi questo premio e la cosa devo dire che mi ha inorgoglito molto. Soprattutto se analizziamo il fatto che io vengo da una scena musicale underground con tutte le difficoltà del caso. Per l’occasione c’è stato anche modo di presentare qualche brano al Teatro Masini a Faenza.

Premio meritatissimo che arriva a un mese dall’uscita di questo favoloso album, da cui saranno estratti in totale ben tre singoli: “Beatissimo”, “Milioni” e “In eterno” che si troveranno su tutte le piattaforme digitali, ma attenzione, chi vorrà ascoltare il disco per intero lo potrà fare solo acquistando il vinile o il formato CD, dando quindi un valore aggiunto al supporto fisico. Il formato LP conterrà anche il codice per poter scaricare i brani in digitale. Disco consigliato da Wanted Record, Bari. (La foto dell’artista è di Antonio De Sarno).

INTERVISTA ORIGINARIAMENTE PUBBLICATA SU “IL QUOTIDIANO DI BARI” IL 3 NOVEMBRE 2021

Napoli Violenta – Piombo napoletano

I quattro misteriosi figuri che si celano dietro un passamontagna nero, noti alle cronache come i Napoli Violenta, sono tornati alla ribalta con l’ennesima cruenta mattanza a mano armata, “Neapolitan Power Violence” (Time To Kill Records) per gli inquirenti. Dopo che l’Anubi Press ha garantito per noi, siamo riusciti ad incontrarli in una località campana segreta….

Benvenuti, “Neapolitan Power Violence” da qualche giorno è fuori per la Time To Kill Records, la mala come ha accolto il vostro ritorno?
Se rispondessimo a questa domanda, per un giudice sarebbe la prova che sappiamo ciò di cui stai parlando. Quale mala? La malasanità? Forse intendeva la mela?

Il Commissario Betti come avrebbe reagito ascoltando i vostri pezzi?
Teneva il solito sguardo di ghiaccio ma col piede portava il tempo.

Il primo brano estratto dal disco è stato “Extreme Noise Terron”, lo possiamo intendere come un inno auto-celebrativo?
In Italia c’è una moltitudine di gente che suona merda estrema come noi. Tantissimi sono terroni, anche se sono distribuiti ovunque e hanno iniziato a parlare con accenti strani. Vengono anche dalla periferia e provincia più brutale dove non c’è mai campo e il divertimento più sano e trasgressivo è bere Peroni 1846 e suonare, appunto, merda. Se questo pezzo è un inno a qualcuno, è per questi eroi.

Al di là dell’evidente ironia che permea i vostri titoli, tra citazioni più o meno colte, le tematiche che trattate nelle liriche quanto le dobbiamo prendere sul serio?
Non conosciamo un modo diverso per parlare di quello che ci circonda. Se per voi è ironia allora sarà un modo ironico, ma si può essere ironici essendo serissimi. Detto questo, non dovete mai prendere sul serio quello che diciamo: noi suoniamo e basta.

Avete deciso di rendere tributo a un filone del cinema italiano che in passato è stato al centro di discussioni sul suo orientamento politico. Accuse fondate, a mio parere, su un approccio molte volte superficiale. Vi siete posti mai il problema di poter essere a vostra volta ricondotti a una certa ideologia?
Da dove veniamo noi, e sin da piccolo, impari che nel nostro tempo le ideologie sono funzionali ai soldi. Non sui libri magari, ma per la strada è così. Ai pezzi da novanta della politica e della Chiesa piace sbandierare idee sofisticate, impegno sociale e una buona fetta di popolazione non solo gli va dietro ma è disposta pure a farsi guerre tra poveri per difendere queste idee indotte con la propaganda. La realtà sottostante è marcia, basta guardarsi attorno con realismo per capirlo. Il Poliziottesco, se ebbe un pregio, fu quello di rappresentare e parlare senza fronzoli o compromessi di una realtà cruda, ingiusta e violenta. In un Paese dove la giustizia si comprava e il controllo non ce l’aveva nessuno, ma c’era una guerra tra Stato, apparati deviati, bande armate, organizzazioni criminali, Chiesa. E si fece tanti nemici per questo. Oggi le cose sono cambiate, ma non di tanto. Riguardo a noi, non ci siamo mai posti il problema di dove la gente potesse ricondurci perché sappiamo chi siamo e da dove veniamo: siamo cresciuti in posti come il Tien’A’Ment, Officina99 e Slovenly. Però vi invitiamo a riflettere sul fatto che siamo in un Paese in cui i massimi organi dello Stato, per prendere una decisione ritenuta scomoda, devono rifugiarsi dietro un voto segreto. Per cui chi volesse cercare la puzza di certe ideologie deprecabili dovrebbe guardare altrove, piuttosto che a una band che per divertimento si mette il balaclava. Un suggerimento: guardate in alto.

Avete deciso di puntare su una produzione diretta e lo-fi per ricreare in studio il vostro sound dal vivo, pensate di esserci riusciti o in fin dei conti è impossibile raggiungere un risultato del genere per svariati motivi?
Abbiamo registrato questo disco in condizioni oggettivamente difficili. Vigeva il lockdown e la zona rossa: rischiavamo multe salate solo per stare andando a registrare o per una delazione dei vicini dello studio. Non c’era né tempo né voglia per fare fiocchetti così, assieme a Butch, il nostro producer esecutivo, abbiamo deciso di farlo come si sarebbe fatto a fine anni ‘80. Unica take, tanti microfoni, no editing. Doveva rappresentare noi in questo presente, non solo come suoni e impatto, ma soprattutto nell’attitudine. Questo è quello che abbiamo ottenuto, alla fine. E un disco così si può fare, solo che spesso si preferisce seguire un approccio diverso: i suoni delle band si sono uniformati, ascolti dieci dischi e la batteria suona uguale in tutti e dieci perché magari hanno usato la stessa libreria di campioni. E se non suonano uguali non vendono. Ecco, questo è l’opposto di quello che intendiamo noi: merda sì, ma fatta bene. Merda deluxe.

Restando in tema live, si sta muovendo qualcosa?
Se qualcosa si muove è perché, anche nell’ambito degli show, c’è gente (non riconosciuta e mal pagata) che si fa il mazzo. Di certo non per un francobollo verde.

Un annetto fa ho letto una vostra intervista rilasciata al sito ufficiale di Soundreef, in cui spiegavate le ragioni della vostra scelta di non usufruire dei servigi della SIAE. Il vostro intervento terminava con un minaccioso “non so se vi conviene deluderci”. Ora che è passato un po’ di tempo dalla vostra iscrizione a Soundreef, siete soddisfatti? Lo consigliereste? Ma soprattutto, ci siete voi dietro la richiesta di riscatto per lo sblocco dei server SIAE?
Pensiamo che sia giusto che chi fa musica o si dedica a qualsiasi arte venga riconosciuto e tutelato. Quanti più organi e soggetti si occupano di questo, tanto meglio. Soundreef è un’ottima alternativa a SIAE e auspichiamo che nel mercato entrino sempre più soggetti a tutela degli artisti. Oggi ci sono tecnologie come la Blockchain che possono incidere tanto in questo ambito e rivoluzionare il sistema a cominciare dalla riduzione dei costi per gli autori. Ciò detto, questa è una domanda che dovreste rivolgere a chi fa musica o arte: noi facciamo grindcore. Riscatto? Server? Non conosciamo.

Per chiudere l’intervista, butto là un’idea: avete mai pensato a un split album da condividere con Bologna Violenta?
Abbiamo più o meno le stesse influenze di immaginario con loro, ma facciamo generi troppo diversi. Giriamo la domanda ai vostri lettori: ve lo accattereste un siffatto split? Il nostro sogno, veramente, sarebbe farne uno con Raw Power o Cripple Bastards, perché sono i nostri miti sin da ragazzini. Sognare è un po’ rapinare.

E’ tutto, grazie…
Grazie a te Peppì… e fà ‘o brav!

Heat Fandango – Reboot system

Nati dalle ceneri dei Lush Rimbaud, per volontà di tre musicisti attivi già con altre realtà underground marchigiane (Jesus Franco and the Drogas, NewLaserMen, Beurk!), gli Heat Fandango hanno da poco rilasciato l’entusiasmante esordio “Reboot System” (Peyote Press). Un interessante miscuglio di influenze disparate che si rifanno a The Fall, Gallon Drunk, Suicide, Lydia Lunch, Soft Boys e Thee Oh Sees. Ne abbiamo parlato con Marco Giaccani (basso/tastierista/farfisa).

Ciao Marco, “Reboot System” è un titolo strano per un esordio, dà quasi la sensazione che ci sia dietro la volontà di voler cancellare il passato e iniziare da zero. Dato che siete una band di recente formazione, qual è quel passato dal quale volete distaccarvi?
In realtà, nessuno scheletro nell’armadio, l’idea è piuttosto quella di ripartire da zero di fronte all’evidente fallimento di molti parametri della nostra società. Lo sviluppo inteso come produzione forsennata, il consumo di risorse senza regole. Riavviare il sistema è l’ultima cosa rimasta da fare quando le hai provate tutte ma continua a non funzionare.

Da dove siete partiti? Avevate già del materiale proveniente dalle vostre esperienze passate oppure tutto è stato scritto per gli Heat Fandango?
Noi tre (Tommaso, Marco, Michele) ci conosciamo da oltre vent’anni, e suoniamo insieme da sempre. Messa in pausa l’esperienza con i Lush Rimbaud, a fine 2018 abbiamo deciso di ripartire con questo progetto e a dicembre 2019 avevamo esordito dal vivo, avevamo una decina di pezzi, ed eravamo pronti per registrare. Poi è arrivato il covid.

Il disco è stato registrato a distanza durante i vari blocchi dello scorso anno, ma era stato già pianificato – magari con un’incisione più tradizionale – oppure l’esigenza di fare qualcosa è nata durante il lockdown?
Era pianificato, ma avremmo dovuto registrare in presa diretta e invece ci siamo ritrovati in mezzo alla pandemia senza poter uscire di casa. Quasi per gioco Tommy ha registrato con la sua scheda audio un pezzo chitarra e voce e ce l’ha mandato per avere un feedback. Ci abbiamo messo sopra farfisa e drum machine e il risultato ci è piaciuto, e ci siamo detti “perché non rifare con la stessa modalità tutti i pezzi”? E così abbiamo fatto. Poi Filippo Strang del VDSS Studio di Frosinone ha fatto mix e master, Salvatore Liberti le grafiche e Bloody Sound e Araghost ci hanno permesso di pubblicare il disco, mentre Peyote press sta facendo promozione.

Le immagini promozionali del disco, almeno le due in mio possesso, vi ritraggono all’interno di un’abitazione, una in particolare in quella che sembra una soffitta. Non se sia stata una scelta conscia o inconscia la vostra, ma pare quasi che vogliate rafforzare l’idea di un album nato in casa durante il lockdown…
Quello è il nostro quartier generale, il luogo da cui è iniziato tutto. Rappresenta le nostre origini, ed è da lì che vogliamo ripartire.

Passato è un termine che sta tornando spesso nelle mie domande, ma devo tirarlo fuori anche ora, il vostro sound è una mistura di sound del passato, dal garage rock al punk passando per la psichdelia, eppure il risultato è fresco e per nulla banale: come ci siete risusciti?
Grazie, questo suona come un complimento! A parte gli scherzi, hai centrato il punto. Volevamo fare qualcosa di originale partendo dalle nostre radici, il blues malato, la psichedelia, la new wave. Siamo cresciuti con questa musica, fa parte di noi.

Chi ha avuto l’idea di utilizzare una farfisa?
Io, in realtà sono un bassista, ma per caso, girando per un mercatino dell’usato, ho visto una farfisa Vip233 con il suo ampli, sempre farfisa. Parliamo di roba di fine anni 60, non sapevo neanche se funzionasse, così il negoziante mi ha proposto di prenderla e provarla, se non funzionava la potevo riportare entro tre giorni e mi avrebbe restituito i soldi. Non mi ha più rivisto.

Che storie avete raccontato dietro i testi?
Sono pezzi di vita di tutti i giorni, sogni, riflessioni. Raccontano le impressioni, i desideri e le emozioni di vivere la vita, cosa che a volte sembra scontata, ma che è un’avventura continua.

Mentre, quale storia si cela dietro la copertina del disco?
Sono foto di viaggio di Salvatore Liberti, l’autore delle grafiche. Sono frammenti di quello che resta del mondo sovietico, scattate tra Armenia e Georgia. Sono davvero belle, struggenti e melanconiche, ma allo stesso tempo potenti. Milioni di storie e di vite sono state vissute in quei luoghi, e ora sono deserti e abbandonati.

Dal punto di vista live si sta muovendo qualcosa?
Per ora possiamo dire che il 16 ottobre presenteremo il disco al Dong di Macerata. Per il resto ci stiamo muovendo, tutto il settore è reduce da anni duri, ma spero di sì.

Amedeo Giuliani – Viaggiare controcorrente

Ai cantautori ultimamente non stiamo lasciando molto spazio sulle nostre colonne, ma non potevamo non approfondire con Amedeo Giuliani i dettagli del suo nuovo album, “Il viaggio di Chinook”, rilasciato alcune settimane fa dalla Music Force.

Ciao Amedeo, quando è iniziato questo  tuo nuovo viaggio con Chinook?
In realtà, forse dalla mia nascita, ma se fai riferimento alla scrittura e composizione del disco, da qualche anno. Qualche brano lo avevo nel cassetto ed è stato rivisitato e lavorato di cesello, altri sono stati scritti per l’album.

Chi è Chinook?
L’amico Chinook è un singolare pesce, comunemente denominato salmone il quale, con la sua forza, coraggio e resistenza del vivere ci riporta alle aspirazioni e desideri e travagli nell’affrontare le vicissitudini le esperienze e disavventure dell’esistenza Umana.

Perché l’idea di viaggio, nonostante un mondo sempre più a portata di click, continua ad affascinare?
Perché la vita è un eterno viaggio che non si può arrestare, ci si può fermare a riposare volontariamente o forzatamente in base alle vicissitudini che ci mette davanti su quegli scogli che però non arginano la voglia di proseguire e arrivare alla agognata meta. Di bolina risalire il vento controcorrente senza lasciarsi influenzare dai diktat di un sistema di società completamente massificata e pesantemente indottrinata dalle mode del momento.

Che ruolo ha svolto Cesare Zarbo durante la scrittura del dico?
Un ruolo molto importante considerando il fatto che Cesare e coautore di tutti i testi del disco, di “Monadi” e di un po’ di brani del “Fantasma del buio”. Abbiamo raggiunto una sintonia importante, dando così luogo a un connubio vincente.

Quanto è importante per te raccontare storie e non scrivere semplicemente delle canzoni?
Essenziale, non riuscirei a scrivere un brando che non abbia un senso, quantomeno indicare una via, senza la presunzione di insegnare nulla a nessuno.

Nelle note che accompagnano l’uscita si fa riferimento ai grandi del cantautorato italiano e internazionale (De André, De Gregori, Cohen e Dylan), ma io in alcuni frangenti ho ritrovato anche dei riferimenti alla tradizione nostrana prog. Deformazione mia di rocker o è davvero così?
Non sbagli, sono tutte cose che fanno parte del sacco delle mie esperienze, il mio personale background musicale.

“Figlio di un’idea” per tematiche trattate e sonorità mi pare un piccolo tributo agli Inti-Illimani, no?
Non esattamente, è il tributo alla persona che ha cambiato la mia vita. Comunque gli inti-Illimani mi piacciano molto.

Ti senti più un artista di strada o da studio?
Mi sento un artista del mondo. Non mi sono mai posto schemi o barriere e mai lo farò. Potrei essere un artista di strada e da studio allo stesso tempo.

Credi che potrai portare in strada queste tue nuove canzoni a causa della pandemia?
Lo spero, ma più che la pandemia temo la poca curiosità dell’italiano abituato sempre alle minestre scaldate. Temo che non ci sia più spazio in Italia per la musica d’autore. Comunque noi resistiamo e lottiamo. Stiamo lavorando per portare dei bei live in giro per l’Europa. Incrociamo le dita. Nel frattempo seguitemi sul sito della mia etichetta, in cui troverete tutti i link alle mie interviste, recensioni, videoclip, acquisto cd e le novità che mi riguardano www.musicforce.it/catalogo-produzioni/2522-amedeo-giuliani-il-viaggio-di-chinook oltre che sulla mia pagine FB AMEDEOGIULIANI75.



Il Metallaro Quarantenne – All that’s left to say is farewell

Il Metallaro Quarantenne nel giro di qualche anno è diventata la pagina di riferimento per i metallari nostalgici, quelli ancorati alla certezza che “prima era meglio”. Nonostante il successo meritato, il suo fondatore ha deciso di lanciare coraggiosamente la spugna quando ha capito che ormai era difficile andare avanti senza ripetersi. Abbiamo contatto l’ideatore de Il Metallaro Quarantenne per scoprire se c’è vita oltre i quarant’anni e capire se ci sono i presupposti per un ripensamento…

Benvenuto Giacomo, mi verrebbe da parafrasare il titolo di un film della saga di 007: Metallaro Quarantenne – Si vive solo due volte. Qualche tempo fa avevi dato l’addio alle scene, ma come fanno spesso gli idoli di noi metallari quarantenni, dopo poco hai fatto il tour di reunion e sei tornato in attività. Come mai all’epoca decidesti di dire basta e come mai poi hai ripreso a gestire la tua pagina in modo più o meno continuo?
Innanzitutto, grazie mille per questa intervista sul tuo blog dalla Ulveriana copertina. È vero, ILM40 ha seguito la grande tradizione dell’heavy metal, annunciando l’addio, poi tornando prontamente in attività e infine abbandonando nuovamente le scene per tornare nell’oscurità. Avevo creato la pagina nell’ormai lontano agosto 2017 e a fine giugno del 2020 avevo annunciato il primo addio alle scene. All’epoca, infatti, pensavo che la pagina non avesse più null’altro da dire, che avesse raccontato tutto quello che poteva. Poco dopo la chiusura, però, era scoppiata la nuova fase della pandemia, quella delle zone rosse, e dei concerti nuovamente annullati. Visti i tempi durissimi, volevo tornare a divertirmi e sorridere grazie ai post della pagina e all’affetto dei fan, così a novembre 2020 ILM40 è tornato dall’oscurità, dispensando nuovamente aneddoti e storie di Metallo, fino al suo definitivo scioglimento nel settembre 2021.

Togliamoci subito il dente, come mai hai detto nuovamente basta?
Ho detto basta nuovamente perché sentivo di aver dato tutto quello che potevo con la pagina, sia come aneddoti sia come energie mentali mie. E non avrei voluto andare avanti ripetendo gli stessi post, quasi come se mi trascinassi per sopravvivere un giorno in più. ILM40 poteva andare avanti solo diventando qualcos’altro: un evento, una serata, un concerto, una mostra. Ma non c’è stata la possibilità, soprattutto perché io non saprei come fare. Inoltre, motivazione non meno importante, non ne potevo più di Facebook, con i suoi “standard della comunità” da rispettare. Oltre a non poter pronunciare o far vedere il nome “Burzum” dell’arcinoto Conte Grishnackh (qui penso si possa citare), di cui in passato avevo pubblicato un bellissimo e storico speciale di Grind Zone, da qualche mese anche i post con canzoni dai nomi troppo “volgari” venivano segnalati. Ad esempio “Fuckin’ Hostile” dei Pantera. Come se non bastasse, mi era stata censurata perfino una foto di un concerto, ritenuta troppo spinta. Tutto questo era ormai insopportabile. 

Potrebbe apparire un controsenso, un personaggio mitologico, Il Metallaro Quarantenne, che vive ricordando i bei tempi andati ha successo sui social network. Ma poi a ben pensarci, Facebook è una sorta di riserva per vecchi, forse noi quarantenni siamo i più giovani. Ma è così dura per un personaggio romantico come Il Metallaro Quarantene gestire una pagina social, nonostante il successo e l’affetto dell’audience?
Gestire una pagina come ILM40 non è stato affatto semplice. Dietro ogni post c’era un grande impegno. Può sembrare banale, ma innanzitutto bisognava avere i materiali da far vedere, poi c’era da scrivere aneddoti interessanti e possibilmente coinvolgenti, con un filo di ironia, altrimenti chi visitava la pagina si sarebbe annoiato come di fronte a un album di B-Side dei Tierra Santa. In questo lavoro mi hanno aiutato tantissimo i fan, con le loro collezioni di reperti portentosi e la loro memoria d’acciaio, che hanno permesso di dare vita alla più grande raccolta di oggetti e ricordi legati all’heavy metal. Inoltre, volevo che l’italiano dei miei post fosse curato, nei limiti delle mie capacità, quindi a volte ci mettevo anche giorni prima di pubblicare.

Da Bond a Marina Ripa di Meana, la sua autobiografia si intitolava “I miei primi quarant’anni”, ecco perché i tuoi primi quarant’anni sono stai migliori di tutto quello che è venuto dopo e come ti spieghi che questa sensazione sia comune a tanti di noi nati quattro decadi fa?
Si sa che il tempo addolcisce i ricordi. Poi non bisogna dimenticare che gli eventi trattati nella pagina rievocavano momenti in cui molti erano indomiti e spensierati teenager o ventenni, quando ancora non c’erano preoccupazioni come mutui, cervicali o i festival col golden pit.

In questi anni hai tenuto in vita la pagina soprattutto grazie al materiale proveniente dalla tua collezione, ma hai ricevuto anche tanti spunti dai tuoi follower: qual è la cosa più strana che ti è stata recapitata?
Voglio in questa sede ricordare quattro episodi, che non so se sono strani, ma sicuramente sono tracotanti di epicità. Parto da un aneddoto pubblicato sul concerto dei Motörhead a Brescia del 1982, quando una giovane fan uscì dalla roulette nel backstage stringendo qualcosa in mano e urlando “le mutande di Lemmy, le mutande di Lemmy!”. Il secondo episodio è il racconto dettagliato dell’esordio sui palchi italiani di Venom e Metallica, con il loro storico tour del 1984, a cui penso che tutti vorrebbero partecipare non appena avremo una macchina del tempo funzionante. Nell’attesa, andate a leggerlo e a immergervi nelle clamorose immagini pubblicate, sia mai che la pagina sparisca. Il terzo episodio rimanda al tour degli Slayer del 1991, a Milano, con la figura mitologica del samoano alto due metri, dalla barba e capelli lunghi, che, dando le spalle al palco, faceva volare in aria le persone che gli capitavano a tiro, mentre dagli spalti venivano lanciati i seggiolini. E infine, come non citare la foto con Chuck Schuldiner nel primo concerto dei Death in Italia, a Firenze nel 1993. Vedere quell’immagine dà sempre una grande emozione.



Quali caratteristiche deve avere il vero Metallaro Quarantenne?
Il classico metodo per riconoscere il metallaro quarantenne è l’utilizzo del termine “nuovo” quando parla di album o componenti di band che in realtà hanno ormai compiuto venti anni. Deris, ad esempio, sarà sempre il “nuovo” cantante degli Helloween.

Sarai stato anche tu un metallaro Ventenne prima di far carriera e salire al grado di Quarantenne, c’è un qualcosa che all’epoca ti faceva schifo, ma che la vecchiaia ti ha fatto rivalutare e rivendere sulla pagina come un “bel momento passato”?
Premetto che ho fatto “coming out” dopo il primo tour d’addio della pagina: non sono un metallaro quarantenne, ma un metallaro trentenne. In pratica sono il “giovane metallino” (mica troppo giovane ormai) dei miei post. Non ho ancora raggiunto lo status del quarantenne, quindi. Posso però dire che nel corso degli anni ho rivalutato l’epoca di Blaze Bayley negli Iron Maiden. Non arrivo ad abbracciare eresie, tipo definire “The Angel and the Gambler” una canzone ascoltabile, perché penso sia impossibile senza una dose robusta di birra doppio malto in corpo. Però “The X Factor” ora riesco ad ascoltarlo tutto e perfino a canticchiarlo, cosa che a diciassette anni mai avrei fatto.

Tira fuori il boomer che è in te, mi fai un breve elenco di cose del metal di oggi ti fanno schifo?
Non mi vanno giù le produzioni iper-pompose, con orchestrazioni, tastiere e cori onnipresenti, spesso tutte uguali tra band e band, tanto che non riesci a capire lo stile proprio del gruppo. Poi gli odiosi golden ticket dei concerti, dai prezzi esorbitanti.

Abbiamo iniziato citando Bond, finiamo allo stesso modo, tirando fuori uno dei suoi titoli più famosi “Mai dire mai”: credi che un giorno potrai ripensarci? Alla fine Ozzy è da metà anni 90 che ci racconta la storiella del “No More Tour”….
No, stavolta niente ritorni né tour di reunion Part II. A meno che non arrivi la major con una valigetta piena di soldi (si scherza, basta anche mezza valigetta). ILM40 è stata un’esperienza magnifica, goduriosa e intensa. L’abbiamo gustata a pieno per quattro lunghi anni ed è stato bellissimo così. Come diceva Kai Hansen in Land of the Free: “All that’s left to say is farewell”.

David Reece – Book of lies

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

David Reece (Accept, Bangalore Choir, Bonfire, Sainted Sinner) a pochi mesi di distanza dalla pubblicazione del suo album solista, “Cacophony of Souls”, è di nuovo fuori con un disco, “Blacklist Utopia” (El Puerto Records). Una fotografia senza fronzoli della realtà odierna.

Ciao David, “Blacklist Utopia” uscirà il 29 ottobre: ​​quali sono le tue sensazioni?
Saluti, beh, i miei sentimenti sono molto positivi per l’album. Sento davvero che abbiamo scritto e registrato un grande album e un grande seguito per “Cacaphony of Souls”.

Cosa significa veramente “Blacklist Utopia”?
E’ il modo in cui avverto il mondo intorno a me, specialmente i social media. Se hai un’opinione diversa da quella di un’altra persona, il tuo dissentire automaticamente viene definito con epiteti terribili. Se sei d’accordo, c’è un altro soggetto con opinioni differenti che ti attacca. Ho sempre pensato che un sano dibattito porti risultati positivi nella vita. Non tutte le aggregazioni hanno ragione su tutto. Quindi la mia interpretazione del titolo è che tipo di utopia cercano tutti? E quando gli viene detto che questa è utopia, ne saranno felici o verranno inseriti nella lista nera da altri?

Hai una lista nera personale?
No.

Quanto è stato importante Andy Susemihl per questo album?
Con Andy ho un legame musicale vero ed è mio amico da oltre 30 anni. Ha anche prodotto e mixato questo album e di nuovo Matt Fleischmann l’ha masterizzato al Mattsmix, sono tutti gli elementi funzionano molto bene insieme.

Ti piace lasciare liberi i musicisti che collaborano con te o preferisci avere tutto sotto controllo?
In realtà, in questo album il nostro bassista Malte Frederik Burkert ha scritto la maggior parte delle canzoni. Non ero davvero consapevole di quanto fosse talentuoso come cantautore fino a quando durante il Covid non ha iniziato a inviare demo e ho pensato wow! Questo ragazzo sa scrivere! Quindi ho trovato davvero facile collaborare con lui. E no, sento che tutti coloro che contribuiscono con le idee costruiscono di certo una canzone più forte, quindi do il benvenuto a tutti durante il processo creativo. Anche Jimmy Waldo e Roland Grapow hanno contribuito ad alcune canzoni.

In questo album c’è un tocco di Italia, Francesco Jovino alla batteria. Andrea Gianangeli è stato il batterista del tuo precedente album solista, “Cacophony of Souls”. Perché preferisci i batteristi italiani?
Sembra che io abbia con i batteristi italiani un ottimo feeling? Ho suonato con Francesco un paio di volte e ho sempre voluto realizzare qualcosa con lui, ha un grande talento.

È questo il tuo album più politico?
Politico? Beh, ci sono “Highway Child”, “Red Blooded Hell Raiser” e altri. Non sarei onesto se non ammettessi che sto esprimendo alcune delle mie opinioni politiche nei testi, ma come non potrei? Con quello che ho visto con il Covid, le elezioni, le rivolte e il fatto che ogni segnalazione che ricevi è di un’opinione diversa e fa sì che una persona si chieda cosa sia reale e cosa no, ovviamente sono stato colpito da tutto ciò e lo sono ancora.

La Bibbia è il libro delle bugie?
No, quella canzone in realtà parla di qualcuno che dice qualcosa e ne fa un’altra. Prima mi hai chiesto se avevo una lista nera, credo che tutto quello che posso dire è che non sopporto i bugiardi.

Hai realizzato il tuo sogno americano?
Sì, in molti modi, guarda la mia vita. Un Mr nessuno che si è ritrovato negli Accept e ha avuto la fortuna di continuare a cantare, scrivere e fare interviste con persone come te. Sì, ho vissuto e sto vivendo il mio sogno.

Ripensandoci, hai dei rimpianti?
Ovviamente, non li abbiamo tutti? Se non hai rimpianti, non sei onesto, ma è ciò che impari da quei rimpianti è che ti danno la possibilità di scegliere come migliorare te stesso e andare avanti.

Siete pronti a tornare in scena dopo l’emergenza pandemica?
Oh Dio, mi manca così tanto! È il motivo principale per cui sono nel circo del rock ‘n’ roll, l’empatia dal vivo è indescrivibile. Non vedo l’ora di tornare di nuovo alla normalità.

David Reece (Accept, Bangalore Choir, Bonfire, Sainted Sinner) a few months after the release of his solo album, “Cacophony of Souls”, is back out with a new record, “Blacklist Utopia” (El Puerto Records). A no-nonsense photograph of today’s reality.

Hi David, “Blacklist Utopia” will be released on October 29t: What are your feelings?
Greetings, well my feelings are very good about the album. I really feel we’ve written and recorded a great album and a great follow up to “Cacaphony of Souls”.

What does really mean “Blacklist Utopia”?
For me it’s myself watching the world around me especially social media. If you have a different opinion than another your automatically attacked being called terrible names etcetera. If you agree there is another element of opinions attacking you. I’ve always felt a healthy debate brings positive results in life. Not every group is correct about everything. So my take on the title is what sort of utopia is everyone seeking? And when they are told this is utopia will they be happy or blacklisted by others?

Have you got a personal blacklist?
No.

How important was Andy Susemihl for this album?
With Andy I have a real connection musically and as my friend for over 30 years. He’s also again produced and mixed this album and again Matt Fleischmann mastered at Mattsmix so the elements all work so very well together.

Do you like to let the musicians who collaborate with you free or do you prefer to have everything under control?
Actually on this album our bassist Malte Frederik Burkert wrote most of the songs musically. I really wasn’t aware of how  talented he was a songwriter until during Covid he started sending demos and I thought Wow! This guy can write! So I found it really easy to collaborate with him. And no I feel everyone contributing ideas only builds a stronger song so I welcome outside writing and the creative process. Also Jimmy Waldo and Roland Grapow contributed on a few songs.

In this album there’s a touch of Italy, Francesco Jovino on drums. Andrea Gianangeli was the drummer on your previous solo release “Cacophony of Souls”. Why do you prefere the Italian drummers?
It seems Italian drummers have a great feel? I have jammed with Francesco a few times and always wanted to play with him he’s a real great talent.

Is this your most political album?
Political? Well there is “Highway Child”, “Red Blooded Hell Raiser” and others. I wouldn’t be honest if I didn’t admit that yes I am expressing some of my views politically in my lyrics but really? With what I’ve seen with Covid, elections, riots everything and the fact that every report you get is of a different opinion and causes a person to wonder what is real and what isn’t yes. I obviously was affected and I still am by the worlds current affairs.

Is the Bible the Book Of Lies?
No that song actually is about someone saying something and doing another. You asked if I had a blacklist ,personally I believe earlier and all I can say is that I can’t stand liars.

Did you realise your American dream?
Yes, in many ways, look at my life. A nobody thrust into Accept and being lucky enough to continue singing and writing and doing interviews with people like you yes I’ve lived and am living my dream.

Looking back,  do you have any regrets?
Of course don’t we all? If you don’t have regrets your not being honest but it’s what you learn from those regrets that give you choices on how to better yourself and move forward.

Are you ready to back on stage after the pandemic emergency?
Oh God I miss it so much! It’s the main reason I am in rock ‘n’ roll the connection live is indescribable. I cannot wait to get back to normal again.