Stealth – Live for your faith

Nella storia della musica pesante italiana i live album sono delle rarità, solo pochi gruppi hanno deciso di pubblicarne uno. Tra questi gli Stealth che da qualche settimana hanno fatto uscire “Live For Your Faith”, la riproposizione on stage del loro terzo lavoro “Fight For Your Faith”.

Ciao Ivan (voce e chitarra), la decisione di pubblicare un live album era già stata già presa tempo fa o è nata durante il blocco dei concerti?
Ciao a voi. Diciamo che era già stata presa da tempo ma che abbiamo anche colto la palla al balzo durante il blocco dei concerti. Avevamo del materiale live registrato durante il nostro ultimo tour ed abbiamo così deciso di fare una selezione dei 10 migliori pezzi e di pubblicarli.

Che significato simbolico ha pubblicare un disco dal vivo proprio in questi giorni?
Molto. Ci mancano i live e ci manca l’atmosfera del palco. Abbiamo voluto fare un piccolo tributo a ciò che veramente spinge dei musicisti come noi a suonare e cioè lo spettacolo dal vivo. E speriamo di esserci riusciti.

“Live For Your Faith” raccoglie al proprio interno una versione live del vostro terzo album e i pezzi provengono da più date, quale criterio avete utilizzato per creare la tracklist definitiva?Abbiamo innanzitutto ascoltato attentamente tutto il materiale live registrato che avevamo a disposizione, più di sette ore in totale. Da lì abbiamo selezionato i pezzi migliori, considerando l’idea iniziale di pubblicare il disco con la stessa track list dell’album originale uscito sette anni fa. Poi c’è stata la parte del mixaggio e mastering fatta da Ays Kura negli studi della nostra label a Londra, il tutto fatto ovviamente in periodo di pandemia, ossia da casa tramite scambi di decine di e-mail. E lì ci siamo accorti che la maggior parte dei pezzi suonava davvero forte. Abbiamo infine deciso di andare a selezionare tutti i pezzi da quattro live differenti lasciando da parte quelle canzoni dove magari la resa sonora non era il massimo.

I brani sono stati registrati in Italia, Uk e Slovenia, come varia l’approccio del pubblico nei confronti di un concerto nei vari paesi?
In Italia l’ascoltatore è molto attento ma anche un po’ più freddo rispetto a paesi come la Slovenia o tutto l’Est Europa in generale, dove il pubblico si lascia un po’ più andare e coinvolgere dalla musica. In UK possiamo dire che è una via di mezzo tra i due appena descritti. In generale comunque i feedback ricevuti nei nostri live all’epoca sono stati assolutamente positivi.

“Fight For Your Faith” è un disco uno e trino, oltre alla sua versione originale e a quest’ultima live, ne esiste anche una remixata: cosa vi lega in modo così forte a questo album tanto da rimetterci mano periodicamente ripresentandolo in una veste nuova?
E’ attualmente il nostro disco in studio di punta, quello che ci ha fatto maturare a livello artistico e che ci ha portato degli ottimi feedback sia a livello nazionale che internazionale. Abbiamo impiegato oltre un anno e mezzo per la sua produzione, senza contare i diversi mesi precedenti le registrazioni occupati a comporre le musiche ed i testi. Ecco il perché della rivisitazione live e del remix. Quel disco meritava di essere da noi “celebrato” in tutto e per tutto.

La vostra discografia è diventata corposa, dodici uscite in tutto. Ma se “Fight For Your Faith” è un disco a cui tenete particolarmente, ce n’è uno che in qualche modo considerate meno riuscito?
Teniamo moltissimo a tutti i nostri dischi e le nostre release. Se proprio dovessimo rimettere mano ad un disco, lo faremmo per il nostro primo full length album omonimo uscito nel 2001. Quel disco è fin troppo acerbo e presenta anche qualche errore di esecuzione, di dinamica e anche di composizione che certo ad oggi non faremmo di nuovo. Quelli erano errori di gioventù che all’epoca ci potevano stare.

Quanto è cambiata la scena dai vostri esordi a fine anni 90?
Tantissimo! In quegli anni c’erano un sacco di locali underground nella nostra zona dove poter suonare o semplicemente dove poter uscire una sera con gli amici per ascoltare buona musica. Da una decina di anni a questa parte la situazione è cambiata. I locali sono sempre meno e le opportunità per divertirsi ascoltando rock/metal e per esibirsi sono pochissime qui e in molte altre province italiane. E purtroppo, dopo la pandemia, la situazione di certo non sarà migliore.

Domanda a bruciapelo: ha ancora senso fare uscire un disco oggi, soprattutto in formato fisico?
Secondo noi si. Ovviamente l’avvento dei social media e di piattaforme digitali come Spotify ha reso il formato fisico più un prodotto di merchandising che un vero e proprio dispositivo dove ascoltare musica. Ovviamente, proprio per questo, tanti gruppi hanno optato per la pubblicazione di uno o più singoli /EP piuttosto che di un album intero. Ma alla lunga pensiamo che si ritornerà a dare più importanza al supporto fisico sia esso CD che vinile.

State lavorando su del materiale nuovo?
Sì, certo! Siamo in fase di mixaggio di due nuovi brani che vedranno la luce in primavera. Ci saranno delle novità a livello di sound ma il marchio di fabbrica Stealth resterà lo stesso delle nostre ultime pubblicazioni.

Silvered – L’ora delle streghe

Ancora un album d’altissima qualità proveniente dall’Italia. I Silvered con “Six Hours” (BadMoonMan Music / Solitude Productions) ci dimostrano che il Salento non è solo la terra de “lu sule, lu mare, lu ientu”.

Ciao Daniele, avevamo lasciato i tuoi Silvered alle prese con l’album di debutto “Grave of Deception”, li ritroviamo oggi, dopo ben nove anni di attesa, con il secondo disco, “Six Hours”: cosa è successo in questo lungo lasso di tempo?
Ciao a voi, una vita intera direi! Come potrete immaginare ne succedono di cose in così tanti anni. In primis si cresce come persone e si maturano esperienze, musicali e non, si ascolta nuova musica, si leggono nuovi libri. Vicende personali e interpersonali hanno segnato la storia della band, che in un modo o nell’altro non ha mai mollato e si ritrova oggi ad avere un ruolo di tutto rispetto nell’underground metal mondiale.

Line up rivoluzionata, con te unico reduce dal disco precedente: cosa ti ha portato a un rivoluzionamento così profondo della formazione?
Fondai la band nel 2007 con un’idea ben precisa riguardo alla musica e agli obiettivi, ovvero quella di suonare un genere che in Italia e all’estero era abbastanza nuovo, unendo il death metal melodico con il progressive metal e il rock acustico. Agli esordi trovai una buona sinergia con gli ex membri, sia a livello umano che prettamente musicale. Nel periodo di lavorazione del primo album “Grave of Deception” gli equilibri all’interno della band iniziarono però a deteriorarsi sino alla inevitabile spaccatura avvenuta verso la fine del 2011. L’ ingresso dei fratelli Giuseppe (chitarra) e Carlo Ferilli (batteria) diede poi nuova linfa vitale alla band che proseguì coi live e con le prime nuove composizioni. Il gruppo cambiò ulteriormente pelle in seguito alla separazione “pacifica” da Stefano De Laurenzi (tastiere, 2007-2015) e Frank Bursomanno (basso, 2008-2017), come da Roberto Vergallo qualche anno prima (chitarra, 2008-2010 – dal 2017 chitarrista e compositore nella mia attuale rock band Maysnow). Lorenzo Valentino (dal 2015) e Simone Iacobelli (dal 2018) completano oggi la line up.

Quanto hanno inciso i nuovi in fase di scrittura?
Hanno inciso in maniera vitale direi, realizzando tutte le musiche e registrando poi tutti gli strumenti, i primis i fratelli Ferilli, che proprio intorno al 2015 (non ricordo esattamente l’anno) mi convinsero anche a non mollare il progetto, assicurandomi che avremmo potuto realizzare un album straordinario. Cosa che è avvenuta davvero!

Aspettare nove anni per pubblicare un disco e ritrovarsi nel pieno del lockdown non deve essere una cosa facile da digerire, quanto vi sta penalizzando questa situazione in fase di promozione del disco?
Il nostro album non avrebbe potuto avere un’uscita più azzeccata! A parte gli scherzi, dopo appunto così tanti anni, mille peripezie, contrattempi e difficoltà varie che solo una band underground conosce, la soddisfazione risulta doppia, addirittura tripla col fattore pandemia. “Six Hours” per ovvi motivi non ha ancora avuto la promozione che forse merita, ma nonostante tutto è abbastanza conosciuto nel mondo underground, grazie alla BadMoonMan Music e all’etichetta madre Solitude Productions, label esperta in ambito doom metal. La mancanza di live poi non gioca a nostro favore, ci è al momento negato il modo migliore per diffondere la nostra musica, ma ritorneremo non appena possibile sul palco e sarà incredibilmete bello.

Il vostro primo album è stata un’autoproduzione, il nuovo invece è uscito, come dicevi prima, per BadMoodMan Music: noti delle differenze in termini di attenzioni da parte dei media e del pubblico?
In effetti si, “Grave of Deception” (datato 2012) non fu accompagnato da nessuna promozione, se non quella legata ai concerti stessi. Oggi le cose sono molto diverse, come ti anticipavo prima, con BadMoonMan Music/Solitude Productions la visibilità è cambiata radicalmente. Continuano ad arrivarci recensioni e feedback positivi da parte del pubblico, su youtube le visualizzazioni dell’album superano le 50 mila e questo non può che renderci orgogliosi.

Trovo che una delle influenze più evidenti sia quella dei Novembre, credi che la comune provenienza geografica, entrambe le band provenienti dal Mezzogiorno d’Italia (anche se la band di Carmelo è ormai di base a Roma da una vita), vi abbia influenzato in qualche modo nella vostra ricerca sonora tanto da arrivare a soluzioni sonore affini?
Non so se sia questione di provenienza geografica, è più dovuto forse ai gusti personali e al bagaglio musicale che ci portiamo dietro. Sicuramente c’è un sentire comune, con le dovute differenze stilistiche.

Quali tematiche tratti nel disco e cosa si cela dietro il titolo “Six Hours”?
Il concept dell’album è incentrato sulla stregoneria. Ho scritto una storia prendendo spunto da diverse testimonianze reali riportate in alcuni documenti che ho visionato e studiato durante la mia tesi di laurea intitolata “Inquisizione e stregoneria nella terra d’Otranto di antico regime”. Il “Salento magico” ha fatto quindi da ambientazione per le vicende di una ex-suora che, nel tormento e nella disperazione, stipula un patto col diavolo. Le canzoni narrano le ultime sei ore di vita della protagonista.

Il vostro nome si ispira all’opera di Lovercraft, pensi che alla luce della vostra evoluzione, che vi ha portato a un disco come “Six Hours”, ci sia ancora un’affinità concettuale con l’autore di Providence?
Assolutamente sì, da amante della letteratura weird e del Maestro HP Lovecraft posso affermare che entrambi gli album hanno attinenza, il primo con venature più fantasy/horror, il seconto più dark horror. Anche l’autore di Providence scrisse racconti a tema stregonesco e col diavolo i protagonista.

Sono pugliese come voi, ritengo che prima del lockdown, almeno qui nella zona di Bari, le cose dal vivo andassero meno peggio che in altre partidel Meridione. Anche da voi in Salento qualcosa di interessante, grazie a locali come l’Istanbul Cafè o ai festival estivi, si muoveva. Quale scenario si prospetta alla fine della pandemia? Ritieni che si potrà ripartire da là dove c’eravamo fermati o sarà dura rialzarsi?
Credo che alla fine di questo incubo non si tornerà alla vita come noi la ricordiamo, nel senso che avremo sempre a che fare con norme sanitarie e provvedimenti speciali soprattutto per i luoghi chiusi e in ambito spettacoli rivolti al pubblico. Ciò però farà da contraltare ad una voglia irrefrenabile di aggregazione e di musica dal vivo. Paradossalmente questo stop forzato potrebbe portare nuova linfa vitale a tutto il movimento musicale e quindi, lo spero davvero, anche a quello metal.

Unalei – La dea del mare calmo

Il progetto Unalei, espressione musicale di Karim Federico Sanna, dopo un paio di album – “A sua immagine” (autoproduzione, 2013) e “Taedium Vitae” (Club Inferno Ent./My Kingdom Music, 2016) – pare arrivato a un momento di svolta con il recente “Galatea” (Metaversus PR), un disco ricco di suggestioni folk.

Ciao Karim, da qualche mese è fuori il tuo terzo album “Galatea”, un disco che in qualche modo si differenzia dai tuoi lavori precedenti per un piglio maggiormente folk, a cosa è dovuta questa svolta?
A livello musicale, prima di appassionarmi a quello che mi avrebbe portato a sviluppare gli album più estremi, il mio orecchio era sollecitato da alcune cose in particolare. Ho cercato di far convergere queste più “antiche” passioni musicali in “Galatea” per quanto possibile, trattandosi di un album pop/rock: la musica popolare delle terre da cui provengo, il sound acustico naturale e genuino, la colonna sonora proveniente dagli anime, i videogiochi, la Disney.

L’amore per il folk è recente o ti accompagna da molto?
Diciamo una via di mezzo: non avevo riconosciuto in me questa predilezione per il folklore, si è concretizzata quando il destino mi diede la fortuna di trascorrere un anno in Spagna e di vivere alla flamenca. Andando indietro con la mente poi, ho sempre preferito le fiabe e leggende popolari ad altri tipi di racconti e sono un sostenitore della vita campestre con un uso quanto più moderato della tecnologia. Apprezzo la cucina locale, le minoranze linguistiche (in cui rientrano i dialetti).

Possiamo considerare “Galatea” il tuo disco più biografico?
Non ho mai pensato di scrivere un disco auto-biografico eppure sì, potremmo considerarlo come il più concentrato. In effetti, nei due LP precedenti le liriche procedevano per astrattismi, emozioni e impressioni puramente personali, a tratti poco empirici. Quasi una vergogna di scoprire le proprie carte mascherata da ermetismo. In “Galatea” non ci sono veli e peli sulla lingua, Karim parla di Federico e viceversa in un certo senso. Tutti i contenuti hanno un corrispettivo concreto.

Credi che i tuoi fan siano rimasti spiazzati da questo nuovo approccio?
Non saprei, probabilmente alcuni sì. Sono contento però di vedere un certo zoccolo duro immutato e probabilmente in espansione, perciò al momento forse è ancora presto per tirare le somme. Per me la musica è un mezzo, non il fine. Il mezzo per tramettere il messaggio in una cornice artistica, come la parola è l’espressione più a dimensione d’ uomo. In “Galatea” la musica è strettamente funzionale al messaggio e al contributo che vuole dare al mondo sia della musica ma principalmente all’umanità che avanza.

Cosa, invece, è rimasto immutato dal tuo esordio?
Il nome, che non è poco! Scherzo. Ottima domanda. Ci si concentra sempre su ciò che si cambia e si migliora ma su quello che rimane… Non saprei proprio cosa risponderti.

Altra costante, secondo me, è un approccio compositivo portato comunque alla forma di canzone, cosa che forse è più evidente oggi, ma ben presente anche in passato: sei d’accordo?
Estremamente evidente oggi, palese. Mi ci trovo molto bene, il pop è un’altra grande influenza, ho dovuto faticare parecchio per farla affiorare. Sul passato non sono molto d’accordo. Ci sono un paio di pezzi con i classici crescendo post-rock (“Della Carne”, “Senhal”), ma non c’è mai la stessa struttura. In passato volevo abbattere i canoni, le barriere della convenzione, colpire l’ascoltatore (concetto dello studium e del punctum) per attivare la sua attenzione in altre direzioni rispetto al consueto, per porlo faccia a faccia con l’Altro. Effettivamente, anche “Galatea” è più a misura d’uomo, con meno spocchia e la testa alzata a livello del prossimo.

Mi spieghi il significato del titolo “Galatea”?
Il significato primario viene dal mito di Galatea e Pigmalione, re di Cipro. Il re rifiutava qualsiasi donna terrena, nessuna era all’altezza del suo sentimento. Così per poter avere un s-oggetto pari al suo desiderio a cui rivolgere le sue lodi si fece costruire una statua della dea Afrodite, ossia dell’amore stesso. Dall’Olimpo, Afrodite vide e riconobbe la devozione di Pigmalione e decise di esaudire le sue preghiere dando vita alla statua. Essendo la donna nata dal marmo le venne dato il nome di Galatea, che stando al greco potremmo interpretare come “colei dalla pelle bianca come il latte”. Mentre secondo un’altra interpretazione il nome potrebbe indicare dunque “la dea del mare calmo”. Esteticamente rappresenta un’ideale umano raggiungibile solo attraverso l’intervento divino, concetto movente di questo progetto musicale fin dalla sua creazione. Non dimentichiamo l’altro mito di Aci e Galatea, in cui lei è una Nereide, ninfa del mare.. C’è un gruppo di comuni in provincia di Catania che si chiamano “Aci…”, perché quella zona è accreditata come teatro di questo mito. In Salento abbiamo due comuni nominalmente analoghi: Galatina e Galatone.

Credo che anche dal punto di vista lirico tu abbia voluto fare un passo avanti: come è cambiato il tuo processo di scrittura dei testi e come questo ha influito, se ha influito, sullo sviluppo della musica?
Avevo il bisogno di esprimermi a parole, il mezzo più diretto e comprensibile. Prima sono nati i testi e poi le relative canzoni. Anche qui mi sono rifatto a dei canoni, lasciando da parte l’approccio impressionistico e totalmente libero del passato che caratterizzava musica e parole. Semplicemente ho voluto scrivere delle poesie. Alcune potrebbero avere ragione d’essere autonoma come “Azalea”, “Anarada” o “The Little Matchgirl”, altre non le immagino autosufficienti al di fuori della canzone. Comunque sia, la letteratura mi influenza al pari della musica da sempre.

Credi che dal vivo vecchi e nuovi brani possano convivere insieme senza problemi o dovrai rivedere gli arrangiamenti delle tracce dei primi due dischi?
Sarà difficile ma dovranno per forza. Al momento la quantità di lavoro necessario mi spaventa e non voglio pensarci. Fortunatamente ci siamo organizzati con gli stem delle sequenze ed è già molto. Il cavillo è che “Galatea” è tutto suonato con un’accordatura standard, nei vecchi dischi ne troviamo invece altre, uguale: tre chitarre da portarsi dietro. Rivedrò di certo gli arrangiamenti dei brani vecchi ma per farli risultare più fedeli all’originale. Con i vari turnisti che abbiamo avuto alle chitarre, prime donne esigenti, mi son fatto trascinare e ho stravolto un po’ troppe cose, me ne rendo conto solo ora… motivo in più per occuparmi personalmente di lead e assoli in sede live quando posso.

Aborym – Orizzonti ostili

Gli Aborym continuano il loro percorso verso una metà che probabilmente non conoscono neanche loro. “Hostile” (Dead Seed Productions) è l’ennesima tappa spiazzante ed alienata, un crudo manifesto di ostilità. Ne abbiamo discusso con Fabban e Kata.

Ciao ragazzi, benvenuti su Il Raglio del Mulo. Fabban, direi di iniziare dall’involucro, la copertina su cui campeggia lo scheletro di un pesce. L’immagine mi ha suggerito due idee. Parto con la prima: il pesce è uno dei simboli della cristianità, rappresenta lo stesso Gesù, il fatto che appaia scarnificato nella vostra cover è un caso? La seconda considerazione è di stampo geografico, come te sono pugliese. Il pesce spolpato potrebbe anche farmi pensare al mare di Taranto e all’Ilva. Quanto l’essere cresciuto sotto l’ombra nefasta del mostro siderurgico ha influenzato il sound passato e presente degli Aborym?
Fab: Molto interessanti le tue visioni ma la scelta di questa copertina ha un altro tipo di approccio. Si tratta dello scheletro di un pesce, qualcosa che normalmente la gente non associa ad concetto di “ostilità”. In questo caso si tratta dello scheletro di uno di quei pesci tropicali come i Monocirrhus o i Piranha, creature che si nutrono di pesci preferibilmente vivi, ma in alcuni casi anche di pesci morti. Mi piaceva la metafora così ho proposto questa idea… Il mondo è pieno di gente psicolabile pronta a “divorare” qualcuno e non parlo solo di nemici. In questo preciso momento storico mi viene in mente quella gran testa di cazzo di Donald Trump. Riguardo Taranto e l’Ilva.. Ho vissuto lì fino al 1996, prima dell’avvento di internet e dei cellulari, e in quegli anni l’Ilva dava da mangiare a me, a mio fratello e alla mia famiglia. Mio padre ha lavorato lì dentro per 30 anni e all’epoca per me rappresentava stabilità, mi permetteva di crescere e di ambientarmi in quella che era la mia vita di tutti i giorni. La mia è stata una famiglia normale, niente lussi ma si andava avanti attraverso il lavoro e l’Ilva dava da vivere non solo a noi, ma a gran parte della città. Quella fabbrica era il bene e il male al tempo stesso e negli anni 70 sfornava il 41% della produzione totale di Italsider, percentuale che nel 1980 raggiunse il 79% del totale e, se da un lato rappresentava la vita per la città di Taranto, negli anni a seguire si trasformò in una delle più letali macchine inquinanti e mortali. La gente iniziò ad ammalarsi, molti bambini nascevano con tumori, molti altri di tumori ci morivano e tutto questo perché il denaro e la corruzione hanno preso il sopravvento in un ambiente, quello di Taranto, di per sé fisiologicamente devastato da povertà e criminalità. Il resto è storia recente. Ho perso diversi amici e conoscenti a causa della merda che fuoriesce da quella fabbrica e di fatto ha influenzato la musica di Aborym. Innegabile.

Voglio soffermarmi un attimo sulla vostra evoluzione: se una persona che non conosce il vostro percorso artistico prendesse il vostro esordio ed “Hostile” e li ascoltasse di seguito, probabilmente avrebbe difficoltà a riconoscere in quei lavori la stessa band. Ma secondo voi qual è il filo conduttore, l’elemento sempre presente nei vostri dischi al di là delle sonorità contenute?
Fab: Il cambiamento, la mutazione, la trasformazione, soprattutto in campo musicale è sempre stato qualcosa che di solito mi permette di affezionarmi ad una band, potrei citarne decine. Sono irrimediabilmente affascinato da musicisti che nel corso della loro carriera cambiano pelle e maturano. Anche quando Aborym era una band extreme metal, disco dopo disco ha sempre compiuto una muta, come i serpenti. Questa attitudine è sempre stata una sorta di marchio di fabbrica e tutti i musicisti con cui ho lavorato in passato e quelli che ora fanno parte di questa band sono perfettamente allineati e hanno assorbito questo DNA. Suonare e fare musica per me non è mai stato e non è un lavoro. Non ho mai ricevuto diktat dai discografici, non sono mai sceso a compromessi con nessuno e non ho mai assecondato ciò che i fan chiedono… Non ho mai suonato musica per far contenti gli altri. Suono perché mi fa bene. Come fosse un medicinale o un antibiotico. Nel caso di Aborym poi la cosa è particolarmente divertente perché quando si suonava extreme metal alcuni ci accusavano di essere troppo sperimentali e poco “true” come spesso dicono questi intellettuali da sabato pomeriggio; nel momento in cui la mutazione si è calcificata hanno iniziato a blaterare accusandoci di non essere più una band extreme metal… E la cosa ancora più divertente per me è che attribuisco a tutto questo un valore zero assoluto perché faccio esattamente quello che mi va di fare, faccio esattamente quello che mi fa bene fare, con chi decido di farlo. La gente può adeguarsi o ascoltare altro, per me non cambia nulla. E i nostri fans sono abituati a tutto questo. Quando poi trovi una stabilità e un equilibrio con gli altri della band questo non fa che rendere tutto questo ancora più granitico. Per rispondere alla tua domanda… credo che la risposta più logica che possa darti sia DNA. Negli anni è l’unica cosa che non è mai cambiata in questa band. E il DNA di Aborym è mutazione, è trasformazione. Sempre. Da sempre.
Kata: Sicuramente la ricerca e la contaminazione. Facendo come hai detto tu l’ascolto in sequenza noterai che in entrambi i casi non c’è nulla di troppo “classico” nel nostro sound, dopo qualche minuto succede sempre qualcosa che non ti aspetteresti mai, che sia un suono, un arrangiamento o un’idea bizzarra. Non ci piace ragionare a cliché ne componiamo pensando di dover compiacere qualcuno. Ci interessa fare musica per raccontare qualcosa di vero che duri nel tempo e che se anche lo riascolterai tra 20 anni lo troverai sempre fresco ed attuale… ecco questo penso sia il reale filo conduttore.

Oggi vi sentite più liberi di esprimervi rispetto al passato? Con libertà mi riferisco più che altro a una maggiore padronanza dei vostri mezzi, un più semplice passaggio da idea ad azione: maggiore facilità di tradurre in note le idee.
Kata: Con l’età e l’esperienza si matura per forza di cose. Ne passi di cotte e di crude e hai a che fare con tanta gente diversa che, nel bene e nel male, ti lascerà sempre qualcosa. La libertà credo sia stata una caratteristica costante in Aborym sia a livello espressivo che come capacità e padronanza dei propri mezzi. A noi tutti piace non stare mai con le mani in mano, componiamo in continuazione, collaboriamo con amici e colleghi e studiamo sempre nuove soluzioni. Impariamo ad utilizzare nuove macchine, studiamo i nostri strumenti a fondo e cerchiamo di tenere sempre alta l’asticella.
Fab: Con il passare del tempo e maturando come uomo prima che come musicista, ho accumulato know-how, ho in qualche modo preso coscienza su ciò che realmente mi interessa fare con e attraverso gli strumenti musicali, ho accumulato tempo dedicato alla conoscenza degli stessi strumenti attraverso studio, applicazione, esercizio, ricerca… Conoscere al meglio il proprio strumento è fondamentale se vuoi fare musica a certi livelli. E da quello che sento in giro musicisti bravi sono sempre meno, tendono a scomparire. Oggi basta conciarsi da pagliaccio per ottenere consens e alla fine tutta questa merda finirà dimenticata. Negli ultimi anni ho investito molti soldi in strumentazione e di riflesso ho dedicato molto tempo a tutti questi strumenti, funzionali a ciò che voglio fare in musica. Parlo di sintetizzatori, moduli, plug-in, software… Quando iniziai ad avvicinarmi alla musica sperimentale avevo un vecchio Mac, un Pc, un FT2 (fast tracker), un piccolo Tascam multitraccia su tape con 4 canali e un JV30 della Roland disastrato e nonostante tutto sono riuscito a tirare fuori musica. Oggi ho il mio studio/rehearsal room di Aborym, ho una strumentazione che può permettermi soluzioni infinite e di conseguenza riesco ad ottimizzare i tempi e ad avere maggiore libertà. Gli altri della band sono come me in questo. Siamo quattro nerd del cazzo da questo punto di vista.

A livello ideologico è cambiato qualcosa? A cosa siete ostili e come si dimostra la propria ostilità nel 2021?
Kata: Non credo sia cambiato qualcosa, semplicemente a 40 anni non ti esprimi più a livello “ormonale” come quando ne avevi 20. Hai più consapevolezza e affronti le cose con una maturità maggiore. Di fondo però rimaniamo ostili a tutto ciò che è prevaricazione, violazione dei propri diritti, ignoranza e chi più ne ha più ne metta. Per quanto riguarda il dimostrarlo credo semplicemente avere il coraggio di sputare un severo “NO” all’omologazione dei contenuti, essere se stessi e fottersene del compiacimento altrui a tutti i costi.
Fab: Non voglio dimostrarmi ostile nei confronti di qualcuno o di qualcosa a tutti i costi. Rispetto a quando avevo 20 anni ovviamente ho imparato a capire cosa per me è giusto e cosa è sbagliato, ho imparato a dare importanza a persone (poche) che la meritano e a toglierla a persone ingombranti, a selezionare le mie amicizie e le persone con cui lavorare. Sopra ogni cosa ho imparato a non aver paura di cambiare, perché di cazzate in passato ne ho fatte molte e di cazzate ne ho dette tantissime, l’importante è prendere coscienza e rendersi malleabili. Ho la mia famiglia e i ragazzi della band, cerco di non creare problemi a nessuno e faccio in modo che gli altri non ne creino a me, non giudico ed esigo di non essere giudicato e sono distante anni luce da tutto ciò che gravita all’esterno. Non sono un misantropo del cazzo, piuttosto mi faccio gli affari miei e non ho bisogno di essere ostile a tutti i costi. L’ostilità spesso risiede nel mondo li fuori e nella gente.

Fabban, parlando del nuovo singolo, “Horizon Ignited” hai detto: “La memoria di Dio rende possibile una riconsiderazione di Dio che evita l’alternativa diffusa, ma fuorviante, tra la ‘morte di Dio’ da un lato e il suo presunto ‘ritorno’ dall’altro”. Tu a che riconsiderazione alternativa di Dio sei arrivato?
Fab: Dio semplicemente non esiste e qualora esistesse mi piacerebbe conoscerlo e scambiarci due chiacchiere. Detto ciò non ho nulla nei confronti di chi crede in qualcosa, semplicemente credo esistano religioni che fondano la propria essenza e i propri criteri sulla paura dell’ignoto e della morte. E per quanto la morte sia qualcosa che mi terrorizza, e non tanto la mia ma quella che riguarda le persone a cui voglio bene, non riesco a trovare nessun beneficio nel sedare tutto questo attraverso un credo. Se poi la religione diventa una sorta di partito politico la cosa non solo mi turba ma mi fa profondamente schifo.

Fabban, hai anche detto che dopo otto album per voi era importante ritrovare il divertimento: vorrei sapere se ci siete riusciti a ritrovarlo e più o meno a che punto della vostra carriera lo avete perso, se lo avete mai perso…
Kata: Il divertimento è sempre alla base di tutto, altrimenti non faremmo più musica, non lo abbiamo mai veramente perso. Semplicemente ci sono alti e bassi, come è normale che sia… per “Hostile” però è stato tutto nuovo e diverso. Finalmente una line up stabile, una vera band che lavorava in sinergia tutta insieme e non un solo uomo al comando. Il risultato credo parli da solo.

Ai vostri esordi qual era il sentimento dominante? Da ascoltare direi la rabbia, se non l’odio…
Fab: Tutte cazzate. All’inizio sentivo il bisogno di far parte di qualcosa e questo senso di appartenenza, vista anche l’età, spesso proiettava a fare cazzate, ti spingeva a voler diventare una sorta di personaggio, a creare un tuo seguìto e a commettere tanti errori di valutazione. Sentivo di essere malato e mi piaceva essere malato e tutto ciò che mi gravitava intorno non aiutava, anzi, amplificava tutta questa merda. Ma poi si cresce, si cambia, ci si migliora.

Quale è stata la vostra reazione quando hai sentito per la prima volta la versione definitiva di “Hostile”?
Kata: Un grosso, enorme sorriso stampato sulla faccia.
Fab: Ogni volta che ascolto il master finale di un nuovo disco seguo una sorta di rituale: apro una bottiglia di un rosso, di solito un Barolo o un primitivo, mando in play e accendo la tv iniziando a fare zapping sui canali. Ascolto il disco e associo la musica a ciò che vedo in tv, e fumo erba.

Airborn – I segreti della lucertola

Gli Airborn finalmente hanno dato alle stampe la seconda parte del loro ambizioso concept su più album,”Lizard Secrets”. Il nuovo capitolo della saga si intitola “Lizard Secrets – Part Two – Age of Wonder” ed è stato pubblicato dalla Fighter Records il 10 dicembre 2020, in collaborazione Metal Underground Music Machine (#MUMMunderground) abbiamo contattato il cantante-chitarrista-tastierista della band Alessio Perardi.

Benvenuto Alessio, finalmente la seconda parte di “Lizard Secrets” è qui! Immagino che sviscerare un concept su due album sia stata una faticaccia, ma ora che anche “Age of Wonder” è stato pubblicato, ne è valsa la pena?
Innanzitutto, grazie a voi per questo spazio! Ne è valsa sicuramente la pena… “Lizard Secrets Part Two” è uscito da poco, ma sta già facendo breccia nel cuore dei fan e ha scatenato ottime reazioni. Il lavoro è stato lungo e chiaramente la pandemia e le restrizioni hanno complicato le cose. Fortunatamente però siamo riusciti a gestire la produzione in modo da far passare solo due anni fra la prima e la seconda parte. Avevamo molta fiducia in questo nuovo album e sta venendo ripagata con gli interessi!

Direi di iniziare, come nelle serie, con il riassunto delle puntate precedenti: ti va di fare un recap della prima parte dell’opera?
Il primo capitolo di “Lizard Secrets” è uscito nel 2018 e conteneva parecchi brani che sono già dei capisaldi della nostra scaletta live, come “Who We Are”, “Lizard Secrets”, “Wolf Child” e “Metal Haters.” Per molti versi questo nuovo progetto ci ha anche fatto conoscere a persone non ci avevano mai ascoltati prima.

Come si sviluppa, invece, la trama in questo secondo capitolo?
Il trucco di base nella serie Lizard è che si tratta di una trilogia di concept album, ma non strutturati come una rock opera in cui, da autore, sei costretto a seguire una trama. I brani sono legati più dalle tematiche e dallo stile che non da una storia, anche se piano piano si sta facendo spazio un filo conduttore dato dalla figura del Soultraveller che compare nella prima canzone di “Lizard 2”. Solo alla fine del terzo capitolo, si vedrà il quadro completo, ma niente spoiler per ora!

Quando avete iniziato a scrivere il concept, avevate già chiaro che il disco sarebbe uscito in più parti o solo lavorandoci su avete avvertito questa esigenza?
In principio il progetto era nato come un doppio CD da pubblicare tutto insieme, ma lavorandoci abbiamo riflettuto sul fatto che, dal punto di vista discografico e del lavoro, non era la scelta più azzeccata. Quando le canzoni imbastite hanno cominciato a diventare troppe abbiamo capito che la trilogia era la strada giusta e le nostre etichette hanno concordato in modo molto convinto e hanno caldamente supportato l’idea.

Come si fa a non perdere il filo quando si lavora in un arco temporale così ampio come è capitato a voi per “Lizard Secrets”?
Il piano generale era abbastanza ben definito all’inizio e molte canzoni già imbastite, quindi usando questo nocciolo duro è relativamente semplice mantenere la rotta. Il problema più grosso è sull’aspetto tecnico della produzione: inevitabilmente salta sempre fuori qualche nuova tecnica da sperimentare, qualche nuova strumentazione o software nel mio arsenale che possono migliorare il prodotto finale, perciò bisogna fare un bilanciamento fra l’innovazione e il non stravolgere la continuità di sound con il capitolo precedente. Credo che siamo riusciti nell’intento.

Sinora, ci siamo concentrati sulla parte concettuale, ma dal punto di vista musicale ci sono differenze tra i due capitoli, magari non avvertibili al primo ascolto?
Ritengo che “Age Of Wonder” sia un disco più ricco e vario rispetto alla parte uno. In verità credo sia il nostro disco più vario in assoluto. Ci sono i classici pezzi veloci e power come “Speed of Life”, “Edge of Disaster” e “Troubles”, ma anche deviazioni più melodiche come “Golden Rules” e “Age Of Wonder” o di heavy spinto come “Follow The Leader”. Ci sono anche una ballad, cosa che non facevamo più da tempo, “Condemned To Believe” e il pezzo più lungo e complesso della storia degli “Airborn: Star A Star”.

In considerazione del fatto che non avevate una vera e propria trama, i singoli pezzi sono stati concepiti individualmente e poi adeguati al canovaccio generale?
Come dicevo prima, il fatto di non avere una trama in senso stretto ci ha aiutato, tuttavia posso gettare la maschera e rivelare che alcuni pezzi sono stati scritti molti anni prima che la trilogia fosse concepita e inseriti in corso d’opera, principalmente perché calzavano a pennello. A volte scrivi canzoni che reputi di valore, ma che finiscono in secondo piano perché gli album hanno un limite di spazio e qualcosa devi sacrificare. Ho un archivio con molti brani incompiuti e lo rivisito volentieri, perché a volte aspettano solo il loro momento per brillare.

Vi è capitato di scrivere un pezzo molto valido, però fuori contesto, ma nonostante tutto l’avete inserito, magari variando un po’ la trama?
Beh, un caso evidente è “Troubles” che parla di fuorilegge nel 1700 in Inghilterra. Ovviamente sembra fuori contesto in una trilogia molto improntata sulla fantascienza, ma quella canzone ci piaceva talmente che non abbiamo esitato un momento ad inserirla.

E’ previsto un box unico, magari in edizione limitata, contente tutti gli album?
Non ne abbiamo ancor parlato ufficialmente con le nostre etichette, ma credo che con l’uscita del terzo capitolo, almeno sul nostro shop, daremo la possibilità di avere anche un box per contenere i tre album con un artwork speciale del nostro fido artista Trevor Storey. L’idea mi piace tantissimo e ci sto lavorando.

Cosa ci puoi anticipare sul terzo capitolo?
Non voglio sbilanciarmi troppo sulle date di uscita del terzo capitolo, perché di questi tempi tutto è incerto, però la produzione è già avviata e la maggior parte dei pezzi imbastita. Speriamo entro uno o due anni di poter concludere questo progetto.

Julia and The Roofers – La volontà del male

Trasformare un momento di crisi in opportunità, il più delle volte è uno slogan motivazionale che lascia il tempo che trova. Invece, i Julia and The Roofers hanno messo in pratica il consiglio, pubblicando il proprio esordio “The Will of Evil” (Diamonds Prod.  \ Nadir Promotion), un concentrato di sonorità anni 90, proprio durante la pandemia. Ma chi sono i Julia and The Roofers? Oltre a Julia (voce e basso), nel terzetto troviamo anche Peso dei Necrodeath (batteria) e Ranza (chitarra e sitar). Ed è proprio ai primi due che abbiamo posto le nostre domande.

Ciao Julia, dato che il monicker del progetto mette in evidenza il tuo nome, direi di partire da te: ti andrebbe di presentarti ai nostri lettori, raccontandoci le tue precedenti esperienze in ambito musicale?
Julia: Ciao a tutti e grazie mille per averci offerto questo spazio. Ho iniziato a studiare canto verso i 13 anni. Il mio primo gruppo è stata una band tutta femminile dove provavamo a fare del punk rock senza tante pretese. Dopo qualche anno ho avuto la possibilità di entrare come voce solista in un tributo ai Led Zeppelin e sicuramente questo è stato il momento più formativo, sia a livello vocale che come performer. Finita questa esperienza ho provato un po’ di tutto spaziando tra gruppi prog, heavy metal ma anche reggae e funky, fino all’arrivo dei Julia and The Roofers.

Peso, tu non hai bisogno di presentazioni, sei un monumento del metal estremo italiano, non credi che là fuori potrebbe esserci qualcuno pronto a storcere il muso per il tuo coinvolgimento in un progetto dalle sonorità più leggere?
Grazie per il monumento, ma non credo proprio… sono semplicemente uno che suona da tanti anni, tutto qui. Storcere il naso? Bho, io faccio il batterista di lavoro e di solito suono cose che mi piacciono e di julia ho una grandissima stima perché la considero una fuoriclasse, per cui per me è un privilegio essere il batterista di questo progetto…

Peso, durante l’attività dei Necrodeath hai preso parte a dei progetti “one shot” come Mondocane o Raza de Odio, dobbiamo considerare anche i Julia and the Roofers un gruppo “a termine” o c’è da parte tua la volontà di portare avanti questa avventura?
Peso: Desidero veramente che questa nuova avventura possa andare avanti per tanto tempo e ma non tanto per me, ma per Julia. Spero che arrivi il successo che merita

Il terzo membro della band è Ranza, vi andrebbe di presentarlo?
Julia: Ranza è uno degli insegnanti di chitarra della Musicart… ha studi che provengono dal blues al jazz al rock e una vastissima cultura musicale. Quando siamo in acustico suona il sitar presente anche nell’intro di “Summer”. Durante la fase di composizione si è avvicinato piacevolmente anche alle sonorità grunge mantenendo sempre un tocco molto originale e offrendo un grande contributo alla rifinitura dei pezzi.

Julia, in passato hai fatto parte di una tribute band dei Led Zeppelin e gli stessi Julia and the Roofers nascono come cover band: ti chiederei un parere sulla diatriba cover band\band inedite, ma davvero le prime rubano il pane alle seconde?
Julia: Non saprei, sicuramente non posso sputare nel piatto dove ho mangiato per anni! Diciamo che a buona parte del pubblico attuale piace andare sul sicuro. L’idea dell’andare a sentire un gruppo nuovo spesso incute timore ma se vogliamo creare un ricambio musicale, è necessario lasciare a casa l’orecchio pigro e dare una chance anche alle nuove voci.

La pandemia ha portato al blocco dei concerti, voi siete stati bravi a tramutare in un’opportunità questa disgrazia, andando a comporre i brani compresi nell’album. A chi è venuta l’idea e come si è svolto il processo compositivo?
Julia: E’ stato un processo abbastanza naturale. Era da un po’ che contemplavamo l’idea di scrivere un qualcosa di nostro, ma la routine ci impediva di attivare a pieno il flusso creativo. Questo periodo di calma mi ha permesso così di racimolare le idee e di dedicarmi totalmente alla stesura dei pezzi. La particolarità del disco è che i primi arrangiamenti sono stati fatti quasi completamente a distanza. Probabilmente abbiamo perso un po’ della magia che si crea in sala prove ma tutto ciò ci ha permesso di arrivare in studio convinti del nostro materiale.

Non nascondete che l’influenza maggiore per voi sono state le band grunge e il movimento riot girrrl: cosa avete voluto catturare di quel periodo e cosa invece avete inserito di vostro?
Julia: Ho trovato molta affinità tra il mood dei 90 e il mio modo di approcciarmi alla musica, e in un certo senso, anche alla vita. Ho cercato così di unire le mie idee e i miei gusti a quel sound cupo e diretto, che si sposa perfettamente con l’argomento del disco, cercando però di crearne una variante più personale. L’esperienza e le influenze di Peso e Ranza hanno rifinito l’intero lavoro facendo da collante tra le varie idee.

Peso, da metallaro a metallaro, nei 90 veramente il grunge ha quasi ammazzato il metal? Io ritengo che in fin dei conti sia stato un Cavallo di Troia, molti sono partiti dai Nirvana per scoprire poi band più “cattive”.
Peso: Sono d’accordo con te! Poi ognuno ha le sue preferenze. Per me gli Slayer rimarranno sempre il mio gruppo preferito in assoluto. Ma band come Soundgarden e Alice in Chains mi sono sempre piaciute. Io in realtà ai miei tempi son partito dai Kiss, dagli Ac/Dc, dagli Iron Maiden, ma quando arrivarono i Venom fu veramente un’esplosione. Oggi comunque da ultra cinquantenne ascolto di tutto e ho imparato ad apprezzare la musica a 360 gradi…. Beh fatta qualche eccezione ehehehe

Il disco avrà una versione fisicai?
Al momento la versione fisica del disco è disponibile solo su CD.

L’ultima domanda è sulla copertina, un chiaro riferimento all’“Ophelia” di John Everett Millais: come si collega al mood dei brani e, in generale, a quello della band?
Julia: Ho scelto di raffigurare il suicidio di Ophelia in una chiave un po’ gotica e moderna in quanto la sua storia si sposa perfettamente con l’argomento di tutto il disco. Questa immagine assume così una doppia valenza: da un lato Ophelia, che impazzita dal dolore per le pressioni e le sofferenze inflittele da chi credeva essere il suo unico amore, si toglie la vita. Dall’altro la voglia di “uccidere” quella parte di sé che si è lasciata distruggere e manipolare per poter così ricominciare a testa alta una vita più consapevole.

Vitalij Kuprij – The piano master

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

Vitalij Kuprij è conosciuto a livello internazionale per le sue eccezionali capacità pianistiche, per la scrittura di canzoni e per il suo stile che si è evoluto attraverso il duro lavoro e lo studio. Giorni fa abbiamo parlato con Vitalij del suo nuovo album solista “Progression” (Lion Music Record).

Grazie Vitalij per aver dedicato del tempo a rispondere ad alcune nostre domande per i lettori de Il Raglio del Mulo. Congratulazioni per il nuovo album, “Progression”. Questa è la tua decima pubblicazione da solista, è ancora possibile una progressione dopo tutti questi album?
Un saluto Giuseppe a te e ai tuoi lettori de Il Raglio del Mulo. Spero che tu e i tuoi cari stiate bene e al sicuro in questo periodo alquanto drammatico. Grazie per i complimenti, li ho apprezzati tanto. Sono estremamente felice di aver completato questo disco lungo e impegnativo. Beh, cosa dovrei dire? Ovviamente è un altro capitolo da aggiungere alle esperienze della mia vita. Si va sempre avanti, senza far caso ai segnali di stop (risate), a tutta velocità, e non si finisce mai e mai dovrebbe si dovrebbe finire!

Come è nato “Progression”? Da cosa hai tratto ispirazione?
L’ispirazione viene da qualsiasi cosa e da tutto ciò che la vita ha da offrire, specialmente da ciò che ogni artista è capace di rubare tra le pieghe dell’esistenza, sia dalle sfide che dalle cose gioiose. Per la mia carriera, ma sono sono sicuro anche per quelle di molti altri, è la formula più semplice per minimizzare al massimo tutte le turbolenze della vita e sfruttare così la saggezza acquisita a fatica nella mia “progressione”, come è avvenuto in ogni mia uscita precedente.

Quello che hai creato per questo album è più o meno quello che avresti voluto fare musicalmente quando hai iniziato la tua carriera da solista?
Penso di sì. Più invecchio, più precisa è la visione che ho nei miei momenti di creazione musicale. Tutta la mia vita è una combinazione di cose che ho accumulato attraverso le mie esercitazioni, le mie esperienze, e tutto ciò si è fuso in qualche modo ovviamente!

Potresti presentare i musicisti coinvolti in questo album?
Certo, è un vero onore per me. Prima di tutto, come tutti saprete, sono accompagnato dal mio amico molto speciale, che chiamo mio il mio fratello americano, Jon Doman. Ha alle spalle una quantità incredibile di successi raggiunti con la sua band, oltre a molti grandi lavori con lo straordinario Greg Howe che ha accompagnato con la magia della sua chitarra e che, tra le altre cose, ha anche prodotto il mio album di debutto “High Definition”. Di certo, conosci quel mago! Passiamo a un batterista che ammiro: Jon è sempre stato una persona su cui ho fatto affidamento. Ha suonato nel mio primo album strumentale “High Definition” nel 1997 , su “Extreme Measures” e “VK3”, oltre che su un progetto che abbiamo messo su con due incredibili chitarristi messicani Marco e Javier. Il progetto chiamato “Ferrigno, Leal, Kuprij” . Jon è sempre stato perfetto per la mia musica e ha lasciato il segno in tutti i miei dischi solisti. Quel ragazzo è un pazzo sia come batterista che e come persona. Jon ha anche co-prodotto questo album con me, ed è stato molto importante perché ha contribuito alla longevità di questa uscita e, si spera, al successo che intendo raggiungere. Al basso, un signore che reso una grande prestazione che sul mio album solista “VK3” e su “Progression”, con sound decisamente di buon gusto. Il suo nome è Dave Nacarelli. Ottimo amico. Quindi, direi, ho messo su un trio perfetto. Tutti questi soldati sono amici di lunga data e mi sono unito alla loro squadra quando sono arrivato negli Stati Uniti, il che ci ha aiutato molto a essere in grado di lavorare insieme in modo fraterno e con il giusto spirito e rispetto. Il Signore mi ha fornito un po’ di magia per la chitarra che stavo cercando. Non ho abbastanza tempo per esprimere tutto a parole, per dire WOW! Sono onorato per ogni chitarrista / artista che è apparso su un mio album, perché si è espresso al più alto livello possibile. Non è così facile e non è così frequente che l’alchimia perfetta si concretizzi.

Preferisci essere il solista al comando o uno dei membri di una band grande e di successo come la Trans-Siberian Orchestra?
Nell’industria musicale di oggi, per un musicista professionista è molto importante avere delle opzioni. La musica non ha limiti, né dovrebbero esserlo i riflettori che una persona desidera avere su di sé. Ho la fortuna di avere una buona gamma di opportunità e farò qualsiasi cosa musicalmente possibile, purché sia ​​adeguatamente valutata, e non mi stopperò finché il Potere Più Grande non mi fermerà.

In passato sei stato in tour durante i giorni di Natale con la TSO, cosa provi in ​​questo strano periodo natalizio senza concerti dal vivo?
La TSO è una specie di impero. Una sorta di lotteria da vincere per poterne fare parte. Sono fortunato a lavorare a un livello musicale così alto, con standard elevati in tutto, dalla produzione a tutti i responsabili dentro e fuori dal palco. È un’esperienza sbalorditiva, proprio perché, come ho detto prima, è una specie di impero. Il mondo intero è ferito, non solo la TSO, ma riusciremo a trovare un modo per superare il momento difficile. La “perfezione” è un atteggiamento, quindi dobbiamo sopportare e combattere tutto ciò che ci viene incontro sotto forma di difficoltà. Ci sono delle difficoltà, ma ho il vantaggio di aver svolto una pratica estenuante durante la mia giovinezza che mi permette di superarle. Come ho già detto, sono benedetto e spero che tutti coloro che sono stati colpiti da questo mostro, chiunque esso sia, possa vedere presto la luce: torneremo a divertirci con la musica. Se non c’è divertimento, non c’è qualità.

Hai già in programma un tour con il tuo materiale solista?
Certo, muoio dalla voglia di alzarmi e portare la mia musica a tutte le persone che mi sono fan e appassionate della mia musica. Lavorerò sodo per vedere se è possibile farlo, sicuramente mi impegnerò molto per realizzarlo. Dio volendo.

Chi ti ha fatto conoscere il pianoforte?
Il mio defunto padre. Era un musicista professionista dalle grandi qualità. Gli sono debitore.

È nato prima il tuo amore per la musica classica o per il rock? E quando hai deciso di mescolare questi due generi musicali?
Ho iniziato con la formazione classica all’età di quattro anni. Sono contento, perché è il periodo migliore per imparare ed è la formazione migliore che si possa ricevere. Per me, come pianista, è stata una lezione dura da sopportare, e ha fatto quella differenza che mi ha permesso di andare avanti nella mia carriera attraversando anche un paio di continenti. E poi ho incontrato Roger Staffelbach in Svizzera, dove sono andato a studiare all’Accademia della musica di Basilea. Abbiamo creato una band strumentale e siamo diventati fratelli. Sono successe così tante cose che potrei scrivere un libro. Ma la musica non ha limiti, ho abbastanza voglia e volontà e una mente aperta per correre dei rischi, così era allora e così è oggi. Finche avrò la forza, mescolerò qualsiasi stile di musica, lo renderò rock in ogni modo possibile. Non ci sono regole che possano limitarti musica, così come nella vita. Apri il tuo cuore e sentirai sempre la magia. Ne so no certo, perché io lo faccio.

Cosa c’è nel futuro di Vitalij Kuprij?
Rimanere in vita e continuare a fare della musica che i miei amici e fan possano apprezzare e, si spera, capire.

Vitalij Kuprij is known internationally for his outstanding piano abilities, songwriting and a his style that’s evolved through both hard work and study. Days ago we talked with Vitalij about his new solo album “Progression” (Lion Music Record).

Thank you Vitalij for taking the time to answer a few questions for the readers of Il Raglio del Mulo. Congrats on the new album, “Progression”. This is your tenth solo release, is still possible e progression after all these albums?
Greetings Giuseppe to you and to your readers of Il Raglio del Mulo. I hope you and yours are very well and safe during those strange times we are dealing with. Thanks for the congrats and I do appreciate it very much. I’m extremely happy to complete this long and demanding record. Well, what do I suppose to say? Of course, it’s another chapter of life experiences but without Stop Signs (Laughter), full speed ahead, and it never ends and it never should!

How is born “Progression”? Where did you draw your inspiration from?
Inspiration comes from anything and everything out of what life has to offer, especially what each artist is trying to extract or, how much to extract of those life curves and challenges and joyous things it has to offer. In my career, as well, as I’m sure in many others, it’s a simple formula to suck up all of this life-turbulences to the maximum and to apply that hard-gained wisdom in to my “Progression” just like any other music endeavor that I had to face.

Is what you have created in this album more or less something that you wanted rather be doing musically when you began your solo career?
I think yes. The older I get the more precise of a vision I have in my music crafting moments. My whole life is a combination of things that I accumulated through my trainings, my life experiences and it all connected in some way of course!

Could you to introduce the musicians involved in this album?
Absolutely, that would be my honor. First of all as you know, I’m accompanied by my very special friend, who I call my American brother, Jon Doman. He has an incredible amount of his own achievements from his own band, to his many great works with an amazing Greg Howe who performed his guitar magic and actually produced my debut album “High Definition”. Sure, you know that wizard! So, back to a drummer who I admire. Jon was always a person to go to for me. He played on my first instrumental album “High Definition” (1997), “Extreme Measures”, “VK3” and a project we did with two incredible Mexican guitarists Marco and Javier. The project called “Ferrigno, Leal, Kuprij” etc., so, Jon was always a perfect fit for my music and always killed it on every of my solo records. That guy is insane in his own way as a drummer and as a person. Jon also co-produced this album with me which was very important what he contributed to this albums longevity and hopefully the success I’m planing to achieve. I invited after a beautiful effort that this gentleman did by recording for me on my “VK3” solo album, and he played a very tasteful bass guitar duties on “Progression”. His name is Dave Nacarelli. Great dude. So, I would say, I got a perfect trio. All of those soldiers are friends from the past and I joined their squad when I arrived in USA which, helped us a lot to be able to work brotherly together, and with proper spirits and respect. Then, the Lord provided me with some guitar magic I been seeking. I don’t have enough time, words etc., to say WOW. I’m honored for every guitarist/artist who came through for my album on the highest level possible. It’s not that easy and it’s not that frequent when magic happens for real.

Do you prefer to be the solo man on the command or a member of a big and successful band as TSO?
In the music industry as it is today as well as in general, in order to be a professional musician, its very important to have options. Music has no limits, neither should the spotlight of any artist who wants it badly enough. I’m blessed to have a variety of opportunities and I will be doing anything musically related, as long as I’m properly valued, and I won’t stop until the bigger power stops me.

In the past you touring during the Christmas days with TSO, what do you feel in this strange Christmas season without live concerts?
TSO is an empire of a sort. It’s like a lottery you win to join. I’m blessed to be working at such a high level of music and in fact high level of everything, from production, to all the people in charge on and off the stage. It’s a mind boggling experience, just like I said it above. It’s an empire of a sort.
The whole world is hurt, not just TSO and we always find a way to overcome. “Perfection” is an attitude, therefore we must endure and battle anything that comes our way in form of distraction. I always felt that, I have a bit of an upper hand by the grueling training from my younger days, like I said, I’m blessed and hopefully everyone affected by this monster whoever that is will soon see the light and we get back to the music making fun. No fun, no quality in the end.

Any touring plans for the solo material?
Of course, I’m dying to get up there and rip it up for all the people who are supportive fans and friends of my music. I will work hard to see if it’s possible and definitely, will put a lot of effort to make it happen. God bless.

Who did introduce you to piano?
My late father. He was a professional musician in so many areas of that field. I owe him.

Was born first your love for classical music or for rock? And when did you decide to mix this two musical genres?
I started classical training at four years of age. I’m glad, because it’s the best, in fact, is the ultimate training one can receive. To me, as a pianist it was important training to endure, and it did made a difference for me moving forward in my career through a couple of continents. And then, I met Roger Staffelbach in Switzerland where I came to study in the Basel Academy Of Music. We created an instrumental band and became brothers. So much happened then I can write a book. But music has no limits so if I have enough desire and will and an open mind for taking risks, which I did then, and still, do it now. I will blend any style of music, I will rock it every way one can. There are no rules for limiting yourself to anything as in music, so is in life. Open your heart and you will always feel magic. I know, I do.

What’s next for Vitalij Kuprij?
Staying alive and continue making music that my friends and fans can enjoy and hopefully understand.

Soen – Sounds Of the Empire

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

I Soen pubblicheranno il loro quinto album, “Imperial”, tramite Silver Lining Music il 29 gennaio 2021. Abbiamo parlato con Cody Ford di questa nuova uscita, la più feroce e dinamica del viaggio intrapreso dai Soen.

Cody, grazie per aver accettato questa intervista. State per pubblicare “Imperial” durante l’emergenza Covid 19, come ti senti riguardo all’imminente rilascio?
Direi bene! È ovviamente un peccato che non potremmo essere in grado di andare subito in tour come si fa di solito dopo aver pubblicato un album. Ma penso che più che mai le persone abbiano davvero bisogno della musica per superare le difficoltà che il Covid19 ha causato. Siamo entusiasti di fornirne un po’!

Quale pensi che sarà la cosa più sorprendente di “Imperial” per i vostri fan?
Penso a quanto sarà diverso questo album rispetto agli altri. Ha sicuramente il suo carattere. È un disco molto potente e antemico, penso che la gente lo apprezzerà rapidamente.

“Imperial” coinvolge immediatamente l’ascoltatore, cosa è cambiato? Per caso il vostro processo di scrittura delle canzoni?
Il processo di scrittura delle canzoni non è cambiato molto. Penso che l’aspetto coinvolgente derivi da quanto la musica sia riconoscibile per tanti. Penso che molte persone abbiano visto il mondo andare a puttane, la gente continua a lottare e le ingiustizie vengono spazzate sotto il tappeto. Le persone sono stanche di questo. Le nuove canzoni vogliono creare un legame con queste persone, per farle sentire come se non fossero sole.

“Imperial” è stato mixato e masterizzato da Kane Churko, che ha collaborato con artisti del calibro di Ozzy Osbourne e Bob Dylan. Lavorare con un ingegnere audio poliedrico ha influenzato il vostro suono?
Avevamo una visione ben specifica per questo disco. Richiedeva che fosse il più pesante, potente e toccante possibile. Abbiamo provato diversi ingegneri ma Kane è stato quello che ha reso giustizia a queste canzoni. Si sentono davvero potenti e siamo davvero contenti di come è andata a finire.

Secondo le note promozionali “Imperial è destinato a diventare un classico album metal di questa epoca”. Pensi che “Imperial” sia un album metal?
Di sicuro. Penso che veniamo spesso inseriti nella categoria del progressive metal, il che è comprensibile perché certamente abbiamo quegli elementi. Ma in fondo siamo una band metal. È lusinghiero che alcuni pensino che sia destinato a diventare un album metal classico. Siamo entusiasti che tutti lo ascoltino.

Devo ammettere che il primo singolo “Antagonist” è molto emozionante, come è nata la canzone?
“Antagonist” è fondamentalmente solo il giornale che vediamo tutti i giorni. Fondamentalmente è solo un’istantanea di ciò che sta accadendo e dobbiamo riflettere su come mai stia andando in questo modo e cosa dobbiamo fare per implementare a un cambiamento positivo. È un inno per chi vuole un mondo migliore.

Qual è la connessione tra il titolo “Imperial” e il serpente nero sull’artwork di copertina?
Penso che ognuno avrà le proprie idee su questo. La musica e l’arte sono soggettive, dopotutto. Ma il serpente è stato un elemento visivo prominente nella musica / arte di Soen per un bel po’ di tempo. Naturalmente rappresenta il bene e il male, la rinascita e la creatività. Ma se messo a confronto con il titolo “Imperial”, pensi ai serpenti e agli imperi, e dipinge una rappresentazione abbastanza buona di molti dei temi del disco. Nel complesso abbiamo sentito che la semplicità del serpente sembrava forte e classica.

Sarete in tournée dal 4 aprile – tre date in Italia – come immagini il tuo primo tour dopo Covid?
Questa potrebbe essere la domanda più difficile a cui rispondere. La musica dal vivo cambierà per sempre in qualche modo? Solo il tempo lo dirà. Siamo decisamente curiosi di vedere come tutto questo si manifesterà. Il vaccino ci sta dando un barlume di speranza, speriamo solo che le cose tornino alla normalità ad un certo punto! Speriamo davvero di vedervi tutti durante il tour il prima possibile.

Soen will release their fifth album “Imperial” via Silver Lining Music, 29 January 2021, we chatted with Cody Ford about this new release, the most fierce and dynamic of Soen’s journey.

Hi Cody, thanks for doing this interview. You’re releasing “Imperial” during Covid 19 emergency, how are you feeling about the upcoming release?
Feeling good! It’s obviously a shame we may not be able to get to touring right away as you usually do after releasing an album. But I think more than ever people really need music to get them through the hardships that covid19 has brought. We’re excited to provide them with some!

What do you think will be the most surprising thing about “Imperial” for your fans?
I think just how different this album will feel compared to the others. It definitely has its own character. It’s a very powerful and anthemic record, I think people will resonate with it quickly.

“Imperial” engages the listener immediately, what has changed? Your song-writing process for this release?
The song-writing process hasn’t changed all that much. I think the engaging aspect comes from how relatable the music is to a lot of people. I think a lot of people have seen the world gone to shit, people continue to struggle and injustices are being swept under the rug. People are tired of this. These songs unite these people; make them feel like they’re not alone in all of this. “Imperial” was mixed and mastered by Kane Churko, who has worked with the likes of Ozzy Osbourne and Bob Dylan. To work with a polyhedric audio engineer has influenced your sound? We had a specific vision for this record. It demanded it be as heavy, powerful and poignant as possible. We tried a few different engineers but Kane was the one who did justice to these songs. They feel really powerful and we’re really happy with how it turned out.

According to presentation sheet “Imperial is destined to make it as a classic metal album of this era”. Do you think at “Imperial” as a metal album?
For sure. I think we get lumped into the progressive-metal category a lot, which is understandable because we certainly have those elements. But at our core we’re a metal band. It’s flattering that some think it will be a classic metal album already. We’re excited for everyone to hear it.

I do have to admit that the first single “Antagonist” is very emotional, how was the song born?
Antagonist is basically just the newspaper we see everyday. It’s basically just a capture of what’s happening and we have to reflect on how it got this way and what we need to do to incite positive change. It is an anthem for those who want to see a better world.

Which is the connection between the title “Imperial” and the black snake on the cover artwork?
I think everyone will have their own ideas about this. Music and art is subjective, afterall. But the snake has been a prominent visual in Soen’s music/art for quite some time. Naturally it represents good and evil, rebirth, and creativity. But when put up against the title Imperial, you think of snakes and empires, and it paints a pretty good depiction of a lot of the themes in the record. Overall we felt the simplicity of the snake looked strong and classic.

You will be on the road form 4th April – three dates in Italy – how do you imagine your first tour after Covid will be like?
This may be the toughest question to answer. Will live music change forever in some capacity? Only time will tell. We’re definitely curious to see how this all transpires. The vaccine is giving us a glimmer of hope, we just hope things will get back to normal at some point! We really hope to see you all on the road as soon as possible.

RockGarage – Rock the garage

Tempo di festeggiamenti nel garage più rock d’Italia, per questo abbiamo contattato Marcello Zinno, il capo-garagista, che ci ha aperto le porte del suo RockGarage. Aneddoti e informazioni su passato, presente e futuro del portale www.rockgarage.it, con un finale a dir poco noir…

Ciao Marcello, qualche giorno fa hai condiviso sui social un post celebrativo dei primi dieci anni di RoockGarage, ne approfitto per farti gli auguri e i complimenti per un’attività così longeva. Ti andrebbe di riepilogare anche qui un po’ di numeri?
Certo! Innanzitutto grazie per gli auguri che ovviamente condivido con tutti coloro che hanno contribuito a far crescere RockGarage in questi anni. Quest’anno spegneremo le 10 candeline e ad oggi abbiamo pubblicato 13.000 contenuti totali di cui oltre 7.200 sono recensioni, che restano il nostro forte. Abbiamo da sempre creduto nel supporto fisico e in 10 anni abbiamo ricevuto 5.130 CD in redazione, materiale suddiviso poi tra i redattori che si occupano di recensioni e interviste. Questo è un aspetto fondamentale perché già 10 anni fa si parlava di digitale e molte webzine per cui collaboravo ai tempi recensivano facendosi inviare i link degli album via mail. E io dicevo: “caspita, ma è possibile che siti web così grossi non hanno la forza di farsi inviare dei CD, anche per ripagare i redattori del tempo speso per scrivere una recensione?” Qualcuno mi derideva, dicendomi che dovevo accontentarmi dei link via mail. Ricordo ancora oggi una webzine molto importante che mi disse che non solo dovevo recensire in digitale ma che essendo l’ultimo arrivato dovevo accontentarmi di quello che gli altri non volevano recensire. Insomma dovevo prendermi lo scarto. La mia collaborazione con loro finì dopo la seconda recensione.

Ma cosa c’è oltre i numeri?
I numeri mi emozionano sempre, mi piace fare i conti con le statistiche, e poi i numeri parlano chiaro. Ma se c’è un motivo di orgoglio per me sono i redattori! Non mi importano le visualizzazioni, se un articolo raggiunge 10 view o 1000 non mi cambia nulla, io so il valore che c’è dietro quell’articolo e il lavoro richiesto. Rileggo TUTTI gli articoli prima di pubblicarli, sia quelli scritti da me sia quelli dei redattori e abbiamo avuto sempre “penne” di tutto rispetto. Intorno al sito hanno ruotato in 10 anni circa 120 persone, molti hanno scritto per poco tempo, altri sono nomi che collaborano con noi fin dall’inizio; in entrambi i casi sempre persone molto competenti e veri appassionati. Inoltre abbiamo i Redattori Speciali, persone che vengono dal mondo della musica o del giornalismo musicale e che scrivono per noi. Perché chi meglio di loro può valutare la musica di oggi? A volte mi sento davvero emozionato ad avere in redazione dei collaboratori così esperti e non mi riferisco solo ai Redattori Speciali.

Come è perché hai messo su RockGarage?
RockGarage nacque nel 2011 con due obiettivi principali: il primo (e più importante) è quello di puntare ad innalzare il livello qualitativo dell’informazione musicale in Italia che, anche grazie alla tantissima musica prodotta, meritava e merita molto di più; un obiettivo audace, lo so, e forse che ci fa apparire anche un po’ presuntuosi, ma ero stanco di leggere recensioni copia-incolla dei comunicati stampa o recensioni da cui si capiva che l’album non era stato nemmeno ascoltato. Il secondo obiettivo è quello di creare un network di contatti con band, agenzie, etichette e operatori musicali prolifico, anche perché in diverse webzine per cui avevo collaborato prima del 2011 non venivano curati tali rapporti e molte mail restavano non risposte. Uno spreco di occasioni!

Il momento più esaltante e quello più difficile di questa decade?
Di momenti esaltanti ce ne sono stati tanti, ad esempio quando abbiamo chiuso accordi con alcune label e il logo di RockGarage è stato stampato all’interno del booklet o nell’artwork posteriore di alcuni CD e vinili, o quando abbiamo chiuso delle media partnership esclusive (quindi unici partner) per la data italiana di band come Dropkick Muprhys, Asking Alexandria, Sick Of It All o ancora media partner italiani di festival europei di grandissimo livello come Sziget Festival e Hellfest. I momenti difficili sono molto frequenti, per forza di cose io faccio un po’ da collo di bottiglia: correggo le bozze, inseriscono in pubblicazione i contenuti, seguo i social network, tengo i rapporti con i redattori e con i fotografi, rispondo alle mail che arrivano, gestisco il materiale fisico (e lo spedisco) assegnandolo ai redattori che seguono quel genere, scrivo e pubblico le news…e a volte mi chiedo se tutto questo tempo (parliamo di diverse ore al giorno, 7 giorni su 7) valga la pena o se stia togliendo tempo alla mia vita, ai miei affetti. Poi in realtà amo fare tutto questo e questi “momenti difficili” svaniscono. Ma al tempo stesso sono certo che “da fuori” non si intuisce quanto tempo ci sia dietro ad una webzine gestita bene.

Dopo dieci anni RockGarage è così come lo immaginavi all’epoca della sua creazione?
Onestamente no. All’inizio sogni sempre che dopo pochi anni la tua creatura possa diventare il sito più visitato in Italia. Non lo è diventato, ma ammetto che sono cambiate anche le mie aspettative. Con il tempo ho imparato ad apprezzare il nostro lavoro per il suo valore e non per i risultati ottenuti. Ho capito che se l’obiettivo iniziale era quello di innalzare la qualità dell’informazione musicale nel nostro Paese, questo lo si raggiunge passo dopo passo, articolo dopo articolo, mettendoci competenze e creando una reputazione con il tempo. È un discorso di qualità e non di quantità, è cambiato il mio punto di vista. E di questo, ad oggi, ne vado molto soddisfatto.

Qual è la linea editoriale che ti sei imposto?
RockGarage nasce con l’obiettivo, appunto, della qualità. Fino al 2019 abbiamo recensito solo uscite in formato fisico, in modo da dare una valutazione completa sull’opera e premiare chi opta per questo formato; dal 2019 abbiamo deciso di accettare uscite digitali visto che molte band stanno optando solo per quella distribuzione e sarebbe un peccato escluderle dal nostro “osservatorio”. Le interviste sono esclusivamente face-to-face per garantire un contraddittorio con l’artista. L’aggiornamento di RockGarage è costante, 365 giorni l‘anno; non è mai trascorso un giorno in dieci anni di attività senza che venisse pubblicata almeno una recensione. Nonostante ciò non si danno mai tempistiche ai redattori perché recensire un album deve essere un piacere e a loro viene riconosciuto anche un piccolo compenso per le recensioni di nuove uscite (oltre al formato fisico che resta a loro dopo l’ascolto).

Mi parleresti invece della RockGarage Card?
Quello è un progetto assolutamente unico in Italia e che rispecchia la nostra personalità: il rock non è per tutti e supportare la scena emergente è cosa ancora più rara in questa epoca. Ho voluto creare una Card del sito, una tessera fisica che ciascuno di noi può tenere nel proprio portafogli, numerata e quindi unica: la Card, appena avvicinata al proprio smartphone, permette l’accesso diretto ad un’area riservata del sito in cui sono disponibili una serie di contenuti extra come playlist dedicate, sconti per acquisti di musica su siti di alcune etichette e tanto altro. Ultimamente, dato il lockdown, abbiamo stretto alcune collaborazioni con birrifici artigianali che vendevano birre con consegna a domicilio: i possessori della card avevano uno sconto e così abbiamo anche supportato alcune piccole realtà imprenditoriali. Ad oggi 90 persone hanno sottoscritto la RockGarage Card e settimanalmente viene inviato un aggiornamento WhatsApp (per chi lo ha autorizzato). Anche in questo caso i numeri contano poco, l’importante è far girare la musica e dare nuovi strumenti a chi ci tiene alla scena emergente.

In generale, quale credi che sia il pregio maggiore della stampa musicale italiana e quale il suo difetto più evidente?
Be’, osservando cosa accade negli altri Paesi dobbiamo ammettere che noi siamo fortunati. Abbiamo una pluralità di informazione, abbiamo libertà di espressione e in quest’epoca, grazie anche alla tecnologia, davvero tutti possono creare una realtà che parli di musica così come di altri argomenti. D’altro canto questo pullulare di voci (singole o non organizzate o non professionali…) produce un overload informativo incredibile e l’ascoltatore non sa più a chi credere. Se aggiungi che siamo nell’epoca delle piattaforme di streaming gratuito, capisci bene che molti preferiscono ascoltare e farsi una propria idea prima che leggere cosa ne pensano gli esperti. Ecco cosa manca alla stampa, fare “fronte comune”: ognuno si cura il proprio orticello, ognuno si prodiga nel creare “il proprio progetto”, la propria pagina Facebook, con la speranza di diventare influencer o giù di lì. Ci dovrebbe essere più collaborazione, a tutti i livelli. Così chi merita potrebbe emergere ancora di più a discapito di grandi riviste che vendono solo brand legati all’abbigliamento e che trattano la musica come una moda. E qui mi fermo sennò divento polemico.

Cosa manca alla stampa musicale italiana?
Se fai questa domanda a dei critici storici di musica ti diranno che all’estero la musica l’hanno vissuta in prima persona, noi no. Niente di più sbagliato, se pensi ad esempio alla scena progressive rock, l’Italia è stato un Paese fondamentale nel genere a livello internazionale, eppure solo da qualche anno si sta accreditando in edicola una rivista specializzata in questo genere. Purtroppo la nostra cultura di derivazione americana, insieme ad un approccio commerical-occidentale, fa sì che le direttrici musicali prevalenti sul mercato incanalino i gusti del “popolo”, della massa. Da noi si vive di pop, di Sanremo, di trap (da qualche anno) e di cantautori, così come in USA si vive di hip hop, ad esempio. Tutto il resto da noi ha meno mercato e viene visto come marginale. La stampa italiana ha le sue colpe in questo ma non è solo dipeso da essa. Allora cosa fare? Forse dovremo per primi noi cercare di invertire questa rotta facendo incuriosire il pubblico. E purtroppo non possono riuscirci le riviste cartacee, che vendono sempre di meno, è un compito che dovremo svolgere noi sul web. Infine bisognerebbe dar spazio alle “voci fuori dal coro”, iniziare a dire cose scomode e non pubblicare solo articoli “clickbait”. Io ad esempio ho pubblicato in passato un mini libro dal titolo “Il crowdfunding nella musica: l’elemosina del futuro” in cui argomentavo una forte critica al crowdfunding. Ha venduto pochissimo ma chi l’ha letto lo ha apprezzato.

Chiuderei la nostra chiacchierata con un cenno alla tua recente opera letteraria, “Il Passo Obliquo”: la potresti presentare ai nostri lettori?
Certo, si tratta del mio primo romanzo pubblicato da Edizioni BMS (stesso editore di Rock Hard Italia) e inserito nella prestigiosa collana Ambrosia. Nacque tutto anni fa quando mi cimentai in un piccolo romanzo che destò l’interesse dell’editore ma che doveva rientrare in una pubblicazione ben più corposa che poi non vide mai la luce. Mi cimentai quindi in un romanzo più complesso, un giallo a sfondo noir ma che tratta tanti argomenti differenti, con una trama intricata ma semplice da leggere. Appena completato l’ho proposto all’editore che è stato entusiasta nel pubblicarlo. Il Passo Obliquo è disponibile nelle edicole delle principali città italiane o (allo stesso prezzo e con consegna gratuita) on line a questo link: https://www.ambrosialibri.it/catalogo/fantasy/il-passo-obliquo/

Desecrate – Tempi oscuri

I Desecrate hanno fatto una scelta bene precisa, quella di non pubblicare per il momento nessun album e dedicarsi al rilascio di singoli brani. L’ultimo di questi è stato “Obscure Times”, diffuso lo scorso maggio. In collaborazione con Metal Underground Music Machine (#MUMMunderground) abbiamo quindi deciso di approfittare della disponibilità del batterista Paolo Serboli per ripercorre tutte le tappe della lunga storia della band ligure, dai primi passi sino ad “Obscure Times”.

Ciao Paolo, nel 2020 i Desecrate hanno tagliato il traguardo dei 25 anni di vita, direi di ripercorrere insieme tutto il percorso. Come e quando nascono i Desecrate?
Ciao Giuseppe, grazie per lo spazio che ci concedi. Nell’ottobre del 1995 lessi su un giornale di annunci che una band thrash metal formatasi da tre o quattro mesi era alla ricerca di un batterista. Attirato dall’idea di cimentarmi in un genere che desideravo fare da tempo decisi di candidarmi. Il giorno del “provino” conobbi i membri fondatori che già allora portava il nome di Desecrate, Alessandro Paolini (basso) e Gabriele Giorgi (voce e chitarra). All’epoca i Desecrate erano una cover band, ma non era quella la strada che volevo e parlai ai ragazzi dell’idea di fare pezzi originali. Dopo sei mesi entrammo in studio per registrare il nostro primo demo tape “Tranquillity”, cinque pezzi di thrash death melodico che irruppero immediatamente sulla scena Genovese e che ci permisero di cominciare a ritagliare il nostro spazio suonando ovunque ce ne fosse l’occasione in lungo e in largo per l’Italia

Venite da Genova, un posto che a metà dei 90 aveva una scena metal molto competitiva con Sadist, Antropofagus, Detestor, Malignance e tanti altri. Che aria si respirava in città e c’era tra di voi una collaborazione di qualche tipo o vi muovevate come entità a sé stanti?
Quelli furono anni d’oro, come hai detto la scena era pregna di validissime band. Si andava a vedere i concerti, le sale erano sempre piene e ci si aiutava tantissimo tra gruppi scambiandosi nomi di locali e organizzando date insieme. Era davvero un epoca dove non si perdeva l’occasione di supportare la scena in qualunque modo possibile. Certo, non era tutto rose e fiori ma, davvero, c’era posto per tutti e c’era proprio il piacere di suonare e di supportarsi l’uno con l’altro.

Tra il 1995 e il 1998 registrate due demo, che ricordi hai di quel periodo?
“Tranquillity” fu il primo demo e fu un’esperienza emozionante per tutti. All’epoca non era come adesso, registrare dei pezzi in studio era qualcosa di importante. Uscire con una produzione (anche solo un demo tape) voleva dire cominciare ad affacciarsi sulla scena nazionale con delle recensioni sulle riviste specializzate, significava inviare del materiale fatto bene ai locali fuori città per poter prendere delle date e soprattutto i fan potevano avere la tua musica da sentire sullo stereo o nel walkman. Dopo “Tranquillity” qualche piccola etichetta indipendente cominciò a chiederci di partecipare a delle compilation, da lì venne l’idea di registrare alcuni pezzi inediti da poter offrire come “esclusiva” per questi lavori. Nacque così “Promo ‘98”. Praticamente una sorta di uscita per i soli addetti ai lavori ma che poi, in qualche modo, finì sul mercato facendo si che divenne una vera e propria release.

Sempre nel 1998 arriva il primo vero contratto discografico con la Mephisto Records, per la quale nel 1999 esce il vostro esordio “Moonshiny Tales (The Torment And The Rapture)”. Mi parleresti di questo disco?
Con grande piacere. Le cose andavano bene, la strada era tracciata, idee e riff per la composizione di pezzi nuovi erano in piena attività e dopo aver cambiato diversi chitarristi, la formazione si stabilizzò con l’arrivo di Francesco Scavo. In quel periodo la scena internazionale era più prolifica che mai, eravamo nel pieno delle uscite discografiche che fecero la storia e noi non ne eravamo certo immuni. Le influenze furono tantissime, ma un genere in particolare aveva attirato particolarmente la nostra attenzione: il melodic death metal che arrivava dai paesi nordici. Dark Tranquillity e In Flames in modo particolare ci avevano letteralmente travolti. “Moonshiny Tales” nacque sotto queste influenze ma non solo. Ognuno di noi aveva i propri riferimenti, i propri gusti e in quell’album ci finirono tutti. L’idea di fare un album di esordio era la naturale evoluzione delle cose e a prescindere se sarebbe stato autoprodotto o no, la nostra idea era quella di mettere su disco i nostri pezzi. Fortunatamente in quel periodo la nostra sala prove era presso il Jam Studio di Genova, con i proprietari eravamo in ottimi rapporti e così ci proposero di occuparsi della produzione dell’album. Inutile negare che per noi fu una bellissima sorpresa e che accettammo immediatamente. A seguito di questa proposta, nacque anche l’idea del sottoscritto di fondare la Mephisto Recrods, un’etichetta indipendente che fece da supporto alla distribuzione non solo di “Moonshiny Tales”, ma anche delle produzioni future dei Jam Studio.

Nel 2001 però la band si scioglie, come mai?
La band stava procedendo come un rullo compressore per la promozione di “Moonshiny Tales” su tutti i fronti, sia live che riviste, recensioni, interviste ecc. Più si andava avanti e più aumentava la visibilità. Così cominciarono ad arrivare proposte ai singoli membri del gruppo da parte di altre band (qualcuna anche più conosciuta) di lasciare i Desecrate e entrare con loro. Senza entrare nei particolari, a qualcuno queste proposte piacquero e decise di andarsene, purtroppo non fu il solo. Deluso da tale decisione decisi di mettere fine al progetto proprio alla vigilia del nostro primo tour all’estero.

Ci vorrà un decennio per rivedere di nuovo attivi i Desecrate, cosa ti ha spinto a rimettere in piedi il progetto e com’era cambiata la scena musicale durante la vostra assenza?
Nel 2009, in maniera del tutto casuale incontrai Matteo Campora, tastierista e pianista appassionato di black metal. Mi propose di lavorare al suo progetto di fare del metal estremo caratterizzato, per quanto riguarda le tastiere, dal solo suono del pianoforte rendendolo protagonista al pari degli altri strumenti. L’idea mi piacque e ci mettemmo subito al lavoro. Del progetto fecero parte Alessio Reale alla chitarra e Dave Piredda al basso. Dopo qualche settimana di prove mi accorsi che i pezzi avevano qualcosa che poteva ricordare la strada lasciata ai tempi dei Desecrate, spinto dai ragazzi della band ricontattai Gabriele Giorgi e Francesco Scavo decidendo cosi di far rinascere la band. La scena musicale era cambiata parecchio, con l’avvento di internet è nata la possibilità di accedere in maniera più rapida e semplice a tutto. Pubblicare produzioni, recensioni, interviste, pagine web e social, contatti con i locali, tutto è stato molto più semplice e rapido. Indubbiamente un altro pianeta per chi, come noi, ne veniva dal decennio precedente. Tutto questo però ha un rovescio della medaglia. L’enorme calderone mondiale in cui si perdono decine di migliaia di band e artisti sparsi in tutto il mondo.

Il vostro secondo disco, “XIII, The Death” (Inverse Records), quali elementi conservava del vostro sound originario e quali invece sono state le novità stilistiche apportate?
“XIII, The Death” fu l’album che segnò il rientro dei Desecrate sulla scena in una nuova veste, formazione a sei elementi, brani che esplorano e si addentrano in più stili e la presenza importante del pianoforte. L’album è un concept ma ogni pezzo, stilisticamente parlando, è unico. Una laboratorio dove ci siamo lasciati andare senza porci limiti e dove la sperimentazione l’ha fatta da padrone.

L’attività finalmente riprende con una certa costanza, così dopo due anni, nel 2013, viene raggiunto l’accordo con la House of Ashes Prod. Questo connubio vi porta ad avere una buona attività live, ma ci vorranno altri due anni per vedere fuori il terzo disco, “Orpheus”, come mai?
Dopo la promozione di “XIII, The Death” ci mettemmo subito al lavoro su nuovi brani. Avevamo capito la direzione da prendere e, in maniera molto naturale, iniziammo il nuovo percorso senza però tralasciare mai l’attività live. La neonata House of Ashes si fece avanti e si mostrò molto interessata alla band tanto da proporci un contratto che difficilmente avremmo potuto rifiutare. Inoltre, la stessa HoA organizzò un minitour italiano con finale di supporto ai Dark Tranquillity nella loro data di Romagnano Sesia nel 2013. Dovevamo comunque scrivere i pezzi per il nuovo disco e vista la presenza di un etichetta che (per quel che ci riguarda) si dimostrava seria, ci impegnammo al massimo per comporre quanto di meglio potessimo fare. Dal momento che potevamo permetterci di utilizzare qualche ora in più in studio abbiamo cercato di sistemare anche i minimi particolari, per questo motivo e per questioni di marketing concordati con l’etichetta, l’album uscì nel Gennaio del 2015.

Inizia un periodo contraddistinto da clip, tour ma solo nell’aprile del 2019, con il video del singolo “In His Image” rilasciate materiale nuovo. Quel pezzo avrebbe dovuto fare da preambolo a un nuovo album oppure si trattava di un brano buono per rompere il silenzio intorno a voi?
Due anni dopo l’uscita di “Orpheus” e diverse date in giro per l’Europa, ci fu un vero e proprio terremoto all’interno della band. Dopo l’uscita nel 2015 del chitarrista Francesco Scavo (sostituito dal rientrante Alessio Reale) e la decisione di lasciare da parte di Dave Piredda (bassista e compositore) per dedicarsi alla famiglia e sostituito in pianta stabile da Oscar Morchio, anche lo storico cantante e fondatore Gabriele Giorgi, decide di lasciare il gruppo, in seguito a una serie di disaccordi e questa fu una mazzata colossale per il sottoscritto. Pensai anche di mettere la parola fine ai Desecrate ma, in quel momento, il resto della band si oppose convincendomi a proseguire. Intanto il tempo passava e anche Andrea Grillone (pianoforte) decide di lasciare il gruppo. Dopo qualche mese di ricerca finalmente entrano nei Desecrate Edoardo “Irmin” Iacono e Gabriele “Hide” Gilodi rispettivamente cantante e tastierista con i quali incidiamo immediatamente il singolo/video “In His Image”. Finalmente, dopo tanto tempo, potevamo dire di essere ritornati nuovamente sulla scena. La scelta di uscire con un solo singolo è dettata dalla decisione da parte di tutti noi, di non fare album. Motivo di tale decisione sta nel fatto che ci siamo resi conto che per avere una produzione che sia a livello delle uscite odierne si devono spendere davvero parecchi soldi i quali difficilmente rientrerebbero con la vendita. Abbiamo quindi deciso di concentrare le nostre risorse su singoli e video. Questo non significa che, se un domani torneranno ad esserci le possibilità, non usciremo più con un album ma solo che lo faremo quando ne varrà davvero la pena.

Arriviamo finalmente quasi ai giorni nostri, nel maggio del 2020 esce “Obscure Times”, il vostro nuovo singolo rilasciato nel pieno dell’emergenza Covid
“Obscure Times” segue la nostra linea di non fare album ma di uscire con un singolo alla volta. Eravamo in contatto con dei registi per la realizzazione del video ma, purtroppo, l’emergenza Covid ci ha dirottato verso un lyric per ovvi motivi.

I vostri piani per il 2021?
Abbiamo diversi brani fatti e finiti. Con il nuovo anno programmeremo l’entrata in studio e l’uscita del prossimo singolo in attesa che si possa uscire da questo incubo e ricominciare da dove avevamo interrotto.