Speckmann Project – Fiends of Emptiness

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

Dopo tre decenni, il primo album degli Speckmann Project (1991) resta un capolavoro per gli amanti del death metal di tutto il mondo! Speckmann Project ritorna con un secondo album, intitolato “Fiends Of Emptiness” (Emanzipation Productions), scritto da Rogga Johansson (Paganizer, Johansson & Speckmann, Massacre, Necrogod, Ribspreader) con Paul Speckmann che si è occupato di tutti i testi.

Ciao Paul, vivi in ​​Europa da alcuni anni, cosa provi in questi giorni in cui la guerra è tornata qui in nel Vecchio Continente?
La guerra non è mai una buona cosa. Certo, Putin è un megalomane, e non certo il primo! Tutto quello che possiamo fare in questo momento è guardare e aspettare perché nessuno desidera davvero la terza guerra mondiale! Sono anni che scrivo canzoni su politici e governi pazzi, ma vedere queste cose diventare realtà è certamente terrificante! Politici e governi hanno troppo potere su tutti! È tempo di sottomettere i politici!

Quando hai capito che era giunto il momento di pubblicare un nuovo album con il moniker Speckmann Project?
L’idea è venuta da Rogga con il quale ho pubblicato cinque album come Johansson-Speckmann e molte di queste registrazioni sono passate inosservate. È davvero un peccato, dato che abbiamo registrato degli ottimi dischi insieme! Rogga mi ha detto che un disco con il logo Speckmann avrebbe avuto maggiori possibilità di essere ascoltato, ho accolto con entusiasmo questa idea, e sembra che effettivamente ci sia già più interesse per questa pubblicazione!

Pensi che questo album sia paragonabile in qualche modo al debutto, “Speckmann Project”?
È completamente diverso, con scariche di energia brevi, veloci e aggressive! La prima uscita aveva tracce più lunghe. Questa nuova versione va dritta al punto.

Pensi che ci siano differenze tra Speckmann Project e Master?
Ovviamente, di solito scrivo tutta la musica per la band, mentre per “Fiends of Emptiness” se ne è occupato esclusivamente Rogga! Ancora una volta si è trattato di una grande collaborazione! Mi piace lavorare con Mr. Johansson! Per quanto riguarda il primo Speckmann Project, ho scritto la maggior parte delle tracce, ma c’erano anche alcune grandi parti din Jim Martinelli!

La musica è stata scritta da Rogga, i testi da te: cosa hai provato quando hai ascoltato le nuove canzoni per la prima volta? Erano i riff che ti aspettavi per Speckmann Project?
Per nulla, scriviamo in modo diverso l’uno dall’altro! Posso spiegare come ha funzionato: Rogga mi ha inviato due tracce e mi ha chiesto se mi piaceva quello che avevo sentito. Fondamentalmente ha detto che si trattava di old school e che scriveva solo un po’ di punk, in stile death metal primordiale, secondo lui! In realtà, ho scritto i testi per la prime traccia in circa 10 minuti, seguite dalla seconda più tardi la sera. Sono andato in studio e ho registrato la voce e l’ho inviata ai ragazzi per la loro opinione. Hanno convenuto che si trattava di killer song e hanno iniziato a scrivere più canzoni e a inviarmele! Non mi ci vuole molto a scrivere i testi se le canzoni sono già killer! Un punto importante che devo sottolineare è che ho buttato giù tutti i testi per questa uscita, così come per la prossima del J-S, durante una positività di 7 settimane per Covid! E’ accaduto nel 2020! L’ho scoperto solo 4 mesi fa, dopo un esame del sangue per qualcosa di non correlato!

Che mi dici dei testi?
I testi vengono sempre scritti in un certo momento e in un certo luogo della storia, quindi nulla è cambiato in questa disamina, amico mio! Il mondo intorno a noi è un’ottima guida per i testi!

La copertina del nuovo album si ispira all’artwork del primo: dopo tutti questi anni sei cambiato di più come uomo o come musicista?
Entrambi, scrivo i testi più velocemente, e ovviamente sono invecchiato come fanno tutti, ho 58 anni e viaggio ancora per il mondo! Non si può certo dire che lo facciano ancora tutti nel giro!

Guardando indietro, sei soddisfatto della tua carriera con il Master?
Una domanda un po’ bizzarra, i Master e tutti i miei progetti mi hanno portato in giro per il mondo innumerevoli volte, e sono riuscito a guadagnarmi da vivere con la mia musica: per alcuni è un hobby, per me è uno stile di vita!

Sei sicuramente uno dei pionieri del metal estremo, ma ti consideri il padre del death metal?
Ci sono molti persone che possono rivendicare il titolo, ma di certo io ci sono stato dall’inizio. “Fuckin’ Death” dei Deathstrike è stato registrato nella primavera del 1985, direi che questo possa bastare!

After three decades, first Speckmann Project album (1991) is a masterpiece for the death metal lovers around the world! Speckmann Project returns with a sophomore album entitled “Fiends Of Emptiness” (Emanzipation Productions), written by Rogga Johansson (Paganizer, Johansson & Speckmann, Massacre, Necrogod, Ribspreader) while Paul Speckmann has penned all of the lyrics.

Hi Paul, you have been living in Europe for some years, how do you feel in these hard days when the war is back here in Europe?
War is never a good thing. Of course, Putin is a megalomaniac, and certainly not the first! All we can do is watch and wait at the moment as no one including yours truly, wants to see World War 3! I have been writing songs about politicians and crazy governments for years, but to see these things become a reality is certainly terrifying! Politicians and governments have too much power over everyone! It’s time to subdue the politicians!

When did you understand that was the time release a new album under the moniker of Speckmann Project?
The idea came from Rogga as he and I have released 5 recordings together as Johansson-Speckmann and many of these recordings have slipped by un-noticed. It’s really quite a shame, as we have recorded some excellent records together! Rogga said to me that a record under the Speckmann moniker would have a better chance of being heard, so I went along with this idea, and it seems that yes, there is more interest in this release already!

How do you think this album compares to your debut, “Speckmann Project”?
It’s completely different, with short, fast, aggressive bursts of energy! The first release had longer drawn out tracks. This new release gets right to the point.

What do you think separates Speckmann Project from Master?
That’s obvious, I write all the music for the bands normally, and this time Rogga wrote the music for the “Fiends of Emptiness”! It’s a great collaboration once again! I enjoy working with Mr. Johansson! As for the first Speckmann Project, I wrote the biggest majority of the tracks, but there were also a few great collaborations with Jim Martinelli back in the day!

The music was written by Rogga, lyrics by you: What did you feel when you listen to the new songs for the first time? Were riffs you’ve come to expect by Speckmann Project?
Not at all we write differently from one another! I can explain how it worked. Rogga sent 2 tracks to me and asked if I liked what I heard. He basically said this was old school writing just simple punky, Death Metal style from the early beginnings of the genre in his opinion! I actually wrote the lyrics for the first tracks in about 10 minutes followed by the 2nd track later in the evening. I went to the studio and recorded the vocals and sent them to the guys for their opinion. The agreed that the tracks were killer and they began to write more songs and send them to me like always! It doesn’t really take long to write lyrics for me if the songs are killer already! An important point I need to make was that I recorded all the lyrics for this release as well as the next J-S release during a 7-week bout with Covid! This was back in 2020! I only found out about it 4 months ago after a blood test for something non-related!

What’s about lyrics?
Lyrics are always written around a time and place in history, so nothing has changed at all in this retrospect my friend! The world around us is a great map for lyrics!

The new album cover is inspired by the artwork of the first one: after all these years have you changed more as a man or as a musician?
Both, I write lyrics faster, and of course I have aged as everyone does, I am 58 years old, and still bringing it to the world!  It cannot be said for everyone still in the genre!

Looking back, are you satisfied of your career with Master?
A bit of a silly question, Master and all my projects have taken me across the globe countless times, and I have managed to make a living off my music, as for some it’s a hobby, for me it’s a way of life!

You are definitely one of the pioneers of extreme metal, but do you look at yourself as the father of death metal?
There are many fellas that can claim the title, but I certainly have been around since the inception of the genre. Deathstrike “Fuckin’ Death”, was recorded in the spring 1985, enough said!

Straight Opposition – The next revolution

Chi si aspettava una versione dimessa degli Straight Opposition dopo lo split del 2018 e la conseguente lunga inattività, dovrà ricredersi. “Path of Separation” (Time To Kill Records \ Anubi Press) è un disco che non vive di ricordi, anzi mostra una formazione che, pur se rispettosa del proprio passato, vive con i piedi ben piantati nel presente e lo sguardo diretto verso il futuro…

Benvenuto Ivan, prima di concentrarci sul nuovo album, farei un piccolo salto indietro nel tempo: ti andrebbe di ricostruire gli anni successivi all’uscita del vostro precedente album, “TheFury From the Coast” del 2017?
Ciao! Certo! Appena uscito “The Fury From The Coast” ci siamo trovati nuovamente con diversi problemi di line up, risolti questi, abbiamo suonato in lungo e in largo per promuovere il disco con, in ultimo, un tour di tre settimane in giro per l’Europa che ha toccato Rep.Ceca, Lussemburgo, Belgio, Francia, Spagna e Italia. Personalmente, alla fine di questo tour avevo voglia di fare qualcosa di nuovo, così gli Straight si sono sciolti, e dalle ceneri sono nati i 217. Con i 217 andava tutto alla grande, ma poi è arrivato il Covid, che oltre farci perdere 18 concerti finali prima di entrare in studio, ha cambiato le vite lavorative degli altri membri portando la band ad una battuta d’arresto. Nel frattempo io e Luca Hc (membro storico della band che lasciò nel 2012 gli Straight) siamo stati molto in contatto pensando a nuova musica da fare insieme ad altre persone in Belgio, La spinta finale è arrivata a giugno 2021, quando Enrico Giannone della Time To Kill ci ha chiesto di fare un disco coi 217, visto che non poteva averci come Straight Opposition. Di converso, essendo i 217 impossibilitati a farlo, ho detto a Enrico che invece in pentola si stava muovendo una reunion Straight Opposition insieme a Luca e nuove persone (Flavio e Nicola) e che avremmo fatto un album. Il resto è storia: abbiamo cominciato a comporre a distanza, e da settembre in presenza (gli altri 3 vivono tutti in a Bruxelles ); tra novembre e dicembre siamo andati a Roma per registrare “The Path Of…”.

Il nuovo album si intitola “Path of Separation”, la parola separazione deve far preoccupare i vostri fan che da poco vi hanno ritrovato?
Col rientro di Luca abbiamo intrapreso un normale percorso di arricchimento delle composizioni e della nostra visione dell’hardcore, perciò è naturale non ripetere quanto fatto in passato evolvendo le canzoni verso nuovi lidi. Io penso che se qualcuno vuole sentire la band fare cose standard, può andare a rispolverare “Step By Step” o “The Fury From The Coast”. Se invece c’è la voglia di ascoltare qualcosa di nuovo, allora “The Path Of Separation” è il disco da macinare nello stereo, senza paura.

Il disco è uscito più o meno quando sull’Europa è riapparso lo spettro della guerra. Per una banda sempre socialmente impegnata come la vostra, questa combinazioni di eventi può assumere un significato simbolico?
Al di là del gran senso di frustrazione e di scoramento che stiamo provando in questi giorni nell’assistere inermi a quanto sta accadendo, non posso dire altro se non che la direzione tematica della band si è assestata sulla riflessione critica a proposito dello scontro dialettico tra singolo e apparato capitalistico sin dal demo 2004, quando le “All stars” del massacro in occidente erano Berlusconi, Bush e Putin. Eccoci di nuovo qui a combattere con i mostri. L’accumulo del capitale, inteso come detenzione di ricchezza e risorse nelle mani di pochi, diventa ancora più aggressivo in un momento in cui il Capitalismo classico è andato completamente in crisi sfociando apertamente nei più beceri e sanguinosi degli imperialismi contemporanei. Nel nostro piccolo, continueremo a diffondere concetti come “liberazione dell’individualità”, dell’individuo e della persona. Libertà nello scegliere ciò che si sente di essere, senza moralizzazioni religiose e patriarcali o gerarchie aziendali, sociali e familiari. Lo diciamo ai concerti, nei testi, nelle interviste. Partiamo da una base personalistica, da una riscoperta della soggettività più propria attualmente decostruita dagli apparati: combattere il leader che prima di tutto continua a negarci sotto forma di catene frasali.

Ne approfitto per chiederti, la vostra definizione di hardcore nel 2022: il significato e lo spirito di questo genere sono rimasti immutati oppure si sono adeguati ai tempi che viviamo?
Non sono in grado di rispondere: per me e per gli altri l’hardcore è uno stato mentale/attitudinale così come lo abbiamo vissuto negli anni 90. Sicuramente ci saranno stati dei cambiamenti, ed è anche giusto che sia così, ma per quanto ci riguarda, lo spirito rimane quello di un tempo. Lo spieghiamo bene in un pezzo del nuovo disco che si chiama “No Age To Xclaim”!

Torniamo al disco, le note promozionali che accompagnano il promo ne presentano il contenuto come “un mix tra una versione compressa di Integrity e Napalm Death senza blast beats”. Vi ritrovate in questa descrizione?
In effetti non è male. Il disco nuovo è davvero molto aggressivo e penso sia il perfetto punto di incontro tra fan degli Integrity e fan degli ultimi Napalm Death anche se, pur amandoli entrambi alla follia, non hanno influenzato minimamente il processo di scrittura per “The Path Of Separation”.

A quando risalgono i brani? Avevate già qualcosa nel cassetto o sono tutte creazioni recenti?
La composizione dei brani è iniziata immediatamente dopo la chiamata che ha visto protagonisti Enrico Giannone, Luca Hc e me. Era fine maggio 2021, da allora abbiamo cominciato a lavorare febbrilmente sui brani del disco partendo da zero. Non c’è nulla di datato, tutta roba fresca scritta durante l’estate.

Se non erro, ad oggi, avete estratto dal disco un paio di singoli: “Workstation Dead-Box” e “July019”. Come mai avete scelto proprio questi pezzi come biglietto da visita per tutto il disco?
Con precisione non ricordo il motivo per cui la scelta sia ricaduta su questi due brani, ma credo perché il primo da te citato mostra il lato più groove del disco, mentre il secondo quello più veloce, classico, da assalto frontale senza un domani.

Per una band come la vostra, che deve la propria fama soprattutto alle scorribande live, è importante avere dei video in rotazione?
In effetti il nome della band è cresciuto grazie alla nostra presenza live sin dal 2005, e a quell’epoca di avere video e cose di questo genere non se ne parlava nemmeno; tra l’altro non esisteva neanche Youtube, quindi direi che, almeno fino al 2008, ne abbiamo fatto a meno, e il nome è cresciuto lo stesso. I tempi attuali però, molto basati sulla forma/immagine, richiedono in effetti anche un supporto in immagini che, per quanto mi riguarda, cambiano poco la mia vita dato che i videoclip mi annoiano da morire. Se però questo può servire a diffondere e spingere la tua band è ok, ma credo ce ne siano troppi in rete, e alla fine uno nemmeno li guarda più di tanto. Tra l’altro, non vado pazzo per i video super rifiniti. Adoro le cose lasciate a caso, dove si avverte un certo senso di trascuratezza e improvvisazione. Non amo invece i video rifiniti, in cui la canzone gioca un ruolo secondario in favore dell’immagine. Amo ovviamente il cinema, ma questa è un’altra storia.

Credi che il conflitto in qualche modo possa condizionare un’eventuale tournée nell’Est Europa, territorio che in passato avete spesso bazzicato?
Il pericolo esiste eccome! Già nel 2008 abbiamo ricevuto aggressioni dai nazi di merda a Timisoara, durante un concerto, e poi minacce che hanno portato gli organizzatori ad annullare dei concerti in Ungheria, nel 2013, sempre grazie ai nazi locali che minacciavano di fare un macello. E gli episodi non sono finiti qui. Dunque immagino ora, con la drammatica virata a destra dell’Europa, quanti problemi potremmo avere, ma ci staremo attenti, non saranno quattro nazi di merda a fermarci.

Comando Praetorio – I sabotatori della luce

Due brani, della durata totale di poco più di 20 minuti, compongono “Sovvertire la tirannia della luce” (ATMF) dei Comando Praetorio. Abbiamo chiesto alla band di anticiparci qualcosa dell’EP in uscita nei prossimi giorni…

Benvenuti, dal 22 aprile sarà disponibile il vostro nuovo EP “Sovvertire La Tirannia Della Luce”, contente due brani. Possiamo considerare quest’opera un concept?
L’aspetto lirico è senz’altro il frutto di un medesimo flusso ispirativo, successivamente suddiviso lungo l’arco di due tracce. Il nuovo EP “Sovvertire la tirannia della Luce” si riferisce a un processo di allontanamento fisico e spirituale dalla tirannia monoteistica del sole, inteso sia come Logos assolutistico della razionalità astratta, inaridente e impositiva; sia come espressione del monoteismo desertico dell’orizzontalità militante.

Nel 2022 La Tirannia della Luce è ancora forte?
Nonostante le liriche siano state redatte nel 2020, riteniamo che queste siano prefigurate da significati atemporali ed eterni che ne garantiscono la validità anche difronte allo scorrere del tempo. Inoltre, in questi due anni l’ipertrofia del Logos assolutistico e solare non si è certamente attenuata; anzi essa è entrata in una fase sempre più oppressiva e totalitaria tramite la dittatura “pandemenziale” le cui conseguenze in termini non soltanto politico culturali, ma ancora di più parareligiosi e assolutistici, paiono evidenti.

In che modo può essere sovvertita?
L’inversione valoriale può avvenire in primo luogo nell’interiorità del proscritto, ovvero di colui che si è dato alla macchia, che, come direbbe Junger è stato espulso dalla società e si appresta ad espellere la società da sé stesso. Rispetto al cambiamento di paradigma avvenuto nel campo della macchinazione del mondo ad opera delle ideologie desertiche, la sovversione è microcosmica poiché avviene in primis nell’interiorità, ove si recuperano preliminarmente le condizioni dell’età dell’oro. A livello macrocosmico il proscritto diviene il custode della natura selvaggia, del silenzio e del lato notturno e nascosto delle cose.

In qualche modo la situazione di cattività nella quale abbiamo vissuto in questi ultimi due anni ha contribuito ad aumentare il vostro desiderio di sovversione?
Il desiderio è frutto di una pulsione, la volontà invece esprime la direzione del dominio anche nei confronti delle pulsioni e dei desideri. Parlerei dunque nel nostro caso di volontà e non di desiderio. I desideri piuttosto, sono quei fattori risultati cruciali nel meccanismo di ricatto operato dalla pandementia: a fronte di libertà negate o sospese, si è stimolato il desiderio insoddisfatto di coloro che non potendosi più divertire, ballare, uscire, hanno barattato i propri diritti fondamentali in cambio di lasciapassare concessi a fronte dell’obbedienza al paradigma del controllore biosecuritario. La volontà di superamento del paradigma assolutistico permette al ribelle di estenuare le forze del sistema dominante, che si trova quindi a sperperare le proprie risorse nel tentativo di coprire interamente lo spazio fisico e cibernetico con i propri sistemi di vigilanza, con la distopica “speranza” di poter verificare la stretta osservanza da parte di tutti i sudditi di tale paradigma. Ma mentre il deserto, determinato dall’ipertrofia del lato solare non bilanciato, permette il controllo totale e totalitario non così la foresta che cela, oscura e filtra la luce intrusiva del potere panottico.

Vi andrebbe di entrare nei dettagli della prima traccia, “Dell’oblio l’ombra siderea”? Come è nata e di cosa parla?
La prima traccia è stata, così come la seconda, in gran parte abbozzata dal nostro nuovo componente Damien, e poi riarrangiata da me per la parte chitarristica all’inizio del 2020. Successivamente si è proceduto ad arricchire e ad armonizzare la composizione in un tutto coerente anche grazie allo sforzo collettivo di tutti i componenti in sede di sala prove.
Abbiamo già affrontato i temi lirici nelle precedenti risposte, non resta che integrare quanto già detto con una breve citazione:

…il cielo stellato ultima guida
degli insonni dalla coscienza purificata
imposizione oltre la massa
palingenesi della materia mercuriale
ignicamente purificata
dominio dell’Artefice ridestato…

Mentre della seconda, “Ritorna il buio dell’origine uranica”, che mi dite?
Il processo compositivo e lirico è avvenuto con le stesse modalità della prima traccia così che ogni elemento si integra vicendevolmente tra i due brani.

…verso incendiari scenari di rivolta
ritorna il buio dell’origine uranica
milioni di enigmi del disinganno
scacciano gli incubi della macchinazione…

Rispetto a questa ipertrofia del lato solare, l’Unico si rifugia dunque all’ombra del cielo notturno, patrocinato dalle divinità Asuriche e Uraniche indoeuropee. Con questo atto si opera un’inversione dei principi cardine rispetto alla massificazione, intesa come conseguenza estrema delle religioni desertiche, che nel deserto sono nate ed al deserto vogliono riportare il mondo, in quanto nemiche di ogni verticalità.

In questo contesto, che significato ha la copertina dell’EP?
La copertina è ricavata da una foto scattata da un componente della band in Bretagna. Essa raffigura il dolmen bretone delle cosiddette “pierres plates” con a lato un menhir. All’interno del dolmen sono presenti diverse raffigurazioni della volta celeste e in particolare del grande carro. In tal senso si abbina in modo coerente con il significato dell’EP non soltanto da un punto di vista meramente grafico.

L’EP ha sancito l’esordio di Damien, quale è stato il suo apporto?
Il sodalizio con Damien nei ranghi di Comando Praetorio è iniziato prima del concepimento del nuovo EP; nonostante alcune idee e riff fossero già stati composti in precedenza, la sua presenza ha apportato un significativo apporto in seno alla band, contribuendo, dal punto di vista compositivo, al completamento delle bozze dei brani, oltre a definire tutte le linee vocali del disco in qualità di nuovo cantante. Inoltre, si è fatto carico anche della produzione di “Sovvertire…”per quanto concerne il mixing e il mastering, pertanto abbiamo potuto seguire in prima persona tutte le fasi di sviluppo e cesellamento dei nuovi brani passo dopo passo. Damien proviene da una lunga esperienza con i Mortuary Drape ed è tuttora il fac totum del progetto funeral doom Tetramorphe Impure; è un musicista creativo e molto capace, siamo inoltre legati a lui da un’amicizia pluridecennale; pertanto, non potremmo essere più soddisfatti della nuova sinergia instauratasi grazie alla sua presenza. Nel 2002 inoltre, Damien è stato coinvolto come voce nel progetto Enthroning Silence. La sua performance fu decisamente degna di nota.

Proporrete le due tracce dal vivo?
Attualmente non abbiamo alcun programma di future date dal vivo. La dimensione live non è mai stata prioritaria per CP; abbiamo sempre ritenuto la nostra musica come un’esperienza, un moto di ricerca interiore dell’ascoltatore che trova il proprio ambito più calzante in un ascolto raccolto ed individuale.

The Black Veils – Carneficina sonora

“Carnage” (Icy Cold Records / Audioglobe / Metaversus Pr) è il titolo scelto dai The Black Veils per il proprio terzo disco, un concept album che, muovendosi tra citazioni cinematografiche, si propone come ideale colonna sonora di questi strani anni di pandemia.

Ciao ragazzi, da qualche mese è fuori il vostro terzo lavoro, “Carnage”, vi andrebbe di fare un primo bilancio?
Gregor: Nella carneficina psicofisica e morale che hanno rappresentato gli ultimi due anni, direi che a uscirne fuori meglio forse è stato proprio il nostro album. Siamo sicuramente entusiasti dell’accoglienza che ha ricevuto, nonostante i concerti siano stati ridotti all’osso.
Mario: Bilancio positivo sia numerico (streaming digitali, vendite cd e vinili) sia di accoglienza: il disco precedente è uscito nel 2017, quindi si è venuta a creare un po’ di attesa che ci ha aiutati nel lancio di “Carnage. Per poter cavalcare quest’onda abbiamo concordato con la nostra etichetta di base francese, Icy Cold Records, di anticipare l’uscita del disco con il rilascio di alcuni singoli e i loro remix (prodotti da Geometric Vision, Hapax, The Foreign Resort) come b-side.

“Carnage” è il vostro terzo disco, quello che nella tradizione rock viene visto come il  più importante nel percorso di crescita di una band: credete di esservi giocati al meglio le vostre carte in vista di questo traguardo simbolico?
Gregor: Non c’è stata alcuna strategia se non quella di assecondare una certa sinergia, la volontà di convogliare le nostre energie, la nostra rabbia, il nostro spaesamento in un lavoro che è più degli altri album corale, partecipato.
Mario: “Carnage” è un disco decisamente diverso dai precedenti (“Blossom” e “Dealing With Demons”) per molti motivi: è il primo disco con il nostro batterista Leonardo, è il primo disco in cui le fasi di registrazione, mixaggio e mastering sono state distribuite su diversi professionisti del settore, è il primo nostro disco prodotto cercando di restituire l’impatto che possiamo avere suonando dal vivo su un palco. In definitiva sono personalmente soddisfatto del risultato ottenuto.
Leonardo: Fermo restando che non c’è mai un limite quando si parla di “giocare al meglio le carte”, credo in tutta onestà che “Carnage” sia un disco validissimo, di cui andiamo molto fieri, non per motivi di ego, ma per ragioni più profonde. Contiene una maturità nel linguaggio e nelle intenzioni che bastano perché possa affermarsi tra i precedenti. Con l’aggiunta delle batterie, la band, in quest’ultimo lavoro, penso possa affacciarsi ad un pubblico più variegato rispetto a “Blossom” e “Dealing With Demons”. Il sound nell’insieme presenta la band come qualcosa di crudo e feroce, ma ascoltando singolarmente i brani si possono notare molte più sfumature, come barocchismi vari, note vocali più romantiche, intenzioni meno cruente (nel caso di “Phantom Limb Syndrome” o “LamourLamort”) che si contrappongono a veri e propri scenari da guerriglia urbana (vedi “Hyenas”). Non so se si può considerare un traguardo, ma sicuramente un buon punto di partenza.
Filippo : Mi faceva decisamente paura questo terzo disco, lo ammetto. Sentivo la necessità di qualcosa di diverso, senza ovviamente snaturare ciò che siamo, ma il timore era che gli altri avessero idee inconciliabili con le mie. In realtà è venuto tutto in modo naturalissimo. In questo, ritengo, sia stato fondamentale l’apporto di Leonardo, in termini di concetti e di messa in atto. Da bassista, avere nella band un batterista (che pesta anche in modo considerevole) influenza e non poco la dinamica e l’intensità del suono. Non so poi se ci siamo giocati bene le nostre carte, di certo dalle differenze tra i vari brani viene fuori il nostro essere totalmente bipolar, eheh

“Carnage” è un titolo forte, me lo spiegate? 
Gregor: So solo che era l’unico titolo possibile, l’unico che rispecchiasse in una sola parola il concept del disco. È un album che parla di vittime e carnefici, del percepirsi e raccontarsi vittime ma dell’essere al contempo carnefici e viceversa. È il gioco al massacro delle relazioni e della cosiddetta società civile.
Filippo: E poi ci piace tanto Roman Polanski, era giusto omaggiarlo, eheh

Il disco è anche ammantato da una vena di black humor: dato il tema importante del disco, non temete di essere fraintesi in alcuni passaggi?
Gregor: Sono convinto che l’ironia e il dissacramento dei temi importanti non debbano essere temuti, ma accolti come la conferma dell’importanza degli stessi. Ogni grande dramma della Storia dell’uomo è stato vittima di un ridimensionamento comico o parodico: in questo caso non si tratta nemmeno di parodiare, ma di essere ancora più ferali, di cantare frustrazioni e turbamenti sociali e intimi davvero terribili prendendoli dannatamente sul serio, perché non c’è niente di più serio dell’ironia. In qualche modo è come se si danzasse sulla propria tomba. E a guardare la società che abbiamo costruito mi pare sia la cosa più seria da fare. Forse l’unica.

Il disco è stato scritto prima del lockdown, però la copertina in qualche modo mi sembra influenzata da quel periodo di cattività casalinga. Vedere quella abitazione sospesa nell’aria, così simile a una prigione…
Gregor: Eppure la copertina è stata ultimata da YURI (@mynameisyuri) nel dicembre 2019. Al massimo è un presagio! O forse ha portato semplicemente sfiga. Chiediamolo a lui!
Mario: La casa, le mura domestiche, la propria abitazione ha ora più che mai, una doppia valenza: da un lato un luogo conosciuto, familiare, confortevole e sicuro, dall’altro un luogo (letteralmente e allegoricamente) in cui restare imprigionati. Nel nostro concept la casa entra a far parte di quel senso del doppio ruolo che permea l’intero disco (vittima e carnefice, iene e conigli…).

Mentre il sound, al contrario, sembra muoversi nella direzione opposta, fatto per non essere ascoltato in casa ma su un palco… 
Gregor: Esatto. Abbiamo voluto restituire il nostro sound “live” senza fronzoli e senza orpelli di sorta, mantenendo volutamente intatte anche piccole imperfezioni. 
Mario: Come anticipavo è stata una scelta di impatto. Ci piace vedere il nostro pubblico ballare e divertirsi sotto il palco e ci piace immaginare che lo possano fare anche a casa, al mare, a lavoro, ascoltando “Carnage”.

In questo senso, avete già testato la resa live dell’album?
Gregor: Ancora troppo poco per i nostri gusti, date le chiusure varie ed eventuali. Ma il primo concerto al Covo dopo due anni davvero provanti, nella nostra città, Bologna, è stato memorabile. Almeno per noi.
Mario: Il momento storico è molto delicato un po’ per tutte le parti: da un lato locali, club, sale da concerto, con i loro format e organizzatori, dall’altro lato ci sono gli artisti, le band, i performer. La situazione sta ripartendo, seppur lentamente, ma bisogna ritrovare la fiducia di ricominciare!

“Carnage” è un disco fortemente “cinematografico” ricco di citazioni alla settima arte, vi andrebbe di ricapitolarne almeno quelle consce? 
Gregor: Sicuramente ci sono Bette Davis e Joan Crawford in “Lamourlamort”. E poi c’è Gian Maria Volonté in “This Is Going to Hurt”, citato un po’ a caso, ma mai a caso. Poi ci sono tante immagini e piccole citazioni che assorbo anche mio malgrado.
Filippo: Se posso, mi piace ribadire come anche nei dischi precedenti ci fossero diversi riferimenti cinematografici. Basti pensare al titolo di un brano, ”The Wicker Man”, tratto da “Dealing With Demons”. Il rimando all’omonimo capolavoro folk-horror di Robin Hardy è evidente, E badate bene, non è sfoggio gratuito o cosa! Siamo consumatori assidui di film e libri. Altro che sesso, droga e rock’n’roll.

Come detto, il disco, anche se è uscito lo scorso novembre, è pronto già da un po’ di tempo: non è che per caso avete già del nuovo materiale per il prossimo album?
Gregor: La questione è tanto tragica quanto semplice: durante la nuova ondata di contagi e l’ennesima chiusura dei club si trattava o di deprimersi mangiando chili di gelato davanti alla TV (che comunque, ci tengo a precisarlo, resta per me pratica nobilissima) o di cavalcare un po’ della carica, dell’energia e della sinergia che, fortunatamente, unisce tutti e quattro noi. Quindi, sì: siamo al lavoro su altri brani. Ma ce la stiamo prendendo molto comoda, perché l’intento è principalmente quello di tornare a suonare “Carnage” dal vivo. Che è stato il nostro intento fin dal principio. 
Mario: “Carnage” è per noi molto divertente da suonare e portare in giro su e giù dai palchi. Stiamo fremendo nel confermare le prossime date del tour promozionale e non vediamo l’ora di riprendere i live a pieno regime.
Filippo: Come ribadito dai ragazzi, al momento siamo concentratissimi sull’organizzazione del tour promozionale di “Carnage”. Fremiamo per tornare a suonare. Detto ciò, conoscendo i soggetti in questione da anni, sono sicuro che Greg abbia già scritto una quarantina di testi e Mario ha già composto, mixato e masterizzato i prossimi tre dischi! Sono dei vulcani attivi in continuo fermento.

Malauriu – L’oro s’è fatto

I Malauriu possono vantare una corposa discografia tra EP, split e compilation. Ciò nonostante, la casella full-length non veniva aggiornata dal 2017, anno di pubblicazione di “Semper ad Mortem Cogitantes”. Con “Malauriu” finalmente la band siciliana dà un successore a quell’opera e lo fa presentando alcune novità, in primis la presenza alla voce di Nequam (The Magik Way), che va rappresentare il terzo vertice del triumvirato che già vedeva nelle proprie fila Felis Catus e Schizoid.

Benvenuti ragazzi, dal 2013, anno della vostra fondazione, non sono mancate uscite a nome Malauriu, però, nonostante questa prolificità, tagliate solo ora il traguardo del secondo full-length, come mai?
Schizoid: Realizzare un full è qualcosa di davvero importante e richiede molto tempo. Anche demo, promo, EP, split sono release che richiedono impegno ma un album è una bella responsabilità. Deve lasciare un segno, ogni dettaglio deve essere perfetto e non deve essere dimenticato in poco tempo o riposto in libreria solo per misero collezionismo. Per la realizzazione di questo album abbiamo impiegato cinque anni circa, da fine 2017 ad oggi abbiamo fatto tantissime registrazioni. La gestazione così lunga è dovuta anche al fatto che cercavo il momento adatto per farlo uscire, dovevo prima terminare tutte le release black metal in programma.

Avete deciso di intitolare il disco con il nome della band, si cela un significato simbolico dietro questa scelta?
Schizoid: Volevo un disco senza nessun titolo in copertina per dare un ulteriore senso di mistero alla release. Questo disco rappresenta appieno il nome della band.

Sul vostro primo album intero, il ruolo di cantante era stato coperto dallo sfortunato Antonio Pasquini, morto quasi un anno fa: vi andrebbe di ricordalo?
Schizoid: Antonio Pasquini ha preso parte a cinque release Malauriu che hanno segnato una svolta a livello del sound e della scrittura dei brani. Sono grato per il suo grande contributo artistico e lo ricordo sempre con molto affetto. Lo scorso anno in questo periodo è uscita una compilation intitolata “A.M.E.N”. : racchiude tutti i brani cantati da Ant. L’abbiamo realizzata con il supporto della sua famiglia e di molti amici e musicisti con cui ha collaborato negli anni. A breve ci saranno altre interessanti novità al riguardo.

Proprio il ruolo del cantante è stato ricoperto negli anni da diverse persone, per “Malauriu” avete scelto Nequam dei The Magik Way. Si tratta di un membro effettivo della band o di un ospite? Come è nata questa collaborazione?
Schizoid: Il progetto Malauriu è stato sempre un porto di mare, sicuramente la collaborazione non finisce qui. Non ci sono membri effettivi o membri che vengono fatti fuori per lasciare spazio ad altri. Coinvolgo i musicisti in base alle esigenze artistiche del disco. Come dicevo precedentemente questo album prese vita già a fine 2017 e pensai a Nequam come il perfetto interprete per testi e voce. Lui è un pilastro della scena italiana e l’ho sempre stimato tanto; per noi è un onore avere la sua partecipazione. Ha sempre supportato negli anni molti miei progetti, c’è stata sempre una gran stima reciproca. Non voglio dilungarmi troppo in complimenti scontati, chi conosce Nequam sa il suo spessore artistico e chi ancora non lo conoscesse deve assolutamente recuperare la sua discografia.

In quale modo la presenza di Nequam ha influenzato il vostro stile?
Schizoid: Nequam è arrivato quando il disco era quasi pronto. Francesco Cucinotta, autore di gran parte degli arrangiamenti del disco, ha realizzato di getto queste quattro tracce dopo alcuni miei input. Inizialmente la mia idea era un po’ diversa come sound, ma all’ascolto di questi brani così folli e visionari mi sono lasciato trasportare e nel tempo ho ideato il resto.
F.C.: Questo disco segue un suo preciso karma, e credo sia stato un bene aver avuto la pazienza di aspettare un bel po’ di anni per individuare il momento giusto per pubblicarlo. Oltre a necessitare delle dovute cure tecniche, l’opera ha seguito la sua lenta evoluzione. Ad ogni passaggio ognuno di noi ha lasciato qualcosa di sè, e infine, attraverso la sensibilità di Nequam, la sua performance così ricca e intensa ha posto il sigillo finale. In termini “energetici” credo sia un lavoro più che riuscito.

L’aspetto lirico in questo album è fondamentale, pensate che il pubblico in Italia presti la giusta attenzione ai testi?
Nequam: C’è certamente un pubblico più interessato all’approfondimento, che si lascia guidare da un certo tipo di narrazione. Un pubblico per così dire curioso, che non si accontenta del mero manierismo. Mi piace pensare che così come questo tipo di pubblico rimarrà sempre agganciato ad un certo “sentire” ce n’è un altro in divenire che va ancora educato all’ascolto, va preso per mano e portato dentro all’ascolto. Questo album è un viaggio verso il “sotto”, è un viaggio verso il “dentro”, sia musicalmente che sotto il profilo dei contenuti.

Mi spiegate il concept di “Malauriu”?
Nequam: Il concept ruota attorno al concetto di introspezione. L’uomo deve da sempre fare i conti con alcune tare che non gli consentono un passaggio fluido tra i vari stati, zavorre che ostacolano proprio per la loro scarsa malleabilità. Attraverso la pratica occulta, egli sperimenta limiti e potenzialità del proprio essere. Ha come guida un Maestro, che come da tradizione esoterica non è dato sapere se sia egli stesso, entità umana, animale o meno, ma che certamente ne influenza le scelte, una volta abbattuto l’impedimento che separa corpo, fluido e spirito. Egli infine potrà scrutarsi, liberarsi in un viaggio in cui si potrà visualizzare, nell’accezione più alta del termine. Ho scritto questi testi in uno stadio fortemente alterato grazie a pratiche respiratorie e di profonda introspezione, guidato esclusivamente dalla musica concepita da Schizoid e Francesco Cucinotta (Felis Catus). Trovarmi di fronte ad un magma sonoro fortemente caratterizzato mi ha aiutato ad abbandonarmi ad una sorta di scrittura automatica, trovarmi di fronte alle Volontà degli autori mi ha consentito un viaggio di andata e ritorno pacifico pur nella sua inquietudine. Ciò che ne è emerso è quanto enunciato nei testi, per nulla tramati ma declamati per come si sono manifestati.

Il disco esce grazie alla cooperazione tra tre realtà – Southern Hell Records, Nero Corvino e Zero Produzioni – quanto sono importanti questo tipo di collaborazioni per una realtà underground come la vostra?
Schizoid: Trovare etichetta oggi è molto difficile, specialmente per un disco come questo di un genere ancora più di nicchia del metal. Per fortuna l’underground resiste sempre, ci sono tantissimi appassionati dediti al genere che sono ancora disposti a investire tempo e denaro per realizzare il supporto fisico che ritengo indispensabile.

In conclusione, vi chiedo: vi sentite in qualche modo i difensori\prosecutori della tradizione occulta italiana e di quel sound nato qui da noi grazie agli Jacula?
F.C.: Credo che ognuno di noi segua determinati percorsi di ricerca esoterica più per un naturale bisogno spirituale, che per questioni principalmente artistiche o di estetica. Queste possono essere al limite delle dirette naturali conseguenze se scegli la musica come veicolo per le tue personali intuizioni, quindi è plausibile l’essere accostati a determinate correnti. Sicuramente il nostro paese ha avuto e ha nomi eccellenti che in campo musicale tramandano da sempre questo tipo di sound. Se questo disco ci rende automaticamente difensori e/o prosecutori di questa tradizione, personalmente non saprei, ma se lo fa, lo fa in modo assolutamente non programmato. Queste sono cose che spesso stabilisce nel tempo l’ascoltatore. I musicisti solitamente seguono altre dinamiche.

Dana Plato – Citazioni sbagliate

Buona la prima per i Dana Plato! Il terzetto, che sbaglierà pure le citazioni, sa come si fa un buon disco, come dimostra “Wrong Quotes” (Metaversus Pr).

Ciao Fixx, da poco è uscito il vostro album di debutto, “Wrong Quotes”, prima di addentrarci nei dettagli del disco, ti andrebbe di ripercorre le tappe che hanno portato a questa uscita?
Il seme di “Wrong Quotes” viene piantato nel 2020, in pieno lockdown pandemico, quando Alessandro Calzavara sta registrando “Lie/Ability”, il suo 20° disco col moniker Humpty Dumpty. Per una serie di circostanze, tanto fortuite quanto (oggi possiamo dirlo) fortunate, conosce me, Gianluca Ficca, che nel disco sono Fixx, e Giovanni Mastrangelo, in arte Monster Joe, e gli si affida per la genesi, rispettivamente, dei testi in inglese e delle linee di basso/contrabbasso. Quella collaborazione si rivela così fruttifera e piacevole che l’evoluzione naturale, l’estate successiva, è partorire il progetto Dana Plato e registrare un disco a “tre teste e sei mani”.

Il disco come è nato?
In estrema sintesi, diciamo che per ogni traccia il metodo è consistito nell’integrare suggestioni ad uno spunto iniziale di uno di noi, quasi sempre Alessandro (che è musicista prolifico e con straordinari momenti di vera e propria frenesia compositiva), con Giovanni a fornire tutte le tracce di basso e contrabbasso e Gianluca a proporre, oltre ai testi, ulteriori linee chitarristiche e vocali. Queste integrazioni avvenivano nel chiuso dei nostri piccoli “home studios”, mandando le tracce avanti e indietro e trovandole di volta in volta trasformate da idee aggiunte molto liberamente e senza autolimitarsi. In altri termini, un metodo di lavoro “per addizione”.

Quanto è vicino “Wrong Quotes” al risultato che avevate in mente quando avete iniziato a lavorarci su?
In realtà, non avevamo in partenza alcuna idea prefissata. La forma delle singole tracce si è appunto delineata man mano che ci si allontanava dagli spunti di partenza. Tuttavia siamo fiduciosi sul fatto che il risultato finale, nonostante la deliberata varietà delle ispirazioni e la scelta di non sacrificarne alcuna sull’altare dell’omogeneità stilistica, appaia comunque abbastanza unitario. Quello che con certezza possiamo dire è che si tratta di un esito di cui siamo contentissimi e da cui ci sentiamo, tutti e tre, assolutamente rispecchiati.

Cosa sono le citazioni sbagliate richiamate nel titolo?
Nella title-track c’è un verso che dice “Datemi il fascino della star cinematografica che riesce a sintetizzare il senso della vita in uno sguardo figo e in una battuta di meno di 50 caratteri”. Ecco, noi non riusciremmo mai a essere così, faremmo o diremmo sempre qualcosa fuori luogo. Sbaglieremmo sempre qualche citazione. Le citazioni sbagliate indicano metaforicamente il sentirsi – anche con un certo orgoglio identitario – più o meno eccentrici e inadeguati in qualsiasi contesto.

Rimanendo in ambito di citazioni, ritenete che il vostro sound in qualche modo “cita” altre band e, se sì, quali sono queste influenze?
E’ inevitabile. Tutti e tre ascoltiamo da sempre, e amiamo, moltissima musica, dei generi più vari. Sarebbe impossibile che questi ascolti non venissero fuori, sebbene non ci sia alcuna esplicita intenzionalità, in questo. Forse le influenze che emergono di più sono quelle che maggiormente condividiamo (il post-punk a cavallo tra anni ’70 e ’80, le varie manifestazioni della psichedelia, le suggestioni elettroniche di Bowie e certo avant-pop), ma le anime presenti nel disco sono tantissime e la speranza è che si si siano combinate armonicamente.

Al di là delle vostre influenze, secondo te qual è l’aspetto che maggiormente vi caratterizza come band?
Se parliamo della nostra esperienza soggettiva, esiste tra di noi una profonda amicizia, stima e sintonia di gusti. Un clima umano così caldo in un gruppo è realmente difficile da trovare. Giacché ciò che gli altri propongono è per ciascuno di noi quasi sempre fonte di uno stupore ammirato, il risultato concreto è quel metodo “per addizione” che ti descrivevamo prima e che fa sì che molti dei brani siano caratterizzati da numerosi – come potremmo definirli? – “strati sonori”. Alcuni esempi nel disco sono “Little Genius”, “Majesty”, interamente strumentale, la stessa “Wrong Quotes”. Ci piace immaginare che chi ascolti i brani la prima volta ne venga tanto incuriosito da risentirli e possa individuarvi, di volta in volta, gli elementi che vi si sovrappongono e interagiscono reciprocamente.

Sicuramente una cosa particolare è l’aver fatto ricorso a più voci nel disco: come è nata questa decisione?
La composizione della linea vocale diverte molto sia Humpty che me, per cui nel “palleggiarci” le tracce è risultato abbastanza naturale far cantare il brano a quello dei due che l’avesse proposta all’inizio. Ne è nata una varietà di registri che ci è parsa arricchente, ed a quel punto abbiamo pensato di invitare come “special guest”, in “Nothing Left But Speak” e “ Strained”, due cantanti che sono anche persone a noi assai care, rispettivamente Mary Grace degli Eau de Jazz e Gregorsamsaéstmort dei Black Veils.

Avete optato per un’auto-produzione, oggi non è più necessario avere un’etichetta alle spalle?
Sul piano creativo e della mera realizzazione di un disco, evidentemente no. Anche su quello della produzione, crediamo convinti alla spontaneità dell’ispirazione e alla forza comunicativa di una buona idea, indipendente dal suo successivo “confezionamento” (peraltro capiamo benissimo che altri musicisti possano non condividere questa attitudine e ritengano necessaria la maggiore attenzione produttiva assicurata da un’etichetta classica). L’ambito in cui ovviamente l’autoproduzione è penalizzante è quello distributivo, in cui ci si deve affidare alle sole piattaforme di streaming e a una pubblicizzazione/vendita “porta a porta”. Per noi si tratta, com’è ovvio, di un problema assai relativo. Un piccolo manipolo di ascoltatori affezionati che apprezzano quello che abbiamo fatto è di per sé una bella gratificazione. Ad ogni modo, l’autoproduzione è un percorso sempre più diffuso. La label Sub-Terra, che compare nel nostro cd, rappresenta la casa simbolica di alcuni musicisti (La Guerra delle Formiche, ad esempio, lo stesso Humpty) che da tempo portano avanti questa scelta, spesso con risultati tutt’altro che disprezzabili.

Prossime mosse dal vivo?
Dana Plato è un progetto che non prevede attività live, almeno per ora. Viviamo in città diverse, sarebbe pressoché impossibile provare. D’altra parte, quando capita di trascorrere del tempo insieme, c’è un clima di tale armonia e piacere che la tentazione sarebbe forte.

Acid Brains – Il caos!

Aggiungere il settimo tassello alla propria discografia, è un traguardo importante per una band. Gli Acid Brains con “Il Caos” (Artist First (R)esisto) lo tagliano senza particolari problemi, ripresentandosi al proprio pubblico con un lavoro completamente in italiano.

Ciao Stefano (Giambastiani), il settimo sigillo è stato posto sulla vostra discografia, siete soddisfatti del risultato ottenuto? Scongiurata la crisi del settimo disco?
Sì, decisamente soddisfatti! Sembrerebbe di sì, crisi scongiurata!

Se non crisi, però “Il Caos” ha portato con sé una serie di novità importanti, in primis il passaggio al lingua italiana per l’intero disco: come mai avete fatto questa scelta così radicale?
Perché da anni ci stavo pensando e in molti me lo avevano consigliato. Prima non mi sentivo pronto ma durante il lockdown ho avuto il tempo per mettermi li e provarci e ci sono riuscito.

Dal punto di vista strettamente tecnico, il dover montare un testo in italiano, con evidenti differenze di metrica, vi ha condizionato oppure avete lavorato sempre allo stesso modo? Sicuramente il processo compositivo tra inglese e italiano è diverso. Prima i testi erano una cosa successiva alla musica ed erano molto semplici, ora sono una priorità e richiedono cura e pazienza.

Vi siete affidati a Manuele Fusaroli, produttore di alcuni dei maggiori dischi indie italiani, questa scelta come ha influito sul vostro sound?
Noi siamo una band molto spontanea, abbiamo un sound ben delineato da anni e avevamo bisogno di curare i dettagli. Con Fusaroli finalmente l’abbiamo fatto.


Un titolo come “Il Coas” quanto ha che fare con la fase storica in cui viviamo?
Moltissimo. L’EP si chiama cosi proprio per questo motivo. Oggi tutti noi viviamo nel caos…

Il primo singolo estratto dal disco è stato “Confucio”, credete che sia il brano più rappresentativo degli Acid Brain del 2022?
“Confucio” e “2020” sono i singoli scelti ed entrambi sono perfettamente in linea con ciò che siamo oggi.

Cosa è rimasto intatto, dopo tanti anni, degli Acid Brains del 1997, anno della vostra fondazione?
La sincerità e l’urgenza emotiva. Per noi sono due cose fondamentali.

Degli altri tre brani del disco che mi dici?
Ogni brano di questo EP è concepito come un singolo e sono tutti collegati e complementari tra loro. Ogni brano è un pezzo del puzzle

Porterete il disco dal vivo?
Sì, certamente. Non vediamo l’ora di farlo!

Violent Scenes – La via della rinascita

I Violent Scenes sono una band pugliese attiva da cinque anni, da poco hanno pubblicato l’EP “Rebirth”, il seguito del loro debutto discografico “Know By Heart” del 2017. Per conoscere meglio la band e il loro punto di vista abbiamo intervistato il cantante e bassista Giorgio Cuscito.

Nel comunicato stampa esordite con la frase “band costruita su una profonda amicizia”, ci racconti in breve la genesi della vostra band e di come si può fondere l’amicizia con il suonare musica, è sempre facile?
La band nasce ufficialmente nel 2017 quando Gianfranco Maselli (chitarra) incontra Gianvito Novielli (chitarra) una sera fuori da un pub. Fino ad allora eravamo in tre, con un disco già pronto ma fermi da un po’. Gianfranco era appena tornato dall’Erasmus a Bucarest e io, con Antonio Iacovazzi (batteria ed elettronica), avevamo bisogno di un nuovo scatto, nuova linfa! Come quando le note musicali girano e c’è bisogno di un nuovo semitono per ricominciare, atterrando su una nuova ottava! Essere una band significa essere una piccola famiglia! Noi condividiamo tutto: il lavoro, gli studi, i sentimenti, i pensieri, la politica, le amicizie. Fare musica insieme è vedere la vita insieme, dialogando non solo con gli strumenti. Quando creiamo un brano e poi un disco, lì c’è il nostro pensiero, il nostro punto di vista, non è solo musica.

Sempre dal comunicato stampa la frase: “Violent Scenes è il Nuovo Teatro Greco”. Cosa vorreste dire esattamente con questa affermazione e quali sono i contenuti che vorreste comunicare con la vostra musica?
Violent Scenes è il nostro punto di vista e, direi, la nostra filosofia! Nei suoni e nei testi c’è una ricerca costante che attinge all’umanità degli Antichi Greci. È catartico per noi l’atto del suonare, soprattutto dal vivo. Le nostre performance ci permettono di raggiungere lo stato di trance e di connetterci con l’anima. Interpretare la vita con gli occhi di un artista è una grande responsabilità e crediamo che i greci avessero raggiunto un alto senso artistico. Loro non mostravano le scene più violente durante le tragedie perché urtavano e soprattutto non erano utili al ‘sentire’ e quindi alla catarsi dello spettatore. Oggi la scena dell’omicidio è quella che si attende di più durante uno spettacolo oppure in un film, per non parlare dei videogiochi dove addirittura uccidere è un gioco. Il Teatro è diventato un’arena e dovremmo chiederci perché.

Il titolo ‘Rebirth’ che significato ha per voi? I titoli dei brani sono anche abbastanza singolari, ce li spieghi?
Il titolo dell’album, “Rebirth”, è un riferimento a “Neon Genesis Evangelion”, manga giapponese post-apocalittico uscito nel 1994, in seguito diventato serie tv con la regia di Hideaki Anno. L’opera, ambientata nella futuristica Neo Tokyo-3, è un vero e proprio cult che affronta, con un linguaggio psicoanalitico tipico dei personaggi della Tragedia di Euripide, la difesa dell’umanità, minacciata dagli Angeli, per mano di robot pilotati da esseri umani. Il regista non è mai riuscito a separarsi da Evangelion, continuando a rimaneggiarlo e riassemblarlo, così noi abbiamo fatto con “Know by Heart”, album d’esordio del 2017, grembo della nostra poetica. I brani di “Rebirth” non sono altro che tre brani tratti da questo album riarrangiati in chiave elettronica. Anche i titoli dei brani “Unit 01/02/03” sono un riferimento alle Unità Mecha: Eva 01/02/03.

Avete in programma date live imminenti?
Stiamo programmando un tour a giugno che ci porterà in giro per l’Italia, dalla Sicilia al Piemonte. Date sparse sono attese anche nei prossimi mesi.

Dove è possibile reperire il vostro nuovo EP ed eventualmente anche il disco precedente di cui parlavi prima?
Sia “Know By Heart”, il nostro debutto del 2017, che l’EP “Stimmung”, uscito sotto forma di poster nel 2019, sono al momento sold out ma li stiamo ristampando, insieme alla cassetta di “Rebirth”, per portarli ai concerti. Non è possibile reperirli online.

Avete girato diversi videoclip con Antonio Stea e vinto anche alcuni premi, giusto?
Sì, il nostro regista Antonio Stea è un membro aggiunto della band! Senza le sue immagini la nostra visione sarebbe incompleta. “Grim July” ha vinto diversi premi in tutto il mondo tra cui, quello che ricordiamo con grande orgoglio, il primo premio della quarta edizione del Cineconcerto Music Film Festival a Montecarotto (AN), nel 2019; festival unico nel suo genere, in Italia e non solo. “Nope Face” ha vinto, tra gli altri, una menzione speciale come miglior film sperimentale al Tokyo International Short Film Festival 2020 e il primo premio come miglior videoclip musicale al Paris Film Art 2021.

INTERVISTA ORIGINARIAMENTE PUBBLICATA SU “IL QUOTIDIANO DI BARI” IL 29 MARZO 2022

Aramas – I fasti del passato

Per Massimiliano Aragona il passato è importante, sarà per questo che è tornato a rivisitarne una fetta importante del proprio, andando a rimetter mano al disco d’esordio dei suoi Aramas, chiamato profeticamente “I fasti del passato”. In collaborazione con Metal Underground Music Machine abbiamo contattato il visionario musicista laziale.

Ciao Massimiliano, come dobbiamo considerare la tua ultima uscita a nome Aramas, “I fasti del passato”, una nuova edizione dell’esordio del tuo progetto o un vera e propria nuova opera?
Ciao Giuseppe! Dunque, premetto che una delle varie particolarità di Aramas sta nel non esprimere mai un qualcosa a senso unico, bensì un qualcosa dalle molteplici interpretazioni. Tornando quindi alla domanda, potrei benissimo risponderti in entrambi i modi. L’idea di ripescare un qualcosa dal passato – direi anche abbastanza azzeccato il titolo – donandogli quindi nuova vita ed un nuovo contesto. Non può assolutamente cambiare, però, il fatto che i “Fasti del passato” sia a tutti gli effetti l’esordio di Aramas.

Come è stato rimettere mano ai quei brani?
Sicuramente c’è stato un grande spirito di rivalsa e di ottimizzazione di quanto creato. L’idea di trascurare fino ad obliare ciò che ritengo una mia estensione, non è delle più edificanti.

Come ti spieghi che, nonostante il suo evidente valore, “I fasti del passato” nel 2018 non ebbe i giusti riscontri?
Concorsero molti fattori: caso, fortuna/sfortuna per chi ci crede; circostanze, merito/demerito, conoscenze ecc. Come quando ci si chiede perché giri tanta musica discutibile con tanti musicisti e artisti talentuosi caduti nel dimenticatoio. Nel mio caso ero privo di mezzi per mettermi in mostra, salvo le sterili quanto futili auto promozioni. Se il tempo darà ragione a questa seconda versione del disco, non ci resta che aspettare.

Cosa credi che sia cambiato oggi che possa garantire a questo disco la giusta esposizione?
Collegandoci alla risposta precedente, direi che il grosso divario sia colmato dall’avere alle spalle un’ottima etichetta discografica, la Nova Era Records.

Cosa cambia avere un’etichetta alle spalle rispetto al dover fare tutto da solo?
Direi che loro abbiano possibilità e competenze infinitamente superiori alle mie, nonché più finalizzate ad obiettivi più grandi e concreti. Senza contare che essendo musicalmente solo, nel vero senso della parola, non ho la possibilità di esibire in giro la mia musica, né in concerti né in date di nessun tipo. La rete, il passaparola, le già citate promozioni, possono ben poco senza un aiuto concreto da parte di chi sa ciò che fa.

Come mai hai scelto “Realtà Industriale” per il video?
Lo trovavo più idoneo come concetto e musicalmente parlando. In più trattandosi del primo brano in assoluto di Aramas, ci sono particolarmente affezionato ed anche la mia etichetta l’ha trovata una buona scelta.

Ti definisci un cantautore estremo, mi spieghi cosa significa?
Prima di tutto la figura del cantautore si occupa a 360° delle sue creazioni. Concettualmente, non facendo parte di un genere e di conseguenza non dovendo rispondere ai corrispettivi canoni stilistici, vanta un’infinita gamma di sfaccettature personali espresse in contaminazioni, sperimentazioni e quant’altro. In quel caso nessuno può venirti a dire che quel pezzo sia un pezzo blues mancato, o quell’altro un pezzo punk mancato e così via, perché trattasi soltanto di estrapolazioni tecniche e stilistiche, inserite in un disegno personale completamente estraneo ai canoni dei generi citati. Tutto questo semplicemente inserito in un contesto più estremo.

Nel 2020 hai pubblicato “Barlume nel buio”, stai già lavorando al suo successore?
Sarebbe pronto il terzo album, ma visti “I Fasti del passato” 2.0, se ne riparlerà in futuro.

Credi che in qualche modo l’aver ripreso “I fasti del passato” possa condizionare il nuovo materiale o si riparte da “Barlume nel buio”?
Assolutamente no. Salvo per un brano tratto vagamente ispirato proprio a “Realtà Industriale”. Ma ribadisco che il nuovo materiale non ha nulla a che fare né con “I fasti”, né con “Barlume”, per quanto in termini cronologici, ne è la naturale evoluzione e in qualche modo una derivazione.

Asgaard – What if…

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

“What if…” (WormHoleDeath / Solid Rock Pr) è il nuovo album degli Asgaard. La band polacca, con il suo settimo disco, reinventa la propria formula introducendo sonorità più rock alla maniera di Katatonia, Amorphis, Moonspell, Opeth, Anathema. Qualche giorno fa abbiamo fatto una chiacchierata con Flumen (keyboards, samples, drum programming).

Benvenuto Flumen, è uscito “What If…”, qual è il vostro obiettivo da raggiungere con questo nuovo album?
Il nostro obiettivo principale era pubblicare questo album con un’etichetta di cui ci fidiamo. Leggendo le note di copertina si può notare che alcune parti strumentali sono state registrate alcuni anni fa e il processo stesso di registrazione, missaggio e mastering è terminato un anno fa. Onestamente, non ho particolari aspettative per questo album. Questo è il nostro settimo album. Ogni volta abbiamo offerto ai nostri ascoltatori un “prodotto” di alta qualità. Conosciamo il nostro valore, ma siamo anche consapevoli che i tempi migliori per una “carriera a livello mondiale” sono probabilmente andati, e sopravviviamo grazie al lavoro. La musica è principalmente il nostro hobby.

Dopo tutto il tempo investito nella registrazione, sei soddisfatto del risultato?
Sicuramente sì! Ognuno di noi ha dato il 100% di impegno. La produzione musicale è di altissimo livello. Naturalmente, dopo un’analisi più approfondita, ci sono alcune cose che penso che avrei potuto suonare meglio, arrangiare meglio, ma credo che questi siano dettagli meno importanti.

“What If…” è più rock oriented rispetto alle vostre precedenti uscite, avete pianificato questo cambiamento prima di scrivere il nuovo album o questo suono è il risultato di un processo di scrittura spontaneo?
La risposta è sì e no. No, perché non abbiamo deciso in quale stile dovrebbe essere realizzato prima di registrare l’album. Noi invece siamo sempre più esperti (o semplicemente più grandicelli, se preferite). Crediamo che ci siano altri mezzi di espressione oltre a suonare, ad esempio, metal straight-up. In questo album abbiamo voluto dimostrare che siamo “multitasking” e che possiamo usare molti mezzi espressivi. Spero che ci siamo riusciti.

In passato altre band metal – Paradise Lost, Katatonia, Anathema – hanno cambiato sound, come spieghi questa esigenza che alcuni artisti avvertono nel corso della loro carriera?
Secondo me, questa è una necessità di crescità. Le persone cambiano, cambiano i loro interessi e preferenze musicali, sviluppano la loro esperienza di musicisti. Personalmente, penso che la mancanza di cambiamento possa dimostrare che una data band non sta sviluppando o ampliando i suoi orizzonti musicali. Per me è più naturale cambiare, in termini di evoluzione stilistica di un gruppo musicale, che ristagnare.

Come è possibile conciliare abilità tecniche e feeling?
È facile! Non siamo virtuosi, quindi questo non è un nostro problema! Seriamente, ogni buon brano musicale deve essere caratterizzato da una linea melodica interessante, bei passaggi musicali, buon arrangiamenti, feeling generale e altri elementi. A volte penso che il nostro “svantaggio” sia l’eccessiva polifonia. L’ascoltatore quindi non sa quale linea melodica è la più importante, quella su cui concentrarsi in un dato momento. Tuttavia, dopo un altro ascolto dell’album, potrebbe trovare altri elementi che in precedenza aveva trascurato. In questo caso, però, credo che possa essere un vantaggio.

Quali sono le tue canzoni preferite di “What If…”?
Non credo di avere una canzone preferita. Agli ascoltatori in Polonia piacciono molto le due canzoni in polacco “Sny na jawie” e “W sercu nieświata”.

Perché due canzoni dell’album sono cantate in polacco?
Le due canzoni “Sny na jawie” e “W sercu nieświata” sono cantate in polacco. Secondo me è abbuiamo decisamente “osato” tardi per con due canzoni in polacco! Avremmo dovuto farlo prima. Forse perché la lingua polacca non è così popolare. Inoltre non è “musicale” e piacevole all’orecchio come, ad esempio, il francese o l’italiano. Ha relativamente molte sibilanti e potrebbe sembrare troppo “duro”. D’altra parte, le risorse della lingua polacca sono enormi e possono essere espresse in molti modi. Una dei due testi è di Krzysztof Kamil Baczyński, un eccellente poeta polacco.

“What If…” esce in tre edizioni: quali sono le differenze?
La prima (la versione più economica) è realizzata come jewelcase, la seconda è un digipack, la terza (più costosa e limitata) è un digipack in una scatola di legno con adesivi, plettri e corde per chitarra. La cosa più importante è che ogni release ha la stessa grafica di alta qualità realizzata dal prof. Bartłomiej Trzos.

E se non avessi iniziato a fare musica anni fa, cosa saresti oggi?
Penso sia impossibile. Io e mio fratello maggiore Hetzer abbiamo studiato alla scuola di musica, quindi se non suonassimo negli Asgaard, probabilmente suoneremmo in altre band. In ogni caso, saremmo musicisti dilettanti. Siamo troppo legati alla musica per non suonarla. Cerchiamo di essere chiari: Asgaard è solo il nostro hobby (tuttavia cerchiamo di essere professionali in quello che facciamo). Trascorriamo il nostro tempo libero componendo, registrando e facendo concerti. Tuttavia, dal punto di vista del nostro stile di vita, gli Asgaard non cambiano molto.

“What if…” (WormHoleDeath / Solid Rock Pr) is the new album by Asgaard. The Polish band, with its seventh record, reinvents its formula introducing more rock-oriented sound in veins of Katatonia, Amorphis, Moonspell, Opeth, Anathema. Some days ago, we had a chat with Flumen (keyboards, samples, drum programming).

Welcome Flumen, “What If…” is out, which is your goal with this new album?
Our main goal was to release this album with a label that we trust. Reading the sleeve notes you can notice that some of the instrument parts were recorded a few years ago, and the very process of recording, mixing and mastering ended a year ago. Honestly, I have no particular expectations for this album. This is our 7th album. Each time we offered our listeners a “product” of high quality. We know our worth, but we are also aware that the best times for a “world career” are probably long behind us, and we survive thanks to work. Music is mainly our hobby.

After all the time invested on the recording, are you happy with the result?
Definitely yes! Each of us gave 100% commitment. Music production is at a very high level. Of course, after a deeper analysis, there are a few things that I think I could have played better, arranged better, but I think these are less important details.

What If…” is more rock oriented then your previous releases, did you plane this change before to write the new album or is this sound the result of spontaneous writing process?
The answer is yes and no. No, because we did not decide in what style it should be realized before recording the album. On the other hand, we are more and more experienced (or simply older, if you prefer). We believe that there are other means of expression than playing, for example, straight-up metal. On this album we wanted to show that we are “multifunctional” and we can use many means of expression. Hope we have succeeded.

In the past other metal bands – Paradise Lost, Katatonia, Anathema – have changed their sound, how do you explain this need that some artists feel later during their career?
In my opinion, this is a need for development. People change, their musical interests and preferences change, they develop their experience as musicians. Personally, I think that the lack of change may prove that a given band is not developing or broadening its musical horizons. For me, it is more natural to change, the stylistic evolution of a music group, than to stagnate.

How is possible to balance technical skills and feeling?
It’s easy! We are not virtuosos, so this does not apply to us! Seriously, every good piece of music must be characterized by an interesting melodic line, nice musical phrases, good arrangement, general atmosphere and other elements. Sometimes I think our ‘downside’ is the excessive polyphony. The listener then doesn’t know which melody line is more important, on which to focus at a given moment. However, after another listening to the album, he may find other elements that he had previously overlooked. In this case, however, I believe that it may be an advantage.

Which are your prefer songs from “What If…”?
I don’t think I have a favorite song. Listeners in Poland really like two Polish songs “Sny na jawie” and “W sercu nieświata” (“At the heart of the no-world”).

Why are two songs on the album sung in Polish?
The two songs “Sny na jawie” and “W sercu nieświata” are sung in Polish. In my opinion, it was definitely too late to “dare” to sing two songs in Polish! We should have done it earlier. Maybe because the Polish language is not so popular. It is also not as “singing” and pleasant to the ear as, for example, French or Italian. It has relatively many sibilants and may feel too “harsh”. On the other hand, the resources of the Polish language are enormous and can be expressed a lot. One of the works is by Krzysztof Kamil Baczyński, an excellent Polish poet.

What If…” is out in three editions: what are the differences?
The first (the cheapest version) is made as a jewel case, the second is a digipack, the third one (the most expensive and limited) is a digipack in a wooden box with stickers, guitar picks and stripes. The most important thing is, that every release has the same high-quality graphics made by prof. Bartłomiej Trzos.

What if you hadn’t started making music years ago what would you be today?
I think is impossible. Me and my big brother Hetzer were learning in music school, so if we weren’t playing Asgaard, we’d probably be playing in other bands. In any case, we would be amateur musicians. We are too closely associated with music not to play it. Let’s be clear.: Asgaard is just our hobby (however we try to be professional in what we do). We spend our free time composing, recording and playing concerts. However, from the point of view of our lifestyle, Asgaard does not change much.