Conan – Evidence of immortality

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

Non lasciatevi ingannare dal guerriero morente raffigurato nella copertina del nuovo disco dei Conan, “Evidence of Immortality” (Napalm Records \ All Noir). La band inglese è viva e vegeta e capace ancora una volta di randellare gli ascoltatori con pesanti dosi di “caveman battle doom”. 

Ciao Chris (Fielding), grazie per avermi concesso questa intervista. Avete registrato “Evidence of Immortality” durante l’emergenza Covid 19, la pandemia ha cambiata la vostra routine in studio?
Come è capitato per la maggior parte delle band, abbiamo trovato molto complicato ritrovarci per scrivere e suonare. Soprattutto perché Johnny, il nostro batterista, vive in Irlanda. Siamo una band che riesce più facilmente a tirar fuori del materiale quando ci scambiamo idee a vicenda in una stanza, quindi è stato un processo piuttosto frustrante inviarcele tramite e-mail. Dal nostro primo tentativo di iniziare il processo di scrittura nel dicembre 2019 fino a quando siamo entrati in studio per registrare due anni dopo, è sembrato che fosse passata un’eternità. Tuttavia, quando abbiamo effettivamente iniziato a registrare, il materiale è andato giù liscio rapidamente e spontaneamente, quindi da questo punto di vista ci è sembrato tutto normale.

Dopo aver pubblicato quattro album che vi hanno garantito una crescente notorietà, avete avvertito particolari pressioni durante la registrazione di “Evidence of Immortality”?
Non proprio, penso di parlare a nome di tutti i ragazzi quando dico che eravamo solo entusiasti di sfornare del nuovo materiale e poi suonarlo dal vivo on the road.

Quale pensi che possa essere per i vostri fan la cosa più sorprendente di “Evidence of Immortality”?
L’album suona sicuramente molto Conan, con una certa enfasi sulla parte heavy, tuttavia non ci piace negarci qualcosa di nuovo per consentire alla musica di progredire e non risultare stagnante. Che si tratti di aggiungere influenze grindcore oppure delle parti con synth.

L’album vede anche la partecipazione dell’ex membro Dave Perry in “Grief Sequence”, cosa hai provato a lavorare di nuovo con lui in studio?
È stato fantastico lavorare di nuovo con Dave. Ho avvertito che la traccia finale “Grief Sequence” avesse decisamente bisogno di sintetizzatori, abbiamo contattato Dave perché sapevamo che sarebbe stato perfetto ed è stato un bel ritorno all’EP split su cui ha suonato nel 2011. Il suo contributo è stato immenso e ha trasformato la traccia in qualcos’altro!

A cosa si riferisce il titolo “Evidence of Immortality”?
Si riferisce al fatto che anche se gli eroi muoiono nelle loro spoglie terrene, essi un giorno rivivranno per combattere nel subconscio dei guerrieri di domani.

Il soldato nella copertina disegnata da Tony Roberts non mi sembra proprio immortale…
Ah! Beh è già apparso sulle copertine, in momenti di trionfo oppure di sventura, di tutti i nostri album, quindi puoi essere sicuro che tornerà di nuovo.

Potresti dirmi cinque band che hanno dimostrato la propria immortalità?
Prima risposta ovvia e scontata: Black Sabbath! Led Zeppelin, Jimi Hendrix Experience, Nirvana, Iron Maiden.

Cosa ne pensi dello stato di salute dell’attuale scena doom metal?
Chiaramente c’è ancora un mercato vivo per queste sonorità, dato che stiamo suonando molto, anche se non credo che rientriamo perfettamente nella definizione che molti danno di doom. Ma se includi tutti i sottogeneri a cui viene associato, dallo stoner rock alla psichedelia fino all’avant garde, allora c’è ancora molto da fare.

Ultima domanda: quale pensi sia il miglior supporto fisico per la tua musica, CD o vinile?
Amo il vinile, è una sorta di ossessione per me: lo trovo un formato infinitamente frustrante e gratificante allo stesso tempo! Un disco dal suono eccezionale è una cosa che dà gioia, tuttavia uno che suona male è un incubo. È un formato con molte imperfezioni e limitazioni, tutte da considerare durante la registrazione, il missaggio e il mastering, oltre che, ovviamente, nel processo di produzione. Se fai tutto bene, dovresti avere un album dal suono eccezionale che sarà un piacere ascoltare. Aggiungi a ciò il bonus di una bella copertina. I CD suonano molto bene, ascolti alla perfezione tutto ciò che ci è registrato sopra, sono sicuramente molto più divertenti del semplice streaming.

Don’t be fooled by the dying warrior featured on the cover of Conan’s new record, “Evidence of Immortality” (Napalm Records \ All Noir). The British band is alive and well and capable once again of bludgeoning listeners with heavy doses of “caveman battle doom”.

Hi Chris (Fielding), thanks for doing this interview. You released “Evidence of Immortality” during Covid 19 emergency, did the pandemic change your studio routine?
Like most bands, we found it very difficult to actually get together to write and jam. Especially as Johnny our drummer lives in Ireland. We’re a band that finds it easier to come up with material when we’re all bouncing ideas off each other in one room so it was quite a frustrating process of sending ideas over email. Since our first attempt at starting the writing process back in December 2019 until we actually got into the studio to record two years later it felt like a long time coming. However, when we actually began recording properly the material went down quickly and easily so in that respect it felt like normal.

After releasing four albums that have guaranteed you growing notoriety, did you feel any particular pressure during the recording of “Evidence of Immortality”?
Not really, I think I speak for all the guys when I say that we were just excited to get the new material down and then get to play it live on the road.

What do you think for your fans will be the most surprising thing about ““Evidence of Immortality”?
The album still sounds very much like a Conan album, with the emphasis on heavy – however we never like to feel that we can’t try something new to allow the music to progress and not feel stagnant. Whether that’s adding influences from grindcore to big synth sections.

The album also sees former band member Dave Perry perform on “Grief Sequence”, what did you feel to work with him in studio again?
It was fantastic to work with Dave again. I felt that the final track “Grief Sequence” was really crying out for synths, we approached Dave as we knew he’d be perfect and it was a nice nod to the split EP he played on back in 2011. His contribution was immense and just made the track into something else entirely!

What does the title “Evidence of Immortality” refer to?
It is a reference to whether our heroes ever really die, or whether they live on again to fight another day in the sub conscience of tomorrow’s warriors.

The soldier in the cover designed by Tony Roberts does not seem immortal to me…
Ha! Well he appears again and again in various states of triumph or doom across all our albums, so you can be sure he’ll be back again.

Could you tell me five bands that have proven their immortality?
Obvious and most boring answer first, but obviously: Black Sabbath! Led Zeppelin, Jimi Hendrix Experience, Nirvana, Iron Maiden.

What are your thoughts on the current state of doom metal?
Clearly there’s still a healthy market for it as we’re playing a lot, although I don’t really feel like we fit with a lot of what is seen as doom. But if you include all the associated sub genres like stoner rock to psychedelic to the more avant garde end then there is a lot still going for it.

Last, question: what do you think is the best physical medium for your music, CD or vinyl?
I love vinyl, it’s a bit of an obsession for me – I find the format endlessly frustrating and rewarding at the same time! A great sounding record is a thing of joy, however one that sounds bad is a nightmare. It’s a format with many imperfections and limitations, all of which need to be considered when recording, mixing and mastering the music, as well as obviously the manufacturing process. Get all that right and you should have a great sounding album that’ll be a pleasure to listen to. Add to that the bonus of a the artwork on a 12” sleeve. CD’s are fine, they sound like what you put on them, still more fun than simply streaming it.

Ufomammut – L’urlo della fenice

Loro nel 2020 ce l’avevano detto che si trattava di un arrivederci e non di un addio. All’indomani dell’abbandono dello storico batterista Vita, gli Ufomammut si sono presi una lunga pausa, un silenzio interrotto finalmente con il nuovo album “Fenice” (Neurot Recordings / All Noir) , il primo con Levre dietro le pelli…

Benvenuti ragazzi, nel gennaio del 2020 diffondevate un comunicato stampa nel quale annunciavate una pausa a tempo indeterminato all’indomani della fuoruscita dalla band di Vita. Quando avete capito che era il momento giusto per riprendere l’attività del gruppo?
Urlo: Poia ed io non abbiamo mai pensato di smettere. Avevamo bisogno di prenderci una pausa, di pensare, di capire i nostri errori e di ripartire dagli sbagli fatti. Anche Ciccio, il nostro sound guy non ha mai pensato per un attimo di chiudere con questa avventura. E Levre, amico e parte della famiglia da tanti anni, è stata la scelta ovvia per noi per continuare questo percorso.
Poia: fermarsi è stato inevitabile. E subito dopo è arrivata la pandemia. Ma la brace covava sotto la cenere…

Al momento della ripresa, è stato difficile togliersi di dosso la ruggine dovuta all’inattività?
Urlo: Un pochino. Ma ci è voluto poco per essere pronti e lucidati a nuovo!
Poia: difficile non direi. La memoria corporea aiuta, basta avere pazienza. Come andare in bicicletta, o nuotare… magari il fiato non c’è ancora ma i movimenti sono sempre quelli.

Da Vita a Levre, come è cambiato il vostro modo di lavorare in studio?
Urlo: L’approccio e la voglia di fare. Siamo tutti molto più focalizzati su quello che vogliamo dalla band.
Poia: Levre ha un background musicale differente rispetto a Vita. Abbiamo iniziato a suonare insieme qualche anno prima, in un progetto parallelo ad Ufomammut che non si è mai concretizzato, ma da subito abbiamo riscontrato una particolare alchimia. Chiedergli di continuare con noi il viaggio dì Ufomammut è stato perciò naturale. Il suo contributo alla composizione ha sicuramente modificato anche il nostro modo di lavorare.

“Fenice” è il titolo emblematico del vostro nuovo album. Siete rinati dalle vostre ceneri,  ma in questa nuova fase vi siete portarti dietro dei brani scritti prima della pausa oppure i pezzi finiti nella tracklist sono nati tutti dopo?
Urlo: “Fenice” è nato dall’arpeggio di chitarra e basso di “Metamorphoenix”. Poco alla volta si è espanso diventando un brano di 38 minuti: l’idea iniziale era quella di creare un brano per un EP, poi ci siamo lasciati prendere la mano… Avevamo un progetto con Levre da qualche anno, suonavamo già assieme e alcuni dei brani che avevamo scritto sono stati tenuti e ripresi, ma non per “Fenice”.

Il sound di “Fenice”,  almeno per me, “suona” di nuovo inizio o, meglio, di un ritorno ai vostri inizi. Forse una certa complessità e certe sovrastrutture presenti nei vostri ultimi dischi sono state messe da parte per un approccio più vicino a quello delle vostre origini. E’ una mia impressione o le cose stanno più o meno così?
Urlo: “Fenice” è tecnicamente più complicato dei dischi precedenti, ma molto più “psichedelico” e vicino alle nostre origini. Abbiamo voluto fare un disco senza porci generi, limiti, semplicemente suonare quello che sentivamo in quel momento della nostra vita. Il suono, il modo in cui è uscito “Fenice”, sono sicuramente nuovi e una rinascita dopo un periodo molto buio.
Poia: Non saprei se musicalmente sia un ritorno alle origini. Abbiamo però la consapevolezza di aver intrapreso una nuova esplorazione musicale, e questo ci riporta sicuramente a quelle sensazioni sperimentate più di vent’anni fa.

Forse meno di altri avete pagato lo scotto della pandemia, dato che nel vostro caso l’interruzione dell’attività live è stata più il frutto di una scelta personale che di un’imposizione dovuta alle circostanze nefaste che abbiamo vissuto nell’ultimo biennio. Se non erro da qualche giorno, però, siete tornati attivi anche con i concerti: dal vostro punto di vista privilegiato, là su un palco, avete riscontrato delle differenze sostanziali tra il prima e il dopo pandemia?
Urlo: Il desiderio di suonare è sicuramente più forte, iniziare una nuova avventura porta con sé emozioni diverse dal passato. Salire nuovamente su un palco è stato meraviglioso, vedere i sorrisi delle persone, le teste scuotersi, l’abbraccio del pubblico è stato bellissimo. Eppure è stato quasi come se due anni e mezzo fossero volati e avessero solo dato un grande e nuovo vigore al mio amore per la musica.
Poia: Ho notato da parte di tutti un desiderio bulimico di musica suonata, un’euforia condivisa da pubblico e musicisti. Siamo in tour in Europa (al momento in direzione Desert Fest Berlino) e ovunque ci sono band che suonano, tutti i giorni, e più show contemporaneamente nelle stesse città.

Nel 2008, in occasione della pubblicazione di “Idolum”, vi chiesi se ritenete gli Ufomammut più una band da studio o da palco, voi mi rispondeste così: “Entrambe le cose anche se ognuno di noi la pensa in modo differente. Per Vita il palco è quello che ci da maggior possibilità di trasformare la musica in un branco di mammut impazziti, mentre per Poia ed Urlo la parte più interessante dell’essere Ufomammut è la possibilità di sperimentare e creare in studio. Sono due esperienze distinte. La differenza principale è che in studio siamo anche spettatori.” Le cose sono cambiate o la pensate ancora così?
Urlo: la penso ancora così, anche se suonare live è un modo per capire se quello che hai creato abbia un valore emotivo oppure no. Vedere le persone apprezzare ciò che fai è sempre emozionante.
Poia: Ho capito col tempo che i due aspetti sono inscindibili e complementari. “Fenice” suonato dal vivo si sta evolvendo. Ciò che abbiamo creato in studio con grande dedizione e soddisfazione, acquisisce una consapevolezza e cambia grazie allo scambio con il pubblico. Ufomammut è in equilibrio tra creazione e performance: semplificando, tra Ufo e Mammut!

Nel 2019 avete pubblicato il cofanetto celebrativo “XX” , cosa avete pensato quando avete visto per la prima volta tutta la vostra storia discografica racchiusa in un singolo box?
Urlo: Che ero vecchio…
Poia: Haha! Esattamente! A ripensarci, stavamo già archiviando una parte della nostra esistenza come band.

“XX” è il sigillo sul vostro passato, “Fenice” è il vostro presente, invece il vostro futuro oggi come lo immaginate?
Urlo: Non saprei, nessuno di noi è in grado di leggere il futuro. Sicuramente spero che questa avventura continui e ci dia ancora tante soddisfazioni. Sarebbe già abbastanza.
Poia: Il viaggio è sempre la parte più interessante, attraversare mondi, cambiare e anche ritornare. La meta non si scorge ancora.

Alice Tambourine Lover – Dreams & roots

Aria di novità in casa Alice Tambourine Lover – veterani della scena psych/stoner già con gli storici Alix – con un singolo per la prima volta cantato in italiano “Forse Non Sei Tu” ed un linguaggio sognante da qualche parte tra Yo La Tengo e Cranes, su un testo del cantautore ligure Vittorio Carniglia. Il lato B è una reinterpretazione di “Vorrei Incontrarti”, uno dei capolavori dell’Alan Sorrenti progressivo, qui servito in una zuppa blues folk che ne insaporisce il gusto. Il singolo, come tutte le release del duo, è edito in formato vinile 7 pollici dalla Go Down Records (All Noir).

Ciao ragazzi bentrovati! Non è la prima volta che ho modo di intervistarvi (l’ultima volta è stato ai tempi del vostro terzo disco Like a Rose), come mai questo Ep di due brani in Italiano? Se non erro è la prima volta per Alice Tambourine Lover in lingua madre...
(Alice/Gianfranco): Ciao Paolo, bentrovato a te. (Gianfranco): Hai detto bene, per gli Alice Tambourine Lover è la prima volta che proponiamo dei brani in italiano, ma non è la prima volta per Alice. Con gli Alix l’abbiamo sperimentato varie volte inserendo l’italiano in quasi tutte le nostre produzioni. All’epoca abbiamo musicato anche due inediti di Stefano Benni e abbiamo inciso “Nessun Brivido” (un EP tutto in italiano, uscito per la Edgard).
(Alice): Per quanto riguarda “Forse Non Sei Tu” e “Vorrei Incontrarti” è una lunga storia fatta di coincidenze, di incontri e di addii. Diciamo che il progetto è partito da una cena col nostro amico cantautore Vittorio Carniglia che ci ha fatto ascoltare alcuni suoi brani in erba, registrati al volo, voce e chitarra. In quell’occasione mi sono innamorata di “Forse Non Sei Tu”. Il bisogno però di arrangiarlo e registrarlo è coinciso con la perdita di mio padre, avvenuta nel 2019, il testo me lo ricordava e l’arrangiamento mi ha portato ad esplorare le emozioni più profonde tra le crepe dell’anima. Con “Vorrei Incontrarti” abbiamo chiuso il cerchio dando vita al 7 pollici. Per portare a termine questi due brani ci sono voluti due anni. La prima e sostanziosa parte l’abbiamo registrata a Febbraio del 2020 da Luca Tacconi del “Sotto il Mare Recording Studios”, poi è arrivato il Covid e alcune sovraincisioni le abbiamo dovute fare in un secondo momento, per poi ultimarlo nel 2021.

Dobbiamo aspettarci un album interamente in italiano o è solo un esperimento temporaneo?(Gianfranco): Ci piacerebbe, se non tutto in italiano, quasi.

Come mai avete scelto di riproporre un brano del primo Alan Sorrenti? E’ noto che le sue prime uscite sono molto apprezzate dagli appassionati di prog rock ma immagino che abbiate fatto delle scelte, raccontatemi un po’ com’è andata?
(Alice): “Vorrei Incontrarti” l’ho scoperto mentre cercavo dei brani da proporre ai miei allievi di canto. L’idea era di lavorare con loro su dei brani rappresentativi della scena prog rock italiana degli anni 70, tipo “Non Mi Rompete” del Banco del Mutuo Soccorso, “Vendo Casa” dei Formula Tre, “Pugni Chiusi” dei Ribelli e altre perle che hanno in parte contribuito alla colonna sonora della mia adolescenza, dico in parte, perché all’epoca personalmente ascoltavo più musica inglese e americana. E’ stato per merito di questa ricerca che ho scoperto “Vorrei Incontrarti” tratto dall’album “Aria”, un gioiello della musica italiana di quei tempi che non conoscevo, ed è stata talmente una splendida sorpresa che ho pensato insieme a Gianfranco di riproporlo.

Avete in programma nuove uscite a breve? 
(Gianfranco): Stiamo lavorando ai nuovi brani, ma ancora siamo in alto mare per pensare di incidere un nuovo album.

Siete una band che si è sempre vista molto in giro, come avete passato il periodo di isolamento musicale e non solo? 
(Gianfranco): E’ stata dura e lo è tuttora, si suona meno. Ne abbiamo approfittato per scrivere e progettare altro.

Quanto è importante per voi la psichedelia? Parlatemi un po’ delle vostre passioni musicali.(Gianfranco/Alice): La psichedelia e il blues fanno parte della nostra quotidianità. E’ un filtro da cui passano le emozioni, i sentimenti, non solo riguardo la musica ma in generale è un approccio alla vita. L’eredità bella degli anni 60 e 70 che ci portiamo dentro. Siamo entrambi cresciuti addormentandoci con le cassette e i vinili che continuavano ad andare: C.S.N.Y., Hendrix, Led Zeppelin, Dylan, Beatles, J.L. Hooker, li abbiamo inconsciamente metabolizzati e ritrovati in moltissimi gruppi e personaggi che continuiamo ad ascoltare: Kyuss, Mark Lanegan, Duke Garwood, Tinariwen, ecc.

Con la mitica Go Down records avete un sodalizio ormai decennale, avete mai pensato di portare la vostra proposta oltre confine?
(Alice/Gianfranco): Siamo stati tra le prime band a far parte della Go Down Records, prima con gli Alix e poi con ATL. Abbiamo un rapporto di amicizia che ormai va avanti da parecchi anni, si può dire che siamo cresciuti insieme e ormai non abbiamo più bisogno neanche di contrattare le uscite perché sappiamo come funziona per entrambi. Siamo distribuiti anche all’estero, abbiamo girato l’Europa, ci siamo tolti qualche soddisfazione e (nel nostro piccolo) continuiamo a ricevere feedback positivi da tutto il mondo, anche cantando in italiano e questo ci da la carica per andare avanti. 

Spulciando sui social network mi è capitato di vedere alcune foto in studio, arriverà un nuovo disco degli Alix a breve?
(Alice): Ebbene sì! Sinceramente anche questa è una storia lunga. Dopo l’ultimo concerto insieme che risale al 2012, quando invitati dagli Shellac suonammo all’All Tomorrow’s Parties in Inghilterra, ci siamo fermati. Pippo si è trasferito definitivamente a Londra e Andrea in Sicilia. Sono passati alcuni anni e durante una giornata di pulizie intense a casa, quelle pulizie che fai appunto ogni 10 anni, ho trovato delle vecchie cassette dove c’erano registrate le prove in saletta degli Alix; solitamente registravamo anche al computer ma le cassette le preferivo, mi servivano per lavorare a casa con i testi. Mi sono persa ad ascoltare tutto il materiale, brani finiti che non avevamo mai registrato, alcuni non me li ricordavo neanche. Così ho proposto ai ragazzi di riprenderli a mano aggiungendoli a dei brani nuovi che avevamo pronti e così è stato. Ci siamo trovati a Bologna per le prove e in una settimana abbiamo sistemato le stesure. Ci siamo rivisti un’altra volta per arrangiare le ultime cose e poi anche per gli Alix è arrivato il Covid e tutto si è fermato. Adesso l’album è quasi finito, abbiamo registrato 8 brani sempre da Luca Tacconi “Sotto il Mare Recording Studios”, in questi giorni sto registrando le voci e se tutto va bene l’album uscirà entro l’estate o al massimo il prossimo autunno.

Paradox – End of a legend

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

Le leggende non muoiono mai e, a volte, ritornano. I Paradox hanno ripreso il filo del concept lasciato in sospeso 31 anni fa con “Heresy”, realizzando a sorpresa “Heresy II – End of a Legend” (AFM Records / All Noir). Se di fine si tratta, di certo non è quella dei Paradox, come ci ha confermato Charly Steinhauer.

Ciao Charly, cosa hai provato quando sei tornato, dopo 30 anni, sulla scena del crimine con questo “Heresy II – End of a Legend”?
La sensazione è indescrivibile. È associata alla nostalgia ed è associata all’orgoglio. Non riesco ancora a credere di avere tra le mani un successore di “Heresy”. L’album ha richiesto molto a tutti noi. Le mie batterie erano completamente scariche alla fine del processo e ci è voluto un po’ di tempo per recuperare le forze mentali. Ma è molto molto bello aver creato questo capolavoro.

Dopo la crisi del movimento thrash nella seconda metà degli anni ’90, avresti mai immaginato di comporre la seconda parte di “Heresy”?
Prima di tutto, non mi aspettavo che i Paradox potessero esistesse ancora dopo così tanto tempo. Non sono un grande fan delle seconde parti e non mi sarei mai aspettato di pubblicare in seguito un altro album chiamato “Heresy”.

Quando hai capito che era il momento giusto per dare a “Heresy” un successore?
Non sapevamo se fosse il momento giusto per fare una seconda parte di “Heresy”. “Heresy II – End Of A Legend” non era previsto. Non avremmo nemmeno fatto una seconda parte se il concept della storia non fosse stato così buono, ma Peter Vogt, il nostro paroliere, non ci ha dato scelta. Quando abbiamo letto la storia per la prima volta, ci è stato chiaro che avrebbe avuto senso tradurla in musica, a differenza di “Heresy” (1989) che era basato su una storia vera, la storia di “Heresy II – End Of A Legend” è il frutto dell’immaginazione.

Quanto ha influito su questa tua decisione il ritorno di Axel Blaha?
Axel ha giocato un ruolo decisivo in questo album, ma ha avuto poco a che fare con la decisione di un successore di “Heresy”. Come il resto della band, era entusiasta del concept. Axel è stato il mio migliore amico sin da quando eravamo bambini. Ci incontriamo regolarmente e lavoriamo molto duramente sulle canzoni e su come dovrebbero suonare.

Per riprendere il filo, sei partito dal suono di “Heresy” o dal concept?
Peter Vogt, il nostro scrittore di testi, ci ha suggerito per primo il concept e ne siamo rimasti tutti entusiasti. Mi ha dato 14 titoli di canzoni, tutte da elaborare musicalmente. 13 di loro sono entrate nell’album. Poi ho iniziato a comporre nel luglio 2019 e ne ho scritto la musica. Tutto ha funzionato perfettamente. Peter Vogt aveva già scritto i testi di “Heresy” (1989) e siamo rimasti in contatto nel corso degli anni. Siamo molto uniti e tutto è stato molto facile.

Non credi che possa essere un rischio proporre questa seconda parte dopo 31 anni? I tuoi fan più nostalgici potrebbero non apprezzare questa uscita.
Come compositore non vuoi fare la stessa musica per 40 anni senza evolverti ulteriormente. Tuttavia, dovresti sempre soddisfare i tuoi fan fedeli della vecchia scuola. Abbiamo cercato di farlo molto con questo album. Le prime reazioni all’album sono travolgenti. Quando ascolti “Heresy II – End Of A Legend” sai immediatamente chi sta suonando. Non è sempre facile. Può essere un rischio solo se va male, ma è andata molto bene. Ne siamo tutti molto contenti. Inoltre, i Paradox sono sempre in grado di fare un puro album old school. Forse potrebeb essere un buono spunto per il prossimo CD. Chi lo sa?!

Qual è la canzone rappresentativa del primo album e qual è quella che meglio dà la dimensione del tuo sound più recente?
In “Heresy” (1990), la title track “Heresy” è chiaramente la canzone più rappresentativa per me. Contiene tutti gli elementi della musica dei Paradox dell’epoca. “Escape From The Burning” e “Priestly Vows” su “Heresy II – End Of A Legend” rappresentano la musica di Paradox attuali. Avrai sentito che lo stile di Paradox non è cambiato molto. Il suono è stato solo adattato ai giorni nostri senza dimenticare le nostre radici.

“Heresy” è probabilmente l’album più amato dai tuoi fan, qual è il tuo?
Se dovessi scegliere un solo album, sarebbe un doppio album composto da “Heresy” I + II. Entrambe le parti rappresentano perfettamente il viaggio musicale dei Paradox tra il passato e il futuro. Ma anche “Tales Of The Weird” è stato un grande album, ed è segretamente il mio preferito.

L’album termina con “End of a Legend”, pensi che sia davvero finita o potresti scrivere “Heresy part III” in futuro?
Il sottotitolo “Fine di una leggenda” indica la fine della serie “Heresy”. Non ci sarà mai un “Heresy part III”. Però di certo non significa nemmeno la fine di Paradox, perché stiamo già pianificando la direzione musicale da intraprendere per il prossimo album. Stay stay tuned!

Legends never die and sometimes they come back. Paradox have resumed the thread of the concept left in suspense 31 years ago with “Heresy”, creating “Heresy II – End of a Legend” (AFM Records / All Noir). If it comes to the end, it certainly isn’t the Paradox one, as Charly Steinhauer confirmed.

Hi Charly, what did you feel when you returned, after 30 years, to the crime cene with this “Heresy II – End of a Legend”?
The feeling is indescribable. It’s associated with nostalgia and it’s associated th pride. I still can’t believe that I’m holding a “Heresy” successor in my hands. The album emanded a lot from all of us. My batteries were completely empty in the end of the process and it took a while to regain my mental strength. es…it feels very, very good to have created this personal masterpiece.

After the crisis of the thrash movement in the second half of the 90s, would you have ever imagined composing the second part of “Heresy”?
First of all, I didn’t expected that “Paradox” still exist after such a long time. I’m not a big fan of 2nd parts and I also never expected to release later on another album called “Heresy”.

When did you realize it was the right time to give “Heresy” a successor?
We didn’t know if it was the right time to do a second part of “Heresy”. Heresy II – End Of A Legend” wasn’t planned. We wouldn’t have done a second part either if the story concept hadn’t been so good, but Peter Vogt, our lyricist, didn’t give us a choice. When we first read the story, it was clear to us that it makes sense to translate it musically. Btw. in contrast to “Heresy” (1989) which was based on a true story, the story of “Heresy II – End Of A Legend” is a fictional one.

How much did the return of Axel Blaha affect your decision?
Axel played a decisive role on this album, but he had little to do with the decision of a “Heresy” successor. Like the rest of the band, he was enthusiastic about the concept. Axel has been my best friend privately since we were a child. We meet regularly and we work very hard on the songs and how they should sound.

To pick up the thread, did you start from the sound of “Heresy” or from the concept?
Peter Vogt our text writer first suggested the concept to us and we were all nthusiastic about it. He gave me 14 song titles, all of which had to be processed musically. 13 of them made it onto the album.
Then I started composing in July 2019 and wrote the music for it. Everything worked out perfectly. Peter Vogt already wrote the lyrics for “Heresy” (1989) and we have been in contact over the years. We are very familiar and everything was very easy going.

Don’t you think it could be a risk to propose this second part after 31 years? Your most nostalgic fans may not like this release.
As a composer you don’t want to make the same music for 40 years without rther developing. However, you should always satisfy your loyal old school fans. We anaged to do that very well with this album. The first reactions to the album are verwhelming. When you hear “Heresy II – End Of A Legend” you immediately know which and is playing here. That’s not always easy. It can only be a risk if it’s bad, but it’s turned out very well. We are all very happy with it. In addition, “Paradox” are always able to make a pure old school album. Maybe a hint for the next CD. Who knows?!

What is the most faithful song to the first album and which one is the one at best gives the dimension of your most recent sound?
On “Heresy” (1990), the title track “Heresy” is clearly the most expressive song for me. It contains all the elements of the music from “Paradox” at the time. “Escape From The Burning” and “Priestly Vows” on “Heresy II – End Of A Legend” represent the music of “Paradox” these days. You hear that Paradox’s style hasn’t changed much. The sound has only been adapted to the present day without forgetting its roots.

“Heresy” is probably the most loved album by your fans, which one is yours?
If I were to pick a certain album, it would be a double album consisting of “Heresy” I + II. Both parts perfectly combine the musical journey of “Paradox” between the ast and the future. But also “Tales Of The Weird” was a great album and my secret favorite.

The album ends with “End of a Legend”, do you think it’s really over or could ou write “Heresy part III” in the future?
The subtitle “End of A Legend” means the end of the “Heresy” series. There ll be no more “Heresy part III”. It definitely doesn’t mean the end of Paradox either, ecause we are already planning the musical direction for the next album. Stay stay tuned!

Rhapsody of Fire – Il fuoco eterno

I Rhapsody of Fire tornano sul mercato e lanciano un antipasto (rinforzato) del loro prossimo album. Quello che doveva essere un semplice singolo, “I’ll Be Your Hero” (AFM Records / All Noir), si è trasformato – così come ci ha raccontato Alex Staropoli – in un vero e proprio EP pieno di chicche per i fan della band tricolore.

Benvenuto su Il Raglio del Mulo, Alex. Il vostro nome contiene da qualche anno ormai la parola “fire”, ma quanto è difficile mantenere acceso oggi quel fuoco considerando tutti i problemi che attanagliano il mondo della musica? Mi riferisco all’impossibilità di fare concerti a causa della pandemia, pirateria, scarsi guadagni dallo streaming ecc ecc…
Grazie per avermi invitato! Certamente rispetto a 20 o 30 anni fa il music business è cambiato parecchio e vivere di musica metal oggi può non essere cosi facile. Per noi il fuoco della passione, il desiderio di creare musica e di suonare per i nostri incredibili fan è sempre vivo.

A fonte di questa situazione difficile, quanto è impostante per un gruppo avere un prodotto fuori, anche solo un EP come nel vostro caso?
Il nostro nuovo EP uscito da poco, è l’apripista, ci saranno molte novità a seguire nelle prossime settimane e mesi. L’entusiasmo è alle stelle e non vediamo l’ora che i nostri fan ascoltino il nuovo studio album.

Se non erro, questo è il vostro terzo EP, quali sono i vantaggi di questo formato?
L’idea iniziale era quella di fare uscire il primo singolo, ma avendo anche altri brani disponibili, tra live e versioni alternative in lingue differenti, abbiamo deciso di fare un EP e rendere cosi il prodotto più corposo ed appetibile. Durando quasi 40 minuti, trovo sia interessante per i nostri fan, in preparazione al nuovo studio album.

Il disco si apre con “I’ll Be Your Hero”, possiamo considerare questa canzone rappresentativa dell’album che seguirà oppure il disco si muoverà su coordinate differenti?
Ogni brano è a se stante, le coordinate sono differenti e al contempo tutti i brani sono collegati da un filo conduttore importante. Elementi come la velocità, l’impatto orchestrale, la trama corale e vocale in questo disco sono stati curati al minimo dettaglio.

Come e quando è nata questa canzone?
Posso dire che l’intero nuovo album è stato scritto, arrangiato, registrato e mixato negli ultimi 2 anni. La fase compositiva è sempre complessa da descrivere. Non sempre lavoro sullo stesso brano, anzi, molto spesso lavoro su brani diversi contemporaneamente e lo trovo alquanto stimolante in quanto lavori su ogni brano sempre a mente fresca.

La seconda traccia è “Where Dragons Fly”, come mai avete voluto ripresentare questa canzone in una nuova versione e quali sono le maggiori differenze rispetto a quella originale?
Questo brano è uscito a suo tempo solo in Giappone contenuto nell’album “Legendary Years”. Abbiamo quindi pensato di rilasciarlo ora anche in tutti gli altri paesi. Tutti i brani contenuti in “Legendary Years” sono stati completamente ri-registrati e presentati in una nuova veste sonora. Con l’ingresso di Giacomo alla voce abbiamo voluto creare un disco rimettendo a nuovo alcuni dei brani più classici della nostra discografia, senza nulla togliere alle versioni originali, ci riteniamo soddisfatti del risultato, soprattutto per “Where Dragons Fly”, in cui abbiamo potuto usare strumenti veri e originali come l’arpa celtica e l’oboe barocco (non presenti nella versione originale) ed ovviamente il flauto barocco suonato da mio fratello Manuel Staropoli.

“Rain of Fury” e “The Courage to Forgive” appaiono in una versione live, entrambi I pezzi sono stati registrati a Milano durante il “The Eighth Mountain Tour” del 2019. Cosa ricordate di quella data e perché avete deciso di utilizzare proprio quei brani per questa uscita?
Suonare in Italia è sempre speciale ed abbiamo voluto celebrare quella serata a Milano con la testimonianza di questi due brani. La performance della band e l’entusiasmo del pubblico mi hanno convinto subito, cosi ho scelto quei due brani in particolare per rendere omaggio a quella serata e ai nostri fan italiani.

“The Wind, The Rain And The Moon” appare in quattro versioni differenti – inglese, spagnolo, italiano e francese. Da un punto di vista tecnico è stato difficile adeguare il brano alle differenti metriche? Vi siete limitati a una traduzione letterale del testo oppure avete apportato qualche lieve variazione?
Non è stato difficile, anche se ci vuole una certa dedizione e aiuto da persone madrelingua. Ovviamente, i testi non sono sempre facilmente traducibili, questo ti permette di creare testi alternativi in altre lingue con significati in linea con la versione originale del brano, ma espressi in modo diverso. Molto spesso, anzi sempre, la versione in Italiano ha una marcia in più!

Sul fronte live, magari in Europa, si vedono spiragli o è troppo presto per poter pensare a un vero e proprio tour?
Nei primi mesi del 2022 abbiamo varie date previste in Europa e siamo pronti a tornare on stage!! Desideriamo vedervi numerosi!

In chiusura vorrei farvi una domanda basata sulla tua esperienza: quando esplose il fenomeno Rhapsody, nella seconda metà degli anni 90, il vostro successo giovò a tutto il metal italiano, anche a gruppi con un sound molto differente dal vostro. Credete che oggi, senza entra nei dettagli della qualità della musica proposta e del cammino fatto, il successo dei Måneskin possa in qualche modo possa dare visibilità alla scena musicale italiana?
Non ne ho idea, non li ho mai sentiti. Non guardo la TV da molti anni e quindi non sono a conoscenza di un certo tipo di eventi e realtà. In Italia, soprattutto nel metal ci sono band fortissime, ci sono tantissimi gruppi e musicisti che suonano per passione e tantissime scuole di musica e altrettanti studenti che sono appassionati dalla musica. Il successo è relativo. Si può essere felici suonando uno strumento senza per forza avere successo o visibilità.

Satyrus – lI rituale del satiro

Nonostante la sfiga di aver esordito quasi a ridosso del blocco dei live, i siciliani Satyrus non si sono abbattuti. Oggi “Rites” può godere finalmente della visibilità che merita grazie alla nuova edizione, questa volta fisica, patrocinata da Argonauta Records.

Nel marzo del 2020, in pratica agli albori dell’emergenza sanitaria, esordivate con l’album autoprodotto “Rites”: cosa avete provato in quel momento d’innanzi all’impossibilità di poter promuovere alla giusta maniera il vostro disco?
Abbiamo completato le registrazioni di “Rites” a fine Gennaio 2020 e le restrizioni dovute alla pandemia in pratica sono cominciate a Febbraio, abbiamo subito pensato: “Minchia! Stavolta abbiamo veramente esagerato col divulgare la morte!” nell’impossibilità di proporre il nostro lavoro live, ci siamo quindi dedicati alla promozione on line, da qui la decisione di far uscire il disco immediatamente in versione digitale.

Con il senno di poi, avreste preferito tenere il disco nel cassetto in attesa di tempi migliori oppure tutto sommato è stato giusto farlo uscire in quel momento?
Come detto prima, ci è sembrato giusto così, visto il particolare momento storico, scelta rivelatasi abbastanza proficua per fortuna.

Oggi “Rites” ha una seconda occasione grazie all’Argonauta Records, avete contattato voi l’etichetta o vi ha cercato lei dopo aver ascoltato l’esordio?
Abbiamo avuto contatti con varie etichette, Argonauta è stata la più convincente.

Questa nuova edizione contiene delle novità rispetto alla precedente?
Beh, adesso è allo stato solido!

Cosa vi aspettate da questa “seconda vita” del disco?
Ora anche chi ama il supporto fisico potrà ascoltare il disco in maniera classica come è giusto che sia, grazie alla rete di distribuzione di Argonauta ci sarà una diffusione più capillare. Contiamo a breve di proporre “Rites” anche in vinile.

Il disco contiene una forma abbastanza pura di doom, quasi scevra dalle contaminazioni stoner che oggi giorno sono quasi una componente fissa: come mai questa scelta così ortodossa?
Riteniamo sia giusto che l’ascoltatore dia la propria interpretazione del nostro songwriting per quello che è la sensazione che prova ascoltandoci. Quando abbiamo cominciato a suonare con questo progetto ci eravamo prefissati di fare doom, ovviamente ognuno di noi aveva alle spalle altre esperienze, i riferimenti principali sono stati i classici come i Black Sabbath o i Candlemass, ma alla fine il nostro sound proprio come detto prima non può non essere influenzato da quanto fatto da tutti noi in precedenza. Quindi sì, doom classico ma c’è anche molto altro.                                                                                              

Cosa ne pesate dell’attuale scena doom? Probabilmente il genere non ha avuto così tanta visibilità come in questi ultimi anni.
Grazie all’etere anche il doom sta avendo grande visibilità, ci sono tante band che ci piacciono e anche l’Italia sta dando il proprio contributo. A tal proposito potremmo citare gli amici Assumption o i Messa.

Il contratto con l’Argonauta si conclude con questa pubblicazione oppure sono previsti altri album, magari a breve?
Stiamo già lavorando ai brani del nuovo album.

Siete tutti impegnati in altri progetti, questo limiterà l’attività live dei Satyrus, qualora, come sembra, si possa presto tornare a fare concerti?
Satyrus è il nostro progetto principale.

Link Protrudi And The Jaymen – The garage rock legend

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

A pochi giorni dall’uscita della ristampa del meglio del suo combo strumentale “Link Protrudi and the Jaymen” – con l’italiana Go Down Records – abbiamo scambiato quattro chiacchiere con il leggendario frontman dei Fuzztones, Rudi Protrudi, che ci ha raccontato i suoi oltre 40 anni sulla strada del rock’n’roll

Ciao Rudi, è uscita da pochissimo la ristampa del tuo “Best of Link Protrudi & The Jaymen”. Come hai conosciuto i ragazzi della Go Down Records?
Beh, è ​​stato molto tempo fa, ma penso di aver incontrato Leo al suo rock club, probabilmente quando i Jaymen hanno suonato lì. Ma ad essere onesti, non ne sono davvero sicuro. Ho suonato in molti posti e ho incontrato molte persone nei 40 anni in cui i Fuzztones sono stati insieme!

Siete sempre stati una live band, come hai passato questo periodo senza concerti?
L’intera faccenda della pandemia non sarebbe potuta arrivare in un momento peggiore per noi! Il 2020 ha segnato il nostro 40° anniversario e avevamo grandi progetti. Stavamo per registrare un nuovo album, pubblicare un libro e fare molti tour per promuoverli, oltre che per festeggiare. Abbiamo registrato l’album (“NYC” per l’etichetta Cleopatra) e ho pubblicato il libro “As Times Gone” (The Lysergic Legacy of The Fuzztones), una storia fotografica di 365 pagine dei 40 anni di carriera della band (disponibile su www.fanproshop.de), ma abbiamo avuto modo di fare solo uno spettacolo a Londra prima del blocco. È passato più di un anno dall’ultima volta che abbiamo suonato e, a giudicare dalle cose, non sono troppo ottimista riguardo al futuro dei concerti dal vivo. Ho utilizzato il “tempo libero” per scrivere nuovo materiale – ho 12 nuovi originali che ho intenzione di registrare per il mio primo album solista “garage”. Ho già fatto alcuni album da solista, ma sono stati country o blues.

Da diversi anni vivi a Berlino, cosa hai trovato qui rispetto agli States? È più facile suonare il rock and roll in Europa?
Oh diavolo si! Siamo sempre stati molto più popolari in Europa – sia The Fuzztones che Jaymen – e volevo trasferirmi in Europa sin da quando sono venuto per la prima volta e ho suonato alcuni spettacoli con Lydia Lunch (Devil Dogs) in Italia nel 1980. L’Europa è molto più sofisticata dell’America e apprezza la cultura americana molto più di quanto non facciano gli americani! Era naturale che, se volevo guadagnarmi da vivere suonando musica, potevo farlo solo qui!

La band è nata – quasi per caso – come tributo a un pioniere della chitarra come Link Wray, quali sono gli altri chitarristi che ti hanno influenzato?
Ebbene hai ragione – è stato un caso! Non abbiamo mai voluto che i Jaymen fossero una vera band. Comunque non all’inizio. Vedi, i Fuzztones persero due membri chiave nell’86 e i membri rimanenti trascorsero un intero anno facendo audizioni ai musicisti – senza molto successo! Dopo il primo mese circa, Deb O ‘Nair (l’organista originale) ha smesso subito dopo che abbiamo finalmente trovato il sostituto di Ira, Mad Mike Czekaj. Quindi per l’anno successivo eravamo Michael Jay, Mike e io a fare audizioni per circa 10 persone a settimana. Stavamo pagando per una sala prove in un posto chiamato The Music Building, che era un enorme edificio di 12 piani vicino a Times Square – una zona molto squallida all’epoca. Abbiamo ereditato la stanza dopo che Madonna si è trasferita! Ad ogni modo, ci sono state molte volte in cui le persone finivano per non presentarsi all’audizione programmata, o forse l’audizione non era andata bene e abbiamo finito presto, lasciandoci molto tempo a disposizione. Così abbiamo iniziato a imparare le canzoni di Link Wray per passare il tempo, e dato che eravamo solo in 3, era il materiale perfetto per noi su cui scatenarci e suonare ancora bene. Devi ricordare che nell’86, Link Wray era poco conosciuto, anche nei circoli veramente alla moda, quindi una band che non suonava nient’altro che le canzoni di Link era molto fuori dal comune!
C’erano anche molte altre garage band che avevano stanze nell’edificio: i Fleshtones, Vipers, Cheapskates, Headless Horsemen… The Outta Place e Tryfles condividevano la nostra stanza. Era davvero comune per vari membri di queste band fare un salto per vedere cosa stavamo facendo. Siamo rimasti sbalorditi dal fatto che tutti adorassero i Jaymen e ci incoraggiavano vigorosamente a suonare. All’epoca non c’erano band strumentali che suonavano, quindi pensavamo che nessuno ci avrebbe prenotato! Abbiamo finito per aprire un concerto per gli A-Bones e i Maneaters e abbiamo distrutto il club!!! Il pubblico si è davvero divertito, quindi abbiamo deciso di continuare a suonare e abbiamo iniziato a scrivere le nostre cose. Ora per rispondere alla tua domanda (ah ah)…. Le mie tre principali influenze chitarristiche, in ordine, erano e sono Chuck Berry, Bo Diddley e Link Wray – i 3 ragazzi che hanno messo la chitarra rock ‘n’ roll sulla mappa!

In passato ti sei esibito anche con una sezione ritmica di musicisti italiani, potrebbe succedere di nuovo?
No, a meno che questo blocco senza fine scompaia! Ma sì, certo! Trovo che i musicisti italiani abbiano un’affinità con il rock ‘n’ roll americano. Non so perché ma sembrano capirlo meglio e quindi suonarlo meglio, diciamo, dei tedeschi… Penso forse perché gli italiani sono molto più emotivi di tante altre nazionalità! A proposito, ho appena ultimato un CD, “Rudi Protrudi & Friends” che può essere comprato tramite Aua Records (http://www.auashop.com) che consiste principalmente in me che suono con band italiane come gli Altri, Strange Flowers, Dome & The Diggers and The Preachers.

L’anno scorso i Fuzztones hanno compiuto 40 anni – celebrati con l’uscita dell’album “NYC” – cosa c’è in serbo per il futuro?
I Fuzztones pubblicheranno presto un nuovo EP di 6 canzoni su Cleopatra. Fondamentalmente consiste in canzoni che abbiamo suonato dal vivo negli ultimi 5 anni o più, ma non abbiamo mai avuto la possibilità di registrare. È praticamente tutto registrato e aspetta che lo mixi.

Eri molto vicino a Screamin Jay Hawkins – avete anche condiviso un tour con i Fuzztones – qual è il tuo primo ricordo di lui?
Non per sembrare scortese, ma ho raccontato la storia di averlo incontrato così tante volte che mi sembra ridondante rigurgitarlo di nuovo, ma se qualcuno vuole davvero saperlo, lo copro nella mia autobiografia. Quello che posso dire, che forse la maggior parte delle persone non sa, è che la formazione dei Lysergic Emanations ha fatto una brevissima reunion di due concerti nel sud Italia per gli Indian Bikers. Dopo di che Jay si è trasferito a LA dove vivevo e abbiamo riacceso la nostra amicizia. Poi si è trasferito in Francia. Siamo rimasti in contatto e quando il nostro disco, “Screamin ‘Jay Hawkins and The Fuzztones Live” è stato ripubblicato, abbiamo deciso di fare un tour europeo insieme, con noi che lo sostenevamo. Ne abbiamo discusso più volte alla settimana per telefono (quando viveva a Parigi) e nel frattempo è stato prenotato un tour della California. A un certo punto, mentre parlavo del tour, ho detto: “Sembra che succederà, se non succede niente …” e lui ha detto “Rudi, non morirò”. Quella è stata l’ultima cosa che mi ha detto. Morì pochi giorni dopo.

Dopo i libri ci sarà un documentario sui Fuzztones? Ho letto che era in lavorazione in una vecchia intervista, a volte è difficile trovare notizie su di voi nel web...
Sì, c’era un documentario in lavorazione – diverse volte, in effetti. Immagino che la prima volta che abbiamo iniziato a lavorarci seriamente sia stato intorno al 2003 o al 2004. Una ragazza greca ha filmato uno spettacolo e ha fatto tre interviste per un periodo di circa 3 anni e poi ha abbandonato il progetto.
Abbiamo incontrato un regista a Berlino nel 2013 che era interessato. Ha finito per filmare alcuni spettacoli, incluso il Festival Beat, dove avevamo ospite James Lowe (Electric Prunes). Abbiamo intervistato un sacco di persone interessanti che avevano, in vari modi, legami con la band: Kid Congo, Jim Jones, Phil May, Dick Taylor, Carmine Appice, Tav Falco, Jyrki dei 69 Eyes, Ira Elliot & Elan Portnoy, Craig Moore, Greg Prevost, Kim Kane e così via. Ad un certo punto il regista ha iniziato a sballarsi ed è diventato sempre meno affidabile. Ian Astbury è venuto in città e avevamo programmato di intervistarlo, ma il regista non si è mai presentato. Eravamo così incazzati che Lana lo ha licenziato. Ha tenuto tutto il film e voleva 10.000 dollari per questo, quindi abbiamo semplicemente detto “fanculo”.

Dopo una vita passata a suonare e diffondere il rock and roll, c’è ancora qualcuno con cui vorresti collaborare?
La maggior parte dei miei artisti preferiti sono morti. Ho già collaborato con molti dei ragazzi che ho davvero amato: Mark Lindsay (Paul Revere & The Raiders), James Lowe, Arthur Lee, Sky Saxon, Davie Allan, Craig Moore (Gonn), Question Mark, The Pretty Things e Screamin ‘Jay, ovviamente. Mi piacerebbe suonare con Jerry Lee Lewis o Iggy Pop. O Ronnie Spector o Mary Weiss, credo che sia tutto qui.

Con la mia prima band – quasi trent’anni fa – una delle prime cover che abbiamo suonato è stata “Ward 81” (“Lysergic Emanation” ha cambiato le nostre vite) per noi era qualcosa di nuovo e fresco come lo erano i Nirvana a quel tempo. È ancora possibile una nuova rivoluzione nel rock and roll?
Ne dubito. L’industria musicale è completamente gestita dagli Illuminati – e hanno un gusto davvero di merda nella musica. Ecco perché il rap dura da oltre 40 anni. Chi l’avrebbe mai immaginato? Da quello che vedo negli “artisti” di oggi (e uso il termine così liberamente!) Devi vendere la tua anima per far parte di quel club. No grazie!!!!!

A few days after the release of the reissue of the best of his instrumental combo “Link Protrudi and the Jaymen” – via the Italian label Go Down Records – we had a chat with the legendary frontman of the Fuzztones, Rudi Protrudi, who told us about his over 40 years on the rock’n’roll way

Hi Rudi, the reissue of your “Best of Link Protrudi & The Jaymen” has just come out. How did you meet the guys from Go Down Records?
Well, it was a long time ago, but I think I met Leo at his rock club, probably when the Jaymen played there. But to be honest, I’m not really sure. I’ve played a lot of places and met a lot of people in the 40 years The Fuzztones have been together!

You have always been a live band, how did you go through this period without gigs?
The whole pandemic thing couldn’t have come at a worse time for us! 2020 marked our 40 year anniversary and we had big plans. We were going to record a new album, release a book and do a lot of touring to promote them, as well as to celebrate. We did record the album (“NYC” on the Cleopatra label) and I did release the book – “As Times Gone” (The Lysergic Legacy of The Fuzztones), a 365 page photo history of the band’s 40 year career (available at www.fanproshop.de), but we only got to do one show in London before the lockdown. It’s been over a year since we last played, and by the look of things, I’m not to optimistic about the future of live gigs. I’ve been utilizing the “time off” to write new material – I have 12 new originals that I plan to record for my first “garage” solo album. I’ve done a few solo albums before but they’ve been Country or Blues.

For several years you’ve been living in Berlin, what did you find here compared to the States? Is it easier to play rock and roll in Europe?
Oh hell yes! We’ve always been way more popular in Europe – both The Fuzztones and the Jaymen – and I’ve wanted to move to Europe ever since I first came over and played a few shows with Lydia Lunch (Devil Dogs) in Italy in 1980. Europe is much more sophisticated then America, and appreciate American culture much more than Americans do! It was only natural that, if I wanted to make a living playing music, I could only do it here!

The band was born – almost by chance – as a tribute to a pioneer of the guitar like Link Wray, what are the other guitarists who have influenced you?
Well you’re right – it was by chance! We never intended the Jaymen to be a real band. Not at first anyways. See, the Fuzztones lost two key members in ’86 and the remaining members spent an entire year auditioning musicians – without much success! After the first month or so Deb O’ Nair (the original organist) quit right after we finally found Ira’s replacement, Mad Mike Czekaj. So for the next year it was Michael Jay, Mike and I auditioning about 10 people a week. We were paying for a rehearsal room in a place called The Music Building, which was a huge 12 story building near Times Square – a very sleazy area at the time. We inherited the room after Madonna moved out! Anyway, there were many times when people ended up not showing up for their scheduled audition, or maybe the audition didn’t go well and we ended early, leaving us a lot of time on our hands. So we started learning Link Wray songs to pass the time, and since we were only 3 pieces, it was the perfect material for us to really let loose on and still sound good. You have to remember that back in ’86, Link Wray was barely known, even in really hip circles, so a band that played nothing but Link songs was very off-the-wall! There were a lot of other garage bands who had rooms in the building as well: the Fleshtones, Vipers, Cheapskates, Headless Horsemen… The Outta Place and Tryfles shared our room. It was really common for various members of these bands to drop in to see what we were up to. We were amazed that everyone LOVED The Jaymen and vigorously encouraged us to play out. At the time there weren’t any instrumental bands playing, so we assumed no one would book us! We ended up getting a gig opening for the A-Bones and the Maneaters and tore the house down!!! The audience really ate it up, so we decided to keep gigging, and went about writing our own stuff. Now to answer your question (ha ha)…. My three main guitar influences, in order, were and are Chuck Berry, Bo Diddley and Link Wray – the 3 guys who put Rock ‘n’ Roll guitar on the map!

In the past you have also performed with a rhythm section of Italian musicians, could it happen again?
Not unless this endless lockdown goes away! But yeah, sure! I find Italian musicians seem to have an affinity for American Rock ‘n’ Roll. I don’t know why but they seem to understand it better and therefore play it better than, say, Germans… I think maybe because Italians are much more emotional than many other nationalities! By the way, I just complied a CD, “Rudi Protrudi & Friends” that can be obtained thru Aua Records (www.auashop.com) that consists mostly of me playing with Italian bands such as the Others, Strange Flowers, Dome & The Diggers and The Preachers.

Last year the Fuzztones turned 40 – celebrated with the great release of the NYC album – what’s in store for the future? 
The Fuzztones will be releasing a new 6 song EP soon on Cleopatra. It basically consists of songs we’ve been playing live for the last 5 years or more, but had never had the chance to record. It’s basically all recorded and waiting for me to mix it.

You were very close to Screamin Jay Hawkins – also shared a tour with The Fuzztones – what is your earliest memory of him?
Not to sound rude, but I’ve told the story of meeting him so many times I feel it’s redundant to regurgitate it again, but if anyone really wants to know I cover it in my autobiography. What I can say, that maybe most people don’t know, is that the Lysergic Emanations line-up did a very short two gig reunion in Southern Italy for the Indian Bikers. After that Jay moved to LA where I was now living, and we rekindled our friendship. Then he moved to France. We stayed in touch and when our record, “Screamin’ Jay Hawkins and The Fuzztones Live” was re-released, we decided to do a European tour together, with us backing him. We discussed it several times a week by phone (he now lived in Paris) and in the meantime a tour of California was booked. At one point while talking of the tour, I said, “It looks like it’s gonna happen, if nothing comes up…” and he said “Rudi, I ain’t gonna die.” That was the last thing he said to me. He died a few days later.

After the books will there be a documentary about the Fuzztones? I read it was in the works in an old interview, sometimes it’s hard to find news about you on the web

Yeah, there was a documentary in the works – several times, as a matter of fact. I guess the first time we started working seriously on it was around 2003 or 2004. A Greek chick filmed a show and did three interviews over a period of about 3 years and then abandoned the project. 

We met a filmer in Berlin in 2013 who was interested. He ended up filming a few shows, including Festival Beat where we had James Lowe (Electric Prunes) guest. We interviewed loads of interesting people who had, in various ways, connections to the band: Kid Congo, Jim Jones, Phil May, Dick Taylor, Carmine Appice, Tav Falco, Jyrki from 69 Eyes, Ira Elliot & Elan Portnoy, Craig Moore,Greg Prevost, Kim Kane, and so on. At some point the filmer started getting into getting stoned and became less and less reliable. Ian Astbury came to town and we planned to interview him – but the filmer never showed up. We were so pissed off that Lana fired him. He kept all the film and wanted 10 grand for it, so we just said “fuck it.”

After a lifetime of playing and spreading rock and roll, is there still someone you would like to collaborate with?
Most of my favorite artists are dead. I’ve already collaborated with a lot of the guys who I really dug – Mark Lindsay (Paul Revere & The Raiders), James Lowe, Arthur Lee, Sky Saxon, Davie Allan, Craig Moore (Gonn), Question Mark, The Pretty Things, and Screamin’ Jay, of course. I’d like to play with Jerry Lee Lewis or Iggy Pop. Or Ronnie Spector or Mary Weiss – I guess that’s about it.

With my first band – almost thirty years ago – one of the first covers we played was Ward 81 (Lysergic Emanation changed our lives) for us it was something new and fresh as Nirvana was at that time. Is a new revolution in rock and roll still possible?
I kinda doubt it. The music industry is completely run by the Illuminati – and they have really shitty taste in music. That’s why Rap has lasted over 40 years. Who would’ve imagined? From what I see in today’s “artists” (and I use the term SO loosely!) you have to sell your soul to be part of that club. No thanks!!!!!

Motorpsycho – Heavy psych mood

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

Mai fermi sui propri allori – stiamo parlando di una dalle formazioni più coraggiose della scena rock europea sin dagli anni ’90 – i Motorpsycho sono già tornati con l’album di follow-up dell’acclamato “The All Is One” del 2020. Registrato in parte nelle stesse session della precedente release, “Kingdom Of Oblivion” – in uscita il 16 aprile ’21 su Stickman Records / All Noir – annuncia un ritorno alla “Motorpsychodelia” e agli heavy-riffs degli anni passati, in attesa di lambire nuovi territori inesplorati.

Ciao Bent, è un grande piacere avere la possibilità di intervistarti (in quanto fan di vecchia data) ma veniamo subito al dunque: sono passati poco più di sei mesi dall’uscita di “All is One” (ultimo atto della “The Gullvåg Trilogy”). Possiamo considerare questo nuovo album come un nuovo capitolo a sé? Mi sembra che sia un ritorno a una forma più diretta di heavy rock …
Ciao! Per noi questa è una cosa diversa dalla “Gullvåg Triology”, di sicuro. Anche se gran parte di essa è stata registrata contemporaneamente a “The All Is One”, questa roba aveva un’atmosfera così fondamentalmente diversa che avevamo bisogno di separarla dalla Trilogia. Gran parte di esso è praticamente heavy rock anche se, con alcune modifiche e pezzi strani inseriti, sembra molto più strano e psichedelico della maggior parte del rock pesante moderno. Heavy psych è probabilmente l’etichetta più ovvia, se questo è il tuo genere. Se è l’inizio di un nuovo ciclo o una tantum non lo sappiamo ancora. Il tempo lo dirà!

Tra le nuove canzoni ho trovato alcuni riferimenti al passato “grungedelico” – ad esempio “The Transmutation of Cosmoctopus Lurker” – a dischi come “Timothy’s Monster”, è una sorta di reazione “hard” a questo periodo di isolamento forzato?
Non proprio: le tracce di base sono state registrate prima della pandemia, quindi solo alcuni dei testi riflettono l’epidemia e solo parte della musica. Penso che la nostra reazione iniziale sia stata quella di tacere e interiorizzare, quindi se qualcuno di questi riflette l’epidemia, sarebbe la roba folky, dall’aspetto interiore. Ultimamente, però, abbiamo sentito il bisogno di rilasciare un pò di adrenalina, quindi è fantastico che questo album contenga un po’ di testosterone – sarà fantastico dal vivo!

Ho sempre immaginato che il vostro “processo di scrittura” fosse anche il risultato di lunghe jam (soprattutto su alcuni dischi del passato) ma a questo punto della vostra carriera cosa è cambiato nella fase creativa?
Non abbiamo un modo prestabilito di fare le cose, quindi alcune cose provengono da improvvisazioni, ma altre cose vengono lavorate su un pianoforte o un’acustica – e tutto ciò che sta nel mezzo! Penso che ciò che è cambiato di più sia la nostra capacità di non essere troppo analitici e autocritici troppo presto nel processo: finiamo il pensiero e l’idea prima di usarlo o buttarlo via, e oggigiorno ogni idea musicale è valida fino a quando non ci abbiamo lavorato. È il modo migliore per evitare il blocco degli scrittori e mantiene anche le Muse di buon umore!

Nella vostra discografia avete esplorato quasi tutti i vari stili del rock and roll, ma c’è qualcosa a cui non vi siete ancora avvicinati?
Non c’è ancora molto reggae o ska nel nostro catalogo… e anche se anche a noi piace un po’, penso che la possibilità che esista un MP-album roots reggae è piuttosto scarsa. A meno che, naturalmente, non andiamo in Giamaica e restiamo lì per alcuni mesi e lo facciamo correttamente. Ma non scommetterci dei soldi!

L’aver cambiato spesso il batterista in qualche modo ha favorito una certa freschezza compositiva nelle diverse fasi della vostra carriera? Penso ad esempio a una band come i Melvins – ora una specie di collettivo aperto con due membri fondatori e collaborazioni sempre diverse …
Ebbene, “spesso” non è il termine giusto, vero? Geb è durato 14 anni, Kenneth 9… ma capisco cosa intendi e, naturalmente, un nuovo membro colorerà sempre la musica – è il motivo perché sono lì! Le persone sono diverse e amano fare cose diverse e hanno processi diversi, quindi ogni batterista (e tastierista o qualsiasi altra cosa) ha cambiato il processo della band. Lo mantengono interessante per noi e fresco per tutti, quindi è soprattutto una cosa positiva. Se Tomas se ne va, non so cosa faremmo, ma forse l’approccio dei Melvins è la strada da percorrere in quel caso? Vedremo cosa succede!

Siete tra i pochi artisti che credono ancora nel potere degli album, come ti relazioni con la musica contemporanea dove tutto si consuma velocemente per poi passare ad altro?
Lo trovo meno coinvolgente e ne ricavo meno, mi dispiace dirlo. Dal momento che ho bisogno di un qualche tipo di contesto per relazionarmi alle cose, molta nuova musica mi annoia. Potrei essere io che sto invecchiando, naturalmente, ma trovo che manchi qualcosa quando è tutto così strutturato, veloce e superficiale. Ma immagino che il nostro ruolo sia sempre stato quello di essere il fornitore dell’alternativa, sin dall’inizio, quindi ci sta bene: lascia che lo facciano e noi faremo le nostre cose per il pubblico a cui piace il nostro genere di cose. In questo modo tutti vincono!

Cosa stai ascoltando in questo periodo? C’è qualche artista o nuova band che ha catturato la tua attenzione? Ci sono nuovi “Motorpsycho” là fuori?
Ho un figlio di 15 anni che è molto appassionato di musica, quindi sento molte cose nuove da lui, ma le mie scoperte vengono da amici e colleghi: il duo metal spagnolo Bala mi piace, mi piace la maggior parte delle uscite sia di Stickman che Rune Grammofon (le due etichette che distribuiscono i lavori dei Motorpsycho ndr.), sono appena entrato nella band Budos, adoro il nuovo disco dei Pearl Charles e ovviamente guarda cosa fanno gli amici: il nuovo disco di Elephant9 è fantastico! Non so, è possibile essere un “nuovo Motorpsycho” di questi tempi? Dal momento che la cultura mainstream è cambiata così tanto e c’è meno attenzione per gli artisti e più per prodotti consumati rapidamente, siamo l’ultima rock band? Spero sinceramente di no, ma sono contento che ci siamo finiti in tempo mentre questa era ancora una possibilità!

Quando avete iniziato eri molto giovane, avreste mai pensato di continuare così a lungo?
Non credo che ci abbiamo pensato! Penso di aver saputo che non saremmo mai stati una macchina di grande successo, dal momento che i nostri interessi e talenti sono altrove, e che costruire un catalogo e una fan-base in modo punk rock sarebbe stato il modo migliore per noi, ma che avremmo avuto 30 anni e più di carriera sarebbe stato inimmaginabile!

Siamo abituati a vedervi ogni anno (prima della pandemia mondiale) in Italia con tanti concerti, ma c’è qualche posto a cui siete particolarmente legati? Vi vedremo mai in Puglia?
Ci manca davvero non venire in Italia! Certamente posti come il Bloom a Mezzago e il Velvet a Rimini – di cui sentiamo molto la mancanza – dove abbiamo suonato così tanto che ormai sono quasi come “a casa lontano da casa” ci mancano di più. Ma suoneremmo ovunque e mi piacerebbe suonare in Puglia se un promotor decente e un grande locale volessero che venissimo!

È tutto, grazie!
Grazie! Ci vediamo dall’altra parte!

Never a band to rest on their exceedingly large heap of laurels – we’re talking about a long standing stalwart of the European rock scene since their formation in the 90’s – Motorpsycho has already returned with the follow-up album to 2020’s highly acclaimed “The All Is One”. Recorded partly in the same sessions as the previous release, “Kingdom Of Oblivion” – out on 16th April ’21 on Stickman Records / All Noir – heralds a return to the riff-heavy Motorpsychodelia of years past while looking forward to new uncharted territories.

Hi Bent! It’s a great pleasure to have the chance to interview you (as a longtime fan) but let’s get to the point; It’s been just over six months since the release of “All is one” (last act of “the Gullvåg Trilogy”) can we consider this new album as a new chapter in its own right? It seems to me that’s a return to a more direct form of heavy rock…
Hi! To us this is a different thing than the Gullvåg Triology, for sure. Even if much of it was recorded at the same time as “The All Is One,” this stuff had such a fundamentally different vibe that we needed to seperate it from the Triology. Much of it is pretty much straight up heavy rock, indeed, albeit with a few tweaks and weird bits thrown in, so it feels much weirder and psychedelic than most modern heavy rock. Heavy psych is probably the most obvious label, if that is your thing. If it’s the beginning of a new cycle or a one off we don’t know yet. Time will tell!

Among the new songs I found some references to the “grungedelic” past – for example “The Transmutation of Cosmoctopus Lurker” – to records as “Timothy’s Monster”, is it a sort of “hard” reaction to this forced period of isolation?
Not really – the basic tracks were recorded before the pandemic, so only some of the lyrics reflect the plague, and only some of the music. I think our initial reaction to it was to go quiet and inwards, so if any of it reflects the plague, it’d be the folky, inwards looking stuff. Lately though, we have felt the need to get some adrenalin going, so it’s great that this album has some testosterone on it – it’ll be great live!

I always imagined that your “writing process” was also the result of long jams (especially on some records of the past) but at this point in your career what has changed in the creative phase?
We have no set way of doing things, so some stuff comes from improvs, but other stuff is worked on a piano or an acoustic – and everything inbetween! I think that what has changd most is our ability to not be too analytical and self-critical too early in the process: we finish the thought and the idea before we either use it or chuck it away, and these days every musical idea is valid untill we’ve worked at it. It is the best way to avoid writers block, and it also keeps the Muses in a good mood!

In your discography you have explored almost all the various styles around rock and roll, but is there anything you have not yet approached?
There isn’t much reggae or ska in our catalog yet… and even if we like some of that too, I think the chance there ever being of a roots reggae MP-album is pretty slim. Unless, of course we go to Jamaica and stay there for a few months and get it properly. But don’t put money on it!

Did having often changed the drummer in some way favored a certain compositional freshness in the different phases of your career? I’m thinking for example of a band like the Melvins – now a kind of open collective with two founding members and always different collaborations…
Well, ‘often’ isn’t quite the right term, is it? Geb lasted for 14 years, Kenneth for 9… but I see what you mean and , of course, a new member is always going to colour the music – that is why they are there! People are different and like doing different things, and have different processes, so every drummer (and keyboardist or whatever) has changed the band’s process. I keeps it interesting for us, and fresh for everyone, so it’s mostly a positive thing. If Tomas leaves, I dunno what we’d do, but maybe that Melvins approach is the way to go in that case? We’ll see what happens!


You are among the few artists who still believe in the power of “Albums”, how do you relate to contemporary music where everything is quickly consumed and then moved on to something else?
I find it less engaging and get less out of it, I’m sorry to say. Since I need some kind of context to relate to stuff, a lot of new music just bores me. It might be me getting old of course, but I do find that something is missing when it’s all so formated, quick and superficial. But I guess our role always was to be the provider of the alternative, ever since the beginning, so we’re fine with it: let them do that, and we’ll do our thing for the audience that likes our kind of thing. That way everybody wins!

What are you listening to in this period? Is there any artist or new band that has caught your attention? Are there any new “Motorpsychos” out there?
I have a 15 year old son that is heavily into music, so I hear a lot of new stuff from him, but my own discoveries are via friends and colleagues: Spanish metal duo Bala i like, I like most of what both Stickman and Rune Grammofon release(the two labels that distribute the works of Motorpsycho ed.), I just got into Budos band, love the new Pearl Charles record, and obviously check out what friends do: the new Elephant9 record fx, is amazing! I dunno, is it possible to be a ‘new motorpsycho’ these days? since mainstream culture has changed so much and there is less focus on artists and more on quickly consumed product, are we the last rock band? I sincerely hope not, but am glad we got in under the wire while this was still a possibility!

When you started you were very young, would you ever have thought about continuing for so long?
I don’t think we thought about it! I think i knew we’d never be a big hit machine, since our interests and talents lie elsewhere, and that building a catalog and a fan base the punk rock way would suit us the best, but that we’d have a ’30 years plus’ – run would have been unimaginable!

We are used to seeing you every year (before the world pandemic) in Italy with many concerts, but is there any place you are particularly attached to? Will we ever see you in Puglia?
We miss not getting to come to Italy – we really do! Of course places like Bloom in Mezzago and the much missed Velvet in Rimini we played so much that they are almost like homes away from home by now, so we miss them the most. But we’ll play wherever they send us, and would love to play in Puglia if a decent promotor and a great venue wanted us to come!

That’s all thanks!
Thank you! See you on the other side!

OJM – Per sempre rock’n’roll

Gli OJM sono stati una delle prime realtà italiane dedite allo stoner-rock, lavorando spesso a stretto contatto con gente come Brant Bjork (Kyuss) e Dave Catching (Desert Sessions, QOTSA). A dieci anni dall’ultimo album in studio “Volcano” la band trevigiana – mai ufficialmente sciolta – ha da poco pubblicato “Live At Rocket Club” (Go Down Records / All Noir) che fotografa il quartetto in uno dei momenti più intensi della propria vita artistica. Ne abbiamo parlato con Max e Andrea, rispettivamente batteria e chitarra nella band.

Ciao ragazzi e benvenuti su Il Raglio del Mulo, è un piacere riascoltare un disco degli OJM a dieci anni dall’ultimo lavoro in studio, come mai è passato così tanto tempo dall’ultima release?
Andrea: E’ un piacere per noi! Negli ultimi anni, dopo “Volcano” e il relativo tour, abbiamo ristampato “Heavy” (nostro secondo lavoro in studio) intraprendendo un tour con la formazione originale dell’epoca, al quale è poi seguito un tour per festeggiare l’anniversario e qualche reunion per particolari occasioni, come è stato nel 2015 quando abbiamo suonato con gli Eagles of Death Metal. Per il resto ci siamo dedicati ai nostri relativi side-project, Max e Ale con Ananda Mida, Pozzy con i suoi The Sade. Non siamo mai stati fermi insomma, però non abbiamo più composto materiale per un eventuale disco, fino a quando non ci è tornato tra le mani un vecchio live che abbiamo rimasterizzato per estrarne questo nuovo vinile.

Siete stati tra i primi mover della scena stoner rock italica, poi gradualmente vi siete spostati su un garage rock meno aggressivo se vogliamo, com’è cambiata la scena anche a livello internazionale secondo voi?
Max: Di sicuro ultimamente c’è stato un ritorno di quei generi che, se mi concedi, noi ascoltavamo già a fine anni 90, e con i quali poi siamo partiti. Al tempo si era però “pecore nere” che proponevano un sound che traeva ispirazione dallo stoner, doom, psichedelia. Generi che ora sono molto più in voga di allora. C’è stato un revival di molte band al tempo di nicchia ed una ricerca da parte del pubblico e dei musicisti atta ad esplorare determinati generi. Per noi non è cambiato nulla, quello che ascoltavamo allora lo rivediamo in molte band oggi, ed alcuni comunque ripropongono un certo sound in maniera egregia!

In questo periodo di mancanza dei live voi uscite con questo disco live del 2011, nostalgia o state serrando i ranghi per un ritorno in grande stile a fine pandemia?
Andrea: Un live ci sta tutto in questo periodo di stop forzato, c’è bisogno di ascoltare almeno su disco un po’ di sano groove da palco! Il lato positivo è che molto pubblico ha più tempo da dedicare all’ascolto, e questa è una buona cosa. Ci sembrava il momento giusto per uscire con un disco live. Per il momento non ci sono idee in cantiere ma tutto può succedere, di sicuro se ne avremo la possibilità torneremo on stage per qualche live e qualche speciale occasione! La voglia di suonare e di ritrovarci c’è sempre, soprattutto in questo momento di pausa forzata.

Avete sempre lavorato con grandi personaggi – da Paul Chain a Brant Bjork a Dave Catching per non parlare di Michael Davis degli MC5 – cosa vi hanno lasciato del loro bagaglio di esperienze queste persone che in un certo senso hanno un po’ inventato un certo modo di fare musica?
Andrea: I ricordi più belli, oltre alle scorribande in tour, sono legate a questi personaggi, sia a livello artistico ma soprattutto umano. Avere la possibilità di confrontarsi e condividere il palco con questi artisti è stato entusiasmante: dalla genialità di Paul, all’umanità di Brant Bjork (per noi come un fratello), alla professionalità di Dave Catching, ma soprattutto all’affetto e alla “storia” scritta da Mike Davis (RIP). Tocchi con mano la persona, conosci e trai ispirazione dall’artista, condividi e impari. Sono cose che ti lasciano un bagaglio artistico non indifferente, e tanti bei ricordi.

In dieci anni le cose sono cambiate tantissimo, dalla promozione al modo di porsi degli ascoltatori, cosa deve fare oggi una band che nasce oggi per farsi ascoltare e venire fuori dal marasma attuale?
Max: Noi ci siamo sempre limitati ad essere noi stessi, a seguire la nostra linea senza badare alle mode del momento. Ovviamente al di la del lato artistico il marketing promozionale è cambiato molto, i live restano importanti ma oggi si viaggia sui social, bisogna saper adottare strategie di conquista anche online ma la chiave resta essere artisti e aver qualcosa da dire e trasmettere attraverso la musica, prima o poi la musica giusta si farà sentire… la musica non si può ridurre solamente a marketing e immagine, c’è sempre bisogno di un valore aggiunto o di qualcosa da esprimere. Poi sì, c’è molta confusione, il pubblico è bersagliato da mille messaggi, la gente tende a sentire e non ad ascoltare, ma noi confidiamo in quel pubblico (molte volte di nicchia) che sa ascoltare ed è appassionato.

Vi siete sempre mossi parallelamente alla Go Down Records, una tra le prime etichette a credere nel rock’n’roll più vintage e autentico, in questo periodo si parla spesso dei club e dei musicisti ma le etichette indipendenti come se la passano durante la pandemia?
Andrea: Come detto da un lato il pubblico si sta prendendo più tempo per ascoltare, comprare dischi e c’è più tempo da dedicare alla musica, molti stanno soffrendo della mancanza dei live, per tanti principale fonte di svago. Anche noi come etichetta siamo purtroppo fermi con eventi e live, le nostre band non possono girare, stiamo investendo sulla promozione via web cercando di far uscire più musica possibile, senza mai fermarci, la crisi inevitabilmente c’è, ma noi facciamo parte della vecchia scuola, lavoriamo con passione e ci mettiamo il cuore, supereremo anche questa situazione.

Cosa state ascoltando ultimamente? Max: Ultimamente stiamo ascoltando molta musica psichedelica.

Lascio a voi le conclusioni e spero di ascoltarvi dal vivo il prima possibile!
Max: Sicuramente finita questa emergenza sanitaria faremo dei concerti per presentare questo ultimo disco dal vivo. Magari dopo ci verrà ispirazione di fare un nuovo disco. Per sempre rock’n’roll

Vesta – 2020: Odissea nel suono

Ai più attenti perlustratori dell’underground italico non sarà sfuggito il nuovo album dei Vesta, “Odissey” (Argonauta Records \ Metaversus Pr), uscito lo scorso ottobre. Un mare di note in cui ci è dolce naufragar come dei novelli Odisseo…

Benvenuti ragazzi, da qualche mese è fuori il vostro nuovo album, il secondo, “Odissey”: come è stato accolto?
Nonostante il periodo purtroppo ci vincoli “solamente” a riscontri online e non riscontri che puoi ricevere dopo un live, una presentazione o che, dobbiamo ritenerci molto soddisfatti. Stiamo ricevendo molte recensioni e giudizi positivi, i nostri uffici stampa (Metaversus e Allnoir) stanno lavorando molto bene ed i risultati si vedono.

Ancora una volta avete lasciato spazio alle note, scegliendo di non includere parti cantate, a cosa si deve questa scelta così radicale?
Tutto è iniziato così, e per adesso ci va bene, da qualche mese è salito a bordo Giulio e siamo in costante evoluzione. Sono i suoni e le atmosfere che proviamo a creare che trasportano il nostro messaggio, il nostro pensiero e stato d’animo. Per adesso proviamo ad andare avanti con questa scelta, in futuro vedremo… siamo soliti sperimentare sempre nuove soluzioni, fino ad oggi è stato così, un domani chissà.

Si dice che che la mancanza di un senso porti al potenziamento degli altri, credete che accada qualcosa di simile nella musica, magari la mancanza di parti vocali guida l’ascoltatore verso una maggiore attenzione verso i suoni, andandone poi a stimolare la fantasia, creando immagini mentali?
Può darsi, ma potrebbe essere anche il contrario, ovvero che senza la voce l’ascoltatore si stanchi subito! Scherzi a parte, tutto sta all’ascoltatore, tutto è soggettivo. Indubbiamente per questo tipo di musica ci vuole molta attenzione e calma. Ovviamente tutti ascoltiamo musica con parti vocali che riescono ad elevare maggiormente tutta la componente strumentale di un brano, ma alla base rimarrà sempre cosa un brano riesce a suscitare in te: un’emozione.

Come è nato il disco? In che modo lavorate, stando chiusi in studio o passandovi le singole parti tramite internet?
Il disco è nato conseguentemente all’altro. Ovvero dopo un anno di promozione e live del primo, abbiamo iniziato a buttar giù riff e bozze in studio, tutto rigorosamente live (potevamo ancora farlo!!!). Poi le idee iniziano a prender forma, ci registriamo in maniera molto semplice e ci ri-ascoltiamo finché alla fine un pezzo non risulta completo. Questo ha impiegato un po’ di tempo – purtroppo quest’ultimo ci manca – ma alla fine siamo soddisfatti.

Buona parte del disco suona più incazzato e oscuro rispetto alle canzoni dell’esordio, scelta conscia o inconscia?
Probabilmente conscia, vista la scelta di alcuni strumenti da parte di Giacomo, chitarra. Ovviamente poi tutto è influenzato dal momento che vivi, da quello che ascolti e di conseguenza vai dietro a ciò che ti senti dentro, istintivamente, e questo è stato il risultato.

Tra i brani più duri c’è “Elohim”, da cui è stato tratto anche un video, vi andrebbe di parlarne?
“Elohim” è un pezzo scritto verso la fine, è abbastanza giovane! Anche li dopo vari tentativi, abbiamo trovato la giusta quadra. Poi in fase di mixaggio, eravamo subito tutti d’accordo che doveva essere il nostro primo singolo. Sia per intensità che per suond, che per natura stessa del pezzo, era quello che racchiudeva al meglio lo spirito dell’album.

Qual è il vostro rapporto con le religioni o, più genericamente, con il divino?
Bella domanda… Possiamo dire che ci troviamo d’accordo tutti e tre se diciamo che in questo universo non possiamo essere soli, sarebbe troppo egoistico o più cinicamente uno spreco di spazio. Poi cosa ci sia, sotto quale forma, ognuno avrà, come giusto che sia, la sua idea. Magari siamo più convinti e più sereni pensando a qualcosa di materiale, di concreto, che un qualcosa di spirituale… ad ognuno la propria scelta.

Avete affidato la co-produzione a Alessandro “Ovi” Sportelli, mentre il mastering è stato commissionato a James Plotkin (Isis, Cave In, Sumac), quanto hanno influito questi due personaggi sul suono finale? Hanno raggiunto il risultato che vi aspettavate quando li avete scelti?
Con Ovi ormai c’è molta confidenza, essendo questo il secondo lavoro che facciamo con lui per questo progetto ed avendo collaborato in altre situazioni in passato. Quindi avendo feeling ed un buon rapporto riesci a collaborare e ad influenzarti positivamente, reciprocamente in maniera molto facile e costruttiva. Ovviamente il suono e alcuni dettagli sono opera anche del nostro amico Ovi. Per quanto riguarda Plotkin, secondo lavoro anche con lui, andiamo sul sicuro. Molto professionale, riesce a soddisfare le nostre richieste, andando a capire quello che cerchiamo, ovviamente grazie anche ai suoi trascorsi.

Inutile negare che il successo dei Mokadelic ha permesso al post-rock italiano di emergere, credete che una band come la vostra, con suoni molto più duri, possa comunque sfruttare l’onda lunga creata dagli autori della colonna sonora di Gomorra?
Può essere. Sicuramente il loro lavoro, essendo un lavoro ben fatto, fa bene a tutta la musica di “nicchia” italiana, ce n’è tanta e veramente buona. Facendo parte bene o male del solito genere, magari è una carta che gioca a nostro favore, sempre aperti a nuove sperimentazioni.

Piacerebbe anche a voi un domani scrivere una colonna sonora?
Perché no? Ci abbiamo pensato svariate volte. Fantascienza, documentari, ne saremmo onorati e ci farebbe molto piacere e molto bene partecipare ad un progetto del genere.

In attesa della ripresa dei concerti, vi andrebbe di stilare la vostra playlist per superare indenni il nuovo lockdown, a quanto pare, ormai prossimo?
Ci proviamo:
1. Pink Floyd – The Dark side of the Moon
2. Tool – Lateralus
3. Motorpsycho – The Tower
4. Tortoise – It’s all around you
5. Cave In – White Silence
6. Led Zeppelin – Led Zeppelin
7. Elder – Omens
8. Sumac – The Deal
9. Isis – Oceanic
10. Chelsea Wolfe – Hiss Spun
11. Russian Circles – Memorial
12. Melvins – Stag
13. Torche – Restarter
14. Yawning Man – Historical Graffiti
15. Refused – The Shape of Punk to come