Paradox – End of a legend

Le leggende non muoiono mai e, a volte, ritornano. I Paradox hanno ripreso il filo del concept lasciato in sospeso 31 anni fa con “Heresy”, realizzando a sorpresa “Heresy II – End of a Legend” (AFM Records / All Noir). Se di fine si tratta, di certo non è quella dei Paradox, come ci ha confermato Charly Steinhauer.

Ciao Charly, cosa hai provato quando sei tornato, dopo 30 anni, sulla scena del crimine con questo “Heresy II – End of a Legend”?
La sensazione è indescrivibile. È associata alla nostalgia ed è associata all’orgoglio. Non riesco ancora a credere di avere tra le mani un successore di “Heresy”. L’album ha richiesto molto a tutti noi. Le mie batterie erano completamente scariche alla fine del processo e ci è voluto un po’ di tempo per recuperare le forze mentali. Ma è molto molto bello aver creato questo capolavoro.

Dopo la crisi del movimento thrash nella seconda metà degli anni ’90, avresti mai immaginato di comporre la seconda parte di “Heresy”?
Prima di tutto, non mi aspettavo che i Paradox potessero esistesse ancora dopo così tanto tempo. Non sono un grande fan delle seconde parti e non mi sarei mai aspettato di pubblicare in seguito un altro album chiamato “Heresy”.

Quando hai capito che era il momento giusto per dare a “Heresy” un successore?
Non sapevamo se fosse il momento giusto per fare una seconda parte di “Heresy”. “Heresy II – End Of A Legend” non era previsto. Non avremmo nemmeno fatto una seconda parte se il concept della storia non fosse stato così buono, ma Peter Vogt, il nostro paroliere, non ci ha dato scelta. Quando abbiamo letto la storia per la prima volta, ci è stato chiaro che avrebbe avuto senso tradurla in musica, a differenza di “Heresy” (1989) che era basato su una storia vera, la storia di “Heresy II – End Of A Legend” è il frutto dell’immaginazione.

Quanto ha influito su questa tua decisione il ritorno di Axel Blaha?
Axel ha giocato un ruolo decisivo in questo album, ma ha avuto poco a che fare con la decisione di un successore di “Heresy”. Come il resto della band, era entusiasta del concept. Axel è stato il mio migliore amico sin da quando eravamo bambini. Ci incontriamo regolarmente e lavoriamo molto duramente sulle canzoni e su come dovrebbero suonare.

Per riprendere il filo, sei partito dal suono di “Heresy” o dal concept?
Peter Vogt, il nostro scrittore di testi, ci ha suggerito per primo il concept e ne siamo rimasti tutti entusiasti. Mi ha dato 14 titoli di canzoni, tutte da elaborare musicalmente. 13 di loro sono entrate nell’album. Poi ho iniziato a comporre nel luglio 2019 e ne ho scritto la musica. Tutto ha funzionato perfettamente. Peter Vogt aveva già scritto i testi di “Heresy” (1989) e siamo rimasti in contatto nel corso degli anni. Siamo molto uniti e tutto è stato molto facile.

Non credi che possa essere un rischio proporre questa seconda parte dopo 31 anni? I tuoi fan più nostalgici potrebbero non apprezzare questa uscita.
Come compositore non vuoi fare la stessa musica per 40 anni senza evolverti ulteriormente. Tuttavia, dovresti sempre soddisfare i tuoi fan fedeli della vecchia scuola. Abbiamo cercato di farlo molto con questo album. Le prime reazioni all’album sono travolgenti. Quando ascolti “Heresy II – End Of A Legend” sai immediatamente chi sta suonando. Non è sempre facile. Può essere un rischio solo se va male, ma è andata molto bene. Ne siamo tutti molto contenti. Inoltre, i Paradox sono sempre in grado di fare un puro album old school. Forse potrebeb essere un buono spunto per il prossimo CD. Chi lo sa?!

Qual è la canzone rappresentativa del primo album e qual è quella che meglio dà la dimensione del tuo sound più recente?
In “Heresy” (1990), la title track “Heresy” è chiaramente la canzone più rappresentativa per me. Contiene tutti gli elementi della musica dei Paradox dell’epoca. “Escape From The Burning” e “Priestly Vows” su “Heresy II – End Of A Legend” rappresentano la musica di Paradox attuali. Avrai sentito che lo stile di Paradox non è cambiato molto. Il suono è stato solo adattato ai giorni nostri senza dimenticare le nostre radici.

“Heresy” è probabilmente l’album più amato dai tuoi fan, qual è il tuo?
Se dovessi scegliere un solo album, sarebbe un doppio album composto da “Heresy” I + II. Entrambe le parti rappresentano perfettamente il viaggio musicale dei Paradox tra il passato e il futuro. Ma anche “Tales Of The Weird” è stato un grande album, ed è segretamente il mio preferito.

L’album termina con “End of a Legend”, pensi che sia davvero finita o potresti scrivere “Heresy part III” in futuro?
Il sottotitolo “Fine di una leggenda” indica la fine della serie “Heresy”. Non ci sarà mai un “Heresy part III”. Però di certo non significa nemmeno la fine di Paradox, perché stiamo già pianificando la direzione musicale da intraprendere per il prossimo album. Stay stay tuned!

Legends never die and sometimes they come back. Paradox have resumed the thread of the concept left in suspense 31 years ago with “Heresy”, creating “Heresy II – End of a Legend” (AFM Records / All Noir). If it comes to the end, it certainly isn’t the Paradox one, as Charly Steinhauer confirmed.

Hi Charly, what did you feel when you returned, after 30 years, to the crime cene with this “Heresy II – End of a Legend”?
The feeling is indescribable. It’s associated with nostalgia and it’s associated th pride. I still can’t believe that I’m holding a “Heresy” successor in my hands. The album emanded a lot from all of us. My batteries were completely empty in the end of the process and it took a while to regain my mental strength. es…it feels very, very good to have created this personal masterpiece.

After the crisis of the thrash movement in the second half of the 90s, would you have ever imagined composing the second part of “Heresy”?
First of all, I didn’t expected that “Paradox” still exist after such a long time. I’m not a big fan of 2nd parts and I also never expected to release later on another album called “Heresy”.

When did you realize it was the right time to give “Heresy” a successor?
We didn’t know if it was the right time to do a second part of “Heresy”. Heresy II – End Of A Legend” wasn’t planned. We wouldn’t have done a second part either if the story concept hadn’t been so good, but Peter Vogt, our lyricist, didn’t give us a choice. When we first read the story, it was clear to us that it makes sense to translate it musically. Btw. in contrast to “Heresy” (1989) which was based on a true story, the story of “Heresy II – End Of A Legend” is a fictional one.

How much did the return of Axel Blaha affect your decision?
Axel played a decisive role on this album, but he had little to do with the decision of a “Heresy” successor. Like the rest of the band, he was enthusiastic about the concept. Axel has been my best friend privately since we were a child. We meet regularly and we work very hard on the songs and how they should sound.

To pick up the thread, did you start from the sound of “Heresy” or from the concept?
Peter Vogt our text writer first suggested the concept to us and we were all nthusiastic about it. He gave me 14 song titles, all of which had to be processed musically. 13 of them made it onto the album.
Then I started composing in July 2019 and wrote the music for it. Everything worked out perfectly. Peter Vogt already wrote the lyrics for “Heresy” (1989) and we have been in contact over the years. We are very familiar and everything was very easy going.

Don’t you think it could be a risk to propose this second part after 31 years? Your most nostalgic fans may not like this release.
As a composer you don’t want to make the same music for 40 years without rther developing. However, you should always satisfy your loyal old school fans. We anaged to do that very well with this album. The first reactions to the album are verwhelming. When you hear “Heresy II – End Of A Legend” you immediately know which and is playing here. That’s not always easy. It can only be a risk if it’s bad, but it’s turned out very well. We are all very happy with it. In addition, “Paradox” are always able to make a pure old school album. Maybe a hint for the next CD. Who knows?!

What is the most faithful song to the first album and which one is the one at best gives the dimension of your most recent sound?
On “Heresy” (1990), the title track “Heresy” is clearly the most expressive song for me. It contains all the elements of the music from “Paradox” at the time. “Escape From The Burning” and “Priestly Vows” on “Heresy II – End Of A Legend” represent the music of “Paradox” these days. You hear that Paradox’s style hasn’t changed much. The sound has only been adapted to the present day without forgetting its roots.

“Heresy” is probably the most loved album by your fans, which one is yours?
If I were to pick a certain album, it would be a double album consisting of “Heresy” I + II. Both parts perfectly combine the musical journey of “Paradox” between the ast and the future. But also “Tales Of The Weird” was a great album and my secret favorite.

The album ends with “End of a Legend”, do you think it’s really over or could ou write “Heresy part III” in the future?
The subtitle “End of A Legend” means the end of the “Heresy” series. There ll be no more “Heresy part III”. It definitely doesn’t mean the end of Paradox either, ecause we are already planning the musical direction for the next album. Stay stay tuned!

Rhapsody of Fire – Il fuoco eterno

I Rhapsody of Fire tornano sul mercato e lanciano un antipasto (rinforzato) del loro prossimo album. Quello che doveva essere un semplice singolo, “I’ll Be Your Hero” (AFM Records / All Noir), si è trasformato – così come ci ha raccontato Alex Staropoli – in un vero e proprio EP pieno di chicche per i fan della band tricolore.

Benvenuto su Il Raglio del Mulo, Alex. Il vostro nome contiene da qualche anno ormai la parola “fire”, ma quanto è difficile mantenere acceso oggi quel fuoco considerando tutti i problemi che attanagliano il mondo della musica? Mi riferisco all’impossibilità di fare concerti a causa della pandemia, pirateria, scarsi guadagni dallo streaming ecc ecc…
Grazie per avermi invitato! Certamente rispetto a 20 o 30 anni fa il music business è cambiato parecchio e vivere di musica metal oggi può non essere cosi facile. Per noi il fuoco della passione, il desiderio di creare musica e di suonare per i nostri incredibili fan è sempre vivo.

A fonte di questa situazione difficile, quanto è impostante per un gruppo avere un prodotto fuori, anche solo un EP come nel vostro caso?
Il nostro nuovo EP uscito da poco, è l’apripista, ci saranno molte novità a seguire nelle prossime settimane e mesi. L’entusiasmo è alle stelle e non vediamo l’ora che i nostri fan ascoltino il nuovo studio album.

Se non erro, questo è il vostro terzo EP, quali sono i vantaggi di questo formato?
L’idea iniziale era quella di fare uscire il primo singolo, ma avendo anche altri brani disponibili, tra live e versioni alternative in lingue differenti, abbiamo deciso di fare un EP e rendere cosi il prodotto più corposo ed appetibile. Durando quasi 40 minuti, trovo sia interessante per i nostri fan, in preparazione al nuovo studio album.

Il disco si apre con “I’ll Be Your Hero”, possiamo considerare questa canzone rappresentativa dell’album che seguirà oppure il disco si muoverà su coordinate differenti?
Ogni brano è a se stante, le coordinate sono differenti e al contempo tutti i brani sono collegati da un filo conduttore importante. Elementi come la velocità, l’impatto orchestrale, la trama corale e vocale in questo disco sono stati curati al minimo dettaglio.

Come e quando è nata questa canzone?
Posso dire che l’intero nuovo album è stato scritto, arrangiato, registrato e mixato negli ultimi 2 anni. La fase compositiva è sempre complessa da descrivere. Non sempre lavoro sullo stesso brano, anzi, molto spesso lavoro su brani diversi contemporaneamente e lo trovo alquanto stimolante in quanto lavori su ogni brano sempre a mente fresca.

La seconda traccia è “Where Dragons Fly”, come mai avete voluto ripresentare questa canzone in una nuova versione e quali sono le maggiori differenze rispetto a quella originale?
Questo brano è uscito a suo tempo solo in Giappone contenuto nell’album “Legendary Years”. Abbiamo quindi pensato di rilasciarlo ora anche in tutti gli altri paesi. Tutti i brani contenuti in “Legendary Years” sono stati completamente ri-registrati e presentati in una nuova veste sonora. Con l’ingresso di Giacomo alla voce abbiamo voluto creare un disco rimettendo a nuovo alcuni dei brani più classici della nostra discografia, senza nulla togliere alle versioni originali, ci riteniamo soddisfatti del risultato, soprattutto per “Where Dragons Fly”, in cui abbiamo potuto usare strumenti veri e originali come l’arpa celtica e l’oboe barocco (non presenti nella versione originale) ed ovviamente il flauto barocco suonato da mio fratello Manuel Staropoli.

“Rain of Fury” e “The Courage to Forgive” appaiono in una versione live, entrambi I pezzi sono stati registrati a Milano durante il “The Eighth Mountain Tour” del 2019. Cosa ricordate di quella data e perché avete deciso di utilizzare proprio quei brani per questa uscita?
Suonare in Italia è sempre speciale ed abbiamo voluto celebrare quella serata a Milano con la testimonianza di questi due brani. La performance della band e l’entusiasmo del pubblico mi hanno convinto subito, cosi ho scelto quei due brani in particolare per rendere omaggio a quella serata e ai nostri fan italiani.

“The Wind, The Rain And The Moon” appare in quattro versioni differenti – inglese, spagnolo, italiano e francese. Da un punto di vista tecnico è stato difficile adeguare il brano alle differenti metriche? Vi siete limitati a una traduzione letterale del testo oppure avete apportato qualche lieve variazione?
Non è stato difficile, anche se ci vuole una certa dedizione e aiuto da persone madrelingua. Ovviamente, i testi non sono sempre facilmente traducibili, questo ti permette di creare testi alternativi in altre lingue con significati in linea con la versione originale del brano, ma espressi in modo diverso. Molto spesso, anzi sempre, la versione in Italiano ha una marcia in più!

Sul fronte live, magari in Europa, si vedono spiragli o è troppo presto per poter pensare a un vero e proprio tour?
Nei primi mesi del 2022 abbiamo varie date previste in Europa e siamo pronti a tornare on stage!! Desideriamo vedervi numerosi!

In chiusura vorrei farvi una domanda basata sulla tua esperienza: quando esplose il fenomeno Rhapsody, nella seconda metà degli anni 90, il vostro successo giovò a tutto il metal italiano, anche a gruppi con un sound molto differente dal vostro. Credete che oggi, senza entra nei dettagli della qualità della musica proposta e del cammino fatto, il successo dei Måneskin possa in qualche modo possa dare visibilità alla scena musicale italiana?
Non ne ho idea, non li ho mai sentiti. Non guardo la TV da molti anni e quindi non sono a conoscenza di un certo tipo di eventi e realtà. In Italia, soprattutto nel metal ci sono band fortissime, ci sono tantissimi gruppi e musicisti che suonano per passione e tantissime scuole di musica e altrettanti studenti che sono appassionati dalla musica. Il successo è relativo. Si può essere felici suonando uno strumento senza per forza avere successo o visibilità.

Satyrus – lI rituale del satiro

Nonostante la sfiga di aver esordito quasi a ridosso del blocco dei live, i siciliani Satyrus non si sono abbattuti. Oggi “Rites” può godere finalmente della visibilità che merita grazie alla nuova edizione, questa volta fisica, patrocinata da Argonauta Records.

Nel marzo del 2020, in pratica agli albori dell’emergenza sanitaria, esordivate con l’album autoprodotto “Rites”: cosa avete provato in quel momento d’innanzi all’impossibilità di poter promuovere alla giusta maniera il vostro disco?
Abbiamo completato le registrazioni di “Rites” a fine Gennaio 2020 e le restrizioni dovute alla pandemia in pratica sono cominciate a Febbraio, abbiamo subito pensato: “Minchia! Stavolta abbiamo veramente esagerato col divulgare la morte!” nell’impossibilità di proporre il nostro lavoro live, ci siamo quindi dedicati alla promozione on line, da qui la decisione di far uscire il disco immediatamente in versione digitale.

Con il senno di poi, avreste preferito tenere il disco nel cassetto in attesa di tempi migliori oppure tutto sommato è stato giusto farlo uscire in quel momento?
Come detto prima, ci è sembrato giusto così, visto il particolare momento storico, scelta rivelatasi abbastanza proficua per fortuna.

Oggi “Rites” ha una seconda occasione grazie all’Argonauta Records, avete contattato voi l’etichetta o vi ha cercato lei dopo aver ascoltato l’esordio?
Abbiamo avuto contatti con varie etichette, Argonauta è stata la più convincente.

Questa nuova edizione contiene delle novità rispetto alla precedente?
Beh, adesso è allo stato solido!

Cosa vi aspettate da questa “seconda vita” del disco?
Ora anche chi ama il supporto fisico potrà ascoltare il disco in maniera classica come è giusto che sia, grazie alla rete di distribuzione di Argonauta ci sarà una diffusione più capillare. Contiamo a breve di proporre “Rites” anche in vinile.

Il disco contiene una forma abbastanza pura di doom, quasi scevra dalle contaminazioni stoner che oggi giorno sono quasi una componente fissa: come mai questa scelta così ortodossa?
Riteniamo sia giusto che l’ascoltatore dia la propria interpretazione del nostro songwriting per quello che è la sensazione che prova ascoltandoci. Quando abbiamo cominciato a suonare con questo progetto ci eravamo prefissati di fare doom, ovviamente ognuno di noi aveva alle spalle altre esperienze, i riferimenti principali sono stati i classici come i Black Sabbath o i Candlemass, ma alla fine il nostro sound proprio come detto prima non può non essere influenzato da quanto fatto da tutti noi in precedenza. Quindi sì, doom classico ma c’è anche molto altro.                                                                                              

Cosa ne pesate dell’attuale scena doom? Probabilmente il genere non ha avuto così tanta visibilità come in questi ultimi anni.
Grazie all’etere anche il doom sta avendo grande visibilità, ci sono tante band che ci piacciono e anche l’Italia sta dando il proprio contributo. A tal proposito potremmo citare gli amici Assumption o i Messa.

Il contratto con l’Argonauta si conclude con questa pubblicazione oppure sono previsti altri album, magari a breve?
Stiamo già lavorando ai brani del nuovo album.

Siete tutti impegnati in altri progetti, questo limiterà l’attività live dei Satyrus, qualora, come sembra, si possa presto tornare a fare concerti?
Satyrus è il nostro progetto principale.

Link Protrudi And The Jaymen – The garage rock legend

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

A pochi giorni dall’uscita della ristampa del meglio del suo combo strumentale “Link Protrudi and the Jaymen” – con l’italiana Go Down Records – abbiamo scambiato quattro chiacchiere con il leggendario frontman dei Fuzztones, Rudi Protrudi, che ci ha raccontato i suoi oltre 40 anni sulla strada del rock’n’roll

Ciao Rudi, è uscita da pochissimo la ristampa del tuo “Best of Link Protrudi & The Jaymen”. Come hai conosciuto i ragazzi della Go Down Records?
Beh, è ​​stato molto tempo fa, ma penso di aver incontrato Leo al suo rock club, probabilmente quando i Jaymen hanno suonato lì. Ma ad essere onesti, non ne sono davvero sicuro. Ho suonato in molti posti e ho incontrato molte persone nei 40 anni in cui i Fuzztones sono stati insieme!

Siete sempre stati una live band, come hai passato questo periodo senza concerti?
L’intera faccenda della pandemia non sarebbe potuta arrivare in un momento peggiore per noi! Il 2020 ha segnato il nostro 40° anniversario e avevamo grandi progetti. Stavamo per registrare un nuovo album, pubblicare un libro e fare molti tour per promuoverli, oltre che per festeggiare. Abbiamo registrato l’album (“NYC” per l’etichetta Cleopatra) e ho pubblicato il libro “As Times Gone” (The Lysergic Legacy of The Fuzztones), una storia fotografica di 365 pagine dei 40 anni di carriera della band (disponibile su www.fanproshop.de), ma abbiamo avuto modo di fare solo uno spettacolo a Londra prima del blocco. È passato più di un anno dall’ultima volta che abbiamo suonato e, a giudicare dalle cose, non sono troppo ottimista riguardo al futuro dei concerti dal vivo. Ho utilizzato il “tempo libero” per scrivere nuovo materiale – ho 12 nuovi originali che ho intenzione di registrare per il mio primo album solista “garage”. Ho già fatto alcuni album da solista, ma sono stati country o blues.

Da diversi anni vivi a Berlino, cosa hai trovato qui rispetto agli States? È più facile suonare il rock and roll in Europa?
Oh diavolo si! Siamo sempre stati molto più popolari in Europa – sia The Fuzztones che Jaymen – e volevo trasferirmi in Europa sin da quando sono venuto per la prima volta e ho suonato alcuni spettacoli con Lydia Lunch (Devil Dogs) in Italia nel 1980. L’Europa è molto più sofisticata dell’America e apprezza la cultura americana molto più di quanto non facciano gli americani! Era naturale che, se volevo guadagnarmi da vivere suonando musica, potevo farlo solo qui!

La band è nata – quasi per caso – come tributo a un pioniere della chitarra come Link Wray, quali sono gli altri chitarristi che ti hanno influenzato?
Ebbene hai ragione – è stato un caso! Non abbiamo mai voluto che i Jaymen fossero una vera band. Comunque non all’inizio. Vedi, i Fuzztones persero due membri chiave nell’86 e i membri rimanenti trascorsero un intero anno facendo audizioni ai musicisti – senza molto successo! Dopo il primo mese circa, Deb O ‘Nair (l’organista originale) ha smesso subito dopo che abbiamo finalmente trovato il sostituto di Ira, Mad Mike Czekaj. Quindi per l’anno successivo eravamo Michael Jay, Mike e io a fare audizioni per circa 10 persone a settimana. Stavamo pagando per una sala prove in un posto chiamato The Music Building, che era un enorme edificio di 12 piani vicino a Times Square – una zona molto squallida all’epoca. Abbiamo ereditato la stanza dopo che Madonna si è trasferita! Ad ogni modo, ci sono state molte volte in cui le persone finivano per non presentarsi all’audizione programmata, o forse l’audizione non era andata bene e abbiamo finito presto, lasciandoci molto tempo a disposizione. Così abbiamo iniziato a imparare le canzoni di Link Wray per passare il tempo, e dato che eravamo solo in 3, era il materiale perfetto per noi su cui scatenarci e suonare ancora bene. Devi ricordare che nell’86, Link Wray era poco conosciuto, anche nei circoli veramente alla moda, quindi una band che non suonava nient’altro che le canzoni di Link era molto fuori dal comune!
C’erano anche molte altre garage band che avevano stanze nell’edificio: i Fleshtones, Vipers, Cheapskates, Headless Horsemen… The Outta Place e Tryfles condividevano la nostra stanza. Era davvero comune per vari membri di queste band fare un salto per vedere cosa stavamo facendo. Siamo rimasti sbalorditi dal fatto che tutti adorassero i Jaymen e ci incoraggiavano vigorosamente a suonare. All’epoca non c’erano band strumentali che suonavano, quindi pensavamo che nessuno ci avrebbe prenotato! Abbiamo finito per aprire un concerto per gli A-Bones e i Maneaters e abbiamo distrutto il club!!! Il pubblico si è davvero divertito, quindi abbiamo deciso di continuare a suonare e abbiamo iniziato a scrivere le nostre cose. Ora per rispondere alla tua domanda (ah ah)…. Le mie tre principali influenze chitarristiche, in ordine, erano e sono Chuck Berry, Bo Diddley e Link Wray – i 3 ragazzi che hanno messo la chitarra rock ‘n’ roll sulla mappa!

In passato ti sei esibito anche con una sezione ritmica di musicisti italiani, potrebbe succedere di nuovo?
No, a meno che questo blocco senza fine scompaia! Ma sì, certo! Trovo che i musicisti italiani abbiano un’affinità con il rock ‘n’ roll americano. Non so perché ma sembrano capirlo meglio e quindi suonarlo meglio, diciamo, dei tedeschi… Penso forse perché gli italiani sono molto più emotivi di tante altre nazionalità! A proposito, ho appena ultimato un CD, “Rudi Protrudi & Friends” che può essere comprato tramite Aua Records (http://www.auashop.com) che consiste principalmente in me che suono con band italiane come gli Altri, Strange Flowers, Dome & The Diggers and The Preachers.

L’anno scorso i Fuzztones hanno compiuto 40 anni – celebrati con l’uscita dell’album “NYC” – cosa c’è in serbo per il futuro?
I Fuzztones pubblicheranno presto un nuovo EP di 6 canzoni su Cleopatra. Fondamentalmente consiste in canzoni che abbiamo suonato dal vivo negli ultimi 5 anni o più, ma non abbiamo mai avuto la possibilità di registrare. È praticamente tutto registrato e aspetta che lo mixi.

Eri molto vicino a Screamin Jay Hawkins – avete anche condiviso un tour con i Fuzztones – qual è il tuo primo ricordo di lui?
Non per sembrare scortese, ma ho raccontato la storia di averlo incontrato così tante volte che mi sembra ridondante rigurgitarlo di nuovo, ma se qualcuno vuole davvero saperlo, lo copro nella mia autobiografia. Quello che posso dire, che forse la maggior parte delle persone non sa, è che la formazione dei Lysergic Emanations ha fatto una brevissima reunion di due concerti nel sud Italia per gli Indian Bikers. Dopo di che Jay si è trasferito a LA dove vivevo e abbiamo riacceso la nostra amicizia. Poi si è trasferito in Francia. Siamo rimasti in contatto e quando il nostro disco, “Screamin ‘Jay Hawkins and The Fuzztones Live” è stato ripubblicato, abbiamo deciso di fare un tour europeo insieme, con noi che lo sostenevamo. Ne abbiamo discusso più volte alla settimana per telefono (quando viveva a Parigi) e nel frattempo è stato prenotato un tour della California. A un certo punto, mentre parlavo del tour, ho detto: “Sembra che succederà, se non succede niente …” e lui ha detto “Rudi, non morirò”. Quella è stata l’ultima cosa che mi ha detto. Morì pochi giorni dopo.

Dopo i libri ci sarà un documentario sui Fuzztones? Ho letto che era in lavorazione in una vecchia intervista, a volte è difficile trovare notizie su di voi nel web...
Sì, c’era un documentario in lavorazione – diverse volte, in effetti. Immagino che la prima volta che abbiamo iniziato a lavorarci seriamente sia stato intorno al 2003 o al 2004. Una ragazza greca ha filmato uno spettacolo e ha fatto tre interviste per un periodo di circa 3 anni e poi ha abbandonato il progetto.
Abbiamo incontrato un regista a Berlino nel 2013 che era interessato. Ha finito per filmare alcuni spettacoli, incluso il Festival Beat, dove avevamo ospite James Lowe (Electric Prunes). Abbiamo intervistato un sacco di persone interessanti che avevano, in vari modi, legami con la band: Kid Congo, Jim Jones, Phil May, Dick Taylor, Carmine Appice, Tav Falco, Jyrki dei 69 Eyes, Ira Elliot & Elan Portnoy, Craig Moore, Greg Prevost, Kim Kane e così via. Ad un certo punto il regista ha iniziato a sballarsi ed è diventato sempre meno affidabile. Ian Astbury è venuto in città e avevamo programmato di intervistarlo, ma il regista non si è mai presentato. Eravamo così incazzati che Lana lo ha licenziato. Ha tenuto tutto il film e voleva 10.000 dollari per questo, quindi abbiamo semplicemente detto “fanculo”.

Dopo una vita passata a suonare e diffondere il rock and roll, c’è ancora qualcuno con cui vorresti collaborare?
La maggior parte dei miei artisti preferiti sono morti. Ho già collaborato con molti dei ragazzi che ho davvero amato: Mark Lindsay (Paul Revere & The Raiders), James Lowe, Arthur Lee, Sky Saxon, Davie Allan, Craig Moore (Gonn), Question Mark, The Pretty Things e Screamin ‘Jay, ovviamente. Mi piacerebbe suonare con Jerry Lee Lewis o Iggy Pop. O Ronnie Spector o Mary Weiss, credo che sia tutto qui.

Con la mia prima band – quasi trent’anni fa – una delle prime cover che abbiamo suonato è stata “Ward 81” (“Lysergic Emanation” ha cambiato le nostre vite) per noi era qualcosa di nuovo e fresco come lo erano i Nirvana a quel tempo. È ancora possibile una nuova rivoluzione nel rock and roll?
Ne dubito. L’industria musicale è completamente gestita dagli Illuminati – e hanno un gusto davvero di merda nella musica. Ecco perché il rap dura da oltre 40 anni. Chi l’avrebbe mai immaginato? Da quello che vedo negli “artisti” di oggi (e uso il termine così liberamente!) Devi vendere la tua anima per far parte di quel club. No grazie!!!!!

A few days after the release of the reissue of the best of his instrumental combo “Link Protrudi and the Jaymen” – via the Italian label Go Down Records – we had a chat with the legendary frontman of the Fuzztones, Rudi Protrudi, who told us about his over 40 years on the rock’n’roll way

Hi Rudi, the reissue of your “Best of Link Protrudi & The Jaymen” has just come out. How did you meet the guys from Go Down Records?
Well, it was a long time ago, but I think I met Leo at his rock club, probably when the Jaymen played there. But to be honest, I’m not really sure. I’ve played a lot of places and met a lot of people in the 40 years The Fuzztones have been together!

You have always been a live band, how did you go through this period without gigs?
The whole pandemic thing couldn’t have come at a worse time for us! 2020 marked our 40 year anniversary and we had big plans. We were going to record a new album, release a book and do a lot of touring to promote them, as well as to celebrate. We did record the album (“NYC” on the Cleopatra label) and I did release the book – “As Times Gone” (The Lysergic Legacy of The Fuzztones), a 365 page photo history of the band’s 40 year career (available at www.fanproshop.de), but we only got to do one show in London before the lockdown. It’s been over a year since we last played, and by the look of things, I’m not to optimistic about the future of live gigs. I’ve been utilizing the “time off” to write new material – I have 12 new originals that I plan to record for my first “garage” solo album. I’ve done a few solo albums before but they’ve been Country or Blues.

For several years you’ve been living in Berlin, what did you find here compared to the States? Is it easier to play rock and roll in Europe?
Oh hell yes! We’ve always been way more popular in Europe – both The Fuzztones and the Jaymen – and I’ve wanted to move to Europe ever since I first came over and played a few shows with Lydia Lunch (Devil Dogs) in Italy in 1980. Europe is much more sophisticated then America, and appreciate American culture much more than Americans do! It was only natural that, if I wanted to make a living playing music, I could only do it here!

The band was born – almost by chance – as a tribute to a pioneer of the guitar like Link Wray, what are the other guitarists who have influenced you?
Well you’re right – it was by chance! We never intended the Jaymen to be a real band. Not at first anyways. See, the Fuzztones lost two key members in ’86 and the remaining members spent an entire year auditioning musicians – without much success! After the first month or so Deb O’ Nair (the original organist) quit right after we finally found Ira’s replacement, Mad Mike Czekaj. So for the next year it was Michael Jay, Mike and I auditioning about 10 people a week. We were paying for a rehearsal room in a place called The Music Building, which was a huge 12 story building near Times Square – a very sleazy area at the time. We inherited the room after Madonna moved out! Anyway, there were many times when people ended up not showing up for their scheduled audition, or maybe the audition didn’t go well and we ended early, leaving us a lot of time on our hands. So we started learning Link Wray songs to pass the time, and since we were only 3 pieces, it was the perfect material for us to really let loose on and still sound good. You have to remember that back in ’86, Link Wray was barely known, even in really hip circles, so a band that played nothing but Link songs was very off-the-wall! There were a lot of other garage bands who had rooms in the building as well: the Fleshtones, Vipers, Cheapskates, Headless Horsemen… The Outta Place and Tryfles shared our room. It was really common for various members of these bands to drop in to see what we were up to. We were amazed that everyone LOVED The Jaymen and vigorously encouraged us to play out. At the time there weren’t any instrumental bands playing, so we assumed no one would book us! We ended up getting a gig opening for the A-Bones and the Maneaters and tore the house down!!! The audience really ate it up, so we decided to keep gigging, and went about writing our own stuff. Now to answer your question (ha ha)…. My three main guitar influences, in order, were and are Chuck Berry, Bo Diddley and Link Wray – the 3 guys who put Rock ‘n’ Roll guitar on the map!

In the past you have also performed with a rhythm section of Italian musicians, could it happen again?
Not unless this endless lockdown goes away! But yeah, sure! I find Italian musicians seem to have an affinity for American Rock ‘n’ Roll. I don’t know why but they seem to understand it better and therefore play it better than, say, Germans… I think maybe because Italians are much more emotional than many other nationalities! By the way, I just complied a CD, “Rudi Protrudi & Friends” that can be obtained thru Aua Records (www.auashop.com) that consists mostly of me playing with Italian bands such as the Others, Strange Flowers, Dome & The Diggers and The Preachers.

Last year the Fuzztones turned 40 – celebrated with the great release of the NYC album – what’s in store for the future? 
The Fuzztones will be releasing a new 6 song EP soon on Cleopatra. It basically consists of songs we’ve been playing live for the last 5 years or more, but had never had the chance to record. It’s basically all recorded and waiting for me to mix it.

You were very close to Screamin Jay Hawkins – also shared a tour with The Fuzztones – what is your earliest memory of him?
Not to sound rude, but I’ve told the story of meeting him so many times I feel it’s redundant to regurgitate it again, but if anyone really wants to know I cover it in my autobiography. What I can say, that maybe most people don’t know, is that the Lysergic Emanations line-up did a very short two gig reunion in Southern Italy for the Indian Bikers. After that Jay moved to LA where I was now living, and we rekindled our friendship. Then he moved to France. We stayed in touch and when our record, “Screamin’ Jay Hawkins and The Fuzztones Live” was re-released, we decided to do a European tour together, with us backing him. We discussed it several times a week by phone (he now lived in Paris) and in the meantime a tour of California was booked. At one point while talking of the tour, I said, “It looks like it’s gonna happen, if nothing comes up…” and he said “Rudi, I ain’t gonna die.” That was the last thing he said to me. He died a few days later.

After the books will there be a documentary about the Fuzztones? I read it was in the works in an old interview, sometimes it’s hard to find news about you on the web

Yeah, there was a documentary in the works – several times, as a matter of fact. I guess the first time we started working seriously on it was around 2003 or 2004. A Greek chick filmed a show and did three interviews over a period of about 3 years and then abandoned the project. 

We met a filmer in Berlin in 2013 who was interested. He ended up filming a few shows, including Festival Beat where we had James Lowe (Electric Prunes) guest. We interviewed loads of interesting people who had, in various ways, connections to the band: Kid Congo, Jim Jones, Phil May, Dick Taylor, Carmine Appice, Tav Falco, Jyrki from 69 Eyes, Ira Elliot & Elan Portnoy, Craig Moore,Greg Prevost, Kim Kane, and so on. At some point the filmer started getting into getting stoned and became less and less reliable. Ian Astbury came to town and we planned to interview him – but the filmer never showed up. We were so pissed off that Lana fired him. He kept all the film and wanted 10 grand for it, so we just said “fuck it.”

After a lifetime of playing and spreading rock and roll, is there still someone you would like to collaborate with?
Most of my favorite artists are dead. I’ve already collaborated with a lot of the guys who I really dug – Mark Lindsay (Paul Revere & The Raiders), James Lowe, Arthur Lee, Sky Saxon, Davie Allan, Craig Moore (Gonn), Question Mark, The Pretty Things, and Screamin’ Jay, of course. I’d like to play with Jerry Lee Lewis or Iggy Pop. Or Ronnie Spector or Mary Weiss – I guess that’s about it.

With my first band – almost thirty years ago – one of the first covers we played was Ward 81 (Lysergic Emanation changed our lives) for us it was something new and fresh as Nirvana was at that time. Is a new revolution in rock and roll still possible?
I kinda doubt it. The music industry is completely run by the Illuminati – and they have really shitty taste in music. That’s why Rap has lasted over 40 years. Who would’ve imagined? From what I see in today’s “artists” (and I use the term SO loosely!) you have to sell your soul to be part of that club. No thanks!!!!!

Motorpsycho – Heavy psych mood

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

Mai fermi sui propri allori – stiamo parlando di una dalle formazioni più coraggiose della scena rock europea sin dagli anni ’90 – i Motorpsycho sono già tornati con l’album di follow-up dell’acclamato “The All Is One” del 2020. Registrato in parte nelle stesse session della precedente release, “Kingdom Of Oblivion” – in uscita il 16 aprile ’21 su Stickman Records / All Noir – annuncia un ritorno alla “Motorpsychodelia” e agli heavy-riffs degli anni passati, in attesa di lambire nuovi territori inesplorati.

Ciao Bent, è un grande piacere avere la possibilità di intervistarti (in quanto fan di vecchia data) ma veniamo subito al dunque: sono passati poco più di sei mesi dall’uscita di “All is One” (ultimo atto della “The Gullvåg Trilogy”). Possiamo considerare questo nuovo album come un nuovo capitolo a sé? Mi sembra che sia un ritorno a una forma più diretta di heavy rock …
Ciao! Per noi questa è una cosa diversa dalla “Gullvåg Triology”, di sicuro. Anche se gran parte di essa è stata registrata contemporaneamente a “The All Is One”, questa roba aveva un’atmosfera così fondamentalmente diversa che avevamo bisogno di separarla dalla Trilogia. Gran parte di esso è praticamente heavy rock anche se, con alcune modifiche e pezzi strani inseriti, sembra molto più strano e psichedelico della maggior parte del rock pesante moderno. Heavy psych è probabilmente l’etichetta più ovvia, se questo è il tuo genere. Se è l’inizio di un nuovo ciclo o una tantum non lo sappiamo ancora. Il tempo lo dirà!

Tra le nuove canzoni ho trovato alcuni riferimenti al passato “grungedelico” – ad esempio “The Transmutation of Cosmoctopus Lurker” – a dischi come “Timothy’s Monster”, è una sorta di reazione “hard” a questo periodo di isolamento forzato?
Non proprio: le tracce di base sono state registrate prima della pandemia, quindi solo alcuni dei testi riflettono l’epidemia e solo parte della musica. Penso che la nostra reazione iniziale sia stata quella di tacere e interiorizzare, quindi se qualcuno di questi riflette l’epidemia, sarebbe la roba folky, dall’aspetto interiore. Ultimamente, però, abbiamo sentito il bisogno di rilasciare un pò di adrenalina, quindi è fantastico che questo album contenga un po’ di testosterone – sarà fantastico dal vivo!

Ho sempre immaginato che il vostro “processo di scrittura” fosse anche il risultato di lunghe jam (soprattutto su alcuni dischi del passato) ma a questo punto della vostra carriera cosa è cambiato nella fase creativa?
Non abbiamo un modo prestabilito di fare le cose, quindi alcune cose provengono da improvvisazioni, ma altre cose vengono lavorate su un pianoforte o un’acustica – e tutto ciò che sta nel mezzo! Penso che ciò che è cambiato di più sia la nostra capacità di non essere troppo analitici e autocritici troppo presto nel processo: finiamo il pensiero e l’idea prima di usarlo o buttarlo via, e oggigiorno ogni idea musicale è valida fino a quando non ci abbiamo lavorato. È il modo migliore per evitare il blocco degli scrittori e mantiene anche le Muse di buon umore!

Nella vostra discografia avete esplorato quasi tutti i vari stili del rock and roll, ma c’è qualcosa a cui non vi siete ancora avvicinati?
Non c’è ancora molto reggae o ska nel nostro catalogo… e anche se anche a noi piace un po’, penso che la possibilità che esista un MP-album roots reggae è piuttosto scarsa. A meno che, naturalmente, non andiamo in Giamaica e restiamo lì per alcuni mesi e lo facciamo correttamente. Ma non scommetterci dei soldi!

L’aver cambiato spesso il batterista in qualche modo ha favorito una certa freschezza compositiva nelle diverse fasi della vostra carriera? Penso ad esempio a una band come i Melvins – ora una specie di collettivo aperto con due membri fondatori e collaborazioni sempre diverse …
Ebbene, “spesso” non è il termine giusto, vero? Geb è durato 14 anni, Kenneth 9… ma capisco cosa intendi e, naturalmente, un nuovo membro colorerà sempre la musica – è il motivo perché sono lì! Le persone sono diverse e amano fare cose diverse e hanno processi diversi, quindi ogni batterista (e tastierista o qualsiasi altra cosa) ha cambiato il processo della band. Lo mantengono interessante per noi e fresco per tutti, quindi è soprattutto una cosa positiva. Se Tomas se ne va, non so cosa faremmo, ma forse l’approccio dei Melvins è la strada da percorrere in quel caso? Vedremo cosa succede!

Siete tra i pochi artisti che credono ancora nel potere degli album, come ti relazioni con la musica contemporanea dove tutto si consuma velocemente per poi passare ad altro?
Lo trovo meno coinvolgente e ne ricavo meno, mi dispiace dirlo. Dal momento che ho bisogno di un qualche tipo di contesto per relazionarmi alle cose, molta nuova musica mi annoia. Potrei essere io che sto invecchiando, naturalmente, ma trovo che manchi qualcosa quando è tutto così strutturato, veloce e superficiale. Ma immagino che il nostro ruolo sia sempre stato quello di essere il fornitore dell’alternativa, sin dall’inizio, quindi ci sta bene: lascia che lo facciano e noi faremo le nostre cose per il pubblico a cui piace il nostro genere di cose. In questo modo tutti vincono!

Cosa stai ascoltando in questo periodo? C’è qualche artista o nuova band che ha catturato la tua attenzione? Ci sono nuovi “Motorpsycho” là fuori?
Ho un figlio di 15 anni che è molto appassionato di musica, quindi sento molte cose nuove da lui, ma le mie scoperte vengono da amici e colleghi: il duo metal spagnolo Bala mi piace, mi piace la maggior parte delle uscite sia di Stickman che Rune Grammofon (le due etichette che distribuiscono i lavori dei Motorpsycho ndr.), sono appena entrato nella band Budos, adoro il nuovo disco dei Pearl Charles e ovviamente guarda cosa fanno gli amici: il nuovo disco di Elephant9 è fantastico! Non so, è possibile essere un “nuovo Motorpsycho” di questi tempi? Dal momento che la cultura mainstream è cambiata così tanto e c’è meno attenzione per gli artisti e più per prodotti consumati rapidamente, siamo l’ultima rock band? Spero sinceramente di no, ma sono contento che ci siamo finiti in tempo mentre questa era ancora una possibilità!

Quando avete iniziato eri molto giovane, avreste mai pensato di continuare così a lungo?
Non credo che ci abbiamo pensato! Penso di aver saputo che non saremmo mai stati una macchina di grande successo, dal momento che i nostri interessi e talenti sono altrove, e che costruire un catalogo e una fan-base in modo punk rock sarebbe stato il modo migliore per noi, ma che avremmo avuto 30 anni e più di carriera sarebbe stato inimmaginabile!

Siamo abituati a vedervi ogni anno (prima della pandemia mondiale) in Italia con tanti concerti, ma c’è qualche posto a cui siete particolarmente legati? Vi vedremo mai in Puglia?
Ci manca davvero non venire in Italia! Certamente posti come il Bloom a Mezzago e il Velvet a Rimini – di cui sentiamo molto la mancanza – dove abbiamo suonato così tanto che ormai sono quasi come “a casa lontano da casa” ci mancano di più. Ma suoneremmo ovunque e mi piacerebbe suonare in Puglia se un promotor decente e un grande locale volessero che venissimo!

È tutto, grazie!
Grazie! Ci vediamo dall’altra parte!

Never a band to rest on their exceedingly large heap of laurels – we’re talking about a long standing stalwart of the European rock scene since their formation in the 90’s – Motorpsycho has already returned with the follow-up album to 2020’s highly acclaimed “The All Is One”. Recorded partly in the same sessions as the previous release, “Kingdom Of Oblivion” – out on 16th April ’21 on Stickman Records / All Noir – heralds a return to the riff-heavy Motorpsychodelia of years past while looking forward to new uncharted territories.

Hi Bent! It’s a great pleasure to have the chance to interview you (as a longtime fan) but let’s get to the point; It’s been just over six months since the release of “All is one” (last act of “the Gullvåg Trilogy”) can we consider this new album as a new chapter in its own right? It seems to me that’s a return to a more direct form of heavy rock…
Hi! To us this is a different thing than the Gullvåg Triology, for sure. Even if much of it was recorded at the same time as “The All Is One,” this stuff had such a fundamentally different vibe that we needed to seperate it from the Triology. Much of it is pretty much straight up heavy rock, indeed, albeit with a few tweaks and weird bits thrown in, so it feels much weirder and psychedelic than most modern heavy rock. Heavy psych is probably the most obvious label, if that is your thing. If it’s the beginning of a new cycle or a one off we don’t know yet. Time will tell!

Among the new songs I found some references to the “grungedelic” past – for example “The Transmutation of Cosmoctopus Lurker” – to records as “Timothy’s Monster”, is it a sort of “hard” reaction to this forced period of isolation?
Not really – the basic tracks were recorded before the pandemic, so only some of the lyrics reflect the plague, and only some of the music. I think our initial reaction to it was to go quiet and inwards, so if any of it reflects the plague, it’d be the folky, inwards looking stuff. Lately though, we have felt the need to get some adrenalin going, so it’s great that this album has some testosterone on it – it’ll be great live!

I always imagined that your “writing process” was also the result of long jams (especially on some records of the past) but at this point in your career what has changed in the creative phase?
We have no set way of doing things, so some stuff comes from improvs, but other stuff is worked on a piano or an acoustic – and everything inbetween! I think that what has changd most is our ability to not be too analytical and self-critical too early in the process: we finish the thought and the idea before we either use it or chuck it away, and these days every musical idea is valid untill we’ve worked at it. It is the best way to avoid writers block, and it also keeps the Muses in a good mood!

In your discography you have explored almost all the various styles around rock and roll, but is there anything you have not yet approached?
There isn’t much reggae or ska in our catalog yet… and even if we like some of that too, I think the chance there ever being of a roots reggae MP-album is pretty slim. Unless, of course we go to Jamaica and stay there for a few months and get it properly. But don’t put money on it!

Did having often changed the drummer in some way favored a certain compositional freshness in the different phases of your career? I’m thinking for example of a band like the Melvins – now a kind of open collective with two founding members and always different collaborations…
Well, ‘often’ isn’t quite the right term, is it? Geb lasted for 14 years, Kenneth for 9… but I see what you mean and , of course, a new member is always going to colour the music – that is why they are there! People are different and like doing different things, and have different processes, so every drummer (and keyboardist or whatever) has changed the band’s process. I keeps it interesting for us, and fresh for everyone, so it’s mostly a positive thing. If Tomas leaves, I dunno what we’d do, but maybe that Melvins approach is the way to go in that case? We’ll see what happens!


You are among the few artists who still believe in the power of “Albums”, how do you relate to contemporary music where everything is quickly consumed and then moved on to something else?
I find it less engaging and get less out of it, I’m sorry to say. Since I need some kind of context to relate to stuff, a lot of new music just bores me. It might be me getting old of course, but I do find that something is missing when it’s all so formated, quick and superficial. But I guess our role always was to be the provider of the alternative, ever since the beginning, so we’re fine with it: let them do that, and we’ll do our thing for the audience that likes our kind of thing. That way everybody wins!

What are you listening to in this period? Is there any artist or new band that has caught your attention? Are there any new “Motorpsychos” out there?
I have a 15 year old son that is heavily into music, so I hear a lot of new stuff from him, but my own discoveries are via friends and colleagues: Spanish metal duo Bala i like, I like most of what both Stickman and Rune Grammofon release(the two labels that distribute the works of Motorpsycho ed.), I just got into Budos band, love the new Pearl Charles record, and obviously check out what friends do: the new Elephant9 record fx, is amazing! I dunno, is it possible to be a ‘new motorpsycho’ these days? since mainstream culture has changed so much and there is less focus on artists and more on quickly consumed product, are we the last rock band? I sincerely hope not, but am glad we got in under the wire while this was still a possibility!

When you started you were very young, would you ever have thought about continuing for so long?
I don’t think we thought about it! I think i knew we’d never be a big hit machine, since our interests and talents lie elsewhere, and that building a catalog and a fan base the punk rock way would suit us the best, but that we’d have a ’30 years plus’ – run would have been unimaginable!

We are used to seeing you every year (before the world pandemic) in Italy with many concerts, but is there any place you are particularly attached to? Will we ever see you in Puglia?
We miss not getting to come to Italy – we really do! Of course places like Bloom in Mezzago and the much missed Velvet in Rimini we played so much that they are almost like homes away from home by now, so we miss them the most. But we’ll play wherever they send us, and would love to play in Puglia if a decent promotor and a great venue wanted us to come!

That’s all thanks!
Thank you! See you on the other side!

OJM – Per sempre rock’n’roll

Gli OJM sono stati una delle prime realtà italiane dedite allo stoner-rock, lavorando spesso a stretto contatto con gente come Brant Bjork (Kyuss) e Dave Catching (Desert Sessions, QOTSA). A dieci anni dall’ultimo album in studio “Volcano” la band trevigiana – mai ufficialmente sciolta – ha da poco pubblicato “Live At Rocket Club” (Go Down Records / All Noir) che fotografa il quartetto in uno dei momenti più intensi della propria vita artistica. Ne abbiamo parlato con Max e Andrea, rispettivamente batteria e chitarra nella band.

Ciao ragazzi e benvenuti su Il Raglio del Mulo, è un piacere riascoltare un disco degli OJM a dieci anni dall’ultimo lavoro in studio, come mai è passato così tanto tempo dall’ultima release?
Andrea: E’ un piacere per noi! Negli ultimi anni, dopo “Volcano” e il relativo tour, abbiamo ristampato “Heavy” (nostro secondo lavoro in studio) intraprendendo un tour con la formazione originale dell’epoca, al quale è poi seguito un tour per festeggiare l’anniversario e qualche reunion per particolari occasioni, come è stato nel 2015 quando abbiamo suonato con gli Eagles of Death Metal. Per il resto ci siamo dedicati ai nostri relativi side-project, Max e Ale con Ananda Mida, Pozzy con i suoi The Sade. Non siamo mai stati fermi insomma, però non abbiamo più composto materiale per un eventuale disco, fino a quando non ci è tornato tra le mani un vecchio live che abbiamo rimasterizzato per estrarne questo nuovo vinile.

Siete stati tra i primi mover della scena stoner rock italica, poi gradualmente vi siete spostati su un garage rock meno aggressivo se vogliamo, com’è cambiata la scena anche a livello internazionale secondo voi?
Max: Di sicuro ultimamente c’è stato un ritorno di quei generi che, se mi concedi, noi ascoltavamo già a fine anni 90, e con i quali poi siamo partiti. Al tempo si era però “pecore nere” che proponevano un sound che traeva ispirazione dallo stoner, doom, psichedelia. Generi che ora sono molto più in voga di allora. C’è stato un revival di molte band al tempo di nicchia ed una ricerca da parte del pubblico e dei musicisti atta ad esplorare determinati generi. Per noi non è cambiato nulla, quello che ascoltavamo allora lo rivediamo in molte band oggi, ed alcuni comunque ripropongono un certo sound in maniera egregia!

In questo periodo di mancanza dei live voi uscite con questo disco live del 2011, nostalgia o state serrando i ranghi per un ritorno in grande stile a fine pandemia?
Andrea: Un live ci sta tutto in questo periodo di stop forzato, c’è bisogno di ascoltare almeno su disco un po’ di sano groove da palco! Il lato positivo è che molto pubblico ha più tempo da dedicare all’ascolto, e questa è una buona cosa. Ci sembrava il momento giusto per uscire con un disco live. Per il momento non ci sono idee in cantiere ma tutto può succedere, di sicuro se ne avremo la possibilità torneremo on stage per qualche live e qualche speciale occasione! La voglia di suonare e di ritrovarci c’è sempre, soprattutto in questo momento di pausa forzata.

Avete sempre lavorato con grandi personaggi – da Paul Chain a Brant Bjork a Dave Catching per non parlare di Michael Davis degli MC5 – cosa vi hanno lasciato del loro bagaglio di esperienze queste persone che in un certo senso hanno un po’ inventato un certo modo di fare musica?
Andrea: I ricordi più belli, oltre alle scorribande in tour, sono legate a questi personaggi, sia a livello artistico ma soprattutto umano. Avere la possibilità di confrontarsi e condividere il palco con questi artisti è stato entusiasmante: dalla genialità di Paul, all’umanità di Brant Bjork (per noi come un fratello), alla professionalità di Dave Catching, ma soprattutto all’affetto e alla “storia” scritta da Mike Davis (RIP). Tocchi con mano la persona, conosci e trai ispirazione dall’artista, condividi e impari. Sono cose che ti lasciano un bagaglio artistico non indifferente, e tanti bei ricordi.

In dieci anni le cose sono cambiate tantissimo, dalla promozione al modo di porsi degli ascoltatori, cosa deve fare oggi una band che nasce oggi per farsi ascoltare e venire fuori dal marasma attuale?
Max: Noi ci siamo sempre limitati ad essere noi stessi, a seguire la nostra linea senza badare alle mode del momento. Ovviamente al di la del lato artistico il marketing promozionale è cambiato molto, i live restano importanti ma oggi si viaggia sui social, bisogna saper adottare strategie di conquista anche online ma la chiave resta essere artisti e aver qualcosa da dire e trasmettere attraverso la musica, prima o poi la musica giusta si farà sentire… la musica non si può ridurre solamente a marketing e immagine, c’è sempre bisogno di un valore aggiunto o di qualcosa da esprimere. Poi sì, c’è molta confusione, il pubblico è bersagliato da mille messaggi, la gente tende a sentire e non ad ascoltare, ma noi confidiamo in quel pubblico (molte volte di nicchia) che sa ascoltare ed è appassionato.

Vi siete sempre mossi parallelamente alla Go Down Records, una tra le prime etichette a credere nel rock’n’roll più vintage e autentico, in questo periodo si parla spesso dei club e dei musicisti ma le etichette indipendenti come se la passano durante la pandemia?
Andrea: Come detto da un lato il pubblico si sta prendendo più tempo per ascoltare, comprare dischi e c’è più tempo da dedicare alla musica, molti stanno soffrendo della mancanza dei live, per tanti principale fonte di svago. Anche noi come etichetta siamo purtroppo fermi con eventi e live, le nostre band non possono girare, stiamo investendo sulla promozione via web cercando di far uscire più musica possibile, senza mai fermarci, la crisi inevitabilmente c’è, ma noi facciamo parte della vecchia scuola, lavoriamo con passione e ci mettiamo il cuore, supereremo anche questa situazione.

Cosa state ascoltando ultimamente? Max: Ultimamente stiamo ascoltando molta musica psichedelica.

Lascio a voi le conclusioni e spero di ascoltarvi dal vivo il prima possibile!
Max: Sicuramente finita questa emergenza sanitaria faremo dei concerti per presentare questo ultimo disco dal vivo. Magari dopo ci verrà ispirazione di fare un nuovo disco. Per sempre rock’n’roll

Vesta – 2020: Odissea nel suono

Ai più attenti perlustratori dell’underground italico non sarà sfuggito il nuovo album dei Vesta, “Odissey” (Argonauta Records \ Metaversus Pr), uscito lo scorso ottobre. Un mare di note in cui ci è dolce naufragar come dei novelli Odisseo…

Benvenuti ragazzi, da qualche mese è fuori il vostro nuovo album, il secondo, “Odissey”: come è stato accolto?
Nonostante il periodo purtroppo ci vincoli “solamente” a riscontri online e non riscontri che puoi ricevere dopo un live, una presentazione o che, dobbiamo ritenerci molto soddisfatti. Stiamo ricevendo molte recensioni e giudizi positivi, i nostri uffici stampa (Metaversus e Allnoir) stanno lavorando molto bene ed i risultati si vedono.

Ancora una volta avete lasciato spazio alle note, scegliendo di non includere parti cantate, a cosa si deve questa scelta così radicale?
Tutto è iniziato così, e per adesso ci va bene, da qualche mese è salito a bordo Giulio e siamo in costante evoluzione. Sono i suoni e le atmosfere che proviamo a creare che trasportano il nostro messaggio, il nostro pensiero e stato d’animo. Per adesso proviamo ad andare avanti con questa scelta, in futuro vedremo… siamo soliti sperimentare sempre nuove soluzioni, fino ad oggi è stato così, un domani chissà.

Si dice che che la mancanza di un senso porti al potenziamento degli altri, credete che accada qualcosa di simile nella musica, magari la mancanza di parti vocali guida l’ascoltatore verso una maggiore attenzione verso i suoni, andandone poi a stimolare la fantasia, creando immagini mentali?
Può darsi, ma potrebbe essere anche il contrario, ovvero che senza la voce l’ascoltatore si stanchi subito! Scherzi a parte, tutto sta all’ascoltatore, tutto è soggettivo. Indubbiamente per questo tipo di musica ci vuole molta attenzione e calma. Ovviamente tutti ascoltiamo musica con parti vocali che riescono ad elevare maggiormente tutta la componente strumentale di un brano, ma alla base rimarrà sempre cosa un brano riesce a suscitare in te: un’emozione.

Come è nato il disco? In che modo lavorate, stando chiusi in studio o passandovi le singole parti tramite internet?
Il disco è nato conseguentemente all’altro. Ovvero dopo un anno di promozione e live del primo, abbiamo iniziato a buttar giù riff e bozze in studio, tutto rigorosamente live (potevamo ancora farlo!!!). Poi le idee iniziano a prender forma, ci registriamo in maniera molto semplice e ci ri-ascoltiamo finché alla fine un pezzo non risulta completo. Questo ha impiegato un po’ di tempo – purtroppo quest’ultimo ci manca – ma alla fine siamo soddisfatti.

Buona parte del disco suona più incazzato e oscuro rispetto alle canzoni dell’esordio, scelta conscia o inconscia?
Probabilmente conscia, vista la scelta di alcuni strumenti da parte di Giacomo, chitarra. Ovviamente poi tutto è influenzato dal momento che vivi, da quello che ascolti e di conseguenza vai dietro a ciò che ti senti dentro, istintivamente, e questo è stato il risultato.

Tra i brani più duri c’è “Elohim”, da cui è stato tratto anche un video, vi andrebbe di parlarne?
“Elohim” è un pezzo scritto verso la fine, è abbastanza giovane! Anche li dopo vari tentativi, abbiamo trovato la giusta quadra. Poi in fase di mixaggio, eravamo subito tutti d’accordo che doveva essere il nostro primo singolo. Sia per intensità che per suond, che per natura stessa del pezzo, era quello che racchiudeva al meglio lo spirito dell’album.

Qual è il vostro rapporto con le religioni o, più genericamente, con il divino?
Bella domanda… Possiamo dire che ci troviamo d’accordo tutti e tre se diciamo che in questo universo non possiamo essere soli, sarebbe troppo egoistico o più cinicamente uno spreco di spazio. Poi cosa ci sia, sotto quale forma, ognuno avrà, come giusto che sia, la sua idea. Magari siamo più convinti e più sereni pensando a qualcosa di materiale, di concreto, che un qualcosa di spirituale… ad ognuno la propria scelta.

Avete affidato la co-produzione a Alessandro “Ovi” Sportelli, mentre il mastering è stato commissionato a James Plotkin (Isis, Cave In, Sumac), quanto hanno influito questi due personaggi sul suono finale? Hanno raggiunto il risultato che vi aspettavate quando li avete scelti?
Con Ovi ormai c’è molta confidenza, essendo questo il secondo lavoro che facciamo con lui per questo progetto ed avendo collaborato in altre situazioni in passato. Quindi avendo feeling ed un buon rapporto riesci a collaborare e ad influenzarti positivamente, reciprocamente in maniera molto facile e costruttiva. Ovviamente il suono e alcuni dettagli sono opera anche del nostro amico Ovi. Per quanto riguarda Plotkin, secondo lavoro anche con lui, andiamo sul sicuro. Molto professionale, riesce a soddisfare le nostre richieste, andando a capire quello che cerchiamo, ovviamente grazie anche ai suoi trascorsi.

Inutile negare che il successo dei Mokadelic ha permesso al post-rock italiano di emergere, credete che una band come la vostra, con suoni molto più duri, possa comunque sfruttare l’onda lunga creata dagli autori della colonna sonora di Gomorra?
Può essere. Sicuramente il loro lavoro, essendo un lavoro ben fatto, fa bene a tutta la musica di “nicchia” italiana, ce n’è tanta e veramente buona. Facendo parte bene o male del solito genere, magari è una carta che gioca a nostro favore, sempre aperti a nuove sperimentazioni.

Piacerebbe anche a voi un domani scrivere una colonna sonora?
Perché no? Ci abbiamo pensato svariate volte. Fantascienza, documentari, ne saremmo onorati e ci farebbe molto piacere e molto bene partecipare ad un progetto del genere.

In attesa della ripresa dei concerti, vi andrebbe di stilare la vostra playlist per superare indenni il nuovo lockdown, a quanto pare, ormai prossimo?
Ci proviamo:
1. Pink Floyd – The Dark side of the Moon
2. Tool – Lateralus
3. Motorpsycho – The Tower
4. Tortoise – It’s all around you
5. Cave In – White Silence
6. Led Zeppelin – Led Zeppelin
7. Elder – Omens
8. Sumac – The Deal
9. Isis – Oceanic
10. Chelsea Wolfe – Hiss Spun
11. Russian Circles – Memorial
12. Melvins – Stag
13. Torche – Restarter
14. Yawning Man – Historical Graffiti
15. Refused – The Shape of Punk to come

Skelethal – Unveiling the threshold

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

I giovanissimi francesi Skelethal stanno facendo passi da gigante: dopo un buon esordio, tornano quest’anno con un secondo album, “Unveiling the Threshold” (Hells Headbangers Records \ All Noir), decisamente più convincente! Anche se dediti a un old school death metal, siamo certi che il futuro del genere da noi tanto amato è nelle loro mani.

Benvenuto, Gui! Il tuo debutto, “Of the Depths …”, è stato un grande album, ma il nuovo è molto meglio. Suoni migliori e songwriting più convincente, sei d’accordo?
Ciao! Grazie per il tuo ottimo feedback! Ovviamente sono d’accordo con te per molte ragioni e hai detto le due principali. Siamo tutti molto entusiasti di questo nuovo album. Il nuovo materiale è decisamente più conciso, molto più violento e più personale. La maggior parte delle canzoni sono in-your-face e Greg Wilkinson degli studi Earhammer ci ha garantito il miglior suono che abbiamo mai avuto. La presenza di nuovi membri ha portato nuove idee e la musicalità e le influenze di ogni componente sono state prese in considerazione per la scrittura delle canzoni. È di gran lunga la migliore uscita degli Skelethal.

“Unveiling the Threshold” è decisamente un ritorno alle radici del death metal svedese, perché hai scelto questo sound old school?
Fin dall’inizio della band, il death metal svedese è sempre stato la nostra principale influenza, abbiamo sempre amato il suono e la musica dei pionieri e ci sentiamo a nostro agio seguendo questo percorso. È affascinante vedere come le vecchie band svedesi abbiano creato uno stile proprio all’interno del genere death metal. Erano molto giovani ma allo stesso tempo molto maturi nella scrittura delle canzoni. Non proviamo a riprodurlo esattamente, ma ci piace che le persone identifichino chiaramente questa grande influenza.

Come ti ha aiutato a lavorare con Greg Wilkinson per raggiungere i tuoi obiettivi?
Ci terrei a dire che per il primo album “Of the Depths…” abbiamo fatto tutto noi: registrazione, missaggio, masterizzazione, e questo è stato un grosso errore. Non volevo assolutamente ottenere di nuovo lo stesso suono, quindi abbiamo deciso di registrare le tracce da soli e affidare mix e master a un professionista. Abbiamo lavorato duramente sulla registrazione di ogni strumento per avere subito il suono che volevamo e per inviare buone tracce a Greg. Abbiamo dedicato molto tempo a tutte le impostazioni, al posizionamento dei microfoni e abbiamo cercato di essere il più fedeli possibile nel nostro modo di suonare. Tutto su questo album è naturale, non c’è trigger, tutto è stato registrato alla vecchia maniera con i microfoni. Il nostro obiettivo era quello di avere un suono potente ma sporco, un qualcosa che possiamo riprodurre sul palco con la nostra attrezzatura. Siamo contenti del risultato, poiché Greg ha ottenuto un’ottima resa senza alterare il nostro suono.

C’è qualcosa di nuovo nel vostro suond? Qualcosa di Skelethal al 100%?
Molte cose sono cambiate per questo album. Sin dall’inizio, essere un quartetto ha cambiato molte cose. Tutti i membri hanno portato idee per migliorare il risultato. Personalmente, ho variato il mio modo di scrivere le canzoni per adeguarlo allo stile e alle abilità di batteria di Lorenzo, che sono fantastiche. Penso davvero che le nuove canzoni siano più forti rispetto a quelle dell’album precedente, molto più schiette e aggressive, anche scritte e suonate meglio. Mescolando più influenze penso anche che questo nuovo album sia più personale dei nostri dischi precedenti.

Potresti presentare i nuovi membri?
Lucas alla chitarra, suona anche nei Mortal Sceptre (thrash); Julien al basso, suona anche nei Projects for Bastards (grind); Lorenzo alla batteria, suona anche negli Schizophrenia (thrash) e Bütcher (speed).

I nuovi membri sono stati coinvolti nella scrittura delle canzoni?
Lucas ha scritto i riff di chitarra per una canzone nella sua interezza (“Adorned with the Black Vertebra”) e collaborato per un’altra (“Repulsive Recollections”). Ho indicato le loro parti a Julien e Lorenzo, ma erano liberi di cambiarle per adattarla al loro modo di suonare. Le idee di ogni membro sono state prese in considerazione per migliorare le canzoni.

Quale soglia vorresti svelare con questo album?
Questa “soglia” può essere vista sulla fantastica copertina che Eliran Kantor ha dipinto per noi. Si riferisce a un portale che si apre su un’altra dimensione. Tu solo hai l’opportunità di scegliere se attraversarla o aspettare per vedere cosa ne esce. I testi degli Skelethal sono fortemente influenzati dall’universo di Lovecraft e anche da molti altri scrittori di fantascienza / horror. Per l’artwork dell’album abbiamo chiesto a Eliran di dipingere un paesaggio tormentato con monumenti monolitici che emergono da un mare in ebollizione e un portale che si apre nel cielo. I testi degli Skelethal non riguardano solo la morte o cose cruente, ci piace parlare di forze sconosciute, dimensioni lontane, viaggi cosmici. La cosa più interessante della morte è ciò che viene dopo!

I primi due singoli dell’album sono “Sidereal Lifespan” e “Repulsive Recollections”, perché hai scelto queste canzoni?
“Sidereal Lifespan” è la prima canzone dell’album e, secondo me, una grande apertura. Facile da ricordare con una struttura di canzone classica. Abbiamo pensato che potesse essere una buona canzone per presentare l’album. Abbiamo scelto “Repulsive Recollections” per la clip perché è una canzone che abbiamo già suonato molte volte sul palco, quindi ci sentivamo a nostro agio.

È un grande momento per la scena metal francese, ci sono grandi band. In che modo il successo di Gojira, Alcest, Gorod, Deathspell Omega, Blut Aus Nord e Swart Crown aiuta il movimento underground del tuo paese?
Non mi piacciono molto queste band e non so se abbiano davvero aiutato il movimento underground in Francia dato che sono band piuttosto grandi, non proprio underground ai miei occhi.

The young French death metal band Skelethal are making great strides: after a good debut, they are back this year with a second album, “Unveiling the Threshold” (Hells Headbangers Records \ All Noir), much better! Despite they are dedicated to an old school death metal, we are sure that the future of the genre we love so much is in their young hands.

Welcome, Gui! Your debut, “Of the Depths…”, was a great album, but the new one is better. Better sounds and better songwriting, are you agree?
Hello! Thanks for your great feedback! I of course agree for a lot of reason and you told the two main. We are all very thrilled with this new album. New material is definitely tighter, much more violent and more personal. Most of the songs are in-your-face and Greg Wilkinson from Earhammer studios also gave us the best sound we ever had. Having new members brought new ideas and the musicianship and influences of every member were taken into account for the song writing. It’s Skelethal’s best release by far.

“Unveiling the Threshold” is definitely back to the roots of Swedish death metal, why did you choose this old school sound?
Since the beginning of the band, Swedish death Metal has always been ou main influence, we’ve always loved the sound and the music of the pionners and we feel confortable following this path.
It’s fascinating to see how old bands from Sweden created a proper style inside the death metal genre. They were really young but in the same time really mature in the songwriting. We don’t try to reproduce it exactly but like to people identify clearly this big influence.

How did help you to work with Greg Wilkinson to reach your goals?
At first it’s important to mention that for the first album “Of the Depths…” we did the whole recording, mixing, mastering by ourselves and that was a big mistake. I absolutely didn’t want to get the same sound so we decided to only record the tracks ourselves and get a mix/master from a professional. We worked hard on the recording of each instrument to have the sound we wanted straight away and to send good tracks to Greg to avoid him any struggles. We spent a lot of time on all the settings, on the microphones placement and tried to be as tight as possible in our playing. Everything on this album is natural there is no trigger, everything was recorded the old way with microphones. Our aim was to have a powerful yet filthy sound and a something we can reach on stage with our gear. We are glad with the result, since Greg had a great result without altering our sound.

Is there something new in your sounds? Something 100% Skelethal?
A lot of things changed for this album. At first being a quartet changed a lot of thing. All the members brought ideas to improve the result. I personally adapted my way of writing the songs order to fit with Lorenzo’s drumming style and skills which are awesome. I really think that the new songs are stronger than on the previous album, much more in-your-face and aggressive, also better written and played. By mixing more influences I also think that this new album is more personal than our previous records.

Could you introduce the new members?
Lucas on guitar, he also plays in Mortal Scepter (thrash); Julien at the bass he also plays in Projects for Bastards (grind); Lorenzo on the drums, he aslo plays in Schizophrenia (thrash) and Bütcher (speed)


Were the new members involved in the songwriting?
Lucas wrote the guitar riffs for one song in its entirety (“Adorned with the Black Vertebra”) and we collaborate for an other (“Repulsive Recollections”). I gave their parts to Julien and Lorenzo but they were free to change it to make it fit with their playing. Every muscisian’s ideas were taken into account to improve the songs.

Which threshold would you like to unveiled with this album?
This ‘threshold’ can be seen on the fantastic cover art Eliran Kantor painted for us. It refers to a portal opening to an other dimension. Only yourself has the choice to cross it or to wait and see what comes from it. Skelethal lyrics are strongly tainted with Lovecraft universe and also many other sci-fi / horror writers. For this album artwork we asked Eliran to paint a tormented landscape with monolithic monuments emerging from the boiling sea and a portal opening in the sky. Skelethal lyrics are not only about death or gory things, we like to speak about unknown forces, foreign dimensions, cosmic voyages. The most interesting thing in death is what comes after ?

The first two single from the album are “Sidereal Lifespan” and “Repulsive Recollections”, why did you chose these songs?
“Sidereal Lifespan” is the first song of the album and a great opener in my opinion. Easy to remember with a classic song structure. We though it could be a good song to present the album.
We choose “Repulsive Recollections” for the clip because it’s a song we’ve already played many times on stage, so we were comfortable with playing it.

Is a great moment for French metal scene, there are great bands. How does the success of Gojira, Alcest, Gorod, Deathspell Omega, Blut Aus Nord and Swart Crown help the underground movement of your country?
I’m not really into this bands and don’t know if they really helped the underground movement in France since they are quite big bands, not really underground in my eyes.

Shores of Null – Al di là della riva

C’era molta attesa intorno al nuovo disco degli Shores of Null: oltre al valore dei lavori precedenti, ad ad aumentare la curiosità è stata la scelta della band di concentrarsi su un’unica lunga traccia ben 38 minuti. Scelta coraggiosa, ma ora che “Beyond the Shores (On Death and Dying)” (Spikerot Records \ Metaversus PR \ All Noir) è qui possiamo tranquillamente affermare che non si è trattata di una mossa azzardata, nonostante le difficoltà dell’impresa. A guidarci oltre la riva, ci hanno pensato Raffaele e Davide, rispettivamente chitarra e voce.

Benvenuti ragazzi, e complimenti per il nuovo album. Al terzo giro, con “Beyond the Shores (On Death and Dying)”, vi giocate una carta molto ambiziosa: un’unica traccia di di 38 minuti circa. L’idea è venuta fuori lavorandoci oppure avevate già deciso di muovervi in questa direzione prima di iniziare a scrivere il nuovo disco?
Raffaele: Un saluto a tutti i lettori e grazie mille per i complimenti. La composizione di questo brano/album è avvenuta in un modo totalmente naturale. Volevamo lavorare a qualcosa di differente rispetto ai precedenti lavori, e quando io e Gabriele abbiamo iniziato a comporre i primi riff abbiamo capito subito che non sarebbe stato un brano breve. Ad ogni nuovo riff che si aggiungeva, ne veniva naturalmente un altro e arrivati ad un certo punto il problema era cercare di farlo rientrare nella durata accettabile per un vinile. La composizione strumentale è avvenuta in circa un mese e mezzo e questo ci ha dato modo di renderlo unico con una propria identità, tale da non riuscire a spezzarlo, anche se ovviamente non è mai stato nelle nostre intenzioni. 

Parlo di mossa coraggiosa perché andate controcorrente, ormai l’industria discografica è tornata alle suoe origini, quindi al singolo. Un unico brano così lungo è quasi anacronistico oggi e difficile da promuovere, almeno che non abbiate intenzione di proporre degli estratti come singoli, più facili da condividere. Come credete di muovervi per bilanciare esigenze artistiche e promozionali?
R: Siamo sempre stati consapevoli della sfida che ci aspettava e proprio il fatto che vada controcorrente ci da consapevolezza che la strada si fa leggermente più ripida. In effetti veniamo da un’esperienza in cui le case discografiche hanno il dovere di promuovere le band che hanno nel proprio roster, ma abbiamo sperimentato l’impossibilità di avere il controllo sulla promozione e sulle decisioni connesse. Proprio per questo motivo abbiamo deciso di collaborare con Spikerot Records, un’etichetta giovane ma in crescita. Davide è uno dei fondatori di Spikerot Records e anche grazie a questo riusciamo ad avere il totale controllo dei social e delle attività di promozione necessarie. In effetti, come hai osservato, servono degli estratti in casi come il nostro. Su Spotify potrai già trovarne tre. Beyond The Shores (On Death And Dying) uscirà il 27 novembre, ma si può già ascoltare una buona parte del brano.

Il disco è corpuscolare ed avvolgente sin dalla candida copertina, ricco di sfumature e cambi di umore: come muta la fase di songwriting quando si ha a che fare con una traccia così lunga? Non si corre il rischio di perdere, a un certo punto, il bandolo della matassa?
Davide: Mi fa piacere che tu abbia citato la copertina, l’artista dietro a questa e alle altre immagini che compongono artwork nel complesso è Sabrina Caramanico, talentuosa fotografa abruzzese con cui sognavo di collaborare da tempo. Conoscevo molto bene i suoi lavori ed era solo questione di tempo prima che le chiedessi di lavorare insieme. Per “Beyond The Shores” desideravo qualcosa di più organico, materico, in linea con la tematica del disco e con una proposta così differente rispetto al solito. A partire dal colore dominante, il bianco, volevamo apertamente mettere a nudo questo approccio differente. Sulla fase di songwriting credo possa raccontarti meglio Raffaele, dal mio canto posso dirti che lavorare sull’aspetto vocale e lirico è stata un’esperienza meravigliosa, quasi catartica, sebbene per niente semplice. Il rischio di perdere il bandolo della matassa come dici tu, nel caso di composizioni così lunghe ovviamente c’è, ma nel nostro caso in realtà c’è stata molta più libertà del solito in fase compositiva, ci siamo lasciati trasportare dal flusso e la cosa bella è che, man mano che andavamo avanti con la stesura, la parte strumentale e le tematiche che volevamo raccontare finivano per influenzarsi a vicenda. A livello vocale sono molto soddisfatto, probabilmente il lavoro migliore mai fatto finora.

Al di là della fase di scrittura vera e propria, mi incuriosisce anche la parte relativa alla registrazione del brano: come vi siete mossi, avete diviso la canzone in singole parti su cui avete lavorato man mano oppure lo avete registrato come  se fosse un’unica lunga traccia?
R: Come dicevo prima, il brano è stato creato in un modo del tutto naturale. Dentro di noi sapevamo che sarebbe stato un susseguirsi di riff, ognuno ispirato dal precedente e così è stato. La registrazione del primo demo è avvenuta in circa cinque o sei sessioni. Ovviamente c’è stato una fase di riarrangiamento ma in linea di massima per noi è stato quasi un lavoro di getto. È stato molto bello comporre questo disco. Non mi sono mai sentito così ispirato per cosi tanto tempo ravvicinato prima di questo lavoro.
D: In studio abbiamo registrato sia questo che il prossimo lavoro, avevamo tanto materiale che abbiamo preferito immortalare tutto in questo preciso periodo storico. Col senno di poi è stata una scelta saggia e quasi profetica. Abbiamo deciso di dare priorità a “Beyond The Shores (On Death And Dying)” perché è un disco che si sposa perfettamente con il 2020 e ciò che sta accadendo intorno a noi. Proprio oggi mi è apparso un ricordo di facebook, un post di un anno esatto fa che sanciva la fine delle registrazioni vocali al Kick Recording Studio. Per me non è stato affatto semplice registrare in pochi giorni questo più un altro disco, a livello vocale è stata un’impresa ardua ma decisamente speciale.

Ancora una volta vi siete affidati alle mani sapienti di Marco “Cinghio” Mastrobuono, cosa vi ha raccomandato prima di iniziare le singole sessioni?
R: Quando hai a mezz’ora da casa il produttore che ha realizzato gli altri dischi di cui siamo fieri la scelta non può che ricadere di nuovo su di lui. Cinghio, oltre che essere un amico, è una garanzia. Ormai si può dire che ci conosce talmente tanto bene che sa esattamente cosa aspettarsi da ognuno di noi. Ma anche noi conosciamo lui e sappiamo come arrivare pronti in studio. Ovviamente le raccomandazioni non mancano come ad esempio quelle di accordare la chitarra dopo ogni singola pausa o quella di fare attenzione al plettro e al suono stridulo che può fare se non stai attento all’inclinazione. Insomma registrare non è come suonare dal vivo e lui con la sua esperienza sente cose che l’orecchio umano non può percepire.

Per la realizzazione del disco, vi siete avvalsi del piano e del violino, a chi sono stati affidati questi strumenti?
R: Il piano è uno strumento che adoro. La mia compagna ne ha uno a mezza coda e ogni tanto mi piace metterci sopra le mani. Questo non fa di me un pianista ovviamente e anche se mi è piaciuto scrivere quella parte, era necessario farlo suonare ad un pianista vero. Paolo Campitelli si è prestato volentieri ed è stato un vero piacere veder suonare quelle parti dal vivo. Per il contrabasso e il violino abbiamo chiesto un supporto ad altri due amici: Fabio e Valentina Gabbianelli entrambi grandi professionisti e bravissimi musicisti.

Rimaniamo in tema di ospiti, come è stato lavorare con Mikko Kotamäki (Swallow The Sun) e Thomas A.G. Jensen (Saturnus)?
D: Ancora oggi rimango incredulo ripensando a ciò che siamo riusciti a fare, soprattutto perché abbiamo avuto la fortuna di invitare entrambi a Roma tra gennaio e febbraio 2020, poco prima che scoppiasse una pandemia. Abbiamo fortemente voluto che Mikko e Thomas condividessero con noi parte del processo creativo, ed è stato di fondamentale importanza invitarli a Roma, renderli parte integrante del disco e non dei semplici ospiti a distanza. Loro sono stati fisicamente negli stessi luoghi in cui “Beyond The Shores” ha preso forma, solo così il disco ha potuto raggiungere l’amalgama che volevamo e che potrete ascoltare a breve. Ovviamente anche tutto il contesto di birrette, pranzi e cene e stato d’aiuto. Seguo Saturnus e Swallow The Sun da circa 15 anni e reputo Thomas e Mikko tra i migliori growler in circolazione e non solo in ambito death/doom, Mikko ha poi anche uno splendido cantato pulito che potete ascoltare in uno dei ritornelli del disco, se così li possiamo chiamare.

Vi andrebbe di presentare gli ultimi ospiti che mancano ancora all’appello?
R: Questo disco doveva avere un’attitudine diversa rispetto ai precedenti e volevamo dare un effetto corale ad alcune parti. Ci piaceva l’idea di avere una voce femminile e il panorama romano ci offriva la bravissima Elisabetta Marchetti degli Inno. Una voce formidabile che ti fa venire la pelle d’oca. Non si poteva non approfittarne. Il risultato è stato un mix di voci pulite che ti stimolano l’apertura del dotto lacrimale. Ma non è l’unica donna ad aver dato il contributo. Martina L. McLean, oltre ad aver diretto la maggior parte di video che abbiamo prodotto con Sanda Movies, ha prestato il suo formidabile scream per una linea vocale che ti lascia a bocca aperta. Ogni volta che sento quella parte devo cantarla e finisce che mi faccio male alla gola. 

Avete una formazione sostanzialmente immutata, se non erro, dal vostro esordio: lavorare sempre con le stesse persone è un vantaggio (meccanismi ben oleati, grande intesa) oppure uno svantaggio (alla lunga il mancato ricambio di “teste”potrebbe portare a un ristagno di idee)?
R: Direi che la prima delle due ipotesi è quella vera. Può succedere che quando lavori sempre con le stesse persone finisci per non riuscire più a rinnovarti per via del possibile mancato ricambio. Il fatto è che ognuno di noi si confronta con mille altre persone, tra un disco e l’altro. Ognuno di noi affronta una propria evoluzione e quindi vive esperienze completamente diverse. Il fatto di lavorare con persone come Marco o Martina ad esempio è solo una garanzia di professionalità. Le idee per fortuna non mancano e il confronto è molto vario.

Quando sarà possibile, proporrete “Beyond the Shores (On Death and Dying)” per intero dal vivo?
R: Onestamente non vedo l’ora. Questo disco è un viaggio per me. Vorrei affrontarlo su un palco e vivere l’esperienza che può offrire in sede live. Spero vivamente che questo possa avvenire il più presto possibile.

Tulkas – L’uragano messicano

Da quel calderone incandescente che è la scena messicana sono spuntati fuori i thrasher Tulkas. Fautori di una piccola rivoluzione stilistica, i centroamericani si riprestano sulle scene con EP di transazione che porta la band dalle più canoniche sonorità ottantiane alle ultime derive del thrash. Abbiamo contattato il cantante Javier Trapero per discutere di “The Beginning Of The End”.

Benvenuto Javer su Il Raglio del Mulo, potresti presentare la tua band ai lettori italiani?
Ciao! Siamo Tulkas, una band messicana della New Wave of Thrash Metal, suoniamo dal 2010, abbiamo pubblicato due album e due EP finora. Abbiamo suonato nei più grandi festival del nostro paese (Hell & Heaven e Knotfest tra gli altri), fatto un paio di tour in tutto il Messico e lo abbiamo rappresentato alla Wacken Metal Battle al Wacken Open Air 2016.

Se non erro il vostro moniker, Tulkas, è ispirato al Silmarillion di Tolkien?
Sì, sono un grande fan del mondo di Tolkien. Tulkas è una delle creature più potenti e terribili ma allo stesso tempo amichevoli e divertenti in quell’universo, sembrava perfetto per l’atmosfera che stavamo cercando di mettere insieme per la nostra musica.

“The Beginning Of The End” è uscito ad agosto, perché avete preferito un EP piuttosto che un album completo?
Abbiamo lavorato al materiale per questo EP negli ultimi 6-8 mesi e ci siamo resi conto che le quattro canzoni che abbiamo inserito nell’EP avevano un’energia notevole e unica quando suonate insieme, quindi ne abbiamo discusso e deciso di concentrarci solo su quelle tracce. Ma non preoccuparti, stiamo già lavorando al prossimo full length.

Quindi “The Beginning Of The End” è nato quasi per caso, almeno in questa forma?
Volevamo qualcosa di nuovo, qualcosa di fresco… Nei nostri primi due album abbiamo reso il nostro thrash metal un po’ old school con enormi influenze Exodus, Sodom, Death Angel ecc. E per questo nuovo EP volevamo qualcosa di molto più tecnico e aggressivo dal punto di vista musicale e più veloce e con una voce più arrabbiata.

Avete scelto questo titolo prima dell’emergenza Covid 19?
Sì, abbiamo scelto il titolo un paio di mesi prima, ma alla fine ha funzionato perfettamente!

Potresti descrivere nel dettaglio i contenuti delle quattro nuove canzoni?
Tutte loro sono piene di rabbia… Questo EP cerca di riflettere ciò con cui abbiamo a che fare nell’odierna società. Anche prima di questa enorme pandemia stavamo soffrendo disastri naturali, enormi ingiustizie sociali in tutto il mondo, crimine, povertà, tra le altre cose… Volevamo rappresentare i nostri sentimenti come membri di questa società malvagia, la nostra rabbia e le nostre paure.

Perché proprio una cover della canzone dei Metallica, da “And Justice for All”, “Shortest Straw”?
I Metallica hanno sempre avuto un’enorme influenza su tutti noi e volevamo rendere un tributo a (almeno per noi) a uno dei più grandi album thrash metal della storia. E scegliendo “Shortest Straw” perché, anche se non è una delle canzoni più popolari dell’album, pensiamo che sia sicuramente un un inno thrash.

Sinceramente nel vostro attuale sound non sento l’influenza dei Metallica, quali band hanno ispirato in particolare questo disco?
Abbiamo molte influenze, ma per questo EP le più grandi potrebbero essere state Lazarus AD, Havok, Suicidal Angels e Lost Society.

In passato vi siete già esibiti fuori dal Messico, mi racconti qualcosa?
Sì! Nel 2016 abbiamo vinto la Wacken Metal Battle in Messico e quell’anno siamo andati al Wacken Open Air per suonare al festival. Oltre a questo, abbiamo suonato a Berlino e anche in America Centrale quando siamo stati ospiti speciali dei Nervosa a Città del Guatemala.

Immagino che il W:O:A: sia stata la vostra più grande esperienza dal vivo, no?
Il Wacken Open Air è stato senza dubbio enorme evento per noi, partecipare al più grande festival metal del mondo è stato semplicemente fantastico. Anche aprire lo spettacolo nel 2016 dei Lamb of God qui in Messico è stato meraviglioso.

In chiusura vorrei sapere qualcosa sul movimento metal in Messico e in particolare della scena estrema…
La scena metal estrema in Messico è piuttosto grande e piuttosto viva, ci sono molte grandi band che realizzano ottimo materiale e vanno in tour in diversi paesi. Negli ultimi due anni il metal Messicano è cresciuto non solo numericamente ma anche qualitativamente, speriamo che le luci dei riflettori inizino a brillare anche sul nostro piccolo paese.