L’Alba di Morrigan – Io sono Oro, Io sono Dio!

Nove anni non sono pochi, molte band dopo una pausa del genere, avrebbero lanciato la spugna. Hugo Ballisai ci ha raccontato come i suoi L’Alba di Morrigan, nonostante diverse vicissitudini, non hanno abbiano mai avuto dubbi, al momento giusto il secondo capitolo della saga sarebbe giunto. Ora che “I’m Gold, I’m God” (My Kingdom Music) è fuori, possiamo affermare l’attesa non è stata vana…

Benvenuto Hugo, cosa vi sorprende di più, essere di nuovo fuori dopo nove anni o aver dovuto aspettare nove anni per dare un erede a “The Essence Remains”?
Ciao a tutta la redazione da parte mia e da parte di tutti i membri de L’Alba di Morrigan. Nessuna delle due cose: sapevo che prima o poi avremmo concluso l’album. Abbiamo avuto diversi accadimenti che ci hanno obbligato per forza di cose a dilatare i tempi. Certo nessuno si aspettava così tanto tempo ma così è stato.

Quando vi siete messi a lavoro sui nuovi brani avevate in mente quanto fatto in precedenza o, data la lunga pausa, siete ripartiti da zero?
Questa è una domanda interessante. Ti potrei dire per esempio che “The Chant Of The Universe” ha dodici pre-produzioni differenti, e sino a qualche mese prima dell’uscita dell’album si intitolava “Koh Lipe”. Vale anche per tutti gli altri brani, ci sono tantissime versioni che abbiamo cestinato. Insomma non ci siamo accontentati e fino alla fine abbiamo cercato di ottenere da ogni singolo brano il meglio possibile in ogni suo minimo dettaglio.

Vi considerate ancora, se mai lo avete fatto, un band metal o l’etichetta vi sta stretta?
Io amo la musica metal la ascolto ad oggi e da quando sono bambino, ho avuto la fortuna di avere mio fratello Giampiero che sin da tenerissima età mi ha fatto ascoltare ottima musica. Ciò non toglie che talvolta soprattutto nello scorso album le nostre sonorità erano oggettivamente più “morbide” anche in questo album abbiamo portato un po’ di melodia nonostante la scelta di suoni più forti e un’interpretazione assai diversa rispetto alle linee vocali. Assolutamente non ci sta stretta come definizione, chi più chi meno nella nuova line-up siamo tutti ascoltatori assidui del genere, io in primis.

Mentre come è cambiata la scena musicale in questi nove anni?
Se intendi musica a 360° e in tutti i generi, ha seguito il trend degli ultimi anni. Si è impoverita ulteriormente di contenuti soprattutto per quello che riguarda gli aspetti musicali. Ascoltare la radio personalmente mi riesce impossibile c’è tantissima, troppa monnezza musicale confezionata e impacchettata ad hoc. I talent show personalmente li disapprovo completamente e il mondo musicale ha preso questa direzione. Se parliamo prettamente nel genere metal non mi metto ad elencare ma a mio parere sono usciti tantissimi capolavori per fortuna.

Riflettevo, il vostro primo disco è uscito nel 2012, il secondo nel 2021: praticamente una permutazione delle stesse cifre. Ha un qualcosa di incantato anche per voi, oppure sono io che mi sono lasciato suggestionare troppo dalla magia della vostra musica?
Certamente per il sottoscritto ha più che qualcosa di incantato se non fossi diventato padre di due bellissime bimbe (Blue e Isabel le mie piccole principesse) molto probabilmente sarebbe uscito qualche annetto prima (aahaahah), ringrazio di avere avuto questo regalo che mi ha completato come uomo ma che sicuramente non ha permesso di fare uscire come da programma evidentemente questo era il giusto percorso, quantomeno a me piace pensare così. Non credo al fato sono estremamente felice del percorso personale e musicale, talvolta una sana pausa può evolvere in positivo e penso sia questo il caso. Non vi è stata nessuna scelta premeditata sulla data di uscita, piuttosto abbiamo ulteriormente deciso di registrare nuovamente la maggior parte delle tracce dalla fine del 2020. Esiste un filo conduttore tra la prima uscita alle idi di marzo e “I’m Gold, I’m God”, in principio d’estate. Poi che siano nove anni di separazione e travaglio penso sia alquanto simbolico, d’altronde il numero nove ha il suo perché.

Rimaniamo in ambito magico, il titolo è ermetico e molto evocativo. Cosa significa realmente “I’m Gold, I’m God”?
L’album è avvolto da un filo conduttore, non è casuale la allusione all’oro per una serie di motivi correlati al Satya Yuga, inoltre Oro in italiano in inglese Gold, altra accezione per Horus che simbolicamente è correlato al metallo più prezioso a livello alchemico. E poi una visione introspettiva che riguarda tutte le forme esistenti nel multiverso della materia e dell’antimateria dello spazio tempo. È un elogio all’esistenza e al nulla. Sii Divino comportati come tale poiché questo sei, questo siamo semplicemente devi/dobbiamo ancora prenderne coscienza, elevati sii grato e sorridi. È un inno al tutto all’esistenza ai pianeti alle pietre al mondo astrale ed eterico per cui vale per tutto ciò che è attinente al mondo delle forme: Io sono Oro, Io sono Dio!

L’aver messo “I’m Lucifer” e “I Am Gold, I Am God” una dopo l’altra nella tracklist ha un valore simbolico?
La tracklist è pensata e voluta in questo modo, per cui non vi è casualità. Ma è un album di riflessione che prende diversi punti di vista, differenti spunti di teologia, fisica dei quanti, amore e odio, umano e divino, per cui non esiste casualità. Non è assolutamente un elogio a Lucifero. Tuttavia ho semplicemente provato a pensare: se io fossi Lucifero che opinione avrei dell’umanità e di cosa è stato riportato su di me dalle sacre scritture? Ne esce fuori una sorta di “outing”. Ed effettivamente seguendo la lirica si evincono abbastanza chiaramente i suoi/miei punti di vista rispetto agli accadimenti riportati dalle sacre scritture e i suoi sentimenti nei confronti dell’umanità, della sua Nemesi e di se stesso.

Il disco termina con “Morrigan’s Dawn”, canzone che riprende il vostro nome ma che può essere intesa, posta in quella posizione, come la volontà di sancire che il disco è finito ma che comunque ci troviamo all’alba, all’inizio, magari di una nuova fase della vostra carriera. Ennesima sega mentale mia oppure ci avete pensato anche voi?
È una ninna nanna molto melodica ma abbastanza malvagia e cupa alla prima interpretazione, in realtà porta un messaggio estremamente potente e positivo. Si riferisce “alla vita e alla morte” di un sogno di consapevolezza. Dove in uno sdoppiamento astrale, raggiungi la conoscenza assoluta più e più notti nel corso della tua vita per poi dissolvere il tutto al proprio risveglio, nel mondo della materia.

In passato, vi siete tolti delle belle soddisfazioni dal vivo. Alla luce della lenta ripresa del settore concertistico, quali sono le vostre aspettative? 
Ci siamo divertiti molto, abbiamo girato tanti posti in Italia e in Europa, abbiamo condiviso il palco
con tantissimi artisti alcuni dai nomi altisonanti e altri di nicchia e hanno tutti contribuito a farci
vivere delle esperienze uniche. Chi non ha voglia di salire su un palco e sentire i decibel, il calore delle persone? Penso (e spero di sbagliarmi) che le cose non saranno di rapida ripresa. Ma quando sarà possibile allora ci correremo sopra al palco, ci puoi scommettere!

Turangalila – Tra liquidi e spigoli

I pugliesi Turangalila, al loro esordio con “Cargo Cult” – uscito il 14 maggio per la Private Room Records / Doppio Clic Promotions – sono una delle realtà musicali più interessanti della nuova scena heavy-psych/post-rock tricolore. Sette tracce che meritano un ascolto approfondito per un sound che riporta a band come Godspeed You! Black Emperor, Neurosis, Flaming Lips. Un debutto decisamente di spessore ed una libertà compositiva che lascia presagire un futuro luminoso e intrigante.

Ciao ragazzi e benvenuti su Il Raglio Del Mulo, il vostro esordio è uscito in tempi relativamente brevi e con già diverse esperienze alle spalle, come siete arrivati ai sette brani che compongono “Cargo Cult”?
Ciao Paolo, ti ringraziamo di ospitarci su Il Raglio del Mulo per parlare del nostro disco d’esordio. Potrebbe sembrare prematuro pubblicare un disco d’esordio dopo due soli anni di attività, infatti i nostri progetti per il 2020 erano altri inizialmente. Nel momento in cui ci siamo visti costretti a rinunciare per un tempo indefinito all’attività live e alla composizione abbiamo deciso di dedicarci totalmente alla produzione del disco.

Leggo nella cartella stampa che avete sonorizzato una pietra miliare del cinema muto “Il Gabinetto del Dottor Caligari”, com’è stato cimentarsi – e la vostra musica si presta perfettamente a questo tipo di esperimenti – con il mondo delle sonorizzazioni che è diventato quasi un genere a sé stante?
Nell’estate del 2019 ci è stata data la possibilità di prendere parte assieme ad artisti dediti a questi esperimenti, come Caterina Palazzi/Zaleska, a una maratona di sonorizzazioni dal vivo di capolavori del cinema muto all’interno del Distorsioni Sonore Festival. Abbiamo colto l’occasione per affrontare il capolavoro espressionista per eccellenza. E’ stata un’esperienza che ci ha aiutato molto a dare varietà al metodo compositivo, a uscire dagli schemi e migliorarci ad esempio sull’organizzazione temporale di lunghi flussi sonori cangianti.

Le vostre composizioni alternano momenti strumentali ad altri quasi “sinfonici” se mi passate il termine, in che maniera coniugate queste differenti anime nella band?
Il processo di composizione e arrangiamento è molto fluido e naturale, raramente ben ragionato. Tutto il lavoro è comunitario e mette insieme naturalmente i gusti e le capacità musicali di ognuno di noi. Quando realizziamo musica cerchiamo innanzitutto di offrire un immaginario sonoro senza pregiudizi su un determinato stile e di sfruttare al massimo il potenziale espressivo della musica.


Vi ponete esattamente nel mezzo tra il post-rock/metal più ragionato e l’heavy psych che è un genere più groovy, siete consapevoli che spesso l’essere poco catalogabili – e quindi molto personali – può essere un’arma a doppio taglio?
Ne siamo consapevoli, ma la nostra ricerca si pone come obiettivi sfuggire il più possibile a una facile catalogazione e indagare la musica tutta come linguaggio universale della comunicazione astratta, pur partendo da un organico tipicamente “rock” cercando di trarre ispirazioni dalle più disparate esperienze musicali, dal post rock, al noise, al doom passando per la musica contemporanea, il math, il prog, senza porci il pregiudizio di chiuderci in un particolare genere.

I vostri titoli – il nome stesso della band in sanscrito – e le parti testuali sono ricche di citazioni
molto ricercate, chi di voi si occupa di questi aspetti?

Il nome è un tributo alla carica mistico-visionaria delle composizioni di Olivier Messiaen. Riguardo
l’immaginario e le citazioni presenti nel disco abbiamo costruito un concept attorno a un input dato
dal nostro batterista Giovanni, il quale ha anche realizzato le fotografie usate per il singolo di Tone
le Rec e il disco. Per chi non lo sapesse i cargo cult sono delle “religioni” spontanee, nate durante
la seconda guerra mondiale, tra gli aborigeni che abitavano alcune sperdute isolette nell’Oceano Pacifico. L’esercito americano, in quegli anni, occupava queste isolette per usarle come base logistica, e gli abitanti, che non avevano mai visto un aereo, né una nave mercantile (“cargo”), né tantomeno un uomo bianco, pensarono che quelle entità fossero delle divinità e cominciarono ad adorarli, anche perché questi “dei” davano loro ogni tanto provviste e indumenti, mentre nel frattempo violentavano l’ecosistema dei loro luoghi e massacravano altri popoli. La solita storia dell’occidente che prima ti bombarda e poi ti dà un cerotto. Questa storia dei cargo cult ci aveva colpito e ce l’avevamo in testa da molto. Poi, nella nostra analisi, e nei testi, in realtà partiamo da lì per poi analizzare tutte le altri fedi, o meglio: l’irrazionalità che è alla base, prerogativa necessaria per ogni fede. Credere è sempre, in qualche misura, non pensare e affidarsi all’ignoto. E questa non è necessariamente una cosa brutta o sbagliata. Anzi, evviva l’irrazionalità, evviva il lato illogico
di ognuno di noi. La genuinità infantile dell’atto involontario di credere in qualcosa è bellissima e
poetica. “Cargo Cult” parla di questo.

Che cosa state ascoltando in questo periodo, quali sono le vostre maggiori influenze?
Quest’anno abbiamo quasi tutti noi ascoltato e adorato le nuove uscite di progetti quali Black Country, New Road, Pom Poko, Big Brave, GY!BE, Black Midi e Parannoul.


Cosa offre Bari e la Puglia in genere ad una band come la vostra?
Purtroppo molto poco. Negli ultimi anni qualcosa è migliorato, ma ci sono tante realtà fondamentali per band come la nostra che sono sparite, o stanno sparendo. Per fortuna ci sono tante piccole nicchie sparse da scoprire, con le quali interagire e cercare di far rete.


Augurandoci di vedervi dal vivo il prima possibile, che progetti avete nell’immediato?
Al momento siamo felicissimi di tornare a suonare dal vivo il 12 Giugno a Bari con i nostri amici Zolfo. Ci auguriamo possa essere la prima di tante altre date per promuovere il nostro album e, magari, testare alcuni dei nuovi brani ai quali stiamo lavorando. C’è anche un video in preparazione al momento. Si tratta di un cortometraggio di 20 minuti costruito sulla suite finale del disco (“Cargo Cult”, “Cargo Cult Coda” e “Die Anderen”) che approfondisce l’immaginario del concept. Molto presto sarà pronto!

Vesta – 2020: Odissea nel suono

Ai più attenti perlustratori dell’underground italico non sarà sfuggito il nuovo album dei Vesta, “Odissey” (Argonauta Records \ Metaversus Pr), uscito lo scorso ottobre. Un mare di note in cui ci è dolce naufragar come dei novelli Odisseo…

Benvenuti ragazzi, da qualche mese è fuori il vostro nuovo album, il secondo, “Odissey”: come è stato accolto?
Nonostante il periodo purtroppo ci vincoli “solamente” a riscontri online e non riscontri che puoi ricevere dopo un live, una presentazione o che, dobbiamo ritenerci molto soddisfatti. Stiamo ricevendo molte recensioni e giudizi positivi, i nostri uffici stampa (Metaversus e Allnoir) stanno lavorando molto bene ed i risultati si vedono.

Ancora una volta avete lasciato spazio alle note, scegliendo di non includere parti cantate, a cosa si deve questa scelta così radicale?
Tutto è iniziato così, e per adesso ci va bene, da qualche mese è salito a bordo Giulio e siamo in costante evoluzione. Sono i suoni e le atmosfere che proviamo a creare che trasportano il nostro messaggio, il nostro pensiero e stato d’animo. Per adesso proviamo ad andare avanti con questa scelta, in futuro vedremo… siamo soliti sperimentare sempre nuove soluzioni, fino ad oggi è stato così, un domani chissà.

Si dice che che la mancanza di un senso porti al potenziamento degli altri, credete che accada qualcosa di simile nella musica, magari la mancanza di parti vocali guida l’ascoltatore verso una maggiore attenzione verso i suoni, andandone poi a stimolare la fantasia, creando immagini mentali?
Può darsi, ma potrebbe essere anche il contrario, ovvero che senza la voce l’ascoltatore si stanchi subito! Scherzi a parte, tutto sta all’ascoltatore, tutto è soggettivo. Indubbiamente per questo tipo di musica ci vuole molta attenzione e calma. Ovviamente tutti ascoltiamo musica con parti vocali che riescono ad elevare maggiormente tutta la componente strumentale di un brano, ma alla base rimarrà sempre cosa un brano riesce a suscitare in te: un’emozione.

Come è nato il disco? In che modo lavorate, stando chiusi in studio o passandovi le singole parti tramite internet?
Il disco è nato conseguentemente all’altro. Ovvero dopo un anno di promozione e live del primo, abbiamo iniziato a buttar giù riff e bozze in studio, tutto rigorosamente live (potevamo ancora farlo!!!). Poi le idee iniziano a prender forma, ci registriamo in maniera molto semplice e ci ri-ascoltiamo finché alla fine un pezzo non risulta completo. Questo ha impiegato un po’ di tempo – purtroppo quest’ultimo ci manca – ma alla fine siamo soddisfatti.

Buona parte del disco suona più incazzato e oscuro rispetto alle canzoni dell’esordio, scelta conscia o inconscia?
Probabilmente conscia, vista la scelta di alcuni strumenti da parte di Giacomo, chitarra. Ovviamente poi tutto è influenzato dal momento che vivi, da quello che ascolti e di conseguenza vai dietro a ciò che ti senti dentro, istintivamente, e questo è stato il risultato.

Tra i brani più duri c’è “Elohim”, da cui è stato tratto anche un video, vi andrebbe di parlarne?
“Elohim” è un pezzo scritto verso la fine, è abbastanza giovane! Anche li dopo vari tentativi, abbiamo trovato la giusta quadra. Poi in fase di mixaggio, eravamo subito tutti d’accordo che doveva essere il nostro primo singolo. Sia per intensità che per suond, che per natura stessa del pezzo, era quello che racchiudeva al meglio lo spirito dell’album.

Qual è il vostro rapporto con le religioni o, più genericamente, con il divino?
Bella domanda… Possiamo dire che ci troviamo d’accordo tutti e tre se diciamo che in questo universo non possiamo essere soli, sarebbe troppo egoistico o più cinicamente uno spreco di spazio. Poi cosa ci sia, sotto quale forma, ognuno avrà, come giusto che sia, la sua idea. Magari siamo più convinti e più sereni pensando a qualcosa di materiale, di concreto, che un qualcosa di spirituale… ad ognuno la propria scelta.

Avete affidato la co-produzione a Alessandro “Ovi” Sportelli, mentre il mastering è stato commissionato a James Plotkin (Isis, Cave In, Sumac), quanto hanno influito questi due personaggi sul suono finale? Hanno raggiunto il risultato che vi aspettavate quando li avete scelti?
Con Ovi ormai c’è molta confidenza, essendo questo il secondo lavoro che facciamo con lui per questo progetto ed avendo collaborato in altre situazioni in passato. Quindi avendo feeling ed un buon rapporto riesci a collaborare e ad influenzarti positivamente, reciprocamente in maniera molto facile e costruttiva. Ovviamente il suono e alcuni dettagli sono opera anche del nostro amico Ovi. Per quanto riguarda Plotkin, secondo lavoro anche con lui, andiamo sul sicuro. Molto professionale, riesce a soddisfare le nostre richieste, andando a capire quello che cerchiamo, ovviamente grazie anche ai suoi trascorsi.

Inutile negare che il successo dei Mokadelic ha permesso al post-rock italiano di emergere, credete che una band come la vostra, con suoni molto più duri, possa comunque sfruttare l’onda lunga creata dagli autori della colonna sonora di Gomorra?
Può essere. Sicuramente il loro lavoro, essendo un lavoro ben fatto, fa bene a tutta la musica di “nicchia” italiana, ce n’è tanta e veramente buona. Facendo parte bene o male del solito genere, magari è una carta che gioca a nostro favore, sempre aperti a nuove sperimentazioni.

Piacerebbe anche a voi un domani scrivere una colonna sonora?
Perché no? Ci abbiamo pensato svariate volte. Fantascienza, documentari, ne saremmo onorati e ci farebbe molto piacere e molto bene partecipare ad un progetto del genere.

In attesa della ripresa dei concerti, vi andrebbe di stilare la vostra playlist per superare indenni il nuovo lockdown, a quanto pare, ormai prossimo?
Ci proviamo:
1. Pink Floyd – The Dark side of the Moon
2. Tool – Lateralus
3. Motorpsycho – The Tower
4. Tortoise – It’s all around you
5. Cave In – White Silence
6. Led Zeppelin – Led Zeppelin
7. Elder – Omens
8. Sumac – The Deal
9. Isis – Oceanic
10. Chelsea Wolfe – Hiss Spun
11. Russian Circles – Memorial
12. Melvins – Stag
13. Torche – Restarter
14. Yawning Man – Historical Graffiti
15. Refused – The Shape of Punk to come

SVNTH – Primavera in blu

La primavera romana dei SVNTH è blu nel terzo capitolo della loro discografia. Commistioni tra i generi – black metal, post rock, shoegaze, prog e sadcore – a dettare degli sbalzi d’umore che rendono “Spring In Blue” (Transcending Records \ Metaversus PR) l’ennesimo capolavoro della decadente scena romana.

Benvenuto su Il Raglio del Mulo, Rodolfo (Ciuffo – voce), basso. Non so se blu sia l’aggettivo più adatto con il quale definirei la scorsa primavera condizionata dalla pandemia. Scherzi a parte a cosa fa riferimento il titolo del vostro terzo disco?
La scorsa primavera si direbbe a tutti gli effetti più nera che blu con quell’atmosfera quasi apocalittica che l’ha accompagnata, l’associazione è comunque divertente e non possiamo negare di non averci pensato. Tornando al titolo in sé l’idea è quella di collegare gli stati d’animo e le sensazioni tipicamente associati al colore blu alla stagione della primavera che per diverse considerazioni personali si può ugualmente collegare ad essi. Inoltre era interessante l’idea di accostare un colore a qualcosa di non percepibile visivamente come appunto una stagione o la musica in sé; operazione ispirata in modo simile alla trilogia di film dei colori di Krzysztof Kiéslowski (di cui fa parte tra l’altro proprio il film blu).

Come si ricollega il titolo dell’album alla copertina in cui di blu se ne vede poco, anzi sono il rosso e il nero a dominare?
In realtà non c’è proprio un collegamento diretto, la copertina è ispirata all’anime Digimon Tamers da cui abbiamo preso buona parte delle tematiche concettuali esplorate nell’album, il titolo semplicemente in modo analogo descrive bene il mood della musica: si può dire quindi che entrambi anticipino in contenuti del disco, ma su aspetti diversi e non collegati fra loro.

“Spring in Blue” è stato realizzato presso lo studio Menegroth: The Thousand Caves di Colin Marston (Krallice, Gorguts) a New York, che ricordi hai di quella esperienza?
Siamo finiti nello studio di Colin Marston perché volevamo che questo disco suonasse esattamente come i suoi lavori che ci hanno ispirati ed obbiettivamente era l’unico che poteva dare al disco quel tocco così americano in termini di sonorità e rock nell’impatto. L’esperienza è stata ovviamente fantastica, al di là delle registrazioni che si sono svolte in modo super professionale, è stato un po’ un immergersi con scioltezza in una scena che abbiamo sempre guardato da lontano con ammirazione.

Colin Marston uno degli ospiti dell’album, gli altri sono Marco Soellner (Klimt 1918, Raspail) e Josiah Babcock (Uada). La presenza del primo mi permette di riagganciarmi alla mia recensione su Rockerilla, nella quale vi ho definito un passo avanti della scuola romana capeggiata da band come Novembre e Klimt 1919. Vi ritrovate con questa definizione?
Sicuramente è una definizione che ci fa molto piacere dato che entrambe le band da te citate hanno sfornato dischi che sono stati a dir poco fondamentali nei nostri ascolti, oltre al fatto che abbiamo già condiviso il palco con entrambe. Da band romana quindi, non possiamo che essere felici del tuo accostamento.

Le band di provenienza degli ospiti rappresentano un’ottima cartina tornasole per il vostro stile, effettivamente vario e capace di inglobare anche guest che arrivano da realtà artisticamente differenti tra loro. Come gestiste questa schizofrenia stilistica?
È la parte più divertente e più stimolante di quello che facciamo; quella che ci permette di andare in tour ed essere una sera in un centro sociale con gruppi crust e hardcore punk, la successiva in un’associazione culturale in compagnia di gruppi post-rock e quella dopo ancora a un evento metal con gruppi black e doom e di conseguenza mettere d’accordo tutti questi diversi tipi di pubblico che con buone probabilità hanno solo noi come ascolto in comune. Non ci è mai piaciuto limitarci ad una singola scena o etichetta, ci piace plasmare la nostra proposta prendendo ispirazione dalla musica che più ci aggrada senza minimamente badare a che genere sia, con l’obbiettivo di essere ricordati come un gruppo che propone la sua cosa piuttosto che uno che riproduce bene le stilistiche di un genere.

“Spring in Blue” durante l’ascolto si rivela un’esperienza dai forti strappi emotivi, con sbalzi di umore richiedono un’attenzione notevole da parte dell’ascoltare. Da questo punto di vista credete che la vostra dimensione migliore sia quella da studio o live?
La dimensione live è indubbiamente quella che ci permette di esprimerci al meglio: abbiamo passato tante ore degli ultimi anni chiusi nel box auto dove proviamo a cercare la quadra per avere il giusto impatto, provando miriadi di settaggi diversi su pedali, testate e cabinet, oltre ovviamente a far crescere l’alchimia e l’intesa di gruppo che è sempre stata forte anche grazie alla grande amicizia che ci unisce. “Spring in Blue” fra le altre cose è stato registrato dal vivo proprio per riprodurre quella stessa potenza che a nostro parere mancava ai lavori precedenti e da questo punto di vista percepiamo la differenza e ci sentiamo veramente soddisfatti.

Che ne pensate dell’attuale tendenza, o necessità, dei live in streaming?
Da sempre seguiamo le performance di artisti su canali come KEXP, Amoeba o Audiotree, che pur non essendo sempre in streaming, portano comunque le esibizioni dal vivo in un contesto distaccato. Perciò possiamo sicuramente dire che la modalità ci piace sia come tendenza che come necessità del periodo attuale sebbene non abbiamo ancora sperimentato la cosa su di noi.

Si inizia a muovere qualcosa in questo senso o la vostra attività concertistica è al momento ancora sospesa?
Stiamo cercando di capire sebbene le idee siano poco chiare per tutti. Intanto vorremmo portare “Spring in Blue” dal vivo in diverse città italiane per il periodo invernale, se c’è qualche promoter interessato che sta leggendo l’intervista può contattarci.

In chiusura un chiarimento: SVNTH è ormai a tutti gli effetti il vostro nome oppure ancor’oggi è la sintesi del più completo Seventh Genocide?
Restano assolutamente corretti entrambi per chiamarci e probabilmente il nome completo verrà usato ancora per qualche design per merchandise, ma in generale la versione abbreviata rimarrà quella principale per i contesti scritti dato che troviamo si addica molto di più a quello che facciamo.
Ribadiamo comunque che non si tratta quindi di un cambio di nome effettivo come si potrebbe pensare.