Vesta – 2020: Odissea nel suono

Ai più attenti perlustratori dell’underground italico non sarà sfuggito il nuovo album dei Vesta, “Odissey” (Argonauta Records \ Metaversus Pr), uscito lo scorso ottobre. Un mare di note in cui ci è dolce naufragar come dei novelli Odisseo…

Benvenuti ragazzi, da qualche mese è fuori il vostro nuovo album, il secondo, “Odissey”: come è stato accolto?
Nonostante il periodo purtroppo ci vincoli “solamente” a riscontri online e non riscontri che puoi ricevere dopo un live, una presentazione o che, dobbiamo ritenerci molto soddisfatti. Stiamo ricevendo molte recensioni e giudizi positivi, i nostri uffici stampa (Metaversus e Allnoir) stanno lavorando molto bene ed i risultati si vedono.

Ancora una volta avete lasciato spazio alle note, scegliendo di non includere parti cantate, a cosa si deve questa scelta così radicale?
Tutto è iniziato così, e per adesso ci va bene, da qualche mese è salito a bordo Giulio e siamo in costante evoluzione. Sono i suoni e le atmosfere che proviamo a creare che trasportano il nostro messaggio, il nostro pensiero e stato d’animo. Per adesso proviamo ad andare avanti con questa scelta, in futuro vedremo… siamo soliti sperimentare sempre nuove soluzioni, fino ad oggi è stato così, un domani chissà.

Si dice che che la mancanza di un senso porti al potenziamento degli altri, credete che accada qualcosa di simile nella musica, magari la mancanza di parti vocali guida l’ascoltatore verso una maggiore attenzione verso i suoni, andandone poi a stimolare la fantasia, creando immagini mentali?
Può darsi, ma potrebbe essere anche il contrario, ovvero che senza la voce l’ascoltatore si stanchi subito! Scherzi a parte, tutto sta all’ascoltatore, tutto è soggettivo. Indubbiamente per questo tipo di musica ci vuole molta attenzione e calma. Ovviamente tutti ascoltiamo musica con parti vocali che riescono ad elevare maggiormente tutta la componente strumentale di un brano, ma alla base rimarrà sempre cosa un brano riesce a suscitare in te: un’emozione.

Come è nato il disco? In che modo lavorate, stando chiusi in studio o passandovi le singole parti tramite internet?
Il disco è nato conseguentemente all’altro. Ovvero dopo un anno di promozione e live del primo, abbiamo iniziato a buttar giù riff e bozze in studio, tutto rigorosamente live (potevamo ancora farlo!!!). Poi le idee iniziano a prender forma, ci registriamo in maniera molto semplice e ci ri-ascoltiamo finché alla fine un pezzo non risulta completo. Questo ha impiegato un po’ di tempo – purtroppo quest’ultimo ci manca – ma alla fine siamo soddisfatti.

Buona parte del disco suona più incazzato e oscuro rispetto alle canzoni dell’esordio, scelta conscia o inconscia?
Probabilmente conscia, vista la scelta di alcuni strumenti da parte di Giacomo, chitarra. Ovviamente poi tutto è influenzato dal momento che vivi, da quello che ascolti e di conseguenza vai dietro a ciò che ti senti dentro, istintivamente, e questo è stato il risultato.

Tra i brani più duri c’è “Elohim”, da cui è stato tratto anche un video, vi andrebbe di parlarne?
“Elohim” è un pezzo scritto verso la fine, è abbastanza giovane! Anche li dopo vari tentativi, abbiamo trovato la giusta quadra. Poi in fase di mixaggio, eravamo subito tutti d’accordo che doveva essere il nostro primo singolo. Sia per intensità che per suond, che per natura stessa del pezzo, era quello che racchiudeva al meglio lo spirito dell’album.

Qual è il vostro rapporto con le religioni o, più genericamente, con il divino?
Bella domanda… Possiamo dire che ci troviamo d’accordo tutti e tre se diciamo che in questo universo non possiamo essere soli, sarebbe troppo egoistico o più cinicamente uno spreco di spazio. Poi cosa ci sia, sotto quale forma, ognuno avrà, come giusto che sia, la sua idea. Magari siamo più convinti e più sereni pensando a qualcosa di materiale, di concreto, che un qualcosa di spirituale… ad ognuno la propria scelta.

Avete affidato la co-produzione a Alessandro “Ovi” Sportelli, mentre il mastering è stato commissionato a James Plotkin (Isis, Cave In, Sumac), quanto hanno influito questi due personaggi sul suono finale? Hanno raggiunto il risultato che vi aspettavate quando li avete scelti?
Con Ovi ormai c’è molta confidenza, essendo questo il secondo lavoro che facciamo con lui per questo progetto ed avendo collaborato in altre situazioni in passato. Quindi avendo feeling ed un buon rapporto riesci a collaborare e ad influenzarti positivamente, reciprocamente in maniera molto facile e costruttiva. Ovviamente il suono e alcuni dettagli sono opera anche del nostro amico Ovi. Per quanto riguarda Plotkin, secondo lavoro anche con lui, andiamo sul sicuro. Molto professionale, riesce a soddisfare le nostre richieste, andando a capire quello che cerchiamo, ovviamente grazie anche ai suoi trascorsi.

Inutile negare che il successo dei Mokadelic ha permesso al post-rock italiano di emergere, credete che una band come la vostra, con suoni molto più duri, possa comunque sfruttare l’onda lunga creata dagli autori della colonna sonora di Gomorra?
Può essere. Sicuramente il loro lavoro, essendo un lavoro ben fatto, fa bene a tutta la musica di “nicchia” italiana, ce n’è tanta e veramente buona. Facendo parte bene o male del solito genere, magari è una carta che gioca a nostro favore, sempre aperti a nuove sperimentazioni.

Piacerebbe anche a voi un domani scrivere una colonna sonora?
Perché no? Ci abbiamo pensato svariate volte. Fantascienza, documentari, ne saremmo onorati e ci farebbe molto piacere e molto bene partecipare ad un progetto del genere.

In attesa della ripresa dei concerti, vi andrebbe di stilare la vostra playlist per superare indenni il nuovo lockdown, a quanto pare, ormai prossimo?
Ci proviamo:
1. Pink Floyd – The Dark side of the Moon
2. Tool – Lateralus
3. Motorpsycho – The Tower
4. Tortoise – It’s all around you
5. Cave In – White Silence
6. Led Zeppelin – Led Zeppelin
7. Elder – Omens
8. Sumac – The Deal
9. Isis – Oceanic
10. Chelsea Wolfe – Hiss Spun
11. Russian Circles – Memorial
12. Melvins – Stag
13. Torche – Restarter
14. Yawning Man – Historical Graffiti
15. Refused – The Shape of Punk to come

SVNTH – Primavera in blu

La primavera romana dei SVNTH è blu nel terzo capitolo della loro discografia. Commistioni tra i generi – black metal, post rock, shoegaze, prog e sadcore – a dettare degli sbalzi d’umore che rendono “Spring In Blue” (Transcending Records \ Metaversus PR) l’ennesimo capolavoro della decadente scena romana.

Benvenuto su Il Raglio del Mulo, Rodolfo (Ciuffo – voce), basso. Non so se blu sia l’aggettivo più adatto con il quale definirei la scorsa primavera condizionata dalla pandemia. Scherzi a parte a cosa fa riferimento il titolo del vostro terzo disco?
La scorsa primavera si direbbe a tutti gli effetti più nera che blu con quell’atmosfera quasi apocalittica che l’ha accompagnata, l’associazione è comunque divertente e non possiamo negare di non averci pensato. Tornando al titolo in sé l’idea è quella di collegare gli stati d’animo e le sensazioni tipicamente associati al colore blu alla stagione della primavera che per diverse considerazioni personali si può ugualmente collegare ad essi. Inoltre era interessante l’idea di accostare un colore a qualcosa di non percepibile visivamente come appunto una stagione o la musica in sé; operazione ispirata in modo simile alla trilogia di film dei colori di Krzysztof Kiéslowski (di cui fa parte tra l’altro proprio il film blu).

Come si ricollega il titolo dell’album alla copertina in cui di blu se ne vede poco, anzi sono il rosso e il nero a dominare?
In realtà non c’è proprio un collegamento diretto, la copertina è ispirata all’anime Digimon Tamers da cui abbiamo preso buona parte delle tematiche concettuali esplorate nell’album, il titolo semplicemente in modo analogo descrive bene il mood della musica: si può dire quindi che entrambi anticipino in contenuti del disco, ma su aspetti diversi e non collegati fra loro.

“Spring in Blue” è stato realizzato presso lo studio Menegroth: The Thousand Caves di Colin Marston (Krallice, Gorguts) a New York, che ricordi hai di quella esperienza?
Siamo finiti nello studio di Colin Marston perché volevamo che questo disco suonasse esattamente come i suoi lavori che ci hanno ispirati ed obbiettivamente era l’unico che poteva dare al disco quel tocco così americano in termini di sonorità e rock nell’impatto. L’esperienza è stata ovviamente fantastica, al di là delle registrazioni che si sono svolte in modo super professionale, è stato un po’ un immergersi con scioltezza in una scena che abbiamo sempre guardato da lontano con ammirazione.

Colin Marston uno degli ospiti dell’album, gli altri sono Marco Soellner (Klimt 1918, Raspail) e Josiah Babcock (Uada). La presenza del primo mi permette di riagganciarmi alla mia recensione su Rockerilla, nella quale vi ho definito un passo avanti della scuola romana capeggiata da band come Novembre e Klimt 1919. Vi ritrovate con questa definizione?
Sicuramente è una definizione che ci fa molto piacere dato che entrambe le band da te citate hanno sfornato dischi che sono stati a dir poco fondamentali nei nostri ascolti, oltre al fatto che abbiamo già condiviso il palco con entrambe. Da band romana quindi, non possiamo che essere felici del tuo accostamento.

Le band di provenienza degli ospiti rappresentano un’ottima cartina tornasole per il vostro stile, effettivamente vario e capace di inglobare anche guest che arrivano da realtà artisticamente differenti tra loro. Come gestiste questa schizofrenia stilistica?
È la parte più divertente e più stimolante di quello che facciamo; quella che ci permette di andare in tour ed essere una sera in un centro sociale con gruppi crust e hardcore punk, la successiva in un’associazione culturale in compagnia di gruppi post-rock e quella dopo ancora a un evento metal con gruppi black e doom e di conseguenza mettere d’accordo tutti questi diversi tipi di pubblico che con buone probabilità hanno solo noi come ascolto in comune. Non ci è mai piaciuto limitarci ad una singola scena o etichetta, ci piace plasmare la nostra proposta prendendo ispirazione dalla musica che più ci aggrada senza minimamente badare a che genere sia, con l’obbiettivo di essere ricordati come un gruppo che propone la sua cosa piuttosto che uno che riproduce bene le stilistiche di un genere.

“Spring in Blue” durante l’ascolto si rivela un’esperienza dai forti strappi emotivi, con sbalzi di umore richiedono un’attenzione notevole da parte dell’ascoltare. Da questo punto di vista credete che la vostra dimensione migliore sia quella da studio o live?
La dimensione live è indubbiamente quella che ci permette di esprimerci al meglio: abbiamo passato tante ore degli ultimi anni chiusi nel box auto dove proviamo a cercare la quadra per avere il giusto impatto, provando miriadi di settaggi diversi su pedali, testate e cabinet, oltre ovviamente a far crescere l’alchimia e l’intesa di gruppo che è sempre stata forte anche grazie alla grande amicizia che ci unisce. “Spring in Blue” fra le altre cose è stato registrato dal vivo proprio per riprodurre quella stessa potenza che a nostro parere mancava ai lavori precedenti e da questo punto di vista percepiamo la differenza e ci sentiamo veramente soddisfatti.

Che ne pensate dell’attuale tendenza, o necessità, dei live in streaming?
Da sempre seguiamo le performance di artisti su canali come KEXP, Amoeba o Audiotree, che pur non essendo sempre in streaming, portano comunque le esibizioni dal vivo in un contesto distaccato. Perciò possiamo sicuramente dire che la modalità ci piace sia come tendenza che come necessità del periodo attuale sebbene non abbiamo ancora sperimentato la cosa su di noi.

Si inizia a muovere qualcosa in questo senso o la vostra attività concertistica è al momento ancora sospesa?
Stiamo cercando di capire sebbene le idee siano poco chiare per tutti. Intanto vorremmo portare “Spring in Blue” dal vivo in diverse città italiane per il periodo invernale, se c’è qualche promoter interessato che sta leggendo l’intervista può contattarci.

In chiusura un chiarimento: SVNTH è ormai a tutti gli effetti il vostro nome oppure ancor’oggi è la sintesi del più completo Seventh Genocide?
Restano assolutamente corretti entrambi per chiamarci e probabilmente il nome completo verrà usato ancora per qualche design per merchandise, ma in generale la versione abbreviata rimarrà quella principale per i contesti scritti dato che troviamo si addica molto di più a quello che facciamo.
Ribadiamo comunque che non si tratta quindi di un cambio di nome effettivo come si potrebbe pensare.