Olaf Thorsen – Il re del cielo

Considerato un vero e proprio guitar hero in ambito power metal, grazie a una carriera caratterizzata dai dischi pubblicati, tra gli altri, con Vision Divine e Labyrinth, Olaf Thorsen ci ha dato il suo punto di vista sulla situazione attuale in ambito musicale, soffermandosi sui social media e sullo streaming musicale, e ci ha spiegato perché oggi è molto più difficile vivere di musica.

Ciao Olaf, benvenuto su Il Raglio del Mulo, è un piacere di averti qui. Come e quando ti sei affacciato nel mondo del metal?
Ciao e grazie per l’invito. Beh, immagino che la mia storia non sia poi così diversa da tante altre: ho iniziato con altri due amici, suonando in un garage quando ero un adolescente. Mi piaceva tanto l’idea di passare il mio tempo suonando musica e formando una band con una propria base operativa, con divano, strumenti, frigorifero pieno di birre e così via. Più suonavo e più sentivo di amare quello che stavo facendo, ed eccomi ancora qui!

Hai mai pensato di lasciare tutto e continuare con una vita normale?
Ho una vita normale, in realtà. Non mi sento una rockstar, qualcosa di simile a un eroe di Hollywood che puoi solo sperare di incontrare al cinema quando guardi un film. Esco, bevo una birra, partecipo ad altri concerti, ecc…

Cosa pensi dell’attuale scena metal mondiale, satura sotto ogni punto di vista? Ritieni che sia più difficile vivere oggi di musica rispetto al passato?
È decisamente molto più difficile al giorno d’oggi, ma il problema più grande è arrivato con internet e i social. Oggi, la storia non conta più, i nuovi “fan” non sanno nemmeno cosa stanno ascoltando e semplicemente non sanno da dove viene questa musica. Quindi può capitare, come mi è capitato, di leggere un commento sotto una nuova canzone di una band davvero grandiosa come i Fates Warning che diceva “bella canzone, ma suonano troppo come XXXX”, dove gli XXXX erano una band recente, formata solo da un qualche anno fa… è semplicemente pazzesco!

Secondo te, cos’è che non consente la crescita dell’underground? E’ possibile procurarsi una piccola entrata sufficiente a garantirsi la sussistenza, magari l’acquisto di attrezzature e partecipare a festival rinomati?
L’underground al giorno d’oggi è decisamente saturo di milioni di band che pubblicano miliardi di album e trilioni di video. Non c’è alcuna possibilità per gli ascoltatori nemmeno di notare una buona band, una buona canzone. Non fraintendetemi: tutti hanno il diritto di scrivere e pubblicare la propria musica, ma Internet ha semplificato tutto quando si tratta di fare i passi giusti al momento giusto e la tecnologia ha aiutato a far suonare bene, fin troppo bene, anche se a volte dal vivo non sei proprio così bravo. Aggiungi questo ai piccoli costi necessari per produrre un video decente e alla possibilità di promuoverlo investendo in pubblicità e capirai perché le cose stanno diventando piuttosto… confuse e difficili, soprattutto per una band di nuova fondazione.


Internet oggi e le piattaforme di musica digitale, secondo te, sono una benedizione o una maledizione?
Immagino di averti già risposto in qualche modo poco fa: penso che sia comunque una benedizione, perché ha sicuramente aperto nuove soluzioni per tutti!

Olaf, quanto materiale hai registrato negli anni e a quanti progetti hai collaborato oltre ai tuoi?
Non lo so davvero! Immagino sia facile contare i miei album con Labyrinth, Vision Divine e ora Shining Black, ma non riesco a contare ogni singola partecipazione che ho fatto, nel corso degli anni. Non è importante, comunque, quello che conta è che mi sono divertito!

Secondo te, una band emergente, qualunque sia il suo stile di metal, può avere successo solo se ha una grande etichetta alle palle o, al contrario, oggi è più semplice far conoscere la propria musica?
Una band emergente dovrebbe sempre, e sottolineo sempre, suonare la musica che gli piace, non importa il resto. Fallo professionalmente, ovviamente, ma fai ciò in cui credi e credi in ciò che fai. Questo è tutto, se hai del talento, prima o poi il successo arriverà.

Cosa pensi che debba cambiare urgentemente nell’industria musicale?
Non ne ho idea, non mi considero né un guru né un saggio. Immagino che noi musicisti dovremo adattarci ai tempi che stanno cambiando, come è sempre successo anche in passato.

Cosa spinge Olaf a registrare ancora dischi metal? Quanta passione ti spinge a dedicarti ancora alla chitarra?
Come ti dicevo, quando ero un adolescente mi divertivo molto a suonare in un garage con il mio amico, quindi non ho mai smesso di farlo e cerco ancora di mantenere tutto così, facendo quello che mi piace, quando mi piace e come piace a me.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?
Abbiamo pubblicato “When All the Heroes Are Dead” un paio di anni fa e ora sto lavorando al nostro nuovo album. Non ho mai fatto cose perché devo, e sicuramente non mi affretterò a fare qualcosa solo perché qualcuno mi chiede di essere veloce. Se dovessi mai pubblicare della nuova musica, lo farò perché sarà quello il momento giusto per me.

Great Master – La locanda dei pirati

In collaborazione con Metal Underground Music Machine, abbiamo contattato Giorgio Peccenini, tastierista dei Great Master. Da qualche mese è fuori il loro nuovo lavoro “Thy Harbour Inn”, album particolare che rilegge in chiave metal alcune canzoni della tradizione marinaresca anglosassone.

Benvenuto Giorgio, direi di iniziare facendo un passo indietro di un paio di anni, ai tempi della vostra precedente uscita: come è andato “Tales From Over the Seas”?
Grazie Giuseppe, è un piacere per i Great Master essere qui con te.  Possiamo dire di essere soddisfatti dell’uscita di “Skull & Bones”, abbiamo potuto vedere che è stato un disco con un buon numero di ascolti e che è stato ben apprezzato anche da molte recensioni del settore. 

Il disco è stato pubblicato nel novembre del 2019, qualche mese dopo tutto si è bloccato a causa del Covid, cosa avete provato ad avere un album fuori e non poterlo promuovere?
È stato frustrante. Siamo riusciti ad organizzare il live per la release assieme agli Innerload a gennaio 2020, eravamo tutti carichi. Poi è giunta la desolante notizia dell’arrivo del lockdown e questo ci ha tagliato sicuramente una parte del risultato a cui aspiravamo. 

Torniamo ai giorni d’oggi, o quasi, lo scorso maggio avete pubblicato “Thy Harbour Inn”, siete riusciti a promuoverlo dal vivo o anche questa volta il lockdown, per quanto parziale, vi ha complicato la vita?
Sì, a maggio 2021 è uscito il nostro ultimo lavoro, quello che voleva essere il capitolo conclusivo della nostra “fase piratesca”, ma anche in questo caso il Covid non ci ha concesso possibilità. Sembrava ci fossero degli spiragli, qualche live allettante, ma, uno dopo l’altro, sono stati sospesi o posticipati. Tuttavia lo avevamo preventivato e “Thy Harbour Inn” è stato pensato proprio per realizzare qualcosa in questa fase di blocco delle attività live. Proprio per questo abbiamo pensato a un disco non di inediti GM.

Appunto, “Thy Harbour Inn” è un disco particolare, avete deciso di riproporre a vostro modo una serie di canzoni storiche e tradizionali della cultura marinaresca anglosassone: a chi è venuta l’idea?
L’idea è tutta del nostro “captain” Jahn Carlini. In realtà alcune di queste canzoni dovevano essere parte di un mini CD che volevamo far uscire pre “Skull & Bones”, poi è stato accantonato per problemi di tempi di registrazione. Lo abbiamo ripreso nel bel mezzo dell’epidemia dopo aver rilasciato il nostro primo vinile “Black Death”; abbiamo deciso di rendere proficuo il nostro tempo e dare un segno che, anche se ostacolati dal covid, siamo sempre rimasti attivi. Sottolineiamo il fatto che questo disco non vuole segnare un particolare cambio di direzione nel nostro sound: lo consideriamo un album di passaggio, di appendice finale al precedente “Skull and Bones”. Un disco, se vogliamo, senza particolari pretese, da ascoltare per puro divertimento.

Avete fatto anche un percorso di ricerca storica per individuare i pezzi?
Beh, molti pezzi erano già stati selezionati da tempo da Jahn; a questi sono stati aggiunti quelli mancanti. L’idea per alcuni pezzi è uscita dal videogioco “Assassin’s Creed” dove apparivano diversi titoli di canti marinareschi; Jahn ha poi fatto una ricerca online di questi canti popolari per poi sottoporci vari ascolti nelle varie versioni. 

Una volta individuati i brani potenziali da rifare, come avete scelto quali inserire?
Ci siamo un po’ confrontati per capire come rendere al meglio l’idea globale dell’album e come ordinare la track list in modo soddisfacente. Per esempio la parte finale del disco è tutta incentrata sull’isola del tesoro con le canzoni di “Long John SIlver”, la cover dei Running Wild “Treasure Island” e la ghost track “Fifteen Men on a Dead Man’s Chest”.

“Treasure Island” ricordo che è inclusa anche in “Pile of Skulls” dei Running Wild, in qualche modo avete voluto fare un doppio tributo alle canzoni marinaresche e ai pirati tedeschi?
Direi che da sempre i RW fanno parte del background musicale dei Great Master; anche questa cover orbitava da tempo nelle idee di Jahn e quale occasione migliore se non inserirla in un disco permeato da sonorità marinaresche ed epiche? Suonarla in acustico è stata un’idea per arricchire in stile folk le sonorità di questo album importando un classico del metal di tutti i tempi.

Che tipo di lavoro avete fatto sui pezzi per renderli più “vostri”?
Diciamo che abbiamo cercato di trattarli come pezzi nostri, usando suoni di chitarra molto power, sezioni ritmiche solide e incalzanti, orchestrazioni epiche e sinfoniche, cori selvaggi e la grande voce teatrale e incisiva del nostro singer! Una volta pronta la struttura ritmica di batteria e basso ho iniziato a sviluppare tutte le parti orchestrali e tastieristiche. Nel frattempo Jahn e Manuel hanno sviluppato le parti chitarristiche per poi giungere alla voce principale. Il passo conclusivo, il più ilare, è stato il ritrovo – con mascherine e distanziamento – per registrare i cori. Per questo album abbiamo deciso di fare tutto con le nostre forze, senza aiuti di special guest esterni. I cori non erano proprio facilini e alcuni di noi erano un po’ arrugginiti nella pratica canora; è stato un po’ faticoso ma ci siamo divertiti molto.

State già pianificando un nuovo album?
Sì, da un po’ di mesi abbiamo già iniziato a sviluppare idee per il nuovo album e possiamo dire che è a buon punto. Non possiamo però anticipare altro se non che abbiamo la sensazione che si tratterà di un bel lavoro.

Aedy – I cantori degli dèi 

Ospiti di Mirella Catena su Overthewall gli Aedy, symphonic metal band di Aosta autrice dell’Ep “Agunor’s Heirs part 2”.

Il nome del gruppo si ispira agli aedi, i cantori dell’antica tradizione greca. Come nasce l’idea della band e perché avete scelto questo moniker?
Emi: L’idea di fondare gli Aedy arriva già nel 2004, quando assieme a Molly si muovevano i primi passi nell’underground di Aosta (all’epoca molto ricco di band rock e metal). Diciamo però che il vero giorno di svolta fu il 1° marzo 2008 quando proposi a Molly di mettere in piedi un progetto di concept music basato proprio sulla saga che stavo scrivendo. Così la scelta del nome è ricaduta quasi immediatamente su Aedy, (aedi) appunto i cantori itineranti della GreciaaArcaica, i quali accompagnati dalla musica narravano le gesta di dèi ed eroi… noi raccontiamo le gesta di dèi ed eroi di una nostra saga fantasy e, quando tornerà possibile realizzare liberamente concerti dal vivo, torneremo a viaggiare portando ovunque potremo la nostra musica e le nostre storie.

Il fantasy è il tema che proponete nelle vostre composizioni musicali, quali sono gli elementi che vi ispirano maggiormente?
Kate: Piccola premessa: tutti i pezzi della band si basano sulla Saga di Ubnor, il romanzo fantasy scritto da Emiliano, il nostro batterista. Detto questo, ci ispiriamo al fantasy soprattutto al livello di personaggi e di contesto (tra i personaggi che vengono presentati nel libro, ad esempio, troviamo draghi, maghi, gnomi, stregoni…). Nell’Ep che abbiamo pubblicato a dicembre, ad esempio, “Emerald Eyes” e “Tail of Fire” sono dedicati a due dei draghi figli di Agunor, Ërdal (drago dei venti) e Mildal (drago del fuoco). Abbiamo poi “Agunor’s Sons Revenge”, che parla della rivincita dei draghi figli di Agunor (padre dei draghi) contro le draghesse nere nelle pianure di Rodröm… “Il Canto”, invece, è una ballad un po’ particolare, si tratta di una filastrocca che parla delle origini degli gnomi della foresta di Koro, ed è la nostra prima canzone in italiano.

Nel 2020 fa ingresso nella band Emiday, cantante di impronta lirica, quali innovazioni significative ha portato agli Aedy ?
Molly: Allora, prima che arrivasse Emiday c’era ancora il vecchio bassista che provava a mettere una linea vocale sui pezzi, ma non era semplice cantare e suonare allo stesso tempo… Così io dissi “aspettiamo ancora due settimane e poi se non troviamo nessuno ci mettiamo a fare brutal death metal così risolviamo il problema della linea melodica” e esattamente due giorni dopo è sbucata fuori Emiday. Lei ci ha dato quello che cercavamo da tempo, melodia e potenza e naturalmente i brani sono stati adattati al suo timbro vocale.

Il 4 dicembre 2021 pubblicate il nuovo Ep legato alla saga fantasy di Ubnor. Ci parlate di questo nuovo lavoro discografico?
Emiday: In realtà questo progetto ha avuto inizio prima de mio arrivo nella band infatti due dei brani dell’ex erano atti imbastiti con il mio arrivo ho contribuito con la linea vocale mentre gli altri due, a parte le musiche anch’esse composte prima de mio arrivo, testi e linea vocale fatti dopo il mio arrivo. Direi che siamo felici di essere riusciti a pubblicare questo sudato Ep anche a causa della pandemia che ci ha visti purtroppo limitato per le registrazioni ma siamo soddisfatti infatti siamo riusciti anche a girare il video di “Emerald Eyes” e in previsione ci sarà un secondo video sempre di un brano dell’Ep. Inoltre stiamo già lavorando al nuovo album…

Dove i nostri ascoltatori possono seguirvi sul web?
Possono seguirci come Aedy su Facebook, aedy_metal su Instagram, attraverso il nostro canale YouTube Aedy Official, su Spotify – e tutte le altre piattaforme digitali – come Aedy.

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 17 gennaio 2022.

Eldritch – Sogni sommersi

Tornano gli Eldritch con un disco, “EOS” (Scarlet Records), che al contempo rappresenta un passo indietro – la band ritrova lo storico tastierista, Oleg Smirnoff, dei primi tra album – e un passo in avanti in quel percorso di ricerca e mutazione, che da sempre caratterizza il camminano del gruppo italiano.

Se non ho fatto male i calcoli con “EOS” tagliate il traguardo del dodicesimo album in studio. In una nazione come la nostra, dove occasioni ce ne sono poche,  le strutture sono inadeguate e il mercato è quasi inesistente, come si fa ad andare avanti fregandosene di tutto e tutti?
Il motivo è sicuramente uno solo: la grande passione per la musica che facciamo da sempre. Quella ci farà sempre andare avanti. Se un giorno dovesse esaurirsi, allora sarà la volta che di questa band non sentirete più parlare. E non mi riferisco solo a me e Terence che siamo i fondatori. Negli anni abbiamo quasi sempre avuto la fortuna di trovare persone che si sono unite a noi con la stessa voglia condividendo momenti belli ed altri meno belli. E’ anche vero che essendo nati più come band internazionale, non guardiamo soltanto la situazione italiana. Non a caso infatti abbiamo forse più seguito all’estero.

Eos è la divinità dell’alba, ben raffigurata nella copertina, in qualche modo questo disco rappresenta l’alba di una nuova fase della vostra carriera?
Assolutamente sì! Possiamo definirlo un nuovo inizio dal momento che parecchie cose sono cambiate da un paio di anni a questa parte. Il ritorno di Oleg Smirnoff, nostro storico tastierista dei primi tre album, è stato indubbiamente accolto da tutti noi con grandissimo entusiasmo. Stesso discorso per il nuovo bassista Dario Lastrucci, autentico pezzo da 90 con una mostruosa padronanza dello strumento e ad una grande personalità anche in sede live. Dario è anche polistrumentista e sa cantare, infatti i cori su “EOS” sono opera sua al 90% così come le parti di violino su “I can’t Believe It”. La loro presenza è stato un deciso passo in avanti per noi e infatti, come speravamo, si è sentito anche in termini di sound.

In tema di divinità, il nucleo portante degli Eldritch proveniva da una band chiamata Zeus, c’è una qualche connessione tra l’attuale titolo e il vostro vecchio moniker oppure ci troviamo innanzi a semplice amore per la cultura classica che ciclicamente torna?
Escludo senza dubbio la prima che hai detto, niente a che vedere col vecchio monicker! In realtà, la nostra idea è sempre stata quella di un titolo composto da una sola parola ma non volendo ripeterci con un gioco di parole, abbiamo optato per “EOS” che, oltre ad essere immediato, rappresenta in pieno quello che siamo adesso.

Guardandovi indietro, vi sembra di aver raccolto quanto seminato? Magari dopo due album importantissimi come “Headquake” ed “El Niño” non avete avuto molta fortuna…
Avremmo voluto e potuto fare di più ma in tutta sincerità, non sempre tutto è andato per il verso giusto. Per ottenere un certo tipo di successo tante componenti devono andare nella stessa direzione e purtroppo non sempre è stato così. Un po’ perché non abbiamo mai accettato compromessi artistici, un po’ per nostre scelte sbagliate, un po’ perché forse in alcuni momenti della carriera avremmo avuto bisogno di altro tipo di supporto… non tutto è andato come forse speravamo. In ogni caso considerando ogni aspetto, siamo orgogliosi di essere ancora qui a fare la nostra musica ed essere apprezzati. Il genere stesso non è facilmente assimilabile e da un punto di vista commerciale è considerato un po’ d’élite.

Proprio con “El Niño” si è interrotta la vostra storia con Oleg, abbiamo dovuto attendere 23 anni ed “EOS” per risentirlo su un vostro album. Cosa ha reso possibile tutto questo?
Gli scazzi del passato furono già chiariti più di 15 anni fa e infatti realizzammo insieme anche il doppio album live “Livequake” nel 2008. Già ai tempi di “Gaia’s Legacy” valutammo una reunion ma per varie ragioni non fu possibile. Poi tre anni fa dall’idea di celebrare i 20 anni di “El Nino” (suonato integralmente al Ready For Prog Fest a Tolosa), abbiamo manifestato entrambi la volontà di tornare a fare musica insieme ed eccoci qui…

La presenza di Oleg in qualche modo vi ha fatto tornarne indietro nel tempo, magari riattivando dinamiche compositive all’interno del gruppo che all’indomani della sua uscita si erano perse?
Oleg ha un modo unico di suonare e intendere le tastiere sia nei suoni che sul piano armonico. Il suo stile nel tempo si è sicuramente evoluto ma senza snaturarsi e di conseguenza questo ha influito in modo determinante a far riassaporare gli echi del passato al nostro sound attuale. Ed è quello che noi tutti volevamo. Anche in fase compositiva ha dato ovviamente il suo contributo visto il suo background e le sue idee. Tuttavia nessuno di noi avrebbe mai voluto rinunciare alla nostra evoluzione compositiva e ricreare copie dei primi dischi.

Ritengo che abbiate mantenuto sempre degli standard altissimi nella vostra produzione, riuscendo anche a mutare – alcune volte con scelte coraggiose – ma mantenendo sempre una coerenza di fondo che vi rende riconoscibili. “EOS” da questo punto di vista mi sembra perfetto, perché in qualche modo contiene tutti gli elementi della vostra passata produzione, rivisitati in chiave attuale: una scelta ponderata o è il frutto di un processo compositivo spontaneo?
Direi entrambe le cose. Ovviamente ci siamo confrontati come sempre per capire se eravamo tutti della stessa idea, ovvero ricreare l’atmosfera dei primi dischi cercando però di non fare passi indietro rispetto alla maturità compositiva che abbiamo raggiunto col precedente “Cracksleep”. Abbiamo capito da subito che sarebbe stato del tutto naturale andare in quella direzione senza bisogno di confronti. Abbiamo degli elementi che ci caratterizzeranno sempre e ci rendono riconoscibili nonostante la nostra propensione al non ripeterci. Però cerchiamo sempre qualcosa di nuovo rispetto al passato…Credo che il punto di forza di “EOS” sia proprio quello di aver ricreato il nostro sound e le nostre soluzioni degli esordi ma in chiave attuale e con un approccio decisamente più moderno. L’elemento che più ci ha reso soddisfatti di questo album, oltre alla qualità dei pezzi, è proprio quello di cui ti ho appena parlato.

Non ho i testi dei brani, in qualche modo sono stati condizionati dalle recenti vicissitudini dovute alla pandemia?
No, della pandemia si parla già abbastanza. Si tratta come sempre di situazioni di vita vissuta in cui tutti possono identificarsi. Per quanto possa apparire indubbiamente un filo conduttore che lega anche i nostri precedenti lavori, riteniamo siano argomenti che non stancano mai perché rispecchiano quello che un po’ tutti viviamo quotidianamente. Solo nel caso di “The Cry Of A Nation” affrontiamo in maniera un po’ più diretta lo stato d’animo di un paese stanco di convivere costantemente con elementi negativi legati ad una situazione sociale/politica che tende a sfruttare, corrompere e sopraffare. Non vuole essere assolutamente un testo politico ma piuttosto solidale con chi soffre questa situazione. E non è riferito soltanto all’Italia… anzi.

Restando in tema pandemia, contate di poter promuovere il disco in giro per l’Europa a breve o se ne parlerà dalla prossima primavera in poi?
Credo proprio che di suonare dal vivo ne riparleremo non prima della primavera prossima. Speriamo davvero di riuscire a fare anche promozione live perché il palco ci manca tantissimo.

Gus G. – Into the unknown

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

Gus G. (Firewind, Ozzy Osbourne, Mystic Prophecy, Nightrage, Arch Enemy, Dream Evil) ha lanciato il suo progetto solista, che ha fatto il suo debutto ufficiale nel 2002, nel 1998. Dopo tre album a suo nome – “I Am The Fire” (2014 ), “Brand New Revolution” (2015) e Fearless (2018) – chiude il 2021 con un nuovo lavoro solista, “Quantum Leap” (AFM Records), che include 10 brani strumentali e un CD bonus “Live in Budapest 2018”.

Ciao Gus, come stai? È più difficile lavorare su un album da solista o su uno con la tua band principale, i Firewind?
Hey! Sto bene, grazie. Penso che ormai sia un po’ più difficile lavorare sugli album dei Firewind, dal momento che abbiamo già fatto nove album in studio e abbiamo creato un certo suono e stile. Quindi è una sfida realizzare grandi canzoni all’interno di un’area specifica che abbiamo sondato in lungo e largo. Gli album da solista in questo momento sono un po’ più divertenti per me, posso semplicemente fare quello che mi piace, sperimentare, collaborare con persone diverse e non preoccuparmi di un gruppo specifico di persone. Ma alla fine della fiera, sono entrambi miei bambini.

Come capsici se una canzone va bene per il tuo album solista o per la tua band?
Con i Firewind ovviamente non posso sperimentare troppo. Possiamo fare metal classico, o roba più veloce o talvolta brani hard rock più melodici. Quindi, qualsiasi cosa all’interno di quelle linee sarebbe accettabile per un disco targato FW. Con la mia carriera da solista, posso davvero adattarmi a qualsiasi altra cosa. Ad esempio, ora ho realizzato un album del tutto strumentale.


Quando hai iniziato a lavorare su “Quantum Leap” avevi le idee chiare sul suo contenuto o è venuto tutto per caso?
No, avevo la netta sensazione che avrei fatto un album strumentale. La cosa più difficile era quali idee si adattassero meglio e come sviluppare una traccia senza voce. Certo, ho scritto canzoni strumentali in passato, ma non è mai stato la specificità al 100%. Quindi, è stata un’esperienza divertente e istruttiva per me immergermi più a fondo in questo mondo.


Le canzoni mi sembrano strutturate per avere comunque delle linee vocali, è una mia impressione?
Immagino che significhi che ho fatto un buon lavoro con la creazione di melodie orecchiabili? Per rispondere alla tua domanda, no, non sono stati creati per la voce. Erano solo riff e idee che avevo e li ho sviluppati tenendo sempre in mente la chitarra. A volte ho provato a far suonare alla chitarra melodie che potessero essere cantate.

Qual è il tuo rapporto con la tua voce? Ti piace cantare?
Mi piace fare i cori, e lo faccio spesso nei Firewind e nei miei spettacoli da solista. Ma non credo di avere una voce così bella da essere sfruttata da cantante solista. Almeno lo credo! Ahah….

Hai raggiunto il tuo quarto album da solo, lo avresti mai previsto quando hai lasciato il Berklee College of Music dopo poche settimane?
Non avrei mai potuto prevedere tutte le cose incredibili che mi sarebbero accadute di lì in poi e che avrei avuto una carriera del genere quando ero alla Berklee! Sono davvero fortunato ad aver fatto un viaggio del genere finora.

Quali sono stati i tuoi della giovinezza? Hai comprato album strumentali?
Troppi davvero! Ero un grande fan di Yngwie, ma anche un grande fan di Satriani, Vai, Paul Gilbert, Marty Friedman, Uli Jon Roth, Michael Schenker, Gary Moore… la lista potrebbe continuare all’infinito. E sì, ho comprato album strumentali quando ero più giovane, ho collezionato la maggior parte delle cose che uscivano per Shrapnel Records.

Ti consideri un esempio per i giovani musicisti di oggi?
Non sta a me dirlo o giudicarlo. Faccio solo quello che faccio. Ma se la mia storia o la mia musica ispirano qualcuno a prendere in mano la chitarra, scrivere una canzone o perseguire il proprio sogno, mi dà gioia, è un onore e mi sembra di fare qualcosa di giusto.

La mia copia promozionale include un secondo CD, “Live in Budapest”: come è nata l’idea di un CD live bonus? La cosa ha che fare con l’attuale blocco di concerti?
È stata una mia idea che ho suggerito ad AFM Records, perché avevamo già un mix dello spettacolo a Budapest del 2018. Non l’abbiamo mai pubblicato, ad eccezione di un EP digitale due anni fa. Quindi, ho pensato perché non offrire un buon rapporto qualità-prezzo ai fan e regalare loro un album dal vivo insieme alla nuova musica? Penso che sia piuttosto bello. L’unico problema è che dovevamo limitarci alle canzoni di proprietà dell’AFM, dato che il mio catalogo è con un’altra etichetta e ovviamente ci sarebbero stati problemi legali. Per quanto riguarda l’attuale situazione dei concerti, spero solo di tornare sul palco il prima possibile!

Gus G. (Firewind, Ozzy Osbourne, Mystic Prophecy, Nightrage, Arch Enemy, Dream Evil) launched his solo project, that made its official debut in 2002, in 1998. After three albums under his own name – “I Am The Fire” (2014), “Brand New Revolution” (2015) and Fearless (2018) – he closes 2021 with a new solo effort, “Quantum Leap” (AFM Records), including 10 instrumental tracks and a bonus CD “Live in Budapest 2018”.

Hi Gus, how are you? Is it more difficult to work on a solo album or on one with your main band Firewind?
Hey! I’m fine thanks. I think it’s probably a bit harder to work on Firewind albums by now, since we’ve already done nine studio albums and have created a certain sound and style. So it’s a challenge to make great songs within a specific area that we’ve cornered ourselves. Solo albums at this time are bit more fun for me, I can just do whatever I like, experiment, collaborate with different people and not worry about a specific group of people. But they’re both my babies at the end of the day.

How do you feel  if a song is good for your solo album or for your band?
With Firewind I obviously cannot experiment too much. We can do classic metal, or faster stuff or sometimes more melodic hard rock tunes. So, anything within those lines would be acceptable for a FW record. With my solo thing, I can fit in anything else really. For example, now I made a full instrumental album.

When you started working on “Quantum Leap” did you have a clear idea of its content or did it all happen by chance?
No, I had a clear diea that I was gona go for an instrumental album. The thing that was the most hard was which ideas would fit best and how to develop a track without vocals. Sure I’ve written instrumental songs in the past, but it wasn’t my area 100%. So, it was fun and learning experience for me to dive in deeper into this world.

 The songs seem to me born to have vocal lines, is it just me?
I guess that means I did a good job with creating catchy melodies? To answer your question – no, they weren’t made for vocals. It was just riffs and ideas I had and I just developed them having the guitar in mind at all times. Sometimes I tried to make the guitar play melodies that can be sing-able.

 What’s your feeling with your voice? You like singing?
I like doing backing vocals, and I do that a lot in Firewind and in my solo shows. But I don’t think I have as great voice to be a lead singer. I wish! Haha….

You’ve reached your fourth album alone, would you ever have predicted that when you left Berklee College of Music after a few weeks?
I could have never predicted that all these amazing things would happen to me and have such a career since that time I was at Berklee! I’m really blessed to have had such a ride so far.

What were your heroes in your youth?  Did you buy instrumental albums?
Too many really! I was a huge Yngwie fan, but also huge fan of Satriani, Vai, Paul Gilbert, Marty Friedman, Uli Jon Roth, Michael Schenker, Gary Moore….the list goes on and on. And yes, I did buy instrumental albums when I was younger, I picked up most of the stuff that came out of Shrapnel records.

Do you consider yourself an example for young musicians today?
It’s not my place to say or judge that. I just do what I do. But if my story or my music inspires someone to pick up the guitar, write a song, or pursue his own dream, it brings me joy, it’s an honour and it feels like I’m doing something right.

My promotional copy includes a second CD, “Live in Budapest”: how did the idea of a bonus live CD come about? What to do with the current concert block?
It was my idea that I suggested to AFM Records, cause we already had a mix of the show in Budapest from 2018. We just never released it, except of a digital EP two years ago. So, I thought why not offer value for money to the fans and give them a live album together with the new music? I think it’s pretty cool. The only issue is that we had to be limited to songs that AFM owns, as my back catalogue is with another label and obviously there would be legal issues. As for the current concert situation – I just hope to return to the stage sooner than later!

Athlantis – The seventh wonder

L’avventura degli Athlantis di Steve Vawamas pare giunta al termine con il settimo sigillo, quel “Last But Not Least” da poco pubblicato dalla Diamond Prod. (Nadir Promotion). In attesa di scoprire se Atlantide sorgerà nuovamente dalle acque tra qualche anno, abbiamo discusso del disco d’addio con il leader della band.

Ciao Steve, possiamo definire gli Athlantis una sorta di all star band dell’heavy\power metal tricolore?
Ciao Giuseppe, prima di tutto grazie per avermi concesso questa intervista. Inizio con il dire che le all star band del panorama tricolore sono altre, noi siamo dei musicisti che nei vari progetti abbiamo dato anima e note per questo tipo di musica e abbiamo cercato sempre di dare il meglio in primis per noi stessi e poi per gli altri. Athlantis nasce come un mio side project e ho avuto la fortuna di condividere le mie idee con degli ottimi musicisti della scena italiana, ma più che altro degli amici che si sono offerti per la realizzazione dei miei sette album. E poi forse se dovessimo essere delle all star non sta me a dirlo ma al pubblico che ci ascolta e ci segue

Ormai siete attivi come Athlantis da quasi due decenni, come si superano gli ego personali per operare come una vera e propria band, nonostante individualmente abbiate tutti una storia prestigiosa?
Due decenni? Caxxo passa il tempo! A parte gli scherzi, gli Athlantis come dicevo prima nascono come un mio side project, non esistono ego personali. Le cose sono ben chiare dall’inizio, io tiro giù le stesure dei pezzi, poi c’è una telefonata in cui dico ai ragazzi che c’è da registrare un disco e, dopo la risposta degli altri subito affermativa, si inizia a registrare. Sono del parere che la band deve essere composta da un leader e gli altri collaboratori, a volte le idee dei collaboratori sono meglio delle idee del leader, e sta al leader essere umile ed accettare dei consigli. Poi se i consigli vengono da gente di un certo calibro ecco che il lavoro viene più semplice e senza menate di balle.

Ti andrebbe presentare l’attuale line-up?
Grazie per la domanda, lo faccio con grande piacere. Per questa mia ultima creatura mi sono avvalso del mio fidato chitarrista Pier Gonella, con lui tutte le cose diventano più semplici. Io e lui collaboriamo anche nei Mastercastle da anni e ha suonato in quasi tutti i dischi degli Athlantis. Alla voce il mitico Davide Dell’Orto, già cantante dei Verde Lauro e dei Drakkar. Lo trovo un grandissimo cantante professionale sempre sul pezzo e, ormai dopo tre dischi, siamo diventati amici: questo va oltre la musica e ci piace! Alla batteria ho avuto il piacere di avere uno dei migliori batteristi della scena metal italiana, cioè Mattia Stancioiu. Un sogno che si è realizzato: dal primo momento che lo ascoltai in una data nei Labyrinth nel lontano 98 ho sempre sognato di registrare con lui e il mio sogno si è realizzato. Grande musicista e professionista, una goduria suonare il basso sulle sue parti di batteria. A completare la line-up, c’è Stefano Molinari alle tastiere, un amico e un grande musicista che è entrato nelle fila degli Athlantis ben tre dischi fa. Voglio citare anche Stefano Galleano, il capo dei Ruxt che come nel precedente disco mi ha scritto un pezzo della madonna: la nostra collaborazione va avanti da anni nel suo progetto e ancora ne vedremo e sentiremo delle belle.

A fronte delle modifiche nella formazioni intercorse in questi anni, qual è l’elemento che non è mai mancato nei sette album finora pubblicati?
Io…… ahahahahahaha!!! A parte un disco, che è “Metalmorphosis”, dove le chitarre sono state registrate da Tommy Talamanca, tutti gli altri sono stati registrati da Pier Gonella. Sì, sono cambiati i batteristi, i cantanti, ma Pier è sempre stato l’elemento fondamentale.

Qual è la vera novità stilistica introdotta con “Last But Not Least”?
M guarda grandi novità non ce ne sono. Come dico sempre in ogni intervista, io sono un amante del power metal e cerco di tenermi su quella linea, ma poi mi rendo conto che le mie idee sono libere da etichette. Nella stesura dei pezzi è presente una sorta di tirare giù emozioni del momento, dipende molto da come mi sento emotivamente in quel periodo: in questo disco mi è venuta voglia di tirare giù argomenti anche sociali, purtroppo questo disco l’ho tirato giù nel periodo di pandemia, e cioè nel primo lockdown, quindi ti lascio immaginare il mio stato d’animo. Ma sono molto soddisfatto del lavoro svolto.

Immagino che il titolo, “Last But Not Least”, abbia anche un contenuto ironico, ma dovendolo porre all’interno di una ipotetica classifica di importanza dei vostri dischi, in quale posizione si piazzerebbe?
Ora ti spiego in poche parole perché quel titolo: ho deciso che, come settimo disco questo, dovrebbe essere l’ultimo per gli Athlantis. Come le meraviglie del mondo sono 7, anche le meraviglie degli Athlantis devono essere 7 (presunzione mia ahahahaha)! Ho deciso di fermarmi e continuare con i progetti che ho in piedi – Ruxt, Mastercastle, Bellathrix – e altre cose. Quindi essendo l’ultimo Athlantis, ho pensato bene di intitolarlo così, l’ultimo ma non di importanza. Forse questo è il disco più importante, ho raggiunto una maturità come musicista e adesso anche come produttore, anche perché questo disco è stato registrato mixato e masterizzato presso il mio studio Steve Vawamas Studio.

L’inizio del disco mi ha ricordato la manopola che gira, cercando una stazione radio decente, dell’EP degli Helloween (1985): si tratta di un tributo oppure è una cosa nata spontaneamente senza alcun riferimento coi tedeschi?
Ahahahhahah, io sono un vecchio e quella radio che girava e poi partiva il gingle di “Happy Halloween mi ha segnato! L’ho vissuta e me la porto dentro come un cameo della storia del power. Mitici Helloween! Invece, per quanto mi riguarda, essendo l’ultimo disco Athlantis, volevo ripercorrere in pochi minuti i sei dischi precedenti. Come ben noti nella copertina, nei quadri sono rappresentate le sei copertine degli album passati. Quando si chiude un capitolo, si guarda sempre quello che si è fatto dietro, e io l’ho voluto rappresentare, oltre che nella copertina, anche in audio. E quale elemento se non la manopola della radio che girando trova uno stralcio di un pezzo di ogni disco? Comunque, gli Helloween inconsciamente mi hanno influenzato…

Dal punto di vista lirico, mi sembri molto concentrati sul presente, come hai accennato prima: credi che l’artista possa estraniarsi dall’ambiente in cui vive o abbia la responsabilità di dire cosa non va nella società?
Quando scrivo i testi, in prima battuta butto giù le mie sensazioni del momento. In primis quello che regna sovrano in tutti i miei dischi è il bene e il male, questo contrasto che mi perseguita sin dal primo disco. In questo l’ho voluto esprimere in fatti che accadono attualmente, ho voluto descrivere l’amore sia fisico che spirituale e ho voluto esprime il male: uno stupro, la violenza sulle donne e anche l’abbandono del tuo amico più fidato, il cane. Argomenti che quando li sento mi fanno rabbrividire. Ci tengo a specificare che la voce del cane è di Willy BAUamas e cioè il mio ciuffi truffi bau (il mio cagnolone) e colgo l’occasione di dire che se abbandoni un cane meriti una vita di stenti e grandi sofferenze. Scusa, ma questo dovevo dirlo! Sono per la libertà di espressione, uno può dire quello che vuole nei suoi pezzi. Se gli argomenti sono a livello culturale o livello sociale basta che dia un buon messaggio e aiuti certa gente a capire cosa bisogna fare e cosa non bisogna fare! I testi sono stati scritti anche dalla mia compagna, Marcy, e da Barbara Galleano. Liriche che sposo in pieno, sia come contenuti che come bellezza!

A proposito di cose che non vanno: alla luce delle attuali limitazioni, riuscirete a presentare il disco dal vivo?
Athlantis è un progetto che non è mai uscito dal vivo e penso mai lo farà. Comunque, questo per la scena live è un momento difficile e io auguro con tutto il cuore alle band che vogliono suonare di tornare ai live più di prima con gente sotto il palco che ti da carica e ti fa dire: caxxo ho fatto mille sacrifici e ne è valsa la pena… Caro Giuseppe, ora ti saluto e volevo ringraziarti ancora per la possibilità che mi hai dato di fare questa intervista. Voglio ringraziare Diamonds Prod che ha sempre creduto in me in questi ultimi anni, ringraziare i mie compagni di viaggio sopracitati e ringraziare te lettore che sei stai leggendo questo vuol dire che hai superato la pappardella di roba che ho detto senza addormentarti! A tutti dico: Stay Metal… anche questo è rock and roll!!!!

Rhapsody of Fire – Il fuoco eterno

I Rhapsody of Fire tornano sul mercato e lanciano un antipasto (rinforzato) del loro prossimo album. Quello che doveva essere un semplice singolo, “I’ll Be Your Hero” (AFM Records / All Noir), si è trasformato – così come ci ha raccontato Alex Staropoli – in un vero e proprio EP pieno di chicche per i fan della band tricolore.

Benvenuto su Il Raglio del Mulo, Alex. Il vostro nome contiene da qualche anno ormai la parola “fire”, ma quanto è difficile mantenere acceso oggi quel fuoco considerando tutti i problemi che attanagliano il mondo della musica? Mi riferisco all’impossibilità di fare concerti a causa della pandemia, pirateria, scarsi guadagni dallo streaming ecc ecc…
Grazie per avermi invitato! Certamente rispetto a 20 o 30 anni fa il music business è cambiato parecchio e vivere di musica metal oggi può non essere cosi facile. Per noi il fuoco della passione, il desiderio di creare musica e di suonare per i nostri incredibili fan è sempre vivo.

A fonte di questa situazione difficile, quanto è impostante per un gruppo avere un prodotto fuori, anche solo un EP come nel vostro caso?
Il nostro nuovo EP uscito da poco, è l’apripista, ci saranno molte novità a seguire nelle prossime settimane e mesi. L’entusiasmo è alle stelle e non vediamo l’ora che i nostri fan ascoltino il nuovo studio album.

Se non erro, questo è il vostro terzo EP, quali sono i vantaggi di questo formato?
L’idea iniziale era quella di fare uscire il primo singolo, ma avendo anche altri brani disponibili, tra live e versioni alternative in lingue differenti, abbiamo deciso di fare un EP e rendere cosi il prodotto più corposo ed appetibile. Durando quasi 40 minuti, trovo sia interessante per i nostri fan, in preparazione al nuovo studio album.

Il disco si apre con “I’ll Be Your Hero”, possiamo considerare questa canzone rappresentativa dell’album che seguirà oppure il disco si muoverà su coordinate differenti?
Ogni brano è a se stante, le coordinate sono differenti e al contempo tutti i brani sono collegati da un filo conduttore importante. Elementi come la velocità, l’impatto orchestrale, la trama corale e vocale in questo disco sono stati curati al minimo dettaglio.

Come e quando è nata questa canzone?
Posso dire che l’intero nuovo album è stato scritto, arrangiato, registrato e mixato negli ultimi 2 anni. La fase compositiva è sempre complessa da descrivere. Non sempre lavoro sullo stesso brano, anzi, molto spesso lavoro su brani diversi contemporaneamente e lo trovo alquanto stimolante in quanto lavori su ogni brano sempre a mente fresca.

La seconda traccia è “Where Dragons Fly”, come mai avete voluto ripresentare questa canzone in una nuova versione e quali sono le maggiori differenze rispetto a quella originale?
Questo brano è uscito a suo tempo solo in Giappone contenuto nell’album “Legendary Years”. Abbiamo quindi pensato di rilasciarlo ora anche in tutti gli altri paesi. Tutti i brani contenuti in “Legendary Years” sono stati completamente ri-registrati e presentati in una nuova veste sonora. Con l’ingresso di Giacomo alla voce abbiamo voluto creare un disco rimettendo a nuovo alcuni dei brani più classici della nostra discografia, senza nulla togliere alle versioni originali, ci riteniamo soddisfatti del risultato, soprattutto per “Where Dragons Fly”, in cui abbiamo potuto usare strumenti veri e originali come l’arpa celtica e l’oboe barocco (non presenti nella versione originale) ed ovviamente il flauto barocco suonato da mio fratello Manuel Staropoli.

“Rain of Fury” e “The Courage to Forgive” appaiono in una versione live, entrambi I pezzi sono stati registrati a Milano durante il “The Eighth Mountain Tour” del 2019. Cosa ricordate di quella data e perché avete deciso di utilizzare proprio quei brani per questa uscita?
Suonare in Italia è sempre speciale ed abbiamo voluto celebrare quella serata a Milano con la testimonianza di questi due brani. La performance della band e l’entusiasmo del pubblico mi hanno convinto subito, cosi ho scelto quei due brani in particolare per rendere omaggio a quella serata e ai nostri fan italiani.

“The Wind, The Rain And The Moon” appare in quattro versioni differenti – inglese, spagnolo, italiano e francese. Da un punto di vista tecnico è stato difficile adeguare il brano alle differenti metriche? Vi siete limitati a una traduzione letterale del testo oppure avete apportato qualche lieve variazione?
Non è stato difficile, anche se ci vuole una certa dedizione e aiuto da persone madrelingua. Ovviamente, i testi non sono sempre facilmente traducibili, questo ti permette di creare testi alternativi in altre lingue con significati in linea con la versione originale del brano, ma espressi in modo diverso. Molto spesso, anzi sempre, la versione in Italiano ha una marcia in più!

Sul fronte live, magari in Europa, si vedono spiragli o è troppo presto per poter pensare a un vero e proprio tour?
Nei primi mesi del 2022 abbiamo varie date previste in Europa e siamo pronti a tornare on stage!! Desideriamo vedervi numerosi!

In chiusura vorrei farvi una domanda basata sulla tua esperienza: quando esplose il fenomeno Rhapsody, nella seconda metà degli anni 90, il vostro successo giovò a tutto il metal italiano, anche a gruppi con un sound molto differente dal vostro. Credete che oggi, senza entra nei dettagli della qualità della musica proposta e del cammino fatto, il successo dei Måneskin possa in qualche modo possa dare visibilità alla scena musicale italiana?
Non ne ho idea, non li ho mai sentiti. Non guardo la TV da molti anni e quindi non sono a conoscenza di un certo tipo di eventi e realtà. In Italia, soprattutto nel metal ci sono band fortissime, ci sono tantissimi gruppi e musicisti che suonano per passione e tantissime scuole di musica e altrettanti studenti che sono appassionati dalla musica. Il successo è relativo. Si può essere felici suonando uno strumento senza per forza avere successo o visibilità.

Screaming Shadows – Le ombre urlano ancora

Bisognerà aspettare ancora qualche mese prima di poter ascoltare “Legacy of Stone” (From the Vaults), il nuovo album degli Screaming Shadows, ormai assenti dalle scene da un decennio. Abbiamo cercato di carpire da Francesco Marras qualche anticipazione sul disco in occasione della pubblicazione del nuovo singolo “Free Me”.

Ciao Francesco, dopo una decade le tue ombre sono tornate ad urlare grazie al nuovo singolo “Free Me”! Come hai occupato questi due lustri?
Ciao a tutti, si gli Screaming Shadows sono tornati e con l’uscita del singolo/video di “Free Me” abbiamo ricevuto un caloroso welcome back. In questi ultimi 10 anni mi sono concentrato più sulla mia carriera solista, ho pubblicato due dischi strumentali (“Black Sheep”, “Time Flies”), un paio di side studio projects (Black Demons , Stone Circles), sono cresciuto come produttore e compositore, ho iniziato a lavorare come turnista collaborando con tanti musicisti come Alessandro Del Vecchio, Jason Rullo, John Macaluso, Terry Brock, Daniel Flores, Angelica, Mattia Stancioiu, ecc., ho suonato come sostituto per band come Purpendicular e Bonfire. Malgrado sia stato molto impegnato ho comunque sempre continuato a comporre musica per gli Screaming Shadows.

Il lungo stop dopo la pubblicazione di “Night Keeper” è stato voluto o è capitato?
Un po’ tutti e due, la produzione di “Night Keeper” è stata molto impegnativa e avevo bisogno di una pausa che si è dilatata un po’ a causa dei vari impegni musicali. La produzione del nuovo disco è comunque iniziata circa 5 anni fa.

Il titolo “Free Me” ha qualcosa a che fare con la situazione di “cattività” in cui viviamo oggi a causa del covid?
Non direi, quando ho scritto il testo non avrei mai pensato che avremmo attraversato una pandemia come questa. Parla più che altro di una situazione generale in cui si trovano gli esseri umani, questa canzone cerca di mandare un messaggio positivo, invita a non sprecare il tempo che abbiamo a disposizione su questo mondo, ad assaporare ogni istante e tutte le esperienze che viviamo, sia positive che negative, a rimanere in contatto con la natura e non avere rimpianti.

Come è nato questo pezzo?
Un po’ come tutte le canzoni che compongo, di solito butto una demo in cui suono le chitarre, il basso, programmo la batteria e canto le linee vocali in fake english. Poi riascolto, vedo cosa funziona e cosa no, modifico, scrivo il testo e la canzone è pronta per la produzione.

In qualche modo la tua esperienza con i Tygers Of Pan Tang ha influenzato la riuscita del pezzo?
Non direi perché come ti dicevo tutto il materiale è stato scritto anni fa, prima del mio ingresso nei Tygers. Il disco era già mixato quando ho fatto le audizioni.

Al di là della tua esperienza nelle gloriose Tigri, quando è cambiato il modo di lavorare di una band in questi 10 anni? Ovviamente, mi riferisco soprattutto al progresso tecnologico, non necessariamente in ambito musicale…
Ho iniziato a fare il musicista intorno agli anni 98/99 e ho vissuto tutto il passaggio dall’analogico al digitale. Oggi è tutto molto differente e mi rendo conto che le giovani band hanno a disposizione molti più strumenti per la produzione e la promozione della propria musica.

Il prossimo inverno arriverà il nuovo album, “Legacy Of Stone”, quanto è rappresentativo del disco “Free Me”?
In questo disco ho cercato di mantenere una certa coerenza tra i vari brani e “Free me” rappresenta a pieno quello che ci si può aspettare dal disco, un heavy metal classico con una produzione moderna, ispirato dai grandi nomi del genere come Iron Maiden, Queensryche, Helloween con tanta melodia, potenza e qualche sferzata di power e prog.

Night Keeper” conteneva le ospitate di Alessandro Del Vecchio (Edge Of Forever, Silent Force), Mattia Stancioiu (Crown Of Autumn) e Pier Gonella (Necrodeath), dobbiamo aspettarci qualcosa di simile sul prossimo lavoro?
No, ed è stata una scelta ponderata. Volevo un disco che fosse omogeneo e cantato da un unico cantante. Il nostro nuovo acquisto si chiama Alessandro Marras, con cui avevamo già lavorato in passato, era inoltre presente su un brano di Night Keeper.

Qualora le condizioni sanitarie dovessero permettervi di fare qualche concerto prima dell’uscita di “Legacy Of Stone”, proporrete qualche brano nuovo oppure preferite attendere che il disco sia fuori per dedicarvi ai live?
Stiamo già organizzando delle date per la presentazione del disco a Novembre, in questi mesi sarò molto impegnato con i Tygers e preferisco aspettare l’uscita di Legacy of Stone prima di tornare sul palco con gli Screaming.

Helloween – L’armata delle sette zucche

Helloween, il nuovo album!!! Venerdì 18 giugno esce il nuovo attesissimo lavoro in studio dei tedeschi Helloween. Il primo album inedito con la formazione a sette elementi e il ritorno di Michael Kiske (cantante) e Kai Hansen (voce e chitarra), che avevano abbandonato la band molti anni fa. La reunion a tre voci e a tre chitarre portata sui palcoscenici di tutto il mondo alcuni anni fa ha riscosso talmente tanto successo che la band ha deciso di registrare un album tutti insieme. “Helloween” (Nuclear Blast), album che porta lo stesso nome del gruppo di Amburgo, come il loro primo mini LP del 1985. A distanza di tanti anni, una delle band più importanti del panorama heavy metal mondiale sembra avere ancora molto da dire, abbiamo contattato tramite una videochiamata il cantante Andi Deris, nella sua dimora a Tenerife.

Andi, ricordi quando hai suonato a Bari nel 1992?
Certo, che lo ricordo! Ero in tour con i Pink Cream 69, facevamo da special guest agli Europe. Fu divertente e strano allo stesso tempo, ricordo che ero con Joey Tempest nel backstage e nel momento in cui doveva già esserci la gente all’interno del teatro stranamente lo vedemmo vuoto, non c’era ancora nessuno, tutti fuori. Chiedemmo informazioni e qualcuno della crew italiana ci disse che non potevano fare entrare nessuno prima che arrivassero determinate famiglie, una cosa davvero strana, mi è rimasta impressa nella mente. Il tour in Italia fu fantastico, ricordo un cibo buonissimo. In quel tour con gli Europe giocavamo spessissimo a calcio, Svezia contro Germania, spesso vincevano loro.

Il primo singolo del nuovo album, “Skyfall”, nella divisione delle parti vocali, delle tre la tua è quella meno presente, un “bel gesto” nei confronti dei tuoi colleghi aver dato loro molto spazio al loro rientro in formazione.
Nella versione “edit” del singolo, che dura circa sette minuti, sì è vero, nel tagliare le parti sfortunatamente hanno tagliato la maggior parte delle mie, ma se ascolti la versione integrale, che dura circa 12 minuti, quella inclusa nell’album, ci sono anche io (ride, nda).

Ruolo che riprendi pienamente nel secondo singolo, scritto da te, “Fear of the Fallen”, di cosa parla questo brano?
“Fear of the Fallen” parla della più grande paura che hanno gli angeli caduti, appunto i “fallen angels”, dei veri angeli custodi dell’umanità. Quando accade qualcosa di brutto con l’umanità, quando si sta per distruggere tutto o tutto sembra andare all’inferno i veri angeli proteggono l’umanità, è una cosa che penso da quando sono ragazzo, non so se è mito o realtà, ma è una cosa che mi rilassa molto pensare che un grande potere possa salvarci.


Foto di Martin Hausler

Sei religioso o è più un credo spirituale?
Potresti leggerla sia dal punto di vista religioso che sotto altri aspetti. Quando Kai Hansen stava finendo di scrivere il testo di “Skyfall”, l’ha interpretato come se ci fossero degli alieni a vegliare sull’umanità, per questo sembrano esserci avvistamenti di UFO talvolta, non so se è reale o meno ma pensare che ci sia un potere invisibile che veglia su di noi è una bella sensazione.

E’ stato più difficile registrare quest’album rispetto ai precedenti dato che eravate in sette anziché i “soliti cinque”?
Più difficile no, anzi. Piuttosto richiede sicuramente il doppio del tempo, perché utilizzando due, a volte tre voci, devi controllare le parti dove ognuno si trova a proprio agio, lo stesso discorso vale per le tre chitarre, ma non direi più difficoltoso.

Spesso gli Helloween vengono additati come “Happy Metal band”, che ne pensi di questa affermazione?
E’ una parte molto importante che la band ha sempre avuto, però si tende a miscelare il tutto perfettamente con altri suoni, ci sono sempre 3 o 4 canzoni più “cheesy” all’interno di un album anzi a pensarci ne abbiamo molte di più in cantiere volendo (ride, nda).

Voi siete stati definiti la power metal band per eccellenza, ma allo stesso tempo siete una band di classic metal e rock, la definizione “solo power” non vi sta stretta a volte?
Esatto. La band però ha avuto successo agli esordi con “Walls of Jericho”, che è un album tipicamente power metal, uno dei primi in assoluto del genere e da lì siamo stati definiti i “Padri del Power Metal”. Kai e Weiki (Michael Weikath, altro chitarrista della band, nda) parlano spesso dell’argomento, Kai ad esempio è l’uomo più “powermetal” del gruppo, mentre Weiki, “Sì, ma non solo”, per cui c’è una percentuale delle nostre canzoni che escono dal genere, sperimentano. Se consideri brani come “Dr. Stein”, “I Want Out” e “Future World”, sono dei brani classici del power metal, ma allo stesso tempo sono dei pezzi “pop-metal”. Per questo siamo una metal power band ma che ha un’audience molto rock, più classica. Quando ero ancora il cantante dei Pink Cream 69, Weiki mi fece ascoltare “Chameleon” (album degli Helloween del 1993, nda), io lo chiamai al telefono e gli dissi che era un gran disco che mi piaceva molto ma non era un disco adatto agli Helloween, piuttosto lo era per una band come i Bon Jovi. Weiki mi chiuse il telefono in faccia (ride, nda). Il giorno dopo mi richiamò scusandosi per chiedermi se pensavo davvero quello che avevo detto e gli dissi che non era sufficientemente metal per una band come la loro, nonostante sia un disco che mi piace tantissimo.

Cosa ne pensi di questo periodo di stop e del rinvio continuo delle tournée?
Orribile. Il periodo è molto delicato. Cosa sta succedendo in questo momento nessuno lo sa esattamente, non sono io a doverlo dire ma temo che ci sia una grossa influenza politica anche.

Il prossimo tour avrà scalette di tre ore come il precedente?
Non lo so esattamente, avremo uno special guest, gli Hammerfall, che suoneranno circa un’ora e mezza. Dipenderà dai promoter, probabilmente non potremo suonare ogni show per tre ore, ma dove avremo la possibilità di suonare di più lo faremo, tanto abbiamo tre cantanti, possiamo farlo (ride, nda). Tre anni fa abbiamo registrato un live album, tra i vari luoghi abbiamo utilizzato il concerto fatto al WiZink Center di Madrid che è probabilmente il miglior posto del mondo dove una band possa suonare, anche il backstage è fantastico, tutto. Se tutti suonassero lì, potrebbero abituarsi troppo bene le band (ride, nda).

Vivendo a Tenerife, conosci qualcosa la musica spagnola/latina?
Qui c’è molta musica reggaeton ma non è il mio genere, sembrano tutte uguali le canzoni. Però mi piace molto il flamenco, i chitarristi spagnoli sono tra i migliori al mondo, incredibili, ogni volta che li vedo dico che non devo più toccare una chitarra ma devo farlo per scrivere nuovi pezzi per la band (ride, nda). Conosco band rock come gli Heroes del Silencio, che sono una vera istituzione qui in Spagna e in Sudamerica, mentre dal Messico provengono e sono molto famosi anche qui i Maná. Negli anni 70/80 invece, abbiamo avuto in Germania in classifica molti artisti italiani, i miei genitori ascoltavano Adriano Celentano, grande artista, mi piace molto, e ricordo anche Gianna Nannini, anche lei, è bravissima.

Nel 1994 quando entrasti a far parte del gruppo, ti sei reso conto che sei stato con il tuo songwriting “il salvatore” degli Helloween?
Non so, posso dirti che a fine 1993 Weiki mi chiamò nuovamente chiedendomi di entrare nella band. Andai ad Amburgo, per me era importante che i ragazzi degli Helloween ascoltassero le mie canzoni, le stesse che i PC69 quando gliele ho presentate non volevano suonare. Mentre ascoltavano i pezzi li ho guardati negli occhi, a loro piacevano molto e dissi a me stesso: “loro amano le mie canzoni, questa è la mia band!”.

Ci parli di quando in un festival alcuni anni fa i tuoi idoli, i Kiss, ti guardavano mentre ti esibivi?
Stavo cantando e il tecnico del suono mi disse tramite gli auricolari di guardarmi alle spalle, quando vedo Gene Simmons e Paul Stanley che stavano guardando il nostro concerto, mi tremarono le gambe, suonare allo stesso festival, e realizzare che i tuoi idoli di una vita ti stanno guardando è incredibile. Peccato che siano arrivati al loro ultimo tour. Ascoltare musica è come un viaggio nel tempo, è una cosa fantastica che solo la musica ti può dare. In parte anche il cinema, ma non è la stessa cosa, quando ascolti musica chiudi gli occhi, viaggi nel tempo.

Avendo diviso il palco con tante band, qual è stata la più amichevole che avete incontrato?
Gli Iron Maiden, senza dubbio. Abbiamo fatto molti tour con loro. Però sono rimasto piacevolmente sorpreso dai Papa Roach. Entrambe le band ci conoscevamo solo attraverso le riviste ma è state una bellissima esperienza e molto amichevole, cosa non facile che accada con le band americane, non so perché, la gente lì è stupenda, non fraintendermi, ma le band sembrano più “fredde”, invece le band svedesi sono super amichevoli.

Tornando ai Kiss, hai visto l’intervista on line di alcuni anni fa dove fanno togliere all’intervistatore la maglietta che indossa degli Iron Maiden invece di una dei Kiss?
No, non l’ho vista. Il rock e la scena metal devono imparare a stare insieme e aiutarsi a vicenda. Per me non c’è alcun problema se hai una maglia diversa dalla mia band anzi, sono contento perché vuol dire che se hai la maglia degli Iron Maiden possono piacerti i Kiss ad esempio e magari anche gli Helloween. Non è una competizione. Questo è quello che dobbiamo imparare dalla scena rap/hip-hop, un genere musicale che a me non piace per niente, non fa per me, ma hanno una grande community da cui dobbiamo imparare. Tra loro artisti si aiutano molto. Se le band sono unite, lo sono anche i fan. Ad esempio io non amo il black metal ma ci sono delle melodie che mi piacciono, non per questo parlo male del genere.

Il consiglio è correre a far proprio questo album in uscita venerdì 18 giugno per l’etichetta Nuclear Blast. Tra le tante le edizioni previste segnaliamo il doppio CD limitato cartonato, e tra le varie versioni in vinile, oltre al picture disc e a molte edizioni colorate, la versione a tre dischi “Hologram edition”. Disco consigliato da Wanted Record, via G. Bottalico, 10 a Bari.

INTERVISTA ORIGINARIAMENTE PUBBLICATA SUL QUOTIDIANO “IL QUOTIDIANO DI BARI” IL 17 GIUGNO 2021

Nexus Opera – La Grande Guerra

Questa volta la collaborazione con Metal Underground Music Machine mi ha permesso di conoscere i Nexus Opera, ragazzi che hanno saputo sposare la propria passione per la musica con quella per la storia. Dopo una panoramica, ci siamo soffermati con il chitarrista Marco Giordanella sull’ultimo album del suo gruppo, La Guera Granda (The Great Call To Arms)” (Revalve Records), ritrovandoci così in una trincea della nefasta Grande Guerra.

Benvenuti ragazzi, prima di passare alla disamina del vostro recente album, “La Guera Granda (The Great Call To Arms)”, mi soffermerei sul vostro amore per la storia, come è nato? E perché soprattutto per le due guerre mondiali?
La risposta è facile. E’ il nostro cantante Davide ad essere un super appassionato. Quando entrò nel gruppo, poco dopo la formazione, prese ispirazione dalle poche musiche composte elaborando i testi ed inserendo le sue storie preferite. Poi pian piano completammo il nostro primo lavoro con nove storie tratte dagli eventi della Seconda Guerra. Invece, quando iniziammo a scrivere il nostro secondo album eravamo proprio nel Centenario degli eventi inerenti l’ingresso dell’Italia nella Grande Guerra ed è stato facile, conseguentemente, trovare ispirazione. Nasce così “La Guera Granda” dove raccontiamo episodi del primo conflitto tutti incentrati, però, sullo scontro italo-austriaco.

Motorhead, Sabaton, Marduk, giusto per citare alcune band che hanno subito la vostra stessa fascinazione per la guerra. Generi diversi, ma evidentemente non c’è una formula fissa per parlare di certi argomenti: voi perché avere scelto proprio il power?
Sicuramente siamo influenzati dagli anni 90, anche se poi ascoltiamo di tutto infatti la nostra musica non è completamente in linea con il power. Abbiamo spesso aggiunto stili diversi alle nostre track includendo, anche, qualche contaminazione che noi riteniamo a volte folk o tradizional-popolare. D’altra parte è anche vero che questo power è il genere che ci viene più spontaneo suonare vuoi anche per la presenza della tastiera.

Passiamo invece alla vostra di storia, l’esordio, “Tales from WWII”, ve lo siete autoprodotti, che mi dite di quel disco? Siete ancora soddisfatti?
Non si è mai soddisfatti. Ed è sempre uno stimolo per migliorarsi ma è pur sempre il nostro primo disco. Ne siamo fieri. Avevamo ( ed abbiamo) fondi limitati e abbiamo dato il nostro massimo per rendere il lavoro interessante. Ringraziamo ancora chi ci ha aiutato nella registrazione e mastering del prodotto. Così come un saluto e un grazie a chi, a suo tempo, ne ha tessuto lodi e/o critiche. Ci sono canzoni di quel disco che sono divenuti i nostri cavalli di battaglia e che riproporremo live quando sarà possibile, come “Laconia”, “Katyn” ed “End of War”.

E’ arrivato il momento di parlare de “La Guera Granda”, quando avete iniziato a scriverne i brani?
Come detto, è avvenuto quasi subito dopo l’uscita di “Tales From WWII”, visto che ci trovavamo nel 2015, a 100 anni dall’ingresso in guerra dell’allora Regno d’Italia. Purtroppo la fase di scrittura ci ha preso molto tempo sia per la nostra proverbiale lentezza ma anche a causa di un doppio cambio di lineup al basso. Il completamento dei pezzi è arrivato nel 2018 e a metà del 2019 eravamo in sala di registrazione, il disco poteva essere pronto per i primi del 2020 ma poi è successo quello che sappiamo tutti.

Avevate ben chiaro il concept del disco prima di buttar giù i primi riff?
Per il secondo album decisamente sì. Sapevamo dove saremmo atterrati. E questo anche se di solito nascono prima le melodie dei testi. Ma il desiderio era proprio quello di dedicare l’intero album a storie e protagonisti italiani del primo conflitto mondiale. 

Vi siete avvalsi della consulenza storica di qualcuno al di fuori della band?
Non in particolare. O se per consulenza si vuole intendere letture di libri, articoli, o quant’altro allora sì. Davide è sempre alla ricerca di cose del genere su tutte le  pubblicazioni che siano libri o anche fumetti a volte. Infatti, rivelazione, il titolo dell’album deriva proprio da una pubblicazione a fumetti di una storia inventata ma plausibile di soldati italiani durante gli ultimi giorni della Strafexpedition. 

Raccontate un pezzo della nostra storia patria, avete optato per un titolo in “italiano”, però alla fine avete preferito per i testi l’inglese alla vostra lingua natale, come mai?
Il titolo è espresso più in forma dialettale, diciamo. Comunque, l’italiano e una bella lingua ma l’inglese riesce ad espandere la musica in maniera globale. Inoltre non è semplice adattare l’italiano a questo tipo di musica.  È vero, c’è qualche esempio ma si è trattato per lo più di canzoni isolate come fu per la ballad dei Rhapsody. Rimaniamo convinti che la lingua giusta per questo genere sia l’inglese e questo senza nulla togliere alla nostra lingua madre.

Ho visto il video tratto dal brano “The Mine”, vi faccio i complimenti perché curato nei minimi particolari. Chi se ne è occupato?
Abbiamo passato settimane se non mesi a trovare idee per il video. E non ci siamo riusciti. Il merito va tutto a i ragazzi di Kinorama che, una volta ascoltato il pezzo, letto il testo e la nostra bozza hanno approfondito l’evento narrato e hanno avuto la loro idea e la loro interpretazione della storia. Il tutto ci ha letteralmente stregato e credo che scelta migliore non potevano fare perché hanno realizzato uno dei nostri sogni e ancora oggi, quando vediamo il video, orgoglio e brividi prendono il sopravvento. Ancora un grazie a loro. Li consigliamo a tutti!

In questi giorni pare che qualcosa si stia muovendo per la musica dal vivo, voi avete già dei programmi o è ancora troppo presto per poter parlare di un ritorno alla piena attività concertistica?
Non vediamo l’ora di tornare a suonare. Ormai tra l’impegno per la registrazione e il blocco causato dalla pandemia sono passati due anni. Abbiamo sicuramente in progetto un release party per promuovere il disco e stiamo vagliando alcune proposte per live estivi . Troverete tutto sulle nostre pagine social. Non appena avremo news sarete subito informati!