Gus G. – Into the unknown

Gus G. (Firewind, Ozzy Osbourne, Mystic Prophecy, Nightrage, Arch Enemy, Dream Evil) ha lanciato il suo progetto solista, che ha fatto il suo debutto ufficiale nel 2002, nel 1998. Dopo tre album a suo nome – “I Am The Fire” (2014 ), “Brand New Revolution” (2015) e Fearless (2018) – chiude il 2021 con un nuovo lavoro solista, “Quantum Leap” (AFM Records), che include 10 brani strumentali e un CD bonus “Live in Budapest 2018”.

Ciao Gus, come stai? È più difficile lavorare su un album da solista o su uno con la tua band principale, i Firewind?
Hey! Sto bene, grazie. Penso che ormai sia un po’ più difficile lavorare sugli album dei Firewind, dal momento che abbiamo già fatto nove album in studio e abbiamo creato un certo suono e stile. Quindi è una sfida realizzare grandi canzoni all’interno di un’area specifica che abbiamo sondato in lungo e largo. Gli album da solista in questo momento sono un po’ più divertenti per me, posso semplicemente fare quello che mi piace, sperimentare, collaborare con persone diverse e non preoccuparmi di un gruppo specifico di persone. Ma alla fine della fiera, sono entrambi miei bambini.

Come capsici se una canzone va bene per il tuo album solista o per la tua band?
Con i Firewind ovviamente non posso sperimentare troppo. Possiamo fare metal classico, o roba più veloce o talvolta brani hard rock più melodici. Quindi, qualsiasi cosa all’interno di quelle linee sarebbe accettabile per un disco targato FW. Con la mia carriera da solista, posso davvero adattarmi a qualsiasi altra cosa. Ad esempio, ora ho realizzato un album del tutto strumentale.


Quando hai iniziato a lavorare su “Quantum Leap” avevi le idee chiare sul suo contenuto o è venuto tutto per caso?
No, avevo la netta sensazione che avrei fatto un album strumentale. La cosa più difficile era quali idee si adattassero meglio e come sviluppare una traccia senza voce. Certo, ho scritto canzoni strumentali in passato, ma non è mai stato la specificità al 100%. Quindi, è stata un’esperienza divertente e istruttiva per me immergermi più a fondo in questo mondo.


Le canzoni mi sembrano strutturate per avere comunque delle linee vocali, è una mia impressione?
Immagino che significhi che ho fatto un buon lavoro con la creazione di melodie orecchiabili? Per rispondere alla tua domanda, no, non sono stati creati per la voce. Erano solo riff e idee che avevo e li ho sviluppati tenendo sempre in mente la chitarra. A volte ho provato a far suonare alla chitarra melodie che potessero essere cantate.

Qual è il tuo rapporto con la tua voce? Ti piace cantare?
Mi piace fare i cori, e lo faccio spesso nei Firewind e nei miei spettacoli da solista. Ma non credo di avere una voce così bella da essere sfruttata da cantante solista. Almeno lo credo! Ahah….

Hai raggiunto il tuo quarto album da solo, lo avresti mai previsto quando hai lasciato il Berklee College of Music dopo poche settimane?
Non avrei mai potuto prevedere tutte le cose incredibili che mi sarebbero accadute di lì in poi e che avrei avuto una carriera del genere quando ero alla Berklee! Sono davvero fortunato ad aver fatto un viaggio del genere finora.

Quali sono stati i tuoi della giovinezza? Hai comprato album strumentali?
Troppi davvero! Ero un grande fan di Yngwie, ma anche un grande fan di Satriani, Vai, Paul Gilbert, Marty Friedman, Uli Jon Roth, Michael Schenker, Gary Moore… la lista potrebbe continuare all’infinito. E sì, ho comprato album strumentali quando ero più giovane, ho collezionato la maggior parte delle cose che uscivano per Shrapnel Records.

Ti consideri un esempio per i giovani musicisti di oggi?
Non sta a me dirlo o giudicarlo. Faccio solo quello che faccio. Ma se la mia storia o la mia musica ispirano qualcuno a prendere in mano la chitarra, scrivere una canzone o perseguire il proprio sogno, mi dà gioia, è un onore e mi sembra di fare qualcosa di giusto.

La mia copia promozionale include un secondo CD, “Live in Budapest”: come è nata l’idea di un CD live bonus? La cosa ha che fare con l’attuale blocco di concerti?
È stata una mia idea che ho suggerito ad AFM Records, perché avevamo già un mix dello spettacolo a Budapest del 2018. Non l’abbiamo mai pubblicato, ad eccezione di un EP digitale due anni fa. Quindi, ho pensato perché non offrire un buon rapporto qualità-prezzo ai fan e regalare loro un album dal vivo insieme alla nuova musica? Penso che sia piuttosto bello. L’unico problema è che dovevamo limitarci alle canzoni di proprietà dell’AFM, dato che il mio catalogo è con un’altra etichetta e ovviamente ci sarebbero stati problemi legali. Per quanto riguarda l’attuale situazione dei concerti, spero solo di tornare sul palco il prima possibile!

Gus G. (Firewind, Ozzy Osbourne, Mystic Prophecy, Nightrage, Arch Enemy, Dream Evil) launched his solo project, that made its official debut in 2002, in 1998. After three albums under his own name – “I Am The Fire” (2014), “Brand New Revolution” (2015) and Fearless (2018) – he closes 2021 with a new solo effort, “Quantum Leap” (AFM Records), including 10 instrumental tracks and a bonus CD “Live in Budapest 2018”.

Hi Gus, how are you? Is it more difficult to work on a solo album or on one with your main band Firewind?
Hey! I’m fine thanks. I think it’s probably a bit harder to work on Firewind albums by now, since we’ve already done nine studio albums and have created a certain sound and style. So it’s a challenge to make great songs within a specific area that we’ve cornered ourselves. Solo albums at this time are bit more fun for me, I can just do whatever I like, experiment, collaborate with different people and not worry about a specific group of people. But they’re both my babies at the end of the day.

How do you feel  if a song is good for your solo album or for your band?
With Firewind I obviously cannot experiment too much. We can do classic metal, or faster stuff or sometimes more melodic hard rock tunes. So, anything within those lines would be acceptable for a FW record. With my solo thing, I can fit in anything else really. For example, now I made a full instrumental album.

When you started working on “Quantum Leap” did you have a clear idea of its content or did it all happen by chance?
No, I had a clear diea that I was gona go for an instrumental album. The thing that was the most hard was which ideas would fit best and how to develop a track without vocals. Sure I’ve written instrumental songs in the past, but it wasn’t my area 100%. So, it was fun and learning experience for me to dive in deeper into this world.

 The songs seem to me born to have vocal lines, is it just me?
I guess that means I did a good job with creating catchy melodies? To answer your question – no, they weren’t made for vocals. It was just riffs and ideas I had and I just developed them having the guitar in mind at all times. Sometimes I tried to make the guitar play melodies that can be sing-able.

 What’s your feeling with your voice? You like singing?
I like doing backing vocals, and I do that a lot in Firewind and in my solo shows. But I don’t think I have as great voice to be a lead singer. I wish! Haha….

You’ve reached your fourth album alone, would you ever have predicted that when you left Berklee College of Music after a few weeks?
I could have never predicted that all these amazing things would happen to me and have such a career since that time I was at Berklee! I’m really blessed to have had such a ride so far.

What were your heroes in your youth?  Did you buy instrumental albums?
Too many really! I was a huge Yngwie fan, but also huge fan of Satriani, Vai, Paul Gilbert, Marty Friedman, Uli Jon Roth, Michael Schenker, Gary Moore….the list goes on and on. And yes, I did buy instrumental albums when I was younger, I picked up most of the stuff that came out of Shrapnel records.

Do you consider yourself an example for young musicians today?
It’s not my place to say or judge that. I just do what I do. But if my story or my music inspires someone to pick up the guitar, write a song, or pursue his own dream, it brings me joy, it’s an honour and it feels like I’m doing something right.

My promotional copy includes a second CD, “Live in Budapest”: how did the idea of a bonus live CD come about? What to do with the current concert block?
It was my idea that I suggested to AFM Records, cause we already had a mix of the show in Budapest from 2018. We just never released it, except of a digital EP two years ago. So, I thought why not offer value for money to the fans and give them a live album together with the new music? I think it’s pretty cool. The only issue is that we had to be limited to songs that AFM owns, as my back catalogue is with another label and obviously there would be legal issues. As for the current concert situation – I just hope to return to the stage sooner than later!

Athlantis – The seventh wonder

L’avventura degli Athlantis di Steve Vawamas pare giunta al termine con il settimo sigillo, quel “Last But Not Least” da poco pubblicato dalla Diamond Prod. (Nadir Promotion). In attesa di scoprire se Atlantide sorgerà nuovamente dalle acque tra qualche anno, abbiamo discusso del disco d’addio con il leader della band.

Ciao Steve, possiamo definire gli Athlantis una sorta di all star band dell’heavy\power metal tricolore?
Ciao Giuseppe, prima di tutto grazie per avermi concesso questa intervista. Inizio con il dire che le all star band del panorama tricolore sono altre, noi siamo dei musicisti che nei vari progetti abbiamo dato anima e note per questo tipo di musica e abbiamo cercato sempre di dare il meglio in primis per noi stessi e poi per gli altri. Athlantis nasce come un mio side project e ho avuto la fortuna di condividere le mie idee con degli ottimi musicisti della scena italiana, ma più che altro degli amici che si sono offerti per la realizzazione dei miei sette album. E poi forse se dovessimo essere delle all star non sta me a dirlo ma al pubblico che ci ascolta e ci segue

Ormai siete attivi come Athlantis da quasi due decenni, come si superano gli ego personali per operare come una vera e propria band, nonostante individualmente abbiate tutti una storia prestigiosa?
Due decenni? Caxxo passa il tempo! A parte gli scherzi, gli Athlantis come dicevo prima nascono come un mio side project, non esistono ego personali. Le cose sono ben chiare dall’inizio, io tiro giù le stesure dei pezzi, poi c’è una telefonata in cui dico ai ragazzi che c’è da registrare un disco e, dopo la risposta degli altri subito affermativa, si inizia a registrare. Sono del parere che la band deve essere composta da un leader e gli altri collaboratori, a volte le idee dei collaboratori sono meglio delle idee del leader, e sta al leader essere umile ed accettare dei consigli. Poi se i consigli vengono da gente di un certo calibro ecco che il lavoro viene più semplice e senza menate di balle.

Ti andrebbe presentare l’attuale line-up?
Grazie per la domanda, lo faccio con grande piacere. Per questa mia ultima creatura mi sono avvalso del mio fidato chitarrista Pier Gonella, con lui tutte le cose diventano più semplici. Io e lui collaboriamo anche nei Mastercastle da anni e ha suonato in quasi tutti i dischi degli Athlantis. Alla voce il mitico Davide Dell’Orto, già cantante dei Verde Lauro e dei Drakkar. Lo trovo un grandissimo cantante professionale sempre sul pezzo e, ormai dopo tre dischi, siamo diventati amici: questo va oltre la musica e ci piace! Alla batteria ho avuto il piacere di avere uno dei migliori batteristi della scena metal italiana, cioè Mattia Stancioiu. Un sogno che si è realizzato: dal primo momento che lo ascoltai in una data nei Labyrinth nel lontano 98 ho sempre sognato di registrare con lui e il mio sogno si è realizzato. Grande musicista e professionista, una goduria suonare il basso sulle sue parti di batteria. A completare la line-up, c’è Stefano Molinari alle tastiere, un amico e un grande musicista che è entrato nelle fila degli Athlantis ben tre dischi fa. Voglio citare anche Stefano Galleano, il capo dei Ruxt che come nel precedente disco mi ha scritto un pezzo della madonna: la nostra collaborazione va avanti da anni nel suo progetto e ancora ne vedremo e sentiremo delle belle.

A fronte delle modifiche nella formazioni intercorse in questi anni, qual è l’elemento che non è mai mancato nei sette album finora pubblicati?
Io…… ahahahahahaha!!! A parte un disco, che è “Metalmorphosis”, dove le chitarre sono state registrate da Tommy Talamanca, tutti gli altri sono stati registrati da Pier Gonella. Sì, sono cambiati i batteristi, i cantanti, ma Pier è sempre stato l’elemento fondamentale.

Qual è la vera novità stilistica introdotta con “Last But Not Least”?
M guarda grandi novità non ce ne sono. Come dico sempre in ogni intervista, io sono un amante del power metal e cerco di tenermi su quella linea, ma poi mi rendo conto che le mie idee sono libere da etichette. Nella stesura dei pezzi è presente una sorta di tirare giù emozioni del momento, dipende molto da come mi sento emotivamente in quel periodo: in questo disco mi è venuta voglia di tirare giù argomenti anche sociali, purtroppo questo disco l’ho tirato giù nel periodo di pandemia, e cioè nel primo lockdown, quindi ti lascio immaginare il mio stato d’animo. Ma sono molto soddisfatto del lavoro svolto.

Immagino che il titolo, “Last But Not Least”, abbia anche un contenuto ironico, ma dovendolo porre all’interno di una ipotetica classifica di importanza dei vostri dischi, in quale posizione si piazzerebbe?
Ora ti spiego in poche parole perché quel titolo: ho deciso che, come settimo disco questo, dovrebbe essere l’ultimo per gli Athlantis. Come le meraviglie del mondo sono 7, anche le meraviglie degli Athlantis devono essere 7 (presunzione mia ahahahaha)! Ho deciso di fermarmi e continuare con i progetti che ho in piedi – Ruxt, Mastercastle, Bellathrix – e altre cose. Quindi essendo l’ultimo Athlantis, ho pensato bene di intitolarlo così, l’ultimo ma non di importanza. Forse questo è il disco più importante, ho raggiunto una maturità come musicista e adesso anche come produttore, anche perché questo disco è stato registrato mixato e masterizzato presso il mio studio Steve Vawamas Studio.

L’inizio del disco mi ha ricordato la manopola che gira, cercando una stazione radio decente, dell’EP degli Helloween (1985): si tratta di un tributo oppure è una cosa nata spontaneamente senza alcun riferimento coi tedeschi?
Ahahahhahah, io sono un vecchio e quella radio che girava e poi partiva il gingle di “Happy Halloween mi ha segnato! L’ho vissuta e me la porto dentro come un cameo della storia del power. Mitici Helloween! Invece, per quanto mi riguarda, essendo l’ultimo disco Athlantis, volevo ripercorrere in pochi minuti i sei dischi precedenti. Come ben noti nella copertina, nei quadri sono rappresentate le sei copertine degli album passati. Quando si chiude un capitolo, si guarda sempre quello che si è fatto dietro, e io l’ho voluto rappresentare, oltre che nella copertina, anche in audio. E quale elemento se non la manopola della radio che girando trova uno stralcio di un pezzo di ogni disco? Comunque, gli Helloween inconsciamente mi hanno influenzato…

Dal punto di vista lirico, mi sembri molto concentrati sul presente, come hai accennato prima: credi che l’artista possa estraniarsi dall’ambiente in cui vive o abbia la responsabilità di dire cosa non va nella società?
Quando scrivo i testi, in prima battuta butto giù le mie sensazioni del momento. In primis quello che regna sovrano in tutti i miei dischi è il bene e il male, questo contrasto che mi perseguita sin dal primo disco. In questo l’ho voluto esprimere in fatti che accadono attualmente, ho voluto descrivere l’amore sia fisico che spirituale e ho voluto esprime il male: uno stupro, la violenza sulle donne e anche l’abbandono del tuo amico più fidato, il cane. Argomenti che quando li sento mi fanno rabbrividire. Ci tengo a specificare che la voce del cane è di Willy BAUamas e cioè il mio ciuffi truffi bau (il mio cagnolone) e colgo l’occasione di dire che se abbandoni un cane meriti una vita di stenti e grandi sofferenze. Scusa, ma questo dovevo dirlo! Sono per la libertà di espressione, uno può dire quello che vuole nei suoi pezzi. Se gli argomenti sono a livello culturale o livello sociale basta che dia un buon messaggio e aiuti certa gente a capire cosa bisogna fare e cosa non bisogna fare! I testi sono stati scritti anche dalla mia compagna, Marcy, e da Barbara Galleano. Liriche che sposo in pieno, sia come contenuti che come bellezza!

A proposito di cose che non vanno: alla luce delle attuali limitazioni, riuscirete a presentare il disco dal vivo?
Athlantis è un progetto che non è mai uscito dal vivo e penso mai lo farà. Comunque, questo per la scena live è un momento difficile e io auguro con tutto il cuore alle band che vogliono suonare di tornare ai live più di prima con gente sotto il palco che ti da carica e ti fa dire: caxxo ho fatto mille sacrifici e ne è valsa la pena… Caro Giuseppe, ora ti saluto e volevo ringraziarti ancora per la possibilità che mi hai dato di fare questa intervista. Voglio ringraziare Diamonds Prod che ha sempre creduto in me in questi ultimi anni, ringraziare i mie compagni di viaggio sopracitati e ringraziare te lettore che sei stai leggendo questo vuol dire che hai superato la pappardella di roba che ho detto senza addormentarti! A tutti dico: Stay Metal… anche questo è rock and roll!!!!

Rhapsody of Fire – Il fuoco eterno

I Rhapsody of Fire tornano sul mercato e lanciano un antipasto (rinforzato) del loro prossimo album. Quello che doveva essere un semplice singolo, “I’ll Be Your Hero” (AFM Records / All Noir), si è trasformato – così come ci ha raccontato Alex Staropoli – in un vero e proprio EP pieno di chicche per i fan della band tricolore.

Benvenuto su Il Raglio del Mulo, Alex. Il vostro nome contiene da qualche anno ormai la parola “fire”, ma quanto è difficile mantenere acceso oggi quel fuoco considerando tutti i problemi che attanagliano il mondo della musica? Mi riferisco all’impossibilità di fare concerti a causa della pandemia, pirateria, scarsi guadagni dallo streaming ecc ecc…
Grazie per avermi invitato! Certamente rispetto a 20 o 30 anni fa il music business è cambiato parecchio e vivere di musica metal oggi può non essere cosi facile. Per noi il fuoco della passione, il desiderio di creare musica e di suonare per i nostri incredibili fan è sempre vivo.

A fonte di questa situazione difficile, quanto è impostante per un gruppo avere un prodotto fuori, anche solo un EP come nel vostro caso?
Il nostro nuovo EP uscito da poco, è l’apripista, ci saranno molte novità a seguire nelle prossime settimane e mesi. L’entusiasmo è alle stelle e non vediamo l’ora che i nostri fan ascoltino il nuovo studio album.

Se non erro, questo è il vostro terzo EP, quali sono i vantaggi di questo formato?
L’idea iniziale era quella di fare uscire il primo singolo, ma avendo anche altri brani disponibili, tra live e versioni alternative in lingue differenti, abbiamo deciso di fare un EP e rendere cosi il prodotto più corposo ed appetibile. Durando quasi 40 minuti, trovo sia interessante per i nostri fan, in preparazione al nuovo studio album.

Il disco si apre con “I’ll Be Your Hero”, possiamo considerare questa canzone rappresentativa dell’album che seguirà oppure il disco si muoverà su coordinate differenti?
Ogni brano è a se stante, le coordinate sono differenti e al contempo tutti i brani sono collegati da un filo conduttore importante. Elementi come la velocità, l’impatto orchestrale, la trama corale e vocale in questo disco sono stati curati al minimo dettaglio.

Come e quando è nata questa canzone?
Posso dire che l’intero nuovo album è stato scritto, arrangiato, registrato e mixato negli ultimi 2 anni. La fase compositiva è sempre complessa da descrivere. Non sempre lavoro sullo stesso brano, anzi, molto spesso lavoro su brani diversi contemporaneamente e lo trovo alquanto stimolante in quanto lavori su ogni brano sempre a mente fresca.

La seconda traccia è “Where Dragons Fly”, come mai avete voluto ripresentare questa canzone in una nuova versione e quali sono le maggiori differenze rispetto a quella originale?
Questo brano è uscito a suo tempo solo in Giappone contenuto nell’album “Legendary Years”. Abbiamo quindi pensato di rilasciarlo ora anche in tutti gli altri paesi. Tutti i brani contenuti in “Legendary Years” sono stati completamente ri-registrati e presentati in una nuova veste sonora. Con l’ingresso di Giacomo alla voce abbiamo voluto creare un disco rimettendo a nuovo alcuni dei brani più classici della nostra discografia, senza nulla togliere alle versioni originali, ci riteniamo soddisfatti del risultato, soprattutto per “Where Dragons Fly”, in cui abbiamo potuto usare strumenti veri e originali come l’arpa celtica e l’oboe barocco (non presenti nella versione originale) ed ovviamente il flauto barocco suonato da mio fratello Manuel Staropoli.

“Rain of Fury” e “The Courage to Forgive” appaiono in una versione live, entrambi I pezzi sono stati registrati a Milano durante il “The Eighth Mountain Tour” del 2019. Cosa ricordate di quella data e perché avete deciso di utilizzare proprio quei brani per questa uscita?
Suonare in Italia è sempre speciale ed abbiamo voluto celebrare quella serata a Milano con la testimonianza di questi due brani. La performance della band e l’entusiasmo del pubblico mi hanno convinto subito, cosi ho scelto quei due brani in particolare per rendere omaggio a quella serata e ai nostri fan italiani.

“The Wind, The Rain And The Moon” appare in quattro versioni differenti – inglese, spagnolo, italiano e francese. Da un punto di vista tecnico è stato difficile adeguare il brano alle differenti metriche? Vi siete limitati a una traduzione letterale del testo oppure avete apportato qualche lieve variazione?
Non è stato difficile, anche se ci vuole una certa dedizione e aiuto da persone madrelingua. Ovviamente, i testi non sono sempre facilmente traducibili, questo ti permette di creare testi alternativi in altre lingue con significati in linea con la versione originale del brano, ma espressi in modo diverso. Molto spesso, anzi sempre, la versione in Italiano ha una marcia in più!

Sul fronte live, magari in Europa, si vedono spiragli o è troppo presto per poter pensare a un vero e proprio tour?
Nei primi mesi del 2022 abbiamo varie date previste in Europa e siamo pronti a tornare on stage!! Desideriamo vedervi numerosi!

In chiusura vorrei farvi una domanda basata sulla tua esperienza: quando esplose il fenomeno Rhapsody, nella seconda metà degli anni 90, il vostro successo giovò a tutto il metal italiano, anche a gruppi con un sound molto differente dal vostro. Credete che oggi, senza entra nei dettagli della qualità della musica proposta e del cammino fatto, il successo dei Måneskin possa in qualche modo possa dare visibilità alla scena musicale italiana?
Non ne ho idea, non li ho mai sentiti. Non guardo la TV da molti anni e quindi non sono a conoscenza di un certo tipo di eventi e realtà. In Italia, soprattutto nel metal ci sono band fortissime, ci sono tantissimi gruppi e musicisti che suonano per passione e tantissime scuole di musica e altrettanti studenti che sono appassionati dalla musica. Il successo è relativo. Si può essere felici suonando uno strumento senza per forza avere successo o visibilità.

Screaming Shadows – Le ombre urlano ancora

Bisognerà aspettare ancora qualche mese prima di poter ascoltare “Legacy of Stone” (From the Vaults), il nuovo album degli Screaming Shadows, ormai assenti dalle scene da un decennio. Abbiamo cercato di carpire da Francesco Marras qualche anticipazione sul disco in occasione della pubblicazione del nuovo singolo “Free Me”.

Ciao Francesco, dopo una decade le tue ombre sono tornate ad urlare grazie al nuovo singolo “Free Me”! Come hai occupato questi due lustri?
Ciao a tutti, si gli Screaming Shadows sono tornati e con l’uscita del singolo/video di “Free Me” abbiamo ricevuto un caloroso welcome back. In questi ultimi 10 anni mi sono concentrato più sulla mia carriera solista, ho pubblicato due dischi strumentali (“Black Sheep”, “Time Flies”), un paio di side studio projects (Black Demons , Stone Circles), sono cresciuto come produttore e compositore, ho iniziato a lavorare come turnista collaborando con tanti musicisti come Alessandro Del Vecchio, Jason Rullo, John Macaluso, Terry Brock, Daniel Flores, Angelica, Mattia Stancioiu, ecc., ho suonato come sostituto per band come Purpendicular e Bonfire. Malgrado sia stato molto impegnato ho comunque sempre continuato a comporre musica per gli Screaming Shadows.

Il lungo stop dopo la pubblicazione di “Night Keeper” è stato voluto o è capitato?
Un po’ tutti e due, la produzione di “Night Keeper” è stata molto impegnativa e avevo bisogno di una pausa che si è dilatata un po’ a causa dei vari impegni musicali. La produzione del nuovo disco è comunque iniziata circa 5 anni fa.

Il titolo “Free Me” ha qualcosa a che fare con la situazione di “cattività” in cui viviamo oggi a causa del covid?
Non direi, quando ho scritto il testo non avrei mai pensato che avremmo attraversato una pandemia come questa. Parla più che altro di una situazione generale in cui si trovano gli esseri umani, questa canzone cerca di mandare un messaggio positivo, invita a non sprecare il tempo che abbiamo a disposizione su questo mondo, ad assaporare ogni istante e tutte le esperienze che viviamo, sia positive che negative, a rimanere in contatto con la natura e non avere rimpianti.

Come è nato questo pezzo?
Un po’ come tutte le canzoni che compongo, di solito butto una demo in cui suono le chitarre, il basso, programmo la batteria e canto le linee vocali in fake english. Poi riascolto, vedo cosa funziona e cosa no, modifico, scrivo il testo e la canzone è pronta per la produzione.

In qualche modo la tua esperienza con i Tygers Of Pan Tang ha influenzato la riuscita del pezzo?
Non direi perché come ti dicevo tutto il materiale è stato scritto anni fa, prima del mio ingresso nei Tygers. Il disco era già mixato quando ho fatto le audizioni.

Al di là della tua esperienza nelle gloriose Tigri, quando è cambiato il modo di lavorare di una band in questi 10 anni? Ovviamente, mi riferisco soprattutto al progresso tecnologico, non necessariamente in ambito musicale…
Ho iniziato a fare il musicista intorno agli anni 98/99 e ho vissuto tutto il passaggio dall’analogico al digitale. Oggi è tutto molto differente e mi rendo conto che le giovani band hanno a disposizione molti più strumenti per la produzione e la promozione della propria musica.

Il prossimo inverno arriverà il nuovo album, “Legacy Of Stone”, quanto è rappresentativo del disco “Free Me”?
In questo disco ho cercato di mantenere una certa coerenza tra i vari brani e “Free me” rappresenta a pieno quello che ci si può aspettare dal disco, un heavy metal classico con una produzione moderna, ispirato dai grandi nomi del genere come Iron Maiden, Queensryche, Helloween con tanta melodia, potenza e qualche sferzata di power e prog.

Night Keeper” conteneva le ospitate di Alessandro Del Vecchio (Edge Of Forever, Silent Force), Mattia Stancioiu (Crown Of Autumn) e Pier Gonella (Necrodeath), dobbiamo aspettarci qualcosa di simile sul prossimo lavoro?
No, ed è stata una scelta ponderata. Volevo un disco che fosse omogeneo e cantato da un unico cantante. Il nostro nuovo acquisto si chiama Alessandro Marras, con cui avevamo già lavorato in passato, era inoltre presente su un brano di Night Keeper.

Qualora le condizioni sanitarie dovessero permettervi di fare qualche concerto prima dell’uscita di “Legacy Of Stone”, proporrete qualche brano nuovo oppure preferite attendere che il disco sia fuori per dedicarvi ai live?
Stiamo già organizzando delle date per la presentazione del disco a Novembre, in questi mesi sarò molto impegnato con i Tygers e preferisco aspettare l’uscita di Legacy of Stone prima di tornare sul palco con gli Screaming.

Helloween – L’armata delle sette zucche

Helloween, il nuovo album!!! Venerdì 18 giugno esce il nuovo attesissimo lavoro in studio dei tedeschi Helloween. Il primo album inedito con la formazione a sette elementi e il ritorno di Michael Kiske (cantante) e Kai Hansen (voce e chitarra), che avevano abbandonato la band molti anni fa. La reunion a tre voci e a tre chitarre portata sui palcoscenici di tutto il mondo alcuni anni fa ha riscosso talmente tanto successo che la band ha deciso di registrare un album tutti insieme. “Helloween” (Nuclear Blast), album che porta lo stesso nome del gruppo di Amburgo, come il loro primo mini LP del 1985. A distanza di tanti anni, una delle band più importanti del panorama heavy metal mondiale sembra avere ancora molto da dire, abbiamo contattato tramite una videochiamata il cantante Andi Deris, nella sua dimora a Tenerife.

Andi, ricordi quando hai suonato a Bari nel 1992?
Certo, che lo ricordo! Ero in tour con i Pink Cream 69, facevamo da special guest agli Europe. Fu divertente e strano allo stesso tempo, ricordo che ero con Joey Tempest nel backstage e nel momento in cui doveva già esserci la gente all’interno del teatro stranamente lo vedemmo vuoto, non c’era ancora nessuno, tutti fuori. Chiedemmo informazioni e qualcuno della crew italiana ci disse che non potevano fare entrare nessuno prima che arrivassero determinate famiglie, una cosa davvero strana, mi è rimasta impressa nella mente. Il tour in Italia fu fantastico, ricordo un cibo buonissimo. In quel tour con gli Europe giocavamo spessissimo a calcio, Svezia contro Germania, spesso vincevano loro.

Il primo singolo del nuovo album, “Skyfall”, nella divisione delle parti vocali, delle tre la tua è quella meno presente, un “bel gesto” nei confronti dei tuoi colleghi aver dato loro molto spazio al loro rientro in formazione.
Nella versione “edit” del singolo, che dura circa sette minuti, sì è vero, nel tagliare le parti sfortunatamente hanno tagliato la maggior parte delle mie, ma se ascolti la versione integrale, che dura circa 12 minuti, quella inclusa nell’album, ci sono anche io (ride, nda).

Ruolo che riprendi pienamente nel secondo singolo, scritto da te, “Fear of the Fallen”, di cosa parla questo brano?
“Fear of the Fallen” parla della più grande paura che hanno gli angeli caduti, appunto i “fallen angels”, dei veri angeli custodi dell’umanità. Quando accade qualcosa di brutto con l’umanità, quando si sta per distruggere tutto o tutto sembra andare all’inferno i veri angeli proteggono l’umanità, è una cosa che penso da quando sono ragazzo, non so se è mito o realtà, ma è una cosa che mi rilassa molto pensare che un grande potere possa salvarci.


Foto di Martin Hausler

Sei religioso o è più un credo spirituale?
Potresti leggerla sia dal punto di vista religioso che sotto altri aspetti. Quando Kai Hansen stava finendo di scrivere il testo di “Skyfall”, l’ha interpretato come se ci fossero degli alieni a vegliare sull’umanità, per questo sembrano esserci avvistamenti di UFO talvolta, non so se è reale o meno ma pensare che ci sia un potere invisibile che veglia su di noi è una bella sensazione.

E’ stato più difficile registrare quest’album rispetto ai precedenti dato che eravate in sette anziché i “soliti cinque”?
Più difficile no, anzi. Piuttosto richiede sicuramente il doppio del tempo, perché utilizzando due, a volte tre voci, devi controllare le parti dove ognuno si trova a proprio agio, lo stesso discorso vale per le tre chitarre, ma non direi più difficoltoso.

Spesso gli Helloween vengono additati come “Happy Metal band”, che ne pensi di questa affermazione?
E’ una parte molto importante che la band ha sempre avuto, però si tende a miscelare il tutto perfettamente con altri suoni, ci sono sempre 3 o 4 canzoni più “cheesy” all’interno di un album anzi a pensarci ne abbiamo molte di più in cantiere volendo (ride, nda).

Voi siete stati definiti la power metal band per eccellenza, ma allo stesso tempo siete una band di classic metal e rock, la definizione “solo power” non vi sta stretta a volte?
Esatto. La band però ha avuto successo agli esordi con “Walls of Jericho”, che è un album tipicamente power metal, uno dei primi in assoluto del genere e da lì siamo stati definiti i “Padri del Power Metal”. Kai e Weiki (Michael Weikath, altro chitarrista della band, nda) parlano spesso dell’argomento, Kai ad esempio è l’uomo più “powermetal” del gruppo, mentre Weiki, “Sì, ma non solo”, per cui c’è una percentuale delle nostre canzoni che escono dal genere, sperimentano. Se consideri brani come “Dr. Stein”, “I Want Out” e “Future World”, sono dei brani classici del power metal, ma allo stesso tempo sono dei pezzi “pop-metal”. Per questo siamo una metal power band ma che ha un’audience molto rock, più classica. Quando ero ancora il cantante dei Pink Cream 69, Weiki mi fece ascoltare “Chameleon” (album degli Helloween del 1993, nda), io lo chiamai al telefono e gli dissi che era un gran disco che mi piaceva molto ma non era un disco adatto agli Helloween, piuttosto lo era per una band come i Bon Jovi. Weiki mi chiuse il telefono in faccia (ride, nda). Il giorno dopo mi richiamò scusandosi per chiedermi se pensavo davvero quello che avevo detto e gli dissi che non era sufficientemente metal per una band come la loro, nonostante sia un disco che mi piace tantissimo.

Cosa ne pensi di questo periodo di stop e del rinvio continuo delle tournée?
Orribile. Il periodo è molto delicato. Cosa sta succedendo in questo momento nessuno lo sa esattamente, non sono io a doverlo dire ma temo che ci sia una grossa influenza politica anche.

Il prossimo tour avrà scalette di tre ore come il precedente?
Non lo so esattamente, avremo uno special guest, gli Hammerfall, che suoneranno circa un’ora e mezza. Dipenderà dai promoter, probabilmente non potremo suonare ogni show per tre ore, ma dove avremo la possibilità di suonare di più lo faremo, tanto abbiamo tre cantanti, possiamo farlo (ride, nda). Tre anni fa abbiamo registrato un live album, tra i vari luoghi abbiamo utilizzato il concerto fatto al WiZink Center di Madrid che è probabilmente il miglior posto del mondo dove una band possa suonare, anche il backstage è fantastico, tutto. Se tutti suonassero lì, potrebbero abituarsi troppo bene le band (ride, nda).

Vivendo a Tenerife, conosci qualcosa la musica spagnola/latina?
Qui c’è molta musica reggaeton ma non è il mio genere, sembrano tutte uguali le canzoni. Però mi piace molto il flamenco, i chitarristi spagnoli sono tra i migliori al mondo, incredibili, ogni volta che li vedo dico che non devo più toccare una chitarra ma devo farlo per scrivere nuovi pezzi per la band (ride, nda). Conosco band rock come gli Heroes del Silencio, che sono una vera istituzione qui in Spagna e in Sudamerica, mentre dal Messico provengono e sono molto famosi anche qui i Maná. Negli anni 70/80 invece, abbiamo avuto in Germania in classifica molti artisti italiani, i miei genitori ascoltavano Adriano Celentano, grande artista, mi piace molto, e ricordo anche Gianna Nannini, anche lei, è bravissima.

Nel 1994 quando entrasti a far parte del gruppo, ti sei reso conto che sei stato con il tuo songwriting “il salvatore” degli Helloween?
Non so, posso dirti che a fine 1993 Weiki mi chiamò nuovamente chiedendomi di entrare nella band. Andai ad Amburgo, per me era importante che i ragazzi degli Helloween ascoltassero le mie canzoni, le stesse che i PC69 quando gliele ho presentate non volevano suonare. Mentre ascoltavano i pezzi li ho guardati negli occhi, a loro piacevano molto e dissi a me stesso: “loro amano le mie canzoni, questa è la mia band!”.

Ci parli di quando in un festival alcuni anni fa i tuoi idoli, i Kiss, ti guardavano mentre ti esibivi?
Stavo cantando e il tecnico del suono mi disse tramite gli auricolari di guardarmi alle spalle, quando vedo Gene Simmons e Paul Stanley che stavano guardando il nostro concerto, mi tremarono le gambe, suonare allo stesso festival, e realizzare che i tuoi idoli di una vita ti stanno guardando è incredibile. Peccato che siano arrivati al loro ultimo tour. Ascoltare musica è come un viaggio nel tempo, è una cosa fantastica che solo la musica ti può dare. In parte anche il cinema, ma non è la stessa cosa, quando ascolti musica chiudi gli occhi, viaggi nel tempo.

Avendo diviso il palco con tante band, qual è stata la più amichevole che avete incontrato?
Gli Iron Maiden, senza dubbio. Abbiamo fatto molti tour con loro. Però sono rimasto piacevolmente sorpreso dai Papa Roach. Entrambe le band ci conoscevamo solo attraverso le riviste ma è state una bellissima esperienza e molto amichevole, cosa non facile che accada con le band americane, non so perché, la gente lì è stupenda, non fraintendermi, ma le band sembrano più “fredde”, invece le band svedesi sono super amichevoli.

Tornando ai Kiss, hai visto l’intervista on line di alcuni anni fa dove fanno togliere all’intervistatore la maglietta che indossa degli Iron Maiden invece di una dei Kiss?
No, non l’ho vista. Il rock e la scena metal devono imparare a stare insieme e aiutarsi a vicenda. Per me non c’è alcun problema se hai una maglia diversa dalla mia band anzi, sono contento perché vuol dire che se hai la maglia degli Iron Maiden possono piacerti i Kiss ad esempio e magari anche gli Helloween. Non è una competizione. Questo è quello che dobbiamo imparare dalla scena rap/hip-hop, un genere musicale che a me non piace per niente, non fa per me, ma hanno una grande community da cui dobbiamo imparare. Tra loro artisti si aiutano molto. Se le band sono unite, lo sono anche i fan. Ad esempio io non amo il black metal ma ci sono delle melodie che mi piacciono, non per questo parlo male del genere.

Il consiglio è correre a far proprio questo album in uscita venerdì 18 giugno per l’etichetta Nuclear Blast. Tra le tante le edizioni previste segnaliamo il doppio CD limitato cartonato, e tra le varie versioni in vinile, oltre al picture disc e a molte edizioni colorate, la versione a tre dischi “Hologram edition”. Disco consigliato da Wanted Record, via G. Bottalico, 10 a Bari.

INTERVISTA ORIGINARIAMENTE PUBBLICATA SUL QUOTIDIANO “IL QUOTIDIANO DI BARI” IL 17 GIUGNO 2021

Nexus Opera – La Grande Guerra

Questa volta la collaborazione con Metal Underground Music Machine mi ha permesso di conoscere i Nexus Opera, ragazzi che hanno saputo sposare la propria passione per la musica con quella per la storia. Dopo una panoramica, ci siamo soffermati con il chitarrista Marco Giordanella sull’ultimo album del suo gruppo, La Guera Granda (The Great Call To Arms)” (Revalve Records), ritrovandoci così in una trincea della nefasta Grande Guerra.

Benvenuti ragazzi, prima di passare alla disamina del vostro recente album, “La Guera Granda (The Great Call To Arms)”, mi soffermerei sul vostro amore per la storia, come è nato? E perché soprattutto per le due guerre mondiali?
La risposta è facile. E’ il nostro cantante Davide ad essere un super appassionato. Quando entrò nel gruppo, poco dopo la formazione, prese ispirazione dalle poche musiche composte elaborando i testi ed inserendo le sue storie preferite. Poi pian piano completammo il nostro primo lavoro con nove storie tratte dagli eventi della Seconda Guerra. Invece, quando iniziammo a scrivere il nostro secondo album eravamo proprio nel Centenario degli eventi inerenti l’ingresso dell’Italia nella Grande Guerra ed è stato facile, conseguentemente, trovare ispirazione. Nasce così “La Guera Granda” dove raccontiamo episodi del primo conflitto tutti incentrati, però, sullo scontro italo-austriaco.

Motorhead, Sabaton, Marduk, giusto per citare alcune band che hanno subito la vostra stessa fascinazione per la guerra. Generi diversi, ma evidentemente non c’è una formula fissa per parlare di certi argomenti: voi perché avere scelto proprio il power?
Sicuramente siamo influenzati dagli anni 90, anche se poi ascoltiamo di tutto infatti la nostra musica non è completamente in linea con il power. Abbiamo spesso aggiunto stili diversi alle nostre track includendo, anche, qualche contaminazione che noi riteniamo a volte folk o tradizional-popolare. D’altra parte è anche vero che questo power è il genere che ci viene più spontaneo suonare vuoi anche per la presenza della tastiera.

Passiamo invece alla vostra di storia, l’esordio, “Tales from WWII”, ve lo siete autoprodotti, che mi dite di quel disco? Siete ancora soddisfatti?
Non si è mai soddisfatti. Ed è sempre uno stimolo per migliorarsi ma è pur sempre il nostro primo disco. Ne siamo fieri. Avevamo ( ed abbiamo) fondi limitati e abbiamo dato il nostro massimo per rendere il lavoro interessante. Ringraziamo ancora chi ci ha aiutato nella registrazione e mastering del prodotto. Così come un saluto e un grazie a chi, a suo tempo, ne ha tessuto lodi e/o critiche. Ci sono canzoni di quel disco che sono divenuti i nostri cavalli di battaglia e che riproporremo live quando sarà possibile, come “Laconia”, “Katyn” ed “End of War”.

E’ arrivato il momento di parlare de “La Guera Granda”, quando avete iniziato a scriverne i brani?
Come detto, è avvenuto quasi subito dopo l’uscita di “Tales From WWII”, visto che ci trovavamo nel 2015, a 100 anni dall’ingresso in guerra dell’allora Regno d’Italia. Purtroppo la fase di scrittura ci ha preso molto tempo sia per la nostra proverbiale lentezza ma anche a causa di un doppio cambio di lineup al basso. Il completamento dei pezzi è arrivato nel 2018 e a metà del 2019 eravamo in sala di registrazione, il disco poteva essere pronto per i primi del 2020 ma poi è successo quello che sappiamo tutti.

Avevate ben chiaro il concept del disco prima di buttar giù i primi riff?
Per il secondo album decisamente sì. Sapevamo dove saremmo atterrati. E questo anche se di solito nascono prima le melodie dei testi. Ma il desiderio era proprio quello di dedicare l’intero album a storie e protagonisti italiani del primo conflitto mondiale. 

Vi siete avvalsi della consulenza storica di qualcuno al di fuori della band?
Non in particolare. O se per consulenza si vuole intendere letture di libri, articoli, o quant’altro allora sì. Davide è sempre alla ricerca di cose del genere su tutte le  pubblicazioni che siano libri o anche fumetti a volte. Infatti, rivelazione, il titolo dell’album deriva proprio da una pubblicazione a fumetti di una storia inventata ma plausibile di soldati italiani durante gli ultimi giorni della Strafexpedition. 

Raccontate un pezzo della nostra storia patria, avete optato per un titolo in “italiano”, però alla fine avete preferito per i testi l’inglese alla vostra lingua natale, come mai?
Il titolo è espresso più in forma dialettale, diciamo. Comunque, l’italiano e una bella lingua ma l’inglese riesce ad espandere la musica in maniera globale. Inoltre non è semplice adattare l’italiano a questo tipo di musica.  È vero, c’è qualche esempio ma si è trattato per lo più di canzoni isolate come fu per la ballad dei Rhapsody. Rimaniamo convinti che la lingua giusta per questo genere sia l’inglese e questo senza nulla togliere alla nostra lingua madre.

Ho visto il video tratto dal brano “The Mine”, vi faccio i complimenti perché curato nei minimi particolari. Chi se ne è occupato?
Abbiamo passato settimane se non mesi a trovare idee per il video. E non ci siamo riusciti. Il merito va tutto a i ragazzi di Kinorama che, una volta ascoltato il pezzo, letto il testo e la nostra bozza hanno approfondito l’evento narrato e hanno avuto la loro idea e la loro interpretazione della storia. Il tutto ci ha letteralmente stregato e credo che scelta migliore non potevano fare perché hanno realizzato uno dei nostri sogni e ancora oggi, quando vediamo il video, orgoglio e brividi prendono il sopravvento. Ancora un grazie a loro. Li consigliamo a tutti!

In questi giorni pare che qualcosa si stia muovendo per la musica dal vivo, voi avete già dei programmi o è ancora troppo presto per poter parlare di un ritorno alla piena attività concertistica?
Non vediamo l’ora di tornare a suonare. Ormai tra l’impegno per la registrazione e il blocco causato dalla pandemia sono passati due anni. Abbiamo sicuramente in progetto un release party per promuovere il disco e stiamo vagliando alcune proposte per live estivi . Troverete tutto sulle nostre pagine social. Non appena avremo news sarete subito informati!

Ibridoma – Answers in ruins

A quasi tre anni di distanza dalla loro ultima fatica discografica, intitolata “City Of Ruins” ed uscita per l’italiana Punishment 18 Records, tasteremo il polso agli Ibridoma, band marchigiana presente sulle scene da 20 anni. Ne parliamo con Leonardo, il bassista…

Ciao Leonardo, ti do il benvenuto al Raglio del Mulo e ti ringrazio per la tua disponibilità a questa intervista, siete in attività ormai da una ventina d’anni, ti andrebbe di parlarci un po’ della storia della band?
Ciao a tutti e grazie del benvenuto, noi siamo gli Ibridoma, una band partita nel 2001 con stampo puramente heavy metal classico, ma che nel corso degli anni ha subito sensibili mutamenti grazie ai vari cambi di formazione, infatti della line up originale rimangono solamente Alessandro Morroni alla batteria e Christian Bartolacci alla voce, il primo chitarrista solista, Pietro Alessandrini, ha ceduto il testimone a Marco Vitali, io ho riempito il vuoto lasciato dal bassista Lorenzo Petrini mentre Simone Mogetta ha ceduto il posto di chitarrista ritmico prima a Daniele Monaldi, poi a Sebastiano Ciccalè ed infine a Lorenzo Castignani. Nel corso della nostra carriera abbiamo prodotto cinque album “Ibridoma” nel 2010, “Nightclub” nel 2012 prodotto da Michael Baskette, noto per aver lavorato con Alter Bridge, Slash e molti altri, “Goodbye Nation” nel 2014 prodotto da Max Morton, “December” nel 2016 e “City of Ruins” nel 2018, questi ultimi prodotti da Simone Mularoni. Nell’arco degli anni abbiamo suonato con diversi nomi di rilievo come Blaze Bayley, facendogli da gruppo di apertura nel suo tour italiano di “The man who would not die”, e Manowar nel festival Magic Circle.

Come mai Ibridoma? Quali furono le circostanze che portarono a propendere per questo nome?
Il nome Ibridoma è stato scelto per il fatto che nessuno dei membri originali provenisse dallo stesso genere, Alessandro e Simone ascoltavano principalmente hard rock, Christian votato all’heavy metal, Pietro che viveva di thrash metal e Lorenzo che ascoltava quasi soltanto death. Ibridoma in parole povere è una cellula che produce anticorpi di vario tipo partendo da un singolo genere, quindi come nome secondo me era piuttosto azzeccato.

Siete una band ormai molto matura, puoi dirci come, secondo te, si sia evoluto in tutti questi anni il vostro sound? Tenendo ovviamente conto del fatto che avete rilasciato ben cinque full…
Il sound del gruppo si è evoluto principalmente per due motivi, il primo sta nel fatto che la maggior parte di noi ormai ha raggiunto una certa età per così dire, quindi abbiamo bene in mente le origini di ciò che ascoltiamo e suoniamo, dall’altro lato però abbiamo sempre seguito il mercato musicale aprendoci anche a nuovi generi, aiutati anche dalla formazione che cambiava spesso, portando nuova linfa alla creazione dei pezzi e offrendoci anche punti di vista più “freschi” rispetto al nostro della “vecchia guardia”.

Il vostro sound di riferimento è chiaramente una forma di metal classico anche se, ascoltando bene, è possibile cogliere anche altre sfumature stilistiche, quali sono le band a cui vi ispirate?
Indubbiamente la base del nostro sound nasce dagli Iron Maiden, ma le nostre influenze sono le più disparate, abbiamo Megadeth, Stratovarius e AC/DC tra le band classiche, molto spesso per gli stacchi ci basiamo su gruppi più aggressivi come Six Fet Under, Breakdown of Sanity o Arch Enemy. Ce ne sono molte altre a cui facciamo riferimento, soprattutto perché sono band che ascoltiamo spesso per nostro gusto personale, ma se dovessi elencarle tutte probabilmente staremmo qui per almeno un’altra ventina di righe.

Volendo trattare il “tema” composizioni, chi di voi è il principale artefice?
A livello strumentale il principale compositore è Marco Vitali che, avendo una formazione tecnica più completa, riesce a comporre con più facilità rispetto al resto di noi, ciò nonostante tutto ognuno di noi ha sempre portato riff o perfino canzoni complete all’attenzione degli altri, e da lì si partiva con i dovuti cambiamenti.

E dei testi che mi dici? Quali sono i temi trattati?
I testi sono stesi quasi esclusivamente dal nostro cantante Christian Bartolacci, ma gli argomenti trattati sono proposti da tutti, abbiamo trattato temi concreti che ci toccassero personalmente, come il terremoto del 2016 e il recente cambiamento climatico o il continuo abbandono dell’Italia da parte dei giovani per tentare la fortuna all’estero. Abbiamo trovato queste tematiche più nelle nostre corde rispetto a temi più astratti o “epici”.

Vorrei soffermarmi un attimo sulla cover del vostro ultimo “City Of Ruins”, molto accattivante… Potresti spiegare cosa si cela dietro e chi è l’autore della stessa?
La copertina è stata creata da Gustavo Sazes, con il quale abbiamo collaborato anche per le copertine di “December” e “Goodbye Nation”, è un artista che sta andando molto e che ha collaborato con molti altri artisti come James LaBrie e Amaranthe. Ovviamente la copertina sta ad illustrare come noi stiamo percependo la nostra società odierna e il mondo che ci circonda.

Sono ormai passati quasi tre anni dal vostro ultimo full, ci sono novità che vuoi svelarci? Cosa avete in cantiere per il prossimo futuro?
Abbiamo dovuto dilatare un po’ i tempi a causa della pandemia e di alcuni problemi personali, ma sicuramente per il prossimo autunno usciremo con qualcosa di nuovo che certamente non deluderà chi già ci segue e che speriamo sia apprezzato anche da chi non ci conosce. 

Come band, in che maniera state vivendo questo particolare periodo storico in cui tutto si è fermato?
Sicuramente l’impossibilità di esibirci live si sta facendo sentire, ma ne abbiamo approfittato per stare di più con i nostri cari e cercare di migliorarci a livello sia personale che tecnico, inoltre abbiamo sempre cercato di non demoralizzarci e sicuramente la musica in questo ci ha aiutato molto, continuando a comporre e suonare, anche se per conto nostro.

Dunque Leonardo, siamo arrivati alla fine, grazie ancora per questa chiacchierata! Non mi resta che augurare a te e alla band un grosso in bocca al lupo per tutto, concludi come vuoi!
Grazie al Raglio del Mulo per lo spazio che ci avete concesso, ringrazio anche tutti coloro che hanno letto quest’intervista e continuano a seguirci e supportarci, per chi ancora non ci conoscesse spero che vorrete ascoltarci sui nostri social nell’attesa di poterci rivedere nuovamente live. Stay Metal

Vexillum – Vessilli di guerra

Universi partoriti dalla fantasia che possono regalare momenti di svago ma anche sbattere in faccia la durezza dei giorni che viviamo. L’arte dei Vexillum è una metafora, e nel nuovo “When a Good Man Goes to War” (Scarlet Records) questo aspetto di didascalico viene amplificato dalla assurda situazione in cui attualmente languiamo.

Benvenuto su Il Raglio Michele, vi avevamo lasciato con “Unum”, un disco che probabilmente ha tracciato un solco nella vostra storia: questi sei anni di attesa sono dovuti al carico di responsabilità derivanti dal dover dare un degno successore a quell’album?
Ciao Giuseppe, intanto grazie per questa opportunità. Sicuramente “Unum”, ha rappresentato un tassello importante, un concept con cantanti importanti a duettare con Dario, è stato davvero un capitolo segnante per la vita della band. Di certo l’esigenza di mantenere alto il livello, se non alzarlo ulteriormente, è uno dei nostri obbiettivi da sempre e da qui anche il bisogno di prendere il tempo necessario perché l’ispirazione e l’energia creino la situazione giusta, come hai detto tu la responsabilità si fa sentire. Aggiungo anche che dopo la tournée di supporto ad “Unum”, abbiamo avuto la necessità, più o meno tutti all’interno della band, di occuparci delle evoluzioni delle nostre vite private e quindi di un po’ di tempo per noi.

Cosa rappresenta questo nuovo album nella vostra discografia e cosa aggiunge di nuovo rispetto alle uscite precedenti?
Questo album si riallaccia direttamente a “The Bivouac”, a quel tipo di composizioni, ma porta con se un tono più scuro, derivante da una rabbia e sentimenti che sentivamo la necessità di esternare. Questa atmosfera si rispecchia nei temi ed emerge nel sound, quest’ultimo sicuramente più ricco e ricercato rispetto al passato, è una diretta evoluzione del nostro stile, con tutti gli elementi che ci sono sempre piaciuti, ma ancora più potente e diretto. “WGMGTW” per come lo sento rappresenta un po’ l’ album “della maturità”, una sorta di passaggio all’età adulta musicale per la band, e sicuramente una linea di demarcazione tra il passato ed il futuro.

Il vostro sound base è una miscela di power di matrice tedesca con influenze celtiche, ma c’è un qualcosa che vi identifica come gruppo italiano?
E’ una domanda interessante, la cosa principale che mi viene in mente sono i nostri live, il nostro modo di fare e di intrattenere festaiolo è tipico di noi italiani, la ricerca dell’energia che deriva dalla partecipazione attiva del pubblico. Poi in questo nuovo album per la prima volta abbiamo inserito una canzone inedita in italiano, a questo giro siamo più italiani anche sul disco!

Il disco precedente era ricco di ospiti importanti e si concludeva con un paio di cover. In “When Good Men Go To War” pare quasi che abbiate espresso la volontà di rinchiudervi in voi stessi, facendo tutto da soli e senza necessariamente dover rendere il vostro tributo ai grandi del passato. Questa mia sensazione è esatta oppure no? Qualora lo sia, è stata una scelta conscia o inconscia?
Posso dire che questa scelta sia stata voluta, la sensazione di cui parli non è sbagliata, ma più che rinchiuderci in noi stessi è stata la volontà di voler affrontare questo capitolo con le sole nostre forze, nel bene e nel male. Ci siamo domandati diverse volte se fosse una scelta da valutare meglio, sarebbe stato sicuramente interessante, o se fosse una buona mossa di marketing, portare uno o più ospiti anche su questo nuovo lavoro, ma alla fine non ne abbiamo mai veramente sentito il bisogno, io personalmente non ho mai pensato ad un singolo verso di questo disco cantato da altri se non da Dario. Lo stesso discorso vale per le eventuali cover, avevamo già molto materiale nostro su cui lavorare. Con questo non vogliamo assolutamente peccare di arroganza o mancare di rispetto ai giganti a cui ci ispiriamo, le collaborazioni sono sempre e comunque molto stimolanti. A pensarci è un ottimo paragone con il setting dell’album, su una nave davanti ad una tempesta imminente da soli e devi affrontarla con le tue forze.

Il disco è stato preceduto dal singolo\video “When a Good Man Goes to War”, brano che da anche il nome al disco. All’interno dell’album questo pezzo ha un significato di rilievo?
Sicuramente, abbiamo scelto questo brano come apripista per il disco proprio perché ne incarna completamente il mood e l’atmosfera. Non per nulla da questo brano è tratto il titolo dell’intero lavoro. Nonostante ogni canzone sia una storia assestante c’è un filo conduttore sottile che viene portato avanti in ognuna. In ogni canzone il tema, le emozioni e le storie raccontate sono un tassello di un disegno più grande che trova la massima rappresentazione in “When a Good Man Goes To War”.

Il titolo del disco va anche contestualizzato al momento che viviamo oppure no?
Questo è un argomento di cui discutiamo spesso anche tra di noi, e la risposta è si, assolutamente. Nonostante la creazione di tutto il materiale sia cominciata abbondantemente prima di questa assurda situazione mondiale non possiamo fare a meno di considerare tutto quello di cui si parla perfettamente attuale. Direi sotto quasi tutti gli aspetti da quello politico a quello sociale; in alcuni casi le tematiche descritte molto prima della pandemia sono diventate veri e propri problemi all’ordine del giorno, amplificati dalla pandemia e dalla mancanza di un vero senso di comunità. Oltre che ad intrattenere e regalare un momento di svago e spensieratezza con la nostra musica speriamo che questo disco possa far riflettere chi deciderà di ascoltarlo, perché di spunti ce ne sono davvero molti e, mi ripeto, molto attuali.

Ad ogni modo, un’opera come la vostra dal sapore antico e mitologico, può rappresentare un momento di fuga dalla realtà. Quanto è importante il poter uscire, almeno mentalmente, dalla cattività in cui viviamo grazia alla musica?
Adesso è fondamentale, con la situazione della pandemia che ancora va avanti ed il mondo dello spettacolo praticamente fermo da più di un anno ogni occasione di fuga credo che sia di inestimabile valore e da cogliere al volo, per staccare anche solo temporaneamente da questa “versione ridotta” della vita a cui siamo stati abituati e per, magari, alleggerire il senso di sopportazione che volenti o nolenti subiamo da un po’. Avevamo dei dubbi se far uscire proprio adesso questo nuovo lavoro, per la paura di non poterlo sostenere con una vera e propria promozione di concerti live, ma credo che la scelta sia stata comunque giusta perchè proprio per i motivi che hai sollevato non andrà comunque “sprecato”.

Alla luce della risposta precedente, qual è il ruolo dell’artista oggi?
Il ruolo dell’artista è oggi più che mai quello di creare un ponte con una dimensione che sia migliore o comunque diversa da quella che si ha nella realtà di tutti i giorni, nella quale chi ne giova può trovare rifugio e come dicevamo prima staccare la spina per un po’. Più di una volta mi è capitato di persona di essere letteralmente “salvato” da una canzone, da un film, da una poesia. Spero anche che tutti si ricordino quanto questo ruolo dell’artista sia importante e da valorizzare, lo dico perché mi sembra che troppo spesso sia un qualcosa di dato molto per scontato dai più. Vorrei vedere tutti catapultati improvvisamente in un mondo senza arte, senza musica, quale sarebbe la reazione, forse solo in quel caso si percepirebbe la profonda importanza del lavoro e del ruolo dell’artista. Andando avanti sulla strada sulla quale siamo, spero momentaneamente, non manca tanto. Supportate l’arte e supportate gli artisti che vi piacciono!

Siete arrivati al quarto capitolo della saga, ce ne saranno altri e, se sì, avete già in mente il canovaccio dei prossimi passi?
Assolutamente si, durante il lockdown del 2020 abbiamo avuto modo di buttar giù diverse nuove idee che andranno sicuramente a formare i prossimi lavori, e con la nostra nuova etichetta abbiamo già preso accordi per i prossimi capitoli. Al momento è sicuramente presto per parlare di qualcosa di concreto o anche solo di canovaccio. Riguardo ai prossimi passi, stiamo lavorando molto per cercare di dare un supporto più “live” possibile a questa uscita, sfruttando più possibile i social network e le piattaforme di streaming, ovviamente con la speranza che riparta al più presto la possibilità di trovarsi ancora una volta tutti a scapocciare su e giù da un palcoscenico.

Drakkar – I signori del caos

La nave, rigorosamente vichinga, guidata dal capitano Dario Beretta non teme le bonacce compositive. Anzi i Drakkar continuano a salpare i marosi con il vento in poppa, forti di idee sempre nuove e del caratteristico sound della compagine meneghina, come dimostra il nuovo disco “Chaos Lord” (Punishment 18 Records).

Benvenuto Dario, dopo un paio di EP, finalmente è in dirittura di arrivo il vostro nuovo album “Chaos Lord”. Quali sono le novità che accompagnano questa uscita?
Finalmente ci siamo, sì! Abbiamo registrato questo disco nel 2019, è stata una lunga strada perché potesse finalmente arrivare all’uscita ufficiale. Musicalmente, “Chaos Lord” è la logica prosecuzione di “Cold Winter’s Night”, la nostra prima uscita dopo il ritorno alla formazione a due chitarre, con un’ulteriore evoluzione del sound che ci ha portato a ridurre drasticamente le parti di tastiere, con la conseguente decisione di passare a una formazione a cinque elementi. Il fatto che l’uscita del disco sia stata spostata dal 2020 al 2021 ha comportato la bizzarria del fatto che l’EP del 2020, “Falling Down”, sia uscito prima pur essendo stato registrato dopo, quindi in un certo senso “Chaos Lord” rappresenta uno step nella nostra evoluzione che è precedente rispetto all’EP, ma sostanzialmente si tratta di materiale molto vicino, nessuno stravolgimento.

Forse è una mia impressione, ma in questo disco mi pare più evidente il tuo amore per i Running Wild, sbaglio?
Penso che il nostro disco più influenzato dal songwriting della ciurma di Rolf Kasparek resti sempre il primo, “Quest for Glory”, che in buona parte era stato concepito quando nella band c’erano due chitarre, anche se alla sua uscita ero rimasto soltanto io. Il fatto di essere tornati ad avere due asce nel gruppo ci ha sicuramente riportati un po’ verso quelle sonorità, fortemente influenzate dall’heavy metal classico degli anni ’80. Probabilmente, la tua sensazione deriva da questo. Sicuramente i Running Wild sono e restano una delle band fondamentali per me, e negli anni se possibile ho imparato ad apprezzarli ancora di più che in passato.

Credi che ci sia un brano che rappresenti al meglio i Drakkar di oggi?
Non saprei proprio. Tutto l’album nuovo, alla fine, presenta elementi presi da ogni era della nostra storia, reinterpretati in chiave moderna, con la nostra consapevolezza e maturità attuale. In questo senso, sono tutte rappresentative di una delle facce del nostro dado (per usare una terminologia nerd). Trovo che questo disco sia davvero molto “forte” dal punto di vista del songwriting, sostanzialmente privo di brani “deboli” o poco ispirati. Se dovessi scegliere un brano che amo particolarmente, per il mio gusto personale direi sicuramente la titletrack. Ma appunto, rappresenterebbe solo una della sfaccettature del nostro sound.

Siete sempre rimasti fedeli al power metal anni 90, probabilmente solo con “Razorblade God” avete “sporcato” la matrice più pura del genere. Come mai a un certo punto avete messo da parte quelle influenze thrash?
Non sono molto d’accordo, credo che quelle sonorità siano rimaste e diventate parte integrante della personalità della band. Vedi brani come “The Pages of My Life” dal nuovo disco, ma anche “Burning” su “Run With The Wolf”. In generale, il nostro riffing si è fatto più massiccio da quell’album in poi. Direi che quelle influenze, col tempo, sono state integrate meglio nel contesto della band.

Tutto sommato state vivendo un momento prolifero, tre uscite, anche se in formati differenti, in poco più un triennio: come si mantiene viva l’ispirazione dopo tanti anni di carriera?
Personalmente, non sono mai a corto di idee. Anche nel periodo più duro della band, dal 2002 al 2012 in cui pubblicammo solo un EP, non smisi mai di scrivere brani, alcuni dei quali sono poi usciti, mentre altri sono rimasti nel cassetto. Ultimamente, poi, tra Drakkar, Crimson Dawn e altri progetti di cui non posso ancora parlare, sto tenendo un ritmo veramente alto. Non saprei dare una motivazione razionale, se non il fatto che la musica continua a essere la mia più grande passione, e quindi per me comporre non è mai un peso, anzi. Devo anche dire che, parlando solamente dei Drakkar, molto sta facendo l’ingresso nella lineup di Marco e soprattutto Simone, dato che entrambi stanno dando dei contributi al songwriting. Avere dei compagni di squadra che contribuiscono con le loro idee è molto importante.

Siete stati tra i primi in Italia ad aprire una pagina Patreon, ti chiedere di spiegare ai nostri lettori di cosa stiamo parlando e come valuti ad oggi i risultati ottenuti.
Patreon è una piattaforma che permette agli artisti di offrire contenuti “su abbonamento” ai fan più fedeli. Supporta l’inserimento di contenuti di ogni tipo, dai brani dei nostri album (inediti, versioni, alternative, demo) ai video, passando per semplici post testuali, e la pagina è di fatto una sorta di mini-community dato che i fan possono anche commentare e interagire direttamente. Finora i risultati sono stati davvero incoraggianti, in un anno abbiamo raggiunto un numero di abbonati interessante per dei musicisti underground come noi. La pagina include materiale sia dei Drakkar che dei Crimson Dawn, ed è per questo che è a mio nome, e non a nome di una delle due band. Questo ci permette di offrire ancora più contenuti e ci sono già alcune cose, come l’EP “Falling Down”, che abbiamo potuto produrre solo grazie all’apporto dei nostri patron. La nostra media è di un post ogni 3-4 giorni, sempre con contenuti nuovi, ed è piuttosto impegnativa da mantenere, ma crediamo che ne valga la pena. Si tratta di uno stimolo a impegnarsi e fare sempre di più e di meglio. E poi, in questo anno senza concerti, è stato un polmone fondamentale per le finanze di entrambi i gruppi. Tutti i soldi che entrano grazie a Patreon vengono reinvestiti nella band, e questo ci permette di fare di più e con più qualità.

Se non erro la Punishment 18 è la vostra terza etichetta, ma con strumenti quali Patreon, Bandcamp e social vari, serve ancora una casa discografica a un gruppo come il vostro che ha già una fanbase corposa?
Non sbagli. E’ vero, tra Patreon e Bandcamp, la band ha una solida base di fan ormai, e forse si potrebbe anche tentare la carta dell’indipendenza piena. Tuttavia, lavorare con una label ci permette di avere una distribuzione più capillare e ci sgrava da un po’ di attività logistiche e promozionali che altrimenti dovremmo svolgere da soli, cosa che P18 fa egregiamente. Inoltre, ci permettono al tempo stesso di mantenere i diritti di utilizzo della nostra musica nel contesto di Patreon, cosa per noi fondamentale. Insomma, cerchiamo di unire i vantaggi dei due mondi.

Torniamo al nuovo album, nella tracklist troviamo “The Battle (Death from the Depths – Part II)” seconda parte del brano “Leviathan Rising (Death from the Depths – Part I) presente su “Cold Winter’s Night”. Le due canzoni sono nate insieme e poi separate oppure l’ispirazione per la nuova traccia è arrivata solo ora?
Inizialmente, la prima parte, “Leviathan”, doveva essere un brano a sé stante. Poi però mi è venuta l’idea di continuare la saga con un sequel, così ne ho parlato con Marco, autore del testo della parte I, e gli ho chiesto di cambiare l’ultimissima parte per lasciarla “aperta”. Musicalmente, “The Battle” è stata quindi scritta dopo, ma con una storia già delineata che prende ispirazione da un personaggio dei fumetti Valiant, il Guerriero Eterno.

Con i live al momento sospesi, quale sarà la vostra prossima mossa?
Continueremo a prenderci cura di Patreon per “coccolare” i nostri fan più affezionati, sfruttando la piattaforma per lanciare progetti nuovi: alcuni esclusivi, altri che usciranno prima su Patreon e poi anche per tutti gli altri. Abbiamo un “piano di battaglia” fino al 2024… Poi, come ci ha dimostrato la pandemia, non esiste piano che non possa essere reso obsoleto, ma così è la vita!

Winterage – L’eredità della bellezza

I Winterage, come scoprirete leggendo le parole di Gabriele Boschi (violino e maggior compositore della band), hanno voglia di riprendersi il tempo perduto tra la pubblicazione The Harmonic Passage” e quella del nuovissimo “The Inheritance of Beauty” (Scarlet Records), ma lo vogliono fare a modo loro, senza perdere di vista il concetto di bellezza, elemento su quale si base il loro percorso artistico.

Benvenuto Gabriele, ben sei anni separano il vostro primo full-length “The Harmonic Passage” dal nuovo “The Inheritance of Beauty”, se consideriamo che tra l’EP di esordio e il suo successore sono trascorsi quattro anni, verrebbe da pensare che il vostro iter compositivo richiede molto tempo. E’ così o questi tempi dilatati sono una conseguenza di fattori esterni?
Ciao e grazie per averci ospitati! In realtà questi tempi dilatati sono stati  causati dalla naturale crescita della band. Mi spiego, in modo molto schietto: avere una band nel 2020, nel pieno della decadenza annunciata della discografia, è un impegno non da poco che va incastonato nella miriade di attività multitasking che vengono richieste a noi giovani per sopravvivere. Siamo una generazione così, c’è poco da piangersi addosso! Quindi in questi anni abbiamo affiancato l’attività della band alla nostra formazione professionale, ricordo che l’età media della band è di 28 anni, giungendo ad oggi con una formazione più compatta, una mentalità più matura, e degli obiettivi più delineati. Certo, avere a disposizione molto tempo ha anche favorito la cesellatura del materiale compositivo, rendendo il songwriting più incisivo. Ma da ora in avanti posso abbastanza sbilanciarmi nel dire che non passerà più così tanto tempo tra un album e l’altro!

Mi daresti la vostra definizione di bellezza?
Con questo album abbiamo voluto mostrare un’opera d’arte, un’icona senza tempo in  rappresentanza dell’autentica bellezza: la “Nascita di Venere” di Sandro Botticelli. Agganciandoci concettualmente a questo dipinto, riconosciuto internazionalmente e nei secoli come uno dei maggiori canoni di bellezza, abbiamo voluto suggerire uno sguardo sul mondo di oggi e su come è vista oggi un’opera d’arte. Con uno sguardo un po’ decadentista, ci siamo scoperti sommersi dal quasi totalizzante utilizzo commerciale dell’arte, dalla poca ricercatezza che molti “artisti” imprimevano nei loro lavori rivolgendo il loro sguardo unicamente al profitto che ne sarebbe derivato. Insomma, abbiamo percepito come traditi quei valori che a nostro parere dovrebbero essere fondanti per la creazione e la fruizione di qualcosa di artistico: un’ideale, un’ispirazione, pura e senza doppi fini, un’identità artistica che traspaia dall’opera d’arte, trascendendola. Ecco, tutto questo, forse, potrebbe essere la nostra definizione di bellezza nel 2020. Ci siamo rifatti molto alla mitologia greca ed al loro mondo, proprio perché i greci si interrogavano su quale potesse essere la rappresentazione dell’estrema bellezza e, ricercandola, con impegno e dedizione impegnavano anche tutta la vita a questo scopo, producendo capolavori che ancora oggi ammiriamo. Scusa se mi dilungo, ma è una domanda che racchiude un concetto su cui si potrebbero scrivere intere tesi di laurea! Per concludere, nel nostro ultimo brano abbiamo però suggerito un’idea che apre uno spiraglio di speranza su tutta questa visione decadentista. Il costruttore di giocattoli, attraverso i suoi balocchi, apparentemente insignificanti, vuole risvegliare nell’animo assopito delle persone questo guizzo artistico.

Alla luce di quanto mi hai detto, cosa ci lascia, o ci ha lasciato, in eredità la bellezza?
Riallacciandomi al giocattolaio di cui parlavo prima, è lui che ci spiega che l’eredità di questa bellezza appena descritta è indissolubilmente presente nell’animo umano, sopita, ma con tutte le  potenzialità per divampare nuovamente. Egli spera che i suoi giocattoli con il loro guizzo bambinesco, possano essere la miccia che faccia accendere il fuoco dell’immaginazione che è presente da tempi primordiali in ognuno degli esseri umani. Concludo quindi riportando le lyric dell’ultimo ritornello del disco, un passaggio a cui tengo molto e che può riassumere la risposta a questa domanda:

AN EXTRAORDINARY WORLD RESIDES IN OUR REAL
MATTER WILL ITS ESSENCE MOST INTANGIBLE REVEAL
THE WEFT OF BEAUTY IS GLOWING FROM THE STRUCTURE OF OUR WORLD
AND THE GREATNESS OF LOVE IS SPREADING
AND NATURE IS CHANTING UNTAMED
THE PRIMORDIAL DIVINE MIGHT

Nel disco ci sono dei rimandi evidenti alla classicità, mi riferisco alla Venere in copertina o all’utilizzo di strumenti quali violini, voci liriche ecc. Come è possibile coniugare classicità e contemporaneità senza cadere nel pacchiano?
Penso che come in ogni cosa, difficilmente si può scadere nel pacchiano, quando alle spalle si ha un’idea di cui si è convinti e per la quale si lavora molto per la sua realizzazione con cognizione di causa. C’è da dire che strumenti orchestrali e metal sono coesistiti fin dal primo avvento del rock, ed il risultato in genere è stato quasi sempre piacevole. La nostra idea in questo album è stata quella di organizzare, al meglio delle nostre capacità, gli elementi portanti del nostro sound, miscelandoli nel genere power metal. Quindi orchestrazioni, citazioni della musica tradizionale irlandese, melodie di violino, citazioni dalla musica sinfonica, assoli neoclassici ed ultimamente anche un avvicinamento più importante verso la lirica ed il virtuosismo violinistico, coesistono all’interno degli stessi pezzi, organizzati da un songwriting minuzioso. Per rispondere alla domanda, penso che se “orchestri” antico e moderno con intelligenza, si possano ottenere degli ottimi risultati!

Avete lavorato con una vera orchestra, è stato difficile interagire con musicisti provenienti da un ambito musicale diverso dal vostro?
No assolutamente, abbiamo registrato le loro parti su tutto l’album in tempi record: in una giornata di studio dedicata ad ogni sezione siamo riusciti ad incidere tutto. Discorso diverso è per i cori, ci sono volute tre giornate per quelli lirici femminili, altre tre per quelli maschili ed un paio per i leggeri femminili; ma non perché fossero meno bravi i coristi, semplicemente avevano il triplo delle parti da cantare! Alla fine, i musicisti professionisti sono abituati a leggere le parti d’orchestra. Cruciale è la fase di scrittura delle parti e di progettazione della sessione di studio: più cose scrivi a casa (indicazioni di tempo, dinamica, legature, arcate, spesso addirittura le diteggiature), prima loro capiscono quello che vuoi e meno tempo perdi in studio, riuscendo così a registrare più minuti di musica. In questa fase è stato di enorme aiuto il Maestro Vito Lo Re che, grazie alla sua esperienza di direttore durante le sessioni di registrazione d’orchestra, e di compositore, ha saputo ottimizzare al meglio il tempo che avevamo e mi ha dispensato degli ottimi consigli in itinere.

Quasi a confermare la vostra visione “allargata” della musica, troviamo due produttori appartenenti a due sottogeneri del metal tra loro a prima vista agli antipodi, mi riferisco a Tommy Talamanca e  Roberto Tiranti. Questa collaborazione cosa ha aggiunto ai vostri brani?
Sono state due figure di enorme aiuto per la buona riuscita del progetto. Entrambi sono dei professionisti nel loro settore e hanno subito capito come impostare il lavoro con noi. I tempi per ogni sessione erano diversi: con Roberto, le registrazioni delle linee vocali di Daniele si sono svolte con molta calma, in modo da registrare sempre al top della forma e della sua resa vocale; mentre con Tommy, sempre preservando la qualità, abbiamo fatto delle belle full-immersion di giornate di studio cercando di ottimizzare i tempi  vista la mole di roba da registrare. Per esempio Luca ha inciso tutte le batterie del disco in soli tre giorni e io le mie parti di violino in uno e mezzo: anche in questo caso è stata fondamentale la preparazione e lo studio a casa!

Ma come nascono i vostri brani?
I brani di questo album vantano ancora l’alchimia compositiva dei tre fondatori della band: me, Dario e Riccardo Gisotti, oltre che l’apporto costante di tutti i membri. Ognuno di noi propone alla band delle idee, delle melodie, dei riff, che vengono discussi e “rimpastati” assieme, magari cambiando qualche accordo o qualche nota per rendere quella parte più interessante o quell’altra più struggente. Insieme si costruiscono così i pezzi e, a suon di compromessi da parte di tutti, si giunge al brano finito, che porta quindi l’apprezzamento generale. Bene o male la regola è questa, spesso invece qualcuno scrive un pezzo in autonomia e poi lo presenta alla band: è il caso di “Wisdom of Us”, brano interamente composto da Dario, o di “The Amazing Toymaker”, pezzo che posso vantarmi di aver scritto da solo.

Da dove proviene la vostra fascinazione per il folk irlandese?
Tutti noi Winterage abbiamo un lato folk nel nostro gusto musicale, che ci porta ad apprezzare le tradizionali sonorità irlandesi, chi più e chi meno. Negli anni, questa vena folk si è espansa a dismisura nel cuore del nostro (ormai ex) tastierista Dario, tanto che ha deciso di seguire unicamente quella strada. La sua conoscenza del repertorio irlandese è pressoché infinita, sa suonare migliaia di tunes, con almeno quattro strumenti diversi, e col tempo è diventato il referente ufficiale di questa influenza nella band. Anche se ora Dario non fa più parte del gruppo, questa vena folk rimarrà comunque parte integrante del nostro sound, così come lui il referente indiscusso a cui chiederemo sempre consigli, oltre che di partecipare alle future registrazioni!

Credi che il singolo, “Orpheus and Eurydice”, sia in grado di presentare a pieno la complessità del disco o inevitabilmente ne dà una visione parziale da completare necessariamente con l’ascolto dell’album?
Quel brano è stato concepito proprio con l’idea di voler unificare tutto il sound della band in un unico pezzo. Come accennavo, in questo album abbiamo voluto gestire meglio tutte le influenze diverse, integrandole meglio all’interno dei pezzi, e questo brano ne è l’esempio più calzante. Siamo molto legati a quel brano perché siamo riusciti a far conciliare le melodie tipiche del power metal, delle ritmiche aggressive, il ritornello cantabile, la parte lirica, il tune folk, l’intermezzo orchestrale, il tutto condito con delle belle scariche di doppio pedale, whistles di voce ed orchestrazioni bombastiche… ok scusa mi sono esaltato haha! Per rispondere alla domanda, è probabile che questo pezzo riassuma il sound generale della band, ma se uno ne è affascinato, l’ascolto dell’album sarà sicuramente molto più soddisfacente, anche perché l’ultimo brano della durata 16.30 minuti, suggerisce delle sonorità nuove per noi, derivanti dal musical e dalla musica per film che nel singolo non sono presenti.

Quando sarà possibile tornare all’attività live, come proporrete sul palco dei pezzi così complessi e ricchi di sfumature?
Per promuovere l’uscita dell’album volevamo organizzare nuovamente uno show in teatro con il quartetto d’archi, ma visti i tempi non ci è stato permesso. Durante i nostri live veniamo accompagnati dalle sequenze, che riproducono tutto il grande lavoro che è stato fatto in studio di registrazione, favorendo la resa sinfonica. Il mio sogno nel cassetto è quello di suonare live con orchestra e coro… ma ne deve passare di acqua sotto i ponti ancora!