Hörnhammer – Il corno nero

La recente situazione di isolamento forzato, imposta dal Covid-19, in alcuni soggetti particolarmente sensibili ha scatenato un flusso creativo che ha portato alla realizzazione di piccole gemme musicali. Situazioni estreme richiedono risposte estreme, come quella data da Geddon, mastermind dei blackster italiani Hörnhammer, con il recentissimo EP autoprodotto “MMXX : Helvete”.

Ciao Geddon, spulciando la biografia della band su Facebook ho trovato questa dichiarazione di intenti per il terzo lavoro del tuo gruppo “now it’s time for a 3rd Opus…refusing every kind of modernism in sound, now it’s time to attack again!!!!”. Possiamo considerare “MMXX : Helvete” il tuo terzo album oppure si tratta di un’uscita estemporanea legata al momento particolare che viviamo in questi giorni? E Qualora lo fosse, alla luce di quello che hai registrato, credi di aver mantenuto la parola creando un disco che rifiuta ogni tipo di modernismo?
Ave a te, caro mulo ragliante, e grazie innanzitutto per lo spazio concessomi, te ne sono davvero grato. Allora, quella dichiarazione che tu hai letto si riferisce al terzo disco vero e proprio, una questione personalmente molto controversa che mi sto trascinando da qualche anno. E’ dal 2018 che ho registrato un paio di versioni ma nessuna delle due mi aveva mai soddisfatto appieno una volta passato all’analisi finale: la prima era troppo speed metal e la seconda… semplicemente non mi piaceva, mi suonava piatta e con brani troppo simili tra loro. Le cose o si fanno bene o nulla. Ora ho cominciato le registrazioni di qualcosa di realmente soddisfacente, in parallelo all’EP appena pubblicato. “MMXX : Helvete” ha preso origine da una prospettiva particolare: ero insoddisfatto di quel terzo disco e il periodo che stavamo vivendo (sì, questo cazzo di virus) mi aveva realmente demoralizzato ulteriormente, al che chiesi ad Andrea, alias HH Design, mio artista di fiducia per quanto concerne gli artwork, di provare a sintetizzare in una sua opera questo periodo sinistro. Sai, era molto depresso anche lui, quindi ci siamo dati una mano a vicenda. Mi sono lasciato ispirare daal suo lavoro, che come puoi vedere è straordinario, per creare quella che poi è risultata essere la title-track, il resto è venuto da se. Nel frattempo ho cominciato a registrare anche materiale buono per questo maledetto terzo album. Riguardo al modernismo, credo si capisca che non gradisco i muri di suono plastificati e certe sonorità attuali che di vero metal – almeno per come lo concepisce un fissato della vecchia scuola quale reputo mi di essere – hanno ben poco e, anche se spesso creo a mio modo qualcosa di moderno nel sound generale del disco, si tratta sempre di piccole cose, in quanto mantengo sempre fede al mio motto: NO FUCKIN’ COMPROMISE, NO MERCY!

Anche come ascoltatore sei così integralista oppure sei più transigente?
Assolutamente molto più transigente, ascolto veramente di tutto. Sono un fan della electronic body music ad esempio, oppure dei Nine Inch Nails o di certe cose jazz/swing. Personalmente poi, adoro i sintetizzatori e le sonorità a tema industriale, così come il punk rock, il punk/hardcore vecchia scuola, il rockabilly e soprattutto lo psychobilly. Non ascolto affatto solo metal, anzi, dato che già lo suono di mio, credo che molto probabilmente in men che non si dica mi romperei i coglioni. E’ già successo una volta, circa dieci anni fa. Ma dopo tre anni ripresi alla grande: certe cose se ce le hai dentro, prima o poi ritornano più forti di prima. E dopo un biennio nacque questo progetto. L’integralismo, ovviamente rigorosamente interpretato da un certo punto di vista, si applica unicamente al suono e alla relativa attitudine che voglio dare a questa mia creatura. Precisiamo, nulla di calcolato a tavolino, si tratta sempre di puro istinto bestiale. Il resto viene da sé.

Qual è il senso del black metal nel 2020, credi che sia completamente mutato dai suoi primi giorni o ci sono ancora delle “sacche di resistenza”?
Onestamente, è una domanda a cui mi suona strano rispondere, in primis perché ho un approccio al black metal davvero rozzo e menefreghista! Sul senso, dipende tutto dall’approccio del singolo, ma generalmente è tutta una questione di apparenza, di facciata. Insomma, sto per fornire la classica risposta scomoda, ma è solo il mio punto di vista basandomi sull’analisi di quello che vedo attorno a me. Il mostrarsi duri, senza compromessi, è solo una maschera artistica: in fondo, diciamocelo, la musica è teatro, espressività… insomma, è arte. E il black metal è arte, nera, violenta. Certo, ci devi credere e bisogna anche vedere come ci credi: è musica dell’anima, quindi devi avere una parte del tuo spirito affine a questo modo di creare. Sembra tutt’oggi incredibile, ma se non hai spirito ciò si rifletterà su quello che suoni e il risultato sarà inevitabilmente fiacco. E’ un po’ come l’attitudine del rock & roll, ma in questo caso è più selvaggia e marcia, ma soprattutto vicina agli aspetti oscuri dell’esistenza. Ecco, tutto ciò che va oltre quella porzione di spirito, vale a dire quella che ti permette di creare arte nera, spesso è fuffa… ma purtroppo per certa gente mantenere un personaggio anche al di fuori del palco è più importante di qualunque altra cosa! Se solo costoro avessero imparato qualcosa da Alice Cooper al riguardo, oppure proprio da Quorthon, forse ora la smetterebbero di rendersi così clowneschi. E sì, sto parlando dell’atteggiamento che molti di costoro hanno sui social network. Le “sacche di resistenza” per come le intendo io invece, ci sono e tecnicamente sarebbero anche interessanti, penso ad esempio al nostrano Venetic Black Metal Front, all’Helvetic Underground Committee o al ПРАВА Коллектив (Prava Kollektiv). Dico sarebbero perché sono aspetti di cui a conti fatti m’interessa marginalmente, preferisco concentrarmi sulla mia musica – ecco il menefreghismo di cui ti parlavo prima – ancorata a quella che era la definizione di “1st Wave of Black Metal” degli anni ’80 e su un’attitudine dritta al punto tipica del caro punk d’annata prima e delle prime band metal poi (e da qui viene il fattore “rozzo”). Del giro black metal canonico (quello affine alla corrente scandinava e derivati) due aspetti m’infastidiscono particolarmente: il primo è rappresentato dalle fin troppe band acerbe ed impersonali, il secondo da tutte quelle realtà schierate politicamente che confusamente miscelano il tutto alla politica estremista, dando origine al NSBM oppure al RABM: tu potresti anche dormire con una foto di Hitler sotto il cuscino, ma il tuo caro Adolf è tutto tranne che un personaggio adatto al senso puro e incontaminato del black metal. La politica estrema è ordine estremo, il black metal invece è sì estremismo ma nel senso di disordine, caos e resistenza alla luce. Se almeno una piccola parte del tuo animo si rispecchia in questi valori, allora forse riuscirai a tirare fuori del buon black metal. E quando parlo di black metal intendo in senso generale, un po’ come lo intendeva Euronymous, ormai troppi anni fa: pensare che esista uno standard nel black metal mi fa rabbrividire… è arte tanto estrema quanto libera. I gruppi che credono quindi che il suo senso, strumentalmente parlando, sia legato solo alla 2nd Wave scandinava si sbagliano… forse dovrebbero tornare indietro negli anni ’80 e rifugiarsi nell’assolatissimo Brasile. O magari tra le cerchie del cimitero di Ross Bay, in Canada, ad inizio anni ‘90. E già queste sole due realtà (Sarcofago e Blasphemy) potrebbero fornire loro uno spettro dinamico estremamente ampio sulla questione.

Altra cosa che mi ha incuriosito è il chiarimento che fai in sede di presentazione del lavoro, non si tratta di un concept però c’è una storia che lega i brani. Potresti chiarire meglio questo punto? E la storia di che parla?
Allora, i testi inizialmente parlavano di paure, insicurezze e generalmente aspetti correlati alla pandemia da COVID-19, ma mi sono fermato immediatamente: questa è roba da depressive black metal e, pur non avendo nulla contro chi si dedica a tale corrente, non è assolutamente quello che voglio fare con questo mio progetto! Ho virato leggermente le coordinate e, ispirandomi istintivamente a certe teorie del complotto che leggevo in giro riguardo l’origine del virus, ho provato a distorcerle in chiave fantasy-satanica: una confraternita massonica di stampo satanista, desiderosa di annientare la razza umana, ha dato luce al figlio dell’Anticristo eseguendo una serie di rituali arcaici. La pandemia è stata la conseguenza dell’arrivo di tale creatura capace di annientare la razza umana: forse per i soliti blackster “puri & duri”, quelli convinti di avere l’orifizio cerebrale piantato in Norvegia, questo background quasi fantasy sarà una cosa poco “TRVE KVLT” (e poi magari adorano i Summoning…), ma loro non sono me e sono io a decidere cosa fare di quello che creo. I testi comunque hanno una scrittura piuttosto standard, interpretati a mo’ di rituale… parliamoci chiaro, è tutta roba inventata che mi sembrava interessante, sicuramente più della prima versione dei testi. Un po’ come quando creai un concept per “Visions of Storm”, ultimo full length effettivo pubblicato ormai tre anni fa (due anni fa per il formato fisico) dove il fattore di accomunamento con l’attuale concept è come sempre la crudeltà innata della razza umana, vera e propria sola Bestia in grado d’infondere reale e tangibile paura. Solo la title-track fa parte delle vecchie coordinate a livello lirico: ho preferito non scrivere un nuovo testo mantenendo quello precedente che era appunto focalizzato su angoscia, insicurezza, depressione, morte. Credo si senta anche bene, perché il pezzo per stile e mood suona diverso dal materiale che solitamente compongo. Sul finale ci stava bene un pezzo liricamente così deprimente, dato che incrocia la storia dei quattro brani restanti con gli effetti di quella che è la realtà tangibile che tutt’oggi viviamo. E pensare che ero indeciso se includerlo, pensa che al suo posto volevo schiaffarci un medley in chiave black/punk ‘n’ roll di due brani dei GBH, rivisitando il testo di “City Baby Attacked By Rats” e rinominando il tutto in “City Baby Attacked By Virus”, unendo il tutto alla cover pura e dura di “Sickboy”. Sai, a livello di testo ci stava pure, ma poi ho lasciato perdere, anche perché la tendinite ormai si faceva sentire anche troppo.

Il disco è composto di soli cinque brani, ma nonostante questo sei riuscito a garantire una certa varietà stilistica. Come nascono le tue canzoni?
Beh, non lo so nemmeno io ci credi? Mi metto con la chitarra in mano, trovo un suono di distorsione soddisfacente assieme alla microfonazione più adatta e poi, stando al sound generale, l’ispirazione viene da sé. Non sei il primo che mi fa notare questa cosa e non solo relativamente a questo disco, il che mi fa pensare che questo metodo “inusuale” ha i suoi riscontri positivi sull’ascoltatore. Sia chiaro, creo e costruisco i brani solo dopo aver creato il sound generale con tanto di microfonazione: di solito si va in studio con idee pronte mentre la produzione la si crea da zero direttamente sul posto. Io faccio tutto da solo e sono anche un decente tecnico del suono, posso permettermi di fare esattamente il contrario! Ora però dovrò aspettare un bel po’ prima di poter scrivere del nuovo materiale: infatti a causa di una tendinite sto seguendo una cura e nel frattempo potrò suonare solo strumenti mancini, su cui ovviamente ricomincerò praticamente da zero (e forse dovrò abbandonare del tutto i regolari strumenti destrorsi, ma staremo a veder col tempo). Beh dai, alla fine magari diverrò ambidestro, preferisco vedere il lato positivo… quello negativo è che dovrò fermarmi nuovamente a livello di uscite per chissà quanto tempo. Ma prima o poi riprenderà tutto.

Gli Hörnhammer sono una one-man band per scelta o per necessità?
Entrambe le cose, a cui aggiungerei una terza ragione, vale a dire una frustrazione di stampo lavorativo. Inizialmente ero unicamente stanco di non trovare musicisti interessati o sufficientemente motivati, poi provando a registrare le bozze dei primi brani – alcuni dei quali sono poi finiti sul disco di debutto “Fog & Uproar” – mi resi conto che la cosa mi soddisfaceva a tal punto che mi permetteva di creare tutto esattamente come lo volevo io, senza interferenze esterne di alcun tipo. La frustrazione “lavorativa” invece, era dettata dal fatto che non riuscivo allora come oggi a trovare mansioni in quella che è la mia specializzazione, vale a dire l’ingegneria del suono. Insomma, sulle prime ho messo su tutto anche per timore che, se non avessi mai fatto qualcosa del genere in quel momento, avrei poi dimenticato quanto poi faticosamente imparato fino ad allora, venendo a mancare la pratica. Insomma, non per qualcosa ma… mi sono fatto da solo. E, a conti fatti, oggi mi faccio tutto da solo. Artwork esclusi, anzi, su due EP ho creato da solo pure quelli. Una discreta soddisfazione.

Non ti manca la dimensione live?
Assolutamente no, per il momento. Soprattutto oggi: chi cazzo se la sente di suonare in giro col virus che gira!? Ironia a parte, allo stato attuale un tour è una cosa da veri temerari, forse mi piacerebbe unicamente organizzare alcuni piccoli release party o cose del genere con alcuni amici assunti a mo’ di session giusto per qualche data, roba che dura poco insomma. Conosco anche gente che sarebbe interessata a farlo, al punto che qualcuno tra loro mi ha persino dato la disponibilità di propria spontanea volontà senza che io avessi mai chiesto loro nulla, quindi potrei anche mettere su un bel giro di amici con non troppi sforzi. Però, se noti, non l’ho mai fatto e la ragione è che non me ne importa molto ripeto, perché alla fine la natura principale di questo progetto è da studio: l’ho messo su per me stesso e tale continua ad essere la sua sola ragion d’essere, quindi per ora non me la sento di trasformare Hörnhammer in una specie di Taake e band affini. Ma per il prossimo futuro si vedrà.
Last but not least: una certa parte del pubblico metal attuale non mi piace! Mi crea profondo fastidio suonare per coloro che col black centrano un cazzo ma che poi dal vivo si trasformano nei trve merdaller di stocazzo! Sono i tipici personaggi che il genere lo vestono e basta, non lo vivono! Preferirei non voler mai suonare dal vivo, piuttosto che incrociare certa gentaglia tra le file dei presenti! E non si tratta affatto di essere elitari, chi capisce di cosa sto parlando lo sa bene a sua volta.

Hai fatto una scelta radicale in sede di lancio, il disco poteva essere scaricato dalla pagina Bandcamp della band anche gratuitamente, per un periodo limitato, pur non disdegnando un’offerta libera. Quale è stata la risposta del pubblico?
Una sola offerta fino ad ora (oltretutto da parte di un affezionato supporter e mio caro amico), però non è un problema, lo scopo principale non era affatto il guadagno. I download invece sono avvenuti in una discreta quantità, e sinceramente mi aspettavo di peggio. La scelta di mantenere il solo formato digitale e anche in forma gratuita per un certo periodo di tempo è voluta: stampare un disco vuol dire, oltre a cifre che allo stato attuale davvero non posso permettermi (e relative copie in più che rimarranno per anni a marcire in casa), significa esporre al rischio contagio corrieri e postini, quindi con il digitale eviti di sentirti la coscienza sporca (questo virus ha eliminato, oltre a gente innocente, molti imbecilli irresponsabili…peccato solo che alcuni grossi e importanti pezzi di merda si siano salvati o l’abbiano addirittura scampata del tutto…). Il senso del gratuito e di tutto questo nuovo EP in sé è, invece, unicamente quello di offrire della musica almeno decente durante il periodo del lockdown che, ricordiamolo, in altre nazioni ancora continua.

Ritengo che oggi Bandcamp sia lo strumento migliore per la diffusione della musica underground. Da ascoltatore mi ci perdo, alcune volte provo le stesse emozioni che provavo da ragazzino con tape trading. Invertendo la prospettiva, quanto è importante per un gruppo Bandcamp?
Bandcamp è IN-FI-NI-TO. Il mercato del digitale è saturato proprio per via del più grande pregio e anche difetto di questa piattaforma: tutti, ma proprio tutti, possono pubblicare della roba… me compreso, il che è molto grave! Diciamo che oggi Bandcamp per una band se non è tutto, poco ci manca. E’ il mezzo principe della comunicazione e delle vendite, senza dimenticare che ti permettere di avere un mercato in quelli angoli del pianeta dove la distribuzione discografica dei formati fisici è del tutto inesistente: Spotify al confronto non è un cazzo, soprattutto considerando che ha un database davvero poco aggiornato a livello underground… solo grosse band, e spesso nemmeno tutte quelle di medio livello.

g.f.cassatella

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