Necrofili – L’immacolata decomposizione

Al di là della retorica sul quanto sia importante avere un sound personale, quanto l’essere poco inquadrabili può essere un vantaggio? Stando ai Necrofili, l’originalità è un’arma a doppio taglio che può portare in egual misura consensi e critiche negative. Ciò che conta, però, è andare dritti per la propria strada, magari anche senza particolari vincoli artistici. Da questo punto di vista il nuovo EP “Immaculate Preconception” è un esempio da manuale.

Ciao Carlo (Pelliccia, voce e chitarra), da qualche tempo è uscito “Immaculate Preconception”, il vostro ultimo EP. Ti chiederei di stilare un primo bilancio sull’accoglienza ricevuta dal disco.
L’accoglienza di “Immaculate Preconception” ci ha piacevolmente sorpreso. La critica, nella maggior parte dei casi, lo ha premiato con recensioni veramente molto positive, sia sulle riviste e webzine più generaliste e gettonate, sia su quelle che si concentrano in maniera specifica sull’underground. L’accoglienza del pubblico è stata altrettanto buona: abbiamo già ristampato una volta la versione CD per esaurimento della prima tiratura, e al momento anche il secondo lotto è agli sgoccioli. Tutto questo ha un po’ innalzato la nostra visibilità nel circuito underground, e ci ha dato la possibilità di fare diverse date dal vivo in contesti differenti dal solito, compresa la possibilità di esibirci in apertura per gruppi storici come Distruzione, Assassin e Benediction. Insomma, finché non è arrivato il Covid a guastare la festa, devo dire che ci siamo divertiti nel corso dell’ultimo anno.

Avete scelto la strada dell’autoproduzione, è stata una decisione presa da subito o è figlia della difficoltà di trovare un contratto soddisfacente?
“Immaculate Preconception” è nato direttamente come un’autoproduzione, così come è accaduto anche per il suo predecessore “The End Of Everything”. Per questi due lavori non abbiamo neanche provato a cercare un’etichetta che li producesse. Lo abbiamo fatto in passato, ormai più di dieci anni fa, quando abbiamo registrato un demo (“Promo 2008”) e lo abbiamo fatto girare per etichette sperando di ricevere una proposta per il nostro successivo full-length. Ma è stato un completo buco nell’acqua, non abbiamo ricevuto nessuna proposta vera e propria, solo offerte da parte delle agenzie di promozione. Da quel momento in poi ci siamo orientati sempre ed automaticamente sull’autoproduzione e sull’autopromozione, evolvendo gradualmente ciò che avevamo imparato a fare per i primi demo. In fondo, ci piace l’autoproduzione: ci prendiamo i nostri tempi ed abbiamo libertà assoluta. Non solo i nostri lavori sono “autoprodotti” nel senso di “autofinanziati”, ma sono anche materialmente registrati, mixati e masterizzati da noi stessi nella nostra sala prove, senza avvalersi di uno studio professionale. Anche se i risultati che siamo in grado di raggiungere sono ormai di buon livello, sappiamo bene che, sia per mezzi sia per competenze, non siamo in grado di rivaleggiare con la pulizia e l’impatto sonoro delle produzioni mainstream, e spesso neanche con quelle di quei gruppi underground che scelgono di spendere soldi in uno studio professionale. Da un certo punto di vista, quindi, soffriamo questa condizione, ma dall’altra vantiamo di avere un suono realmente nostro. Vedi: quando il budget da investire non è molto, e credimi che questo è sia il caso delle produzioni autofinanziate sia di quelle spesate da una piccola etichetta, puoi accedere ad uno studio professionale solo per poche ore di lavoro. Non hai il tempo di creare un tuo sound, ti prendi il suono standard che quello studio fornisce per il tuo genere di riferimento. Insomma, alla fine il tuo disco suona bene, ma uguale a mille altri.

Avete una quindicina di anni di carriera alle spalle, che consiglio vi sentite di dare alle giovani leve che oggi si affacciano oggi nel mercato musicale?
Non so se una giovane leva abbia voglia di ascoltare i consigli di un quarantenne che fa metal da una vita senza aver mai raggiunto alcuna fama rilevante. Forse un ventenne ha più voglia di sfondare, di diventare qualcuno, ed è giusto così. Ho pochi consigli pratici su cosa fare e cosa non fare. L’unico che mi sento di dare, pertanto, è sull’approccio da tenere: inseguite il vostro sogno e rifuggite la mediocrità, ma state attenti a non nutrire mai invidie, ed evitate di montarvi la testa per ogni più piccolo riconoscimento ottenuto, o correrete il rischio di avvelenare le vostre vite e sminuire la vostra passione. Al contrario, fate in modo che il divertimento sia sempre superiore allo stress da fallimento, e che la passione per la musica non venga a spegnersi nel momento in cui fama e riconoscimenti non dovessero arrivare. Tenete presente che non essere famosi non implica essere mediocri. Viviamo in un sistema che ci spinge a cercare il consenso degli altri, per questo crediamo inconsciamente che la realizzazione personale si misuri con il numero dei like, dei follower, delle visualizzazioni, della gente sotto il palco e di quella che fa la fila per una foto o un autografo. Quando questi riconoscimenti non arrivano, ci si sente dei mediocri e ci si deprime. Non cascateci: è una truffa di questa società. Basta ragionarci un attimo per capirlo. Il sistema della fama non può che essere fatto a piramide: pochi famosi al vertice, sorretti da un’ampia base di non noti, senza i quali i famosi non esisterebbero neanche. Miliardi di persone alla base, e poche migliaia, al più qualche milione, al vertice. La statistica vi è contro, mi dispiace. Ci spelliamo le mani per applaudire quei tizi famosi che rincoglioniscono gli adolescenti con messaggi come “credete in voi e sarete famosi”. No, è sbagliato: così stanno solo cucinando un’altra generazione di depressi. Noi diciamo invece: credete in voi, fate quel che vi piace fare, divertitevi e non fatevi condizionare. Basta.

Quando mi avete contattato per l’intervista, vi siete descritti come death metal band, ma alla luce di quello che ho potuto ascoltare su “Immaculate Preconception”, direi che il vostro sound è più vicino a quello di horror band come Death SS (periodo “Heavy Demons”) e Blood Thirsty Demons. Trovo degli elementi thrash, il cantato è più simile allo scream che al growl, e una forte influenza della tradizione heavy italica. Credi che l’etichetta di death metal band calzi ancora bene con quello che suonate oggi?
Boh, forse si, forse no. Mi sa che hai ragione. Tendenzialmente, per sintesi, ci definiamo “death/thrash metal” nelle locandine, per dare un’idea a chi non ci conosce. In fondo veniamo da lì, attingiamo a piene mani da Slayer, Carcass, Death, Obituary e simili, le nostre origini stanno là. Diciamo che il mix di partenza è 50% death, 50% thrash. Poi abbiamo altre influenze, ognuno di noi le sue particolari, quindi chi è più melodico, chi più black, chi più grind, e così via. Mettiamo tutto nel frullatore, e ci teniamo quel che viene fuori. Mi fa piacere che tu ci abbia sentito una vena da horror band, perché quella mi sa che è una cosa che ci ho messo dentro io, che apprezzo il genere. Credo che a questa non completa aderenza ad un sotto-genere specifico contribuisca anche il discorso che facevo prima circa i suoni delle autoproduzioni, in contrapposizione a quelli delle produzioni standardizzate, che sono più nettamente suddivise per generi. Forse dovremmo usare una più generica etichetta “Extreme Metal”, così vaffanculo al problema, però quando dobbiamo mandare i dischi per le recensioni e le interviste a volte ci sono percorsi obbligati e redazioni diverse a seconda del genere, per cui una per il death, una per il black, una per l’heavy, e così via. In questi casi, mandiamo tutto su “death”, perché è l’influenza più forte. Circa il nostro equilibrismo tra gli stili, a volte ci è stato detto che siamo una merda, perché non siamo né carne né pesce, altre volte che siamo interessanti proprio perché non del tutto inquadrabili, e quindi in un certo modo originali. In verità è semplicemente quello che dicevo prima: mettiamo nel frullatore quello che ci va di fare, e non ci facciamo condizionare molto da pensieri di etichettatura del genere.



Tra i brani presenti sull’EP ho particolarmente apprezzato “Campo de’ Fiori”, che mi dici di questa canzone e credi che in qualche modo possa anticipare il vostro futuro sound?
“Campo de’ Fiori”, per i Necrofili, è un po’ tradizione, un po’ futuro. Ci sono molti elementi del nostro sound “classico”, ed anche il cantato in italiano è qualcosa che abbiamo già sperimentato un paio di volte in precedenza. Ci sono però elementi sui quali ci siamo gradualmente spostati nel corso del tempo, come una maggiore strutturazione ed una minore presenza di forme fisse strofa-ritornello. Quel rallentato sul finale, che diventa quasi doom, non lo avevamo mai fatto prima. E’ stata un’idea di Marco, il batterista, che ha rallentato all’inverosimile un riff che altrimenti sarebbe stato più in linea con tutto il resto della canzone e del disco, creando un’atmosfera di oppressione che per noi era inedita. Abbiamo poi adeguato di conseguenza gli arrangiamenti degli altri strumenti ed il testo della parte finale, per andare dietro quella sensazione, ed infine Alessandro ci ha messo sopra un solo di chitarra che mi piace tantissimo, che completa veramente bene quella parte. Abbiamo scoperto anche che, per noi, suonare ultra-veloci non è un problema, ma suonare così lenti è difficilissimo! Alcuni di questi elementi posso dire per certo che sono consolidati, perché fanno capolino anche nelle tracce che abbiamo scritto sinora per il prossimo lavoro, insieme con alcuni altri elementi nuovi per noi.

Cosa significa il titolo del disco? Non ti nascondo che ci sto rimuginando su da un po’.
E’ un gioco di parole, che funziona in inglese, ma non in italiano. “Immaculate Preconception”, significa “preconcetto immacolato” o “pregiudizio immacolato”, e suona estremamente simile a “Immaculate Conception”, che è l’Immacolata Concezione del dogma cattolico che vuole che la Madonna sia nata priva del peccato originale. In italiano il gioco di parole non funziona, perché diciamo “preconcetto” o “pregiudizio”, e non “preconcezione”. Riguarda tutti quei pregiudizi che ci portiamo dentro inconsciamente, per via della formazione ricevuta da bambini, che ha generato una scala di valori che non abbiamo mai neanche pensato di poter mettere in discussione. Ecco perché questo pregiudizio è immacolato: non ne abbiamo alcuna colpa, se non quella di non esserci mai fermati un attimo a pensarci, che è quello che invitiamo a fare in alcuni brani del disco come “Infaithcted” e proprio “Campo de’ Fiori”. La religione è una delle principali fonti di pregiudizi immacolati. Qui in Italia abbiamo tutti ricevuto una formazione cattolica, in maniera diretta o indiretta, che ha contribuito a formare il nostro modo di vedere le cose come individui e come comunità. Anche là dove i percorsi di fede si sono interrotti, le forme più profonde di quel modo di pensare sono rimaste radicate nella testa delle persone. Non tutti riescono a riconoscerle e a domare gli istinti che ne scaturiscono, e questo è un grosso freno verso il progresso, verso l’accettazione di chi la pensa diversamente e verso la realizzazione di noi stessi. Quello che vogliamo dire, comunque, è che questo non vale solo per la religione cattolica, che per noi è sempre bersaglio facile, e ancora più in generale, non vale solo per la religione, ma vale per ogni tipo di credo e valore con il quale siamo cresciuti.


Sicuramente di impatto la copertina, chi è l’autore?
Claudia Ianniciello, che ha fatto davvero un lavoro incredibile nel rendere il concetto del pregiudizio immacolato. Visto che il gioco di parole del titolo è con l’Immacolata Concezione della religione cattolica, l’idea è stata quella di distorcere una Madonna in Trono, un soggetto tipico dell’arte sacra medievale. Di solito le Madonne in Trono sono raffigurate con il bambino in braccio, sono circondate dai santi, ed abbondano di toni dorati per esaltare la santità della scena. Claudia ha mantenuto l’oro, ma ha scurito tutto il resto, ha trasfigurato la Madonna dandone una versione blasfema e tutt’altro che immacolata, ha trasformato il bambino in una larva ed i santi intorno alla Madonna… siamo noi quattro! Siamo stati veramente contenti di questa copertina. Se volete vedere altri lavori di Claudia, che solitamente lavora come illustratrice per il mondo dell’editoria e dei fumetti, il suo portfolio è qui: https://www.artstation.com/claudiasg

In considerazione della breve durata dell’opera, l’avete proposta per intero dal vivo?
Sì, in alcune occasioni l’abbiamo fatto. Dipende dalla situazione, se abbiamo un’ora abbondante di esibizione a disposizione, allora una mezz’ora la dedichiamo ad “Immaculate Preconception”, eseguendolo tutto di fila così come è su disco, con tanto di intro e tutto. In altre situazioni, dove abbiamo minor tempo a disposizione, ne prendiamo solo alcuni estratti e li diluiamo nel resto della scaletta. Comunque “Infaithcted”, “Campo de’ Fiori” e “The Shapeless Thing” sono diventate presenze stabili nella scaletta dell’ultimo anno.

Come strutturate un’esibizione?
Dipende molto dal tempo a disposizione e dal contesto dell’esibizione. Se siamo headliner e giochiamo in casa, allora possiamo suonare un’ora e mezza davanti ad un pubblico che ci conosce. In questo caso ci lasciamo proprio andare. Come si diceva prima, facciamo “Immaculate Preconception” per intero, facciamo quasi per intero anche il precedente “The End Of Everything”, facciamo ascoltare qualcosa di più vecchio, facciamo ascoltare anche qualche anteprima del prossimo lavoro, e spesso troviamo tempo anche per un divertissement come la nostra personalissima versione de “Il Mondo” di Jimmy Fontana… Se suoniamo una mezz’ora in apertura per una band di calibro, e magari siamo anche in trasferta, abbiamo la matematica certezza che quasi nessuno in sala conoscerà i nostri brani, ed allora ci concentriamo nel tentativo di divertire e scaldare il pubblico, che è il nostro compito principale in queste situazioni. Lo facciamo scegliendo i pezzi di maggiore impatto, che allo stesso tempo siano anche rappresentativi della nostra esperienza, per farci conoscere e per incuriosire il pubblico. Poi ci sono molte sfumature tra questi due scenari agli antipodi, ad esempio quando si suona tre quarti d’ora in trasferta dividendo la serata con un’altra band underground, ed in questo caso si fa un misto delle due cose: pezzi di impatto per farsi conoscere, ma con anche la possibilità di aprire una parentesi più particolare nel corso dell’esibizione. Ad ogni modo ci sono alcuni brani che suoniamo praticamente sempre, come “War!” in apertura e “Signore del Tempo” in chiusura, e come dicevo prima anche una manciata di brani di “Immaculate Preconception” sono diventati presenza fissa in scaletta.

g.f.cassatella – Photo by Serena De Santis

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