From the Vastland – Nel nome di Rostam

La storia personale di Sina ha lo stesso sapore epico di quelle narrate nei dischi dei suoi From the Vastland. Partito dall’Iran con un sogno, oggi può affermare non solo di averlo realizzato ma di averlo fatto nel migliore dei modi, andando a sfornare album man mano sempre più convincenti. “The Haft Khan” (Satanath Records) è l’ennesimo tassello di una saga che promette di regalare in futuro altri capitoli esaltanti…

Benvenuto Sina, come è nato il nuovo album dei tuoi From the Vastland, “The Haft Khan”? L’idea di questo concept album risale al 2016, ma avevo bisogno di tempo per lavorarci su e prepararmi, soprattutto mentalmente, per lasciare che il progetto crescesse dentro di me: prima di metterci mano volevo individuare il momento giusto. Finalmente dopo un paio d’anni, le cose hanno iniziato a crescere e a prendere forma. Direi che è in linea con quanto fatto nei miei album precedenti, almeno a livello concettuale, però azzarderei che i contenuti sono molto più maturi e ricchi di dettagli. Ho dovuto fare un lavoro certosino che mi ha fatto pianificare l’uscita per quest’anno.

Mi riallaccio questa tua ultima affermazione, direi che effettivamente hai fatto un gran lavoro in “The Haft Khan” per raggiungere l’equilibrio perfetto tra il black metal norvegese e le influenze orientali.
C’è sempre stato un piccolo tocco di influenze orientali su alcune delle mie canzoni negli altri album, specialmente quando si parla delle melodie che creo, ma questa volta ho voluto estendere la cosa all’intero disco. Le avverti sicuramente di più, ma è solo un tocco, perché non volevo abusarne. Questo mi ha permesso di mantenere l’equilibrio e non perdere le peculiarità proprie dell’old school black metal.

Tra i momenti che preferisco ci sono quelli più furiosi di “Khan e Panjom” e quelli più quieti della chitarra acustica di “Khan e Sheshom”. In definitiva, credo che questo sia uno degli album più vari della tua carriera, sei d’accordo?
Grazie, sì, penso che sia vero. In realtà, questo album è uno dei miei album più vari e questo è dovuto al concept che avevo in mente mentre scrivevo le canzoni. Voglio dire, è sempre lo stesso stile e non ci sono grandi differenze rispetto al passato, però allo stesso tempo sembra un po’ diverso perché volevo che ogni canzone avesse una sua atmosfera unica basata sui testi. La vera storia del libro descritta attraverso immagini raccontate per mezzo delle canzoni.

Come è stato il passaggio da progetto solista a band vera e propria compiuto qualche anno fa?
Dal 2013, quando ho suonato il mio primo concerto all’Inferno Metal Festival e poi mi sono trasferito in Norvegia, i From The Vastland sono diventati un gruppo a pieno titolo. Solo l’album di debutto e “Kamarikan”, che ho registrato in Iran, sono stati fatti solo da me, ma da “The Temple Of Daevas” (2014) ho avuto la possibilità di lavorare con musicisti norvegesi noti e professionali come “Tjalve”, “Vyl” e “Spektre” in studio per registrare i miei album. Comunque, scrivo ancora tutta la musica e i testi della band.

Mi hai raccontato che dietro “The Haft Khan” c’è un concept, potesti entrare maggiormente nei dettagli?
Si basa su una delle storie del grande poema epico, il capolavoro più notevole della letteratura persiana, “Shahnameh” (Il libro dei re – Uno dei poemi epici più lunghi del mondo) che è stato scritto dal poeta persiano, noto in tutto mondo, il Ferdowsi tra c. 977 e 1010 CE. La storia di “The Haft Khan” narra di sette difficili sfide di un eroe nazionale, il più grande degli eroi persiani, chiamato Rostam e del suo viaggio sul leggendario cavallo Rakhsh verso la terra di Mazandaran, per salvare e liberare il re “Kei Kavus “e il suo esercito che sono stati catturati e accecati dall’incantesimo del demone bianco. Nella storia, Rostam supera sette tappe e combatte contro difficoltà naturali, animali feroci, demoni e, alla fine, il demone bianco. Facendo sanguinare il cuore del demone bianco negli occhi di Kei Kavus (il re) e del suo esercito, fa tornare la vista nei loro occhi. La storia di “The Haft Khan” è piena di metafore e simboli e rappresenta alcuni dei più importanti personaggi, leggende e miti dell’antica mitologia e storia persiana.

Come è cambiato il tuo approccio lirico dopo il tuo trasferimento in Norvegia?
Tratta ancora l’antica mitologia e storia persiana, come dal primo giorno. Quindi, non direi che è cambiato molto, ma è anche vero che il modo in cui mi approccio al testo potrebbe essere un po’ diverso ora, e questo è dovuto a tutte le esperienze che ho fatto come musicista e nella vita. Quindi, spero che siano più maturi ora.

Cosa ha fatto scattare la molla di trasferirti in Europa e perché hai scelto la Norvegia?
Beh, ad essere sincero ho avuto questo sogno di trasferirmi in Norvegia (o anche solo visitare il paese!) per molto tempo e, ovviamente, il motivo principale era la mia musica e il black metal. Puoi facilmente immaginare com’è possa essere esaltante per un musicista black metal trovarsi nella culla del black metal. E ovviamente quando vivi in un paese come l’Iran, dove la tua musica è vietata e non hai alcuna possibilità di seguire la tua passione, non hai altra scelta che lasciare la tua terra. Stavo facendo musica, pubblicavo segretamente i miei album fuori dal paese da oltre 10 anni in Iran, ma c’era nient’altro che tu potessi fare e non c’erano margini di crescita. Inoltre, è sempre stato rischioso e non sapevo mai cosa mi sarebbe accaduto se avessero scoperto cosa stavo facendo. Ci sono stati e ci sono ancora molti casi in cui i musicisti hanno avuto seri problemi dalle autorità solo a causa delle loro attività musicale.

Alla luce di quanto mi hai raccontato, quanto è stato difficile registrare “Darkness vs. Light, the Perpetual Battle” e “Kamarikandurante la tua permanenza in Iran?
Beh, ovviamente ho avuto superare molte sfide, quando ho deciso di registrare l’album di debutto. Fortunatamente, avevo alle spalle l’esperienza decennale maturata con l’altra mia band (2003-2009). Quindi, non era la prima volta che affrontavo quel tipo di difficoltà, mi riferisco al non avere uno studio adeguato, nessuno che mi potesse aiutare con l’intero processo, non avere tutti gli strumenti necessari per registrare ecc.. Ma ciò che ha reso il tutto ancora più impegnativo è stato che in quel momento il governo era molto concentrato sulla comunità metal e sulla sua attività. In realtà, questo tipo di controllo c’è sempre stato, solo che la situazione cambia a seconda del momento e della loro volontà di fare pressione più o meno. Fondamentalmente, in quel momento mi sono mosso in modo differente rispetto a quanto fatto per tutti gli altri album che avevo registrato in precedenza. Nuovi strumenti, nuove apparecchiature di registrazione e software. Il tutto s’è dovuto svolgere in casa e segretamente! Quindi, puoi immaginare come la situazione fosse stressante.

Ti sei tenuto in contatto con la scena metal iraniana?
Purtroppo non molto, non perché non voglia, ma il problema è che la scena metal in Iran è davvero clandestina. Quindi, è davvero difficile seguirla in modo costante. Ho ancora un occhio sulla scena e seguo i miei amici musicisti metal e le loro band in Iran, ma quando si tratta di nuove band, probabilmente non sono così aggiornato.

Cosa ricordi della tua prima esibizione dal vivo all’Inferno Metal Festival in Norvegia 2013 e cosa mi racconti del documentario norvegese “Blackhearts”?
Immagino che tu possa immaginare quanto sia stato bello per me suonare all’Inferno Festival, uno dei più grandi e migliori festival di metal estremo in Norvegia. Sai, è successo tutto molto rapidamente, sono passati meno di tre mesi dal momento in cui ho avuto la conferma fino a quando sono salito sul palco! Si è trattato del mio primo concerto e i From The Vastland sono stati scelti per l’apertura del festival. Avere la possibilità di suonare con musicisti norvegesi professionisti e noti ha reso il mio sogno reale e il ricordo è ancora vivo oggi. Ogni volta che ci penso mi dà una grande emozione. È uno dei ricordi più belli della mia carriera musicale. Per quanto riguarda il documentario, direi anche che è stata un’esperienza straordinaria e unica per me far parte di un documentario norvegese sul black metal! Cos’altro potrebbe esserci di meglio! Dal 2012, quando hanno iniziato a girare il film (ci sono voluti più di quattro anni per completare il film), sono accadute molte cose e tutte buone. Ho conosciuto molti buoni amici, ho incontrato molti altri musicisti, leggende, fan, persone fantastiche… è stata davvero un’esperienza unica. Sono davvero contento, appena ho detto sì a Christian Falch, il produttore del film – che è diventato il mio migliore amico in seguito – tutta la mia vita è cambiata in meglio.

Il futuro invece cosa prospetta?
Come sempre sto lavorando al nuovo materiale per il prossimo album, tuttavia, non sono sicuro che lo pubblicherò l’anno prossimo. Tutto dipende da come andrà il processo di scrittura. Non pianifico mai una pubblicazione prima di essere soddisfatto al 100% del materiale. per quanto concerne i live, avevamo un paio di spettacoli in programma, ma ovviamente sono stati cancellati a causa della pandemia. Quindi, aspetterò un po’ e vedrò come andrà la situazione e, se non migliorerà, forse potremmo organizzare uno streaming live. Difficile dirlo ora, quando tutto è incerto. La scena musicale è stata fortemente colpita dalla situazione pandemica e ha cambiato tutti i piani, ma speriamo che le cose tornino alla normalità. Anche se lentamente, vedremo sempre più attività.

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