Morticula Rex – Riti autunnali

Abbiamo chiesto ad Alessandro Wehrmacht di condurci nel mondo magico e inquietante dei Morticula Rex, formazione che con il nuovo “Autumnal Rites” (Satanath Records), frutto di una lineup accresciuta, ha confermato la bontà del proprio pagan death\doom metal old school.

Ciao Alessandro, ti va di introdurci nei vostri “riti autunnali”? Come e quando è nato il nuovo disco?
Ciao Giuseppe, prima di ogni cosa ringrazio te e lo staff de “Il Raglio del Mulo” per lo spazio che ci state dedicando. Rispondo subito alla tua prima domanda sottolineando il gravoso sforzo messo in atto per fare quest’album di cui siamo orgogliosi ma che ha avuto diversi stop and go dovuti a questa situazione di merda nella quale, ahimè, tutti quanti ci ritroviamo. I nostri “Riti Autunnali” rappresentano, per quanto ci concerne, un periodo del nostro percorso che inevitabilmente si rifà all’avvicendarsi delle stagioni. Allegoricamente: se l’estate nelle nostre vite ha incamerato una fase di incubazione artistica e di accrescimento del background musicale, con l’autunno abbiamo dato vita alla nostra maturità stilistica e di intenti. Dal punto di vista culturale, e quindi del songwriting, il nostro approccio al paganesimo o neopaganesimo qual dir si voglia, resta saldamente ancorato a quel che sono gli archetipi classici della mitologia mediterranea e romantico-europea.

Il titolo è stato scelto per il suo contenuto evocativo o ha un collegamento diretto con la storia della vostra Sicilia?
Vorrei intanto puntualizzare che i Morticula Rex sono oramai un duo delle due isole (Sicilia e Sardegna), per cui i testi e le atmosfere all’interno del disco sono la risultante di queste due regioni pregne di antiche tradizioni e culti. Il titolo come già anticipato in precedenza, rappresenta un’età di cardine, e come ci suggeriscono gli antichi culti e pratiche magico-religiose, di cambiamento e rinascita attraverso la morte.

Resterei in tema DNA siciliano, anche se riconducibile al death\doom, il vostro genere da voi proposto è fortemente siciliano. Fa venire in mente realtà come i primi Sinoath, per esempio. Come vi spiegate questo suono particolarmente oscuro che arriva da una regione che molti associano al sole e al mare?
Non può che farci piacere essere associati a nomi di tale caratura. La Sicilia è solare quanto funerea, meravigliosa e al contempo atroce, e nel suo rincorrere la modernità, resta inevitabilmente legata alle sue tradizioni che spesso e volentieri richiamano il culto della morte e dei morti definendo così le atmosfere del nostro sound.

“Autumnal Rites”, il brano che da il titolo al disco è stato scelto anche come primo singolo, la ritieni la traccia più rappresentativa dell’album?
Come title-track abbiamo deciso di comune accordo con Aleksey, boss della Satanath Records, di fare uscire “Autumnal Rites” come premiere del disco, ma c’è da dire che nella sua interezza l’album non è un concept per come lo si intende in maniera tradizionale, piuttosto direi che ogni pezzo è una rappresentazione a se stante, un frammento che andrà a comporre quel mosaico di storie e miti che è “Autumnal Rites”.

Molto evocativa la copertina, che raffigura una città in fiamme mentre delle persone celebrano una sorta di rito pagano. Cosa rappresenta, una di vittoria degli spiriti ancestrali sulla civiltà moderna?
Evidentemente l’autore del dipinto ha metabolizzato bene il messaggio racchiuso nell’album e come ogni buon artista è stato capace di trasporre questo concetto. Quindi si, hai centrato il bersaglio.

Il primo album ha visto una formazione con un solo elemento, te. Oggi vi ripresentate come duo con l’ingresso Pavor Nocturnus: cosa ha aggiunto e cosa ha tolto la presenza di un secondo elemento in fase compositiva ed esecutiva?
Mauro Salaris aka Pavor Nocturnus, ha dato una bella impronta a questo nuovo disco, basti pensare che l’apporto del suo gusto e del suo stilema hanno determinato una parte del sound che nel precedente lavoro risultava più Bolt-Throweriano e comunque death/thrash con chiare tinte doomeggianti. Per cui direi che non ha assolutamente tolto nulla, ma anzi, ha arricchito e portato a nuovi livelli i Morticula Rex.

Ritieni che un domani la line-up possa essere allargata ad altri elementi, magari anche solo in sede live?
Assolutamente si! Già in Autumnal Rites compaiono a sprazzi le tastiere del talentuoso Francesco Milia che nel prossimo lavoro entrerà in formazione. Attualmente siamo alla ricerca di un batterista in carne ed ossa, fin ora le batterie sono state create e programmate da me e ci auguriamo che il nuovo elemento dietro le pelli possa portare la band dalla dimensione studio a quella live.

Altro particolare che distingue “Autumnal Rites” dal precedente “Grotesque Glory” è la presenza di un’etichetta alle vostre spalle. La scelta di abbandonare l’autoproduzione per affidarvi alla Satanath Records (in collaborazione con la Immortal Souls Productions) nasce dalla convinzione che l’autopromozione, nonostante i mezzi tecnologici odierni, porti a risultati inferiori rispetto a quelli ottenibili con una label?
“Grotesque Glory” non è un’autoproduzione, ma seppur con qualche iniziale inconveniente, è stato prodotto dalla Immortal Souls Productions di Juro Harin (Slovacchia). Puntualizzato ciò, devo dirti con estrema onestà che l’autoproduzione rimane uno degli strumenti più liberi che un artista/band ha a sua disposizione e credo fermamente che nel nuovo Evo continuerà ad essere uno dei maggiori strumenti attraverso i quali la musica potrà continuare a sopravvivere nonostante i diktat delle grandi e delle piccole label che in buona parte oggi hanno la sfacciataggine di chiedere un lauto compenso in cambio di promozioni, visibilità, merch e cazzate varie. Credo comunque che in tutto questo mare di merda, ci siano ancora delle realtà dove il sottobosco musicale del quale noi facciamo parte, riesca ancora ad avere la capacità e l’onere di portare avanti tutta quella miriade di scene che altrimenti non avrebbero la possibilità di essere fruibili ai più. Onore e Gloria a tutti coloro che si spendono e credono in ciò!

Credo che sia troppo presto per parlare di un nuovo album, ma come immaginate il vostro futuro, con un sound fedele a se stesso oppure arricchito da nuove influenze?
In tutta onestà, devo confessarti che stiamo già lavorando a nuovi brani che andranno a comporre il prossimo disco ed essendo cresciuti di numero, siamo armati fino ai denti! Per quel che riguarda il nostro sound, posso dirti citando uno dei miei illustrissimi conterranei, che “il mio stile è vecchio come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore”, per cui resteremo “Fedeli alla Linea”.

Kolossus – Nell’antro del colosso

Ancora un album black metal made in Italy sugli scudi in questo strano 2020. L’esordio dei Kolossus (Satanath Records) rappresenta un’ottima sintesi della materia nera proveniente dalla Norvegia a cavallo tra 80 e 90, un disco che richiama quanto fatto dai Bathory e dai loro discepoli Enslaved, Immortal e Taake.

Ciao Helliminator, con “The Line Of The Border”, arrivi all’esordio dopo l’esperienza T132. Ti chiederei di tracciare brevemente il cammino che ti ha portato dalla tua vecchia band all’attuale…
Ciao Giuseppe! Prima appunto della nascita del progetto Kolossus avevo già provato a creare qualcosa di “mio” col monicker T-132 (un paio di demo mai usciti finora); prima ho fatto molto ma mai nulla di concreto come finalmente è accaduto con “The Line of the Border”.

I Kolossus credo che siano stati fortemente influenzati dai Bathory più epici e ritengo che il loro ascendente non si fermi solo all’aspetto musicale ma comprenda anche quello filosofico e operativo, mi riferisco anche alla tua decisione di fare tutto da solo come Quorthon, mi sbaglio?
Ti ringrazio per l’accostamento, ma seppur tutto quello che hai detto sull’aspetto filosofico-musicale ci può stare assolutamente, a livello di influenze mi sento più debitore alla scena norvegese (Enslaved, Helheim, Taake); sicuramente l’epicità di molte parti nel disco potrebbe richiamare anche i Bathory che in quello sono stati pionieri e maestri! Ave Quorthon!

Nonostante tu sia solo, riesci a far percepire nella tua musica una varietà stilistica ed espressiva che, non leggendo la line up, potrebbe essere ricondotta a più componenti. Come riesci a far esprimere queste tue diverse anime senza perdere mai il controllo sull’obiettivo finale?
Non saprei sinceramente, è tutto abbastanza naturale, riesco a far affiorare la moltitudine dei miei stati d’animo e a farli convivere all’interno delle canzoni, probabilmente questo può far sembrare che dietro alla band vi siano più “teste”che compongono, ma è tutto frutto della mia creatività/follia ahahah.

Dal punto di vista lirico ti rifai all’immaginario norreno, come spieghi questa tua scelta e cosa rispondi a chi ritiene che certe tematiche non abbiano senso se proposte da band italiane?
La passione per la tradizione vichinga deriva sicuramente dagli ascolti in adolescenza delle band del filone black-viking che con le loro tematiche trattate mi hanno portato a interessarmi e leggere a suo tempo sulla storia e tradizioni di questo grande popolo; capisco altresì chi sostiene la tesi da te succitata, però in fondo penso che dove nasci non lo decidi tu, e ognuno di noi dovrebbe andare a ricercare quello che sente più vicino a sé e alle proprie emozioni, anche se distanti anni luce dalla propria realtà.

In “Journey” proponi anche l’italiano, quasi a voler confermare le tue radici, no?
Sì, è stata una prova, e sebbene l’inglese rimanga la lingua ideale, sono soddisfatto del risultato ottenuto su “Journey”.

Mi soffermerei sui significati intrinsechi, se ce ne sono, del titolo dell’album e della copertina: puoi dirmi qualcosa di più su questi aspetti del disco?
Sia copertina che titolo dell’album riflettono me stesso nella realtà di tutti i giorni, nei miei continui contrasti interni che portano spesso ad isolarmi per poi fare emergere tutto quanto sotto molteplici aspetti (visivo-sonoro in questo caso).

Come sei entrato in contatto con l’etichetta russa Satanath Records?
Quella della ricerca dell’etichetta è stata forse l’avventura più dura ahahah. Tra risposte non ricevute, risposte negative, label interessate che sparivano, quella che ha mostrato subito interesse è stata proprio la Satanath di Aleksey. Il resto è venuto di conseguenza.

Vieni da una città, Genova, culla dell’estremo italiano con Ghostrider e Necrodeath e luogo di nascita di altre realtà importanti come Sadist, Antropofagus, Malombra, Spite Extreme Wing, Il Segno del Comando e IANVA. Gruppi diversi, ma a loro modo attenti scrutatori dell’oscurità: come ti spieghi questo particolare feeling delle band genovesi e quanto la tua città ti ha influenzato nel tuo cammino verso l’estremo?
Che Genova abbia avuto una serie di band estreme importanti a livello nazionale e internazionale è appurato, per quello che mi riguarda è una città che, unendo mare e monti in pochi chilometri, può aiutare a sviluppare un sacco di ispirazione per chi vuole viaggiare con la testa e anche col corpo.

Come credi che potrà evolversi in futuro la musica dei Kolossus?
Ho iniziato le sessioni di registrazione del secondo full, e quindi posso già accennarti qualcosa a livello di evoluzione. Le nuove composizioni andranno a richiamare “The Line of the Border”, ma vi sarà una forte componente emotiva personale derivata dal periodo in cui è stato composto che emergerà qua e là: spero in un buon mix finale!

Vitam et Mortem – Il fiume della morte

Il black metal è nato da un forte sentimento di rifiuto e di chiusura. Però nel tempo ha mostrato sempre più una forte propensione all’apertura, alla contaminazione, che paradossalmente l’ha reso una sorta di spugna capace di assorbire ogni forma di disagio. Così può capitare di incrociare un gruppo come i colombiani Vitame et Mortem che nei loro testi approfondiscono aspetti legati a un male più terreno, come quello che ha falcidiato la loro terra per decenni. Ed è proprio di questo che parla il nuovo album, “El Río De La Muerte” (Satanath).

Ciao Julian, potresti presentare la tua band ai nostri lettori, magari non particolarmente avvezzi alla scena sudamericana?
Ciao amici a Il Raglio del Mulo, i Vitam et Mortem sono una band colombiana di blackened death nata nel 2002 a El Carmen de Viboral, una città nella regione orientale del dipartimento di Antioquia, dove in passato sono stati sorti gruppi metal estremi come Parabellum, Reencarnación e Masacre. I
V.E.M. sono in attività da diciotto anni con un lavoro ininterrotto e abbiamo pubblicato sei album che sono stati distribuiti in Colombia e in Europa. La nostra attività ci ha garantito un posto importante nella scena estrema in Colombia.

Il vostro è un ottimo mix di death e black dalle tinte teatrali, come siete arrivati al suono odienro?
All’inizio la nostra musica era black metal etnico (una formazione metal standard più strumenti preispanici), ma anno dopo anno il nostro suond è diventato sempre più pesante; per noi suonare e cantare death metal è poi risultato facile, naturale, organico, quindi questo suono è diventato la base della nostra musica, ma con molte influenze di black metal, musica rituale, musica etnica ed elementi sinfonici.

Avete scelto un nome in latino, cosa che in qualche modo crea un legame lontano con il mio Paese: ti piace la scena estrema italiana?
Sì, “Vitam et Mortem” potrebbe essere tradotto come “Vita nella morte”, la morte è l’argomento fondamentale nel nostro concept. Essendo un compositore e un cantante, sono fan della musica italiana in generale, adoro i vostri compositori del passato come Verdi, Puccini, Rossini e molti altri; ci sono molte buone band metal italiane che ho ascoltato come Graveworm, Stormlord, Evol, Fleshgod Apocalypse, Opera IX.

Pur non parlando lo spagnolo, o forse proprio per questo, ho sempre subito una certa fascinazione per questa lingua in ambito estremo. La trovo selvaggia ed evocativa. Quando mi capita alle band italiane che cantano in italiano di chiedere quali difficoltà tecniche questa scelta comporti, tutti mi confermano che per motivi di metrica l’inglese è più agevole. Vale la stessa cosa anche per la tua lingua madre?
La musica metal è stata tradizionalmente cantata in inglese, ma per noi è molto importante esprimerci nella nostra lingua madre perché trattiamo temi legati alle nostre antiche radici culturali e alla guerra che ha tenuto in ostaggio la Colombia per 60 anni. Cantare nella nostra lingua madre ora è diventato più facile per me, ma la cosa più importante è che mi permette esplorare forme poetiche, forme ritmiche ed estetiche che l’inglese non ha. La lingua era ed è tuttora anche un modo per mostrare il proprio dominio su altre culture, per questo motivo è molto importante che tutte le culture del mondo possano esprimersi in modo differente e rimanere autentiche e diverse.

“El río de la muerte” è il vostro ultimo lavoro, ti va di parlarcene?
“El río de la muerte” è il nostro sesto CD, è stato mixato e masterizzato da Jari Lindholm a Stoccolma, mentre Gustavo Adolfo Valderrama ha ricoperto il ruolo di produttore esecutivo a Vancouver. L’album è stato pubblicato dall’etichetta russa Satanath Records e dall’ecuadoregna Exhumed Records.

Mi pare di capire che si tratti di un concept album…
Esatto, si basa su l’analogia tra il fiume Magdalena, durante il periodo di massima violenza colombiana, e il fiume Acheronte della mitologia greca. Il viaggio dei morti nell’Ade è anche il viaggio dei cadaveri senza nome messi a tacere dai gruppi armati illegali e dalle forze militari statali che li condannarono a perire sul fiume Magdalena. Caronte, il traghettatore che trasporta i morti nell’Ade, rappresenta anche i pescatori eli Magdalena che si ritrovano nelle loro reti pesci e corpi dei defunti che abitano nelle profondità del fiume più importante e spaventoso della Colombia.

Di solito il black metal viene utilizzato per scrivere elegie di Satana e del male, voi siete un’eccezione perché invece trattate un tema storico dalla forte valenza sociale. Credi che i Vitam et Mortem in questo senso possano essere considerati una band politicizzata?
Vitam et Mortem sono una band immersa nel proprio contesto storico e nel presente: in questo nuovo album abbiamo parlato di una vecchia guerra che rimane una ferita sanguinante per il nostro Paese: si tratta di migliaia di morti, misere vittime. Noi parliamo per conto di coloro che sono stati messi a tacere dai proiettili dei gruppi paramilitari, dalla guerriglia e dalle forze militari nazionali. Una stima conta almeno 261.619 vittime tra il 1958 e il 2018. 214.584 di queste erano civili, 46.675 combattenti e ci sono ancora 360 morti non riconosciuti. Le uccisioni mirate sono gli atti di violenza più ricorrenti e sono stati compiuti da gruppi paramilitari, guerriglieri e forze militari nazionali. C’è un mucchio di 177.719 cadaveri causati da gruppi paramilitari (94.57), guerriglieri (36.682), forze militari nazionali (9.837). Noi Vitam et Mortem non parliamo di politica, parliamo di morte.

Ricordo il rapimento da parte delle FARC di Ingrid Betancourt nel 2002,se ne fece un gran parlare anche da noi, ora è migliorata la situazione nel tuo Paese?
La guerra in Colombia è cambiata ma rimane. Le FARC sono smobilitate, ma ci sono molti altri gruppi armati; il traffico di droga è la causa principale dell guerriglia in Colombia e va dalla giungla al Congresso della Repubblica: la droga è la nostre piaga.

Ho letto di alcuni metalhead uccisi dai narcos nel 90, è ancora pericoloso andare ai concerti metal in Colombia?
Non ne ho mai sentito parlare, la Colombia oggi è molto diversa dagli anni ’90, c’è ancora una guerra civile, ma è in luoghi strategici per il trasporto di cocaina, ma le città sono tranquille e ci si può godere un concerto senza pericolo.

From the Vastland – Nel nome di Rostam

La storia personale di Sina ha lo stesso sapore epico di quelle narrate nei dischi dei suoi From the Vastland. Partito dall’Iran con un sogno, oggi può affermare non solo di averlo realizzato ma di averlo fatto nel migliore dei modi, andando a sfornare album man mano sempre più convincenti. “The Haft Khan” (Satanath Records) è l’ennesimo tassello di una saga che promette di regalare in futuro altri capitoli esaltanti…

Benvenuto Sina, come è nato il nuovo album dei tuoi From the Vastland, “The Haft Khan”? L’idea di questo concept album risale al 2016, ma avevo bisogno di tempo per lavorarci su e prepararmi, soprattutto mentalmente, per lasciare che il progetto crescesse dentro di me: prima di metterci mano volevo individuare il momento giusto. Finalmente dopo un paio d’anni, le cose hanno iniziato a crescere e a prendere forma. Direi che è in linea con quanto fatto nei miei album precedenti, almeno a livello concettuale, però azzarderei che i contenuti sono molto più maturi e ricchi di dettagli. Ho dovuto fare un lavoro certosino che mi ha fatto pianificare l’uscita per quest’anno.

Mi riallaccio questa tua ultima affermazione, direi che effettivamente hai fatto un gran lavoro in “The Haft Khan” per raggiungere l’equilibrio perfetto tra il black metal norvegese e le influenze orientali.
C’è sempre stato un piccolo tocco di influenze orientali su alcune delle mie canzoni negli altri album, specialmente quando si parla delle melodie che creo, ma questa volta ho voluto estendere la cosa all’intero disco. Le avverti sicuramente di più, ma è solo un tocco, perché non volevo abusarne. Questo mi ha permesso di mantenere l’equilibrio e non perdere le peculiarità proprie dell’old school black metal.

Tra i momenti che preferisco ci sono quelli più furiosi di “Khan e Panjom” e quelli più quieti della chitarra acustica di “Khan e Sheshom”. In definitiva, credo che questo sia uno degli album più vari della tua carriera, sei d’accordo?
Grazie, sì, penso che sia vero. In realtà, questo album è uno dei miei album più vari e questo è dovuto al concept che avevo in mente mentre scrivevo le canzoni. Voglio dire, è sempre lo stesso stile e non ci sono grandi differenze rispetto al passato, però allo stesso tempo sembra un po’ diverso perché volevo che ogni canzone avesse una sua atmosfera unica basata sui testi. La vera storia del libro descritta attraverso immagini raccontate per mezzo delle canzoni.

Come è stato il passaggio da progetto solista a band vera e propria compiuto qualche anno fa?
Dal 2013, quando ho suonato il mio primo concerto all’Inferno Metal Festival e poi mi sono trasferito in Norvegia, i From The Vastland sono diventati un gruppo a pieno titolo. Solo l’album di debutto e “Kamarikan”, che ho registrato in Iran, sono stati fatti solo da me, ma da “The Temple Of Daevas” (2014) ho avuto la possibilità di lavorare con musicisti norvegesi noti e professionali come “Tjalve”, “Vyl” e “Spektre” in studio per registrare i miei album. Comunque, scrivo ancora tutta la musica e i testi della band.

Mi hai raccontato che dietro “The Haft Khan” c’è un concept, potesti entrare maggiormente nei dettagli?
Si basa su una delle storie del grande poema epico, il capolavoro più notevole della letteratura persiana, “Shahnameh” (Il libro dei re – Uno dei poemi epici più lunghi del mondo) che è stato scritto dal poeta persiano, noto in tutto mondo, il Ferdowsi tra c. 977 e 1010 CE. La storia di “The Haft Khan” narra di sette difficili sfide di un eroe nazionale, il più grande degli eroi persiani, chiamato Rostam e del suo viaggio sul leggendario cavallo Rakhsh verso la terra di Mazandaran, per salvare e liberare il re “Kei Kavus “e il suo esercito che sono stati catturati e accecati dall’incantesimo del demone bianco. Nella storia, Rostam supera sette tappe e combatte contro difficoltà naturali, animali feroci, demoni e, alla fine, il demone bianco. Facendo sanguinare il cuore del demone bianco negli occhi di Kei Kavus (il re) e del suo esercito, fa tornare la vista nei loro occhi. La storia di “The Haft Khan” è piena di metafore e simboli e rappresenta alcuni dei più importanti personaggi, leggende e miti dell’antica mitologia e storia persiana.

Come è cambiato il tuo approccio lirico dopo il tuo trasferimento in Norvegia?
Tratta ancora l’antica mitologia e storia persiana, come dal primo giorno. Quindi, non direi che è cambiato molto, ma è anche vero che il modo in cui mi approccio al testo potrebbe essere un po’ diverso ora, e questo è dovuto a tutte le esperienze che ho fatto come musicista e nella vita. Quindi, spero che siano più maturi ora.

Cosa ha fatto scattare la molla di trasferirti in Europa e perché hai scelto la Norvegia?
Beh, ad essere sincero ho avuto questo sogno di trasferirmi in Norvegia (o anche solo visitare il paese!) per molto tempo e, ovviamente, il motivo principale era la mia musica e il black metal. Puoi facilmente immaginare com’è possa essere esaltante per un musicista black metal trovarsi nella culla del black metal. E ovviamente quando vivi in un paese come l’Iran, dove la tua musica è vietata e non hai alcuna possibilità di seguire la tua passione, non hai altra scelta che lasciare la tua terra. Stavo facendo musica, pubblicavo segretamente i miei album fuori dal paese da oltre 10 anni in Iran, ma c’era nient’altro che tu potessi fare e non c’erano margini di crescita. Inoltre, è sempre stato rischioso e non sapevo mai cosa mi sarebbe accaduto se avessero scoperto cosa stavo facendo. Ci sono stati e ci sono ancora molti casi in cui i musicisti hanno avuto seri problemi dalle autorità solo a causa delle loro attività musicale.

Alla luce di quanto mi hai raccontato, quanto è stato difficile registrare “Darkness vs. Light, the Perpetual Battle” e “Kamarikandurante la tua permanenza in Iran?
Beh, ovviamente ho avuto superare molte sfide, quando ho deciso di registrare l’album di debutto. Fortunatamente, avevo alle spalle l’esperienza decennale maturata con l’altra mia band (2003-2009). Quindi, non era la prima volta che affrontavo quel tipo di difficoltà, mi riferisco al non avere uno studio adeguato, nessuno che mi potesse aiutare con l’intero processo, non avere tutti gli strumenti necessari per registrare ecc.. Ma ciò che ha reso il tutto ancora più impegnativo è stato che in quel momento il governo era molto concentrato sulla comunità metal e sulla sua attività. In realtà, questo tipo di controllo c’è sempre stato, solo che la situazione cambia a seconda del momento e della loro volontà di fare pressione più o meno. Fondamentalmente, in quel momento mi sono mosso in modo differente rispetto a quanto fatto per tutti gli altri album che avevo registrato in precedenza. Nuovi strumenti, nuove apparecchiature di registrazione e software. Il tutto s’è dovuto svolgere in casa e segretamente! Quindi, puoi immaginare come la situazione fosse stressante.

Ti sei tenuto in contatto con la scena metal iraniana?
Purtroppo non molto, non perché non voglia, ma il problema è che la scena metal in Iran è davvero clandestina. Quindi, è davvero difficile seguirla in modo costante. Ho ancora un occhio sulla scena e seguo i miei amici musicisti metal e le loro band in Iran, ma quando si tratta di nuove band, probabilmente non sono così aggiornato.

Cosa ricordi della tua prima esibizione dal vivo all’Inferno Metal Festival in Norvegia 2013 e cosa mi racconti del documentario norvegese “Blackhearts”?
Immagino che tu possa immaginare quanto sia stato bello per me suonare all’Inferno Festival, uno dei più grandi e migliori festival di metal estremo in Norvegia. Sai, è successo tutto molto rapidamente, sono passati meno di tre mesi dal momento in cui ho avuto la conferma fino a quando sono salito sul palco! Si è trattato del mio primo concerto e i From The Vastland sono stati scelti per l’apertura del festival. Avere la possibilità di suonare con musicisti norvegesi professionisti e noti ha reso il mio sogno reale e il ricordo è ancora vivo oggi. Ogni volta che ci penso mi dà una grande emozione. È uno dei ricordi più belli della mia carriera musicale. Per quanto riguarda il documentario, direi anche che è stata un’esperienza straordinaria e unica per me far parte di un documentario norvegese sul black metal! Cos’altro potrebbe esserci di meglio! Dal 2012, quando hanno iniziato a girare il film (ci sono voluti più di quattro anni per completare il film), sono accadute molte cose e tutte buone. Ho conosciuto molti buoni amici, ho incontrato molti altri musicisti, leggende, fan, persone fantastiche… è stata davvero un’esperienza unica. Sono davvero contento, appena ho detto sì a Christian Falch, il produttore del film – che è diventato il mio migliore amico in seguito – tutta la mia vita è cambiata in meglio.

Il futuro invece cosa prospetta?
Come sempre sto lavorando al nuovo materiale per il prossimo album, tuttavia, non sono sicuro che lo pubblicherò l’anno prossimo. Tutto dipende da come andrà il processo di scrittura. Non pianifico mai una pubblicazione prima di essere soddisfatto al 100% del materiale. per quanto concerne i live, avevamo un paio di spettacoli in programma, ma ovviamente sono stati cancellati a causa della pandemia. Quindi, aspetterò un po’ e vedrò come andrà la situazione e, se non migliorerà, forse potremmo organizzare uno streaming live. Difficile dirlo ora, quando tutto è incerto. La scena musicale è stata fortemente colpita dalla situazione pandemica e ha cambiato tutti i piani, ma speriamo che le cose tornino alla normalità. Anche se lentamente, vedremo sempre più attività.