Ulcerate – Immobili innanzi alla morte

I neozelandesi Ulcerate hanno dismesso da un pezzo i panni di astri nascenti del movimento estremo, diventando una delle più solide realtà. Per qualcuno, come il sottoscritto, i recenti autori di “Stare into Death and Be Still” (Debemur Morti Productions) rappresentano il futuro del genere da noi più amato. Ed è proprio da qui che siamo partiti con Jamie Saint Merat, batterista e portavoce del gruppo…

Molte persone pensano che gli Ulcerate rappresentino il futuro del metal estremo, questa convinzione in qualche modo ti responsabilizza?
No, siamo responsabili solo nei confronti di noi stessi. Questa è anche un’affermazione abbastanza audace da fare, non credo che si possa far cadere tutto il peso del futuro su una singola band. Inoltre, non è un qualcosa che puoi “percepire” quando fai parte di un movimento, a noi spetta il compito di di scrivere nuova musica in modo naturale, poi sono gli altri a decidere dove un gruppo si inserisca nello schema generale delle cose.

Passiamo allora alla vostra produzione più recente, direi che “Stare into Death and Be Still” è il vostro classico album pur suonando diverso dal precedente: queste sfumature sono state pianificate prima di andare in studio o sono il frutto di un processo creativo spontaneo?
Questo album traccia una linea molto profonda nella sabbia, mostra dove vogliamo che la nostra band sia oggi: siamo giunti in punto in cui dobbiamo valutare in modo pro-attivo quasi ogni istinto creativo, dobbiamo buttar giù qualcosa che rappresenti in modo fresco e onesto quello che le nostre menti concepiscono. Prima di scrivere una sola nota, abbiamo discusso a lungo su come volevamo esplorare un livello di melodico a cui non abbiamo mai osato avvicinarci in passato: spogliare il caos per arrivare a qualcosa che si spera sia più potente ed evocativo. Il che ci ha fatto sentire piuttosto nudi a volte, noi dovevo trovare i limite oltre il quale potevamo potevamo spingere le cose senza perdere la nostra identità. Ci siamo scambiati le bozze e le pre-produzioni tra noi e abbiamo coinvolto alcune persone del nostro entourage e in seguito anche Phil, il boss della Debemur Morti. Alla fine tutte le opinioni sono state utili, ci hanno consentito di raggiungere un suono rivitalizzato che è estremamente accattivante e che ci ha permesso di spingerci un po’ oltre con ogni nuova canzone.

Però la line up è sempre la stessa del vostro primo album, com’è possibile evolvere quando si lavora sempre con le stesse persone?
Dal mio punto di vista, ora siamo creativamente più carichi di quanto non lo siamo mai stati in passato. Sono sempre stato dell’opinione che le band con formazioni stabili abbiano delle capacità aggiuntive quando si tratta di creare del materiale singolare e potente, poiché è il risultato una forte
coesione. In termini di scrittura, tutti e tre siamo sullo stessa identica lunghezza d’onda e non abbiamo problemi a chiamare cazzate le idee che lo sono o che non ci creano una sorta di reazione viscerale e intestinale.

A proposito di cambiamenti, “Stare into Death and Be Still” è il vostro primo album su Debemur Morti Productions, un’etichetta prettamente black metal, questo questo cambiamento in qualche modo ha influenzato il vostro songwriting?
Nessuna etichetta ci ha mai dato input creativi per ottenere da noi un determinato output sonoro: siamo sempre stati molto chiari nei nostri contratti su questo requisito. In realtà, abbiamo inviato un po’ di tracce in fase embrionale alla DMP , ed è stato bello avere un alleato che comprendeva perfettamente a cosa miravano le nostre teste, capendone la visione completa dell’album. Questo per farti capire che la DMP è senza dubbio la migliore etichetta con cui abbiamo mai lavorato,una collaborazione veramente piacevole.

Prima hai accennato a un lavoro sulle melodie, effettivamente ritengo che “Stare into Death and Be Still” sia un grande album estremo ma con un grande apparato melodico: quanto è importante per voi avere qualcosa che non sia solo crudo e violento?
Estremamente importante, e lo è sempre stato per noi. Poi dipende tutto da quello che proponi, per esempio non vorrei mai che lo facessero gli Antaeus. Però noi abbiamo voluto da sempre esplorare, creando dinamiche contrastanti e flussi e riflussi di energia. Per fare questo, come ho detto prima, abbiamo lavorato instancabilmente con le melodie, indirizzando il risultato finale verso quella direzione, e penso che siamo assolutamente riusciti a creare molti momenti molto potenti e travolgenti.

Sei uno dei batteristi più abili della scena metal, ma nel tuo intimo preferisci la tecnica o il feeling?
Il feeling di sicuro, ma la tecnica è indispensabile per poterlo fare in modo creativo. Ogni batterista con una grande sensibilità spesso ha una ricchezza di tecnica che gli consente di dominare le proprie sensazione. Si sente molto parlare di dono, ma in realtà quello che riesci a fare è il risultato della pratica giornaliera e di un processo di auto-valutazione costante. La tecnica fine a se stessa lascia il tempo che trova, non importa quanto tu sia abile, se non sai poi come sfruttare al meglio le tue capacità. Il bravo batterista sta sempre qual è la soluzione più adeguata e funzionale per la resa finale.

Non sei solo l’uomo dietro le pelli, Jamie, tu sei anche la voce ufficiale di Ulcerate nelle interviste, ti piace questo ruolo sotto i riflettori?
Non proprio, ad essere sincero, perché dover rispondere a delle domande che sono più o meno sempre le solite è una sorta di tormento. Non è colpa di nessuno, però purtroppo è così. L’altra faccia della medaglia è che siamo ovviamente felici che ci siano delle persone interessate al nostro lavoro.

“Stare Into Death And Be Still” contiene, secondo me, i migliori testi della vostra discografia e penso che oggi, come non mai, le parole siano una delle componenti più importanti della vostra proposta. Sei d’accordo?
A dire il vero, penso che quanto scritto da Paul per questo album sia un netto passo avanti rispetto alle nostre uscite precedenti. Sapevamo che questo sarebbe stato il primo lavoro con un
approccio lirico introspettivo, capace di colpire in modo immediato e più forte. Un punto di vista inevitabilmente più viscerale.

In che modo l’emergenza scaturita dalla pandemia Covid-19 ha cambiato i vostri piani promozionali?
Se ti riferisci all’andare in tour, allora quest’anno è stato sostanzialmente cancellato. Il tour in Nord America è stato rimandato a novembre e abbiamo dovuto posticipare le date australiane. In pratica, un anno fottutamente sprecato.

Anche perché immagino che programmare un tour partendo dalla Nuova Zelanda sia difficoltoso e molto costoso.
Sì, è sia difficile che costoso. Ma ci impegnano affinché si possa fare, prenotando tutto da qui attraverso di un nostro agente di fiducia. Viaggiamo in sei persone, tre della band e tre della crew, il che già ci costa un mucchio di dollari in voli. Poi c’è il noleggio dei furgoni / autobus, le notti, la backline, il merch ecc ecc. Il recuperare questi investimenti iniziali è cruciale per la riuscita di una tournée. Per fortuna, negli ultimi cinque anni le cose finanziariamente sono andate molto bene, questo ci rende il tutto più facilmente gestibile.

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