Thecodontion – Nel supercontinente nero

I Thecodontion con “Supercontinent” (I, Voidhanger Records) mi hanno stupito, non lo nascondo. Li ho recensiti più che positivamente su Rockerilla e non ho resistito alla curiosità di saperne di più su come è nato uno dei dischi più belli pubblicati da un gruppo italiano negli ultimi anni. Una delle due anime della band, G.E.F. (voce), ha risposto in modo più che esauriente alle mie domande di fan.

Ciao Giuseppe, iniziamo con una curiosità: mi racconti la genesi del nome della band?
Ciao! Effettivamente è una domanda per niente scontata la tua, perché siamo arrivati al nostro nome definitivo solo in un secondo momento. In origine avevamo infatti valutato di usare come monicker un paio di nomi di dinosauri, sennonché abbiamo pensato che il suffisso “-saurus” potesse rendere la band meno credibile, o comunque che potesse essere presa in qualche modo meno sul serio. Così siamo giunti al nome Thecodontion, proposto dal bassista G.D. e che riteniamo tuttora sia stata la scelta migliore. Peccato che ogni tanto venga storpiato o scritto male, sia da ascoltatori che da addetti ai lavori, per non parlare di quante volte viene sbagliata la pronuncia (che, ricordo, è Tehk-o-don-tee-on), ma questo genere di incomprensioni capita spesso alle band metal, soprattutto per quelle con dei nomi non così intuitivi. Deriva dai tecodonti (“Thecodontia” è la nomenclatura scientifica), un nome oggi considerato obsoleto (adesso si preferisce definirli “arcosauri”) che indicava, tra gli altri, gli antenati dei dinosauri e dei moderni coccodrilli.

Possiamo definirvi una concept band?
Suppongo di sì. In primis, perché comunque tutto il nostro materiale verte su delle tematiche fisse (creature preistoriche, fossili, ere geologiche); in secondo luogo, perché la nostra intenzione è di mantenere un filone lirico concettuale per ciascuna nostra pubblicazione. Il nostro demo di debutto, “Thecodontia”, ad esempio descriveva appunto quattro tecodonti. Con l’EP “Jurassic” abbiamo invece descritto quattro creature preistoriche vissute nel periodo Giurassico: due pterosauri (sul lato A del vinile) e due sauropodi (sul lato B). Con “Supercontinent” abbiamo invece deciso di trattare i grandi supercontinenti (e superoceani) antichi, anche per rendere meno prevedibile la formula e non parlare solo ed esclusivamente di creature. Anche i nostri prossimi lavori seguiranno un filo concettuale, per cui l’intenzione è di continuare su questa via.

Dall’ascolto dei vostri lavori mi sembra di avvertire che in voi alberghino due anime, una più primitiva e una più cerebrale. La prima trova sfogo nella musica, la seconda nelle liriche e nel concept generale. La mia disamina è corretta? In caso affermativo, come fate a far convivere in modo equilibrato questi due aspetti?
Credo sia esatto fino a un certo punto, nel senso che ritengo che “Supercontinent” abbia diversi spunti “cerebrali” anche in senso strettamente musicale, con sezioni che strizzano l’occhio al progressive e alla fusion. In linea di massima però il ragionamento è corretto: del resto penso che ci nutriamo un po’ tutti di “contraddizioni”, se così vogliamo dire, in modo che in ognuno di noi possano convivere un’anima più ferina e una più razionale. Direi che questo è anche il sotto-tema musicale di “Supercontinent”, se ci pensi, perché con la parte ritmica abbiamo giocato su un’interpretazione “cavernosa” del death metal, che a sua volta va volontariamente a cozzare con le partiture melodiche della parte solista. Questa è stata anche una soluzione pensata per il concept del disco, in quanto queste “cozzature” sono servite a descrivere ed interpretare i grandi movimenti dei cosiddetti cratoni che si staccavano, emergevano, cozzavano o amalgamavano modificando il livello del mare, andando così a formare ogni volta nuove masse continentali. Tra l’altro c’è un sito americano che in una recensione del nostro disco ne ha parlato come “fautore di possibilità attraverso il caos” e secondo me è un’espressione molto azzeccata riguardo “Supercontinent”.

Avete raggiunto un vostro equilibrio nell’insolita formazione a due basso-voce, l’aggiunta di altri membri cosa toglierebbe invece di aggiungere?
Onestamente siamo molto in sintonia con i nostri due session dal vivo (L.S. al secondo basso, V.P. alla batteria), ma visto che componiamo in due, affrontiamo le spese in due, di base Thecodontion è ufficialmente un duo. Non credo sia una questione di togliere o aggiungere qualcosa, semplicemente ci troviamo bene con questa soluzione al momento. Parliamo comunque di una suddivisione più sulla carta che altro, perché alla fine i session sentono la band come la loro e sono nostri amici. Detto questo, ci sono altri progetti con formazione a due che hanno dimostrato come questa combinazione possa funzionare bene (persino in sede live, anche se per i Thecodontion credo sia più adeguata dal vivo una formazione a quattro).

A questo punto, ti va di parlare degli ospiti che vi hanno dato una mano?
Volentieri! Il già citato V.P. è listato come ospite ma di fatto, essendo il nostro batterista live, era l’opzione più naturale per registrare la batteria sul disco e non riesco a considerarlo “solo” un ospite. J.G.P. (anche in SVNTH e Bedsore) ci ha regalato un assolo di chitarra baritona su “Laurasia-Gondwana”, unico segmento di chitarra su tutto il disco che, a mio parere, funziona molto bene anche perché si avverte il “tocco” personale del musicista. R.C. (frontman dei SVNTH) è venuto a trovarci in studio mentre stavo per registrare le voci di “Pangaea” e in modo del tutto estemporaneo gli ho chiesto di cantare la strofa del brano: il risultato funziona bene, è molto spontaneo. E infine Skaðvaldur, musicista (e artista visuale! Cercatevi i suoi artwork) islandese che apprezzo molto soprattutto per la sua band death metal Urðun: la sua voce così cavernosa ed espressiva era perfetta per interpretare un brano come “Ur”, con forti elementi doom e molto vario nel suo complesso. Oltretutto, penso che se il nostro nome oggi è conosciuto anche in Islanda parte del merito sia di questa collaborazione.

Porterete i vostri brani dal vivo allargando in modo stabile la line up?
Già suoniamo dal vivo con la stessa formazione da fine 2018, quando abbiamo debuttato sul palco. Da allora abbiamo suonato una decina di volte, l’ultima a febbraio 2020: non moltissimo forse, ma non ci sono sempre tantissime occasioni di esibirsi in Italia. Ci piacerebbe comunque cominciare a farlo all’estero e ci auguriamo che dopo la tempesta Covid-19 ciò possa diventare possibile: qualcosa si è mosso, ma ancora nulla di veramente concreto. In condizioni normali a quest’ora saremmo potuti andare in tour per promuovere il disco, ma purtroppo ho avuto di recente un problema di salute ciò non sarebbe stato in ogni caso possibile. Cercheremo comunque di recuperare quando la situazione ce lo permetterà.

“Supercontinent” non è un disco semplice, nonostante questo sta riscuotendo ottimi consensi: secondo te quali sono le corde dell’ascoltare che la vostra opera va a toccare tanto da renderlo un’esperienza felice?
Penso che sia una domanda molto soggettiva e che ogni ascoltatore possa rispondere in modo diverso. Probabilmente è un album che suscita curiosità sia per via delle tematiche trattate, sia per via della strumentazione utilizzata (che comunque, va detto, non è un unicum: ci sono varie band metal che suonano senza chitarre e con soli bassi). Credo che anche l’idea di aver giocato sui contrasti di parti cavernose ed aperture melodiche sia stata recepita ed apprezzata da chi ha ascoltato bene l’album, ma è un mio parere. Inoltre ci sono brani che si prestano bene ad essere memorizzati, li trovo relativamente easy listening (mi riferisco soprattutto a “Vaalbara” e “Kenorland”). Insomma, potrebbe essere considerato un disco non semplice come hai detto tu, ma al tempo stesso credo che scorra bene e probabilmente questo è uno dei suoi punti di forza.

Nel mio caso ho vissuto l’ascolto come un viaggio al centro della Terra, vi ho definiti su Rockerilla verniani. Ecco, ritengo la vostra proposta al contempo scarna ma ricca di immagini, anche se può apparire un controsenso. Il mio è un caso sporadico o siete entrati in contatto con altre persone che hanno la mia stessa percezione?
Sì, c’è chi ha parlato di suoni scarni, di vuoti da riempire, cose che di per sé sono difetti ma che pur funzionano in questo contesto particolare. Da una parte questo potrebbe essere dipeso anche dal “minimalismo” della proposta (al di là degli effetti utilizzati, ricordiamoci che è pur sempre un disco basso + batteria + voce); dall’altra, forse abbiamo compiuto delle scelte un po’ impopolari o comunque controtendenza in termini di suoni, soprattutto in un’epoca dove si punta molto sui suoni “grossi” delle chitarre. Ma alla fine credo che nel loro contesto ogni cosa sia “al posto giusto”, non abbiamo sentito il bisogno di gonfiare certi suoni più del dovuto. Penso che comunque, come hai fatto cenno anche tu, abbia funzionato anche l’idea di offrire un’estetica magari poco diffusa finora nel panorama black o death metal ma che ha un potenziale enorme a livello di “evocazione di immagini”.

Assistiamo a un lento ma inesorabile abbandono dell’album a favore del singolo pezzo. In questa dimensione del mercato discografico, una creatura come la vostra che per rendere al meglio, almeno secondo la mia opinione, ha bisogno dei minutaggi elevati di un full length non rischia di essere tagliata fuori da ogni canale promozionale?
Credo che si possano svolgere anche concept condensati in pochi minuti, in un certo senso avremo modo di dimostrarlo nelle nostre prossime uscite. Ma il punto focale secondo me non è tanto questo. Sebbene il mercato stia cambiando e vada molto verso il singolo brano come dici tu – figlio sia di un’etica usa e getta, sia del sovraffollamento della proposta musicale – credo anche che esista gente coraggiosa che possa apprezzare scelte controtendenza, magari impopolari. Inoltre, esistono anche le eccezioni: in tal senso mi piace citare i nostri compagni di etichetta su I, Voidhanger Records, i Neptunian Maximalism, che hanno tirato fuori un bellissimo disco free jazz/avant-garde di oltre due ore: non è per tutti, è vero, ma gli appassionati avranno pane per i loro denti, e secondo il mio modesto parere finora è il disco più bello che io abbia ascoltato quest’anno. Penso che ci si debba chiedere se l’obiettivo sia rincorrere i fan o “fottersene” e fare semplicemente ciò che si vuole. Io credo che la dimensione di Thecodontion sia anche narrativa e che vada un po’ oltre l’aspetto immediatamente musicale: se dobbiamo sacrificare qualche vendita in più al fine di avere maggior minutaggio per raccontare i nostri concept, è una rinuncia che personalmente faccio volentieri. E’ una questione di priorità: del resto facciamo musica per bisogno di espressione personale, non per arricchirci (altrimenti avremmo scelto di fare generi diversi), e penso che un’idea simile, sebbene apparentemente in controtendenza con l’evolversi del mercato, sia coerente con quello che vogliamo per noi stessi.

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