Tenebra – L’urlo di Gen terrorizza l’oriente

Italia e Cina, paesi mai come in questi ultimi mesi accomunati da un triste destino e da una caparbia voglia di superare un momento difficile. A rinnovare un connubio, che vede anche celebri predecessori, ci hanno pensato i Tenebra, autori mesi fa di “Gen Nero”, album che nella versione in musicassetta uscirà per un’etichetta, SloomWeep, che ha la propria sede nel Paese asiatico.

Ciao ragazzi, “Gen Nero” è uscito da qualche mese e siete pronti a conquistare la Cina con la sua ristampa in cassetta ad opera della SloomWeep: come ci si sente nei panni di novelli Marco Polo?
Silvia: Molto bene! Grazie ai ganci con il Kublai Khan siamo pronti a dominare il Catai!

Come siete entrati in contatto con l’etichetta asiatica?
Emilio: Magie dei social. A gennaio mi venne in mente di aprire una pagina Instagram della band, perché avevo avuto l’impressione che oramai Facebook non offrisse più molto per i gruppi. Dopo un po’, postando foto e video sono arrivati vari contatti con etichette e podcast esteri.

La cassetta sarà disponibile anche qui in Italia?
Claudio: Sì! Sono già in viaggio dalla Cina! Sarà un’edizione super limitata e immagino che ci vorrà qualche tempo per il loro arrivo in Italia. Sono curioso anche io di vederle “dal vivo”, perché la cassetta ha una copertina diversa dall’LP.

Al di là della ristampa, vi va di fare un primo bilancio sull’accoglienza ricevuta da “Gen Nero”?
Emilio: Sono molto orgoglioso di “Gen Nero”. Ovviamente non per il numero di copie vendute, ma per la ricezione da parte della critica e del pubblico certamente sì. Siamo finiti nelle classifiche di fine anno di Rumore e Blow Up in Italia, Cvlt Nation ha scritto un articolo su di noi quando uscì il video del singolo. Non è affatto male per un disco completamente autoprodotto e registrato in tre giorni! Bisogna anche ringraziare Marco di Metaversus, che ha curato la promozione del disco, per questo.

Quanto vi ha penalizzato il lockdown sia dal punto di vista pratico, concerti saltati, che da quello più squisitamente promozionale?
Emilio: Avevamo fissata qualche data che è ovviamente saltata, purtroppo. Ma direi che tutto sommato quello che “Gen Nero” poteva fare per la band era già esaurito. È stato il dispiacere di non suonare insieme la cosa più dura, primariamente siamo quattro persone che stanno bene insieme, anche se viviamo lontani. Siamo i primi ad essere entusiasti della nostra musica e privarcene è stato duro.

Come si supera questa impasse, scrivendo nuovo materiale?
Mesca: Dunque, fortunatamente a dicembre avevamo finito di registrare i demo per il disco nuovo, durante la quarantena li abbiamo mixati e mandati un po’ in giro. Paradossalmente è stato un periodo fruttuoso: il disco nuovo, che cominceremo a registrare tra qualche giorno e che dovrebbe uscire nel primo trimestre del 2021, godrà della coproduzione di ben tre etichette, tra Europa e Stati Uniti! Tutte trovate mentre eravamo chiusi in casa! Poi, sì, abbiamo scritto qualcosa di nuovo, ma il grosso del materiale era già pronto, anche se non provato, prima della quarantena.

Mi soffermerei su questo punto, avete essenzialmente un background hardcore, qual è stata l’alchimia che vi ha portato a lavorare insieme su sonorità lontane da quelle proposte in precedenza dalle vostre band?
Emilio: rispondo a titolo personalissimo. La scena punk/hardcore che ho vissuto io a Bologna era già, negli anni ’90, un luogo spurio in cui le contaminazioni erano la prassi, a mia memoria di gruppi à la Minor Threat ce n’erano pochissimi e quei pochi si sono evoluti in fretta. Era la bellezza di quegli anni: andavi a un matinée di Atlantide, soprattutto nei primi tempi e ci vedevi un gruppo powerviolence, un gruppo indie e un cantautore folk. Tutti nello stesso posto, tutti che si conoscevano, tutti che si supportavano l’un l’altro. La scena punk/diy dava modo di suonare dal vivo a un sacco di gente, senza la tristezza del “concorso per band emergenti” o dei locali per coverband. Se ti piaceva la musica underground eri sicuramente passato ad Atlantide almeno una volta. Per quel che mi riguarda la musica degli anni ’50/’60/’70, ma anche il “pre war folk”, sono sempre state influenze importanti, semplicemente, dopo l’enorme stop successivo alla fine della mia band precedente, quasi dieci anni, mi è tornata la voglia di suonare e sono voluto tornare alle origini, a quello che mia madre mi faceva ascoltare quando ero bambino. Sono stato fortunato che Mesca e Claudio, anche loro punkettoni impenitenti, condividano l’amore per le sonorità “vecchio stile”. Silvia è stata la grande sorpresa del gruppo: la più giovane, ma anche la più appassionata di underground ’60 e ’70!

Il modo di lavorare in studio invece, al di là delle sonorità differenti proposte, è rimasto immutato oppure c’è stato anche un cambio attitudinale e quindi di approccio al lavoro in studio?
Mesca: No, registreremo il prossimo disco dal vivo come il precedente, siamo tutti convinti che sia il modo migliore per tradurre la nostra musica nelle registrazioni. Niente click, niente trigger, pochissima “studio magic”: what you see is what you get.

Curiosità finale, più che altro retaggio di un passato da chierichetto, ma “Gen Nero” in qualche modo ha che fare con i famigerati Gen Rosso?
Silvia: Certo! “Gen Nero” voleva essere proprio la presa in giro di quel mondo oratoriale anni ’70, fatto di ballatone dal sapore vagamente prog, chitarre acustiche scalcagnate e coristi stonati. Poi suona bene, no?

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