Dolore – E tu vivrai nel dolore…

Ancora un’opera interessante e fuori dagli schemi quella firmata da Dolore, pseudonimo dietro cui si cela Giorgio Trombino. “2020: i sette teschi di Andromeda” (Horror Pain Gore Death Production) è la colonna sonora di un film immaginario del quale preferiamo non spoilerare i contenenti per non non rovinare l’effetto sorpresa durante la visione. Pardon, l’ascolto!

Ciao Giorgio, complimenti per il nuovo album “2020: i sette teschi di Andromeda”. La prima curiosità che vorrei togliermi è di tipo tecnico: per comporre questo disco, pur trattandosi di una colonna sonora immaginaria, hai buttato giù un vero copione o ti sei mosso braccio, secondo l’estro del momento?
Ciao a te e grazie! Per quanto riguarda il metodo di scrittura, di solito procedo in modo abbastanza ordinato. Scrivo un primo pezzo in assoluta libertà, solo e unicamente per definire la base di suoni, messaggio e atmosfera. Dopo aver concluso e riascoltato alcune volte stilo una lista di titoli che diano l’impressione di una trama soggiacente. Da lì avanzo nella composizione, cercando di risolvere musicalmente gli enigmi legati allo sviluppo delle scene immaginate.

Mi racconti lo storyboard di “2020: i sette teschi di Andromeda”?
Puoi immaginare una grande nave stellare sulla quale un pericoloso ospite (da cui il titolo del pezzo di apertura) si muove nell’ombra, sabotando i sistemi di navigazione e sopravvivenza e uccidendo sistematicamente tutti i membri dell’equipaggio eccetto uno. L’ospite in questione potrebbe essere tanto un’entità semiastratta sulla scia di, per intenderci, The Color Out of Space di Lovecraft quanto una creatura in carne ed esoscheletro. L’astronave viene evidentemente distrutta, ma non prima di permettere all’unico sopravvissuto/a di fuggire su un modulo di salvataggio, anch’esso compromesso dall’ospite maligno. Quello che conta, banale a dirsi, è che le mie “trame” servano solo da rampa di lancio per la pura immaginazione di chi ascolta. L’intuizione individuale di situazioni e personaggi è ciò che rende, a mio avviso, avvincente lo svolgersi di un’azione. La vera regia è il cervello dell’ascoltatore. D’altro canto, con questi propositi iniziali, un film per suoni eccessivamente pilotato risulterebbe di una noia mortale tanto per chi scrive quanto per chi si ritrova a dover immaginare un numero troppo alto di elementi specifici.

Anche i tuoi lavori precedenti sono nati nello stesso modo?
Sì, ad eccezione dell’EP Tortura, episodio breve per il quale avevo abbozzato solo un fil rouge di sensazioni corporee e non una vera e propria trama.

Hai mai lavorato su una pellicola reale?
Ho lavorato ad alcuni documentari, nello specifico Hippie Sicily e La Spartenza di Salvo Cuccia e Furio Jesi – Man From Utopia di mio fratello Carlo Trombino e Claudia Martino, più, dal 2009 ad oggi, a una serie di musiche pubblicitarie per diverse committenze e a una trasposizione musicale-teatrale del libro L’Età Definitiva dello scrittore Giuseppe Schillaci. Non ho mai lavorato a un film di fiction. In realtà ci sarebbe in cantiere una collaborazione in tal senso, ma per il momento qualsiasi altro dettaglio è top secret…

Credi che lavorare per un regista in carne d’ossa, tutto sommato, si è rivelato più uno stimolo, dovendo trovare delle soluzioni vicine alle sue esigenze, oppure frustrante, dato che hai dovuto rinunciare parzialmente alla tua libertà?
Associare una musica a una o più sequenze di immagini è sempre un lavoro stimolante al di là di qualsiasi questione comunicativa con un regista. Inoltre, lavorare all’interno di un sistema di regole è, almeno per me, un metodo più avvincente di una generica libertà creativa. Come linea di principio penso che essere condotto al di fuori del proprio abbecedario compositivo sia utile a chiunque si ritrovi a manipolare qualsiasi forma di lavoro creativo.

In questi anni ti sei mosso in realtà musicali molto differenti da quella dei Dolore, come mai se arrivato a questo progetto prediligendo una base elettronica?
In verità Dolore è la mutazione solitaria di un progetto concepito da principio come spin off gobliniano degli Haemophagus. Più o meno nel 2013, o comunque attorno al nostro secondo album Atrocious (la cui intro era un tributo all’horror sound italiano), avevamo pensato di lasciare invariata la formazione ma di cambiare nome e, in parte, strumentazione solo per una serie di dischi e concerti. Il progetto non si concretizzò mai ma io restai attratto dalla possibilità di indagare su quelle sonorità. Ho cominciato ad ascoltare diverse diramazioni di musica elettronica negli stessi anni in cui muovevo i primi passi con i software musicali e ho sempre accarezzato l’idea di produrre qualcosa senza l’ausilio, o quasi, di strumenti acustici.

Credi che ci sia un elemento comune tra Dolore e quello che hai realizzato con Assumption, Haemophagus, Undead Creep, Morbo, Furious Georgie e Sixcircles?
Purtroppo l’elemento comune è lo scadente sottoscritto! Ad ogni modo, suono ciò che mi attrae, indago su elementi che mi stimolano. Un tempo mi preoccupavo molto di aderire a specifici schemi mentali piuttosto rigidi, mentre adesso vado unicamente dove sento di poter dare qualcosa.

La domanda da “lettino”: in modo conscio o inconscio hai associato la tua opera musicale al dolore, quasi che scrivere musica sia il frutto di un’attività straziante. Come mai?
Guarda, sarebbe doloroso il contrario. Di norma registro e, soprattutto, vedo pubblicata solo una minima frazione di quello che mi passa per la testa, e penso sia molto meglio così. Le idee musicali e testuali richiedono il vaglio minuzioso dell’autocritica e del tempo, e in più buona parte dei miei lampi fulminei sono, scusami il termine, delle minchiate clamorose. Tornando a “Dolore”, per me quel termine ha un’impronta naif, circoscritta, ideale per un progetto di genere.

Torniamo a cose meno cervellotiche, “Fantasmi” è uscito nel 2019 per Horror Pain Gore Death Production, così come la tua ultima fatica. Come mai “Tortura”, pubblicato fra i due, non è uscito per l’etichetta americana ma come autoproduzione, 2020?
“Tortura” è stato un divertente esperimento realizzato solo con i suoni di alcuni coltelli strofinati o percossi fra loro e successivamente rielaborati, scomposti e ricomposti con la tecnica della sintesi granulare. Data la natura di quei tre pezzi ho immaginato potesse considerarsi un episodio a sé e in un formato altamente volatile come quello del solo digitale.

Cosa vedremo prossimamente nel “Cinema del Dolore”?
Ho un paio di idee in mente ma nulla di accuratamente elaborato. Considera anche che nel frattempo mi sono tuffato in una serie di nuovi progetti diversi, dunque per quanto riguarda Dolore al momento sono felice di vagare nel nulla – o quasi!

Corde Oblique – The dry side of the moon

Esistono realtà, come i Corde Oblique di Riccardo Prencipe, che si muovono ai confini dei generi, rendendo così tanto impervia la catalogazione quanto affascinate la propria musica. Il nuovo “The Moon is a Dry Bone” (Dark Vinyl Records \ Metaversus Pr) non è da meno, affascinante sin dal criptico titolo, trasporta l’ascoltatore in un mondo parallelo che pare creato dal pennello visionario di De Chirico.

Riccardo, benvenuto su Il Raglio del  Mulo, con “The Moon is a Dry Bone” arrivi al settimo sigillo con iCorde Oblique, lo avresti mai immaginato all’indomani della fine dell’avventura Lupercalia? 
In effetti, si tratta del mio nono album in studio, il decimo se calcoliamo anche il live “Back Through the Liquid Mirror”. E’ molto difficile giudicare sé stessi e spesso i creativi dicono cose molto meno intelligenti di quelle che producono. Direi semplicemente che ero molto determinato a fare tanto e bene, spero di esserci riuscito.

Cosa aggiunge di nuovo questo album alla tua già nutrita discografia?
Sicuramente il sound: utilizzo anche chitarre elettriche e molti effetti, per la prima volta inoltre abbiamo introdotto la fisarmonica (di Carmine Ioanna). Dopo un album molto ricercato come “I Maestri del Colore” è venuto da sé un naturale ritorno alla forma canzone, anche se, in alcuni casi, molto audace.

Credi, invece, durante il tuo cammino artistico di aver perso qualche peculiarità che avevi all’inizio?
Forse quell’attitudine neofolk è un po’ più evanescente, in favore di una svolta prog. Anche se i nostri ascoltatori più fidati, per fortuna, continuano a seguirci nonostante la nostra voglia incessante di rimetterci in discussione.

Il titolo “The Moon is a Dry Bone” cosa significa?
“La luna è un osso secco”, un momento storico di stasi e di disincanto. Tutto ciò non ha assolutamente nulla a che vedere con il virus, lockdown etc. La luna era già un osso secco da tempo. L’egotismo di questo momento storico ha prosciugato la fertilità ricettiva del pubblico. Ci sentiamo ormai tutti su un palcoscenico virtuale.

Ancora una volta degli ospiti illustri, ti andrebbe di parlarne?
Non ho mai badato alla “fama” dei miei ospiti, nei miei dischi ci sono sia nomi “illustri” che perfetti sconosciuti. In questo disco sicuramente le novità sono due voci maschili: Andrea Chimenti e Miro Sassolini. Ho iniziato ad aprirmi e ad ascoltare la new wave italiana degli anni d’oro. Il risultato è una bella contaminazione di sensi. In realtà, c’è una terza voce maschile: Sergio Panarella, degli Ashram, con cui abbiamo collaborato già diverse volte. Un’altra voce che spero continuerà ad essere parte delle nostre sonorità anche in futuro è Rita Saviano, con cui lavoriamo anche live. Rita ascoltava e conosceva molto bene i nostri brani già da prima di cantare con noi, questo ha dato molto al progetto, è stata sicuramente una grande e nuova energia. Il dato tecnico conta poco se non c’è quello sensibile e una consonanza di gusti. Un altro nome non nuovo è Denitza Seraphim. Considero Denitza una sorta di sorella sonora, a mio parere una piccola grande erede della immensa Lisa Gerrard.

Quella degli ospiti è una costante nei tuoi album, mi verrebbe quasi da dire che non possano neanche essere definiti tali, che siano, anche se diversi di volta in volta, dei membri aggiunti. Teoria senza senso la mia?
Assolutamente vero! Da sempre gli ospiti sono parte integrante del progetto: Corde Oblique è una bottega. Di certo la band vera e propria è quella live, fatta da me, Edo Notarloberti, Umberto Lepore, Alessio Sica, Rita Saviano. Ma molti di questi ospiti sono di fatto parte integrante della formazione: Caterina Pontrandolfo ad esempio collabora con noi da oltre 15 anni, stimo molto il suo percorso creativo e la qualità dei suoi lavori, a prescindere dalla collaborazione con i Corde Oblique. Stesso discorso per Luigi Rubino.

Altra costante è la presenza di cover nel vostro repertorio, che piacere ti da lavorare sui brani altrui?
Esatto. Ogni volta che lavoro su una cover è un po’ come se dovessi distruggere qualcosa per poi ricrearla. Ha senso fare cover se sei disposto a rimischiare le carte. Per farlo bisogna porsi in modo disinibito verso di esse. A volte è difficile, poiché spesso ci si confronta con brani con cui si è cresciuti, ma la differenza tra una copia e una rivisitazione è proprio questa. Proviamo a “rivisitare” i brani con il nostro stile.

Su “The Stones of Naples” troviamo “Flying” degli Anathema, gruppo a cui hai reso tributo anche nel nuovo lavoro con “Temporary Peace”: come mai sei così attratto dal repertorio degli inglesi?
Ascolto gli Anathema da “Silent Enigma”, fu un disco che cambiò molto il mio modo di percepire la musica estrema a cui ero molto legato. Sentivo per la prima volta in quel lavoro delle sonorità che ai tempi avevano a che fare con il doom metal. Successivamente Daniel Cavanagh apprezzò molto la nostra cover di “Flying” ed aprimmo un suo concerto. Nell’album “A Hail of Bitter Amonds” c’è invece una collaborazione con Duncan Patterson.

In chiusura, mi soffermerei sul rapporto musica\immagini, dalla title track è stato tratto un video: come è nato?
Conoscevo il regista lituano “Rytis Titas” per i suoi bellissimi video per i Diary of Dreams, gli inviai il brano e gli proposi di realizzare una clip in stile noir con citazioni delle foto del disco, scattate da Paolo Liggeri. La donna sogna di svegliarsi e di correre nel bosco, ad un certo punto è attratta dalla luce della luna, ma quando si avvicina arriva il disincanto, la disillusione: la luna è un osso secco.

Foto (© Sabrina Ardore)

Tenebra – L’urlo di Gen terrorizza l’oriente

Italia e Cina, paesi mai come in questi ultimi mesi accomunati da un triste destino e da una caparbia voglia di superare un momento difficile. A rinnovare un connubio, che vede anche celebri predecessori, ci hanno pensato i Tenebra, autori mesi fa di “Gen Nero”, album che nella versione in musicassetta uscirà per un’etichetta, SloomWeep, che ha la propria sede nel Paese asiatico.

Ciao ragazzi, “Gen Nero” è uscito da qualche mese e siete pronti a conquistare la Cina con la sua ristampa in cassetta ad opera della SloomWeep: come ci si sente nei panni di novelli Marco Polo?
Silvia: Molto bene! Grazie ai ganci con il Kublai Khan siamo pronti a dominare il Catai!

Come siete entrati in contatto con l’etichetta asiatica?
Emilio: Magie dei social. A gennaio mi venne in mente di aprire una pagina Instagram della band, perché avevo avuto l’impressione che oramai Facebook non offrisse più molto per i gruppi. Dopo un po’, postando foto e video sono arrivati vari contatti con etichette e podcast esteri.

La cassetta sarà disponibile anche qui in Italia?
Claudio: Sì! Sono già in viaggio dalla Cina! Sarà un’edizione super limitata e immagino che ci vorrà qualche tempo per il loro arrivo in Italia. Sono curioso anche io di vederle “dal vivo”, perché la cassetta ha una copertina diversa dall’LP.

Al di là della ristampa, vi va di fare un primo bilancio sull’accoglienza ricevuta da “Gen Nero”?
Emilio: Sono molto orgoglioso di “Gen Nero”. Ovviamente non per il numero di copie vendute, ma per la ricezione da parte della critica e del pubblico certamente sì. Siamo finiti nelle classifiche di fine anno di Rumore e Blow Up in Italia, Cvlt Nation ha scritto un articolo su di noi quando uscì il video del singolo. Non è affatto male per un disco completamente autoprodotto e registrato in tre giorni! Bisogna anche ringraziare Marco di Metaversus, che ha curato la promozione del disco, per questo.

Quanto vi ha penalizzato il lockdown sia dal punto di vista pratico, concerti saltati, che da quello più squisitamente promozionale?
Emilio: Avevamo fissata qualche data che è ovviamente saltata, purtroppo. Ma direi che tutto sommato quello che “Gen Nero” poteva fare per la band era già esaurito. È stato il dispiacere di non suonare insieme la cosa più dura, primariamente siamo quattro persone che stanno bene insieme, anche se viviamo lontani. Siamo i primi ad essere entusiasti della nostra musica e privarcene è stato duro.

Come si supera questa impasse, scrivendo nuovo materiale?
Mesca: Dunque, fortunatamente a dicembre avevamo finito di registrare i demo per il disco nuovo, durante la quarantena li abbiamo mixati e mandati un po’ in giro. Paradossalmente è stato un periodo fruttuoso: il disco nuovo, che cominceremo a registrare tra qualche giorno e che dovrebbe uscire nel primo trimestre del 2021, godrà della coproduzione di ben tre etichette, tra Europa e Stati Uniti! Tutte trovate mentre eravamo chiusi in casa! Poi, sì, abbiamo scritto qualcosa di nuovo, ma il grosso del materiale era già pronto, anche se non provato, prima della quarantena.

Mi soffermerei su questo punto, avete essenzialmente un background hardcore, qual è stata l’alchimia che vi ha portato a lavorare insieme su sonorità lontane da quelle proposte in precedenza dalle vostre band?
Emilio: rispondo a titolo personalissimo. La scena punk/hardcore che ho vissuto io a Bologna era già, negli anni ’90, un luogo spurio in cui le contaminazioni erano la prassi, a mia memoria di gruppi à la Minor Threat ce n’erano pochissimi e quei pochi si sono evoluti in fretta. Era la bellezza di quegli anni: andavi a un matinée di Atlantide, soprattutto nei primi tempi e ci vedevi un gruppo powerviolence, un gruppo indie e un cantautore folk. Tutti nello stesso posto, tutti che si conoscevano, tutti che si supportavano l’un l’altro. La scena punk/diy dava modo di suonare dal vivo a un sacco di gente, senza la tristezza del “concorso per band emergenti” o dei locali per coverband. Se ti piaceva la musica underground eri sicuramente passato ad Atlantide almeno una volta. Per quel che mi riguarda la musica degli anni ’50/’60/’70, ma anche il “pre war folk”, sono sempre state influenze importanti, semplicemente, dopo l’enorme stop successivo alla fine della mia band precedente, quasi dieci anni, mi è tornata la voglia di suonare e sono voluto tornare alle origini, a quello che mia madre mi faceva ascoltare quando ero bambino. Sono stato fortunato che Mesca e Claudio, anche loro punkettoni impenitenti, condividano l’amore per le sonorità “vecchio stile”. Silvia è stata la grande sorpresa del gruppo: la più giovane, ma anche la più appassionata di underground ’60 e ’70!

Il modo di lavorare in studio invece, al di là delle sonorità differenti proposte, è rimasto immutato oppure c’è stato anche un cambio attitudinale e quindi di approccio al lavoro in studio?
Mesca: No, registreremo il prossimo disco dal vivo come il precedente, siamo tutti convinti che sia il modo migliore per tradurre la nostra musica nelle registrazioni. Niente click, niente trigger, pochissima “studio magic”: what you see is what you get.

Curiosità finale, più che altro retaggio di un passato da chierichetto, ma “Gen Nero” in qualche modo ha che fare con i famigerati Gen Rosso?
Silvia: Certo! “Gen Nero” voleva essere proprio la presa in giro di quel mondo oratoriale anni ’70, fatto di ballatone dal sapore vagamente prog, chitarre acustiche scalcagnate e coristi stonati. Poi suona bene, no?

SVNTH – Primavera in blu

La primavera romana dei SVNTH è blu nel terzo capitolo della loro discografia. Commistioni tra i generi – black metal, post rock, shoegaze, prog e sadcore – a dettare degli sbalzi d’umore che rendono “Spring In Blue” (Transcending Records \ Metaversus PR) l’ennesimo capolavoro della decadente scena romana.

Benvenuto su Il Raglio del Mulo, Rodolfo (Ciuffo – voce), basso. Non so se blu sia l’aggettivo più adatto con il quale definirei la scorsa primavera condizionata dalla pandemia. Scherzi a parte a cosa fa riferimento il titolo del vostro terzo disco?
La scorsa primavera si direbbe a tutti gli effetti più nera che blu con quell’atmosfera quasi apocalittica che l’ha accompagnata, l’associazione è comunque divertente e non possiamo negare di non averci pensato. Tornando al titolo in sé l’idea è quella di collegare gli stati d’animo e le sensazioni tipicamente associati al colore blu alla stagione della primavera che per diverse considerazioni personali si può ugualmente collegare ad essi. Inoltre era interessante l’idea di accostare un colore a qualcosa di non percepibile visivamente come appunto una stagione o la musica in sé; operazione ispirata in modo simile alla trilogia di film dei colori di Krzysztof Kiéslowski (di cui fa parte tra l’altro proprio il film blu).

Come si ricollega il titolo dell’album alla copertina in cui di blu se ne vede poco, anzi sono il rosso e il nero a dominare?
In realtà non c’è proprio un collegamento diretto, la copertina è ispirata all’anime Digimon Tamers da cui abbiamo preso buona parte delle tematiche concettuali esplorate nell’album, il titolo semplicemente in modo analogo descrive bene il mood della musica: si può dire quindi che entrambi anticipino in contenuti del disco, ma su aspetti diversi e non collegati fra loro.

“Spring in Blue” è stato realizzato presso lo studio Menegroth: The Thousand Caves di Colin Marston (Krallice, Gorguts) a New York, che ricordi hai di quella esperienza?
Siamo finiti nello studio di Colin Marston perché volevamo che questo disco suonasse esattamente come i suoi lavori che ci hanno ispirati ed obbiettivamente era l’unico che poteva dare al disco quel tocco così americano in termini di sonorità e rock nell’impatto. L’esperienza è stata ovviamente fantastica, al di là delle registrazioni che si sono svolte in modo super professionale, è stato un po’ un immergersi con scioltezza in una scena che abbiamo sempre guardato da lontano con ammirazione.

Colin Marston uno degli ospiti dell’album, gli altri sono Marco Soellner (Klimt 1918, Raspail) e Josiah Babcock (Uada). La presenza del primo mi permette di riagganciarmi alla mia recensione su Rockerilla, nella quale vi ho definito un passo avanti della scuola romana capeggiata da band come Novembre e Klimt 1919. Vi ritrovate con questa definizione?
Sicuramente è una definizione che ci fa molto piacere dato che entrambe le band da te citate hanno sfornato dischi che sono stati a dir poco fondamentali nei nostri ascolti, oltre al fatto che abbiamo già condiviso il palco con entrambe. Da band romana quindi, non possiamo che essere felici del tuo accostamento.

Le band di provenienza degli ospiti rappresentano un’ottima cartina tornasole per il vostro stile, effettivamente vario e capace di inglobare anche guest che arrivano da realtà artisticamente differenti tra loro. Come gestiste questa schizofrenia stilistica?
È la parte più divertente e più stimolante di quello che facciamo; quella che ci permette di andare in tour ed essere una sera in un centro sociale con gruppi crust e hardcore punk, la successiva in un’associazione culturale in compagnia di gruppi post-rock e quella dopo ancora a un evento metal con gruppi black e doom e di conseguenza mettere d’accordo tutti questi diversi tipi di pubblico che con buone probabilità hanno solo noi come ascolto in comune. Non ci è mai piaciuto limitarci ad una singola scena o etichetta, ci piace plasmare la nostra proposta prendendo ispirazione dalla musica che più ci aggrada senza minimamente badare a che genere sia, con l’obbiettivo di essere ricordati come un gruppo che propone la sua cosa piuttosto che uno che riproduce bene le stilistiche di un genere.

“Spring in Blue” durante l’ascolto si rivela un’esperienza dai forti strappi emotivi, con sbalzi di umore richiedono un’attenzione notevole da parte dell’ascoltare. Da questo punto di vista credete che la vostra dimensione migliore sia quella da studio o live?
La dimensione live è indubbiamente quella che ci permette di esprimerci al meglio: abbiamo passato tante ore degli ultimi anni chiusi nel box auto dove proviamo a cercare la quadra per avere il giusto impatto, provando miriadi di settaggi diversi su pedali, testate e cabinet, oltre ovviamente a far crescere l’alchimia e l’intesa di gruppo che è sempre stata forte anche grazie alla grande amicizia che ci unisce. “Spring in Blue” fra le altre cose è stato registrato dal vivo proprio per riprodurre quella stessa potenza che a nostro parere mancava ai lavori precedenti e da questo punto di vista percepiamo la differenza e ci sentiamo veramente soddisfatti.

Che ne pensate dell’attuale tendenza, o necessità, dei live in streaming?
Da sempre seguiamo le performance di artisti su canali come KEXP, Amoeba o Audiotree, che pur non essendo sempre in streaming, portano comunque le esibizioni dal vivo in un contesto distaccato. Perciò possiamo sicuramente dire che la modalità ci piace sia come tendenza che come necessità del periodo attuale sebbene non abbiamo ancora sperimentato la cosa su di noi.

Si inizia a muovere qualcosa in questo senso o la vostra attività concertistica è al momento ancora sospesa?
Stiamo cercando di capire sebbene le idee siano poco chiare per tutti. Intanto vorremmo portare “Spring in Blue” dal vivo in diverse città italiane per il periodo invernale, se c’è qualche promoter interessato che sta leggendo l’intervista può contattarci.

In chiusura un chiarimento: SVNTH è ormai a tutti gli effetti il vostro nome oppure ancor’oggi è la sintesi del più completo Seventh Genocide?
Restano assolutamente corretti entrambi per chiamarci e probabilmente il nome completo verrà usato ancora per qualche design per merchandise, ma in generale la versione abbreviata rimarrà quella principale per i contesti scritti dato che troviamo si addica molto di più a quello che facciamo.
Ribadiamo comunque che non si tratta quindi di un cambio di nome effettivo come si potrebbe pensare.

Bedsore – Allucinazioni letali

La scena death metal è in gran fermento, mai come in questi ultimi mesi stanno uscendo album di gran di livello. Tra questi spicca “Hypnagogic Hallucinations” (20 Buck Spin), degli italiani Bedsore, capace di coniugare al meglio old school e sperimentazione. Quella che potrebbe apparire come una contraddizione, in questo disco non solo non lo è, ma appare anche il risultato di un metodo compositivo già maturo, nonostante ci troviamo innanzi a un esordio.

Benvenuto Jacopo (voce e chitarra), prima di passare al disco, inizierei inquadrando la band nella sua cornice: venite dalla città Roma, che oggi come oggi non è solo la Capitale politica ma anche quella estrema italiana. Come vi spiegate questo grande fermento che coniuga in modo equilibrato quantità e qualità?
Sì, sopratutto nell’ambito metal, Roma ci ha regalato diverse release notevoli in questi anni (Demonomancy, Night Gaunt, Thulsa Doom e molti altri). Qui la scena è viva e le band si influenzano e stimolano a vicenda. Sicuramente per quanto riguarda un certo sound più old school Marco S. è l’autore di questo marchio di fabbrica romano, nonché la persona che ha seguito anche mix e master del nostro “Hypnagogic Hallucinations”.

Sono andato a sbirciare su Metallum, non ho trovato la vostra scheda ma nel forum ho intercettato una chat che vi riguarda, in particolare si discute se siate o no abbastanza metal da essere inclusi nel portale. Per come la vedo io, lo siete eccome, però a conti fatti credo che questo dibattito la dica molto sul vostro modo di intendere in modo libero la musica. Alla fine, è una cosa positiva, no?
Sì, senza dubbio. Ci siamo sempre prefissati di fare musica in un certo modo, seguendo una concezione figlia più di intuizioni progressive e sperimentali che del metal vero e proprio. Allo stesso tempo però volevamo suonare una musica oscura, occulta e soprannaturale quindi la componente più estrema del nostro background è sembrata il veicolo più adatto. Il risultato è sicuramente qualcosa di difficile catalogazione.

La diatriba si basa comunque sull’ascolto del vostro EP, probabilmente il nuovo “Hypnagogic Hallucinations” spazzerà via ogni dubbio, perché lo ritengo più vicino a una concezione meno eretica del metal, non credete?
In realtà pensiamo che l’intenzione tra il nostro primo demo e il nuovo disco non sia assolutamente cambiata, del resto i due pezzi inclusi nel debutto sono presenti anche su “Hypnagogic Hallucinations” e coprono quasi metà dell’intero lavoro. Quello che invece sicuramente è cambiato sono i mezzi che abbiamo avuto a disposizione nel realizzarlo e quindi la produzione che in questo caso risulta molto più potente e vicina a quella che è l’idea della nostra musica, ovvero violenta ma allo stesso tempo rarefatta.

Se dovessi giudicare i Bedsore oggi, direi che fanno old school death metal, almeno nella maniera che la vedo io: le prima band hanno avuto uno spirito innovatore che le ha portate sempre a sperimentare soluzioni nuove. Anche gruppi sulla cresta dell’onda, nel periodo maggiore di notorietà, hanno cercato soluzioni coraggiose. Parlo di realtà come Entombed, Tiamat, Sepultura ed Edge of Sanity. In voi ritrovo quel coraggio, che poi con la codifica del genere, è andato perso. Mi sbaglio?
Non ti sbagli, anzi ci sentiamo particolarmente in sintonia con alcune delle realtà che hai menzionato e molte altre band del passato, in particolare gli Edge of Sanity sono sicuramente uno dei gruppi dei primi anni 90 che più si avvicina alla concezione musicale che cerchiamo di portare avanti anche noi oggi.

Entriamo ora nei dettagli idi “Hypnagogic Hallucinations”, come è nato?
Realizzare “Hypnagogic Hallucinations” è stato sicuramente uno sforzo importante, non tanto per quanto riguarda la stesura dei pezzi, che è avvenuta in maniera molto naturale, ma sopratutto per la cura dei dettagli sia estetici che sonori, la quale ha richiesto molto tempo. Stiamo parlando, del resto, di quasi due anni di gestazione. A tal proposito vorremmo ringraziare T. Ketola, Marco S. e Guglielmo Nodari, grazie ai quali è stato possibile limare ognuno di questi aspetti, senza mai dover scendere a compromessi.

Nella vostra musica convivono sicuramente più anime, queste rappresentano i gusti distinti di ognuno di voi oppure sono una base comune? Come siete riusciti a raggiungere questo equilibrio finale?
Ovviamente c’è un intento comunque nel raggiungere questa determinata formula nonostante in principio proveniamo da ambienti diversi (seppur molto affini), chi con un’indole più progressive e chi più technical metal.

Prima dell’attuale stop dell’attività live siete riusciti a portare su un palco le nuove composizioni? Se sì, come cambiano i pezzi dal vivo?
Fino ad ora siamo riusciti a portare dal vivo solo uno degli inediti presenti sul nuovo disco. Nei concerti passati abbiamo preferito portare uno show puramente old school death, questo per ovvi motivi tecnici e perché ci sembrava un passo obbligato prima di raggiungere la nostra forma definitiva. Quello a cui invece stiamo lavorando per quando si potrà tornare a suonare dal vivo è di poter dare pieno spazio anche alla componente più sintetica e sperimentale con un massivo uso di tastiere e sintetizzatori anche in sede live in modo da poter riprodurre al meglio le atmosfere dei nuovi brani.

Il vostro debutto esce per un’etichetta americana, la 20 Buck Spin, come siete entrati in contatto con loro e cosa vi ha convinto ad affidarvi alle loro cure?
Siamo entusiasti di far parte della famiglia 20 Buck Spin, è il posto perfetto per la nostra musica e le nostre idee. Una volta inviato il promo la volontà di collaborare è stata praticamente immediata da entrambi i lati. Sarebbe stata la prima scelta in ogni caso vista la totale affinità tra la nostra e la loro proposta.

Come ci si deve muovere nella scena underground per evitare le “pieghe da decubito” che danno il nome alla vostra band?
Il nostro consiglio è senz’altro quello di costruire – anzitutto – una propria identità ben definita, sia come band che come individui, e poi quello di imparare a conoscere e valorizzare il patrimonio artistico e musicale del nostro paese e non solo, cercando di creare qualcosa di nuovo ed unico.

Ataraxia – Il cuore pulsante della galassia

L’ascolto degli Ataraxia è sempre un’esperienza mistica, a questa regola non sfugge neanche il nuovissimo “Quasar”, album multidimensionale e ricco di significati reconditi. Per questo abbiamo chiesto una chiave di letture dell’opera agli stessi autori…

Confesso di aver perso il conto, con “Quasar” quanti album avete pubblicato?
Siamo andati a contarli proprio ora: 25 album più 7 tra best of, raccolte, live e libri. La quantità non è rilevante quanto la qualità, o meglio l’ispirazione, la cura e l’impegno profuso nella realizzazione di queste opere che possiamo considerare capitoli di un’opera più ampia che è il tracciato stesso della nostra vita sia musicale che immaginifica e concettuale.

Ma come riuscite a mantenere questa costanza compositiva?
E’ cosa del tutto spontanea, è il nostro linguaggio e siamo felici che sia un linguaggio musicale che bypassa ogni calcolo, programmazione, codifica logica o razionale. La fase compositiva, la fonte da cui tutto origina è la capacità che abbiamo di mantenerci canali aperti nei confronti del meraviglioso, dell’inaspettato e al contempo, come scriviamo in un testo di “Quasar”, essere bambini che fanno l’amore col mondo con propensione ad esplorare il nuovo, l’inedito ed al contempo amare le radici. Una seconda fase invece – durante il lavoro di arrangiamento e missaggio che prevede tempi lunghi relativi alla cura del suono che consideriamo naturale “materializzazione” dell’idea nella sua veste più bella – necessità anche di un notevole lavoro intellettuale e capacità pratiche.

Siete quasi una mosca bianca nel panorama musicale, le band con una lunga storia alle spalle preferiscono dilatare nel tempo le uscite, magari ogni quattro cinque anni, portando dal vivo il repertorio classico. Voi invece non avete paura di sfidare la crisi del mercato discografico, mossa calcolata o pura incoscienza?
Né l’uno né l’altro, nessun calcolo – usiamo spesso l’intuito e l’immaginazione – nessuna incoscienza, riceviamo proposte discografiche e quindi lavoriamo con realtà di diversi paesi nel mondo. Semplicemente assecondiamo e seguiamo la nostra mission che è creare, o per meglio dire, creare mondi sonori, universi in cui calarsi, immergersi per uscirne sempre trasformati.

Dal vivo proponente spesso brani nuovi o vi concentrate sui classici e, soprattutto, a fronte di una produzione sconfinata come scegliete i brani da eseguire?
Dal vivo proponiamo quasi sempre i nuovi brani che diventano un vero e proprio concept sonoro accompagnato da immagini legate a spazi, luoghi, colori e simboli proiettate come parte integrante della performance. Lavoriamo molto in sala prove sulla nostra espressività per arrivare al nucleo, una fluida comunicazione prima all’interno di noi, poi tra noi ed in seguito con gli ascoltatori. La chiave è bypassare i blocchi, la sottile linea che separa artista e pubblico ed entrare tutti insieme (musicisti ed ascoltatori) in un universo sonoro magico ed evocativo, fare un viaggio insieme e si sa che quando si viaggia in compagnia ciascuno offre il suo contributo umano e “divino”. Questo “incanto” è condiviso e ciascuno dei presenti ne ha la responsabilità e ne gode la bellezza.

Restando in tema live, di solito quando si pensa a voi si è portati a pensare al folk, quindi al passato, ma in realtà soprattutto su un palco siete un gruppo innovativo che sperimenta parecchio introducendo anche novità che si fondono con altre discipline artistiche. Quanto è importante per voi guardare al futuro?
Ti ringraziamo per queste parole, abbiamo sempre amato l’innovazione, provare nuove strade, stupirci, osare l’inosabile e questo indipendentemente dal fatto che la nostra storia, le nostre radici facciano parte di questo movimento e si prestino ad essere trasformate, rivisitate, rielaborate con elementi di diversa natura fino a trovare un equilibrio. Abbiamo collaborato con mini, performer, attori, scenografie, pittori, scultori, poeti e ora la grande passione per la fotografia ed i colori proiettati su di noi e sulle superfici alle nostre spalle. Negli ultimi anni c’è stata una notevole accelerazione in questo senso e le teorie sul multiverso e sul fare collassare funzioni d’onda ci entusiasma perché lo abbiamo sempre sentito sin dagli esordi senza sapercelo spiegare. Possiamo fare collassare le realtà (o i giochi o le matrici) su cui poniamo l’attenzione in ogni canzone ed in ogni album. “Quasar” è nato su questi presupposti.

Da questo punto di vista “Quasar” cosa propone di nuovo?
Il primo suggerimento è ascoltarlo e provare ad ascoltare il proprio corpo, le sensazioni, le percezioni e poi vedere come sta la nostra essenza, la nostra linfa vitale, come scorre, cosa accade. “Quasar” è composto da lunghe partiture musicali di 7-12 minuti che dilatano lo spazio-tempo e portano a lunghe fasi ipnotiche così come a momenti di climax corali. Non c’è confine di genere, partiture neoclassiche, ambient, folk, progressive, psichedeliche, luoghi mitologici e dimensioni cosmiche, abbiamo registrato il tutto in 432 Hz (come l’album precedente) ed abbiamo lavorato sull’equilibrio dei due emisferi celebrali in modo che venisse però accarezzato e stimolato quello destro legato alla immaginazione. Abbiamo introdotto massicce parti corali (con numerose voci maschili) e fatto un mélange tra echi gregoriani e mantra, tra voci eteree ed heavenly che si dilatano e riverberano sulle partiture alternandole a frasi latine scandite e ripetute. Abbiamo inserito suoni quali immaginiamo siano quelli della “sinfonia delle sfere”, i brani non terminano ma si trasformano attraverso suoni sinuosi nel brano successivo. E’ quasi una terapia in musica (etimologia della parola therapeia: aiuto o stimolo all’umana guarigione o risveglio).

Affascinate il concept dietro il disco, vi andrebbe di parlarne e di spiegare come è stato sviluppato nei singoli brani?
Il “Quasar”è l’occhio galattico, la sorgente e sull’iride, o orizzonte degli eventi, esistono tutte le possibili realtà su cui possiamo porre attenzione al fine di farle collassare sulla terra in forma di Hertz. Siamo nell’iride e siamo anche qui, in questa dimensione densa che gli antichi chiamavano Gea. Canalizziamo energia che si manifesta su questo piano denso in forma di frequenze di suono e luce e noi siamo un flusso di coscienza che sceglie di viaggiare in diversi strati dello spazio-tempo, siamo nel Quasar ed il Quasar siamo noi. I nostri occhi si accendono e scaturisce la musica. Ogni brano è legato ad un colore ed a una energia arcangelica (senza accezioni strettamente religiose o dottrinali), possiamo definirlo anche un archetipo. Ogni brano lavora anche su sequenze numeriche – d’altra parte la musica è una sequenza numerica che agisce però anche sui nostri sensi – e su paesaggi dell’anima. Le energie informate di ogni brano hanno nomi arcangelici, potenti flussi di informazioni che bilanciano i quattro elementi di fuoco, acqua, aria e terra dentro e fuori di noi col quinto elemento eterico sopra la corona. La vibrazione crea, la musica può creare ordine e struttura come quello delle geometrie frattali in sezione aurea e noi abbiamo inteso farlo nelle vibrazioni più alte che siamo riusciti a canalizzare in questa fase. Nell’incipit (il brano non a caso più lungo dell’album) viviamo una “Iniziazione”, il colore è bianco come una pagina bianca, un inizio, un reset col seme arcobaleno di tutte le possibilità in essere. Poi “Nebula” attua una guarigione, il colore è il verde smeraldo e l’arcangelo che presiede alle guarigioni è Raphael, siamo nuovi e abbiamo guarito le nostre radici per potere espandere i nostri rami. Poi in terza istanza (dopo la dualità che presuppone conflitto e separazione) ecco “Oneness” in cui tutto ciò che è duale su questo piano si ricongiunge all’intelligenza equanime della source grazie al fuoco della volontà del cuore. Il quattro, numero della stabilità è il rosa di Chamael, l’amore incondizionato che si erge sopra calcoli ed interessi per portarci a livelli di consapevolezza tali da recuperare il nostro potere e responsabilità di azione. Il color oro del quinto brano è quello legato all’abbondanza ed alla serenità del Buddha, planiamo sull’elemento acqua (il mare della prima parte) fino alle vette dell’Himalaya (seconda parte). Poi si accede al sesto brano ( 6 numero della materia) in cui la fiamma violetta di Saint Germain e dell’arcangelo Tdzakiel ci aiutano a sospendere il giudizio che separa e recide portando compassione e guarigione ai nostri corpi sottili. Questa parte del viaggio termina con “Uriel”, rosso rubino e blu indaco, colui che presiede ai linguaggi sottili di telepatia, chiaroveggenza, chiaroudienza, poteri ESP che ci permettono di comunicare in forma potente, illuminante.

Il titolo “Quasar” come si ricollega al lavoro che avete fatto sui sette archetipi alla base dell’album?
Il “Quasar” è l’origine (Io sono Origine) e una scintilla dell’origine è in noi. Sintonizzando il nostro campo elettromagnetico con quello di energie cosmiche (a partire dal sole) possiamo resettarci a livello cellulare e cromosomico per evolverci e questo lo chiamiamo Grazia. L’evoluzione può avvenire attraverso l’arcobaleno dei sette archetipi che possiamo anche chiamare legge dell’ottava o legge del sette secondo la quale l’universo è fatto di vibrazione. E’ un percorso iniziatico a tappe, energie che man mano si integrano per poi passare all’ottava nota, ovvero l’ottava superiore. Immagina di vedere un nautilus, una spirale cosmica evolutiva.

Nelle foto promozionali che mi avete inviato c’è un elemento che mi ha colpito: la quantità di luce che irradiano. Come mai questa scelta così luminosa?
Come tutto nell’album, anche il luogo dove abbiamo scattato le foto (che fanno parte delle grafiche) ci è stato offerto e quindi in una qualche modo siamo stati guidati nel posto giusto nel giusto momento. Due gentili amici ci hanno proposto di realizzare il servizio fotografico in questo antico fienile sui monti dell’appennino reggiano perché ad una certa ora si verificavano inediti giochi di luce. Quel giorno abbiamo scattato le foto e poi, guardandole, ci siamo accorti di questi fasci luminosi di energia che circolavano e si materializzavano attorno a noi. L’abbiamo vissuto come un segno. La rappresentazione dell’equilibrio del Tao luce-ombra.

L’album sarebbe dovuto uscire l’otto maggio, ma credo che al momento non sia ancora disponibile, come mai?
L’album è disponibile in digitale dall’8 maggio su tutte le piattaforme ed è stato caricato su youtube in un formato audio più scarso ( le versioni acquistabili naturalmente hanno una profondità ed ampiezza di suono imparagonabili) dal 7 maggio. L’album è stato realizzato in tre formati: digibook (con opuscolo a colori all’interno e bonus track), digipack e vinile. Le grafiche stesse hanno richiesto molto lavoro. Ad inizio marzo sono stati persi i contatti con l’etichetta che aveva già mandato in stampa i vari formati. In parallelo però è stato mandato avanti dal promoter il discorso digitale e della promozione. Quindi ci siamo trovati con un album che è ovunque sulla rete e quindi disponibile anche per coloro che in passato faticavano a trovare la nostra musica ma per la prima volta in 30 anni col supporto fisico per ora “assente” o “sospeso”. La prima intuizione è stata “questo album è importante che esca in questo preciso momento storico ed energetico in una forma eterea quale è la musica e prenderà forma fisica in un secondo tempo al momento opportuno”. Quando accadono cose inedite è bene ampliare la visuale e fare del nostro meglio per prenderci cura di questo nostro figlio a cui abbiamo lavorato per ben 18 mesi e fare in modo che fluisca nel mondo perché ha un “lavoro” da fare a livello “sottile”. Per il resto, a seconda dello sviluppo degli eventi e quando capiremo bene cosa accade (dopo il caos degli ultimi mesi che tutti abbiamo sperimentato) “Quasar” senz’altro prenderà corpo così come era previsto. Ti parlavamo prima di collasso della funzione d’onda, prima c’è l’energia e poi diventa materia.

“Quasar” è un disco particolare, celebra i vostri 30 anni di attività, facendo un piccolo resoconto della vostra carriera, cosa ricordate con piacere e cosa vorreste invece cancellare dalla vostra memoria?
Ci teniamo tutto, proprio tutto con fierezza ed umiltà. Nella storia di una vita (sia personale che artistica) ogni passo (anche quelli superficialmente definibili come errori) hanno una loro bellezza ed un loro significato. Anche le situazioni più dure, apparentemente ingiuste o le nostre debolezze o superficialità ci danno la possibilità di accedere ad una maestria superiore e continuare questo gioco in modo evolutivo e creativo.