Stefano Panunzi – Oltre l’illusione

“Beyond the Illusion” è il nuovo lavoro del tastierista Stefano Panunzi, musicista romano attivo in proprio ormai da più di un decennio. Nel suo terzo album solista (distribuito da Burning Shed / Metaversus PR) è accompagnato da artisti di fama internazionale tra cui spiccano i nomi di Tim Bowness (No-Man) e Gavin Harrison (Porcupine Tree, King Crimson e tanti altri). “Beyond the Illusion” è un collage lunatico di influenze progressive: un’opera che affonda le sue radici tra l’art rock (con una dedica al compianto Mick Karn dei Japan che suonò nei primi due album solisti di Panunzi), l’ambient jazz e l’alternative rock.

Salve Stefano, i miei complimenti per il tuo nuovo disco. In “Beyond the Illusion” sei circondato da numerosi – e direi prestigiosi – ospiti, è stato difficile riuscire a coinvolgerli e soprattutto a coordinare il tutto nella lavorazione dell’album?
Non ho avuto difficoltà a coinvolgere gli artisti presenti nell’album, anzi, devo dire che c’è stata una bella coesione e un grande entusiasmo da parte loro. Inizialmente pensavo che Tim Bowness potesse cantare in tutti i brani scritti in forma canzone, ma per una serie di sue ragioni personali, alla fine, ha cantato solo su “I Go Deeper” però mi ha proposto alcuni cantanti in alternativa, tra cui Grice, che contattato, ha aderito al mio progetto e alla scrittura di tre tracce. A parte Grice, conoscenza dell’ultimo momento, tutti gli artisti partecipanti sono conoscenze di lunga data, Tim Bowness e Gavin Harrison, tanto per citarne un paio, appaiono già sui miei album dal 2005!

Ho trovato molte affinità nel sound con i primi lavori dei Porcupine Tree (soprattutto nei brani strumentali) e No Man, quali sono le tue influenze?
Probabilmente ci sono atmosfere dei Porcupine Tree, nelle quali mi ci ritrovo, ma non ho mai pensato a loro quando le ho composte, ci sono delle strade che si intraprendono, e che in molti prendiamo perché è il genere che ci piace, è l’uso degli strumenti e delle ritmiche che ci esaltano, che ci intrigano, a volte si creano delle somiglianze, a volte no. Se somiglianze ci sono, sono casualità. Anche per quanto riguarda i No Man, ho letto un commento lasciatomi su YouTube in merito al video “The Portrait”, dove appunto si alludeva alla somiglianza con la band del duo Bowness/Wilson, ebbene, a me sembrano di più i Talk Talk!

Ci sarà modo – a emergenza pandemica conclusa – di vederti dal vivo magari accompagnato da qualche ospite del disco?
Non credo. Fino ad oggi, i miei progetti e i miei orientamenti sono stati rivolti solo alla realizzazione di album, e credo che questa sarà la strada anche per il futuro.

Nei tuoi lavori ci sono sia brani strumentali che cantati, è una decisione che prendi a priori quando componi un brano o è un qualcosa che viene sviluppato più avanti nella composizione?
La nascita di un brano strumentale o di una canzone non è sempre programmata, a volte è casuale. Parto con un’idea, una serie di accordi, una ritmica e pian piano che cresce realizzo se può tramutarsi in una canzone o rimanere strumentale, cerco di percepire il mood del fluido musicale, se l’atmosfera si adatta ad un cantante, se il giro d’accordi può essere funzionale ad un cantato, mi immagino un po’ il suo futuro…

Ho notato una particolare cura nelle grafiche (e nel packaging), ce ne vuoi parlare?
Trovo importante “incorniciare” le musiche e i testi in un packaging “giusto”, fatto di immagini, di colori e di trame grafiche adatte allo spirito e al sentimento dell’album. Per quanto riguarda “Beyond The Illusion”, ho avuto la collaborazione e il contributo artistico dell’inglese Stephen Dean Wells. Casualmente vidi delle elaborazioni grafico-digitali da lui fatte e mi impressionò perché rispecchiavano quel modo di vedere un po’ velato della realtà che sento mio, quella visione e percezione tra il sogno e la realtà. Mi piace quando l’arte è bellezza, non solo per la sua essenza, la sua intrinsecità, ma perché permette di aggiungere a chi la fruisce qualcosa di proprio, e apre porte su mondi infiniti di sensazioni e creatività.

La traccia “I Go Deeper” è cantata da Tim Bowness dei No Man, in che maniera sei venuto a contatto con lui e come mai la scelta di inserire il brano in versioni differenti dei vostri rispettivi album?
Conosco Tim da più di quindici anni, con lui ho avuto diverse collaborazioni, sia per i miei album come solista e sia per i progetti Fjieri, ma con lui anche anche altri grandi musicisti come Richard Barbieri, Gavin Harrison, Mick Karn (r.i.p.), Theo Travis, Robby Aceto, ecc. ecc. Lo contattai proprio per proporgli questo brano perché lo scrissi su invito della produzione del cortometraggio “Deep”, poi vincitore del 73esimo Film Festival Internazionale di Salerno. Tim fu entusiasta di partecipare e colse l’occasione di utilizzarlo, sotto altro arrangiamento, perché sentiva che mancava qualcosa di “fresco” all’album che stava realizzando in quel momento, cioè “Flowers At Scene”, così lo riarrangiò, lo fece missare da Steven Wilson e concluse felicemente quel suo progetto discografico. 

I tuoi lavori sono frutto di una ricerca musicale che raramente troviamo nella musica attuale, in che maniera pensi di collocarti nella scena odierna e c’è un futuro per il pop (per dare una definizione il più ampia possibile) di qualità?
Amo utilizzare quelle sonorità che già ascoltandole aprono praterie di sensazioni (ricordi il discorso sopra che feci sull’arte e della sua importanza a coinvolgerti con l’immaginazione?). Devo dire che crescendo con pane e Japan, british band del (mio) passato, qualche semino è stato depositato nella mia sfera creativa ed emozionale, e ringrazio di buon cuore Richard Barbieri (con lui ho una conoscenza personale quasi trentennale) per la ricerca di sonorità che sempre lo ha contraddistinto. Credo oramai che in un ambito musicale di nicchia un mio posticino, dopo 15 anni, lo abbia conquistato, non mi sento di appartenere ad un genere vero e proprio, spazio in quelle latitudini dove il senso estetico, la ricerca del suono, la melodia e lo schivare la banalità provano ad affacciarsi e a coesistere. Mi chiedi del futuro del pop? Io mi autoproduco, con sforzi porto vanti il mio mo(n)do di pensare e di creare, non devo rendere conto a nessuno. Più che altro, in una visione generale e di prospettiva, ci sarà il futuro per la musica indipendente? Non schiava di contest televisivi che alla fine creano cloni e schiavi di target mercificati e di edonismo?

A quali progetti stai lavorando in questo momento?
Ho messo in cantiere già diversi brani per il mio prossimo (quarto) album, sto contattando gli artisti ai quali affidare alcune sezioni strumentali e sto valutando quali cantanti coinvolgere nel progetto. Vorrei inserire nel futuro album anche dei piccoli racconti che accompagneranno l’ascoltatore nel nuovo percorso musicale. Insomma c’è da lavorare, ma sono molto fiducioso nella buona realizzazione di qualcosa di piacevole.

Belvas – La belva è fuori!

Il nostro cammino nel panorama musicale italiano a caccia di realtà interessanti ci ha fatto incrociare una creatura a tre teste dal nome, Belvas, che di per sé è una sorta di “manifesto programmatico”. Grazie alla Metaversus di Marco Gargiulo abbiamo potuto contattare il gruppo per parlare dell’album d’esordio “Roccen”.

Ciao ragazzi, come e quando nasce la band?
La band nasce nel 2018 dalle menti di Claudio Palo alla batteria (membro fondatore dei Manetti! ed ex membro dei Milaus) e Mirco Lamperti al basso, che hanno posto le fondamenta con gli embrioni di basso e batteria di cinque brani (“Belvas”, “Bianco”, “Pink Boy”, “Spaziale”, “AnDn”), finalizzati nel 2019 con testi, linee vocali e di chitarra con l’ingresso di Paolo Rosato alla chitarra elettrica e Manuel Dall’Oca alla voce e successivamente basso e chitarra acustica.

Il moniker Belvas è arrivato da subito oppure col tempo? Ve lo chiedo perché dall’ascolto della vostra musica pare che il nome sia quasi un manifesto programmatico…
Belvas deriva da Belva, appellativo attribuito al batterista per il suo carattere irruente e per il suo modo di suonare, diventato poi nostro punto di forza.

Un elemento che salta subito all’occhio a chi ha il vostro CD di esordio, “Roccen”, in mano è il disordine che regna sovrano. Tra scarabocchi e scritte varie, quasi si resta storditi. Quanto è importante per voi disordine in fase compositiva?
Il disordine in copertina e nelle grafiche del disco è solo apparente, bisogna farci l’occhio per poterlo apprezzare appieno e cogliere l’importanza che diamo ad ogni dettaglio. Non c’è disordine nel nostro modo di creare, sia nella composizione dei brani che nella preparazione delle grafiche.

I brani paiono mettere in evidenza una doppia anima, una più rude e una più delicata. Come riuscite a bilanciare questi elementi nella vostra musica senza che uno prenda il sopravvento sull’altro?
Il bilanciamento tra indole rude e delicata non è studiato ma è il nostro modo di essere. Questa è una delle caratteristiche che ci rispecchia maggiormente e la si può sentire in modo evidente in “Piacere E’ Dolore”, secondo noi il brano che racchiude perfettamente queste due anime contrastanti.

“Roccen”, contiene 15 brani per più di un’ora di musica, quasi una rarità oggi un disco così lungo. I pezzi sono stati composti appositamente per l’esordio o avevate alcuni di loro chiusi nel cassetto da tempo, magari per un altro progetto?
L’album “Roccen” è una raccolta di 15 brani scritti per l’esordio. La lunghezza è voluta, è il nostro modo di ribellarci a una società dove tutto scorre a mille orari ma si ha bisogno di più aria, dove il tempo è solo denaro.

In un periodo in cui l’ascolto, e di conseguenza l’attenzione, del pubblico va sempre più verso il singolo, tirar fuori un disco così lungo può essere un rischio?
Sicuramente è un rischio e ne siamo consapevoli, ma noi siamo amanti della cultura musicale vecchio stampo.

In generale quanto vi riconoscete nella scena musicale odierna? Dall’ascolto di “Roccen” parete più proiettati sul passato, sui 90 e anche più indietro…
Rispetto alla scena musicale odierna facciamo parte della minoranza, con un background musicale che arriva dagli anni 90 e anche più indietro, ma restiamo comunque proiettati verso il futuro!

Un’altra impressione che ho ricavato dall’ascolto e che forse lo vostro musica sta un po’ stretta tra i solchi di un disco, pare quasi fatto esclusivamente per essere suonata dal vivo: siete riusciti a testare i brani su un palco tra un lockdown e l’altro? Qual è stata la versione del pubblico?
Bella domanda! L’album è stato registrato volutamente in presa diretta, per avere un suono il più possibile fedele a quello che è un nostro live. Purtroppo stiamo iniziando solo ora a programmare qualche data dal vivo causa Covid ma la reazione del pubblico nelle poche esibizioni che abbiamo fatto finora è stata positiva.

Ora che la belva è fuori, qual è il suo prossimo passo? È tutto, grazie.
Siamo al lavoro sul secondo disco, ma stiamo puntando a portare finalmente in giro “Roccen” che, come una belva in catene da troppo tempo, ha bisogno di uscire.

Bottomless – Lentezza senza fondo

Doom, doom e ancora doom! Non si arresta la produzione italiana di album dalle cadenze metalliche più lente. Fortunatamente, quantità, in questo caso, fa rima con qualità, così all’elenco di band doom tricolori che abbiamo intervistato in questi mesi, aggiungiamo con i piacere gli esordienti, su Spikerot Records \ Metaversus Pr, Bottomless. Che poi a ben vedere i tre tanto esordienti non sono, potendo già vantare esperienze con realtà del calibro, tra le altre, di Messa, HaemophagusAssumption.

Benvenutio Giorgio (Trombino) dopo aver collaborato in diverse band come Assumption, Undead Creep, Haemophagus e Morbo con David Lucido haio iniziato la nuova avventura Bottomless. Cosa vi ha spinto a mettere su questo nuovo progetto?
I Bottomless sono cominciati nel segno della certezza di ritenere i Sabbath la vera stella fissa delle nostre esistenze musicali. A partire dalle prime registrazioni degli Haemophagus fino ad arrivare a oggi sentirai sempre degli elementi specificamente sabbathiani (non sempre in quella precisa accezione ortodossa) nelle nostre produzioni. Sparsi, sporadici, a volte impercettibili e invece altre palesi, ma sempre parte del nostro bagaglio sonoro.

I Bottomless, rispetto alle vostre esperienze precedenti, quali aspetti nuovi della musica vi permette di
esplorare?

L’obiettivo è stato da subito quello di seguire, oltre ai Sabbath, il solco del doom americano, probabilmente il meno fortunato da queste parti in termini di influenza sulla scena nazionale. Va anche bene così, visto che abbiamo la fortuna di avere qui alcuni dei gruppi più dirompenti, oscuri e affascinanti dell’intero genere. doom e occult sound “all’italiana” sono già seguiti da un buon numero di gruppi, dunque ci tenevamo a non
ripetere quello ancora una volta e volevamo piuttosto valorizzare le influenze che sentiamo di avere da parte di Internal Void, Asylum, Pentagram, Penance, Revelation, Saint Vitus, The Obsessed e altri.

Mentre come mi spieghi questo particolare feeling che ti lega a Davide?
Io e David siamo grandi amici e compagni di gruppo da tanto tempo, abbiamo gusti, visioni musicali e un fiume di esperienze condivise. Ho cominciato a suonare con lui più o meno 17 anni fa e da allora la stragrande maggioranza dei nostri progetti è stata progettata e gestita in tandem. A livello puramente musicale ed esecutivo penso che ormai ci conosciamo a vicenda come nessun altro, tanto dal vivo quanto in studio.

Restando in tema di feeling, cosa vi ha convinto a puntare proprio su Sara Bianchin per completare un duo già di per sé molto affiatato?
Sara è esattamente sulla nostra frequenza d’onda. Con i Messa ha approfondito sonorità lente e pesanti, dunque il doom metal è proprio nelle sue corde, tanto a livello attitudinale ed espressivo quanto su quello sonoro. Altrove no, ma all’interno del gruppo Bottomless siamo risolutamente impermeabili ad influenze estranee a quelle citate, alle quali aggiungerei però grosse dosi di heavy metal tradizionale se anche per te, come per noi, gli Steppenwolf, i Third Power o alcuni pezzi dei Poe sono heavy metal ahah! Su questo triplo
livello ci siamo incastrati a meraviglia.

Avete scelto la formazione a tre, cosa vi piace di questo tipo di line-up tanto non aver voluto cercare altri componenti?
Dal rock nasce l’heavy, dai Cream nasce tutto. Abbiamo suonato in altre formazioni e sperimentato il power trio in diversi contesti. Personalmente amo avere arrangiamenti in cui possa esserci spazio per l’interplay. La massa sonora è molto diretta, senza orpelli, e si impara, se possibile, a “coprirsi le spalle” a vicenda e a mantenere un’intesa reciproca molto forte. Il trio probabilmente lascia filtrare la performance individuale più di qualsiasi altra formazione.

Il vostro sound mi sembra particolarmente ispirato dai Saint Vitus e dagli Obssessed, ovviamente su tutto aleggia la mano nera dei Black Sabbath: come mai avete scelto questa formula classica a discapito del doom imbastardito con stoner e sludge che va più di moda oggi?
Non saprei risponderti con precisione. Abbiamo tutti molti progetti, anche di genere diversi e non comunicanti al 100%, ma con i Bottomless cerchiamo di esplorare alcune sonorità specifiche e molto vicine al cuore, concedendoci la possibilità di sperimentare altrove. Se avessimo un unico gruppo saremmo costretti a ficcarci dentro tante di quelle influenze che il risultato sarebbe orrendo! Ogni progetto può offrire spunti per imparare e il nostro intento è scrivere pezzi sempre meglio congegnati e con strutture capaci di restare
in testa.

I pezzi che compongono il vostro debutto hanno avuto una gestazione lenta o sono il frutto di repentini raptus creativi?
Il materiale è stato composto nell’arco di due anni a partire dal 2016. La gestazione è stata lenta e con vari ripensamenti legati a modalità di registrazione, arrangiamento vocale, disponibilità di tempo e così via. Mi piace cercare di concentrare la scrittura dei brani in un arco abbastanza ristretto di tempo per avere una certa compattezza di intenti, sonorità e arrangiamenti. Mescolare pezzi distanti fra loro nel tempo e nel suono solitamente porta a dischi poco coesi e indecisi, dunque decisamente meglio, almeno per noi, lavorare al completamento di un album concepito da subito in quanto tale, in maniera organica, e scrivere solo per quell’obiettivo e nient’altro.

Dal punto di vista lirico avete mantenuto un approccio classico alle tematiche trattate nel doom oppure ve ne siete distaccati in parte o in toto?
I testi parlano di pensieri oscuri, ricordi e, senza che io ci abbia riflettuto in maniera del tutto razionale, il senso di giudizio interiore derivante dal pensiero cristiano, specie in “Vestige” e “Monastery”. In questo paese abbiamo una chiara visione della sofferenza e dell’angoscia delle atmosfere ecclesiastiche, del volto sofferente di Cristo, della crocifissione, dell’incombere del castigo. Come di sicuro tanti altri, anche io da ragazzino provavo un senso di chiusura e disagio nei confronti delle icone cattoliche. Tutto ciò che
nutre questi sentimenti si insinua fra i testi dei Bottomless lasciando spazio a ben pochi spiragli di luce, dunque si, non credo che al momento ci siamo distaccati da quei canoni. Non sono bravo a giudicare la roba che faccio e nel momento in cui la butto fuori solitamente passo già ad altro senza pensarci troppo.

Una cosa che mi ha portato indietro nel tempo, a quando i CD erano da poco sul mercato, è la presenza della bonus track presente in esclusiva solo su quel formato. Nei primi anni 80 lo si faceva per lanciare il compact e farlo preferire al vinile, voi invece perché avete fatto questa scelta?
La scelta è stata suggerita dalla nostra etichetta, Spikerot Records. Ci è sembrata una soluzione interessante e sì, se è una scelta anni ’80, allora è azzeccata!

Deka’dɛntsa – Disordine e indisciplina

I Postvorta rappresentano da anni una certezza nel panorama musicale italiano, non ci sorprende, quindi, che proprio da una costola di questi sia nato uno dei progetti più belli ed affascinanti degli ultimi anni. I Deka’dɛntsa del bassista Raffaele “Lhello” Marra hanno buttato giù una manciata di tracce, contenute nell’esordio “Universo 25” (Zero Produzioni \ 22 Dicembre Records), capaci di coinvolgere emotivamente e invitare alla riflessione.

Ciao Raffaele, da anni sei attivo con i Postvorta, perché hai sentito la necessità di creare una nuova band? Ciao Giuseppe, l’idea mi balenava in mente già da un po’ di tempo, poi però ha preso finalmente forma negli ultimi mesi del 2019, quando ho deciso di portare avanti un discorso musicale differente da quello proposto con i Postvorta, sia perché dopo “Porrima” avevo bisogno di staccare un po’ da certe sonorità e sia perché ero desideroso di sviluppare alcune nuove idee compositive insieme agli amici di sempre, seppur avessimo influenze e background musicale differente. Con l’avvento della pandemia tutto è risultato più semplice in fase di composizione in quanto sono riuscito a dedicarmi completamente  a questo progetto.

I Deka’dɛntsa secondo te si distanziano dai Postvorta più sotto il profilo musicale oppure ideologico?
Dal punto di vista musicale vi è una grande differenza sia per le sonorità e sia per quanto riguarda l’approccio perché con i Deka’dɛntsa abbiamo affrontato le tematiche dell’album in una maniera molto più diretta rispetto a come lo facciamo con i Postvorta, prediligendo nelle canzoni una  struttura molto più convenzionale e soprattutto l’utilizzo di una voce melodica con cantato in italiano; con i Postvorta invece tendiamo a comporre facendoci trasportare dalla musica e non importa se la canzone possa durare 15 o 20 minuti, l’importante è far vivere all’ascoltatore  un’esperienza sonora ed emozionale che vada di pari passo con le tematiche affrontate negli album. Un qualcosa che accomuna le due band invece, è l’idea di utilizzare un tema comune dove tutte le canzoni contribuiscono a dare un significato nel loro insieme per sviluppare una sorta di concept, ovviamente con le dovute differenze di stile e genere.

Anche se non in modo evidente, credo che i Deka’dɛntsa siano in qualche modo influenzati anche in un certo modo dall’etica e dall’estetica crust, mi sbaglio?
Da un punto di vista musicale credo ci siano poche analogie con il genere crust anche perché avendo composto gran parte della musica dell’album posso tranquillamente dirti che le mie influenze e i miei riferimenti in musica sono altri, pur riconoscendo che nel corso degli anni ha influenzato e contaminato molti generi musicali; un discorso a parte invece bisogna farlo per quanto riguarda i testi delle canzoni poiché lì le analogie ci sono e l’utilizzo di testi pessimisti e concentrati su temi sociali sono alla base di tutto l’album.

Ammetto che prima di imbattermi nel vostro disco ero del tutto all’oscuro dell’esperimento dell’etologo John Calhoun che dà il titolo all’album, “Universo 25”. Ti andrebbe di spiegare di cosa si tratta?
Si tratta di un esperimento che fece piuttosto scalpore all’epoca e che aveva come scopo quello di studiare gli effetti della sovrappopolazione sul comportamento sociale. Calhoun creò questa sorta di paradiso per topi, denominato per l’appunto Universo 25, in cui i roditori non dovevano preoccuparsi di null’altro che cibarsi e procreare, venendo costantemente riforniti di cibo e acqua. All’inizio la popolazione crebbe costantemente in maniera lineare e senza sconvolgimenti, fino a che raggiunte le 2.200 unità la colonia iniziò ad esibire anomalie comportamentali talmente gravi da condurre la popolazione all’estinzione.

Come mai avete scelto proprio questo concept?
Abbiamo pensato che si prestasse bene per il tipo di immaginario distopico che volevamo creare. Nell’Universo 25 dei Dekadentsa non si parla di ratti ma di esseri umani. 

In qualche modo ci vedi delle connessioni con la situazione che stiamo vivendo?
No, se ti riferisci allo scenario pandemico, che comunque è un tema anch’esso centrale nell’album. L’idea è che comunque, in una situazione limite come quella dell’Universo 25, gli esseri umani non reagirebbero in maniera tanto dissimile dai topi.

Quale è stata la difficoltà maggiore che avete incontrato nel tramutare in musica questo folle esperimento?
Posso semplicemente dire che è stato il contrario… è stata la musica a dare l’input per la scelta del tema principale dell’album. Avevamo già composto gran parte dell’album e abbiamo lasciato massima libertà di espressione al nostro cantante Emilio sia per quanto riguarda i testi che per le linee vocali da utilizzare; è stata una sua grande intuizione quella di utilizzare l’esperimento di John Calhoun.

Ti sei avvalso dell’aiuto di alcuni ospiti, ti andrebbe di presentarli?
Si assolutamente, seguendo l’ordine della setlist dell’album il primo ospite è Mohammed Ashraf SikSik (Pie Are Squared, Postvorta, Void of Sleep) che ha composto per noi “Latenza 00”, suono con lui da diversi anni e conosco perfettamente come lavora ma soprattutto conosco le sue abilità di musicista ed essendo un punto fermo nella scena  ambient/electronic ero quindi certo che fosse la persona giusta per la realizzazione dell’intro. Il secondo ospite è Andrea Fioravanti (Postvorta, Edna Frau, Collettivo la Cenere) che ha scritto e registrato le chitarre in “Hikikomori”, suono con lui da più di 10 anni e ogni volta rimango impressionato dalla sua versatilità, ha un gusto musicale che va al di là di tutto e riesce sempre a tirar fuori la nota e il suono giusto al momento giusto; quando lo contattai sapevo già che avrebbe arricchito la song donandogli quel mood che la contraddistingue all’interno dell’album. Il terzo ospite è Edoardo Di Vietri (In a Glass House) che ha registrato delle linee di  chitarra in “Disordine e indisciplina”, lo conosciamo da anni essendo un nostro conterraneo, è un chitarrista davvero fenomenale ed è stato molto bravo a calarsi in un’ottica musicale totalmente differente da quella a cui è abituato; tra l’altro, è stato anche il nostro produttore curando le fasi di mix. Infine importante ricordare anche la partecipazione di Riccardo Pasini che ha curato il Master, è stata la vera ciliegina sulla torta perché si è dimostrato come al solito una garanzia; c’è poco da dire, uno dei migliori in Italia nel suo campo. Colgo di nuovo l’occasione per ringraziarli del lavoro stupendo che hanno svolto.

L’attività della band sarà circoscritta allo studio o contate di fare degli show ora che piano piano i concerti stanno tornando?
Al momento siamo tutti un po’ distanti visto che alcuni di noi vivono in altre zone d’Italia, ma stiamo continuando a comporre e di sicuro in futuro ci saranno altri album. Per quanto riguarda i live stiamo già valutando alcune situazioni ma la cosa fondamentale adesso è quella di ritrovarci e ritornare finalmente in sala prove per poter suonare l’album per intero perché ancora non abbiamo avuto modo di farlo. Il nostro obiettivo è quello di far ascoltare dal vivo il nostro “Universo 25” anche perché siamo realmente curiosi di capire come il pubblico possa reagire.

Unalei – La dea del mare calmo

Il progetto Unalei, espressione musicale di Karim Federico Sanna, dopo un paio di album – “A sua immagine” (autoproduzione, 2013) e “Taedium Vitae” (Club Inferno Ent./My Kingdom Music, 2016) – pare arrivato a un momento di svolta con il recente “Galatea” (Metaversus PR), un disco ricco di suggestioni folk.

Ciao Karim, da qualche mese è fuori il tuo terzo album “Galatea”, un disco che in qualche modo si differenzia dai tuoi lavori precedenti per un piglio maggiormente folk, a cosa è dovuta questa svolta?
A livello musicale, prima di appassionarmi a quello che mi avrebbe portato a sviluppare gli album più estremi, il mio orecchio era sollecitato da alcune cose in particolare. Ho cercato di far convergere queste più “antiche” passioni musicali in “Galatea” per quanto possibile, trattandosi di un album pop/rock: la musica popolare delle terre da cui provengo, il sound acustico naturale e genuino, la colonna sonora proveniente dagli anime, i videogiochi, la Disney.

L’amore per il folk è recente o ti accompagna da molto?
Diciamo una via di mezzo: non avevo riconosciuto in me questa predilezione per il folklore, si è concretizzata quando il destino mi diede la fortuna di trascorrere un anno in Spagna e di vivere alla flamenca. Andando indietro con la mente poi, ho sempre preferito le fiabe e leggende popolari ad altri tipi di racconti e sono un sostenitore della vita campestre con un uso quanto più moderato della tecnologia. Apprezzo la cucina locale, le minoranze linguistiche (in cui rientrano i dialetti).

Possiamo considerare “Galatea” il tuo disco più biografico?
Non ho mai pensato di scrivere un disco auto-biografico eppure sì, potremmo considerarlo come il più concentrato. In effetti, nei due LP precedenti le liriche procedevano per astrattismi, emozioni e impressioni puramente personali, a tratti poco empirici. Quasi una vergogna di scoprire le proprie carte mascherata da ermetismo. In “Galatea” non ci sono veli e peli sulla lingua, Karim parla di Federico e viceversa in un certo senso. Tutti i contenuti hanno un corrispettivo concreto.

Credi che i tuoi fan siano rimasti spiazzati da questo nuovo approccio?
Non saprei, probabilmente alcuni sì. Sono contento però di vedere un certo zoccolo duro immutato e probabilmente in espansione, perciò al momento forse è ancora presto per tirare le somme. Per me la musica è un mezzo, non il fine. Il mezzo per tramettere il messaggio in una cornice artistica, come la parola è l’espressione più a dimensione d’ uomo. In “Galatea” la musica è strettamente funzionale al messaggio e al contributo che vuole dare al mondo sia della musica ma principalmente all’umanità che avanza.

Cosa, invece, è rimasto immutato dal tuo esordio?
Il nome, che non è poco! Scherzo. Ottima domanda. Ci si concentra sempre su ciò che si cambia e si migliora ma su quello che rimane… Non saprei proprio cosa risponderti.

Altra costante, secondo me, è un approccio compositivo portato comunque alla forma di canzone, cosa che forse è più evidente oggi, ma ben presente anche in passato: sei d’accordo?
Estremamente evidente oggi, palese. Mi ci trovo molto bene, il pop è un’altra grande influenza, ho dovuto faticare parecchio per farla affiorare. Sul passato non sono molto d’accordo. Ci sono un paio di pezzi con i classici crescendo post-rock (“Della Carne”, “Senhal”), ma non c’è mai la stessa struttura. In passato volevo abbattere i canoni, le barriere della convenzione, colpire l’ascoltatore (concetto dello studium e del punctum) per attivare la sua attenzione in altre direzioni rispetto al consueto, per porlo faccia a faccia con l’Altro. Effettivamente, anche “Galatea” è più a misura d’uomo, con meno spocchia e la testa alzata a livello del prossimo.

Mi spieghi il significato del titolo “Galatea”?
Il significato primario viene dal mito di Galatea e Pigmalione, re di Cipro. Il re rifiutava qualsiasi donna terrena, nessuna era all’altezza del suo sentimento. Così per poter avere un s-oggetto pari al suo desiderio a cui rivolgere le sue lodi si fece costruire una statua della dea Afrodite, ossia dell’amore stesso. Dall’Olimpo, Afrodite vide e riconobbe la devozione di Pigmalione e decise di esaudire le sue preghiere dando vita alla statua. Essendo la donna nata dal marmo le venne dato il nome di Galatea, che stando al greco potremmo interpretare come “colei dalla pelle bianca come il latte”. Mentre secondo un’altra interpretazione il nome potrebbe indicare dunque “la dea del mare calmo”. Esteticamente rappresenta un’ideale umano raggiungibile solo attraverso l’intervento divino, concetto movente di questo progetto musicale fin dalla sua creazione. Non dimentichiamo l’altro mito di Aci e Galatea, in cui lei è una Nereide, ninfa del mare.. C’è un gruppo di comuni in provincia di Catania che si chiamano “Aci…”, perché quella zona è accreditata come teatro di questo mito. In Salento abbiamo due comuni nominalmente analoghi: Galatina e Galatone.

Credo che anche dal punto di vista lirico tu abbia voluto fare un passo avanti: come è cambiato il tuo processo di scrittura dei testi e come questo ha influito, se ha influito, sullo sviluppo della musica?
Avevo il bisogno di esprimermi a parole, il mezzo più diretto e comprensibile. Prima sono nati i testi e poi le relative canzoni. Anche qui mi sono rifatto a dei canoni, lasciando da parte l’approccio impressionistico e totalmente libero del passato che caratterizzava musica e parole. Semplicemente ho voluto scrivere delle poesie. Alcune potrebbero avere ragione d’essere autonoma come “Azalea”, “Anarada” o “The Little Matchgirl”, altre non le immagino autosufficienti al di fuori della canzone. Comunque sia, la letteratura mi influenza al pari della musica da sempre.

Credi che dal vivo vecchi e nuovi brani possano convivere insieme senza problemi o dovrai rivedere gli arrangiamenti delle tracce dei primi due dischi?
Sarà difficile ma dovranno per forza. Al momento la quantità di lavoro necessario mi spaventa e non voglio pensarci. Fortunatamente ci siamo organizzati con gli stem delle sequenze ed è già molto. Il cavillo è che “Galatea” è tutto suonato con un’accordatura standard, nei vecchi dischi ne troviamo invece altre, uguale: tre chitarre da portarsi dietro. Rivedrò di certo gli arrangiamenti dei brani vecchi ma per farli risultare più fedeli all’originale. Con i vari turnisti che abbiamo avuto alle chitarre, prime donne esigenti, mi son fatto trascinare e ho stravolto un po’ troppe cose, me ne rendo conto solo ora… motivo in più per occuparmi personalmente di lead e assoli in sede live quando posso.

Vesta – 2020: Odissea nel suono

Ai più attenti perlustratori dell’underground italico non sarà sfuggito il nuovo album dei Vesta, “Odissey” (Argonauta Records \ Metaversus Pr), uscito lo scorso ottobre. Un mare di note in cui ci è dolce naufragar come dei novelli Odisseo…

Benvenuti ragazzi, da qualche mese è fuori il vostro nuovo album, il secondo, “Odissey”: come è stato accolto?
Nonostante il periodo purtroppo ci vincoli “solamente” a riscontri online e non riscontri che puoi ricevere dopo un live, una presentazione o che, dobbiamo ritenerci molto soddisfatti. Stiamo ricevendo molte recensioni e giudizi positivi, i nostri uffici stampa (Metaversus e Allnoir) stanno lavorando molto bene ed i risultati si vedono.

Ancora una volta avete lasciato spazio alle note, scegliendo di non includere parti cantate, a cosa si deve questa scelta così radicale?
Tutto è iniziato così, e per adesso ci va bene, da qualche mese è salito a bordo Giulio e siamo in costante evoluzione. Sono i suoni e le atmosfere che proviamo a creare che trasportano il nostro messaggio, il nostro pensiero e stato d’animo. Per adesso proviamo ad andare avanti con questa scelta, in futuro vedremo… siamo soliti sperimentare sempre nuove soluzioni, fino ad oggi è stato così, un domani chissà.

Si dice che che la mancanza di un senso porti al potenziamento degli altri, credete che accada qualcosa di simile nella musica, magari la mancanza di parti vocali guida l’ascoltatore verso una maggiore attenzione verso i suoni, andandone poi a stimolare la fantasia, creando immagini mentali?
Può darsi, ma potrebbe essere anche il contrario, ovvero che senza la voce l’ascoltatore si stanchi subito! Scherzi a parte, tutto sta all’ascoltatore, tutto è soggettivo. Indubbiamente per questo tipo di musica ci vuole molta attenzione e calma. Ovviamente tutti ascoltiamo musica con parti vocali che riescono ad elevare maggiormente tutta la componente strumentale di un brano, ma alla base rimarrà sempre cosa un brano riesce a suscitare in te: un’emozione.

Come è nato il disco? In che modo lavorate, stando chiusi in studio o passandovi le singole parti tramite internet?
Il disco è nato conseguentemente all’altro. Ovvero dopo un anno di promozione e live del primo, abbiamo iniziato a buttar giù riff e bozze in studio, tutto rigorosamente live (potevamo ancora farlo!!!). Poi le idee iniziano a prender forma, ci registriamo in maniera molto semplice e ci ri-ascoltiamo finché alla fine un pezzo non risulta completo. Questo ha impiegato un po’ di tempo – purtroppo quest’ultimo ci manca – ma alla fine siamo soddisfatti.

Buona parte del disco suona più incazzato e oscuro rispetto alle canzoni dell’esordio, scelta conscia o inconscia?
Probabilmente conscia, vista la scelta di alcuni strumenti da parte di Giacomo, chitarra. Ovviamente poi tutto è influenzato dal momento che vivi, da quello che ascolti e di conseguenza vai dietro a ciò che ti senti dentro, istintivamente, e questo è stato il risultato.

Tra i brani più duri c’è “Elohim”, da cui è stato tratto anche un video, vi andrebbe di parlarne?
“Elohim” è un pezzo scritto verso la fine, è abbastanza giovane! Anche li dopo vari tentativi, abbiamo trovato la giusta quadra. Poi in fase di mixaggio, eravamo subito tutti d’accordo che doveva essere il nostro primo singolo. Sia per intensità che per suond, che per natura stessa del pezzo, era quello che racchiudeva al meglio lo spirito dell’album.

Qual è il vostro rapporto con le religioni o, più genericamente, con il divino?
Bella domanda… Possiamo dire che ci troviamo d’accordo tutti e tre se diciamo che in questo universo non possiamo essere soli, sarebbe troppo egoistico o più cinicamente uno spreco di spazio. Poi cosa ci sia, sotto quale forma, ognuno avrà, come giusto che sia, la sua idea. Magari siamo più convinti e più sereni pensando a qualcosa di materiale, di concreto, che un qualcosa di spirituale… ad ognuno la propria scelta.

Avete affidato la co-produzione a Alessandro “Ovi” Sportelli, mentre il mastering è stato commissionato a James Plotkin (Isis, Cave In, Sumac), quanto hanno influito questi due personaggi sul suono finale? Hanno raggiunto il risultato che vi aspettavate quando li avete scelti?
Con Ovi ormai c’è molta confidenza, essendo questo il secondo lavoro che facciamo con lui per questo progetto ed avendo collaborato in altre situazioni in passato. Quindi avendo feeling ed un buon rapporto riesci a collaborare e ad influenzarti positivamente, reciprocamente in maniera molto facile e costruttiva. Ovviamente il suono e alcuni dettagli sono opera anche del nostro amico Ovi. Per quanto riguarda Plotkin, secondo lavoro anche con lui, andiamo sul sicuro. Molto professionale, riesce a soddisfare le nostre richieste, andando a capire quello che cerchiamo, ovviamente grazie anche ai suoi trascorsi.

Inutile negare che il successo dei Mokadelic ha permesso al post-rock italiano di emergere, credete che una band come la vostra, con suoni molto più duri, possa comunque sfruttare l’onda lunga creata dagli autori della colonna sonora di Gomorra?
Può essere. Sicuramente il loro lavoro, essendo un lavoro ben fatto, fa bene a tutta la musica di “nicchia” italiana, ce n’è tanta e veramente buona. Facendo parte bene o male del solito genere, magari è una carta che gioca a nostro favore, sempre aperti a nuove sperimentazioni.

Piacerebbe anche a voi un domani scrivere una colonna sonora?
Perché no? Ci abbiamo pensato svariate volte. Fantascienza, documentari, ne saremmo onorati e ci farebbe molto piacere e molto bene partecipare ad un progetto del genere.

In attesa della ripresa dei concerti, vi andrebbe di stilare la vostra playlist per superare indenni il nuovo lockdown, a quanto pare, ormai prossimo?
Ci proviamo:
1. Pink Floyd – The Dark side of the Moon
2. Tool – Lateralus
3. Motorpsycho – The Tower
4. Tortoise – It’s all around you
5. Cave In – White Silence
6. Led Zeppelin – Led Zeppelin
7. Elder – Omens
8. Sumac – The Deal
9. Isis – Oceanic
10. Chelsea Wolfe – Hiss Spun
11. Russian Circles – Memorial
12. Melvins – Stag
13. Torche – Restarter
14. Yawning Man – Historical Graffiti
15. Refused – The Shape of Punk to come

Shores of Null – Al di là della riva

C’era molta attesa intorno al nuovo disco degli Shores of Null: oltre al valore dei lavori precedenti, ad ad aumentare la curiosità è stata la scelta della band di concentrarsi su un’unica lunga traccia ben 38 minuti. Scelta coraggiosa, ma ora che “Beyond the Shores (On Death and Dying)” (Spikerot Records \ Metaversus PR \ All Noir) è qui possiamo tranquillamente affermare che non si è trattata di una mossa azzardata, nonostante le difficoltà dell’impresa. A guidarci oltre la riva, ci hanno pensato Raffaele e Davide, rispettivamente chitarra e voce.

Benvenuti ragazzi, e complimenti per il nuovo album. Al terzo giro, con “Beyond the Shores (On Death and Dying)”, vi giocate una carta molto ambiziosa: un’unica traccia di di 38 minuti circa. L’idea è venuta fuori lavorandoci oppure avevate già deciso di muovervi in questa direzione prima di iniziare a scrivere il nuovo disco?
Raffaele: Un saluto a tutti i lettori e grazie mille per i complimenti. La composizione di questo brano/album è avvenuta in un modo totalmente naturale. Volevamo lavorare a qualcosa di differente rispetto ai precedenti lavori, e quando io e Gabriele abbiamo iniziato a comporre i primi riff abbiamo capito subito che non sarebbe stato un brano breve. Ad ogni nuovo riff che si aggiungeva, ne veniva naturalmente un altro e arrivati ad un certo punto il problema era cercare di farlo rientrare nella durata accettabile per un vinile. La composizione strumentale è avvenuta in circa un mese e mezzo e questo ci ha dato modo di renderlo unico con una propria identità, tale da non riuscire a spezzarlo, anche se ovviamente non è mai stato nelle nostre intenzioni. 

Parlo di mossa coraggiosa perché andate controcorrente, ormai l’industria discografica è tornata alle suoe origini, quindi al singolo. Un unico brano così lungo è quasi anacronistico oggi e difficile da promuovere, almeno che non abbiate intenzione di proporre degli estratti come singoli, più facili da condividere. Come credete di muovervi per bilanciare esigenze artistiche e promozionali?
R: Siamo sempre stati consapevoli della sfida che ci aspettava e proprio il fatto che vada controcorrente ci da consapevolezza che la strada si fa leggermente più ripida. In effetti veniamo da un’esperienza in cui le case discografiche hanno il dovere di promuovere le band che hanno nel proprio roster, ma abbiamo sperimentato l’impossibilità di avere il controllo sulla promozione e sulle decisioni connesse. Proprio per questo motivo abbiamo deciso di collaborare con Spikerot Records, un’etichetta giovane ma in crescita. Davide è uno dei fondatori di Spikerot Records e anche grazie a questo riusciamo ad avere il totale controllo dei social e delle attività di promozione necessarie. In effetti, come hai osservato, servono degli estratti in casi come il nostro. Su Spotify potrai già trovarne tre. Beyond The Shores (On Death And Dying) uscirà il 27 novembre, ma si può già ascoltare una buona parte del brano.

Il disco è corpuscolare ed avvolgente sin dalla candida copertina, ricco di sfumature e cambi di umore: come muta la fase di songwriting quando si ha a che fare con una traccia così lunga? Non si corre il rischio di perdere, a un certo punto, il bandolo della matassa?
Davide: Mi fa piacere che tu abbia citato la copertina, l’artista dietro a questa e alle altre immagini che compongono artwork nel complesso è Sabrina Caramanico, talentuosa fotografa abruzzese con cui sognavo di collaborare da tempo. Conoscevo molto bene i suoi lavori ed era solo questione di tempo prima che le chiedessi di lavorare insieme. Per “Beyond The Shores” desideravo qualcosa di più organico, materico, in linea con la tematica del disco e con una proposta così differente rispetto al solito. A partire dal colore dominante, il bianco, volevamo apertamente mettere a nudo questo approccio differente. Sulla fase di songwriting credo possa raccontarti meglio Raffaele, dal mio canto posso dirti che lavorare sull’aspetto vocale e lirico è stata un’esperienza meravigliosa, quasi catartica, sebbene per niente semplice. Il rischio di perdere il bandolo della matassa come dici tu, nel caso di composizioni così lunghe ovviamente c’è, ma nel nostro caso in realtà c’è stata molta più libertà del solito in fase compositiva, ci siamo lasciati trasportare dal flusso e la cosa bella è che, man mano che andavamo avanti con la stesura, la parte strumentale e le tematiche che volevamo raccontare finivano per influenzarsi a vicenda. A livello vocale sono molto soddisfatto, probabilmente il lavoro migliore mai fatto finora.

Al di là della fase di scrittura vera e propria, mi incuriosisce anche la parte relativa alla registrazione del brano: come vi siete mossi, avete diviso la canzone in singole parti su cui avete lavorato man mano oppure lo avete registrato come  se fosse un’unica lunga traccia?
R: Come dicevo prima, il brano è stato creato in un modo del tutto naturale. Dentro di noi sapevamo che sarebbe stato un susseguirsi di riff, ognuno ispirato dal precedente e così è stato. La registrazione del primo demo è avvenuta in circa cinque o sei sessioni. Ovviamente c’è stato una fase di riarrangiamento ma in linea di massima per noi è stato quasi un lavoro di getto. È stato molto bello comporre questo disco. Non mi sono mai sentito così ispirato per cosi tanto tempo ravvicinato prima di questo lavoro.
D: In studio abbiamo registrato sia questo che il prossimo lavoro, avevamo tanto materiale che abbiamo preferito immortalare tutto in questo preciso periodo storico. Col senno di poi è stata una scelta saggia e quasi profetica. Abbiamo deciso di dare priorità a “Beyond The Shores (On Death And Dying)” perché è un disco che si sposa perfettamente con il 2020 e ciò che sta accadendo intorno a noi. Proprio oggi mi è apparso un ricordo di facebook, un post di un anno esatto fa che sanciva la fine delle registrazioni vocali al Kick Recording Studio. Per me non è stato affatto semplice registrare in pochi giorni questo più un altro disco, a livello vocale è stata un’impresa ardua ma decisamente speciale.

Ancora una volta vi siete affidati alle mani sapienti di Marco “Cinghio” Mastrobuono, cosa vi ha raccomandato prima di iniziare le singole sessioni?
R: Quando hai a mezz’ora da casa il produttore che ha realizzato gli altri dischi di cui siamo fieri la scelta non può che ricadere di nuovo su di lui. Cinghio, oltre che essere un amico, è una garanzia. Ormai si può dire che ci conosce talmente tanto bene che sa esattamente cosa aspettarsi da ognuno di noi. Ma anche noi conosciamo lui e sappiamo come arrivare pronti in studio. Ovviamente le raccomandazioni non mancano come ad esempio quelle di accordare la chitarra dopo ogni singola pausa o quella di fare attenzione al plettro e al suono stridulo che può fare se non stai attento all’inclinazione. Insomma registrare non è come suonare dal vivo e lui con la sua esperienza sente cose che l’orecchio umano non può percepire.

Per la realizzazione del disco, vi siete avvalsi del piano e del violino, a chi sono stati affidati questi strumenti?
R: Il piano è uno strumento che adoro. La mia compagna ne ha uno a mezza coda e ogni tanto mi piace metterci sopra le mani. Questo non fa di me un pianista ovviamente e anche se mi è piaciuto scrivere quella parte, era necessario farlo suonare ad un pianista vero. Paolo Campitelli si è prestato volentieri ed è stato un vero piacere veder suonare quelle parti dal vivo. Per il contrabasso e il violino abbiamo chiesto un supporto ad altri due amici: Fabio e Valentina Gabbianelli entrambi grandi professionisti e bravissimi musicisti.

Rimaniamo in tema di ospiti, come è stato lavorare con Mikko Kotamäki (Swallow The Sun) e Thomas A.G. Jensen (Saturnus)?
D: Ancora oggi rimango incredulo ripensando a ciò che siamo riusciti a fare, soprattutto perché abbiamo avuto la fortuna di invitare entrambi a Roma tra gennaio e febbraio 2020, poco prima che scoppiasse una pandemia. Abbiamo fortemente voluto che Mikko e Thomas condividessero con noi parte del processo creativo, ed è stato di fondamentale importanza invitarli a Roma, renderli parte integrante del disco e non dei semplici ospiti a distanza. Loro sono stati fisicamente negli stessi luoghi in cui “Beyond The Shores” ha preso forma, solo così il disco ha potuto raggiungere l’amalgama che volevamo e che potrete ascoltare a breve. Ovviamente anche tutto il contesto di birrette, pranzi e cene e stato d’aiuto. Seguo Saturnus e Swallow The Sun da circa 15 anni e reputo Thomas e Mikko tra i migliori growler in circolazione e non solo in ambito death/doom, Mikko ha poi anche uno splendido cantato pulito che potete ascoltare in uno dei ritornelli del disco, se così li possiamo chiamare.

Vi andrebbe di presentare gli ultimi ospiti che mancano ancora all’appello?
R: Questo disco doveva avere un’attitudine diversa rispetto ai precedenti e volevamo dare un effetto corale ad alcune parti. Ci piaceva l’idea di avere una voce femminile e il panorama romano ci offriva la bravissima Elisabetta Marchetti degli Inno. Una voce formidabile che ti fa venire la pelle d’oca. Non si poteva non approfittarne. Il risultato è stato un mix di voci pulite che ti stimolano l’apertura del dotto lacrimale. Ma non è l’unica donna ad aver dato il contributo. Martina L. McLean, oltre ad aver diretto la maggior parte di video che abbiamo prodotto con Sanda Movies, ha prestato il suo formidabile scream per una linea vocale che ti lascia a bocca aperta. Ogni volta che sento quella parte devo cantarla e finisce che mi faccio male alla gola. 

Avete una formazione sostanzialmente immutata, se non erro, dal vostro esordio: lavorare sempre con le stesse persone è un vantaggio (meccanismi ben oleati, grande intesa) oppure uno svantaggio (alla lunga il mancato ricambio di “teste”potrebbe portare a un ristagno di idee)?
R: Direi che la prima delle due ipotesi è quella vera. Può succedere che quando lavori sempre con le stesse persone finisci per non riuscire più a rinnovarti per via del possibile mancato ricambio. Il fatto è che ognuno di noi si confronta con mille altre persone, tra un disco e l’altro. Ognuno di noi affronta una propria evoluzione e quindi vive esperienze completamente diverse. Il fatto di lavorare con persone come Marco o Martina ad esempio è solo una garanzia di professionalità. Le idee per fortuna non mancano e il confronto è molto vario.

Quando sarà possibile, proporrete “Beyond the Shores (On Death and Dying)” per intero dal vivo?
R: Onestamente non vedo l’ora. Questo disco è un viaggio per me. Vorrei affrontarlo su un palco e vivere l’esperienza che può offrire in sede live. Spero vivamente che questo possa avvenire il più presto possibile.

Dolore – E tu vivrai nel dolore…

Ancora un’opera interessante e fuori dagli schemi quella firmata da Dolore, pseudonimo dietro cui si cela Giorgio Trombino. “2020: i sette teschi di Andromeda” (Horror Pain Gore Death Production) è la colonna sonora di un film immaginario del quale preferiamo non spoilerare i contenenti per non non rovinare l’effetto sorpresa durante la visione. Pardon, l’ascolto!

Ciao Giorgio, complimenti per il nuovo album “2020: i sette teschi di Andromeda”. La prima curiosità che vorrei togliermi è di tipo tecnico: per comporre questo disco, pur trattandosi di una colonna sonora immaginaria, hai buttato giù un vero copione o ti sei mosso braccio, secondo l’estro del momento?
Ciao a te e grazie! Per quanto riguarda il metodo di scrittura, di solito procedo in modo abbastanza ordinato. Scrivo un primo pezzo in assoluta libertà, solo e unicamente per definire la base di suoni, messaggio e atmosfera. Dopo aver concluso e riascoltato alcune volte stilo una lista di titoli che diano l’impressione di una trama soggiacente. Da lì avanzo nella composizione, cercando di risolvere musicalmente gli enigmi legati allo sviluppo delle scene immaginate.

Mi racconti lo storyboard di “2020: i sette teschi di Andromeda”?
Puoi immaginare una grande nave stellare sulla quale un pericoloso ospite (da cui il titolo del pezzo di apertura) si muove nell’ombra, sabotando i sistemi di navigazione e sopravvivenza e uccidendo sistematicamente tutti i membri dell’equipaggio eccetto uno. L’ospite in questione potrebbe essere tanto un’entità semiastratta sulla scia di, per intenderci, The Color Out of Space di Lovecraft quanto una creatura in carne ed esoscheletro. L’astronave viene evidentemente distrutta, ma non prima di permettere all’unico sopravvissuto/a di fuggire su un modulo di salvataggio, anch’esso compromesso dall’ospite maligno. Quello che conta, banale a dirsi, è che le mie “trame” servano solo da rampa di lancio per la pura immaginazione di chi ascolta. L’intuizione individuale di situazioni e personaggi è ciò che rende, a mio avviso, avvincente lo svolgersi di un’azione. La vera regia è il cervello dell’ascoltatore. D’altro canto, con questi propositi iniziali, un film per suoni eccessivamente pilotato risulterebbe di una noia mortale tanto per chi scrive quanto per chi si ritrova a dover immaginare un numero troppo alto di elementi specifici.

Anche i tuoi lavori precedenti sono nati nello stesso modo?
Sì, ad eccezione dell’EP Tortura, episodio breve per il quale avevo abbozzato solo un fil rouge di sensazioni corporee e non una vera e propria trama.

Hai mai lavorato su una pellicola reale?
Ho lavorato ad alcuni documentari, nello specifico Hippie Sicily e La Spartenza di Salvo Cuccia e Furio Jesi – Man From Utopia di mio fratello Carlo Trombino e Claudia Martino, più, dal 2009 ad oggi, a una serie di musiche pubblicitarie per diverse committenze e a una trasposizione musicale-teatrale del libro L’Età Definitiva dello scrittore Giuseppe Schillaci. Non ho mai lavorato a un film di fiction. In realtà ci sarebbe in cantiere una collaborazione in tal senso, ma per il momento qualsiasi altro dettaglio è top secret…

Credi che lavorare per un regista in carne d’ossa, tutto sommato, si è rivelato più uno stimolo, dovendo trovare delle soluzioni vicine alle sue esigenze, oppure frustrante, dato che hai dovuto rinunciare parzialmente alla tua libertà?
Associare una musica a una o più sequenze di immagini è sempre un lavoro stimolante al di là di qualsiasi questione comunicativa con un regista. Inoltre, lavorare all’interno di un sistema di regole è, almeno per me, un metodo più avvincente di una generica libertà creativa. Come linea di principio penso che essere condotto al di fuori del proprio abbecedario compositivo sia utile a chiunque si ritrovi a manipolare qualsiasi forma di lavoro creativo.

In questi anni ti sei mosso in realtà musicali molto differenti da quella dei Dolore, come mai se arrivato a questo progetto prediligendo una base elettronica?
In verità Dolore è la mutazione solitaria di un progetto concepito da principio come spin off gobliniano degli Haemophagus. Più o meno nel 2013, o comunque attorno al nostro secondo album Atrocious (la cui intro era un tributo all’horror sound italiano), avevamo pensato di lasciare invariata la formazione ma di cambiare nome e, in parte, strumentazione solo per una serie di dischi e concerti. Il progetto non si concretizzò mai ma io restai attratto dalla possibilità di indagare su quelle sonorità. Ho cominciato ad ascoltare diverse diramazioni di musica elettronica negli stessi anni in cui muovevo i primi passi con i software musicali e ho sempre accarezzato l’idea di produrre qualcosa senza l’ausilio, o quasi, di strumenti acustici.

Credi che ci sia un elemento comune tra Dolore e quello che hai realizzato con Assumption, Haemophagus, Undead Creep, Morbo, Furious Georgie e Sixcircles?
Purtroppo l’elemento comune è lo scadente sottoscritto! Ad ogni modo, suono ciò che mi attrae, indago su elementi che mi stimolano. Un tempo mi preoccupavo molto di aderire a specifici schemi mentali piuttosto rigidi, mentre adesso vado unicamente dove sento di poter dare qualcosa.

La domanda da “lettino”: in modo conscio o inconscio hai associato la tua opera musicale al dolore, quasi che scrivere musica sia il frutto di un’attività straziante. Come mai?
Guarda, sarebbe doloroso il contrario. Di norma registro e, soprattutto, vedo pubblicata solo una minima frazione di quello che mi passa per la testa, e penso sia molto meglio così. Le idee musicali e testuali richiedono il vaglio minuzioso dell’autocritica e del tempo, e in più buona parte dei miei lampi fulminei sono, scusami il termine, delle minchiate clamorose. Tornando a “Dolore”, per me quel termine ha un’impronta naif, circoscritta, ideale per un progetto di genere.

Torniamo a cose meno cervellotiche, “Fantasmi” è uscito nel 2019 per Horror Pain Gore Death Production, così come la tua ultima fatica. Come mai “Tortura”, pubblicato fra i due, non è uscito per l’etichetta americana ma come autoproduzione, 2020?
“Tortura” è stato un divertente esperimento realizzato solo con i suoni di alcuni coltelli strofinati o percossi fra loro e successivamente rielaborati, scomposti e ricomposti con la tecnica della sintesi granulare. Data la natura di quei tre pezzi ho immaginato potesse considerarsi un episodio a sé e in un formato altamente volatile come quello del solo digitale.

Cosa vedremo prossimamente nel “Cinema del Dolore”?
Ho un paio di idee in mente ma nulla di accuratamente elaborato. Considera anche che nel frattempo mi sono tuffato in una serie di nuovi progetti diversi, dunque per quanto riguarda Dolore al momento sono felice di vagare nel nulla – o quasi!

Corde Oblique – The dry side of the moon

Esistono realtà, come i Corde Oblique di Riccardo Prencipe, che si muovono ai confini dei generi, rendendo così tanto impervia la catalogazione quanto affascinate la propria musica. Il nuovo “The Moon is a Dry Bone” (Dark Vinyl Records \ Metaversus Pr) non è da meno, affascinante sin dal criptico titolo, trasporta l’ascoltatore in un mondo parallelo che pare creato dal pennello visionario di De Chirico.

Riccardo, benvenuto su Il Raglio del  Mulo, con “The Moon is a Dry Bone” arrivi al settimo sigillo con iCorde Oblique, lo avresti mai immaginato all’indomani della fine dell’avventura Lupercalia? 
In effetti, si tratta del mio nono album in studio, il decimo se calcoliamo anche il live “Back Through the Liquid Mirror”. E’ molto difficile giudicare sé stessi e spesso i creativi dicono cose molto meno intelligenti di quelle che producono. Direi semplicemente che ero molto determinato a fare tanto e bene, spero di esserci riuscito.

Cosa aggiunge di nuovo questo album alla tua già nutrita discografia?
Sicuramente il sound: utilizzo anche chitarre elettriche e molti effetti, per la prima volta inoltre abbiamo introdotto la fisarmonica (di Carmine Ioanna). Dopo un album molto ricercato come “I Maestri del Colore” è venuto da sé un naturale ritorno alla forma canzone, anche se, in alcuni casi, molto audace.

Credi, invece, durante il tuo cammino artistico di aver perso qualche peculiarità che avevi all’inizio?
Forse quell’attitudine neofolk è un po’ più evanescente, in favore di una svolta prog. Anche se i nostri ascoltatori più fidati, per fortuna, continuano a seguirci nonostante la nostra voglia incessante di rimetterci in discussione.

Il titolo “The Moon is a Dry Bone” cosa significa?
“La luna è un osso secco”, un momento storico di stasi e di disincanto. Tutto ciò non ha assolutamente nulla a che vedere con il virus, lockdown etc. La luna era già un osso secco da tempo. L’egotismo di questo momento storico ha prosciugato la fertilità ricettiva del pubblico. Ci sentiamo ormai tutti su un palcoscenico virtuale.

Ancora una volta degli ospiti illustri, ti andrebbe di parlarne?
Non ho mai badato alla “fama” dei miei ospiti, nei miei dischi ci sono sia nomi “illustri” che perfetti sconosciuti. In questo disco sicuramente le novità sono due voci maschili: Andrea Chimenti e Miro Sassolini. Ho iniziato ad aprirmi e ad ascoltare la new wave italiana degli anni d’oro. Il risultato è una bella contaminazione di sensi. In realtà, c’è una terza voce maschile: Sergio Panarella, degli Ashram, con cui abbiamo collaborato già diverse volte. Un’altra voce che spero continuerà ad essere parte delle nostre sonorità anche in futuro è Rita Saviano, con cui lavoriamo anche live. Rita ascoltava e conosceva molto bene i nostri brani già da prima di cantare con noi, questo ha dato molto al progetto, è stata sicuramente una grande e nuova energia. Il dato tecnico conta poco se non c’è quello sensibile e una consonanza di gusti. Un altro nome non nuovo è Denitza Seraphim. Considero Denitza una sorta di sorella sonora, a mio parere una piccola grande erede della immensa Lisa Gerrard.

Quella degli ospiti è una costante nei tuoi album, mi verrebbe quasi da dire che non possano neanche essere definiti tali, che siano, anche se diversi di volta in volta, dei membri aggiunti. Teoria senza senso la mia?
Assolutamente vero! Da sempre gli ospiti sono parte integrante del progetto: Corde Oblique è una bottega. Di certo la band vera e propria è quella live, fatta da me, Edo Notarloberti, Umberto Lepore, Alessio Sica, Rita Saviano. Ma molti di questi ospiti sono di fatto parte integrante della formazione: Caterina Pontrandolfo ad esempio collabora con noi da oltre 15 anni, stimo molto il suo percorso creativo e la qualità dei suoi lavori, a prescindere dalla collaborazione con i Corde Oblique. Stesso discorso per Luigi Rubino.

Altra costante è la presenza di cover nel vostro repertorio, che piacere ti da lavorare sui brani altrui?
Esatto. Ogni volta che lavoro su una cover è un po’ come se dovessi distruggere qualcosa per poi ricrearla. Ha senso fare cover se sei disposto a rimischiare le carte. Per farlo bisogna porsi in modo disinibito verso di esse. A volte è difficile, poiché spesso ci si confronta con brani con cui si è cresciuti, ma la differenza tra una copia e una rivisitazione è proprio questa. Proviamo a “rivisitare” i brani con il nostro stile.

Su “The Stones of Naples” troviamo “Flying” degli Anathema, gruppo a cui hai reso tributo anche nel nuovo lavoro con “Temporary Peace”: come mai sei così attratto dal repertorio degli inglesi?
Ascolto gli Anathema da “Silent Enigma”, fu un disco che cambiò molto il mio modo di percepire la musica estrema a cui ero molto legato. Sentivo per la prima volta in quel lavoro delle sonorità che ai tempi avevano a che fare con il doom metal. Successivamente Daniel Cavanagh apprezzò molto la nostra cover di “Flying” ed aprimmo un suo concerto. Nell’album “A Hail of Bitter Amonds” c’è invece una collaborazione con Duncan Patterson.

In chiusura, mi soffermerei sul rapporto musica\immagini, dalla title track è stato tratto un video: come è nato?
Conoscevo il regista lituano “Rytis Titas” per i suoi bellissimi video per i Diary of Dreams, gli inviai il brano e gli proposi di realizzare una clip in stile noir con citazioni delle foto del disco, scattate da Paolo Liggeri. La donna sogna di svegliarsi e di correre nel bosco, ad un certo punto è attratta dalla luce della luna, ma quando si avvicina arriva il disincanto, la disillusione: la luna è un osso secco.

Foto (© Sabrina Ardore)

Tenebra – L’urlo di Gen terrorizza l’oriente

Italia e Cina, paesi mai come in questi ultimi mesi accomunati da un triste destino e da una caparbia voglia di superare un momento difficile. A rinnovare un connubio, che vede anche celebri predecessori, ci hanno pensato i Tenebra, autori mesi fa di “Gen Nero”, album che nella versione in musicassetta uscirà per un’etichetta, SloomWeep, che ha la propria sede nel Paese asiatico.

Ciao ragazzi, “Gen Nero” è uscito da qualche mese e siete pronti a conquistare la Cina con la sua ristampa in cassetta ad opera della SloomWeep: come ci si sente nei panni di novelli Marco Polo?
Silvia: Molto bene! Grazie ai ganci con il Kublai Khan siamo pronti a dominare il Catai!

Come siete entrati in contatto con l’etichetta asiatica?
Emilio: Magie dei social. A gennaio mi venne in mente di aprire una pagina Instagram della band, perché avevo avuto l’impressione che oramai Facebook non offrisse più molto per i gruppi. Dopo un po’, postando foto e video sono arrivati vari contatti con etichette e podcast esteri.

La cassetta sarà disponibile anche qui in Italia?
Claudio: Sì! Sono già in viaggio dalla Cina! Sarà un’edizione super limitata e immagino che ci vorrà qualche tempo per il loro arrivo in Italia. Sono curioso anche io di vederle “dal vivo”, perché la cassetta ha una copertina diversa dall’LP.

Al di là della ristampa, vi va di fare un primo bilancio sull’accoglienza ricevuta da “Gen Nero”?
Emilio: Sono molto orgoglioso di “Gen Nero”. Ovviamente non per il numero di copie vendute, ma per la ricezione da parte della critica e del pubblico certamente sì. Siamo finiti nelle classifiche di fine anno di Rumore e Blow Up in Italia, Cvlt Nation ha scritto un articolo su di noi quando uscì il video del singolo. Non è affatto male per un disco completamente autoprodotto e registrato in tre giorni! Bisogna anche ringraziare Marco di Metaversus, che ha curato la promozione del disco, per questo.

Quanto vi ha penalizzato il lockdown sia dal punto di vista pratico, concerti saltati, che da quello più squisitamente promozionale?
Emilio: Avevamo fissata qualche data che è ovviamente saltata, purtroppo. Ma direi che tutto sommato quello che “Gen Nero” poteva fare per la band era già esaurito. È stato il dispiacere di non suonare insieme la cosa più dura, primariamente siamo quattro persone che stanno bene insieme, anche se viviamo lontani. Siamo i primi ad essere entusiasti della nostra musica e privarcene è stato duro.

Come si supera questa impasse, scrivendo nuovo materiale?
Mesca: Dunque, fortunatamente a dicembre avevamo finito di registrare i demo per il disco nuovo, durante la quarantena li abbiamo mixati e mandati un po’ in giro. Paradossalmente è stato un periodo fruttuoso: il disco nuovo, che cominceremo a registrare tra qualche giorno e che dovrebbe uscire nel primo trimestre del 2021, godrà della coproduzione di ben tre etichette, tra Europa e Stati Uniti! Tutte trovate mentre eravamo chiusi in casa! Poi, sì, abbiamo scritto qualcosa di nuovo, ma il grosso del materiale era già pronto, anche se non provato, prima della quarantena.

Mi soffermerei su questo punto, avete essenzialmente un background hardcore, qual è stata l’alchimia che vi ha portato a lavorare insieme su sonorità lontane da quelle proposte in precedenza dalle vostre band?
Emilio: rispondo a titolo personalissimo. La scena punk/hardcore che ho vissuto io a Bologna era già, negli anni ’90, un luogo spurio in cui le contaminazioni erano la prassi, a mia memoria di gruppi à la Minor Threat ce n’erano pochissimi e quei pochi si sono evoluti in fretta. Era la bellezza di quegli anni: andavi a un matinée di Atlantide, soprattutto nei primi tempi e ci vedevi un gruppo powerviolence, un gruppo indie e un cantautore folk. Tutti nello stesso posto, tutti che si conoscevano, tutti che si supportavano l’un l’altro. La scena punk/diy dava modo di suonare dal vivo a un sacco di gente, senza la tristezza del “concorso per band emergenti” o dei locali per coverband. Se ti piaceva la musica underground eri sicuramente passato ad Atlantide almeno una volta. Per quel che mi riguarda la musica degli anni ’50/’60/’70, ma anche il “pre war folk”, sono sempre state influenze importanti, semplicemente, dopo l’enorme stop successivo alla fine della mia band precedente, quasi dieci anni, mi è tornata la voglia di suonare e sono voluto tornare alle origini, a quello che mia madre mi faceva ascoltare quando ero bambino. Sono stato fortunato che Mesca e Claudio, anche loro punkettoni impenitenti, condividano l’amore per le sonorità “vecchio stile”. Silvia è stata la grande sorpresa del gruppo: la più giovane, ma anche la più appassionata di underground ’60 e ’70!

Il modo di lavorare in studio invece, al di là delle sonorità differenti proposte, è rimasto immutato oppure c’è stato anche un cambio attitudinale e quindi di approccio al lavoro in studio?
Mesca: No, registreremo il prossimo disco dal vivo come il precedente, siamo tutti convinti che sia il modo migliore per tradurre la nostra musica nelle registrazioni. Niente click, niente trigger, pochissima “studio magic”: what you see is what you get.

Curiosità finale, più che altro retaggio di un passato da chierichetto, ma “Gen Nero” in qualche modo ha che fare con i famigerati Gen Rosso?
Silvia: Certo! “Gen Nero” voleva essere proprio la presa in giro di quel mondo oratoriale anni ’70, fatto di ballatone dal sapore vagamente prog, chitarre acustiche scalcagnate e coristi stonati. Poi suona bene, no?