Luigi Maria Mennella – Aes grave

Ospite di Mirella Catena ad Overthewall il polistrumentista e cantante Luigi Maria Mennella, la mente dei progetti Furvus, En Velours Noir e F.ormal L.ogic D.ecay.

Ciao Luigi e benvenuto su Overthewall: cantante e polistrumentista, autore impegnato in ben tre progetti musicali. Com’è iniziata la tua carriera artistica?
Guarda, musicalmente parlando, comincio con un aneddoto: mi sono avvicinato al pianoforte quando avevo circa sette anni. A quei tempi prendevo lezioni regolarmente, ma dopo due anni l’insegnante mi cacciò, perché si accorse che eseguivo gli spartiti a memoria. E’ incredibile il cervello dei bambini a quell’età, no? Peccato che poi dopo uno si rincoglionisca un po’. In pratica ascoltavo e guardavo l’insegnante, ripetevo dentro di me ed eseguivo. Le prime volte ovviamente non perfettamente. Lei mi correggeva. Io ripetevo nuovamente ed eseguivo un po’ meglio. E andavo avanti così. E questo veniva interpretato come un naturale progresso nella lettura. Poi un giorno mi ha cambiato senza avvisarmi qualche nota sullo spartito e mi ha scoperto (e mandato via…). Poco male: il piano in realtà l’avrei ripreso qualche anno dopo, ma intanto mi sono concentrato prima sulla chitarra e poi altri strumenti. Però, vedi, sono sempre rimasto affascinato dall’uso della voce. A quei tempi rimanevo estasiato nell’ascoltare i virtuosismi dei cantanti heavy metal. Mi sembravano qualcosa di incredibile rispetto magari ai cantanti tradizionali che poteva ascoltare mia madre a casa oppure i miei amici. Ma questo mito mi si è incrinato nel momento in cui ho ascoltato per la prima volta un lavoro solista di Stratos. Mi pare fosse “Cantare la voce”, che è un disco che allora non conoscevo: l’ho trovato su una bancarella dell’usato, non ricordo neanche dove e ne rimasi estasiato – ero molto giovane (avrò avuto…12/13 anni?). Vedo e rimango incuriosito (mi piaceva il cinema horror) da questo disco con la copertina quasi “gore” con raffigurata questa persona con la gola aperta e lo compro subito. L’ascolto e rimango folgorato! Mi chiesi: “come cavolo fa a fare queste cose con la sola voce?!” Sembrava veramente uno strumento! E questo episodio mi ha aperto nuovi orizzonti mentali ed è cambiato quello che poi sarebbe stato il mio approccio alla musica. Poi…non sono di quelli che dicono: “(…) io mai una lezione di canto e bla, bla, bla” (leggi = “sono un genio autodidatta”)” …come se ci fosse da vergognarsi, perché c’è un po’ questa tendenza, se vogliamo spocchia in chi canta in certi giri. Ti dirò di più. Io addirittura per svolgere un certo tipo di studi ho aspettato di raggiungere la maturità vocale necessaria per la propedeutica che precede l’ingresso al Conservatorio. E gli studi di Stratos li ho ripresi ovviamente dopo rispetto all’episodio del disco, per gradi, mano a mano che approfondivo il discorso vocale; e prima di entrare al Conservatorio mi sono rivolto comunque a un soprano che insegnava canto lirico in Italia (Lucia Stanescu). Poi mi sono iscritto regolarmente, anche se ho avuto anche lì un approccio un po’ ribelle, ma non dilunghiamoci… però, ecco, questa cosa di usare la voce in modo non convenzionale e anche suonare a orecchio per il discorso prettamente strumentale è sempre stato un mio ‘vizio’. Forse è anche per questo che amo tanto l’improvvisazione, entrare in un flusso sonoro e lasciarmi andare, in modo sempre diverso e per certi versi anche imprevedibile. Chiaramente: confini armonici premettendo. A livello di produzione, a parte i classici gruppi rock / heavy nati tra i banchi di scuola e una quindicina di anni di attività parallela di metal estremo (ho suonato anche thrash, death, grind, black, etc), il mio primo lavoro che non ‘ripudio’ è una demo fatta uscire nel 1990 per il progetto F.ormal L.ogic D.ecay. Era un lavoro molto minimale, ispirato dalle sperimentazioni di Pierre Schaeffer e John Cage. Ecco ancora quindi cose diverse dagli ascolti abituali o dei miei amici… Da lì poi ho abbandonato ogni remora espressiva: non suonavo per i soldi (come se poi fosse facile…), per la gloria, neanche per le ragazze o per il partito…no: lo facevo solo perché era l’unico modo in cui riuscivo a tirare fuori, dare una sorta di forma percettiva a quello che avevo dentro. Il mio debutto discografico, la prima uscita di larga diffusione intendo, lasciando perdere le demo tape e prodotti di questo tipo, la debbo a Giovanni Indorato (ai tempi con la label Beyond…Prod.). Una persona incredibile, per me quasi un fratello, anche se oggi abitiamo un po’ distanti l’uno dall’altro. Ai tempi lavoravo per lui come grafico per le sue uscite e lui aveva già apprezzato ad esempio il primo demo di En Velours Noir, mi aveva dato una mano per distribuirlo, etc. Sapeva che ero entrato in studio per registrare per Furvus, direttamente un disco, senza demo o altro. Mi chiese di ascoltarlo. Finito l’album mi dice qualcosa come: “con quale formato o packaging lo facciamo uscire?”. Diretto ed essenziale, come è fatto lui. Sempre lui poi ha fatto debuttare il mio progetto En Velours Noir prima citato, mentre la prima pubblicazione professionale per F.ormal L.ogic D.ecay avviene uno o due anni dopo con la tedesca Dark Vinyl, per l’album “Løvstakken”. E qui mi fermerei, perché più che una risposta è una biografia. Ecco i link diretti per ascolto:

Ho parlato dei tuoi progetti musicali, tutti da solista e diversi tra loro. Sono tre lati di te ugualmente ripartiti o tra questi uno ti è particolarmente caro?
No, non del tutto e poi mi spiego meglio. Sono tre sfaccettature della stessa persona che per motivazioni stilistiche, di riferimenti culturali ben precisi, mi permettono di incanalare quello che sto componendo e dargli una connotazione estetica finale. Con Furvus esprimo il mio amore per la musica antica, le drammaticità epica, la sofferenza dell’uomo nei Secoli bui, l’introspezione umana all’alba della società moderna… e mi sono imposto anche dei confini filologici (per sonorità, strumentazione, iconografia, etc.) ben precisi. Con En Velours Noir si cambia registro: esprimo una visione più romantica, una teatralità più gotica, a tratti grottesca e che non si spinge solitamente oltre i riferimenti alla Belle Époque. Ultimamente il progetto si è evoluto verso riferimenti jazz noir e chansonnier, ma rientra comunque in un’estetica dark. F.ormal L.ogic D.ecay è il resto e in tal senso è il progetto che mi dà maggiore libertà. Tutto ciò che è ricerca sonora, espressione non convenzionale… poi chiaramente, anche per un naturale gioco di esclusioni, a livello di sonorità si prosegue l’iter storico a cui accennavo prima – diciamo che parte dalla musica concreta – per spingersi fino alle frange più estreme della power-electronics…ma nel mezzo trova posto tutto quello che ha venature sperimentali: ambient, industrial, Kraut, IDM, jazztronica, elettroacustica e via dicendo. Con questi tre progetti riesco a dare un volto ben preciso alla mia musica. Come riferimenti storico-culturali a ben vedere rimangono esclusi un paio di secoli, ma qui subentra un discorso di gusti personali che riguardano l’estetica di questi periodi (600/700). Diciamo sinteticamente che non mi piacciono tanto le parrucche incipriate…(poi, la musica di Bach, Handel …poi Mozart…il primo Beethoven per citare i nomi più noti non si tocca, ovvio).

F.ormal L.ogic D.ecay è forse il tuo progetto che lascia più spazio alla sperimentazione, alla pura creatività. Le tue intuizioni, come rielaborare il rumore dei fornelli del gas o le urla della vicina di casa, sono qualcosa di geniale. Quanto dura la gestazione di un album? So che presto pubblicherai qualcosa di nuovo…
Sì, come accennavo prima è un progetto per me di totale libertà espressiva con una più o meno esplicita venatura sperimentale. Le tracce a cui ti riferisci per dire sono legate alla mia ricerca ‘concreta’ passata ed è materiale molto estemporaneo e di veloce gestazione. Anche datato, se vogliamo. Poi, a seconda dello stile adottato, chiaramente le tempistiche di produzione si allungano; a prescindere che si tratti di un lavoro <apparentemente astratto> come può sembrare il noise, la power-electronics o ambient; oppure che abbia una forma più strutturata e intellegibile come certa musica elettronica o perfino folk apocalittico, perché quello che mi ruba maggior tempo è il concept; che quasi sempre per me è anche legato a un discorso visual per le mie illustrazioni, artwork, etc. La registrazione di per sé avviene quasi sempre in modo istintivo, con tantissima improvvisazione. E a tal proposito – per rispondere all’altra parte della tua domanda – ho da qualche mese ultimato per questo progetto (F.ormal L.ogic D.ecay) il primo di una serie di album (al momento intitolata “Oxidierte Elektronik” / “Elettronica Ossidata”) dedicata alle sonorità elettroniche / sperimentali nate tra i primi anni 70 e metà 80. Un’epoca musicale che non ho potuto vivere del tutto, ovviamente anche per motivi anagrafici, ma rappresenta una parte fondamentale del mio background culturale come musicista. All’interno di questa disco tutto è stato realizzato con una dedizione quasi filologica, partendo dalla scelta dei timbri (ad esempio ho usato strumentazione vintage o accurate emulazioni di macchine storiche che per rarità e prezzi di mercato sono per me, come per tanti, quasi inaccessibili) fino ad arrivare a un workflow prettamente analogico e molto spesso come accennato prima improvvisato… La pubblicazione al momento era stata bloccata a causa dell’epidemia, ma se il problema rientra dovrebbe esser mandato in stampa verso quest’estate. Vedremo: è un periodo molto difficile per le case discografiche, come potrai immaginare.

Furvus è un progetto legato alla musica antica e neopagana, una ricerca accurata e fedele che sintetizza quasi un millennio di musica, dall’Impero Romano al tardo Rinascimento. Com’è nato questo progetto?
Non nasce con un grosso intento programmatico che non sia il mio amore per determinate sonorità che pescavano tanto dalla tradizione della musica antica, soprattutto medioevale quanto dal settore delle colonne sonore dalle forti tinte epiche; sul piano ideologico c’è questo forte legame che ho sempre sentito con le mie origini pagane e anche una l’irrefrenabile moto interiore verso tutto quello che è stato l’oscurantismo religioso nella nostra cultura… in una chiave sicuramente più edonistica di quella che la storia ci ha consegnato tra lotte di potere e di culto. Il primo disco “Deflorescens Iam Robur” parlava proprio di questo e in soli 39 minuti e 20 tracce ho tracciato un percorso da quello che immaginavo fossero le composizioni marziali della Roma Imperiale fino ad arrivare al tardo Rinascimento. Ho cominciato a lavorarci ex abrupto attorno al 1998, molto tardi rispetto a quando ho iniziato a suonare…anche perché tecnicamente parlando questo accadde quando entrai in possesso di sintetizzatori che permettevano una decente emulazione di determinati strumenti classici (parlo di suoni non cheap tipo Bontempi) o comunque sonorità sì più moderne, ma che ne richiamassero il sapore o si amalgamassero con essi. Parlo di un periodo in cui registravo ancora la parte strumentale su bobina e la voce in studi professionali. Questa cosa è poi stata mal interpretata dalla stampa, che riportò che avevo usato solo strumenti veri antichi…se’…Magari! …Leggendo in rete poi ho scoperto (con molto piacere) che nonostante i suoni non perfetti il disco da alcuni è considerato un classico del genere …o non-genere…come definirlo? Sono gli anni in cui qualcosa di questo tipo veniva utilizzato esclusivamente per intro e outro di gruppi metal, ma non per un album intero. Mortiis forse, ma erano quattro note in croce. Magari gli Arcana? Sicuramente i grandiosi Ulver per le parti acustiche di chitarra…certamente alcune colonne sonore…ma niente di sistematico. L’album andò benissimo (tanto che è arrivato alla terza ristampa), anche grazie all’ottimo lavoro promozionale di Giovanni. Poi chiaramente, se mi permetti di chiudere con altri aneddoti – essendo un po’ una novità – il pubblico si divise tra quelli che lo capirono e apprezzarono (magari perché avevano anche produzioni Cold Meat tra i loro ascolti) e i metalhead più intransigenti che avevano comprato l’album pensando che fosse un album di power-metal e perché aveva un bellissimo packaging (il produttore si “svenò” in tal senso…): un digibook in pelle inciso in oro…e c’ero io in abiti neo-medievali con spade, mazze ferrate e serpenti… dettagli attraenti per un certo tipo di target, ecco… Ricordo ancora con simpatia una recensione di una persona che mi stroncò dicendo che il disco faceva schifo, perché “(…) non c’era neanche la batteria o un assolo di chitarra elettrica e dovevo tagliarmi i capelli in quanto indegno…io e la mia fottuta musica ambient!”. E sottolineo “ambient” per darti l’idea di quanto l’avesse ascoltato…o fosse esperto del genere… Altri poi si lamentarono del fatto che un “gruppo” che si affaccia sul mercato internazionale “(…) dovrebbe cantare in inglese e non in italiano”. E su questo stendo un pietoso velo…

Oltre la sperimentazione musicale, una cosa che mi ha particolarmente incuriosito è la sperimentazione vocale, unica nel suo genere. In cosa consiste?
Allora…a parte ringraziarti, troppo gentile…cominciamo col dire che concretamente, se vogliamo parlare di voce come strumento non ho inventato nulla, ma a livello di approccio compositivo ho piuttosto cercato di introdurre per gradi nella mia produzione alcune soluzioni espressive. Talvolta anche in modo discreto, con un mixaggio quanto più armonioso possibile e che non facesse prevalere la voce sugli strumenti, ma piuttosto le consentisse di sciogliersi in unico flusso sonoro. Ecco allora che con questo tipo di mixaggio solo un orecchio attento può distinguere una naturale diplofonia vocale da un uso di un harmonizer, ma ci tengo a dirlo: l’unico effetto che uso per la voce è il riverbero. E neanche sempre. Qualsiasi cambiamento di timbro, colore, registro mi sforzo di ottenerlo in modo naturale, che si tratti di un disco come “His Master’s Void” (F.ormal L.ogic D.ecay) dove ogni traccia sembra cantata da una persona diversa che la parte corale poltimbrica di “Aes Grave” (Furvus). La ricerca vocale che svolgo da anni si basa essenzialmente su tecniche di modulazione della voce che effettivamente nella nostra tradizione occidentale sono sempre state appannaggio di nicchia, svolto in parte da grandi ricercatori quali appunto il prima compianto Stratos, in parte all’interno di giri culturali con attitudini divulgative che a mio avviso soffrono un po’ troppo una certe preponderanza ‘orientaleggiante’ (che è poi, Mirella è il motivo per cui la gente si è avvicinata poco, reputandola roba da fricchettoni o Hare Krishna e altri fraintendimenti). Ma è un enorme errore di massa. Il potenziale della nostra voce – che per me è e resta lo strumento più incredibile a nostra disposizione (e anche il più bastardo perché ti tradisce a seconda dei giorni) – è dannatamente sottostimato. Apro una parentesi: Uno potrebbe dire…figuriamoci: è già tanto se ci siano cantanti intonati in giro. Nella lirica, nel jazz, così come nel metal è il minimo sindacale…ma vallo a dire a chi fa musica leggera, cantautoriale…e potrei citare anche nomi grossi osannati della dark-wave…per non parlare dell’abuso di auto-tune, ma questo accade perché alla fine dei conti spesso la voce viene concepita (e in tal senso siamo assuefatti) come qualcosa di ben definito, limitato e che ci piaccia o no inconsciamente derivativo delle voci sanremesi che sentivamo intonare ai nostri genitori e allora diventa tutto solo una questione di approccio più o meno rispettoso, trasgressivo verso lo strumento. In pratica la differenza tra il chitarrista meticoloso che impugna bene una chitarra e quello che la tiene alle ginocchia e a stento sa tenere in mano un plettro o avere un corretto appoggio della mano. Chiusa questa parentesi… Poi personalmente ho cercato di andare anche oltre quanto imparato dalla suddetta tradizione vocale, spingendo la laringe verso territori anche pericolosi per la voce (ancora me li ricordo i cazziatoni al Conservatorio, perdita di voce, etc.), alla ricerca di suoni estremi o inediti. Ma se ci pensi alla fine le corde vocali, le pliche se le vogliamo chiamare in modo più tecnico sono tessuti tendinei che lavorano in modo simile alle corde di uno strumento, per vibrazione al passaggio dell’aria. Il nostro corpo provvede all’amplificazione, ma non c’è effettistica aggiunta…Tuttavia quello che si riesce ad ottenere per esempio solo con il diverso posizionamento della lingua nel palato o lavorando sulla laringe, mediante una specifica respirazione o fonazione…va ben oltre quello che ci ha raccontato buona parte della produzione discografica mondiale.

Recentemente hai inaugurato un sito, molto esauriente, che raccoglie tutti i tuoi progetti, L’Entropiste. Ce ne parli?
Non essendo un assiduo frequentatore di social network, di fronte alla piega (ma diciamo anche “piaga”) che hanno preso negli ultimi anni ho sentito la necessità di isolarmi telematicamente. Ho sempre avuto siti o blog, li ho sviluppati per anni anche per lavoro, ma avevano il difetto di essere dispersivi a causa delle troppe diramazioni dei miei progetti artistici. ‘Approfittando’ del lockdown, ho portato a termine quello che era un mio vecchio progetto di portale che racchiudesse tutto quello che faccio, quindi quello che sono. E’ stato un lungo lavoro di raccolta materiale, ma anche di sintesi (ho tolto davvero tanto, sia perché per me non più rappresentativo, sia per una necessità catartica mia). Nasce così l’ entropiste.com: un modo per comunicare in modo più selettivo a una parte del suddetto network e condividere – e questo per me è importante – con gente veramente interessata (non quelli che ti aggiungono su Facebook per far numero o farsi gli affari tuoi, per intendersi) la mia musica sicuramente, ma anche parte di quello che mi porta a concepirla. Guarda…visti i riscontri positivi che sta avendo mi sono sentito motivato e sto già lavorando a parti chiuse al pubblico che riguardano ad es. la mia attività passata in gruppi ormai sciolti, o quella di produttore esecutivo per molti progetti musicali; e altro ancora che fa parte della mia vita musicale da moltissimo tempo.

Che importanza ha per te l’esibizione live? Ti manca non poterti esibire dal vivo in questo periodo? Sinceramente? No. E lo dico con il massimo rispetto e solidarietà per tutti quelli hanno deciso di vivere di musica live o semplicemente di utilizzare questa formula comunicativa. Il punto è che sono cresciuto ascoltando gruppi che dal vivo triplicavano la durata dei pezzi lasciandosi andare in sperimentazioni non programmate o che su disco partivano da un’idea per poi svilupparla in maniera totalmente diversa… quasi lisergica. Ed è con questo spirito che ho passato gli ultimi anni a fare live spesso di pura improvvisazione sonora, ma davanti a un pubblico che era abituato a sentire musica di genere (se non mi conosceva) o in caso contrario con un contenuto sonoro pedissequamente fedele a quello presente su determinati miei dischi o di artisti a me paragonati in sede promozionale. Aggiungo: dischi sempre diversi ma anche rielaborazioni o performance live sempre diverse nel caso di F.ormal L.ogic D.ecay (che poi è quasi l’unico progetto che ho portato dal vivo ultimamente) e questo destabilizzava tanto l’ascoltatore quanto la mia libertà espressiva. In ultima analisi, considera che sono un solista, non mi occupo di musica propriamente minimale… odio le basi preregistrate e dal vivo creo quindi le mie stratificazioni sonore con una loop station, suonando uno strumento dopo l’altro…e puoi facilmente immaginare quante volte mi sia spaccato la schiena a portarmi dietro un vero e proprio arsenale… Con il primo lockdown ho rotto ogni indugio, rivoluzionato il mio studio, ricablato tutto e per un po’ di tempo voglio dedicarmi esclusivamente alla produzione.

Cosa c’è nel futuro musicale di Luigi Maria Mennella?
Da qualche anno ho spostato la mia produzione verso il cinema (essenzialmente colonne sonore e sound design). Si tratta di un mondo che adoro fin da quando ero bambino, ma a mio avviso non avevo ancora la maturità musicale per poter anche solo sperare di provarci. Mi è stata data fiducia da alcuni registi e – cosa che mi ha fatto enormemente piacere (non pensare che sia un ambiente meno chiuso di quello che conosciamo per la musica che ascoltiamo di solito) sono stato motivato da compositori dell’ambiente e ho cominciato a lavorare ai miei primi corti e mediometraggi. Il Covid-19 chiaramente ha rallentato un po’ le cose (anche l’anno scorso dovevano uscire tre lavori molto eterogenei, per me importanti che ormai vedranno la luce forse questa estate? Autunno? Chi lo sa?), ma questo cammino ormai l’ho intrapreso e, pur non abbandonando i miei progetti musicali storici o i lavori di ricerca vocale, sicuramente buona parte delle mie energie future andranno in questa direzione, perché è quella che trovo più stimolante.

Adesso andiamo ad ascoltar qualcosa tratto da Furvus, dall’ ultimo album “Aes Grave”. Vuoi parlarcene tu?
Allora… “Aes Grave” è un disco che esce nel 2017 e viene pubblicato dall’etichetta tedesca Dark Vinyl. Il concept dell’album è una sorta di viaggio nel passato, nel tentativo di rivivere tutto quello che il tempo non ha cancellato e la memoria dell’uomo e la storia hanno fortificato. Mi riferisco al ricordo delle persone amate, della fede persa e del sangue versato. Si tratta di quadri emotivi ridipinti con colori moderni, dove tutto però è realizzato con un uso equilibrato del computer (ad es. ogni strumento acustico percussivo è realmente suonato, ogni voce è realmente cantata – cori inclusi – da me / non ho assolutamente utilizzato VST vocali; che poi ci tengo a dirlo è una caratteristica peculiare del progetto Furvus). Questo poi è stato miscelato con strumenti acustici chiaramente sintetizzati, perché non ho un’orchestra vera a disposizione, su un substrato di elaborazioni concrete, ambientali. ll titolo “Aes Grave” richiama l’uso di questa moneta antica (letteralmente “bronzo pesante”) che veniva posta sugli occhi dei defunti per pagare il traghettamento verso l’Ade da parte di Caronte; e la metafora finale è quindi quella di una catabasi sonora nell’inferno della propria intelligenza emotiva con un obolo forse troppo caro da pagare: il rivivere e dover reinterpretare i suddetti ricordi e le emozioni, spesso il dolore, che potevano aver suscitato. …e quando dico “dolore” non ci giro intorno. In “Melopoeia Pestilentiae, Caudata Domina Nostra”, in questa traccia dove interpreto un frate che vaga nella desolazione della città devastata dalla peste con una lanterna in mano e recita una preghiera in latino, prima di accasciarmi malato al suolo e venire divorato dai topi …mi sono realmente gettato a terra con un oggetto di vetro (in modo da riprodurre sia il suono della caduta che del vetro rotto) e mi sono anche fatto male …quindi – come si dice nel cinema? – “buona la prima”.

Grazie di avermi concesso quest’intervista.
Grazie a te per l’attenzione, a quelli che non si sono addormentati visto che son stato prolisso. E un grazie anche a quelli che magari vorranno visitare il mio sito per conoscere meglio la mia musica.

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 01 febbraio 2021:

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