The Old Blood – Il sangue della vecchia scuola

Christian Montagna è uno stakanovista dell’underground, una di quelle macchine che non riescono a star ferme, perché la passione e l’amore per la musica è un carburante troppo potente. Quando una persona come lui scrive la parola fine su un capitolo importante della propria vita, non può che iniziarne uno nuovo: The Old Blood, la sua nuova creatura, è un contenitore di videointerviste rilasciate da persone, artisti ma non solo, che hanno contribuito e contribuiscono ad alimentare il sacro fuoco dell’underground…

Benvenuto Christian, prima di passare al tuo nuovo progetto The Old Blood, farei un passo indietro: lo scorso marzo, dopo nove anni di attività, hai messo la parola fine alla tua zine Son of Flies: come mai?
Ciao Giuseppe. Grazie per la tua gentilezza e per lo spazio concessomi. Sono felice di rispondere a queste tue “stimolanti” domande. Prima di iniziare a parlare di me, volevo farti i complimenti per il tuo lavoro e per il bellissimo libro “Icons of Death” che sto continuando a leggere con interesse in questi ultimi giorni. Facendo riferimento a questa prima domanda, posso dire che ho messo fine al mio percorso come scrittore nell’underground musicale dopo oltre 25 anni di attività ininterrotta (mi riferisco solo al ruolo di writer indipendente, appunto). Son Of Flies Webzine (https://www.sonofflies-webzine.it/) ha accompagnato gli ultimi nove anni della mia vita, pubblicando su di essa oltre duemila articoli tra recensioni e interviste a gruppi italiani ed internazionali. Il sito ufficiale della webzine è ancora attivo e la tendina laterale presente all’interno della pagina lascia trasparire il grande lavoro svolto (solo da me) dal settembre 2012 al marzo 2021. La mia più grande soddisfazione, aver avuto la possibilità di intervistare artisti del calibro di Donald Tardy degli Obituary, Fenriz dei Darkthrone, Lee Wollenschlaeger dei Malevolent Creation, Luc Lemay dei Gorguts, Scott Reigel dei Brutality, Martin Stewart dei Terror, John McEntee degli Incantation, Jef Stuart Whitehead aka Wrest del progetto Leviathan, Josh Graham degli A Storm Of Ligth ed ex-Neurosis, Harley Flanagan dei Cro-Mags, Steve Von Till dei Neurosis, Jeremy Wagner dei Broken Hope, Dan Swanö degli Edge Of Sanity, Jamie Saint degli Ulcerate, Mick Moss degli Antimatter, Jacopo Meille e Graig Ellis dei Tygers Of Pan Tang, Gabriele Panci aka New Risen Throne, Peter Andersson aka Raison D’Être, Aaron Stainthorpe dei My Dying Bride,  Jonas Renkse dei Katatonia, Michael Borders dei Massacre, Bjørn Dencker dei Dødheimsgard, Peter Bjärgö degli Arcana, Kristoffer Rygg degli Ulver, Chris Spencer degli Unsane, Richard Hoak  dei Total Fucking Destruction ed ex-Brutal Truth, Chris Reifert dei Violation Wound, Autopsy, ex-Death e tanti altri ancora. Nell’ultimo post pubblicato su Son Of Flies Webzine, quello del 5 marzo 2021, avevo scritto: “La Musica, anche al giorno d’oggi, riveste un ruolo fondamentale ed è parte integrante della mia vita, e non smette mai di affascinarmi. Il problema (principale) è che, per certi aspetti, si è arrivati al limite della saturazione. Nella contemporaneità pochi musicisti riescono a sorprendermi, pochi dischi sono in grado di rapire la mia persona, questa è l’unica verità. E con ciò non sto dicendo che non ci sia la buona musica.” Poi aggiungevo: “Devo essere sincero: apprezzo pochissima musica odierna, che sia rock, punk, hardcore, metal, noise, elettronica, ambient o altro. Diciamo che negli ultimi 10 anni sono diventato molto selettivo e spesso ascolto solo musicisti e dischi dei tempi ormai andati, molti di questi artisti continuano ad essere attivi nel panorama musicale”. Quindi, senza dilungarmi troppo su questo argomento, ho deciso di poggiare la mia penna per mancanza di stimoli, dopo aver consumato litri di inchiostro per oltre due decadi. Oggi continuo ad essere attivo nel circuito di nicchia, soprattutto in quello nostrano, portando avanti questo nuovo progetto (The Old Blood) da me ideato nel maggio 2021. E comunque, a prescindere dai 9 anni investiti per nutrire Son Of Flies Webzine, il mio passato è stato caratterizzato da tanto altro e tante altre esperienze, come scrittore e musicista. Se mi è concesso, vorrei parlare un po’ di questo per dare la possibilità a chi legge di ripercorrere insieme a me alcuni momenti importanti della mia vita. Molti sanno già che la mia più grande passione è il metal in tutte le sue sfaccettature: un genere musicale che mi ha formato e cambiato la vita, approfonditamente studiato nel corso del tempo. Ma devo anche dire che, di giorno in giorno, non ascolto solo gruppi e dischi metal. Per esempio, amo dannatamente il vecchio hardcore italiano ed americano, come anche sonorità sperimentali quali ambient, dark ambient, industrial, noise etc.. Avevo solo 9 anni quando mi avvicinai ai primi dischi rock/metal, e mi riferisco a pietre miliari come U2 “War”, Pink Floyd “A Momentary Lapse of Reason”, Europe “The Final Countdown”, Queen “A Kind of Magic”, Guns N’ Roses “Appetite For Destruction”, AC/DC “For Those About to Rock”, Iron Maiden “Killers” e “Piece of Mind”. Ai miei 11 anni arrivarono i Metallica di “Ride the Lightning” e “Master of Puppets” e i Testament di “Souls of Black”, ai 12 anni la folgorazione totale con i Sepultura di “Arise”, ai 13 anni venni letteralmente rapito dai Cannibal Corpse di “Tomb Of The Mutilated”, dai Deicide di “Legion”, dai Brutal Truth di “Extreme Conditions Demand Extreme Responses”, dai Suffocation di “Effigy of the Forgotten” oltre che dal bellissimo “Dehumanizer” dei Black Sabbath, ai 15 anni arrivò il fulmine a ciel sereno “Far Beyond Driven” dei Pantera, poi Slayer “Divine Intervention”, Testament “Low”, Obituary “World Demise”, Brutality “When The Sky Turns Black” e, ovviamente, tanti altri album che non sto qui a citare perché sarebbero troppi da elencare. Sempre nel 1994 mi avvicinai velocemente al black metal scandinavo in tutte le sue violente sfaccettature. Dopo quell’anno conobbi la musica sperimentale nelle sue forme più oscure e disturbanti grazie alla prestigiosa etichetta svedese Cold Meat Industry (Mortiis, MZ.412, Raison D’être furono i primi progetti da me ascoltati). Cambiando genere, non posso non citare il vecchio rap dei Public Enemy con il CD “Greatest Misses”. Fu mio fratello maggiore ad avvicinarmi alla cultura hip hop, in maniera casuale, o meglio, accidentale. Tutto iniziò con quella raccolta del 1992. Quelli elencati possono essere considerati alcuni dei dischi “fondamentali” della mia fanciullezza e adolescenza. Comunque non posso negare che, durante la mia giovane età, ho ascoltato tanta musica diversa, e questo è stato molto positivo. Quindi, come si può capire da quanto scritto, la mia formazione musicale è stata piuttosto varia. Tornando al discorso della scrittura, tutto prese il via nel lontano 1995 quando iniziai ad approcciarmi alla materia con la mia prima esperienza con le fanzine cartacee. Avevo solo 16 anni eppure ero già affamato di conoscenza nel circuito musicale underground. I primi passi all’interno dell’estremizzazione sonora vennero mossi insieme a Giancarlo Gelormini, una persona a me vicina a quel tempo e che conobbi in maniera casuale, ora non ricordo la circostanza e l’anno preciso (1993 o 1994), comunque tutto avvenne in una località marina molto rinomata chiamata Torre dell’Orso nel Salento. Trascorrevamo molto tempo insieme visto che anche lui è originario della Provincia di Lecce. Quelli erano anche gli anni in cui ci si spostava con un motorino o con una vespa per incontrarsi, ci si muoveva su due ruote per andare a vedere i primi concerti nei centri sociali, posti occupati, casolari sperduti nelle campagne, etc.. Tutto era magico! Non esistevano telefonini, infatti le chiamate venivano effettuate dalle cabine telefoniche a gettoni del paese o dal fisso di casa e, in questo caso, spesso lo si faceva di nascosto per non farsi beccare dai genitori. Grazie all’amicizia con Giancarlo e alla conoscenza altrettanto casuale di un personaggio del Nord Italia di nome Davy (sì, penso che si chiamasse così), negli anni ’90 entrai in contatto con tante altre band più estreme dell’epoca, sia italiane che straniere, quindi iniziai anch’io ad appassionarmi al cosiddetto “tape trading”. Potrei citare le prime cassette ricevute e registrate su nastri Tdk, Sony, Basf, Fuji, Maxell: Cannibal Corpse “Tomb of The Mutilated” e “The Bleeding”, Dismember “Like An Ever Flowing Stream”, Malevolent Creation “Stillborn”, Deicide “Legion”, Darkthrone “Soulside Journey”, Burzum “Hvis lyset tar oss”, Impaled Nazarene “Ugra Karma”, Immortal “Pure Holocaust”, Cradle Of Filth “The Principle of Evil Made Flesh”, queste le prime che mi vengono in mente. E per quanto riguarda il metal italiano ricordo i nastri duplicati di Sadist “Above The Light”, Mortuary Drape “All The Witches Dance”, Opera IX “The Call Of The Wood”, Necromass “Mysteria Mystica Zofiriana” e tanti altri ancora, oltre che alcuni dei primi demo originali acquistati tramite corrispondenza cartacea, e su tutti vorrei citare Cruentus “When The World Ends To Be”, Undertakers “In Limine Mortis” e “Beholding The Reality”, Natron “Force”, Glacial Fear “Promo ‘93”. E potrei andare avanti con alcuni dei lavori più belli su CD acquistati tra la metà e la fine degli anni ‘90: Novembre “Wish I Could Dream It Again…”, Glacial Fear “Atlasphere: the Burning Circle”, Sinoath “Still in the Grey Dying”, Detestor “In The Circle Of Time”, Undertakers “Suffering Within”, Calvary “Across the River of Life”, Extrema “The Positive Pressure”, Cruentus “In Myself”, Sadist “Tribe”, Evol “The Saga of the Horned King”, Gory Blister “Cognitive Sinergy”, Entirety “In Caelo Omnia Acciderunt”, Death SS ‎”Black Mass”, Horrid “Blasphemic Creatures”, Natron “Negative Prevails”, Antropofagus “No Waste Of Flesh”, Nefas “Transfiguration To The Ancients’ Form” e, come dicevo poc’anzi, questi sono solo alcuni dei tanti dischi che mi hanno accompagnato nel mio lungo percorso. L’underground metal diventò una vera e propria droga! Ho trascorso lunghi e bellissimi periodi in compagnia di Giancarlo, i cosiddetti momenti indimenticabili degli anni ‘90. Sempre a quel tempo, iniziai a comprare (per corrispondenza) tante demo, CD, fanzine cartacee, come anche le riviste italiane che uscivano in edicola Grind Zone, Metal Shock, Flash, Thunder, la collana “Metal” della Armando Curcio Editore. Ogni giorno c’era una nuova e fantastica scoperta che alimentava la mia passione per la musica metal. Proprio insieme a Giancarlo Gelormini, tra la fine del 1995 e l’inizio del 1996, mi dilettai con le prime interviste a Opera IX, Nihili Locus, De Occulta Philosophia per la fanzine cartacea Obscurity ‘Zine. Successivamente, dopo un anno, decidemmo di separarci amichevolmente: lui fu il fondatore della fanzine cartacea Bylec-Tum ‘Zine (dedicata al panorama black metal), mentre io decisi di fondare la mia prima fanzine cartacea Morgue Views ‘Zine (dedicata alla scena death metal e grindcore) nel 1997. Dopo il 2002 iniziai a lavorare sulla newsletter The Whip. Infine, dal 2012 al 2021 ho curato Son of Flies webzine. Nel corso degli ultimi 23 anni ho militato come cantante in quattro gruppi (Traitor, Cast Thy Eyes, Slumcult, Bune) e come bassista nei Virulent Re-Shapes. Soprattutto con i Cast Thy Eyes ho suonato tanto in Italia oltre ad aver composto e registrato i due più importanti album della mia vita. Ho deciso di dilungarmi per tracciare un quadro generale della mia storia per chi ancora non mi conoscesse e, soprattutto, per far capire che la decisone di mettere fine al discorso “recensioni” e “interviste”, per mancanza di stimoli appunto, è arrivata dopo un lungo percorso ininterrotto.

The Old Blood è il tuo nuovo progetto, una serie di video in cui i protagonisti dell’underground metallico si raccontano: come è nata l’idea?
L’idea è nata in maniera casuale nel maggio di quest’anno, dopo un piacevole confronto telefonico con l’amico e storico batterista piemontese Ricky Porzio degli Infection Code, una persona che stimo per la sua unicità. Grande Ricky! Quel nostro lungo confronto si era focalizzato fin da subito sull’arte e sulla musica a 360°. Argomenti di conversazione interessanti, come puoi ben immaginare. Sai, quelle piacevoli chiacchierata tra amici. Eravamo in sintonia su tutto. Dopodiché, in maniera spontanea e non programmata, decisi di proporre a Ricky di registrare un video (da pubblicare inizialmente nel mio profilo Facebook) in cui avrebbe avuto la possibilità di raccontarsi a cuore aperto, raccontare un po’ di cose sulla sua persona e sul suo vissuto nella musica, e così avvenne. Lui accettò la mia proposta con molto entusiasmo, vista la stima reciproca, e fui contentissimo di condividere il filmato della durata di 17 minuti  nella mia pagina. E’ risaputo che le cose migliori della vita accadono per caso. Rimasi affascinato e rapito da quel suo video, dall’intensità con cui raccontava la sua storia, e da quel momento decisi che era arrivato il momento di lavorare su qualcosa di più forte per ciò che concerne il supporto alla musica underground. Oggi, quel qualcosa si chiama “The Old Blood”. Questo progetto è quello che mi ispira ora, che rispecchia meglio quello che sono diventato dopo anni e anni di esperienza e quello che sento attualmente. Il mio intento era quello di dare voce con dei filmati ad alcune delle personalità di cui nutro stima, lasciandole libere di raccontarsi e di raccontare la loro storia, come ho scritto all’interno del sito ufficiale (http://theoldblood.it). Doveva essere un manifesto dedicato principalmente alla vecchia scuola dell’underground italiano, quella degli ’80 e ‘90. Una scelta voluta, sentita e consapevole!

Qual è il filo che collega tra loro Son of Flies webzine e The Old Blood?
Non c’è un filo che collega i due progetti. In realtà, considero The Old Blood come un’evoluzione, ma anche un nuovo inizio per continuare nella mia missione come supporter della vecchia scuola Nostrana. Ho sempre ricercato la bellezza nella genuinità del passato, una forza poetica tale da ispirarmi nella vita di tutti i giorni. Faccio tutto questo da oltre 25 anni e per me, continuare a portare avanti un certo verbo, fa parte della mia normalità e quotidianità, quindi è parte del mio DNA. In fin dei conti, quando vivi giorno per giorno non hai bisogno di guardare oltre. Un tempo alimentavo la mia passione con uno spirito di ribellione, adesso agisco in maniera molto più matura e organizzata, ma senza mai scendere a compromessi, senza mai allontanare il mio spirito combattivo. La mia attitudine è la stessa di sempre! Il mio modo di fare le cose continua ad essere un evidente invito all’autodeterminazione. Underground, per il sottoscritto, vuol dire libertà di espressione e di azione, lottare e morire per quello in cui si crede, ma rimanere fedeli all’underground è anche una scelta di vita (non chiacchiere!). L’underground ha insegnato a me e a tanti altri (come me) a pensare con la propria testa. La mia idea di “underground” non è mai stata sinonimo di “gabbia”. Mai porsi limiti! Quindi, per ritornare alla tua domanda, l’unico filo che collega The Old Blood con tutto ciò che ho fatto in precedenza è, senza ombra di dubbio, la “coerenza”. Uno dei punti chiave è che “la credibilità deve essere guadagnata”, e la si ottiene prima di tutto con “l’umiltà” e poi con il costante “impegno”. L’umiltà è una virtù che in molti dimenticano di mettere in pratica. Oggigiorno, qualsiasi battaglia tra poveri lascia il tempo che trova, e spesso, l’ignoranza e l’invidia vanno a braccetto in questa Nazione. Penso non serva aggiungere altro.

Mi dai la tua definizione di “Vecchio Sangue”?
Il “vecchio sangue” è sinonimo di “vecchia scuola”. Non è casuale la scelta del nome. E’ qualcosa di legato direttamente all’essenza di certe persone che mostrano di voler fare ciò che pensano vada fatto, e non importa quale prezzo si dovrà pagare. Non so se rendo l’idea. Persone “autentiche” e “appassionate” che se dicono di stare dalla tua parte ci stanno per davvero. La vecchia scuola, quella vera e genuina, ha sempre “dimostrato” che i fatti fanno la storia e non le chiacchiere. La “musica underground” è qualcosa che amiamo fare e supportare ma anche qualcosa che ci salva la vita. Ognuno di noi cresce, si evolve, vive, ed è giusto che sia così. Eppure, in questa evoluzione, solo pochi della vecchia scuola restano veramente fedeli a certi valori legati al passato glorioso, ed io sono fiero di far parte di questo “zoccolo duro”. Attenzione a non confondere tutto questo con qualcosa di “nostalgico”. Non riuscirei a immaginarmi diverso da quello che sono diventato e da quello che sono stato in passato. Oggi non mi interessa piacere o non piacere, io faccio le mie cose a modo mio e come penso vadano fatte, con professionalità e dedizione, umiltà e passione.

Quali caratteristiche devono avere le band o gli artisti per poter essere ospitati all’interno del tuo spazio?
Non sono un giudice da X Factor, The Voice, da talent show insomma. Io non chiudo le porte a nessuno! A me non importa se il musicista “x” è più conosciuto o meno, se più simpatico o antipatico, se più figo o sfigato, se più tecnico o grezzo nel modo di esprimersi, e non voglio dare priorità a nessuno, nulla di tutto questo. La mia esigenza è dare spazio a quell’entità chiamata musica, che sia metal, hardcore o altro. The Old Blood è aperto alla vecchia scuola, sia ai gruppi minori che a quelli più conosciuti, purché siano stati o ancora attivi dagli anni ’80 e ’90. Poi è ovvio che dietro ci sta un mio lavoro di attenta valutazione frutto di anni e anni di esperienza, insomma, capire con chi ho a che fare se qualcuno dovesse contattarmi di sua spontanea volontà.

Quindi, eventualmente, chi fosse interessato a partecipare può inviare una candidatura o preferisci essere tu a scegliere e poi contattare chi ritieni più opportuno?
Di solito sono io a contattare i musicisti basandomi su un’accurata selezione, ma se qualcuno è interessato a partecipare al progetto, può sempre scrivere privatamente via mail (christian.theoldblood@gmail.com) oppure utilizzando la mia pagina facebook personale. Ovviamente, tutto verrà valutato attentamente   confrontandomi con i diretti interessati. In soli tre mesi ho contattato più di 80 musicisti (e non solo) e tanti altri ne arriveranno, mentre i video già pubblicati sulla pagina ufficiale sono oltre 40. Ci tengo a sottolineare che all’iniziativa non aderiranno solo musicisti, ma anche addetti ai lavori e vari professionisti che hanno gestito (in passato) o che continuano ad occuparsi di etichette discografiche indipendenti, e altro ancora. Qualità personali a parte, la chiamata è rivolta a personaggi che hanno lasciato il segno per la loro dedizione, per l’impegno profuso nel cercare la loro strada nell’underground musicale. Devo anche aggiungere che, fino ad oggi, ci sono state diverse persone che partecipando (direttamente o indirettamente) a questo mio progetto non si sono tirate indietro a consigliarmi dei musicisti di tutto rispetto, ricevendo contatti telefonici di personaggi che conoscevo musicalmente fin dai primi anni ’90 ma con i quali non avevo mai interagito personalmente. E’ successo anche questo. In merito a ciò, vorrei ringraziare Giovanni Cardellino, Enio Nicolini, Massimo Gasperini, Mauro Pirino, Lorenzo Gavazzi, Luciano Chertan, Simone Bau’, Walter Garau, Giorgio Giagheddu, Azmeroth, Mik Fuggiano, Davide Macchi aka Dave, Sergio Ciccoli, Francesco Cucinotta, David Belfagor Newmann, Davide Stura, Michele Montaguti, Flavio Domenico Porrati, Ivan Di Marco. Mi scuso se ho dimenticato qualcuno, ma non credo. Un’ultima cosa molto importante: The Old Blood viene da me illustrato a voce parlando direttamente con le persone che scelgo di coinvolgere, quindi non aspettatevi nessuna mail promozionale asettica. I rapporti umani e il confronto reale vengono prima di tutto! Instaurare un rapporto di fiducia crea una base solida per il progetto in sé.

Quando scegli un artista e lo contatti, poi lasci a lui piena libertà di strutturare il proprio intervento o dai tu delle direttive di massima, che ne so argomenti da trattare, durata del video, tipologia di ripresa, ecc ecc.
Gli artisti sono liberi di raccontarsi e di ripercorrere il loro vissuto in totale libertà. Non c’è un copione da rispettare, nulla di preconfezionato. Ovviamente preferisco che ognuno si soffermi su racconti, storie, vicende, aneddoti legati al passato, per poi arrivare al presente, sempre e solo con la massima spontaneità. La stessa location per registrare il video viene decisa dalla persona coinvolta. Con The Old Blood volevo allontanarmi dai soliti format “patinati” che si possono trovare e vedere su YouTube e su altre piattaforme, rompere i soliti schemi moderni dove tutto deve essere maledettamente “perfetto”. Non la solita video intervista gestita dal giornalista “x” che dirige le danze con una carrellata di domande. Niente di tutto questo. Il mio intervento doveva essere “marginale” all’interno del progetto. Mi spiego meglio: il mio lavoro, che poi è quello più complesso, è la gestione della comunicazione con gli Artisti e la promozione dell’iniziativa, il resto lo fa la persona che inizia a parlare di sé all’interno del video, perché quello che deve rimanere è l’essenza “vera” di ogni racconto, ecco perché ho reputato marginale il mio coinvolgimento nei video. Inoltre, per chi ancora non lo sapesse, i filmati non verranno alterati con nessun tipo di montaggio, bene che si sappia. Ogni video viene pubblicato sulla mia pagina di YouTube (Christian Montagna / The Old Blood) così come mi viene recapitato e senza effettuare tagli. Adoro vedere la persona che, posizionata davanti al suo schermo, fa partire la registrazione schiacciando “Rec” e pigiare “Stop” alla fine del racconto. Quella sporcizia che ha il sapore della veridicità! Tutto deve rimanere vero e genuino!

Non hai mai nascosto il tuo amore per i rap della vecchia scuola, in futuro sul tuo canale potremmo anche vedere dei rapper?  
Come ho già detto nella prima risposta, fu proprio mio fratello maggiore ad avvicinarmi alla musica rap, senza che io me lo aspettassi. Era un giorno del 1993 quando su quello stereo in camera mi accorsi di questo CD che non avevo mai visto prima. Lo aveva portato proprio mio fratello. Mi riferisco ai Public Enemy di “Greatest Misses”, CD del 1992 che includeva sei brani in studio inediti, dei remix di canzoni pubblicate in precedenza e una performance dal vivo per la televisione britannica. Rimasi colpito da quella copertina in bianco e nero con quel simbolo che vede un uomo nero al centro del mirino del governo, un’icona che è stata poi utilizzata per le proteste afroamericane durante la fine degli anni ’80. Considerate che avevo solo 13 anni. Difficile spiegare la sensazione che provai dopo aver schiacciato “Play” per la prima volta. Pensate a me che fino a quel momento avevo ascoltato hardcore e metal hahahaha. La prima mia esclamazione fu: “ma cos’è questa merda?!?!” hahahaha. Cercai di allontanarmi velocemente da quelle sonorità così diverse da ciò che avevo amato fino a quel momento. Ma dopo un po’ di giorni accadde qualcosa di strano. Cosa? Fui nuovamente tentato di riascoltarlo. Così avvenne. E da lì iniziai ad ascoltare anche quel genere. Diciamo che in alcuni momenti della mia vita il rap è stato un buon diversivo. Le stranezze della vita hahaha. Tanti gli artisti che ho ascoltato nel corso degli ultimi 25 anni e che non posso non citare in questa sede. Tra i miei preferiti degli anni ’80 e ’90 ci sono Mobb Deep, Nas, N.W.A., Eazy-E, The Notorious Big, The Wu-Tang Clan, MF Doom, Onyx, Cypress Hill, Ice-T, Non Phixion, Goretex/Lord Goat. Degli anni 2000 direi Vinnie Paz, Ill Bill, Nems, Griselda, Conway The Machine, Benny The Butcher, ma ce ne sono altri che mi hanno colpito positivamente. Per ciò che concerne il rap underground italiano vorrei citare 4 album che mi hanno particolarmente segnato. Mi riferisco a Lou X “A Volte Ritorno”, Kaos One “Karma”, Colle Der Fomento “Adversus” e DSA Commando “Retox”, anche se apprezzo le intere discografie di questi artisti. I DSA che, tra l’altro, sono miei carissimi amici da ormai 11 anni, li reputo (e non solo io) la migliore realtà rap underground degli ultimi 15 anni. Penso che sia parecchio difficile, per un gruppo hip hop italiano, farsi notare in una Nazione così abituata a cibarsi della spazzatura del circuito mainstream, ma loro sono stati in grado di impressionare ed emergere per la loro dedizione alla causa, per l’impegno profuso nel cercare la loro strada ed identità. E ci sono riusciti! Anni fa mi piaceva l’idea di presentare e spingere la loro musica nella mia Son Of Flies Webzine, e così avvenne. Oltre a ciò, sono contento di aver partecipato alla coproduzione del loro disco “Le Brigate della Morte” uscito nel 2013. Questi ragazzi avranno sempre il mio supporto, prima di tutto per la loro passione e umiltà.

Finora abbiamo approfondito le caratteristiche di The Old Blood, ma come è stato accolto del pubblico e che riscontri stai ottenendo?
Il progetto è stato accolto con molto entusiasmo e sta viaggiando a gonfie vele, prima di tutto perché dietro ci sta un lavoro di promozione e comunicazione molto intenso e costante, lavoro portato avanti da me. La pubblicazione di tre video a settimana non è cosa da poco. Quindi puoi ben immaginare quanto sia impegnativa e articolata la gestione del tutto. Ma, come ripeto da moltissimi anni, la profonda passione per la musica è il fattore dominante. Riguardo i riscontri devo dire che sono molto positivi, anche se, personalmente, non me ne frega niente di andare a controllare quanti “Like” ottiene un video piuttosto che un altro. The Old Blood è un progetto per “veri cultori” dell’underground vecchia scuola, né più né meno. Ti faccio un esempio concreto: preferisco guadagnare la fiducia di 50 visitatori veramente appassionati più che migliaia di visitatori passeggeri e distratti, e lontani da una certa mentalità. Poi, se in futuro i seguaci aumenteranno, non potrà che farmi piacere. Io non ho mai puntato ai numeri ma alla qualità di ogni cosa che faccio o propongo. Non ho bisogno di crearmi un personaggio, non mi serve, non mi è mai servito. Io lavoro nell’ombra ma so cosa voglio e come ottenerlo dopo oltre 25 anni di ininterrotta militanza nella scena musicale. Sicuramente, le giovani leve potrebbero capire tante cose importanti ascoltando tutti questi personaggi presenti in The Old Blood.

Oltre che cronista dell’underground, sei anche un pittore e ho letto che stai scrivendo anche la tua biografia. Ti andrebbe di parlare anche di questi altri tuoi progetti?
Da più di un anno sto scrivendo la mia autobiografia che spero di concludere entro la fine del 2022. E’ una lunga storia di identità, ma non voglio anticipare nulla. Riguardo la mia vita come pittore, che dura anche questa da oltre 20 anni, prosegue un po’ a rilento negli ultimi tempi. Ma tutto dipende esclusivamente dall’ispirazione. Posso anche attraversare lunghe fasi senza toccare un pennello. Io dipingo solo quando sento la necessità di farlo. Non è una questione di “vendite” o di “soldi”, e non considero la pittura un “mestiere”. Chi mi conosce bene sa che anche nel mio lungo percorso artistico non sono mai sceso a compromessi e sono sempre rimasto autentico. Devo dire che la pittura è entrata nella mia vita quasi come un “incidente”. Ho scoperto fin da piccolo di avere delle doti innate e col passare del tempo si sono materializzate, né più né meno. Quello che creo oggi nasce dalla parte più nascosta di me, io amo chiamarla “zona d’ombra”. Nei miei lavori pittorici esiste sempre un desiderio di denunciare e provocare, eppure tutto parte dall’inconscio e nemmeno io so spiegarmi cosa succede durante il processo compositivo di una tela. Pe me, dipingere è “pura trance”. Sono un attento osservatore della realtà, la metabolizzo lentamente e la ritraggo nella sua drammaticità. Quando inizio un’opera non ho mai un’idea fissa insita dentro di me. Assolutamente NO. Sono le pennellate di colore che tirano fuori le immagini. Io mi sento solo il mezzo con cui la pittura si manifesta e, finché lei non mi chiama, io non mi muovo. Le mie opere sono visibili in questa pagina https://www.facebook.com/christian.montagna.floodsart

E’ tutto, grazie.
Se vuoi ottenere qualcosa devi agire e lottare per ciò in cui credi! Grazie di cuore, Giuseppe! Stima e Rispetto!

In Your Face! – Una fanza hardcore che ti arriva dritta in faccia

Qualche mese fa decisi di scrivere a Leonardo Lantini, un mio contatto FaceBook che mi aveva aggiunto qualche tempo prima. Lo feci perché volevo acquistare una copia della sua In Your Face!, fanza hardcore di cui era uscito il primo numero. Ordinata praticamente subito, mi arrivò dalla Sardegna con furore dopo qualche giorno. Devo dire che me ne sono innamorato immediatamente: si tratta infatti di una fanza dalla grafica accattivante e moderna, e dai contenuti molto interessanti, fra cui recensioni scritte con grande entusiasmo che vanno dall’hardcore più classico al grindcore più efferato, qualche intervista e pure degli articoli storici che parlano, fra gli altri, non solo della violentissima scena hardcore bostoniana dei primi anni ’80 (SSD, Negative FX, DYS e compagnia bella) ma anche del tour europeo che gli Youth of Today (uno dei miei gruppi del genere preferiti in assoluto!) fecero nel 1989, di fatto un momento fondamentale che segnò l’inizio di una nuova era, più orientata verso lo straight edge, dell’hardcore in Europa. In effetti, i gruppi straight edge, con i loro messaggi positivi che invitano a uno stile di vita salutare in modo da allontanare ogni cosa tossica dalla propria vita, trovano largo spazio fra le pagine di In Your Face!. Quindi, data l’alta qualità della fanza, dopo poco ho ricontattato Leonardo per proporgli una bella intervista (la mia prima per Il Raglio del Mulo, fra l’altro!) riguardo questo progetto, che condivide, come si vedrà, con altri 2 ragazzi. Quello che ne è uscito fuori è stata una interessantissima chiacchierata virtuale che adesso potete leggere dall’inizio alla fine.

Ehi ciao! Allora, partiamo con una domanda che più classica non si può: quando e com’è nata l’idea di creare questa fanza?
Allora, l’idea è venuta fuori nella primavera del 2020 ma era già in mente da tempo. Si inseriva nel progetto che c’è dietro la nascita di Cagliari Supporting Hardcore, di cui Claudio fa parte, ed è un ulteriore mezzo per diffondere il verbo hardcore in maniera differente ma con lo stesso identico spirito, fatto di condivisione e unione e l’intento di creare e non di separare o distruggere.

Perché avete voluto chiamarla proprio In Your Face!? E’ un nome che trovo molto efficace, anche per via di quel punto esclamativo che lo rende ancora più diretto.
Il nome è venuto di getto senza stare troppo a pensarci. Volevamo un nome non troppo lungo e che fosse d’effetto, qualcosa che fosse facile da ricordare e che, allo stesso tempo, ti si piazzasse in faccia, a muso duro, ed il fine pare sia stato raggiunto. Più persone, pur riconoscendo che non si tratti di un nome originale, almeno nel contesto HC, lo hanno ritenuto di grande impatto e la cosa ci ha fatto veramente piacere.

Com’è stato fare il primo numero? Per esempio, qual è stata la parte più facile? E quella più difficile?
Allora, partiamo dal presupposto che per tutti noi era veramente un salto nel vuoto totale. Nessuno di noi aveva mai realizzato un progetto del genere, quindi inizialmente le difficoltà son state tante, soprattutto sotto il punto di vista grafico, visto che non riuscivamo a trovare nessuno che riuscisse a materializzare la veste visiva della fanza che avevamo in mente io e Claudio. Sia l’idea di unire finalmente le forze e concretizzare una fanzine punkhardcore-centrica cartacea che la stilatura della maggior parte degli articoli che hanno composto il primo numero, son avvenuti durante il primo lockdown di Marzo 2020, dopodiché c’è stato un periodo di refrigerio del progetto proprio per la difficoltà materiale di trovare un grafico che facesse al caso nostro, il quale è arrivato finalmente con Guglielmo. A questo proposito ringraziamo il prezioso aiuto di Ivan (217, Ten A.M. Distro, Straight Opposition) per il prezioso supporto nella ricerca. Per quanto riguarda la parte più facile, sicuramente quella è stata il trovare contenuti. Sia io che Claudio avevamo un marasma di idee, scene di cui parlare, concerti che ci hanno segnato, gruppi da voler intervistare ecc. che aspettavano solamente di essere sputate su un foglio… e fortunatamente anche i canali non ci mancano!

Visti i contenuti, fra cui un articolo dedicato agli Youth Of Today e al loro seminale tour europeo del 1989, sbaglio o la ‘zine ha un orientamento straight edge? Siete tutti degli straight edge? Ritenete che i gruppi Sxe, Youth Crew e simili abbiano una marcia in più rispetto alle band Hc più “regolari”?
In Your Face! non ha nessun tipo di orientamento se non quello di portare avanti i valori intrinseci nell’hardcore e non segue nessun filone od orientamento. Solo uno di noi, Claudio, è straight edge ma questo non ha nessuna valenza con i contenuti che vengono inseriti nella fanzine poiché questi vengono sempre decisi tutti assieme seppur proposti singolarmente. Per quanto concerne, invece, le band Sxe, non crediamo abbiano una marcia in più, semplicemente hanno un modo di approcciarsi molto più emotivo rispetto ad altre che non lo sono, anche se poi è tutto soggettivo. Resta il fatto che ci sono band Sxe che, nonostante i loro scioglimenti avvenuti anni or sono, continuano a far parlare di sé, vuoi per l’aspetto sopraccitato o per i contenuti dei loro testi e per i messaggi proposti , e questo è più che positivo e altrettanto stimolante. Un po’ meno quando ci s’imbatte in reunion senza senso ove, magari, i membri che si presentano on stage non hanno più nulla a che vedere con gli argomenti trattati nei loro pezzi e/o non portano più avanti il pensiero straight edge. Ma questa è solo una semplice valutazione e non vuole essere, assolutamente, una critica nei confronti di nessuno ma, talvolta, coerenza e rispetto dovrebbero essere rappresentati fino alla fine e non solo all’interno dei testi di una canzone o in un messaggio lanciato attraverso un microfono anni prima.

Secondo voi, com’è l’attuale scena HC italiana? In quale direzione sta andando ed è in grado di competere a livello mondiale?
Sicuramente Claudio è più ferrato di me in questo campo, essendo io (mea culpa!) da sempre stato abbastanza esterofilo per quanto riguarda l’hc, ma non di certo per la mancanza di progetti validi nella penisola! Anzi, per quel poco che ho la possibilità di constatare asserragliato in questa fortezza in mezzo al mare o dalle sporadiche trasferte che faccio fuori dall’isola, c’è un grosso fermento. Mi vengono in mente nomi come Blvd Of Death, Fury Department, Caged, Short Fuse, Blair, Ira, Mind/Knot, Respect For Zero, 217, MUD, Fracture, Tuono e tanti altri. Proprio uno degli obbiettivi primari di In Your Face! è quello di scavare nell’underground isolano, nazionale ed internazionale per cercare di dare uno spaccato di attualità, strumento tramite il quale anche noi della redazione in primis ci teniamo aggiornati su tutto quello che succede in ambito HC. Purtroppo, a parer mio, l’unica cosa che manca ancora, l’ultimo ingrediente segreto, che potrebbe portare la scena italiana attuale allo stesso livello di fermento d’Oltremare è solamente il supporto costante e la creazione di connessioni solide che uniscano l’intera penisola, entrambi elementi che ogni tanto sembrano stati dimenticati.    

A livello musicale, sia nella scena metal che punk si sente spesso questa specie di mantra: “tutto è già stato detto e ormai non si può inventare più nulla di nuovo”. Quant’è vera questa frase, secondo voi? A parere vostro, c’è invece qualche gruppo che sta effettivamente dicendo qualcosa di originale nel panorama HC? Forse i Gulch, che sto praticamente adorando.
Personalmente penso che quella ridondante affermazione abbia un grande fondo di verità. Ma in fondo, l’importante nella musica non è mai stato quello di inventare, bensì la vera arte sta nel rimodellare ciò che già esiste, ibridare generi e dargli una forma familiare ma inedita. In campo hardcore negli ultimi tre anni e passa abbiamo miriadi di esempi a riguardo, oltre alla rifioritura di generi fino ad ora ostracizzati dagli hardcore kids duri e puri, come la ricomparsa di numerosi elementi nu metal (anche in band come i Knocked Loose) ma soprattutto del sempre demonizzato metalcore/post-hardcore alla maniera 2009-2012 (vedere gli ultimissimi fantastici lavori di Wristmeetrazor, If I Die First, Static Dress, Kaonashi, Dying Wish o Seeyouspacecowboy) che personalmente mi stanno facendo rivivere un piccolo momento nostalgico a lungo atteso. Ma in generale sono felice nel notare che, nonostante la mole veramente mastodontica di uscite in ambito hc e sottogeneri negli ultimi due anni, non c’è praticamente traccia di episodi davvero scadenti, stucchevoli o ridondanti e si respira una bellissima aria di sperimentazione e di voglia di abbattere gli inutili paletti estetici/sonori che purtroppo questo genere si porta dietro da fin troppo tempo, lasciando un terreno fertile per la proliferazione di innumerevoli progetti fantastici (come i succitati Gulch, dalla parabola purtroppo breve ma intensissima) [sì, in effetti si sono sciolti di recente. Peccato veramente.Flavio]. Penso personalmente che stiamo assistendo ad un vero e proprio rinascimento hardcore in full-effect, il quale spirito diverso dovrebbe insegnare a molti che questa sottocultura non si basa sull’avere le AirMax 90 o per forza nell’inserire un tupa-tupa, ma bensì su presupposti ideologici e su un’urgenza di fondo di liberarsi dalle catene del sistema e urlare il proprio sdegno al mondo, in qualsiasi forma. [qui faccio presente che sul primo numero c’è anche un articolo sugli stessi Gulch, scritto dal buon Luca Cescon che, oltre a far parte del collettivo Turin Is Not Dead, collabora anche con altre millemila fanzine/webzine come Punkadeka o Refuse/Resist. – Flavio]

Pensate che l’hardcore possa avere ancora un impatto rivoluzionario, sovversivo, nei confronti della società?
Assolutamente si! Ogni voce dissonante ha un potere e finché ci sarà ancora qualcuno ad incarnarne autenticamente la mentalità e a creare spazi dove poterne incanalare la forza catartica e sovversiva, l’hardcore avrà vita. Perché in fondo, che cos’è il punk hardcore se non una propensione umana naturale e uno specchio della lotta all’inalienabilità di certe lotte quotidiane che ognuno di noi combatte, tra quattro mura di cartongesso o della mente che siano, a cui semplicemente è stato dato un volto, un’estetica, un suono?! Ecco, questo dovrebbe essere il punk hardcore, non un’etichetta o un inutile club esclusivo dal quale escludere chiunque non è abbastanza “true”, tutti elementi che purtroppo costituiscono un campo minato evidente e parecchio presente.   

Oltre alla fanzine, fate parte di altri progetti (band, collettivi, festival…)? Se sì, ce ne potete parlare? Se non erro, alcuni di voi fanno parte del collettivo Cagliari Supporting Hardcore, vero?
Claudio fa parte di Cagliari Supporting Hardcore e, insieme al socio Michele, si occupa di organizzare eventi in ambito Hardcore/Punk su Cagliari e hinterland, e anche di supportare e coprodurre, ove possibile, nuove uscite di gruppi sardi e non. Leo sta all’interno del collettivo Deadship Crew e fa parte dell’etichetta Nothing Left Records, suona la chitarra nei Last Breath e negli Stigmatized, ed ha fatto parte dello Strikedown Collective nelle ultime due edizioni dell’omonimo festival. Infine, Guglielmo, ex batterista di Straight Opposition e fondatore dei 217, fa parte del collettivo Pescara Hardcore e si occupa di curare la grafica per flyers per eventi Hc e non, e di video con la sua Seventeen Graphics.

Ci volete parlare della vostra scena locale, quella sarda? Com’è messa in quanto a band, centri sociali, eventi, e così via?
Penso di non essere di parte quando affermo che la Sardegna fa da scrigno ad una delle scene più povere (anche a livello di ricambio generazionale o quantità di band, soprattutto di generi “estremi” ) ma allo stesso tempo più agguerrite della penisola. Purtroppo i limiti evidenti sono fondamentalmente tre: le barriere geografiche che in un certo senso ci isolano dal resto d’Italia, rendendo veramente complicata qualsiasi tipo d’interazione con quest’ultima (si pensi al viaggio della speranza e/o le spese che deve affrontare una qualsiasi band locale che vuole farsi un giro fuori dall’isola o, viceversa, qualsiasi promoter isolano che vuole organizzare una band di “fuori”), la guerra fra poveri che troppo spesso prevale sul supporto e che mina un’effettiva coesione e la creazione di una scena locale vera e propria (ma sembra che si stia vedendo una luce fuori dal tunnel) e, ultimo ma non per importanza, la mancanza effettiva di punti di aggregazione e/o live club che permettano di suonare. Ma tutto ciò non ha ostacolato la proliferazione e la nascita di collettivi come L’Home Mort di Alghero, di spazi autogestiti come Sa Domu (dove negli anni ho assistito ad alcuni dei live punk hardcore più belli ) e la formazione di una valanga di band che da anni resistono alle intemperie come Riflesso, For Different Ways, Delirio, Sangue, Regrowth, Dawnbringer, Waste Away, Il Mare Di Ross, Miscredente, A Fora De Arrastu, FCT, D.E.S., Mexoff, Lastbreath, Stigmatized, Almassacro, Earthfall, WAAR, Keep Complaining e tantissimi altri.

Del primo numero ne sono state stampate 100 copie e sono andate sold out in poco tempo. Vi aspettavate un simile riscontro?
Il primo numero è andato praticamente sold out in una settimana o poco più e la cosa ci ha gasato tantissimo anche se, a dirla tutta, non ci aspettavamo un riscontro simile. Abbiamo ricevuto veramente tante richieste in tutta Italia e siamo stati in grado di spedire alcune copie pure in svariati paesi europei. Sapevamo che si era creata una certa aspettativa sulla fanzine ma non credevamo di poterla considerare esaurita dopo poco più di 7 giorni dall’uscita. Siamo felici e orgogliosi di quello che siamo riusciti a realizzare e ringraziamo chi ci ha dato una mano con la realizzazione della stessa, attraverso recupero d’immagini e di scritti, nonché coloro che, ovviamente, hanno acquistato il primo numero, praticamente a scatola chiusa vista la nostra volontà di non voler “spoilerare” nulla in anticipo. Abbiamo avuto modo di prendere atto di quelle che saranno le modifiche da apportare ai prossimi numeri e siamo sempre aperti a qualsiasi tipo di consiglio o critica per il miglioramento degli stessi.

Cosa ci dobbiamo aspettare dal secondo numero? Sapete più o meno quando sarà pronto o è ancora prestissimo?
Ovviamente non abbiamo assolutamente intenzione di dare info sui contenuti che ci saranno al suo interno (Aaaaaaaahhhhh!!!!), ma possiamo sicuramente comunicare che sarà un numero interessante e ricco e che avrà luce nel mese di Ottobre. Abbiamo deciso che la fanzine avrà uscita trimestrale, in modo da essere aggiornati sugli eventi inerenti il panorama hardcore e di darci il tempo opportuno per realizzare i contenuti che faranno parte dei prossimi numeri, sia dal punto di vista degli scritti che per quanto concerne l’aspetto relativo alla grafica.

E così siamo giunti alla fine dell’intervista. Ora siete liberissimi di dire quello che volete. Intanto grazie per la vostra disponibilità e per aver risposto alle mie millemila domande. Daje!
Innanzitutto grazie mille Flavio della pazienza e dello spazio dedicatoci, nonché dell’interesse sin da subito prestato al nostro progetto. Vorremmo approfittarne per ringraziare tutti coloro che ci hanno supportato sin dall’inizio del progetto, coloro che hanno preso il primo numero facendolo andare in sold out in meno di due settimane dall’uscita (superando di gran lunga le nostre aspettative) e coloro che hanno speso dei minuti preziosi del loro tempo per scriverci dei messaggi di feedback costruttivi per le prossime uscite. Detto ciò, speriamo che In Your Face! sia un piccolo spunto per tanti, soprattutto per le nuove generazioni che, purtroppo, a livello locale sono pressoché assenti in ambiti musicali estremi, a cimentarsi in piccoli o grandi progetti, che essi siano l’organizzare live, formare una band, mettere su una piccola label, redigere una fanza o qualsiasi attività che possa aiutare a far proliferare una scena locale finalmente varia e coesa, e che serva a catalizzare positivamente la rabbia nei confronti della merda che ci circonda! 

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