Invernoir – Inverno nero

L’Italia ha da sempre una propria tradizione doom, apprezzata e idolatrata all’estero, ma non per questo negli ultimi anni sono mancate delle entità capaci di distaccarsi parzialmente dal cordone ombelicale tricolore per approdare su lidi altrettanto soddisfacenti. Tra queste, sicuramente gli Invernoir di “The Void and the Unbearable Loss” (Solitude Productions), disco che è una sorta di tributo al doom degli anni 90 di My Dying Bride, Anathema, Katatonia e Paradise Lost.

Benvenuto Lorenzo (Carlini – voce e chitarra), ti andrebbe di ripercorre i passi salienti che vi hanno condotto al vostro primo full length, “The Void and the Unbearable Loss”?
La band è nata un po’ per gioco, eravamo degli amici che avevano voglia di passare insieme delle serate ed il nostro modo di trascorrere del tempo di qualità è sempre stato suonare. Alessandro aveva dei brani scritti molto tempo prima e li ha proposti, ci siamo resi conto che il materiale era valido e che forse era anche il periodo buono per lavorarci su, eravamo molto entusiasti del risultato così abbiamo pensato di non lasciare la nostra musica chiusa nel garage. Io già registravo dischi ai Blue Ocean recording studio perciò il passo è stato breve, abbiamo prima inciso un singolo e poi un EP (“Mourn”) per trovare il giusto sound. L’esperimento non ci dispiaceva affatto, abbiamo continuato a lavorare, la band è andata avanti facendo anche qualche bel concerto e alla fine ci siamo chiusi in studio per sfornare il nostro primo full album: “The Void and the Unbearable Loss”.

Le note promozionali parlano di una precisa volontà di ricreare il suono del doom anni novanta, quello che ha fatto grandi soprattutto le band della Peaceville Records: da dove nasce la vostra fascinazione per quel sound?
Chi prima e chi dopo tutti ci siamo immersi nel doom anni ’90 ma fino alla nascita degli Invernoir nessuno di noi era riuscito a tirare su una band con queste sonorità, pur conoscendoci molto bene facevamo parte di progetti diversi da parecchi anni ed eravamo molto impegnati a farli crescere finché quasi per caso si sono create queste condizioni per suonare tutti insieme.

Quanto è difficile il ricreare il sound e, soprattutto il feeling, di una stagione musicale ormai chiusa da parecchio? In fin dei conti, anche gli stessi protagonisti hanno abbandonato, parzialmente o totalmente, certe sonorità.
Il sound è una delle cose su cui abbiamo lavorato di più, rispetto a quella stagione musicale oggi a distanza di 20 anni siamo abituati a sentire dischi con uno standard sonoro più o meno elevato, abbiamo cercato di mantenere le “vecchie” atmosfere, le melodie, il modo di suonare e arrangiare i brani, ma allo stesso tempo abbiamo fatto riferimento ad un sound generale più moderno, pulito e cristallino, aggiungendo qua e là qualche dettaglio preso nel nostro background musicale personale con l’idea di inserire qualcosa di nostro.

Oltre ai maestri nordici, io sento anche dei rimandi ai Novembre, soprattutto del primo periodo, no?
I Novembre sono stati una rivelazione per tutti quanti, hanno detto tanto anche prima di tanti altri grandi e a noi ascoltatori seriali di dischi ovviamente tutto ciò non ci è sfuggito, sono entrati nelle nostre influenze tanto tempo fa, abbiamo consumato i loro lavori ascoltandoli di continuo, evidentemente anche a distanza di molto tempo hanno lasciato una traccia importante nel nostro stile.

Un titolo come “The Void And The Unbearable Loss” non lascia un briciolo di speranza, da dove nasce questo pessimismo?
In termini filosofici di sicuro ci etichetterebbero come pessimisti, ma noi crediamo di essere realisti. Ognuno di noi ha il suo modo personale di vivere la malinconia e il suo motivo per farlo, quello che ci accomuna di sicuro è pensare che la sofferenza fa parte di questa esistenza, è un emozione come le altre e non può essere aggirata, cancellata o ignorata. Esiste da sempre e non c’è essere umano che non debba farci i conti prima o poi, quello che vogliamo comunicare nei nostri testi è che va affrontata e domata come un arte necessaria alla crescita di ogni individuo dalla quale non si scappa.

Del video di “Suspended Alive” che mi dite?
E’ una storia curiosa e la raccontiamo così com’è nata: siamo sempre stati abituati a vedere nella scena metal dei lyric video sempre più elaborati e professionali, noi abbiamo il nostro artista di riferimento (Adhira Art) con il quale abbiamo sempre collaborato, vista la sua bravura nell’accostare immagini interessanti alle parole siamo arrivati a pensare di toglierle, consigliandogli di concentrarsi più sulle riprese. Lui è molto adatto ai nostri temi, visto che suona doom (Raving Season), gli abbiamo lasciato carta bianca, lasciandolo sfogare la sua immaginazione e la nostra intuizione sembra sia stata giusta!

La band accoglie membri di Ars Onirica, Black Therapy e Lykaion, esperienza abbastanza disomogenee fra loro: qual è il filo rosso che unisce questi gruppi all’interno degli Invernoir?
Siamo amanti della musica in generale e, pur essendo partiti da direzioni opposte, abbiamo sempre covato nel nostro essere un debole per il doom metal, che per gli ascoltatori più attenti può essere intravisto tra le influenze delle nostre altre band, se non altro per la malinconia di sottofondo nascosta tra le note. Siamo del parere che un progetto non può essere snaturato, perciò abbiamo preferito costruire una nuova band da zero, piuttosto che alterare la visione delle altre tenendo per noi il materiale che le avrebbe portate troppo fuori genere. Questa è una delle cose che abbiamo imparato nel nostro percorso, per il bene di un progetto va rispettata la sua essenza, ogni membro può dare il suo contributo alla stesura dei brani ma non deve mai peccare di incoerenza.

Cosa ha portato in più al vostro bagaglio di musicisti questa esperienza?
Di sicuro gli Invernoir fanno musica molto passionale e “sentita” da ognuno di noi, ci piace la sensazione che ci lascia suonarla tutti insieme, perderci nei suoni, abbiamo imparato che quando è presente questa componente diventa linfa vitale per la band e per le persone che ne fanno parte. Tecnicamente parlando, invece, abbiamo imparato ad andare lenti! Sembra banale ma non lo è affatto, spesso nel metal ci si allena per andare veloci, per cercare di suonare tutte le note pulite ed a tempo, nel doom invece c’è molto spazio per decidere come colpire e ci si è aperto un mondo!

L’attività live della band, al di là dell’attuale blocco sanitario, è influenzata negativamente dal fatto che siate già impegnati con altri gruppi oppure non ne risente?
Più o meno tutti noi abbiamo dedicato le nostre vite alla musica, o comunque è una componente importante e fondamentale, ha sempre occupato gran parte delle nostre giornate e ci siamo abituati, certo è vero che crescere porta delle responsabilità che a volte potrebbero interferire con la vita musicale, ma ci piace pensare che se gli Invernoir saranno così richiesti… ben vengano questo tipo di problemi!