Nanga Parbat – La montagna assassina

I Nanga Parbat hanno iniziato un cammino tanto personale quanto avvincente. La prima tappa di questa marcia è “Downfall and Torment” (Sliptrick Records), lavoro complesso, capace di ammaliare e stordire l’incauto esploratore che osa sfidare la Montagna Assassina…

Benvenuto Andrea (voce), dopo tre singoli è arrivato finalmente per voi il momento di dare alle stampe il vostro album di debutto, “Downfall and Torment”. Cosa significa avere fuori un disco, un segno tangibile dei vostri sforzi, soprattutto ora che non potete realizzarvi come artisti su un palco?
Per noi è un grandissimo traguardo, è stato un cammino lungo e faticoso, ed essere arrivati a questa meta ci riempie di orgoglio. Oggi viviamo un periodo di grande incertezza per tutto il panorama artistico ma grazie a “Downfall and Torment” stiamo riuscendo ad entrare nel cuore delle persone anche attraverso uno schermo. Sicuramente avremmo preferito un bel release party ed una serie di live promozionali in tutta la Penisola ma ci rendiamo conto che ci sono altre priorità al momento!

Tornerei ai tre singoli che hanno preceduto il disco, ho notato che nell’album questi pezzi vengono proposti di seguito e si trovano quasi al centro: ritenete che siano il cuore dell’opera e che da soli possano rappresentare al meglio il vostro stile?
La posizione dei tre singoli all’interno della tracklist è stata pressoché casuale, sicuramente i trebrani sono stati scelti poiché sono gli unici ad avere una struttura ed una durata più “canonica” e quindi più fruibile come singolo e come base per un video musicale. La seconda parte del disco invece è incentrata sui due brani più complessi e progressivi che sono “Curse of the Thaw” e la titletrack, quindi potremmo dire che i tre singoli sono sì dei brani chiave all’interno del disco ma non sufficienti da soli a rappresentare il genere e il messaggio dell’opera che rimane descritto dalla totalità delle nove tracce di “Downfall and Torment”.

Resterei sullo stile che proponete, il vostro approccio al death metal è molto complesso, con venature progressive, quasi in controtendenza rispetto alle uscite attuali che tendono a privilegiare sonorità più old school: non temete che questa scelta possa penalizzarvi?
La nostra non è stata una scelta di stile, abbiamo composto le canzoni senza sapere prima in che parte della tassonomia del death metal saremmo andati a finire. Non ci siamo dati regole o canoni, abbiamo semplicemente lavorato molto a lungo sugli arrangiamenti e sulla costruzione del concept del disco e questo è ciò che ne è uscito. Se questo possa penalizzarci è difficile a dirsi ma crediamo che “Downfall and Torment” sia un disco sufficientemente ricco da poter essere apprezzato sia dagli ascoltatori più moderni che da quelli più “old school”.

Altro fattore che dimostra come vi muoviate ai limiti e che non temiate di allontanarvi da quelli che sono i cliché del genere è la scelta del vostro nome: come mai avete deciso di chiamare il gruppo come un monte della catena dell’Himalaya e non con un prosaico nome più oscuro?
Come dicevamo appunto nella risposta precedente non abbiamo cercato di definire la musica secondo dei canoni ma piuttosto di far definire i canoni dalla nostra musica stessa. Proprio per questo motivo, il nome è stato scelto successivamente alla composizione del disco, avevamo bisogno di un nome che fosse particolare ma allo stesso tempo altisonante e richiamasse a qualcosa di ignoto e tenebroso. Il Nanga Parbat, la nona montagna più alta della Terra e una delle più mortali, soprannominata appunto la montagna assassina, un nome che si associa perfettamente alla nostra musica.

Nei testi, invece, quali tematiche trattate?
Nei testi cerchiamo di dare risalto alla potenza e all’indomabilità del mondo naturale. Spesso ci siamo trovati a narrare di ambienti estremi o di fenomeni atmosferici inarrestabili. Abbiamo fatto molte ricerche anche su diverse figure leggendarie e mitologiche come si può evincere dai brani “Tidal Blight” e “Demon in the Snow”. Il primo narra infatti del grande cetaceo bianco cacciato dal Capitano Ahab ed il secondo di una tigre fantasma che secondo alcune leggende abiterebbe la taiga russa. Nei nostri testi dunque amiamo inserire sia figure appartenenti al mondo animale che generalmente a quello naturale, cercando di infondere significati specifici a figure già molto evocative.

La copertina cosa rappresenta?
La copertina rappresenta le disfatte che si autoinfligge l’uomo per cupidigia, orgoglio e illusione di grandezza. Questo conflitto che l’uomo vive con se stesso e con il resto della sua specie si staglia sullo sfondo della natura. Quest’ultima si trova spesso colta nel fuoco che viene da entrambi gli schieramenti, relegata ad un ruolo secondario in tutte le vicende umane. La nostra copertina vuole riportare l’attenzione sul vero colpevole di tutto il male che ogni giorno si scatena sulla terra: l’uomo.

Nel disco compaiano numero si ospiti, vi andrebbe di presentarli?
Certamente! Per arricchire il lavoro abbiamo fatto contribuire alcuni nostri amici musicisti che hanno impreziosito l’opera. Edoardo Taddei: Giovanissimo Guitar Hero romano (Classe ‘99) che ha scritto e suonato l’assolo di “Through a Lake of Damnation”. Davide Straccione: Storico frontman degli Shores of Null e degli Zippo e mastermind del Frantic Fest, amico di vecchia data della nostra band ha cantato alcune strofe pulite della titletrack. Vittoria Nagni: Violinista classica, ex-Blodiga Skald, ha suonato le parti di violino solista sull’intro e su “Tidal Blight”. Fabiana Testa: Formidabile session woman blues e jazz sia elettrica che acustica, ha suonato l’intro acustica. Martin Vincent: Amico della band, inguaribile metallaro, ha vissuto molti anni in America ed ha quindi recitato la strofa di “Tidal Blight” estratta dal Moby Dick di Herman Melville. Francesco Ferrini: Dulcis in fundo, uno dei fondatori dei Fleshgod Apocalypse, orchestratore e arrangiatore di fama mondiale, ha lavorato alla produzione delle orchestre insieme al nostro Edoardo.

Alla luce del grande lavoro fatto in studio, quando potrete tornare ad esibirvi dal vivo, sottoporrete i brani a un riarrangiamento o li proporrete in modo fedele sul palco?
L’obiettivo è sicuramente quello di proporre i brani nel modo più fedele ed autentico possibile, siamo convinti che tutto ciò che è stato proposto nel disco sarà ugualmente fruibile e godibile anche in un contesto live. Resta da decidere l’effettiva setlist per i futuri live ma stiamo già lavorando in questa direzione per rendere le nostre performance non solo energetiche ma anche iconiche e fluide. Vogliamo portare un grande show e stiamo già escogitando vari sistemi per farlo ma per questo dovrete aspettare ancora un po’!

La prossima cima da scalare?
Ovviamente, il prossimo disco che stiamo già componendo! Il mondo della musica dal vivo è ancora troppo incerto per pensare ai palchi mentre invece un momento come questo è perfetto per ricominciare a comporre nuova musica.

Dr. Schafausen – Un domani alternativo

Abbiamo conosciuto Sergio Pagnacco per i suoi trascorsi nei Vanexa e nei Labÿrinth, oggi lo ritroviamo, sempre in compagnia del suo fido basso, nelle inedite vesti del Dr. Schafausen. Ma chi è veramente il Dr. Schafausen, autore recentemente dell’album “Waiting For Tomorrow” (Sliptrick Records \ Grand Sounds Promotion)? Lo abbiamo chiesto al diretto interessato…

Ciao Sergio, quando è nato il tuo alter ego Dr. Schafausen?
Devo ammettere che l’idea di fare un album solista mi ha sempre entusiasmato ma il 9 marzo 2020 quando è stato proclamato il primo lockdown ho deciso che poteva essere il momento giusto, ricordare il 2020 con qualcosa di positivo mi ha aiutato psicologicamente. Ho deciso infatti che il disco sarebbe uscito esattamente un anno dopo, e cosi è stato: 9 Marzo 2021

Dobbiamo considerare i Dr. Schafausen il tuo progetto solista o una vera e propria band?
Dr. Schafausen è un progetto solista ma sicuramente sia Slava Antonenko che Michael Pahalen saranno anche nel mio prossimo lavoro, sono ragazzi fantastici e credo che il loro genio presto uscirà prepotentemente nel campo musicale, danno entrambi la priorità alle loro visioni artististiche su tutto quello che è musicale e la loro presenza scenica è sicuramante da vedere. Quindi, posso anche assicurare che nelle performances live loro saranno presenti.

Waiting For Tomorrow” è la tua prima opera disgrafica oppure in passato hai pubblicato altro?
Questo è il mio primo lavoro completamente da solista.

“Waiting For Tomorrow”, stando a quanto contenuto nelle note promozionali, è una sorta di reazione allo stato di cattività imposto dalla pandemia, come hai vissuto quei giorni e come mai hai voluto tramutare in musica il tuo disagio?
Da operatore sanitario ho vissuto l’emergenza sanitaria in modo invasivo riuscendo a reagire attivamente, ma la mia parte artistica da musicista l’ha vissuta in balia dell’ansia e depressione. Ho vissuto entrambi i lati, quello emotivo da artista e quello razionale da operatore sanitario. Le due figure nonostante un loro particolare connubio sono riuscite a rimanere separate. ma l’esperienza è stata comunque forte e credo indimenticabile.

Essendo stato composto quasi in uno stato di trance, quando hai ascoltato per la prima volta il lavoro finito cosa hai pensato?
La prima volta che ho ascoltato il lavoro l’ho trovato perfetto. Quando mi sono immerso in queste sonorità ho capito fin da subito che erano in grado di far riaffiorare quelle sensazioni provate come la solitudine, l’angoscia o la depressione. Esistono degli esperimenti sulla “deprivazione sensoriale”, ossia creare un ambiente isolato per ottenere la massima assenza di percezioni esterne. Eliminando ogni elemento di distrazione, si ritiene di poter condurre un’analisi introspettiva della propria coscienza, un vero viaggio esplorativo nel proprio passato. L’intento di queste sonorità è l’esatto opposto, replicare sentimenti con suoni che potrebbero rappresentare la nostra società distopica. La nostra mente, quando trafitta come tale, proietta i nostri pensieri repressi più intimi, una selezione forzata di pensieri contraddittori.

Il disco narra delle vicende distopiche per descrivere delle storture reali: come mai hai scelto questo approccio indiretto, non sarebbe stato più concreto parlare senza l’ausilio di metafore?
Mi piace comunicare il più possibile, questa è un occasione per farlo. Sono pienamente consapevole che il tema trattato è complesso e delicato, ma questa è un occasione che non volevo perdere. Probabilmente non tutti capiranno il lavoro perché non è banale. Devi ascoltarlo fino in fondo, analizzare le tematiche, la musica e la dinamica dei brani. Non mi interessa vendere dei dischi per avere inserito un ritornello figo, qui le sonorità sono diverse, non ci sono soli di chitarra, strofe commerciali e cosi via. Questo è un album impegnato e come tale ti costringo ad ascoltarlo, se sei pigro passa ad altro. Se qualcuno si aspettava che il Dr. Schafausen scrivesse tematiche citando draghi volanti o tacchi a spillo probabilmente non mi conosce.

Potresti raccontare a grandi linee il concept che lega le singole tracce?
“Schafausen’s Dilemma”: E’ un prologo sulle tematiche dell’album come lo sforzo per passare dal caos alla ragione comporta un dispendio di energia psichica e uno stato di allerta. Queste atmosfere hanno lo scopo di annullare questi sforzi, negando il precetto originario del “conosci te stesso”.
“My Beautiful Girl”: La mia bellissima ragazza soffriva di una malattia mentale e di forti depressioni e si è tolta la vita nel 1989 a soli 24 anni. Oggi stavo sfogliando la mia vecchia collezione di dischi e ho trovato un foglietto scritto da lei inserito nella copertina dell’album “Disintegration” dei The Cure. Un amore che a distanza di decenni riaffiora prepotentemente. Mai dare le cose per scontate e il 2020 è stato di esempio.
“Waiting For Tomorrow”: È difficile parlare di attesa perché in base a ciò che ti aspetti, può essere positiva o negativa. Esistono infatti molti diversi tipi di attesa, ognuno caratterizzata da un proprio stato d’animo. A volte aspettare fa bene, altre volte non hai il coraggio di agire. La cosa più importante è capire quando vale la pena aspettare e quando invece è necessario agire. Il Covid ci ha insegnato che sapere aspettare fa parte della vita.
“Can’t Get The Best of Me”: La sensazione di solitudine. Una persona ha desideri, pensieri e sogni ma purtroppo deve viverli da solo. Nessuno può vederti, abbracciarti. Ti manca qualcosa ed ora non puoi far altro che sognare. Sapere sognare è un dono che potrebbe salvarti dalla depressione.
“Transient Parasites”: Una metafora di “Die Verwandlung” di Franz Kafka. Un giorno ti svegli e tutto cambia, ti ritrovi trasformato in un enorme insetto. Allora tenti di adattarti il più possibile a questa nuova e particolarissima condizione e inizi a pensare: “Saremo dannati per sempre? È tutto vero? Perché ci siamo trovati in queste condizioni?
“Crypto Violence”: L’attuale comunicazione ha caratteristiche specifiche, come l’eccezionale velocità e la tutela dell’anonimato; questo ha creato un bacino al quale tutti possono accedere. Le critiche avvengono via web in modo particolare. Gli individui esprimono la loro vera aggressività. Il social network diventa un luogo dove sfogare ogni disturbo, invincibile e frustrante. In una società contrapposta e responsabile della sua temuta inefficacia, in una competitività sfrenata. Violenza gratuita semplice da praticare.
“2127”: La canzone spiega la somiglianza tra artisti rock morti all’età di 27 anni (club 27) come Janis Joplin, Kurt Cobain, Amy Winehouse, Jimi Hendrix, Jim Morrison e artisti rap / trap che sono morti all’età di 21 anni come Juice Wrld, Cry Lipso, Lil Peep, Nick Blixky. Il testo NON incita alla morte ma cerca di essere educativo chiarendo quanto sia facile per le persone identificarsi con falsi valori. Questi artisti di due mondi musicali all’apparenza molto differenti hanno invece qualcosa in comune: la morte in giovane età per aver creduto in falsi valori.
“I Will Never Live in Silence”: Il mio dottorato in scienze audiologiche mi ha spinto a scrivere un testo inerente agli acufeni, quel fastidioso ronzio causata da una condizione corporea che può essere ascoltato solo da chi ne è affetto (compreso me).

Una canzone in particolare, “My Beautiful Girl”, è stata utilizzata per un videoclip, come mai la scelta è ricaduta su questa traccia?
La scelta è stata ponderata su un brano che esprimesse un lato del mio progetto, un sound attuale difficilmente catalogabile con delle tematiche che potessero comunque interessare quella parte di persone che sono emotive e sensibili. Devo dire che il brano è piaciuto davvero molto e le critiche sono state tutte positive, quindi per ora quello che cercavo di comunicare è stato percepito.

Hai già in mente una nuova trama per un eventuale prossimo album?
Sto già lavorando ad un progetto parecchio innovativo che coinvolgerà ancora una volta i protagonisti di “Waiting For Tomorrow”, ho già scritto parte dei brani e sto sviluppando delle tematiche che saranno sicuramente apprezzate da coloro che seguono autori letterari distopici, ma questa volta sarà ancor meglio rappresentato da un supporto non solo audio.

Silvered – L’ora delle streghe

Ancora un album d’altissima qualità proveniente dall’Italia. I Silvered con “Six Hours” (BadMoonMan Music / Solitude Productions) ci dimostrano che il Salento non è solo la terra de “lu sule, lu mare, lu ientu”.

Ciao Daniele, avevamo lasciato i tuoi Silvered alle prese con l’album di debutto “Grave of Deception”, li ritroviamo oggi, dopo ben nove anni di attesa, con il secondo disco, “Six Hours”: cosa è successo in questo lungo lasso di tempo?
Ciao a voi, una vita intera direi! Come potrete immaginare ne succedono di cose in così tanti anni. In primis si cresce come persone e si maturano esperienze, musicali e non, si ascolta nuova musica, si leggono nuovi libri. Vicende personali e interpersonali hanno segnato la storia della band, che in un modo o nell’altro non ha mai mollato e si ritrova oggi ad avere un ruolo di tutto rispetto nell’underground metal mondiale.

Line up rivoluzionata, con te unico reduce dal disco precedente: cosa ti ha portato a un rivoluzionamento così profondo della formazione?
Fondai la band nel 2007 con un’idea ben precisa riguardo alla musica e agli obiettivi, ovvero quella di suonare un genere che in Italia e all’estero era abbastanza nuovo, unendo il death metal melodico con il progressive metal e il rock acustico. Agli esordi trovai una buona sinergia con gli ex membri, sia a livello umano che prettamente musicale. Nel periodo di lavorazione del primo album “Grave of Deception” gli equilibri all’interno della band iniziarono però a deteriorarsi sino alla inevitabile spaccatura avvenuta verso la fine del 2011. L’ ingresso dei fratelli Giuseppe (chitarra) e Carlo Ferilli (batteria) diede poi nuova linfa vitale alla band che proseguì coi live e con le prime nuove composizioni. Il gruppo cambiò ulteriormente pelle in seguito alla separazione “pacifica” da Stefano De Laurenzi (tastiere, 2007-2015) e Frank Bursomanno (basso, 2008-2017), come da Roberto Vergallo qualche anno prima (chitarra, 2008-2010 – dal 2017 chitarrista e compositore nella mia attuale rock band Maysnow). Lorenzo Valentino (dal 2015) e Simone Iacobelli (dal 2018) completano oggi la line up.

Quanto hanno inciso i nuovi in fase di scrittura?
Hanno inciso in maniera vitale direi, realizzando tutte le musiche e registrando poi tutti gli strumenti, i primis i fratelli Ferilli, che proprio intorno al 2015 (non ricordo esattamente l’anno) mi convinsero anche a non mollare il progetto, assicurandomi che avremmo potuto realizzare un album straordinario. Cosa che è avvenuta davvero!

Aspettare nove anni per pubblicare un disco e ritrovarsi nel pieno del lockdown non deve essere una cosa facile da digerire, quanto vi sta penalizzando questa situazione in fase di promozione del disco?
Il nostro album non avrebbe potuto avere un’uscita più azzeccata! A parte gli scherzi, dopo appunto così tanti anni, mille peripezie, contrattempi e difficoltà varie che solo una band underground conosce, la soddisfazione risulta doppia, addirittura tripla col fattore pandemia. “Six Hours” per ovvi motivi non ha ancora avuto la promozione che forse merita, ma nonostante tutto è abbastanza conosciuto nel mondo underground, grazie alla BadMoonMan Music e all’etichetta madre Solitude Productions, label esperta in ambito doom metal. La mancanza di live poi non gioca a nostro favore, ci è al momento negato il modo migliore per diffondere la nostra musica, ma ritorneremo non appena possibile sul palco e sarà incredibilmete bello.

Il vostro primo album è stata un’autoproduzione, il nuovo invece è uscito, come dicevi prima, per BadMoodMan Music: noti delle differenze in termini di attenzioni da parte dei media e del pubblico?
In effetti si, “Grave of Deception” (datato 2012) non fu accompagnato da nessuna promozione, se non quella legata ai concerti stessi. Oggi le cose sono molto diverse, come ti anticipavo prima, con BadMoonMan Music/Solitude Productions la visibilità è cambiata radicalmente. Continuano ad arrivarci recensioni e feedback positivi da parte del pubblico, su youtube le visualizzazioni dell’album superano le 50 mila e questo non può che renderci orgogliosi.

Trovo che una delle influenze più evidenti sia quella dei Novembre, credi che la comune provenienza geografica, entrambe le band provenienti dal Mezzogiorno d’Italia (anche se la band di Carmelo è ormai di base a Roma da una vita), vi abbia influenzato in qualche modo nella vostra ricerca sonora tanto da arrivare a soluzioni sonore affini?
Non so se sia questione di provenienza geografica, è più dovuto forse ai gusti personali e al bagaglio musicale che ci portiamo dietro. Sicuramente c’è un sentire comune, con le dovute differenze stilistiche.

Quali tematiche tratti nel disco e cosa si cela dietro il titolo “Six Hours”?
Il concept dell’album è incentrato sulla stregoneria. Ho scritto una storia prendendo spunto da diverse testimonianze reali riportate in alcuni documenti che ho visionato e studiato durante la mia tesi di laurea intitolata “Inquisizione e stregoneria nella terra d’Otranto di antico regime”. Il “Salento magico” ha fatto quindi da ambientazione per le vicende di una ex-suora che, nel tormento e nella disperazione, stipula un patto col diavolo. Le canzoni narrano le ultime sei ore di vita della protagonista.

Il vostro nome si ispira all’opera di Lovercraft, pensi che alla luce della vostra evoluzione, che vi ha portato a un disco come “Six Hours”, ci sia ancora un’affinità concettuale con l’autore di Providence?
Assolutamente sì, da amante della letteratura weird e del Maestro HP Lovecraft posso affermare che entrambi gli album hanno attinenza, il primo con venature più fantasy/horror, il seconto più dark horror. Anche l’autore di Providence scrisse racconti a tema stregonesco e col diavolo i protagonista.

Sono pugliese come voi, ritengo che prima del lockdown, almeno qui nella zona di Bari, le cose dal vivo andassero meno peggio che in altre partidel Meridione. Anche da voi in Salento qualcosa di interessante, grazie a locali come l’Istanbul Cafè o ai festival estivi, si muoveva. Quale scenario si prospetta alla fine della pandemia? Ritieni che si potrà ripartire da là dove c’eravamo fermati o sarà dura rialzarsi?
Credo che alla fine di questo incubo non si tornerà alla vita come noi la ricordiamo, nel senso che avremo sempre a che fare con norme sanitarie e provvedimenti speciali soprattutto per i luoghi chiusi e in ambito spettacoli rivolti al pubblico. Ciò però farà da contraltare ad una voglia irrefrenabile di aggregazione e di musica dal vivo. Paradossalmente questo stop forzato potrebbe portare nuova linfa vitale a tutto il movimento musicale e quindi, lo spero davvero, anche a quello metal.

Harmonize – Night warriors

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

Nei nostri ricordi scolastici, Cipro è la terra di eroi ed epiche battaglie. La cose non sembrano cambiate molto, gli Harmonize con il loro metal epico, contenuto nell’esordio “Warrior in the Night” (Grand Sounds Promotion) ci riportano proprio a quei tempi mitologici.

Benvenuto su Il Raglio del Mulo, George (Giorgos Constantinou – chitarra). Gli Harmonize hanno iniziato suonando thrash metal, poi pian piano hanno incorporato gradualmente alcuni elementi del power metal ed di altri generi più oscuri. Come definiresti oggi il tuo sound?
Si potrebbe descrivere il nostro sound attuale come heavy e power metal con influenze dark, death e thrash.

Puoi ricapitolare i passaggi antecedenti al tuo album di debutto?
Prima di giungere al nostro debutto, abbiamo passato alcuni momenti complicati. Abbiamo dovuto fare un paio di sostituzioni di membri, ciò ha significato che il processo di registrazione si è interrotto più volte. Alcune delle tracce erano già state scritte nel 2012 quando si formarono gli Harmonize. Abbiamo pubblicato due demo e abbiamo continuato a suonare dal vivo a Cipro. Durante questo periodo non abbiamo smesso di scrivere e riscrivere tracce. Sozos è stato l’ultimo a unirsi alla band. Quando finalmente tutti erano a bordo, le registrazioni sono state completate e gli Harmonize erano finalmente pronti a rilasciare “Warrior in the Night”.

“Warrior in the Night”, il vostro primo album, è uscito ad ottobre, com’è nato?
“Warrior in the Night” è un concept, e in generale lo sono anche gli Harmonize come progetto. L’individualità di tutti all’interno della band influenza il suono nel suo insieme e rafforza gli elementi che desideriamo trasmettere attraverso il nostro lavoro. Era importante che tutti condividessero la stessa visione per l’album affinché funzionasse.

“Warrior in the Night” è un concept album. Lo storyboard è firmato da te e Nicolina Papas, ci racconti qualcosa?
Non vogliamo ancora condividere tutto sulla storia. Presto verranno rivelati altri personaggi e trame. Il guerriero sembra essere solo uno dei personaggi. Sta combattendo per vendicare il suo re e la sua regina quando riceve un ultimatum. Questo è tutto per ora. Abbiamo incluso un’outro recitata nell’album per coloro che desiderano saperne di più sul Warrior e sul suo destino.

La title track “Warrior In The Night” è stata usata come primo singolo e video dall’album, che mi dici di questa canzone?
Il Warrior in the Night personifica il potere, l’avidità e il terrore anche se alla fine è evidente che è solo un uomo, fino a quando non incontra una forza più oscura. Questa particolare canzone dovrebbe dare una prima idea di lui come di un feroce combattente sul campo di battaglia.

Negli ultimi anni hai condiviso il palco con artisti famosi come Bonfire, Wotan, Blaze Bayley (ex Iron Maiden), Picture. Cosa hai imparato da questi grandi nomi?
Questi nomi sono effettivamente significativi nel metal. Vorremmo sicuramente condividere il palco con più artisti con cui ci immedesimiamo musicalmente e che hanno influenzato il nostro suono. Suonando ai festival in generale, abbiamo imparato molto su noi stessi come band e come artisti, oltre che su tutto ciò che accade dietro le quinte.

Prima del lockdown, la scena live cipriota era attiva?
Abbastanza. Direi che probabilmente circa due anni fa la scena era molto attiva, con festival e grandi nomi che visitavano l’isola e metal bar che tenevano viva la scena. Cipro ha molto da offrire in termini di varietà di generi metal e di passione che hanno i metallari. Sfortunatamente, la pandemia ha fatto sì che molti artisti non potessero più salire su un palco, ci manca davvero suonare dal vivo. Tuttavia, durante il blocco abbiamo continuato a lavorare sul nostro album e questo ci ha reso molto produttivi.

Quanto è difficile per una band di Cipro emergere dall’underground internazionale?
Non è necessariamente una questione di difficoltà. Vogliamo credere che le band che meritano il riconoscimento alla fine lo riceveranno, ma anche il networking è importante.

Quali gruppi ciprioti consigli?
Temple of Evil, black metal; Blynd, death/thrash metal; Mirror e Arrayan Path, heavy metal.

In our school memories, Cyprus is the land of heroes and epic battles. Things don’t seem to have changed much, Harmonize with their epic metal, contained in the debut “Warrior in the Night” (Grand Sound Promotion), take us back to those mythological times.

Welcome to Il Raglio del Mulo, George (Giorgos Constantinou – guitars). Harmonize began by playing thrash metal, the band gradually incorporated some power metal elements, as well as some darker ones. How do you define your current sound?
You could describe our current sound as heavy and power metal with dark influences, such as death or thrash.

Could you recap the steps before your debut album?
For this first album of ours, followed a very tricky process. We had to go through a couple of member replacements. This meant that the recording process came to a halt a few times. Some of the tracks were already written back in 2012 when Harmonize were formed. We published two demos and kept performing live in Cyprus. During this time we continued writing and rewriting some tracks. Sozos was the last to join the band. When everyone was on board recordings were done and Harmonize was ready to release Warrior in the night.

“Warrior in the Night” your first album was released in October, how is born?
Warrior in the Night is a conceptual album, and so are Harmonize as a project. Everyone’s individuality within the band influences the sound as a whole and reinforces the elements we wish to convey through our work. It was important that everyone shared the same vision for the album, in order for this to work.

“Warrior in the Night” is a concept album. The storyboard is signed by you and Nicolina Papas, could you tell something about?
We don’t wish to share everything about the story yet. Soon more characters and storylines will be revealed. The warrior happens to be just one character. He is fighting to avenge his king and queen when he is met with an ultimatum. That is all for now. We include a spoken outro in the album for those who wish to learn more about the Warrior and his fate.

The first video single from the album is the title track “Warrior In The Night”, what’s about?
Warrior in the Night personifies power, greed and terror although it is eventually apparent that he is just a man, that is until he is met with a darker force. This particular song is supposed to give a first impression of him as a vicious fighter in the battlefield.

In recent years you have shared the stage with famous artists like Bonfire, Wotan, Blaze Bayley (ex Iron Maiden), Picture. What have you learned from these big names?
These names are definitely significant in metal. We surely wish to share the stage with more artists that we relate to musically and who have influenced our sound. Playing at festivals generally, we learn a lot about ourselves as a band and as performers, as well as what goes on behind the scenes.

Before the lockdown, was the Cypriot live scene active?
Very much so. I would say that probably about two years ago the scene was significantly active, with festivals being organised, and big names visiting the island and metal bars keeping the scene alive. Cyprus has a lot to offer in terms of the different genres of metal and the passion metalheads have. Unfortunately, the pandemic meant that a lot of artists could not be on the stage any more, although we trully miss playing live. However, during the lockdown we continued working on our album and that made us very productive.

How difficult is it for a band from Cyprus to emerge from the international underground?
It is not necessarily a matter of difficulty. We wish to believe that bands deserving of the recognition will eventually receive it, however networking matters as well.

Which Cypriot bands do you recommend?
Temple of Evil, black metal; Blynd, death/thrash metal; Mirror & Arrayan path, heavy metal.

Shattered Hope – The war prayers

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

I greci Shattered Hope con “Vesper” (Solitude Productions) ci riportano con classe e maestria indietro nel tempo alla magia del doom degli anni 90 firmato Anathema, My Dyong Bride, Katatonia e Paradise Lost.

Benvenuto Nick, dopo sei anni è arrivato il vostro nuovo album, “Vespers”. Il disco è nato durante il lockdown? E in che modo questi strani giorni hanno influenzato la vostra musica?
Ciao! Ebbene, “Vespers” non è un frutto del lockdown. Il suo processo è iniziato alcuni anni fa. A causa di alcune difficoltà che abbiamo dovuto affrontare (due batteristi cambiati) abbiamo avuto gravi ritardi che ci hanno lasciato indietro. Lo avevamo terminato l’anno scorso, ma il blocco ha ritardato di nuovo il rilascio. Quindi, quegli strani giorni non hanno avuto alcun effetto su questo album, ma li avranno sul prossimo (speriamo).

Puoi descrivere la tua musica?
La nostra musica può essere descritta come doom / death metal con alcuni passaggi funeral. Se non vogliamo usare tutte queste etichette, possiamo dire che suoniamo semplicemente musica proveniente dalla nostra anima.

Cinque canzoni sopra i dieci minuti, perché preferite esprimervi in questo modo?
Non abbiamo questo in mente quando iniziamo a comporre una canzone. Ma troviamo una sfida stimolante creare pezzi lunghi e mantenerli interessanti prima per noi stessi e poi per il nostro pubblico.

“Συριγμός” è solo un titolo in greco, cosa significa veramente?
Beh, significa “sibilo”. È un suono assurdo e sibilante che può essere creato dai polmoni o persino dalle bombe che cadono.

Sei ispirato dall’antica cultura greca per la tua musica?
Posso affermare che la cultura greca antica è una grande ispirazione per qualsiasi tipo di musica, così come per la nostra. Non si vede chiaramente nelle nostre canzoni, ma da lì provengono molti pensieri e parole.


Il vespro è la preghiera della sera, perché avete questo titolo per l’album?
Tutto l’album è un viaggio oscuro attraverso la piaga della guerra e volevamo anche un titolo che significasse qualcosa di oscuro. Ecco il perchè!

Quando è nata la tua passione per il doom?
La nostra passione per questo genere è nata molti anni fa quando abbiamo ascoltato per la prima volta i Black Sabbath. Questo è stato l’inizio. Poi, siamo stati rapiti dalla scena britannica doom / death(Anathema, Paradise Lost, My Dying Bride) e non ce ne siamo mai liberati.

Come cambia, se cambia, il tuo suono sul palco?
Essenzialmente, vogliamo avere un suono simile a quello del CDquando siamo sul palco. Ma a volte, penso che i suoni siano più pesanti e questo è solo un bene!

Il tuo ultimo concerto?
La nostra ultima esibizione dal vivo è stata nell’ottobre 2019 qui ad Atene, quando abbiamo suonato al Room of Doom Fest II insieme a Clouds, Inner Missing, Soul Dissolution e Selefice.

Le tue prossime mosse?
Per il momento, le nostre uniche mosse hanno a che fare con la promozione del nuovo album attraverso il web. Quando tutta questa follia sarà passata, speriamo di poter tornare sul palco.

The Greeks Shattered Hope with “Vesper” (Solitude Productions) take us back in time with class and mastery to the magic of 90s doom signed by Anathema, My Dyong Bride, Katatonia and Paradise Lost.

Welcome Nick , after six years your new album, “Vespers” is here. Is the album born during the lockdown? And how did these strange days influence your music?
Hello! Well, “Vespers” isn’t a product of the lockdown. Its process begun some years ago. Due to some difficulties we faced (two drummers changed) we had serious delays which took us back. We had it finished last year, but the lockdown delayed again the release. So, those strange days didn’t had an effect on this album, but they will in the next one (we hope).

Could you describe your music?
Our music can be described as doom / death metal with some funeral passings. If we don’t want to use all those words we can say that we play just music coming from our souls.

Five songs over the ten minutes, why do you prefer this way to express?
We don’t have this on our minds when we start to compose a song. But, we find it challenging to create so long pieces and keep them interesting first to ourselves and then to our audience.

“Συριγμός” is the only title in Greek, what does really means?
Well, it means “sibilation”. It’s this freaking and hissing sound that can be created from lungs or even falling bombs.

Are you inspired by ancient Greek culture for your music?
I can say that ancient Greek culture is a great inspiration for any music, so does for ours. It isn’t seen clear in our songs but many thoughts and words have been taken from there.

Vesper is an evening prayer, why this title for your album?
All the album is a dark journey through the sickness of war and we wanted the title to mean something dark also. So, here we are!

When is born your passion for doom?
Our passion for this genre was born many years before when we first listened to Black Sabbath. That was the start. Then, we got into the british doom / death scene (Anathema, Paradise Lost, My Dying Bride) and we’ve never left.

How does change, if change, your sound on stage?
First of all, we want to have a similar sound as the cd when we are onstage. But sometimes, I think the sounds is heavier and this is only good!

Your last gig?
Our last live perfomance was in October 2019 here in Athens when we played at the Room of Doom Fest II along with Clouds, Inner Missing, Soul Dissolution and Selefice.

Your next moves?
For the time, our only moves have to do with the promotion of the new album through the web. When all this madness passes, we hope that we can be back on stage.

Invernoir – Inverno nero

L’Italia ha da sempre una propria tradizione doom, apprezzata e idolatrata all’estero, ma non per questo negli ultimi anni sono mancate delle entità capaci di distaccarsi parzialmente dal cordone ombelicale tricolore per approdare su lidi altrettanto soddisfacenti. Tra queste, sicuramente gli Invernoir di “The Void and the Unbearable Loss” (Solitude Productions), disco che è una sorta di tributo al doom degli anni 90 di My Dying Bride, Anathema, Katatonia e Paradise Lost.

Benvenuto Lorenzo (Carlini – voce e chitarra), ti andrebbe di ripercorre i passi salienti che vi hanno condotto al vostro primo full length, “The Void and the Unbearable Loss”?
La band è nata un po’ per gioco, eravamo degli amici che avevano voglia di passare insieme delle serate ed il nostro modo di trascorrere del tempo di qualità è sempre stato suonare. Alessandro aveva dei brani scritti molto tempo prima e li ha proposti, ci siamo resi conto che il materiale era valido e che forse era anche il periodo buono per lavorarci su, eravamo molto entusiasti del risultato così abbiamo pensato di non lasciare la nostra musica chiusa nel garage. Io già registravo dischi ai Blue Ocean recording studio perciò il passo è stato breve, abbiamo prima inciso un singolo e poi un EP (“Mourn”) per trovare il giusto sound. L’esperimento non ci dispiaceva affatto, abbiamo continuato a lavorare, la band è andata avanti facendo anche qualche bel concerto e alla fine ci siamo chiusi in studio per sfornare il nostro primo full album: “The Void and the Unbearable Loss”.

Le note promozionali parlano di una precisa volontà di ricreare il suono del doom anni novanta, quello che ha fatto grandi soprattutto le band della Peaceville Records: da dove nasce la vostra fascinazione per quel sound?
Chi prima e chi dopo tutti ci siamo immersi nel doom anni ’90 ma fino alla nascita degli Invernoir nessuno di noi era riuscito a tirare su una band con queste sonorità, pur conoscendoci molto bene facevamo parte di progetti diversi da parecchi anni ed eravamo molto impegnati a farli crescere finché quasi per caso si sono create queste condizioni per suonare tutti insieme.

Quanto è difficile il ricreare il sound e, soprattutto il feeling, di una stagione musicale ormai chiusa da parecchio? In fin dei conti, anche gli stessi protagonisti hanno abbandonato, parzialmente o totalmente, certe sonorità.
Il sound è una delle cose su cui abbiamo lavorato di più, rispetto a quella stagione musicale oggi a distanza di 20 anni siamo abituati a sentire dischi con uno standard sonoro più o meno elevato, abbiamo cercato di mantenere le “vecchie” atmosfere, le melodie, il modo di suonare e arrangiare i brani, ma allo stesso tempo abbiamo fatto riferimento ad un sound generale più moderno, pulito e cristallino, aggiungendo qua e là qualche dettaglio preso nel nostro background musicale personale con l’idea di inserire qualcosa di nostro.

Oltre ai maestri nordici, io sento anche dei rimandi ai Novembre, soprattutto del primo periodo, no?
I Novembre sono stati una rivelazione per tutti quanti, hanno detto tanto anche prima di tanti altri grandi e a noi ascoltatori seriali di dischi ovviamente tutto ciò non ci è sfuggito, sono entrati nelle nostre influenze tanto tempo fa, abbiamo consumato i loro lavori ascoltandoli di continuo, evidentemente anche a distanza di molto tempo hanno lasciato una traccia importante nel nostro stile.

Un titolo come “The Void And The Unbearable Loss” non lascia un briciolo di speranza, da dove nasce questo pessimismo?
In termini filosofici di sicuro ci etichetterebbero come pessimisti, ma noi crediamo di essere realisti. Ognuno di noi ha il suo modo personale di vivere la malinconia e il suo motivo per farlo, quello che ci accomuna di sicuro è pensare che la sofferenza fa parte di questa esistenza, è un emozione come le altre e non può essere aggirata, cancellata o ignorata. Esiste da sempre e non c’è essere umano che non debba farci i conti prima o poi, quello che vogliamo comunicare nei nostri testi è che va affrontata e domata come un arte necessaria alla crescita di ogni individuo dalla quale non si scappa.

Del video di “Suspended Alive” che mi dite?
E’ una storia curiosa e la raccontiamo così com’è nata: siamo sempre stati abituati a vedere nella scena metal dei lyric video sempre più elaborati e professionali, noi abbiamo il nostro artista di riferimento (Adhira Art) con il quale abbiamo sempre collaborato, vista la sua bravura nell’accostare immagini interessanti alle parole siamo arrivati a pensare di toglierle, consigliandogli di concentrarsi più sulle riprese. Lui è molto adatto ai nostri temi, visto che suona doom (Raving Season), gli abbiamo lasciato carta bianca, lasciandolo sfogare la sua immaginazione e la nostra intuizione sembra sia stata giusta!

La band accoglie membri di Ars Onirica, Black Therapy e Lykaion, esperienza abbastanza disomogenee fra loro: qual è il filo rosso che unisce questi gruppi all’interno degli Invernoir?
Siamo amanti della musica in generale e, pur essendo partiti da direzioni opposte, abbiamo sempre covato nel nostro essere un debole per il doom metal, che per gli ascoltatori più attenti può essere intravisto tra le influenze delle nostre altre band, se non altro per la malinconia di sottofondo nascosta tra le note. Siamo del parere che un progetto non può essere snaturato, perciò abbiamo preferito costruire una nuova band da zero, piuttosto che alterare la visione delle altre tenendo per noi il materiale che le avrebbe portate troppo fuori genere. Questa è una delle cose che abbiamo imparato nel nostro percorso, per il bene di un progetto va rispettata la sua essenza, ogni membro può dare il suo contributo alla stesura dei brani ma non deve mai peccare di incoerenza.

Cosa ha portato in più al vostro bagaglio di musicisti questa esperienza?
Di sicuro gli Invernoir fanno musica molto passionale e “sentita” da ognuno di noi, ci piace la sensazione che ci lascia suonarla tutti insieme, perderci nei suoni, abbiamo imparato che quando è presente questa componente diventa linfa vitale per la band e per le persone che ne fanno parte. Tecnicamente parlando, invece, abbiamo imparato ad andare lenti! Sembra banale ma non lo è affatto, spesso nel metal ci si allena per andare veloci, per cercare di suonare tutte le note pulite ed a tempo, nel doom invece c’è molto spazio per decidere come colpire e ci si è aperto un mondo!

L’attività live della band, al di là dell’attuale blocco sanitario, è influenzata negativamente dal fatto che siate già impegnati con altri gruppi oppure non ne risente?
Più o meno tutti noi abbiamo dedicato le nostre vite alla musica, o comunque è una componente importante e fondamentale, ha sempre occupato gran parte delle nostre giornate e ci siamo abituati, certo è vero che crescere porta delle responsabilità che a volte potrebbero interferire con la vita musicale, ma ci piace pensare che se gli Invernoir saranno così richiesti… ben vengano questo tipo di problemi!