Nerascesi – La sorgente del vuoto

I Bastard Saints, dopo una serie di pubblicazioni, arrivarono nel 2012 all’agognato primo album, però “The Shape of My Will”, invece di dare il via a una proficua carriera, si rivelò il canto del cigno dei lombardi. Dalle ceneri di quella formazione, sono nati i Nerascesi, autori dell’ottimo esordio omonimo pubblicato dalla Iron, Blood and Death Corporation \ Grand Sounds Promotion. Dopo aver raccolto l’entusiasmo dei due Andrea (Marino e Serrao), siamo certi che “Nerascesi” si rivelerà il primo passo di una lunga e prolifica carriera.

Ciao ragazzi, i Nerascesi nascono dalle ceneri dei Bastard Saints, storico gruppo attivo dal 1997. Come mai quella avventura è finita?
Andrea Marino: L’avventura è finita perché volevamo trasformare in qualcos’altro l’esperienza della band. Volevamo rendere più cupe e dirette le tematiche proposte con Bastard Saints. Il nostro approccio alla musica che proponiamo si è fatto altro rispetto al passato e ci sembrava giusto lasciare il nome Bastard Saints. Abbiamo suonato e conosciuto molte persone durante l’attività del gruppo. Abbiamo conosciuto anche altre persone. Per esempio Sean che non ha militato nei Bastard Saints ha estremizzato di più tutte queste tematiche e reso il nostro sound più tetro e di pesante. Necessitava un altro nome.

Cosa vi ha spinto a iniziare da zero come Nerascesi?
Andrea Serrao: Nerascesi ha rappresentato indubbiamente un nuovo inizio, pur volendo mantenere una continuità in termini di intenti. Sicuramente ci siamo resi tutti conto del fatto che qualcosa fosse cambiato nel nostro modo di intendere la musica estrema, ma anche nelle finalità per le quali suonare e il nostro rapporto con la scena musicale. Personalmente diverse attività mi hanno allontanato nel corso degli anni dall’ambiente musicale, passioni e attività lavorative differenti, pur mantenendo un legame fortissimo con la musica e la voglia di farne di nuova. Nonostante questo è chiaro che non essendo più integrato in un contesto cambiano le influenze e le motivazioni, portandoti a voler sperimentare cose diverse: venendo meno un certo scambio comunicativo e maturando le idee in maniera isolata, per così dire, per forza cerchi un linguaggio tutto tuo, facendo un percorso indubbiamente più personale: è una strada che stiamo percorrendo con tutta la tranquillità del mondo, senza stress o missioni da portare a termine.

Cosa vi portare dietro di quella esperienza e cosa, invece, avete tagliato definitivamente del vostro passato?
AM: Non abbiamo tagliato nulla da passato. Sempre stati fieri di quello che abbiamo fatto e come l’abbiamo fatto. Ci portiamo dietro bellissimi anni di live underground e corrispondenza sparsa in giro per il mondo.
AS: Purtroppo nei Bastard Saints ho passato davvero poco tempo, essendo stato l’ultimo membro ad essere integrato nel gruppo nell’ottobre del 2012, per poi chiudere il capitolo assieme al resto della ciurma nel marzo 2015. Siamo amici da una vita a prescindere dalla strada condivisa a livello artistico, persone che mi sono sempre state a fianco anche quando ero in altre band, spesso condividendo il palco assieme. Loro come tutti gli amici di altre formazioni con i quali ci sentiamo ancora e passiamo del tempo assieme. Non tagliamo nulla, teniamo tutto, ne vale davvero la pena!

“Nerascesi” è il vostro disco d’esordio, è un metal estremo old school che pesca dal death e dal black delle origini. Avete una predilezione particolare per uno di questi generi o vorreste che le due componenti fossero ben bilanciate tra loro?
AM: Non facciamo troppi bilanci in fase di composizione. Quello che dici è corretto perchè sono i generi che seguiamo in modo particolare e da più tempo. Inoltre sono i più adatti a proporre le nostre tematiche oltre il fatto che da suonare sia in sala prova che dal vivo sono i genere migliori al mondo.
AS: Nessuna preferenza. In ambito estremo penso di aver suonato praticamente di tutto e mai nella sua forma più pura. Continueremo nel nostro percorso di ricerca personale di un suono che sia 100% Nerascesi senza decidere delle coordinate stilistiche ereditate dai nostri ascolti passati o presenti. Certo, questo disco ha dei riferimenti palesi ad alcuni dei nostri gusti musicali, ma c’è da tener conto che è la sintesi di periodi molto differenti, ognuno con le sue influenze ed interessi.

Quanto “Nerascesi” si avvicina all’idea di sound che avete in mente quando avete fondato il gruppo?
AM: Credo che trovare il sound perfetto sia una cosa che non si esaurirà mai. Siamo sempre felici di trovare qualche suono nuovo o particolare. Sta di fatto che questo disco è proprio come lo volevamo e come l’abbiamo concepito. Nonostante i pezzi sono stati composti nell’arco di molti anni siamo riusciti a fondere tutto in un unico contenitore che trasmettesse quel lato macabro e onirico della vita.
AS: Il primo criterio in base al quale abbiamo pensato ad un suono tutto nostro è stato “riff con meno note per cortesia, non abbiamo più l’età e la testa per ricordarcele tutte”.

I pezzi sono stati scritti per “Nerascesi” o alcuni erano già stati composti e mai registrati per altri progetti precedenti?
AM: Come dicevo ci sono un sacco di riffs che arrivano dal passato. Pezzi che non sono mai stati registrati oppure che non sono mai stati finiti. I membri di Nerascesi si conoscono da più di vent’anni ormai e in questo periodo abbiamo collaborato ad altri progetti e in qualche modo suonato assieme. Diciamo che questo disco ha avuto la capacità di sintetizzare parte di questi anni.
AS: Ci sono alcuni riff che risalgono al 2001, per la precisione quelli delle prime due tracce, “Le Sorgenti del Vuoto” e “Diluvio e Benedizione”. Gente che li ha suonati con me in vent’anni fa scoppierà a ridere quando li sentirà (o a piangere, dipende). “Ancora ‘sta roba?!?”. Sì, ma parecchio rivista e resa più diretta e primitiva. Sean ha dato una bella spinta a tutto e un contributo enorme: nonostante sia quello con le bacchette in mano, è stata la persona che ha composto una percentuale davvero consistente del materiale che senti nel disco.

State esordendo in un periodo in cui l’attività live è fortemente condizionata dall’emergenza sanitaria che stiamo vivendo, non temete che l’impossibilità di poter portare in giro il disco potrebbe in qualche modo minare la crescita di popolarità della band?
AM: Non ci interessa la popolarità. Ci interessa arrivare a chi piace questa musica fino al midollo. A chi è fatto per queste tematiche e a chi ci si riconosce in tutto questo. Tutte queste persone sono archeologi e ci trovano anche senza live. Poi il live è un qualcosa in più all’esperienza solitaria dell’ascolto. Quest’ultima l’ho sempre prediletta al fine di fare mio un disco e un messaggio. Il live rende solo questo messaggio terreno e possibile.
AS: Le poche volte che abbiamo suonato dal vivo abbiamo fortunatamente raccolto dei buonissimi frutti: chi ci ha visto è sempre rimasto ben impressionato. La cosa mi fa piacere e non nego che in passato per me aveva un bel peso: insomma dai, ci sta, i complimenti non sono tutto nella vita di un gruppo, ma ogni tanto un po’ di concime per nutrire le piantine ci vuole. Ora come ora mi farebbe piacere rimettere piedi su un palco, ma non lo considero così indispensabile: la cosa che più mi diverte è sperimentare nuove soluzioni con i miei compagni di gruppo in sala prove, e uscire da questa vedendo tutti appagati dalla sessione di scrittura dei brani. Andare avanti, in questo momento non fermarsi è tutto.

In questo momento storico quanto diventano importanti le piattaforme digitali e i social per la crescita di un gruppo?
AM: In questo momento i social sono molto utili. Rimangono solo uno strumento però. Secondo la mia visione non apportano nulla in più. Facilitano la comunicazione e velocizzano i processi legati alla tua musica. Se non si fanno andare le mani rimangano bytes in un server.
AS: Permettono alle persone di conoscere nuovi artisti senza comprare dischi a scatola chiusa. Dici poco? Il loro utilizzo però va dosato: vedo tante band pubblicare anche le volte che vanno al cesso tra una ripresa in studio e l’altra, mentre sarebbe il caso di permettere alle persone di focalizzarsi sull’essenziale: va bene far sapere che sei al lavoro, ma la musica non deve essere il contorno, anzi. Pensa ai Deathspell Omega: una formazione apprezzatissima, matura, molto conosciuta dagli amanti del genere, eppure mi pare che non abbiano tutta questa attività sui social media in ballo. In tal senso il loro esempio risponde perfettamente alla tua domanda.

Chiudo l’intervista tornando al punto di partenza: i Bastard Sainsts pur avendo avuto una carriera pluridecennale alla fine, a fronte di molti split, hanno pubblicato solo un full-length nel 2021. Con I Nerascesi punterete a dare una maggiore continuità alle vostre uscite oppure non forzerete la mano pubblicando solo come e quando vorrete?
AM: L’idea di continuare per molti anni a comporre dischi e suonare dal vivo è sempre il nostro obiettivo. Bastard Saints come Nerascesi sono creature che possono fermarsi e diventare altro anche distanza di anni. Quando si forma un alchimia con delle persone attorno a delle note e un messaggio tutto è possibile. Vedo tutto come della brace che può sempre prendere fuoco da un momento all’altro.
AS: Sicuramente l’importante è pubblicare qualcosa di cui sei veramente convinto. Ho sempre pensato fosse preferibile una discografia contenuta e un contenuto numero di esibizioni di qualità a un’attività musicale con ritmi da catena di montaggio. Sulla quantità è innegabile che il tuo lavoro ne risenta. Non faremo né troppo, né poco: uscirà quello che è giusto esca e suoneremo in un altrettanto sensato numero di concerti.

EvilSpell – Padre vostro

Abbiamo contattato Filo e Paul degli EvilSpell per discutere del nuovo album dei milanesi, “Padre Vostro” (Blasphemous Records / Grand Sounds Promotion), un rumoroso e violento attacco frontale alla morale benpensante.

Benvenuti ragazzi, per una band old school come la vostra quanto conta il trascorrere del tempo? Ve lo chiedo perché tra le vostre ultime due uscite passano ben sette anni, ma per chi come voi non va dietro le mode del momento, una lunga pausa non dovrebbe aver creato grossi scompensi, no?
Ciao, che dire hai già detto tutto te… Eheheh, non seguiamo le mode, non abbiamo fretta di fare mille uscite, non ci interessa seguire le correnti. Effettivamente guardando il panorama metal underground molte band nate domani fanno già live, pagine social, viuuus ecc ecc ecc noi, da sempre molto tarallucci e vino, abbiamo aspettato che fossimo pronti non il momento prepuzio…

Quando avete ripreso a provare, i nuovi brani sono venuti fuori in modo spontaneo e semplice, oppure è stato complicato rimettere in moto la macchina?
Intendi ripreso a suonare per pause dettate dal covid? Beh, non ci ha scalfito avendo fortunatamente il nostro bunker dove poter chiuderci a emanare rumori molesti. Più che altro, ora con l’uscita di “Padre Vostro” siam un attimo più vecchi, stanchi e pigri… Ci stiamo allenando per poter dare un live degno di noi…

Alcune delle canzoni preesistevano o sono state tutte scritte per “Padre Vostro”?
Dopo “Necrology” tutto ciò che abbiamo prodotto è dentro “Padre Vostro”.

Quali sono i brani più rappresentativi del disco?
Non sapremmo che dire, ciò che è rappresentativo per uno di noi magari non lo è per un altro… Ogni canzone ha la sua storia, la sua vita. Ci siamo trovati in questa posizione di scelta quando la Blasphemous Record ci ha chiesto quale canzone usare come “singolo”, tutte non potevamo metterle e abbiamo deciso “Masonic Scum”. Dopo una riunione molto accurata di noi quattro (praticamente il tempo di due birre e pessime decisioni) abbiamo optato per lei… Ma solo per scelta obbligata.

Tornate con album che ha un titolo in italiano per la prima volta, ma comunque avete preferito, come sempre, l’inglese alla nostra lingua nei testi. Come mai?
Musicalmente l’inglese è molto più musicale, passateci il termine. Per ora a livello di liriche abbiamo tenuto la lingua della Regina, anche se alcuni ritornelli e il titolo in italiano danno quel tocco di grezzo, ignorante e voglia di fare come piace a noi. Fregandocene di ciò che pensano gli altri…

“Padre Vostro” dà l’idea di una volontà di staccarsi dalla massa, una sorta di “non siamo figli dello stesso padre, non siamo come voi”. Va inteso così il titolo?
Bravo, preciso così. Non ci uniformeremo mai al gregge, se una cosa vogliamo farla la facciamo, punto. Sia essa scelta religiosa, politica, musicale, ecc ecc… Sempre per la nostra strada, anzi più ci dite che non va bene, che non si fa così, noi carichiamo a testa bassa ancora di più la mano. “Padre Vostro” appunto va a metter subito in chiaro che siamo liberi da qualsiasi vincolo: i vincoli vostri teneteveli per voi.

Il disco uscirà per la Blasphemous Records, in formato digitale e fisico, e sarà distribuito in modo capillare in tutto il mondo. Per una band old school come la vostra, che valore ha il prodotto in digitale?
Per rispondere a questa domanda farei un passo indietro, cioè guardare come va il mondo: ok, non abbiamo più 20 anni quando, nell’rodine, vinili, cassette e CD, erano la normalità. Ora c’è il digitale, lo streaming, il cloud, e volente o nolente bisogna ammettere che è comodo. Ovviamente, vinili, cassette e CD nel 2021 suonano come prodotti nostalgici e da collezione. Beh, per molti è così, per altri no. Abbiamo scelto il doppio formato (CD e digitale), perché noi usiamo quelli. Forse più avanti faremo anche cassette e vinili e, perché no ,incisioni rupestri… Saranno da collezione? Saranno da nerd? Chissene’, se vogliamo farlo, lo faremo. E come sempre, mai per moda…

La copertina è folle, chi l’ha disegnata?
Eheheh, bella vero? Disegnata da Dp Art, dopo qualche giornata insieme a Filo, che portava tutte le idee, abbiamo partorito questa bella minestra di blasfemia… Non sarà la classica copertina ma un’idea nostra, che (come sempre) non passa da ciò che è moda. Darà fastidio? Meglio!

Vi state organizzando per un’eventuale promozione dal vivo del disco oppure preferite aspettare di capire come si evolveranno le cose dal punto di vista sanitario?
Per ora abbiamo solo la data di presentazione del disco. Abbiamo giusto due cose da sistemare in famiglia Evil e poi faremo di tutto per farci qualche tournée. Son due anni che siamo con il culo sul divano e aspettiamo di uscire. Non ce lo faranno fare? Amen, lo faremo lo stesso!




Underball – The worst is yet to cum

Sotto la patina esteriore (ma non domandiamoci di che sostanza sia), gli Underball sono un gruppo impegnato. Impegnato a fare casino e a divertirsi, ma anche a divertirci, e “The Worst Is Yet To Cum” è il loro manifesto.

Ciao Carlo (Zorro, chitarra) dal 16 luglio è fuori il vostro primo album, “The Worst Is Yet To Cum”, come avete fatto a trattenere l’orgasmo sino a quel momento?
Considerando la lentezza per rispondere a questa intervista, direi che sicuramente non abbiamo avuto problemi nel trattenere l’orgasmo. Il concerto del 16 è stato un bel momento, soprattutto considerando che eravamo fermi da parecchio tempo. È stato bello presentare la nostra “ultima fatica”…. un po’ come quando sei un po’ costipato, ma alla fine riesci a farla uscire… dopo mesi.

Il disco presenta una copertina dai contenuti forti, una metafora dei tempi che viviamo?
Diciamo che se fosse una metafora della vita, sarebbe davvero una vita di merda. Di base volevamo una copertina che si distaccasse il più possibile dal classico album metal o hardcore. Abbiamo cercato di visualizzare il titolo del disco e il mood degli Underball con questo concetto visivo: è fico, è fatto bene, fa pure ridere ma, alla fine, comunque fa schifo. E’ lo specchio della nostra anima.

Non c’è stato bisogno di scomodare mio cugino, psicologo disoccupato, per capire che siete ossessionati dal sesso? Pubertà complicata?
Tuo cugino psicologo credo che cambierebbe lavoro dopo la seduta. Fondamentalmente di che vuoi parlare? La politica è di quelli impegnati o dei giornali, satana è dei metallari, il macismo e le gare a chi ce l’ha più lungo sono per l’hip hop, l’amore e l’introspezione sono per X-Factor… rimanevano solo la cacca e il sesso. Dimentichiamo qualcosa, per caso?

Scherzi a parte, non temete che questa vostra ironia alla fine possa far perdere un po’ di vista i contenuti musicali?
Effettivamente potrebbe essere un’arma a doppio taglio. Però se cominci sempre a pianificare con l’obbiettivo di fare qualcosa che piaccia alla gente che cosa lo fai a fare er metal? Tanto valeva imparare a pronunciare male l’italiano, effettare la voce con l’autotune e piegarsi a novanta col culo ben aperto.

Sia musicalmente che esteticamente mi sembrate affascinati dagli anni 80, cosa avete preso di buono da quel periodo e cosa vi avete aggiunto di vostro?
Esteticamente può sembrare: metterci gli spandex ci è sembrato un modo accettabile per metterci in ridicolo più di quanto non faccia già l’alcool. Musicalmente in realtà c’è anche molto degli anni 70; sicuramente la parte hard rock e il glam vengono da lì. Non a caso abbiamo fatto anche la cover di “20th Century Boy” dei T-Rex (la trovate sul nostro canale youtubbbbo).

I pezzi di “The Worst Is Yet To Cum” sono diretti e senza fronzoli, sono nati in modo spontaneo o sono il frutto di numerose prove di affinamento?
Il songwriting è sempre stato abbastanza fluido ed immediato, salvo dover tenere a bada certi eccessi artistici. Tipo Pekkia che non vorrebbe scendere sotto i 300bpm o SexLex che si ispira a Whitney Houston.

Il primo singolo ha un titolo, “John Von Love”, che fa pensare che dietro ci sia una storia di vita vissuta. Chi è il protagonista del brano?
In tutte le canzoni c’è sempre qualcosa di vero. Ogni brano racconta di esperienze vissute dai membri (intesi come organi) della band. Ma differenza degli altri, “John Von Lovers” è nato in America, più precisamente a Tampax (Florida), sei è trasferito in Italia nel 2014, quindi non sappiamo tutto di lui… per fortuna.

Immagino che “Dwarfs” si inserisca nel solco della tradizione lirica di un certo power italiano…
’n che senso? (detto alla Verdone). Guarda alla fine è facile: a Zorro piacciono gli AC/DC > gli AC/DC sono nani > visto che siamo deviati il protagonista è un clitoride > il suddetto clitoride è talmente grosso che pare il cazzo di un nano. Facile no?

L’Italia pare che stia aprendo nuovamente ai concerti, siete pronto a darle il colpo di grazia dopo due anni difficili andando in tour?
Considerando i due mesi trascorsi per rispondere a questa intervista ti farà piacere sapere che abbiamo già ripreso. Abbiamo ricominciato solo con il Lazio ma a breve usciranno date nel resto d’Italia e, incrociando le dita e non i flussi, anche in Europa.

Veil of Conspiracy – Ai margini del buio

I Veil of Conspiracy tornano alla carica dopo un paio d’anni dall’esordio, “Me, Us and Them”, con una line-up parzialmente modificata e uno spirito oscuro e malinconico che ha le proprie fondamenta nel doom anni 90. Luca ed Emanuela ci hanno parlato di “Echoes Of Winter”, disco pubblicato dalla BadMoodMan Music \ Grand Sounds Promotion lo scorso fine agosto.

Benvenuti su Il Raglio, vi avevamo lasciato con “Me, Us and Them”, disco d’esordio uscito nel 2019. Sono passati solo due anni, ma di cose ne sono accadute sia a livello globale, basti pensare alla pandemia, che in seno alla band, dove ci sono stati alcuni cambiamenti di line-up. Vi andrebbe di ricostruire il periodo a cavallo far i due album?
Il periodo a cavallo fra i due album non è stato proprio dei migliori, sia – come hai giustamente sottolineato – a causa della pandemia che si è purtroppo scatenata a livello mondiale, che per via di alcune vicissitudini interne alla band che ne hanno modificato la line-up. Nonostante ciò, questa pausa forzata dettata dalla pandemia ci ha permesso di dar vita ad un lavoro profondamente sentito, quale è “Echoes of Winter”, e di accogliere all’interno del gruppo un musicista che stimiamo moltissimo, cioè Alessandro Sforza.

Credete che questi cambi di formazione abbiano inciso sui contenuti del nuovo album o tutto sommato il nucleo compositivo della band è rimasto immutato e con esso anche il vostro sound?
Il nucleo compositivo della band è rimasto invariato, ma ovviamente l’entrata di Alex in formazione ha permesso di sviluppare al meglio molte delle idee che non riuscivamo ad esprimere totalmente e al meglio in precedenza, con quelli che sono stati gli ex membri della band. Alex è stata per i Veil of Conspiracy una vera e propria ventata d’aria fresca.

Oggi più che mai avete i piedi ben piantati nella scena doom anni 90, cosa vi affascina di quel movimento?
Innanzitutto, le atmosfere che il doom riesce a creare e le sensazioni che evoca nell’ascoltatore. È uno stile musicale che permette di attuare una molteplicità di soluzioni musicali e melodiche quasi infinite.

Mentre quali sono le variazioni personali che avete apportato rispetto alla lezioni di quei maestri dei 90?
Più che variare, ci riesce naturale collegare alcuni momenti delle nostre composizioni a generi che esulano un po’ dal doom vero e proprio, come ad esempio il black metal di stampo norvegese.

Tra i nuovi membri mi avete citato Alex, già attivo con gli Invernoir, band con la quale condividerete il palco in occasione del release party di “Echoes of Winter”. Mi dareste più dettagli dell’evento?
Per noi sarà una grande emozione tornare a suonare dal vivo dopo tutto questo tempo dovuto allo stop causa pandemia, d’altronde manchiamo dal palco ormai dal dicembre 2019, data dello show di spalla ai Dark Funeral all’Orion di Roma. Siamo quindi eccitatissimi solo al pensiero di poter suonare dal vivo tutto “Echoes of Winter” e di condividere il palco con l’altro progetto di cui Alex fa parte, gli Invernoir.

Prima del blocco di concerti siete riusciti a presentare dal vivo ance l’esordio o approfitterete di questa serata per farlo per la prima volta?
“Me, Us and Them” ha avuto il suo release party subito dopo l’uscita, nell’aprile 2019, seguito da diversi live con i Fallcie, gli …In The Woods, gli Shores of Null e quello già citato con i Dark Funeral. Dedicheremo quindi l’intera serata del 24 settembre ad “Echoes of Winter”.

Cosa rappresenta metaforicamente quell’inverno citato nel titolo?
L’album è scaturito da un forte desiderio di rendere omaggio all’inverno, la stagione che più ci rappresenta, musicalmente parlando, e che abbiamo tentato di evocare nei brani di “Echoes of Winter”. È un chiaro rimando alla solitudine del genere umano, che nulla può al cospetto della natura, che insieme all’inverno è l’altro tema principale di tutto l’album.

La canzone che dà il titolo all’album la troviamo all’inizio della tracklist, credete che sia il brano più rappresentativo del disco?
Ci teniamo a chiarire che la prima traccia del disco si intitola “Woods of Nevermore”, non ha quindi lo stesso titolo dell’album. Questo errore è scaturito da alcune recensioni e notizie relative (la tracklist riportata nel promokit è errata Nda) all’album che sono state pubblicate sul web da più siti, ai quali abbiamo segnalato l’errore.

Mi è parso di capire che il disco sia sta ben accolto dalla stampa internazionale, queste soddisfazioni leniscono o accrescano il dispiacere di non poter fare un vero e proprio tour di supporto a “Echoes of Winter”?
Sicuramente non può che farci tantissimo piacere ricevere così tanti pareri e recensioni positive da parte della stampa internazionale, ma anche dalle persone che hanno ascoltato o acquistato il disco. Speriamo che la situazione dovuta alla pandemia migliori, così da poter riuscire ad organizzare qualche altra data per promuovere il disco.

Mandragora Scream – Nothing but the best

“Nothing But The Best”, la raccolta pubblicata dalla Music for the Masses per festeggiare i 20 anni di carriera dei Mandragora Scream, si è rivelata un ottimo pretesto per contattare Morgan Lacroix e parlare con lui di passato, presente e futuro della sua longeva creatura.

Benvenuto Morgan, in occasione del ventennale del vostro esordio discografico con l’album “Fairy Tales from Hell’s Caves” la Music for the Masses pubblicherà il prossimo 24 settembre il vostro primo greatest hits, “Nothing But The Best”. A chi è venuta l’idea di questo disco celebrativo?
Ciao, grazie per questa intervista innanzitutto, l’idea è venuta al nostro manager Simone Gagliardi, il manager dell’era “Volturna”, che è stata quella per noi più proficua, sotto tutti i punti di vista, abbiamo sempre lavorato molto bene assieme, raggiungendo traguardi veramente importanti. Ora che ha fondato la Music for the Masses, ci è sembrato veramente naturale tornare a lavorare con lui, inoltre, credo che la raccolta sia il giusto tributo alla nostra carriera dagli inizi a oggi.

Oggi, tra streaming, download e tante altre fonti di musica, ha ancora senso pubblicare una raccolta? Mah… sai…  sarebbe come dire ma in mezzo a migliaia di webzine, ha senso averne una? La risposta secondo me è sì! Questo è il nostro meglio, dal nostro punto di vista, e una fotografia che immortala i Mandragora Scream dall’inizio a oggi. Il prodotto fisico rimane, lo streaming, se cade un server non esiste più, inoltre non vogliamo pensare che il prodotto fisico non serva più, sarebbe veramente molto molto triste.

Il disco conterrà alcuni brani inediti come “Jeanne D’Arc” e “Spiritual Leadin” e alcune anticipazioni dal prossimo album. Vi andrebbe di descrivere questi nuovi brani?
Diciamo che “Jeanne” e “Spiritual” non sono inediti, semplicemente non sono mai apparsi su CD, erano compresi nel DVD del box uscito anni fa per Self Distribuzione “Dragonfly” e pertanto diciamo, non riproducibili su un normale lettore compact disc e ci sembrava giusto renderli disponibili per un ascolto più facile a chi ci segue, visto anche che tanti fan ci hanno scritto al riguardo. I tre brani inediti faranno parte del nostro album che uscirà a fine 2022 sul quale stiamo lavorando, e abbiamo scelto tre pezzi che rispecchiano le nuove influenze e songwriting dei Mandragora Scream, che sono sempre più variegate.

I brani che finiranno nel prossimo disco sono già in versione definitiva o li troveremo arrangiati diversamente sul nuovo album?
Sicuramente Terry preparerà delle modifiche sostanziali sugli arrangiamenti dei  brani che entreranno nel nuovo album, ma l’ossatura delle track è quella.

Come avete scelto, invece, le altre canzoni già edite da inserire in questa raccolta?
Ci siamo seduti, abbiamo stappato del buon vino, e abbiamo litigato scegliendo i brani più significativi e ai quali eravamo più legati: il risultato è stata una tracklist da 30 pezzi improponibile. Dopo varie trattative abbiamo scelto queste 17 tracce e devo dire che il risultato mi soddisfa pienamente e offre una visione totale della produzione dei Mandragora Scream dagli inizi a oggi.

Ti andrebbe di fare una veloce retrospettiva sui vostri cinque album sinora pubblicati?
Mah direi “Whisper” e “Fairy Tales” un inizio col botto, anche per via del contratto con Nuclear Blast, che poi ci ha assolutamente rallentato negli anni a venire. “Madhouse” un album maturo e con la nostra hit più grande, “Dark Lantern”. “Volturna” la svolta a livello di pubblico e di conoscenza della band da parte di fan e addetti ai lavori ottenuta con il duro lavoro nostro e del nostro manager senza alcuna spinta di case discografiche e la possibilità di andare in tour con The 69 Eyes e Cradle of Filth. “Luciferland” indipendenza totale da qualsiasi fattore/entità esterna alla band.

Alla luce dell’entusiasmo con cui furono accolti i primi dischi, credi che forse la vostra carriera sarebbe potuta andare meglio o siete soddisfatti così?
Chiaro che mentirei se dicessi che va bene così, ma allo stesso tempo siamo soddisfatti del nostro percorso. Non credo siano molte le band Italiane del nostro genere, senza grossi padrini mediatici, che in carriera hanno venduto quasi 100.000 copie. Forse, per nostra indole personale non abbiamo mai accettato compressi anche molto vantaggiosi per la nostra carriera, che sono stati una costante nel tempo, una miriade di proposte che personalmente non ho mai accettato per non svilire il nostro pensiero artistico sul lavoro della band, ma alla fine guardandoci allo specchio, non abbiamo nulla di cui vergognarci, anzi credo di essere un bel po’ a credito con il fato.

Quale è stato il momento più alto e quale quello più basso in questi 20 anni?
I momenti più alti sono stati sicuramente come ti dicevo prima l’inizio con Nuclear Blast e “Volturna”, che è stato il nostro apice assoluto. I più bassi, le delusioni da parte di almeno un paio di etichette tedesche che cercavano di boicottare i nostri sforzi, per motivi non proprio etici.

Se le condizioni sanitarie lo permettessero, promuoverete questa raccolta con un tour?
Sarebbe bello, magari più che un vero e proprio tour, delle mirate “date evento” per ripercorrere in musica tutta la carriera dei Mandragora Scream e per vedere volti che sono cresciuti con noi.

Dark Redeemer – Nel nero dipinto di nero

Quando gli Aleph nel 2018 annunciarono la volontà di interrompere la loro carriera, un po’ tutti abbiamo sperato in un ripensamento. Invece quella decisione appare irreversibile, poco male però, dopo tre anni ritroviamo i protagonisti di quella splendida parentesi alle prese con un nuova creatura che pare la nemesi degli Aleph: i Dark Redeemer hanno un approccio old school, benché arricchito da splendide trame di tastiera, che mostra un piglio più ben più aggressivo rispetto al passato. Abbiamo parlato del loro ottimo esordio, “Into the Deep Black” (Blasphemous Records / Grand Sounds Promotion), con Dave e Giulio, rispettivamente voce\chitarra e tastiere.

Benvenuti ragazzi, non è un mistero che i Dark Redeemer nascono dalle ceneri degli Aleph. Quella avventura si era conclusa con queste parole “Questa scelta non nasce da divisioni tra di noi ma dalla consapevolezza di aver detto tutto quanto avevamo da raccontarvi”. I Dark Redeemer vi permettono di raccontare qualcosa che con gli Aleph non era possibile fare?
(Dave) Ciao a te! Beh, non è un mistero perché lo abbiamo esplicitato! Sentivamo di non avere più bisogno di strutture così progressive per esprimerci e abbiamo deciso di tirar fuori il lato più aggressivo e senza briglie della nostra musica, raccontando qualcosa che agli Aleph era precluso.

Come è nata la band e che aspettative avete?
(Dave) La band è nata dalla voglia di continuare a scrivere e suonare insieme, metterci alla prova su canzoni più dirette, che comunque conservano il nostro spirito. Ci aspettiamo, o meglio ci auguriamo, di suonare in giro un bel po’, visto che non accade dal 2018. Per il resto, questo ultimo anno e mezzo ci obbliga a stare un po’ a vedere come tutto potrà andare.

Il dover iniziare da zero con una nuova band immagino che vi abbia dato entusiasmo, ma come lo si mantiene vivo questo entusiasmo quando la novità passa ed iniziano ad arrivare i problemi e gli scazzi della vita ordinaria di una band underground?
(Giulio) Essendo noi quattro insieme, in un modo o nell’altro, da un mucchio di anni dovremmo avere una risposta… Io personalmente non ce l’ho! O almeno non una sola. Non basta l’amore per quello che fai, serve una grande capacità nell’immagazzinare entusiasmo anche dalle piccole e piccolissime soddisfazioni, un legame forte coi tuoi compagni, moltissima pazienza…

Come detto, i Dark Redemeer hanno sicuramente un approccio più diretto rispetto agli Aleph. Questo cambio di marcia è stato voluto o i brani sono venuti così inconsciamente?
(Dave) Abbiamo cercato intenzionalmente di rispettare questo approccio, ma una volta iniziato a lavorare sui brani abbiamo trovato la nostra solita fluidità.

Quando avete iniziato a lavorare sui primi pezzi dei Dark Redeemer?
(Dave) Tre di questi pezzi avrebbero dovuto essere sul quarto disco degli Aleph, quindi i primi embrioni risalgono al 2016-17; una volta deciso di seppellirli li abbiamo riarrangiati e resi totalmente Dark Redeemer.

Ho particolarmente apprezzato le tastiere di Giulio Gasperini perché su una base molto swedish old school mi hanno ricordato i primissimi Tiamat, che adoro, e perché contrariamente a quanto avviene spesso nel death, non hanno un suono freddo, ma sono quasi riconducibile alla scena horror\dark metal italiana. Come sono state sviluppate queste parti?
(Giulio) Ti ringrazio molto, hai colto il mio amore per suoni e arrangiamenti, diciamo horror, e l’intenzione con cui ho affrontato gli arrangiamenti. L’obiettivo era quello di conferire a brani già comunque “autosufficienti”, ulteriore colore, centellinando il più possibile gli interventi. Avere delle tastiere in una band che vuole suonare death metal vecchio stile poteva risultare una contraddizione, ma siamo stati credo bravi a trovare il giusto bilanciamento, sia a livello di partiture che di mix.

Il rapporto con la Blasphemous Records come è nato, avete avuto difficoltà a trovare un’etichetta?
(Giulio) Abbiamo avuto la fortuna di avere Simone come primissimo discografico ai tempi del debutto con gli Aleph nel 2006…. E quella di ritrovarlo nel 2021, questa volta con una label tutta sua, la Blasphemous appunto.

Il disco uscirà a settembre, avete già programmato delle date o preferite aspettare di capire come si evolverà la situazione sanitaria?
(Dave) Abbiamo appena annunciato il release party, di cui puoi trovare i riferimenti sulla nostra pagina Facebook. Per il resto abbiamo delle conversazioni aperte per concerti in giro per l’Italia. Dati i tempi, tutto è ancor più complicato di prima. Viviamo nel regno dell’assurdo e chi fa musica, professionalmente e no, vede benissimo come questa è considerata nel Paese dell’arte.

Secondo la vostra esperienza, paradossalmente in un Paese come l’Italia, in cui gli spazi e gli eventi dedicati al metal dal vivo sono pochi, il blocco dei concerti ha avuto sui gruppi un impatto minore rispetto ad altre nazioni in cui c’erano un maggior fermento e un numero superiore di show oppure ne usciremo ulteriormente impoveriti da questa pandemia?
(Dave) Cito Quèlo: “la seconda che hai detto”. E’ una mia impressione, ma credo che il disastro sia maggiore dove le strutture, l’organizzazione sono carenti, a prescindere dalla quantità precedente degli eventi ma spero di sbagliarmi.

Tetramorphe Impure – Il cimitero delle speranze

I Tetramorphe Impure in tempi non sospetti, nel 2008, rilasciarono un primo demo totalmente devoto alle sonorità doom inglesi. Oggi la one man band torna con quello che originariamente doveva essere un EP di due brani, ma che col passare del tempo è diventata una sorta di compilation che raccoglie la coppia di pezzi inediti e quel primo demo. Con Damien abbiamo parlato di “Dead Hopes / The Last Chains” (Solitude Productions \ Grand Sounds), cogliendo l’occasione per fare il punto sulla carriera passata e futura del gruppo.

Benvenuto Damien, ti ringrazio per lo splendido viaggio nel doom anni 90 offertomi dai tuoi Tetramorphe Impure: quando hai deciso di dare vita a questo progetto e perché hai scelto proprio questo tipo di sonorità?
Mi fa molto piacere che tu abbia apprezzato quest’ultimo lavoro dei Tetramorphe Impure. Sono sempre stato un grande fan del doom/death metal. Mi ricordo ancora oggi quando da ragazzino per la prima volta mi avvicinai a questo genere: ascoltai album come “The Silent Enigma”, “Turn Loose the Swans”, “Hope Finally Die” e ne rimasi completamente folgorato. Da quel momento capii che quello che volevo veramente suonare era quello … Band come Decomposed, Disembowelment, Dusk, Evoken, Mournful Congregation, Esoteric hanno lasciato un grosso segno sul mio modo di fare musica e penso che questo si capisca subito ascoltando i Tetramorphe Impure. Molte atmosfere sono anche frutto di influenze più “dark” di band quali Dead Can Dance ( “Within the Realm of a Dying Sun” soprattutto ), Swans e Lycia.

La prima pubblicazione a nome Tetramorphe Impure è stato il demo “The Last Chains”, una sorta di fuoco di paglia perché poi il progetto poi si è fermato per svariati anni. Cosa mi racconti di quella pubblicazione e come spieghi il lungo stop successivo?
La fase iniziale della band non è stata delle più semplici. All’inizio i Tetramorphe Impure erano composti da tre persone per poi ritrovarmi da solo qualche mese dopo. Da quel momento mi sono occupato di tutto, anche delle registrazioni. Dopo il completamento della demo “The Last Chains” ho passato un periodo difficile, principalmente dovuto a problemi personali. Ma posso dirti che ora sono totalmente devoto ai Tetramorphe Impure e sono molto motivato nel portare avanti la band con nuove release.

Quei due brani, comunque andarono a finire in uno split album con i Black Oath, immagino che oggi abbia un bel valore per i collezionisti, no?
Sì esattamente, i due pezzi furono pubblicati nel 2010 nello split con i Black Oath, band italiana che rispetto molto. Uscì per Unholy Domain in sole 66 copie ! Devo essere onesto, non saprei dirti se nel giro degli anni abbia acquisito valore, dovrei fare una ricerca su Discogs per capire meglio.

Finalmente in questo 2021 sei tornato a pubblicare qualcosa, come consideri “Dead Hopes / The Last Chains”, un vero e proprio album o una sorta di raccolta?
È a tutti gli effetti una “compilation”. In realtà “Dead Hopes” era nato come EP, successivamente con la Solitude abbiamo deciso di includere anche i due pezzi del demo, considerando la tiratura limitata dello split risalente al 2010. Devo dire che sono soddisfatto di questa scelta, I pezzi di “The Last Chains” a mio avviso suonano ancora oggi molto validi ed avevano proprio bisogno di un maggiore risalto e valorizzazione.

Hai presentato tu l’idea alla Solitude Productions o ti hanno contattato loro?
Mandai io il materiale. La Solitude è stata una delle prime etichette che ho contattato dopo il completamento dei pezzi. A mio avviso stanno facendo un grande lavoro, sono una label molto operosa e composta da persone con una grande e sincera passione per il genere.

Come sono nati i due brani “Deception” e “Dead Hopes”?
Sono pezzi relativamente recenti, risalgono ad un anno fa circa e sono i primi due pezzi composti dopo molti anni di inattività. Alcune parti erano già state scritte nel 2009/2010 soprattutto per quanto riguarda il pezzo “Dead Hopes”. Non è stato semplice rincominciare dopo tutti questi anni, soprattutto se consideri che mi sono occupato anche delle registrazioni di tutti gli strumenti e del mix.

Come hanno retto alle insidie del tempo, secondo te, i due classici “The Last Chains” e “Eternal Procession”?
Secondo me molto bene, nonostante siano passati tutti questi anni li sento ancora “miei” e molto attuali. Solitamente sono molto critico con le mie composizioni riascoltandole dopo tempo, ma in questo caso devo dire che sono pienamente soddisfatto.

Hai altro materiale inedito da sfruttare per un nuova uscita a breve?
Ho quasi finito di comporre il materiale per un prossimo full, al momento sono quattro pezzi per circa 40 minuti di musica. Ti posso anticipare che I nuovi pezzi presentano molte influenze death metal old school, soprattutto in vena Autopsy (“Mental Funeral” era) ed Asphyx. Per il resto ti puoi aspettare la solita pesantezza ed oscurità tipica dei TI.

Credi che in futuro la line-up della band potrà coinvolgere altra gente o preferisci mantenere la tua indipendenza?
Per il momento i Tetramorphe Impure rimarranno una one man band. Penso che sia la dimensione naturale per una creatura come questa. Di sicuro mi piacerebbe molto suonare dal vivo ma solo nei giusti contesti con band simili ai Tetramorphe Impure. Magari in futuro prenderò in considerazione l’idea di una formazione soltanto per i live.

Nanga Parbat – La montagna assassina

I Nanga Parbat hanno iniziato un cammino tanto personale quanto avvincente. La prima tappa di questa marcia è “Downfall and Torment” (Sliptrick Records), lavoro complesso, capace di ammaliare e stordire l’incauto esploratore che osa sfidare la Montagna Assassina…

Benvenuto Andrea (voce), dopo tre singoli è arrivato finalmente per voi il momento di dare alle stampe il vostro album di debutto, “Downfall and Torment”. Cosa significa avere fuori un disco, un segno tangibile dei vostri sforzi, soprattutto ora che non potete realizzarvi come artisti su un palco?
Per noi è un grandissimo traguardo, è stato un cammino lungo e faticoso, ed essere arrivati a questa meta ci riempie di orgoglio. Oggi viviamo un periodo di grande incertezza per tutto il panorama artistico ma grazie a “Downfall and Torment” stiamo riuscendo ad entrare nel cuore delle persone anche attraverso uno schermo. Sicuramente avremmo preferito un bel release party ed una serie di live promozionali in tutta la Penisola ma ci rendiamo conto che ci sono altre priorità al momento!

Tornerei ai tre singoli che hanno preceduto il disco, ho notato che nell’album questi pezzi vengono proposti di seguito e si trovano quasi al centro: ritenete che siano il cuore dell’opera e che da soli possano rappresentare al meglio il vostro stile?
La posizione dei tre singoli all’interno della tracklist è stata pressoché casuale, sicuramente i trebrani sono stati scelti poiché sono gli unici ad avere una struttura ed una durata più “canonica” e quindi più fruibile come singolo e come base per un video musicale. La seconda parte del disco invece è incentrata sui due brani più complessi e progressivi che sono “Curse of the Thaw” e la titletrack, quindi potremmo dire che i tre singoli sono sì dei brani chiave all’interno del disco ma non sufficienti da soli a rappresentare il genere e il messaggio dell’opera che rimane descritto dalla totalità delle nove tracce di “Downfall and Torment”.

Resterei sullo stile che proponete, il vostro approccio al death metal è molto complesso, con venature progressive, quasi in controtendenza rispetto alle uscite attuali che tendono a privilegiare sonorità più old school: non temete che questa scelta possa penalizzarvi?
La nostra non è stata una scelta di stile, abbiamo composto le canzoni senza sapere prima in che parte della tassonomia del death metal saremmo andati a finire. Non ci siamo dati regole o canoni, abbiamo semplicemente lavorato molto a lungo sugli arrangiamenti e sulla costruzione del concept del disco e questo è ciò che ne è uscito. Se questo possa penalizzarci è difficile a dirsi ma crediamo che “Downfall and Torment” sia un disco sufficientemente ricco da poter essere apprezzato sia dagli ascoltatori più moderni che da quelli più “old school”.

Altro fattore che dimostra come vi muoviate ai limiti e che non temiate di allontanarvi da quelli che sono i cliché del genere è la scelta del vostro nome: come mai avete deciso di chiamare il gruppo come un monte della catena dell’Himalaya e non con un prosaico nome più oscuro?
Come dicevamo appunto nella risposta precedente non abbiamo cercato di definire la musica secondo dei canoni ma piuttosto di far definire i canoni dalla nostra musica stessa. Proprio per questo motivo, il nome è stato scelto successivamente alla composizione del disco, avevamo bisogno di un nome che fosse particolare ma allo stesso tempo altisonante e richiamasse a qualcosa di ignoto e tenebroso. Il Nanga Parbat, la nona montagna più alta della Terra e una delle più mortali, soprannominata appunto la montagna assassina, un nome che si associa perfettamente alla nostra musica.

Nei testi, invece, quali tematiche trattate?
Nei testi cerchiamo di dare risalto alla potenza e all’indomabilità del mondo naturale. Spesso ci siamo trovati a narrare di ambienti estremi o di fenomeni atmosferici inarrestabili. Abbiamo fatto molte ricerche anche su diverse figure leggendarie e mitologiche come si può evincere dai brani “Tidal Blight” e “Demon in the Snow”. Il primo narra infatti del grande cetaceo bianco cacciato dal Capitano Ahab ed il secondo di una tigre fantasma che secondo alcune leggende abiterebbe la taiga russa. Nei nostri testi dunque amiamo inserire sia figure appartenenti al mondo animale che generalmente a quello naturale, cercando di infondere significati specifici a figure già molto evocative.

La copertina cosa rappresenta?
La copertina rappresenta le disfatte che si autoinfligge l’uomo per cupidigia, orgoglio e illusione di grandezza. Questo conflitto che l’uomo vive con se stesso e con il resto della sua specie si staglia sullo sfondo della natura. Quest’ultima si trova spesso colta nel fuoco che viene da entrambi gli schieramenti, relegata ad un ruolo secondario in tutte le vicende umane. La nostra copertina vuole riportare l’attenzione sul vero colpevole di tutto il male che ogni giorno si scatena sulla terra: l’uomo.

Nel disco compaiano numero si ospiti, vi andrebbe di presentarli?
Certamente! Per arricchire il lavoro abbiamo fatto contribuire alcuni nostri amici musicisti che hanno impreziosito l’opera. Edoardo Taddei: Giovanissimo Guitar Hero romano (Classe ‘99) che ha scritto e suonato l’assolo di “Through a Lake of Damnation”. Davide Straccione: Storico frontman degli Shores of Null e degli Zippo e mastermind del Frantic Fest, amico di vecchia data della nostra band ha cantato alcune strofe pulite della titletrack. Vittoria Nagni: Violinista classica, ex-Blodiga Skald, ha suonato le parti di violino solista sull’intro e su “Tidal Blight”. Fabiana Testa: Formidabile session woman blues e jazz sia elettrica che acustica, ha suonato l’intro acustica. Martin Vincent: Amico della band, inguaribile metallaro, ha vissuto molti anni in America ed ha quindi recitato la strofa di “Tidal Blight” estratta dal Moby Dick di Herman Melville. Francesco Ferrini: Dulcis in fundo, uno dei fondatori dei Fleshgod Apocalypse, orchestratore e arrangiatore di fama mondiale, ha lavorato alla produzione delle orchestre insieme al nostro Edoardo.

Alla luce del grande lavoro fatto in studio, quando potrete tornare ad esibirvi dal vivo, sottoporrete i brani a un riarrangiamento o li proporrete in modo fedele sul palco?
L’obiettivo è sicuramente quello di proporre i brani nel modo più fedele ed autentico possibile, siamo convinti che tutto ciò che è stato proposto nel disco sarà ugualmente fruibile e godibile anche in un contesto live. Resta da decidere l’effettiva setlist per i futuri live ma stiamo già lavorando in questa direzione per rendere le nostre performance non solo energetiche ma anche iconiche e fluide. Vogliamo portare un grande show e stiamo già escogitando vari sistemi per farlo ma per questo dovrete aspettare ancora un po’!

La prossima cima da scalare?
Ovviamente, il prossimo disco che stiamo già componendo! Il mondo della musica dal vivo è ancora troppo incerto per pensare ai palchi mentre invece un momento come questo è perfetto per ricominciare a comporre nuova musica.

Dr. Schafausen – Un domani alternativo

Abbiamo conosciuto Sergio Pagnacco per i suoi trascorsi nei Vanexa e nei Labÿrinth, oggi lo ritroviamo, sempre in compagnia del suo fido basso, nelle inedite vesti del Dr. Schafausen. Ma chi è veramente il Dr. Schafausen, autore recentemente dell’album “Waiting For Tomorrow” (Sliptrick Records \ Grand Sounds Promotion)? Lo abbiamo chiesto al diretto interessato…

Ciao Sergio, quando è nato il tuo alter ego Dr. Schafausen?
Devo ammettere che l’idea di fare un album solista mi ha sempre entusiasmato ma il 9 marzo 2020 quando è stato proclamato il primo lockdown ho deciso che poteva essere il momento giusto, ricordare il 2020 con qualcosa di positivo mi ha aiutato psicologicamente. Ho deciso infatti che il disco sarebbe uscito esattamente un anno dopo, e cosi è stato: 9 Marzo 2021

Dobbiamo considerare i Dr. Schafausen il tuo progetto solista o una vera e propria band?
Dr. Schafausen è un progetto solista ma sicuramente sia Slava Antonenko che Michael Pahalen saranno anche nel mio prossimo lavoro, sono ragazzi fantastici e credo che il loro genio presto uscirà prepotentemente nel campo musicale, danno entrambi la priorità alle loro visioni artististiche su tutto quello che è musicale e la loro presenza scenica è sicuramante da vedere. Quindi, posso anche assicurare che nelle performances live loro saranno presenti.

Waiting For Tomorrow” è la tua prima opera disgrafica oppure in passato hai pubblicato altro?
Questo è il mio primo lavoro completamente da solista.

“Waiting For Tomorrow”, stando a quanto contenuto nelle note promozionali, è una sorta di reazione allo stato di cattività imposto dalla pandemia, come hai vissuto quei giorni e come mai hai voluto tramutare in musica il tuo disagio?
Da operatore sanitario ho vissuto l’emergenza sanitaria in modo invasivo riuscendo a reagire attivamente, ma la mia parte artistica da musicista l’ha vissuta in balia dell’ansia e depressione. Ho vissuto entrambi i lati, quello emotivo da artista e quello razionale da operatore sanitario. Le due figure nonostante un loro particolare connubio sono riuscite a rimanere separate. ma l’esperienza è stata comunque forte e credo indimenticabile.

Essendo stato composto quasi in uno stato di trance, quando hai ascoltato per la prima volta il lavoro finito cosa hai pensato?
La prima volta che ho ascoltato il lavoro l’ho trovato perfetto. Quando mi sono immerso in queste sonorità ho capito fin da subito che erano in grado di far riaffiorare quelle sensazioni provate come la solitudine, l’angoscia o la depressione. Esistono degli esperimenti sulla “deprivazione sensoriale”, ossia creare un ambiente isolato per ottenere la massima assenza di percezioni esterne. Eliminando ogni elemento di distrazione, si ritiene di poter condurre un’analisi introspettiva della propria coscienza, un vero viaggio esplorativo nel proprio passato. L’intento di queste sonorità è l’esatto opposto, replicare sentimenti con suoni che potrebbero rappresentare la nostra società distopica. La nostra mente, quando trafitta come tale, proietta i nostri pensieri repressi più intimi, una selezione forzata di pensieri contraddittori.

Il disco narra delle vicende distopiche per descrivere delle storture reali: come mai hai scelto questo approccio indiretto, non sarebbe stato più concreto parlare senza l’ausilio di metafore?
Mi piace comunicare il più possibile, questa è un occasione per farlo. Sono pienamente consapevole che il tema trattato è complesso e delicato, ma questa è un occasione che non volevo perdere. Probabilmente non tutti capiranno il lavoro perché non è banale. Devi ascoltarlo fino in fondo, analizzare le tematiche, la musica e la dinamica dei brani. Non mi interessa vendere dei dischi per avere inserito un ritornello figo, qui le sonorità sono diverse, non ci sono soli di chitarra, strofe commerciali e cosi via. Questo è un album impegnato e come tale ti costringo ad ascoltarlo, se sei pigro passa ad altro. Se qualcuno si aspettava che il Dr. Schafausen scrivesse tematiche citando draghi volanti o tacchi a spillo probabilmente non mi conosce.

Potresti raccontare a grandi linee il concept che lega le singole tracce?
“Schafausen’s Dilemma”: E’ un prologo sulle tematiche dell’album come lo sforzo per passare dal caos alla ragione comporta un dispendio di energia psichica e uno stato di allerta. Queste atmosfere hanno lo scopo di annullare questi sforzi, negando il precetto originario del “conosci te stesso”.
“My Beautiful Girl”: La mia bellissima ragazza soffriva di una malattia mentale e di forti depressioni e si è tolta la vita nel 1989 a soli 24 anni. Oggi stavo sfogliando la mia vecchia collezione di dischi e ho trovato un foglietto scritto da lei inserito nella copertina dell’album “Disintegration” dei The Cure. Un amore che a distanza di decenni riaffiora prepotentemente. Mai dare le cose per scontate e il 2020 è stato di esempio.
“Waiting For Tomorrow”: È difficile parlare di attesa perché in base a ciò che ti aspetti, può essere positiva o negativa. Esistono infatti molti diversi tipi di attesa, ognuno caratterizzata da un proprio stato d’animo. A volte aspettare fa bene, altre volte non hai il coraggio di agire. La cosa più importante è capire quando vale la pena aspettare e quando invece è necessario agire. Il Covid ci ha insegnato che sapere aspettare fa parte della vita.
“Can’t Get The Best of Me”: La sensazione di solitudine. Una persona ha desideri, pensieri e sogni ma purtroppo deve viverli da solo. Nessuno può vederti, abbracciarti. Ti manca qualcosa ed ora non puoi far altro che sognare. Sapere sognare è un dono che potrebbe salvarti dalla depressione.
“Transient Parasites”: Una metafora di “Die Verwandlung” di Franz Kafka. Un giorno ti svegli e tutto cambia, ti ritrovi trasformato in un enorme insetto. Allora tenti di adattarti il più possibile a questa nuova e particolarissima condizione e inizi a pensare: “Saremo dannati per sempre? È tutto vero? Perché ci siamo trovati in queste condizioni?
“Crypto Violence”: L’attuale comunicazione ha caratteristiche specifiche, come l’eccezionale velocità e la tutela dell’anonimato; questo ha creato un bacino al quale tutti possono accedere. Le critiche avvengono via web in modo particolare. Gli individui esprimono la loro vera aggressività. Il social network diventa un luogo dove sfogare ogni disturbo, invincibile e frustrante. In una società contrapposta e responsabile della sua temuta inefficacia, in una competitività sfrenata. Violenza gratuita semplice da praticare.
“2127”: La canzone spiega la somiglianza tra artisti rock morti all’età di 27 anni (club 27) come Janis Joplin, Kurt Cobain, Amy Winehouse, Jimi Hendrix, Jim Morrison e artisti rap / trap che sono morti all’età di 21 anni come Juice Wrld, Cry Lipso, Lil Peep, Nick Blixky. Il testo NON incita alla morte ma cerca di essere educativo chiarendo quanto sia facile per le persone identificarsi con falsi valori. Questi artisti di due mondi musicali all’apparenza molto differenti hanno invece qualcosa in comune: la morte in giovane età per aver creduto in falsi valori.
“I Will Never Live in Silence”: Il mio dottorato in scienze audiologiche mi ha spinto a scrivere un testo inerente agli acufeni, quel fastidioso ronzio causata da una condizione corporea che può essere ascoltato solo da chi ne è affetto (compreso me).

Una canzone in particolare, “My Beautiful Girl”, è stata utilizzata per un videoclip, come mai la scelta è ricaduta su questa traccia?
La scelta è stata ponderata su un brano che esprimesse un lato del mio progetto, un sound attuale difficilmente catalogabile con delle tematiche che potessero comunque interessare quella parte di persone che sono emotive e sensibili. Devo dire che il brano è piaciuto davvero molto e le critiche sono state tutte positive, quindi per ora quello che cercavo di comunicare è stato percepito.

Hai già in mente una nuova trama per un eventuale prossimo album?
Sto già lavorando ad un progetto parecchio innovativo che coinvolgerà ancora una volta i protagonisti di “Waiting For Tomorrow”, ho già scritto parte dei brani e sto sviluppando delle tematiche che saranno sicuramente apprezzate da coloro che seguono autori letterari distopici, ma questa volta sarà ancor meglio rappresentato da un supporto non solo audio.

Silvered – L’ora delle streghe

Ancora un album d’altissima qualità proveniente dall’Italia. I Silvered con “Six Hours” (BadMoonMan Music / Solitude Productions) ci dimostrano che il Salento non è solo la terra de “lu sule, lu mare, lu ientu”.

Ciao Daniele, avevamo lasciato i tuoi Silvered alle prese con l’album di debutto “Grave of Deception”, li ritroviamo oggi, dopo ben nove anni di attesa, con il secondo disco, “Six Hours”: cosa è successo in questo lungo lasso di tempo?
Ciao a voi, una vita intera direi! Come potrete immaginare ne succedono di cose in così tanti anni. In primis si cresce come persone e si maturano esperienze, musicali e non, si ascolta nuova musica, si leggono nuovi libri. Vicende personali e interpersonali hanno segnato la storia della band, che in un modo o nell’altro non ha mai mollato e si ritrova oggi ad avere un ruolo di tutto rispetto nell’underground metal mondiale.

Line up rivoluzionata, con te unico reduce dal disco precedente: cosa ti ha portato a un rivoluzionamento così profondo della formazione?
Fondai la band nel 2007 con un’idea ben precisa riguardo alla musica e agli obiettivi, ovvero quella di suonare un genere che in Italia e all’estero era abbastanza nuovo, unendo il death metal melodico con il progressive metal e il rock acustico. Agli esordi trovai una buona sinergia con gli ex membri, sia a livello umano che prettamente musicale. Nel periodo di lavorazione del primo album “Grave of Deception” gli equilibri all’interno della band iniziarono però a deteriorarsi sino alla inevitabile spaccatura avvenuta verso la fine del 2011. L’ ingresso dei fratelli Giuseppe (chitarra) e Carlo Ferilli (batteria) diede poi nuova linfa vitale alla band che proseguì coi live e con le prime nuove composizioni. Il gruppo cambiò ulteriormente pelle in seguito alla separazione “pacifica” da Stefano De Laurenzi (tastiere, 2007-2015) e Frank Bursomanno (basso, 2008-2017), come da Roberto Vergallo qualche anno prima (chitarra, 2008-2010 – dal 2017 chitarrista e compositore nella mia attuale rock band Maysnow). Lorenzo Valentino (dal 2015) e Simone Iacobelli (dal 2018) completano oggi la line up.

Quanto hanno inciso i nuovi in fase di scrittura?
Hanno inciso in maniera vitale direi, realizzando tutte le musiche e registrando poi tutti gli strumenti, i primis i fratelli Ferilli, che proprio intorno al 2015 (non ricordo esattamente l’anno) mi convinsero anche a non mollare il progetto, assicurandomi che avremmo potuto realizzare un album straordinario. Cosa che è avvenuta davvero!

Aspettare nove anni per pubblicare un disco e ritrovarsi nel pieno del lockdown non deve essere una cosa facile da digerire, quanto vi sta penalizzando questa situazione in fase di promozione del disco?
Il nostro album non avrebbe potuto avere un’uscita più azzeccata! A parte gli scherzi, dopo appunto così tanti anni, mille peripezie, contrattempi e difficoltà varie che solo una band underground conosce, la soddisfazione risulta doppia, addirittura tripla col fattore pandemia. “Six Hours” per ovvi motivi non ha ancora avuto la promozione che forse merita, ma nonostante tutto è abbastanza conosciuto nel mondo underground, grazie alla BadMoonMan Music e all’etichetta madre Solitude Productions, label esperta in ambito doom metal. La mancanza di live poi non gioca a nostro favore, ci è al momento negato il modo migliore per diffondere la nostra musica, ma ritorneremo non appena possibile sul palco e sarà incredibilmete bello.

Il vostro primo album è stata un’autoproduzione, il nuovo invece è uscito, come dicevi prima, per BadMoodMan Music: noti delle differenze in termini di attenzioni da parte dei media e del pubblico?
In effetti si, “Grave of Deception” (datato 2012) non fu accompagnato da nessuna promozione, se non quella legata ai concerti stessi. Oggi le cose sono molto diverse, come ti anticipavo prima, con BadMoonMan Music/Solitude Productions la visibilità è cambiata radicalmente. Continuano ad arrivarci recensioni e feedback positivi da parte del pubblico, su youtube le visualizzazioni dell’album superano le 50 mila e questo non può che renderci orgogliosi.

Trovo che una delle influenze più evidenti sia quella dei Novembre, credi che la comune provenienza geografica, entrambe le band provenienti dal Mezzogiorno d’Italia (anche se la band di Carmelo è ormai di base a Roma da una vita), vi abbia influenzato in qualche modo nella vostra ricerca sonora tanto da arrivare a soluzioni sonore affini?
Non so se sia questione di provenienza geografica, è più dovuto forse ai gusti personali e al bagaglio musicale che ci portiamo dietro. Sicuramente c’è un sentire comune, con le dovute differenze stilistiche.

Quali tematiche tratti nel disco e cosa si cela dietro il titolo “Six Hours”?
Il concept dell’album è incentrato sulla stregoneria. Ho scritto una storia prendendo spunto da diverse testimonianze reali riportate in alcuni documenti che ho visionato e studiato durante la mia tesi di laurea intitolata “Inquisizione e stregoneria nella terra d’Otranto di antico regime”. Il “Salento magico” ha fatto quindi da ambientazione per le vicende di una ex-suora che, nel tormento e nella disperazione, stipula un patto col diavolo. Le canzoni narrano le ultime sei ore di vita della protagonista.

Il vostro nome si ispira all’opera di Lovercraft, pensi che alla luce della vostra evoluzione, che vi ha portato a un disco come “Six Hours”, ci sia ancora un’affinità concettuale con l’autore di Providence?
Assolutamente sì, da amante della letteratura weird e del Maestro HP Lovecraft posso affermare che entrambi gli album hanno attinenza, il primo con venature più fantasy/horror, il seconto più dark horror. Anche l’autore di Providence scrisse racconti a tema stregonesco e col diavolo i protagonista.

Sono pugliese come voi, ritengo che prima del lockdown, almeno qui nella zona di Bari, le cose dal vivo andassero meno peggio che in altre partidel Meridione. Anche da voi in Salento qualcosa di interessante, grazie a locali come l’Istanbul Cafè o ai festival estivi, si muoveva. Quale scenario si prospetta alla fine della pandemia? Ritieni che si potrà ripartire da là dove c’eravamo fermati o sarà dura rialzarsi?
Credo che alla fine di questo incubo non si tornerà alla vita come noi la ricordiamo, nel senso che avremo sempre a che fare con norme sanitarie e provvedimenti speciali soprattutto per i luoghi chiusi e in ambito spettacoli rivolti al pubblico. Ciò però farà da contraltare ad una voglia irrefrenabile di aggregazione e di musica dal vivo. Paradossalmente questo stop forzato potrebbe portare nuova linfa vitale a tutto il movimento musicale e quindi, lo spero davvero, anche a quello metal.