Anuseye – La perfezione del numero 3 33 333

Nell’Anus Domini 1994, mentre ascoltavo “Jar of Flies”, “Superunknow”, “Vitalogy”, qui nell’assolata Bari qualcun altro rompeva gli indugi e pubblicava il primo EP stoner in Italia con il nome di That’s All Folks. Dopo la pubblicazione di due EP, due Split e due album, l’avventura con i That’s All Folks subisce una frenata. Dalle sue ceneri il deus ex machina Claudio Colaianni fa nascere il nuovo progetto Anuseye con cui pubblica ad oggi uno split e ben tre album. Ho conosciuto Claudio al Festival della Go Down all’Eremo di Molfetta. Per me è stato amore a prima vista (forse per lui meno) ed ogni volta che suonano faccio il possibile per partecipare ad una loro perfomance.

Ciao Claudio, partendo da questa mia dichiarazione anche quest’anno, nonostante la situazione pandemica, abbiamo avuto modo di incontrarci all’UnderZone a Bari e godere della vostra musica. Vorrei cominciare dalla presentazione della band e del vostro ultimo lavoro “3:33 333”.
Innanzitutto vorrei ringraziarti e ricambiare la tua dichiarazione. Visti i tanti cambi di formazione comincio ad intendere Anuseye quasi come un collettivo, che ingloba musicisti del nostro territorio abbastanza coraggiosi da voler espandere le proprie capacità tecniche-cognitive-creative in mia compagnia. Attualmente, e spero per un po’, Anuseye è: Claudio Colaianni, voce/chitarra, Stefano Pomponio, chitarre, Giovanni D’Elia, basso, Cosimo Armenio, batteria. L’ultimo album “3:33 333”, edito da Vincebus Eruptum Recordings in solo formato vinile, è uscito poco più di un anno fa, con la sola variante di Damiano Ceglie alla batteria. Gli album non si possono raccontare, vanno ascoltati.

Quanto è importante in questo momento trovare spazi e nuove soluzioni per i live. Fondamento anche per il potere taumaturgico che la musica regala in questi momenti?
E’ fondamentale! Dovrei rispondere con una domanda: secondo te, o i lettori, come fa una band piccola come la nostra a divulgare il proprio verbo, la propria musica, il proprio prodotto? Non c’è abbastanza spinta, promozione, distribuzione dietro di noi, e le piattaforme digitali aiutano sino ad un certo punto e fortemente legate agli aspetti di cui sopra; ti faccio un banale esempio: leggi un sacco di notizie circa il riaffermarsi del vinile sul digitale e sembra quasi si stia ritornando al ’68, ma quanti credi posseggano un giradischi nel nostro paese? E da qui ti chiedo: quanti di questi credi vogliano ascoltare Anuseye “alla cieca”? E senza promoter, quanti concerti credi riusciamo a piazzare in un anno? (Tralasciando quest’ultimo tremendo periodo…).

Come pioniere in Italia dello stoner e leader di due band importanti nel panorama, vorresti parlarci della tua vision su come si evolverà questo genere?
Quanto non sopporto questo termine, sebbene capisca le necessità di “etichettare” un genere. Si è già evoluto, in termini numerici ma non qualitativi. Se prima intendevi stoner una band che usava un fuzz pedal suonato col pickup al manico, adesso la intendi rallentata all’esasperazione, col solito fuzz pedal, ancora più sabbath, sempre più metal e con un dark, witch, wizard, spell, black, weed, doom, void, death/dead nel nome a dare l’idea di coglioni e volume esasperato nel loro sound… eppure, al momento, l’unica band che ha rischiato di lesionarmi i timpani si chiama “cigni”…

Quali sono le tematiche che affrontate e ciò che vi ispira?
Tutte quelle interessanti: vita, morte, terra, fuoco, aria, acqua, amore, odio…’sta roba qui.

Lo scorso anno ci siamo incontrati al DesertFest di Berlino, in un successivo vostro live (“ATIPICI Music Fest”) mi hai chiesto quale fosse l’artista che più mi avesse colpito. Anche per te è stato Wovenhand, io lo ascoltavo per la prima volta. Pertanto dimmi dei tuoi artisti preferiti e di riferimento? A me e credo capiti anche a te, ogni volta che li ascolti è come se fosse la prima, come se ti regalassero nuove sensazioni, nuovi suoni, nuove scoperte.
Sì, ricordo, ed è una domanda legata alla precedente: se hai notato il Desert Fest è un festival prevalentemente metal, dove includono, in questo calderone, tutti i gruppi considerati stoner”, molti dei quali considero orribili (personalmente, sia chiaro…), e dove solo la presenza di un paio di “fuoriclasse” ti salva l’esperienza vissuta. Non è un caso che i più “diversi” siano risultati anche i più seguiti, non credi? Wovenhand, All Them Witches, Kikagaku Moyo, OM, Earthless…non sono stati i più interessanti? 5 su 50 è preoccupante.

Di recente avete cambiato il vostro batterista. Queste possono anche occasioni per immaginare nuove direzioni. Sfruttare l’ingresso di un nuovo membro per testare capacità, anche le proprie, nuovi schemi.  Da questo puoi anticiparci cose nuove, un nuovo lavoro?
Assolutamente sì. Ogni membro di Anuseye, sia in passato che attualmente, ha apportato la sua esperienza e la sua creatività nella stesura di nuovi brani. Sì, abbiamo molte idee, le realizzeremo credo entro l’inizio del nuovo anno, e ti anticipo che sarà un concept…

Il mercato musicale ci stava abituando ad una sua stagnazione vuoi per genere, vuoi per contenuti. Le piattaforme digitali musicali sembrava stessero ammazzando il mercato ma invece gli hanno dato nuovo slancio. Tant’è vero che la RRIAA (la nostra SIAE negli USA) ha di recedente pubblicato i dati delle vendite dove vede il vinile superare il CD. Il genere stoner o heavy-psych ha da sempre pubblicato su formato 33 e 45 giri. Il vostro ultimo lavoro è presente su Spotify mentre i precedenti su Bandcamp, che personalmente ritengo più efficace in termini anche di vendite e di relazione con l’ascoltatore. Credi che le piattaforme saranno sempre più vicine all’ascoltatore o al musicista? E il vinile avvicinerà sempre di più i “consumatori” alla famiglia del rock?
Posso solo aggiungere, a quello che ti dicevo prima, che effettivamente Bandcamp è una buona piattaforma.

Una gran bella serata è stata la reunion dei “That’s All Folks”. Quel progetto è da considerarsi un gran bel punto di partenza o riprenderete il cammino?
Ah, non saprei per la verità. Bisogna fare i conti anche con l’età che avanza e il tempo a disposizione, che non è tanto. Di sicuro suonare è molto divertente e da un senso a tutto quello che mi circonda.

La nostra regione oggi, nonostante il COVID-19, è sulla bocca di tutti, forse più dell’Italia stessa. A Bari negli anni ’90, quando il vostro, il tuo percorso da musicista cominciava si faceva fatica ad emergere ciò nonostante siete riusciti a ritagliarvi il giusto spazio nel panorama musicale. Capacità, trucchi del mestiere. Parlaci del tuo punto di vista.
Guarda, ho sempre risposto a domande del genere in controtendenza, mi spiego: in passato c’era sicuramente meno spazio per la musica live, sia in termini logistici che promozionali, ma vi era una genuinità ed una voglia di live music e di curiosità da rendere i concerti veri e propri “eventi culturali e di aggregazione”. Ho costruito dei legami indistruttibili in quei periodi anche solo con incontri durati mezza giornata. Oggi ci sono eventi ogni settimana, il venerdì, nei soliti 3/4 locali, tutti perfetti per storie Instagram e post Facebook, e se mai ti dovesse capitare la voglia di vedere un gruppo di amici, quale scegli? Non voglio essere frainteso, però, la voglia di aggregazione e comunicazione la vedi, la percepisci, ma non si vive in un’epoca congeniale a questo tipo di “soddisfacimento” umano, il contesto sociale e comunicativo non rende giustizia alla curiosità umana.

Spero sia stata un’occasione piacevole e sicuramente avrò dimenticato di approfondire qualcosa. Pertanto con cedo volentieri a te spazio per le conclusioni.
E’ sempre un piacere poter condividere con te le mie considerazioni su un aspetto di estrema importanza della mia vita, la musica. Colgo l’occasione per farvi i complimenti, ho trovato Il Raglio del Mulo molto ben curato e soprattutto molto “plurale” nei suoi articoli. Posso solo ringraziarvi per averci dato l’opportunità di farne parte.

23 and Beyond the Infinite – Musica dall’infinito

Buona serata da Mirella, anche oggi diamo voce ai musicisti validi che popolano la scena musicale italiana, questa è la volta dei 23 and Byeond the Infinite, autori del nuovo album “Elevation To The Misery”.

Avete portato avanti un percorso evolutivo di otto anni attraverso i territori dello psych rock, del post punk, del primo shoegaze e della sperimentazione noise, e siete giunti con “Elevation To The Misery” all’attuale sound: questo cammino è stato spontaneo oppure il frutto di scelte programmatiche?
La nostra composizione è sempre frutto dell’incontro tra i background musicali e le idee, in continua evoluzione, delle quattro persone che compongono la band. Non abbiamo mai pianificato i nostri dischi a tavolino né avuto un’idea precisa di quello che volevamo fosse il sound o la composizione di un disco, tutto nasce in sala prove e lì viene sviluppato e affinato finché non ci soddisfa. Di conseguenza il nostro è un percorso evolutivo sempre molto naturale e spontaneo.

Cinque lavori in otto anni non sono pochi, da dove arriva questa costante ispirazione?
Per fortuna in tutti questi anni non abbiamo mai perso la voglia di suonare, nemmeno quando ci siamo trovati a dover sostituire il batterista per motivi lavorativi. Suonare è per noi un modo di esprimerci e cerchiamo di farlo il più possibile, in primis per noi stessi.

Rimanendo in tema di album pubblicati, oggi conta più il singolo brano o l’intero disco: in parole povere, ha ancora senso pubblicare un disco?
Sicuramente viviamo in un’epoca in cui siamo inondati da informazioni a cui abbiamo accesso pressochè in tempo reale, tutto è diventato rapidissimo e di conseguenza i singoli hanno assunto un’importanza crescente. Tuttavia, soprattutto in ambito indipendente, il disco riveste ancora una notevole importanza. Un album è la sintesi di un percorso, nonché la base di uno spettacolo live e gli appassionati di musica ancora riescono a trovare tempo ed energie da dedicare all’ascolto di un disco.

Il vostro disco in versione digitale è già disponibile, mentre si attenta la versione fisica, avete novità al riguardo ?
Purtroppo il lockdown di marzo ha bloccato un bel po’ di cose in quasi tutti i settori, ma con qualche mese di ritardo siamo pronti: il disco è disponibile, oltre che su tutte le piattaforme digitali, anche in CD, acquistabile attraverso tutti i canali social della band e delle etichette che lo hanno coprodotto, e presto lo sarà anche in cassetta. Mai come in questo periodo è superfluo ricordare agli appassionati di musica quanto sia importante dare il proprio contributo alle band in qualunque modo possibile, in attesa di poter ripartire anche con i concerti.

Il titolo potrebbe sembrare a uno sguardo superficiale pessimista, invece è un invito a rialzarsi anche nei momenti difficili: mi sbaglio?
“Elevation to the Misery” è diventata la nostra filosofia di vita, cercare di ottenere il massimo con quel poco che si ha e farlo nella maniera più personale e sincera possibile. Più che pessimismo, parleremmo di realismo e concretezza.

Siete originari di Benevento, ma vi siete spostati a Bologna per la registrazione del disco. Come mai?
Avevamo la necessità di fare le cose in tempi molto rapidi per partire per un tour europeo tra marzo e aprile (poi rimandato causa covid). Abbiamo sondato il terreno con diversi studi di registrazione, Enrico Baraldi, che già ci conosceva e aveva piacere a lavorare con noi, ci ha fatto una proposta che ci ha affascinato. Poi a Bologna avevamo l’ospitalità e il supporto di un po’ di amici… E insomma alla fine la scelta è stata abbastanza facile.

Avete scelto di utilizzare una tecnica particolare quella registrazione su nastro in prese diretta, cosa vi ha spinto verso questa decisione?
“Elevation to the Misery” è un disco passionale e impulsivo, frutto di circa tre mesi di lavoro intenso in sala prove e dunque fortemente rappresentativo dell’impatto live della band. Quando Enrico ci ha proposto di registrare in presa diretta, a nastro, sfruttando le dinamiche spontanee della nostra esecuzione e i riverberi naturali del Vacuum Studio, ci è sembrata la scelta giusta.

Qual è lo stato di salute della scena psichedelica italiana?
Come un po’ in tutti gli ambiti della musica indipendente, in Italia esistono tante valide realtà, alcune delle quali anche molto attive, ma tutte un po’ frammentate. Non esiste una rete unitaria e compatta attraverso la quale esprimersi e ognuno sgomita come può per cercare spazi. L’altra faccia della medaglia è che per fortuna, l’era della comunicazione ha reso l’Europa più vicina. Non a caso, noi come altre band della scena neo-psych italiana, cerchiamo quando possibile di proporci per tour europei, anziché solo italiani.

Avete già avuto modo di proporre i nuovi brani dal vivo prima del blocco?
Durante la lavorazione del disco abbiamo fatto alcuni live in cui abbiamo suonato in anteprima anche qualche pezzo nuovo. È fondamentale rodarli dal vivo in vista del tour ed erano anche quelli che ci rappresentavano meglio in quel momento, quindi perché no.

Quali sono i ricordi più belli legati alla vostra attività dal vivo?
Come tutte le band, spesso tra di noi ricordiamo episodi divertenti successi vivendo insieme in tour. Ma i ricordi più belli sono sicuramente i momenti di condivisione e scambio di energie come le partecipazioni ai festival o le aperture a band internazionali. Avevamo grosse attese per la data al Supersonic di Parigi in compagnia dei Camera, una delle più interessanti realtà post punk contemporanee, originariamente prevista per fine marzo scorso e che speriamo di poter recuperare quanto prima.

Trascrizione dell’intervista rilasciata a Mirella Catena nel corso della puntata del 14 luglio 2020 di Overthewall. Ascolta qui l’audio completo:

Black Rainbows – Magia cosmica

“Cosmic Ritual Supertrip” (Heavy Psych Sounds), nuovo album dei Black Rainbows, conferma la vena mutevole dei romani: una manciata di brani che, se non distrugge l’etichetta di stoner rock band affibbiata al terzetto, almeno ne allarga le maglie con canzoni che oggi più che mai giocano con le influenze heavy psych, garage e, soprattutto, space. Alla guida della navicella il cosmonauta Gabriele Fiori, personaggio che vive la musica a 360 gradi, andando a ricoprire ruoli diversi – musicista, discografico e promoter – che gli assicurano una visuale panoramica d’eccezione sull’attuale stato di salute del music biz. Per questo, la nostra intervista non si è limitata alla disamina dell’ultima fatica dei Black Rainbows, ma inevitabilmente ha acquisito un respiro ben più ampio.

Ciao Gabriele, ben ritrovato. Se non erro la nostra ultima chiacchierata risale al 2010, quanto è cambiato – se è cambiato – il sound dei Black Rainbows dai tempi del vostro secondo album?
Si è evoluto, anche se non troppo, abbiamo di continuo cercato di cambiare la nostra formula, rimanendo però sempre fedeli alle linee guida della heavy psichedelia, dello stoner e dello space rock, generi che sono le tre matrici che ci contraddistinguono. Lo facciamo senza voler inventare nulla di nuovo, ben consci di pagare il tributo al sound degli anni 60 e 70 di Hawkwind, MC5, The Stooges, al garage e allo stoner dei 90. In generale, credo che sia migliorato il nostro songwriting, la struttura delle canzoni è più lineare e diretta, consentendoci così di esprimerci in modo ottimale. Anche la produzione è migliorata rispetto alle nostre prime produzioni, sicuramente più amatoriali. I Black Rainbows hanno bisogno di alti livelli qualità per poter dare il meglio sia in studio che su un palco.

Credi che in “Cosmic Ritual Supertrip” ci sia una canzone che più di altre rappresenta il vostro sound attuale, raccogliendo in sé tutte queste caratteristiche che hai appena enunciato? Forse “Universal Phase”, brano da cui avete tratto un video?
No, non credo. Come ti dicevo, facciamo più cose e ci piace esplorare, per questo ritengo che siano necessarie più canzoni per riassumere il nostro stile odierno. “Universal Phase” a me piace molto, ma devo confessarti che molte volte partiamo in modo inconsapevole con la scrittura, magari da un riff, poi ci mettiamo la voce e gli arrangiamenti, così brani che magari a tavolino credevamo dei capolavori, poi si sono rivelati meno belli; song su cui in principio non puntavamo, alla fine sono diventate delle nostre hit. “Universal Phase” è più heavy doom, e mi piace molto, “Hypnotized by the Solenoid” è più psichedelica, mentre “At Midnight You Cry” è più catchy.

A me è particolarmente piaciuta una delle tracce che hai citato, “Hypnotized by the Solenoid”, che mi dici di questo brano?
Un pezzo lungo, ben strutturato e con parti diverse. Pur essendo psichedelico, abbiamo puntato su un sound molto pesante, cosa che a noi piace parecchio. Tornando al discorso di prima, questo è il tipico pezzo che abbiamo registrato senza sapere cosa avremmo tirato fuori, perché non ha la solita struttura strofa ritornello, ma contiene un sacco di parti improvvisate e verso la fine ci sono degli incastri di batteria molto interessanti. Ecco, l’avevamo lì in bozza e abbiamo detto lavoriamoci un po’ su, vediamo se regge. Alla fine abbiamo visto che reggeva.

Hai parlato di sound pesante anche nelle parti più psych, come ottieni il tuo suono di chitarra?
Più o meno la ricetta è sempre la stessa, uso un fuzz con un amplificatore pulito per enfatizzare al massimo la resa del pedale. Pur andando a distorcere parecchio, cerco di mantenere il tutto il più chiaro e definito possibile.

Ancora una volta hai scritto tu sia musica che liriche. Ma il lavoro in studio come avviene, assegni le parti ai tuoi compagni che le eseguono o comunque le tue idee vengono rielaborate prima di essere incise?
Quasi ogni giorno scrivo, butto lì uno o più riff, e da queste cellule parte un’opera di costruzione più strutturata. Cerco di portare in sala qualcosa che abbia già una sua forma, così che da poterla presentare agli altri in modo più comprensibile. Poi parte un lavoro di squadra, una sorta di gioco in cui aggiungi e togli parti – strofe, ritornelli, intro, finale lungo o corto – registrando qualsiasi cosa anche in modo amatoriale col telefono. Ascoltiamo il risultato e individuiamo l’ossatura definitiva del brano. Per quanto concerne i testi, parto con qualche improvvisazione melodica, aggiungendo qualche parola sino al testo definitivo.

Prima parlavi della necessità di avere il suono giusto per voi sia in studio che dal vivo: il disco è stato registrato presso i Forward Studios di Roma, credi che ormai il gap con le sale di registrazione europee e statunitensi sia stato colmato dall’Italia?
Sì, decisamente. La registrazione è una fotografia, un qualcosa di magico che avviene in una determinata cornice. Quindi è una concatenazione di elementi diversi, che vanno dai musicisti, ai microfoni sino al banco e alle fasi di missaggio. Come qualsiasi cosa, ne puoi trovare di buone da noi, negli USA, in Francia e in Svizzera, come puoi beccare delle cagate clamorose ovunque. Oggi non c’è bisogno necessariamente di andare all’estero per avere un buon lavoro, bisogna solo fare attenzione a chi ci è dietro e a chi ci mette mano.

Al d là del gap colmato, però sbaglio se dico che la vostra è più una dimensione internazionale che nazionale?
Dipende da cosa intenti per dimensione, per esempio il nostro tipo di stoner in Italia non va tantissimo, mentre fanno numeri più alti cose bene più articolate tipo Melvins et similia. La “banalità”, banalità tra virgolettissime, dello stoner non tira, anche perché da noi non ci sono strutture, audience e magazine per certi suoni. Manca anche la cultura di come si va ai concerti, mi riferisco sopratutto gli orari e alla fruizione dei servizi, per esempio in Germania un tedesco medio va al bar e si beve 46 birre oppure compra più volentieri un vinile, senza fare particolari problemi. Poi ci sono situazioni pessime anche all’estero, per esempio in Scandinavia non andiamo mai a suonare. Però da noi non è tutto da buttare, qualcosa si muove, con la mia agenzia riesco a piazzare delle date underground più facilmente in Italia che in Paesi più blasonati.

Nel vostro sound da un certo momento in poi mi è apparsa evidente l’influenza dei Monster Magnet, in qualche modo il Supertrip citato nel titolo del vostro “Cosmic Ritual Supertrip” è una sorta di tributo al loro “Powertrip”?
Sono una delle nostre maggiori influenze con Fu Machu, Motorpsycho, Nebula e Kyuss. No, in realtà a me ricorda più un titolo degli Hawkwind. Alla base di questo disco ci sta proprio la volontà di fondere musica dei 60, stoner e psichedelia. Lo noti anche dalla copertina, con quelle strisce space e il teschio heavy, che a me piace molto. Però non posso negare l’influenza dei Monster Magnet.

Ricordo che anni fa mi ha definito il vostro migliore recensore, non ti chiedo se all’epoca lo dicessi a tutti, invece vorrei sapere: quanto conta una recensione nel 2020?
Se l’ho detto all’epoca è perché sicuramente ci credevo! Quanto conta una recensione oggi? Sicuramente molto meno del 2010, oggi ci sono tante possibilità che prima non c’erano. Il mercato è cambiato, basta un post fatto bene su un social media per sostituire tante parole. Purtroppo, tutto il comparto magazine e webzine soffre parecchio perché l’attenzione è sempre più bassa, è difficile che qualcuno si vada a leggere bene una recensione. Tutto è più istantaneo e veloce, c’è sempre meno tempo da dedicare a un disco. La fruizione è diventata più rapida, Spotify nel giro di un paio d’anni ha ammazzato il sistema. Prima c’era qualcuno che comprava il digitale per 9 euro, preferendolo al fisico, ma oggi con 9 euro al mese hai la discografia completa di chiunque. Noi band in compenso non riceviamo niente e subiamo questa situazione in modo passivo senza ribellarci. Tornando alla tua domanda, prima la recensione era un passaggio fondamentale, oggi meno, ma serve comunque e va fatta. Io con la mia etichetta spendo parecchio in promozione e cerco di fare arrivare i nostri dischi a tutti i media.

In questa dimensione nuova, con le vendite degli album quasi azzerate, qual è il parametro che sancisce se una band ha successo o meno?
Al momento le vendite non sono azzerate, però sono in continua discesa. Io non vendevo dischi nei 60, 70, 80, 90 e primi anni 2000, quindi non saprei, però ora se un disco è importante, qualche numero lo si raggiunge. Sicuramente possono essere un buon termometro i concerti e gli stream, ma non necessariamente. Probabilmente il posizionamento nei festival del gruppo è un segnale credibile, da là poi partono altre considerazioni sul come oggi i gruppi riescano in modo indipendente, tramite i propri canali, a vendere merch e dischi. Probabilmente qualcosa si è persa e qualcosa si è guadagnata altrove.

In te convivono tre figure – l’artista, il proprietario di etichetta e l’agente booking – che hanno subito evidentemente un forte danno dalle recente pandemia, ma quale delle tre esce peggio da questa esperienza?
L’artista ha preso un bello schiaffone, anche perché le ultime uscite importanti nella nostra scena – Elder, 1000Mods, Brant Bjork – hanno subito, oltre al danno economico, anche quello di immagine derivante da una minore esposizione. Per quanto concerne il booking, io lavoro in questo ambito ininterrottamente da non so più quanto tempo, quindi non ti nascondo che una pausa ci voleva. Difficilmente mi sarei fermato di mia volontà in modo così netto, ci ho perso qualcosa economicamente, ma in salute ci ho guadagnato. Sfera personale a parte, dal punto di vista tecnico il booking ne esce devastato, anche perché non si sa ancora quando potremo riprendere. In riferimento all’etichetta, devo ancora capire: i negozi di dischi stanno riaprendo ora, molti essendo rimasti a casa hanno fatto ordini on line, spostando le vendite su un altro canale. C’è tanta voglia di ripartire e sono convinto che nel giro di un anno chi il disco lo vuole, lo comprerà comunque. Forse da questo punto di vista, posso lamentarmi meno. Qualche spesa l’ho dovuta tagliare, il nostro album lo dovevamo promuovere accompagnando una band fantasmagorica in date da 2000 – 3000 persone e partecipando al Desert Fest. Quel programma ci aveva fatto stampare un numero maggiore di copie che altrimenti non avremmo fatto. Ricapitolando, booking in primis, poi artista e, infine, etichetta.

g.f.cassatella

Alix – Uno ma buono

Chi ha detto che in Italia non si può fare rock di ottima qualità? Chi afferma certe cose probabilmente non conosce gli Alix…

Innanzitutto, complimenti per “Good 1”, un album veramente bello.
Grazie!

Vi va di presentarlo ai nostri lettori?
E’ il nostro quinto lavoro, registrato e mixato da Steve Albini al Red House Recordings di Senigallia, masterizzato a Chicago da Bob Weston, artwork di Francesca Ghermandi.

Come nasce un vostro brano?
In sala prove o dal vivo: uno di noi lancia un’idea, Alice improvvisa una melodia e ci lasciamo trasportare dall’energia del brano. La stesura e gli arrangiamenti vengono subito dopo… ci lavoriamo fino a che non siamo tutti convinti.

Chi cura i testi e di cosa parlano?
I testi sono di Alice, quasi sempre visionari e molto poetici, liberi nell’interpretazione a seconda degli stati d’animo.

C’è un brano a cui siete più legati?
No, direi che “ogni scarrafone e bello a mamma soia”.

La song posta in chiusura, “Bianco E Nero”, è l’unica in italiano. Come mai?
E’ il remake di un brano già inciso nel nostro primo acoustic/album. Negli anni, a forza di suonarlo dal vivo è cambiato e abbiamo sentito l’esigenza di reinciderlo, anche perché dopo i concerti tutti ce lo chiedono.

Come siete entrati in contatto con Steve Albini e come è stato lavorare con lui?
Il tramite è stato David Lenci, con cui avevamo registrato il disco precedente “Ground” sempre al Red House Recordings di Senigallia. David aveva già collaborato con Steve Albini , gli ha chiesto se gli andava di registrare il nostro ultimo lavoro e lui ha accettato. Lavorare con lui è stato semplicissimo e molto divertente: Steve lavora in modo molto razionale, tutto sostanza, pochi fronzoli. Il Red House Recordings poi è un luogo che ha una bella energia: una casa di campagna in mezzo al verde dove la cucina e le camere al primo piano ti permettono di riposare e staccare la spina quando sei stanco.. Con Steve ci siamo fatti delle gran partite a scopone scientifico quando avevamo voglia di cazzeggiare.

Il vostro sound è alquanto particolare, quali sono le vostre influenze?
Grazie, per me è un gran complimento! C’è talmente tanta bella musica, sia nel passato che nel presente, che evito di elencare i soliti nomi.. sicuramente siamo influenzati da tutto ciò che ha un’anima.

Sicuramente ciò che vi caratterizza maggiormente è la voce di Alice…
Dopo anni che suoniamo insieme continuo ad emozionarmi sentendola cantare. Ecco, lei ha un’anima.

Ho avuto l’occasione di vedervi dal vivo. Credo che oggettivamente in quella sede le vostre canzoni rendano al meglio. Vi considerate una band da studio o da palco?
Facciamo finta di stare sul palco quando andiamo in studio e cerchiamo sempre di divertirci. Ovviamente l’energia che recepisci dalle persone nei live è unica e questo influisce sicuramente sulla resa dei brani.

Le prossime date?
Stiamo organizzando un tour sia in Italia che all’estero, avrete nostre notizie.

Con quali band vi piacerebbe dividere il palco?
Sicuramente il gruppo spalla di Jimi Hendrix Experience.

Grazie, a voi il compito di chiudere l’intervista…
Grazie a voi, veniteci a vedere dal vivo! Keep on rockin

g.f.cassatella

Intervista originariamente pubblicata su www.rawandwild.com nel 2008 in occasione dell’uscita di “Good 1.”
http://www.rawandwild.com/interviews/2008/int_alix.php