Red Canzian – Retroprogressivamente

Intervista rilasciata da Red CanzianMirella Catena nel 2017 per la trasmissione Zona Rock. Il celebre bassista ha parlato degli albori, dalle tinte progressive, della sua carriera con Capiscum Red, Osage Tribe e primi Pooh. Ascolta qui l’audio completo:

Black Widow – Sleeping with the angels

Un Clive Jones senza peli sulla lingua, quello che si è sottoposto al fuoco di fila delle mie domande. L’inglese a ruota libera ha parlato del nuovo album dei suoi Black Widow, dei suoi ex compagni di avventura, dei Black Sabbath, dei Ghost e degli Slipknot. Non ha risparmiato neanche aneddoti curiosi per gli amanti degli autori di “Sacrifice”. Mai in tanti anni di interviste mi era capitato di incrociare una persona così cortese e disponibile.

Ciao Clive, è un vero onore per noi di rawandild.com ospitare un pezzo di storia del rock!
Ciao Giuseppe, per me è molto strano essere qui, dopo ben quaranta anni, a parlare nuovamente dei Black Widow e di un nuovo album.

Appunto quaranta anni: come e quando hai capito che era giunto il momento di scrivere una nuova pagina nella storia dei Black Widow?
Era da un bel po’ che avevo in mente di contattare Geoff per rimettere su il progetto. Fortunatamente anche lui era della stessa idea. Eccoci qui!

Chi ha ascoltato la vostra intera discografia, e non il solo “Sacriface”, sa che ogni album è diverso dal precedente. Quindi non deve sorprendere se “Sleeping With The Demons” non ha nulla in comune con i suoi predecessori e rappresenti lo spirito attuale dei Black Widow. Vorrei però sapere se le canzoni finite nell’album sono state composte nel giro di poco tempo o se rappresentano il frutto di un lavoro svolto nei quaranta anni che separano le vostre ultime due fatiche discografiche.
Tutte le canzoni, a eccezione di “Evil Clock, sono state scritte per “SWTD”. Sia io che Geoff abbiamo composto la maggior parte dei pezzi per conto nostro, ci siamo passati solo alcuni brani perché eravamo convinti che l’altro avrebbe potuto aggiungerci qualcosa di buono. Non volevamo e né potevamo fare un altro “Sacrifice”. Alcune recensioni hanno sottolineato questo aspetto come se fosse una colpa. Questi recensori dimenticano che il nostro primo album è stato per anni ai margini della storia del rock, improvvisamente ora è considerato un disco di culto. Sinceramente io non so più cosa pensare!

L’album si apre con “Hail Satan”, un brano che ho definito una “Come To The Sabbat” in versione Agony Bag. Intendo dire che il misticismo che permeava la vostra vecchia song è stato sostituito con una vena pazza e ironica più vicina alle cose degli Agony Bag. Sei d’accordo con me?
Mi piace da matti sapere che molti critici considerano “Hail Satan” una nuova “Come To The Sabbat”, perché è proprio quello che volevo! Ho sempre pensato che non ci sia mai stata un’altra canzone che suona come “Come to The Sabbat”, per questo ho usato la stessa idea di fondo: i cori iniziali, il flauto e i tamburi in stile giungla. Credo che questo brano sia uno dei migliori dell’album, anche se non mancano di certo i buoni pezzi. Per quanto concerne quel feeling Agony Bag di cui parlavi, credo che sia dovuto soprattutto alla mia voce che da un tocco di pazzia al tutto, è un peccato che “Come To The Sababth” non lo possieda. Comunque “Hail Satan” è sicuramente un pezzo più BW che AB!

Come è nata la collaborazione con Tony Martni, ex singer dei Black Sabbath?
Credo che chiedere a un membro dei Black Sabbath, dopo essere stati dei rivali negli anni 70, di partecipare a un nostro album, sia stata una grande idea. Ho semplicemente contattato Tony e lui ha candidamente ammesso di non sapere nulla di quel periodo delle nostre due band! Comunque ci ha raggiunto con la sua dolcissima moglie, Carol, e noi abbiamo suonato per lui alcuni pezzi. Molti erano già pronti in quel momento, per questo abbiamo lasciato a lui la libertà di scegliere quello da cantare. Lui ha puntato dritto su “Hail Satan” . Poi ci ha dato alcuni consigli sugli arrangiamenti e sull’ordine in cui inserire le canzoni nell’album. In un solo colpo abbiamo trovato una gran voce e un’ottima persona!

Prima accennavi a quella cosa della rivalità tra le due band, per questo molto spesso quando si parla di voi, si tira in ballo il nome dei Black Sabbath. Ti infastidisce la cosa?
No, anzi ne sono fiero! I Black Sabbath hanno avuto un grande successo in quel periodo e sono stati capaci di capitalizzarlo, mentre noi in questo non siamo stati bravi. Ho sempre amato i loro lavori. Anni fa ho suonato con una loro tribute band olandese, abbiamo fatto insieme “Plant Caravan” e “Paranoid”. Potete trovare dei filmati su youtube.

A questo punto non posso non chiederti cosa ne pensi della loro reunion?
Sicuramente una bellissima notizia, non vedo l’ora di ascoltare il loro primo album dopo decenni con la line-up originale. Credo che opteranno per il loro solito stile, ma anche loro, come noi, cercheranno un sound più attuale. Non dimenticare che dopo i primi album, hanno anche sperimentato soluzioni nuove, come in “Techincal Ecstasy”. Bill Ward mi ha mandato un messaggio nel quale mi augurava ogni bene per il nostro nuovo album, questo è comportarsi da professionista. Comunque i BS molto spesso mi contattano, ricordo ancora con piacere i loro auguri in occasione del mio matrimonio. Spero di avere l’opportunità di rivederli nel loro prossimo tour. Buona fortuna ragazzi!

Uno degli apici del disco è “Even the Devil Gets the Blues”, brano che vede come ospite Kay Garret. Come è stato tornare a lavorare con lei? E come mai proprio un blues?
È stato come tornare ai tempi dei Pesky Gee! Siamo sempre rimasti in contatto in questi anni, così le ho chiesto se potesse essere interessata, nonostante lei non entrasse in uno studio di registrazione da un bel po’. Ha una voce straordinaria, peccato che non abbia avuto il successo che meritava. Di certo è stata una fonte di ispirazione per altre cantanti. Non è stato facile trovare un brano adatto per lei, volevo tornare alle sue radici blues mentendo, però con tematiche legate alla magia nera. Ricordo che era molto nervosa e preoccupata prima di entrare in studio, ma alla fine se l’è cavata alla grande. Spero di tornare a lavorare con lei in futuro. Kay non è stata l’unico ex membro dei PG che mi ha aiutato, per esempio Chris Dredge, chitarrista e grande artista, ha fatto un disegno da donare ai fan. In generale sono rimasto in ottimi rapporti con tutti gli ex membri, sfortunatamente loro sono sparsi in giro per il mondo, per questo motivo non è stato possibile lavorare con loro. Inoltre vorrei ringraziare alcuni fan della band che mi hanno dato una mano in questi anni, mi riferisco a Pasi Koivu , che è stato fonte di ispirazione per il brano “Party Time For Demons”, e Sylvie, una fan Canadese, che ha scritto un grande testo per “That’s When Evil Touched Me”. Trovo che sia meraviglioso coinvolgere i fan nella stesura di un album, permettendo loro di entrare in qualche modo nel music business.

Alcuni brani del disco rappresentano un mini-concepet, ti andrebbe di parlarne?
Sono brani scritti da Geoff, per questo non è facilissimo per me parlarne. Posso dirti che è una sorta di “Predatori Dell’Arca Perduta”, con un tocco di magia in più e un alone di ironia. A Geoff è sempre piaciuto, anche nei vecchi album dei BW, scrivere dei brani che seguissero una sorta di canovaccio, io preferisco buttar giù dei pezzi che abbiano un senso individualmente. Posso dirti che ho appena terminato di scrivere un mio musical, “Metal Heart”, ma non è facile in questo periodo portare in scena un’operazione del genere.

Il disco si conclude con “Evil Clock”, una bonus track che riprende in chiave moderna lo stile di Sacrifice. Credi che questo sia il primo passo verso una nuova dimensione sonora della band?
“Evil Clock” è un brano scritto in origine per gli AB. Un nostro fan tedesco, Stephan Bender, conosciuto mentre ero in tour con gli AB, mi chiamò tempo fa per registrare alcune nuove canzoni. Il risultato è l’Ep “Piss Out Your Trash”, disponibile su ITunes. Alcune canzoni sono rimaste fuori dal quel progetto, “Evil Clock” è una di queste. Purtroppo Stephan è passato a miglior vita, per questo io e Geoff abbiamo deciso di rendergli omaggio inserendo questo brano, anche se diverso dall’originale, come bonus track in “SWTD”. Lo so che questa canzone è molto più AB che BW, nonostante ciò un sacco di gente mi ha detto che è il pezzo migliore del disco! In realtà, ognuno mi segnala una propria canzone preferita! Non molte band possono vantarsi di avere un scritto un lavoro con più brani convincenti.

Al vostro successo iniziale hanno contribuito i vostri show dal forte sapore evocativo e provocatorio. Come saranno i concerti dei Black Widow attuali? Credi che sia possibile shoccare e/o stupire il pubblico dei concerti rock nel 2011?
No, non credo che sia possibile farlo oggi. Negli anni 70 siamo stati inseriti nella lista nera di un mucchio di locali! Un sacco di band ora cercano di riproporre quello che noi abbiamo fatto all’epoca. Posso citarti come esempio i Ghost, gruppo che sta ricevendo feedback positivi un po’ ovunque. I loro show colpiscono la fantasia dei più giovani solo perché non hanno mai visto in precedenza qualcosa del genere. La musica è buona, ciò nondimeno se ti presenti su un palco con delle maschere, non puoi tenerle sul viso per tutto lo show. Non riesci a trasmettere la tua personalità all’audience, risultando alla fine una sorta di caricatura nei tuoi costumi da monaco. Credo che lo stesso valga per gli Spipknot, dopo che hanno inizialmente stupito con i loro bei costumi, cosa mi danno per i restanti cinquanta minuti di concerto? Bisogna stare attenti, perché è sottile la linea da oltrepassare prima di trasformarsi nei The Wombles! (un gruppo pop inglese che indossa abiti raffiguranti pupazzi per bambini Ndr) I nuovi Black Widow dimostreranno che la magia nera può essere divertente e recluteranno nuovi giovani fan. Chi ha detto che la magia nera non può essere divertente? Il male vero è tutt’altra cosa…

Sinora ci siamo concentrati sul vostro presente, ti andrebbe di fare una disamina breve sui vostri precedenti album. Ovviamente iniziamo con “Sacrifice”.
Ti dirò tutta la verità su “Sacrifice”! Quell’album fu una grande idea del nostro batterista Clive Box. Jim Gannon, il nostro chitarrista dell’epoca, scrisse un grande storia e alcuni grandi pezzi. Sono deluso della produzione, se ne occupò il figlio del nostro manager mentre pomiciava con due ragazze in cabina di registrazione. C’erano delle imperfezioni, e sono ancora là dopo più di quaranta anni. Però mi piace sapere che oggi è un classico!

Con “Black Widow”, il vostro sound cambia. Come mai?
Il secondo album è stato un fiasco, sempre prodotto dal figlio del manager. Alcuni membri del gruppo, nonostante io e Clive Box fossimo contrari, decisero di eliminare ogni riferimento alla magia nera. Jim e Kip erano convinti di essere loro la band, così ci cacciarono. Salvo poi richiamarci immediatamente! Sono convinto che se avessimo lavorato tutti insieme, le cose sarebbero andate meglio. Tuttavia alcuni di noi erano sicuri di aver ricevuto in esclusiva da Dio il dono della musica. Alcuni pezzi, tipo “Mary Clark” e “Legend of Creation”, sono molto belli. Fu veramente terribile essere nella band in quel periodo, alcuni iniziarono a fare uso di droghe: l’inizio della fine. Questo disco è stato registrato due volte, la prima versione è andata persa (il nostro vero album fantasma). C’hanno detto che il master era completamente inutilizzabile, però la cosa non mi convince! Se fosse vero, come mai la versione primigenia di “Mary Clark” è stata utilizzata dal CBS per l’album Rock Buster? Mi farebbe piacere ritrovare le registrazioni originali.

Black Widow III” mostra un approccio maggiormente progressive. A cosa è dovuto questo mutamento di sound?
Ancora una volta l’album è stato prodotto dal “fattorino”, contro la mia volontà. Ma i due ragazzi (Jim e Kip Ndr) erano convinti di essere i possessori della verità e hanno voluto dire l’ultima parola in merito. La cosa non ha funzionato, sarò onesto: è il nostro peggiore album! Posso anche rivelarti che Geoff aveva scritto alcune belle canzoni, ma era troppo tardi ormai. Quando tutto era pronto, Jim fu buttato fuori dal gruppo. Non ci si poteva presentare dal vivo con lui in quelle condizioni, metteva a repentaglio la nostra reputazione. Dopo un casino in Norvegia, capimmo che con lui era finita. Il periodo senza di Jim fu molto divertente, fu sostituito alla grande da John Culley dei Cressida. Con lui fu molto più facile lavorare.

Black Widow IV” è il vostro disco “fantasma” per antonomasia. Lo consideri un vero e proprio album dei BW o una mera operazione postuma?
Eravamo rimasti senza etichetta e avevamo perso un sacco di opportunità di lavoro. Registrammo questo disco come demo, nella speranza di trovare qualcuno disposto a pubblicarlo. Lo ritengo grandioso, vivevamo un bel periodo. Eravamo appena tornati dal tour italiano in compagnia degli Yes, che ebbero una grande influenza sul songwriting di Geoff. Tutti eravamo entusiasti, tranne Kip che lasciò il gruppo per raggiungere Jim. La loro idea era di portare avanti uno show itinerante di magia negli States. Il progetto fallì miseramente. Abbiamo reclutato così Rick E, l’ex frontman dei Twisted Siter, purtroppo a causa della nostra reputazione macchiata, l’album è uscito solo dopo molto tempo. Il master è rimasto sotto il mio letto per circa dieci anni, l’ho tirato fuori quando un mio amico, che aveva appena aperto la Mystic Records, è impazzito quando ha saputo che avevo un album inedito e il demo originale di “Sacrifice” con Kay alla voce. Così la Mystic ha pubblicato entrambi, il secondo con il titolo di “Return to the Sabbat”.

BW IV” è uscito anche per la Black Widow Record, etichetta italiana che in questi anni ha proposto un vostro album live e un tribute. Cosa ne pensi di questi due lavori?
La BWR mi ha contattato, ho scritto alcune canzoni per loro e ho partecipato come ospite in alcuni dei loro album. Ho fatto, in stile “Come To The Sababt”, per loro anche un’intro da inserire nel tribute album a noi dedicato. Nella tracklist troverai indicato “Intro”, io avevo chiamato il brano “Theme for Abingdonia”, dal nome della strada in cui vivevamo noi BW a Leicester. Il tribute è grandioso, alcune versioni sono completamente differenti dalle nostre!

Questi due ultimi album più la partecipazione in “SWTD” di Paolo Negri, tastierista dei nostri Wicked Minds, sembrerebbero dimostrare un forte legame tra voi e l’Italia…
Sì, Paolo è sempre stato un nostro fan e quando gli ho chiesto se voleva prendere parte al progetto, ha detto subito sì. Abbiamo avuto con noi il miglior tastierista del mondo, questo è fantastico! Inoltre, io ho suonato il flauto sul suo album, “The Great Anything”, così ho restituito il favore! Noi abbiamo moltissimi fan in Italia, in tanti ricordano ancora il nostro tour in compagnia degli Yes nei primi anni 70.

Apro una piccola parentesi da fan: credi che sia possibile in futuro il ritorno degli Agony Bag?
 Gli Agony Bag sono stati un grande divertimento. Si reggevano soprattutto sull’energia espressa dal vivo, come dimostra un video di “Rabies Is A Killer”, risalente al 1980, disponibile su Youtube. Da’ un’occhiata in giro e dimmi, se sei capace, un’altra band che abbia fatto o che fa sesso sul palco! Tu non sai quanto mi rende triste sapere che Geoff, il bassista degli AB, ha un cancro. Clive Box vive in Francia e Bruce, che incontro spesso, non suona più molto. Comunque i nuovi BW sono molto simili agli AB, quindi non tutto è perduto! Ho ancora del materiale pazzesco scritto in quel periodo e un live mal registrato… (E me lo dici così? Ndr)

Ti ringrazio per la tua disponibilità e lascio a te la conclusione di questa lunga chiacchierata…
Ti ringrazio per avermi fatto raccontare la storia dei BW dal mio punto di vista! Vorrei anche dire che abbiamo letto moltissime recensioni positive di “SWTD” e pochissime stroncature. Un ragazzo ha ammesso di averne scritto male solo perché è stato il giornale a chiederglielo… Voglio concludere questa intervista con una notizia negativa, anche se la cosa mi rattrista: mi è stato diagnosticato un cancro, quanto prima sarò operato. Sto rispondendo a questa intervista nel cuore della notte nel tentativo di scacciare via questo pensiero. I vostri auguri saranno tutti graditi. Scrivetemi pure collegandovi al sito http://www.blackwidowrockband.co.uk, cercherò di rispondere a tutti. Un grazie a coloro che ci hanno aiutato in questi anni, io e Geoff vi amiamo! Ah, dimenticavo, dal nostro sito potrete scaricare gratuitamente un singolo, “Christmas Time For Demons”, che abbiamo registrato per puro divertimento!

Black Widow - Sleeping with Demons - Amazon.com Music

Intervista originariamente pubblicata su www.rawandwild.com nel 2011 in occasione dell’uscita di “Sleeping With The Demons 
http://www.rawandwild.com/interviews/2011/int_black_widow.php

Il Segno del Comando – Il volto della paura

Il “Volto Verde” è un grande album. Anzi un grandissimo album. Tornanti a sorpresa sul mercato, Il Segno Del Comando hanno piazzato il terzo colpo vincente della propria carriera, ormai legata inesorabilmente alle sorti dell’eminenza grigia del progetto: Diego Banchero.

Ciao Diego, innanzi tutto complimenti per il nuovo il “Volto Verde”. Quando hai capito che era arrivato il momento di dare un successore a “Der Golem”?
Il periodo di inattività successivo all’uscita di “Der Golem” è stato molto lungo, ma negli anni non si è mai smesso di discutere relativamente alla possibilità di uscire con un nuovo album. Fin da subito si erano ipotizzate nuove relise ed era anche stato svolto del lavoro (almeno sulle musiche e le parti grafico-pittoriche) seguendo l’ispirazione delle opere letterarie individuate per eventuali concept e studiate approfonditamente. Tuttavia, a poco a poco, ognuno dei vecchi componenti intraprese nuove strade artistiche o smise semplicemente di dedicarsi alla musica in maniera continuativa. Gli amici della Black Widow Records, che hanno spesso cercato di riportarci in studio dimostrando sempre un grande attaccamento al progetto, hanno insistito molto negli anni perché ne prendessi in mano da solo le sorti; visto che l’ipotesi di una reunion del nucleo compositivo storico si era dimostrata inattuabile. Mi ci è voluto un po’ di tempo per elaborare questa idea. I dubbi sono stati molti, ma poi ha prevalso l’amore per Il Segno del Comando e ho deciso di ripartire. A quel punto io e Massimo Gasperini abbiamo iniziato a contattare molti musicisti svolgendo un lavoro certosino per formare una nuova line up. Nel frattempo, ho iniziato a scrivere i brani e tutto è venuto molto più spontaneo del previsto. Ci siamo comunque presi tutto il tempo necessario per sperimentare con calma e provare più soluzioni. Per dare un riferimento temporale che risponda alla tua domanda, direi che la decisione di ripartire sia stata presa nel 2009.

Ancora una volta hai scelto una novella di Gustav Meyrink, già autore del Golem per costruire il concept su cui verte l’album. Cosa ha di tanto particolare questo scrittore?
Ciò che ha stimolato e che tiene vivo il mio interesse per i suoi scritti da molto tempo è da ricercarsi principalmente in un aspetto: l’attualità. E’ infatti straordinario per me notare come le sue analisi abbiano resistito al passare del tempo. Queste, come del resto le sue critiche sociali, restano valide anche per i giorni attuali e, le sue soluzioni, se comprese, risultano addirittura innovative ed efficaci per la nostra epoca (in cui si assiste al fallimento più o meno generalizzato di tutte le ricette prodotte per salvare il genere umano dal proprio declino). Anzi, il comprendere la sua opera, può addirittura aiutare ad individuare gravi pericoli che si annidano nelle concezioni metafisiche che hanno accompagnato l’umanità nei millenni e che sono tuttora imperanti o quantomeno molto influenti. Le sue concezioni possono essere di aiuto all’uomo nel tentativo di liberarsi dalle schiavitù mentali che lo rendono impotente evitandogli di attivare le proprie risorse creative interiori. Nei suoi scritti, sono presenti critiche al pensiero borghese, a visioni politiche e attitudini sociali pericolose e anche a determinate dottrine religiose ed esoteriche che spingono verso l’abisso. Le sue opere evidenziano una tendenza alla ricerca che ha lo scopo di portare ad una profonda conoscenza di sé stessi; come prerequisito fondamentale per avvicinare l’individuo ad una condizione di illuminazione (o risveglio). Chi non riesce o non vuole compiere questo percorso di crescita rischia di restare a far parte della massa formata da coloro che vivono in una condizione molto simile a quella del sonno.
Meyrink ha attirato l’interesse di molti illustri pensatori del ‘900 proprio grazie alla profondità del suo pensiero e questo è dovuto al fatto che egli fosse un precursore di idee e visioni all’avanguardia.

Il vostro nome trae origine da un noto sceneggiato trasmesso dalla Rai nei primi anni 70. Il romanzo omonimo è opera di Giuseppe D’Agata, quali credi che siano i punti di contatto tra l’autore italiano e quello austriaco?
Il filo rosso che ci ha spinto ad occuparci di questi due autori (così lontani tra di loro) è da ricercarsi in un retaggio culturale del vecchio continente che in qualche modo abbiamo cercato di recuperare. D’Agata, con il suo romanzo e con il serial de Il Segno del Comando di cui è stato anche lo sceneggiatore, ha rappresentato uno degli esponenti di una italianità geniale via via venuta meno per lasciare il passo al progressivo appiattimento qualitativo cui oggi assistiamo. Noi veniamo principalmente dagli anni 70-80 e abbiamo assistito alla nascita dell'”arte spazzatura” che ha preso progressivamente il posto precedentemente occupato da pagine memorabili della nostra cultura nazionale. Ebbene D’Agata è sicuramente uno degli artefici della magica epoca che ha preceduto il break down che ha originato l’impoverimento che oggi caratterizza per lo più il mainstream di musica, cinema, arte e televisione. In sostanza, noi ragazzi delle “paludi nichiliste” degli anni ’80, abbiamo sentito la necessità di salire su una zolla di terra salvatasi dai fanghi per compiere a ritroso un percorso di recupero delle tradizioni del nostro continente. Dopo un primo viaggio fino ai confini della memoria per ritrovare le suggestioni della nostra infanzia (ovvero quelle della tv in bianco e nero), abbiamo sentito l’esigenza di spingerci oltre e cercare radici più profonde. Qui è venuto l’interesse per tutta una serie di autori tra cui Meyrink. Quindi in realtà i punti di contatto, più che da ritrovare nel contenuto degli scritti di questi due autori, sono da ricercare nelle associazioni compiute dalle nostre menti spinte dalla volontà di riscoprire le proprie origini.

E’ stato difficile tradurre in versi l’opera e, soprattutto, è nata prima la parte musicale o quella lirica?
Come avviene quasi sempre nel mio modo di lavorare, è nata prima la musica. Solitamente, prima strutturo delle composizioni abbastanza complete con una idea definita di pulsazione ritmica, di armonia, melodie principali e contrappunto e solo dopo scrivo i testi. Anche in questo caso ho proceduto in siffatto modo. Non ho avuto grosse difficoltà nel tradurre in versi l’opera. Anche perché questa mi era entrata dentro in maniera molto forte.

I testi denotano una cura particolare per il lessico utilizzato, caratteristica che ho riscontrato anche nei tuoi lavori con gli Egida Aurea. Da cosa nasce questa tua volontà di utilizzare termini molte volte desueti?
La ricerca lessicale (se ce n’è stata una) che è alla base del mio approccio lirico si basa sul fatto di sfruttare termini che da soli diano vita ad una costellazione di associazioni mentali stimolando l’immaginazione dell’ascoltatore. Questa caratteristica, che fin da bambino ho rilevato in autori come De Andrè, mi ha sempre affascinato e ho cercato di farla mia. Inoltre, c’è anche la volontà di non collocarsi in un’epoca precisa dal punto di vista narrativo. Solitamente la tendenza odierna è quella di adottare degli “slang” quando si scrivono i testi. Questi slang sono fortemente legati all’epoca storica in cui sono stati prodotti. Io non voglio uniformarmi a questo approccio, ma preferisco piuttosto mantenere aperto un continuum spazio-temporale con il passato. Un passato in cui la lingua stessa era più ricca (o forse semplicemente meno contaminata da tendenze imposte da un mondo globalizzato). Anche l’utilizzo di termini ormai meno diffusi è dovuto all’efficacia di alcune di queste parole nel centrare determinati concetti. Nonostante ciò, cerco di mantenere una buona fruibilità sia nella musica che nei testi. Non mi interessa compiacere pochi intellettuali, ma semmai aprire nuove vie che la persona media possa riscoprire come alternative a quanto viene imposto dai canali ufficiali.

In alcuni pezzi ho riscontrato delle influenze Egida Aurea, come per esempio nel brano d’apertura. E’ una mia impressione o quell’esperienza ha in parte condizionato il processo creativo de Il Volto Verde?
Egida Aurea è stato il primo progetto in cui (stufo di dover dipendere dall’aiuto di altri e spinto dalla necessità di non ritrovarmi ridotto all’immobilità) mi sono messo a curare i testi. Prima non me n’ero mai occupato e avevo sempre preferito delegarne la realizzazione ad altri. E’ in questo progetto che è nato il mio modo di scrivere. Chiaramente cambiano le tematiche, ma l’impronta resta e forse questa impronta si fa evidente in ogni mio disco. Non nascondo però che ne Il Volto Verde c’è anche una sorta di evoluzione di concetti e pensieri, già sviluppati con Egida Aurea, volta ad approfondirne le dimensioni esoteriche.

Come è stato lavorare a un album del Segno senza Mercy?
E’ stata chiaramente una esperienza molto strana (almeno inizialmente). Non posso negare questo. Però nel contempo mi ha permesso di compiere un percorso di crescita che non è privo di soddisfazioni e di sensazioni positive. In questi anni grazie a tutti i progetti che ho seguito (di cui Il Volto Verde rappresenta ad oggi lo scalino conclusivo) sento di avere sviluppato una maturità che mi fa sentire molto bene dal punto di vista artistico.

In compenso sul disco compaiono una miriade di artisti sia come componenti effettivi della band sia come ospiti. In base a quale criterio hai scelto le persone con cui collaborare?
Il Segno del Comando è sempre stato un gruppo soggetto a cambi di line up (forse su questo ha influito anche il fatto che fino ad oggi sia rimasto un progetto esclusivamente da studio). Per quanto riguarda la scelta di alcune star che sono comparse nel disco, posso dire di aver seguito semplicemente i miei desideri di fan onorato di accogliere alcuni tra i musicisti che ritengo miei maestri (come ad esempio Gianni Leone e Claudio Simonetti). Ho poi invitato altri esponenti della scena italiana ed internazionale per i quali nutro una grande ammirazione (Paul Nash, Freddy Delirio, Martin Grice, Sophya Baccini) ritenendo che, grazie alle loro capacità personali e al loro stile, avrebbero arricchito di molto il disco; e così è stato. Per il resto la scelta è stata dettata semplicemente dalle caratteristiche musicisti. Non è semplice entrare nel mood di questo progetto e quindi è stato necessario selezionare chi aveva le attitudini adatte a renderne al meglio le sonorità.

La butto là: vi vedremo mai dal vivo? Magari con una rappresentazione teatrale…
Sì, è mia intenzione portare Il Segno del Comando dal vivo. Sto infatti lavorando alla definizione di una line up stabile che oltre ai concerti si occupi dei prossimi capitoli discografici. A breve entreremo in sala prove e stiamo già pianificando una prima uscita indicativamente per il prossimo autunno.

Piccolo passo indietro: tempo fa mi è capitato di recensire l’album “TRE” dei Pierrot Lunaire, disco che conteneva degli inediti della band oltre che una sorta di appendice tributo. Voi vi avete partecipato con “Lady Ligeia”: cosa ricordi di quell’esperienza?
Ricordo che quell’esperienza ha rappresentato un test importante in vista di realizzare Il Volto Verde. Abbiamo suonato tutto io e Roberto Lucanato. Ho realizzato un arrangiamento per basso e chitarra di una composizione che in origine era per pianoforte. Inoltre, mi sono concesso un ruolo melodico/tematico lasciando emergere il bassista che è in me e che ultimamente è messo sempre più da parte per lasciare spazio al compositore.

In conclusione mi sembra fuori luogo chiedere a una band come la tua quali siano i progetti futuri, lontani come siete da certe logiche, credo che dovremo aspettare un bel po’ prima di vedere del nuovo materiale. Per questo ti chiedo quali sono quelli di Diego Banchero, magari un insperato ritorno dei Malombra?
Voglio fare in modo che l’attività de Il Segno del Comando diventi più regolare e raggiunga un livello prioritario. Negli anni ho sofferto molto a causa dei periodi di inattività della band. Chiaramente non voglio trascurare né gli altri miei gruppi (Ballo delle Castagne, Egida Aurea) né collaborazioni che sono per me molto stimolanti (Blooding Mask, ZSP, Lupi Gladius). Queste stanno procedendo ed abbiamo agende piene di progetti e impegni. Con gran sicurezza posso dire invece che non ci sarà un ritorno di Diego Banchero con Malombra. Questa la vedo come un’ipotesi praticamente impossibile da verificarsi.

Grazie di tutto, a te la chiusura
Voglio utilizzare questo ultimo spazio per ringraziare te e la redazione per averci accolto su Raw and Wild.

Intervista originariamente pubblicata su www.rawandwild.com nel 2014 in occasione dell’uscita de “Il Volto Verde”.
http://www.rawandwild.com/interviews/2014/int_ilsegnodelcomando.php

Voivod – Telefonate dallo Spazio

Creatura fantastica i Voivod, da sempre al di fuori da regole e schemi stilistici. Però la prematura morte di Piggy ha assestato un duro colpo al carrarmato canadese, sembrerebbe che il nuovo “Infini” possa essere l’ultima opera del combo. Di questo e altro abbiamo parlato con Snake, ormai ritornato in pianta stabile a ricoprire il ruolo di cantante della band.

Ciao Snake, la pubblicazione di “Infini” se da un lato rappresenta un lieto evento per tutti i fan della band, dall’altro potrebbe rappresentare anche il vostro ultimo album. Confermi questi rumors?
Quel che è certo è che questo è l’ultimo album con Piggy. Sarà il tempo poi a stabilire se saremo in grado di creare musica senza di lui. Dan Mongrain potrebbe essere la chiave per il futuro, lui è cresciuto con i Voivod e Piggy. Conosce le composizioni di Piggy meglio di chiunque altro. Vedremo.

Hai definito “Infini” l’ultimo album con Piggy, infatti tutte le tracce di chitarra provengono dai suoi demo, così come erano registrate. Quanto è stato difficile per voi cucirci un disco intorno?
Dal punto di vista tecnico la maggiore difficoltà è stata quella di suonare su quelle tracce la batteria. Non è proprio un modo ortodosso di scrivere un album. Away ha dovuto adattarsi quello che era già stato fatto e questa è una cosa stressante che richiede molta concentrazione. Però ascoltare Piggy nella tua cuffia ti suscita tutta una serie indescrivibile d’emozioni…

Quali sono gli argomenti trattati nei testi?

Alcuni chiaramente sono riconducibili a Piggy, soprattutto “Morpheus”. Poi ce ne sono altri relativi ai disastri ambientali, viaggi spaziali, storie di fantascienza, critica social, vita di strada, ecc…

Da più parti si sussurra che  Blacky suonerà nuovamente con voi in alcuni festival estivi…
Sì, Blacky  ci sarà con il suo big blower bass. Con lui ci sarà anche Dan, sarà sicuramente interessante osservare questa coppia…

Nella discografia dei Voivod ci sono degli album sottovalutati?
Secondo me lo sono “Angel Rat” e “Outer Limits” (entrambi con Snake alla voce, in particolare “OL” ha sancito il primo divorzio tra il cantante e i Voivod NDR) .

Che genere di musica ascolti in questo momento della tua vita?
Dato che ci avviciniamo all’estate, prediligo qualcosa di semplice, rilassante e divertente. La musica più oscura e triste si addice maggiormente all’inverno. Ma poi dipende tutto dagli stati d’animo…

A questo punto non puoi esimerti da consigliare alcuni album ai nostri lettori…
Metallica – Death Magnetic
NiN – Ghosts
Down – Over the under
Motorhead – Motorizer
AC/DC – Black ice

I Voivod hanno sempre associato la propria immagine alla tecnologia. Cosa ne pensi allora degli sviluppi tecnologici che hanno portato al fenomeno del file-sharing?
È un movimento in perenne sviluppo. Io spero che l’industria discografica trovi un sistema per poter distribuire la musica evitando questi furti. Questa situazione  ha un impatto negativo sui musicisti, e tutti quelli che condividono i file non rispettano il lavoro altrui…

Intervista originariamente pubblicata su www.rawandwild.com nel 2009 in occasione dell’uscita di “Infini”.
http://www.rawandwild.com/interviews/2009/int_voivod.php

Angband – 100% metallo persiano

La vita per i metallari in Italia è complicata? Provatelo a dire a Mahyar Dean, il leader degli iraniani Angband, autori del debutto “Rising from Apadana” (Pure Steel Records).

Ciao Mahyar, potresti presentare la tua band ai nostri lettori?
Ciao Giuseppe, Beh io alla chitarra, Ashkan Yazdani alla voce, Ramin Rahimi alla batteria e percussioni e, di recente, un giovane musicista di talento, chiamato Bass M. Halaji, si è unito al gruppo.

Quando ho letto il tuo Paese d’origine ho detto: “ok, un altro album con influenze folk…”, ma durante l’ascolto mi sono trovato di fronte a un CDdi fottuto Heavy Metal! Quali sono gli artisti che ti hanno influenzato?
Un sacco di grandi band come Death, Judas Priest, King Diamond, Iron Maiden, Blind Guardian, Iced Earth, Megadeth e molti altri. Ascolto anche musica classica e monodie folk persiane.

Allora, passiamo alla disamina di “Rising From Apadana”
“Rising From Apadana” è un power metal/thrash album con alcuni spunti progressive ed epic. Abbiamo lavorato sodo per questo disco.

La voce di Ashkan Yazdani mi ha ricordato quella di King Diamond…
Sì, ci piace molto King Diamond. Ashkan ha un grande talento e alcuni dicono anche che la sua voce assomigli a quella di Matt Barlow degli Iced Earth .

Di cosa parlano i testi?
La maggior parte dei testi sono inerenti a fatti di vita e alla storia antica della Persia, come “The King’s Command”, che parla di Ciro il Grande.

Sei felice del risultato finale o, potendo, cambieresti qualcosa?
Sì Sono davvero felice, tenendo presente che abbiamo avuto un termine per il completamento, dato che Ashkan era in partenza per la Svizzera, e abbiamo dovuto finire l’intero album in 3-4 mesi. Certo se avessimo avuto migliori apparecchiature, avremmo potuto fare ancora meglio.

Della copertina cosa mi dici?
Mio fratello Maziar Dean ha fatto la foto e l’ha modificate ad opera d’arte; lui è un grafico professionista e fotografo.

Soddisfatti del lavoro svolto dalla Pure Steel Records?
Si, Andy e Markus Lorenz sono cool metal brothers che credono nel vero metallo, anche Rocco Stellmacher ha fatto un buon mastering.

Oggi, qual è lo stato di salute di metallo in Iran?
Buono: adesso ci sono un paio di formazioni che suonano cover strumentali in piccoli teatri, e si possono vedere all’opera giovani amanti del rock e del metal. Negli anni 70 c’erano un sacco di fan del prog rock nel nostro Paese e il metal ha radici profonde qui. Penso che se non vi fossero problemi con la legge la scena sarebbe grande come in Giappone!

Attività dal vivo?
Nulla per ora, ma speriamo che si possa fare qualcosa dal vivo dopo il nostro secondo album, che dovrebbe uscire nel 2009.

Le ultime parole famose…
Prima di tutto grazie a te e ai tuoi… E come diceva il mio borther of metal Cuck Schuldiner (Mahyar ha scritto la biografia ufficiale dei Death) (RIP): “Let the Metal Flow”.

Intervista originariamente pubblicata su www.rawandwild.com nel 2008 in occasione dell’uscita di “Rising from Apadana”.
http://www.rawandwild.com/interviews/2008/int_angband.php

Treponem Pal – La macchina francese

Per chi come me ha vissuto i primi anni novanta in “presa diretta” i Treponem Pal hanno un significato particolare. Erano uno di quei gruppi che facevi ascoltare agli amici quando volevi far colpo. E il più delle volte ti ritrovavi con un pugno di mosche in mano. Troppo geniali per essere capiti da tutti. Dopo un lungo silenzio eccoli nuovamente tra noi con il monumentale “Wierd Machine”, un album che probabilmente passerà inosservato come tutti i precedenti. Ma cosa c’è di meglio dell’essere dei geni incompresi?

Ciao Marco, come stai?
Molto bene, grazie.

Cosa ti ha spinto a riformare la band?
Avevo bisogno di tirare fuori da me un sacco di energia!!! Vedere come è ridotto il mondo mi tristezza e invece di reagire impugnando una pistola ho preferito tornare alla musica.

Credo che “Wierd Machine” sia un grande album. Un grande album punk! Sei d’accordo con me?
L’hai detto! E’ esattamente così, io ripeto sempre che il sound del nuovo TPAL è molto più punk e psichedelico che in passato…

Quando hai iniziato a scrivere le canzoni di “Wierd Machine”?
Abbiamo iniziato circa due anni fa, ed è venuto tutto fuori in modo veloce e rapido!!! E non è così ovvio come puoi credere! (ci hai messo due anni, come posso credere che sia ovvio? Ndr) Ma il modo di lavorare che abbiamo attualmente è quello che la gente intorno a TPAL gradisce. E la gente da noi vuole solo a rebellious music with no compromise…

Immagino che i testi vadano in questa direzione…
Parlano di libertà! !! Lotta agli oppressori e ai dittatori che sono ancora tanti su questo fottuto pianeta! Poi contengono un invito ad essere sé stessi, semplicemente sé stessi. E di rispetto per l’umanità che ci circonda.

Cosa ti aspetti da questo album?
Che venda milioni di copie… domanda semplice… risposta semplice… Ma principalmente che mostri alla nostra audience che siamo tornati! Questo disco è un vero trip …. o lo ami o lo odi! and that’s it !!!

Le parti di basso sul disco sono suonate dal grande e sfortunato Paul Raven (Kiling Joke, Prong e Ministry sono alcune delle band in cui ha militato prima di esser trovato morto il 20 ottobre 2007). Cosa ricordi di lui?
Solo il meglio. Un uomo forte! Un vero ribelle! Un vero rude boy!!!! Non un angelo, ma un vero amico del tipo di uomo che ti lascia mai nella merda. Riposa in pace fratello mio!

Una novità importante è il passaggio alla Listenable Records…
Sino ad ora nulla da ridire su di loro. Si stanno comportando con noi al meglio. Vedremo cosa accadrà in futuro.

Alcuni mesi fa la Metal Mind Records ha pubblicato un cofanetto con tutti i vostri vecchi album. Soddisfatto dell’operazione?
Sì, molto. Anche perché siamo stati parte attiva nell’operazione.

Ok, è tutto. Grazie Marco.
KEEP THE FIRE BURNING!!!

Intervista originariamente pubblicata su www.rawandwild.com nel 2008 in occasione dell’uscita di “Weird Machine”
http://www.rawandwild.com/interviews/2008/int_alexschiavi.php

The Ocean – Benvenuti nel Precambriano

I The Ocean hanno pubblicato uno degli album migliori del 2007. “Precambrian”, infatti, è stato premiato con voti altissimi dai magazine e dalle webzine di mezzo mondo. Non potevamo lasciarci sfuggire l’occasione di scambiare quattro chiacchiere con Robin Staps, il vero padre e padrone del “collettivo” The Ocean.

Ciao Robin, andrebbe di presentarci la band?
I The Ocean sono un vasto universo sonoro formato da molte componenti che includono i tipici strumenti rock quali batteria, basso, chitarre e voce, ma anche strumenti “classici” come archi, fiati, videoproiettori e giochi di luce. Se dovessi descrivere la nostra musica avrei delle difficoltà perché spaziamo da canzoni brevi e furiose a composizioni lunghe e “orchestrali”. Qualcuno ha descritto il nostro sound come “cinematografico” e io credo che in qualche modo questo sia esatto.

Delle vostra predente produzione cosa puoi dirci?
Abbiamo pubblicato un CD strumentale di debutto intitolato “Fogdiver” nel 2003, seguito da “Fluxion” nel 2004′. “Fluxion” ha visto l’introduzione della voce e aveva un mucchio di canzoni epico-orchestrale grazie agli strumenti a corda, ai fiati e alle sezioni di ottoni. Nel 2005 abbiamo firmato per la Metal Blade Records e rilasciato il nostro terzo album “Eolie”. Questo è stato un passo indietro con il ritorno a una formazione ridotta con batteria, basso chitarre, voce. Un album molto pesante e furioso. Con il nostro nuovo album “Precambrian” abbiamo praticamente ripercorso tutta l’intera gamma sonora degli album precedenti.

Complimenti, credo che “Precambrian” sia uno dei migliori album del 2007. Come lo descriveresti?
“Precambrian” è un opulento viaggio sino al principio dei tempi della durata di 84 minuti.

Quando avete iniziato a scriverlo?
Nell’estate del 2005. Ci sono voluti quasi due anni per completarlo.

E come è stato accolto?
In maniera grandiosa! E’ stato votato “album del mese” su ben cinque giornali europei e ha ricevuto commenti positivi sia dai fan che dagli ascoltatori.

Come nasce una vostra canzone?
“Precambrian” è musica al 100% . Io scrivo tutta la musica nel mio laboratorio, a casa, con l’aiuto delle mie macchine. Registro ogni canzone e la suono ai miei ragazzi. Discutiamo e lavoriamo su di esse, ma alla fine il risultato di solito è molto vicino alle pre-produzioni, in termini di parti e arrangiamenti. Più strati vengono aggiunti man mano che si va avanti con la produzione. A volte, qualcuno di noi suona in studio le proprie idee, ma queste per lo più sono focalizzate sul proprio strumento, senza quindi che si abbia un’idea globale di come possa essere il brano con tutti gli altri strumenti. Questo vale finché l’album non è concluso… In ambito creativo, in un certo senso, siamo una one-dimensional band, una one-man-project… E tutti sappiamo che se fosse stato diverso, non ci sarebbe stato alcun album come “Precambrian”. Non è il tipo di album che si ottiene lavorando tutti in sala prove! Prova solo ad immaginare che cosa sarebbe successo se i 26 musicisti si fossero messi a jammare e a discutere… Non avrebbe funzionato. La gente con cui sto lavorando ora è d’accordo alla fine con il fatto che io sia il despota creativo. Alcuni di loro hanno altre bande dove realizzare le proprie visioni creative. È grande poter lavorare con musicisti che vogliono fare la loro parte all’interno di uno schema, senza smanie di protagonismo in ogni canzone.

Il vostro suono mi ha ricordato band quali Neurosis, Tool, Messhugah…
Apprezzo queste band, ma non credo che i T.O. suonino come alcune di loro…

Cosa puoi dirmi sul concept di “Precambrian”?
Il Precambriano è stato il primo capitolo dell’evoluzione del pianeta terra. Esso è suddiviso in due epoche: Adeano/Archaean e Protozoico. I due dischi portano questi nomi. Queste epoche sono ulteriormente suddivise in periodi geologici, che funzionano come canzone/titoli. Quindi, il concetto si evolve intorno ai primi giorni della madre terra, che è stato poi un terrificante luogo privo di vita e pieno di zolfo attraversato dai rossi flussi di lava incandescente … Durante il Proterozoico la terra cominciò a raffreddarsi un po’, l’atmosfera iniziò a formarsi e le prime forme di vita semplice fecero la loro comparsa. Questo si riflette nella musica: l’Adeano / Archaean è la parte del disco più cruda e brutale. Quasi una continua ‘Eolie’ tanto è sinistro, con una strumentazione di base di batteria, basso, chitarra e voce. Il Proterozoico è la parte del disco più complessa, più morbida, ancora pesante a volte, ma con tanti momenti atmosferici che danno all’ascoltatore spazio per respirare tra le “eruzioni”.

I testi sono stati influenzati dall’opera del proto-surrealista Lautréamont…
Lautreamont ha avuto un’enorme influenza sui testi di questo album. Il suo ‘Chants di Maldoror’ è probabilmente la più eclatante e inesorabile “war with words” nella quale abbia sbattuto il naso. È così pieno di dispetto, la passione, l’ironia oscura e odio profondo per l’uomo e le sue virtù… così mi è parso che questo album potesse essere la colonna sonora per il Chants … Quindi è stato naturale cercare di adattare alcune di quelle parole blasfeme alla musica e ho finito per avere due canzoni che sfruttano esclusivamente interi passaggi del “Chants’: Mesoarchaean / Legions of Winged Octopi” e “Neoarchaean / To Burn The Duck of Doubt”, entrambi su “Hadean / Archaean”. Altri riferimenti sono più qua e là nel cd. Inoltre, il libretto di “Proterozoic” contiene delle citazioni tratte dal “Chants”, alcune di loro contengono grandi metafore oceaniche: “Tu ci sarai nella mia ultima ora e mi trovai circondato da sacerdoti. Voglio morire cullato dalle onde del tempestoso mare”.

L’artwork è splendido…
E’ stato sviluppato intorno al concetto di ‘Precambriano’. Mostra immagini di lava e roccia basaltica lavorate con diverse tecniche di stampa speciali che sfruttano colori metallici e vernice UV brillante. Il digipak è costituito da due strati: lo strato superiore è bucato e quando si fa scorrere la diapositiva del libretto sottostante si ha l’impressione di vedere lava incandescente rosso attraversare il foro. Il packaging è stato non solo costoso, ma estremamente difficile da ottenere e ha richiesto tempi lunghi per la produzione. Ci siamo scambiati mail contenenti le bozze avanti e dietro un intero mese. Alla fine, per ottenere l’involucro che avevamo ideato è stato necessario utilizzare due fabbriche in Cina, in Europa nessuno era in grado di produrlo. Come se non bastasse la pellicola UV lucida ha causato ulteriori problemi con alcune sottili linee… In breve, è stata una catastrofe. Ma visto il risultato, alla fine n’è valsa la pena. I ragazzi della Metal Blade mi hanno detto che non avevano mai visto nulla di simile prima. Non posso dargli torto! Un ringraziamento va a Martin Kvamme, il designer!

Soddisfatto del lavoro svolto dalla MetalBalde?
Sì, hanno fatto un ottimo lavoro

Piani per un eventuale tour?
Saremo di nuovo in tour praticamente tutto il mese di marzo e quello di aprile 2008. Sarà il nostro primo tour da headliner e saremo in compagnia di Rotten Sound, Victims and Coldworker. Un “pacchetto” inusuale, ma ancora una sfida per noi dal momento che siamo diversi dalla altre band. Vedremo come andrà con i fans dei Rotten Sound. Il tour toccherà la Grecia per un paio di spettacoli, poi una settimana intera la Francia nel mese di aprile. Poi toccherà all’est Europa e a gli USA. Tutto si concluderà con l’Hellfest …

Le ultime parole famose…
Correte a comprare “Precambrian”. Supportate le band e i musicisti che pongono particolari attenzioni nella cura dell’artwork, acquistando i loro cd. Non vi accontentate di scaricare dei semplici dati da un pc. Grazie.

Intervista originariamente pubblicata su www.rawandwild.com nel 2008 in occasione dell’uscita di “Precambrian”
http://www.rawandwild.com/interviews/2008/int_ocean.php

Timoria – Sul treno magico di Omar

Partiti con l’intenzione di vederci solo un bel concerto, grazie ad alcune fortunate coincidenze, siamo riusciti a fare una bella chiacchierata con Omar Pedrini, deus ex machina dei Timoria. Questa volta è stato tutto perfetto, infatti Omar ci ha voluto ricevere nell’albergo dove il gruppo alloggiava chiedendo espressamente ai suoi collaboratori di far passare solo noi e nessun altro, rimandando indietro qualsiasi giornalista! Grandioso! Così, prima del live, il mio collega Roberto ed io ci siamo armati fino ai denti per affrontare questa nuova intervista, l’ultima forse di questa estate così fruttuosa. Arrivato Omar siamo subito partiti a raffica con le domande:

Paolo: Il gruppo degli anni 70 che maggiormente ti ha influenzato?
Omar: Sicuramente a livello internazionale sono due: Pink Floyd e The Who; poi in Italia la PFM e tutte le band del prog minore partendo dai Dick Dick, che erano allora ancor post-beat, arrivando al Banco Del Mutuo Soccorso passando per i Trip a Il Rovescio della Medaglia e soprattutto gli Area.

P: Cosa pensi del panorama della musica italiana, soprattutto dei gruppi che cominciano cantando in italiano?
O: Mah, diciamo che oggi non mi dispiace. Quando abbiamo cominciato tutti cantavano in inglese, per noi è stato giusto dare un significato italiano alla nostra musica, sottolineare il nostro orgoglio di essere italiani. Infatti, il nostro simbolo era la bandiera italiana fatta a cerchio come quella degli Who dall’aviazione inglese. Se dovessi cominciare nuovamente oggi, ammetto che fare italiano o in inglese sarebbe la stessa cosa. Poi io dentro di me ho l’anima del cantautore, quindi ci tengo che i miei testi vengano compresi a fondo. Dieci anni fa l’inglese non lo capiva nessuno, ora invece lo si impara alle elementari, mio figlio lo studia in seconda. Quindi penso che i tempi siano maturi anche per cantare in inglese, non farei più la distinzione che sentivo fortemente tempo fa. Poi è chiaro che se uno ha un forte istinto poetico, come me, sente la necessità di cantare in italiano. Se avessi una band dove mi interessa solo la musica, il feeling o il sound, canterei inglese; se invece dovessi fare cose mie cantautorali canterei in Italiano. Poi l’italiano è una lingua così generosa nella poesia e nella letteratura e rispetto all’inglese ti dà il 200% per la ricchezza di vocaboli, verbi, congiunzioni, non a caso deriva dal latino e dal greco. Timoria è una parola greca. Le radici sono le cose a cui tengo maggiormente.

P: A distanza di anni dal vostro debutto con San Remo come è stato il vostro ritorno?
O: Oh, il primo anno è stata una follia e anche una provocazione perché siamo stati il primo gruppo underground che è andato lì. Fu uno scandalo “I Timoria a San Remo hanno tradito il movimento!”, e noi invece abbiamo detto che sino a quando nessuno va là il rock italiano rimarrà un mondo di poveri, un ghetto! Noi andiamo lì e sentite la canzone che portiamo! Partecipammo con un brano tra i più difficili del nostro repertorio “L’Uomo Che Ride”, quindi poi tutti quanti ci hanno detto bravi, avete fatto bene e si è cominciato a parlare di noi, dei Litfiba, dei Diaframma, dei De Novo; i CCCP, che erano più vecchi di noi, che eravamo ragazzini. Abbiamo avuto la fortuna di fare il nostro primo album a 18 anni però anagraficamente come band siamo tra i più vecchi. Quest’anno invece a San Remo ci siamo andati in maniera calcolata più che altro non per la musica ma per far parlare di questo film, “Un Aldo Qualunque”, fatto con pochi soldi e molta energia e adesso c’è attesa, perché uscirà ad Ottobre, credo che lo debbano anche a noi.

P: Per quanto riguarda il futuro, come mai non avete ancora pubblicato un album live?
O: Vogliamo farlo quest’anno! Stiamo registrando tutto il tour e penso che uscirà a febbraio 2003. Il primo dopo 12 anni di storia!

P: Adesso, dopo un periodo di solisti, si sta assistendo a un ritorno in auge delle band Italiane: Afterhours, Timoria, Subsonica, Bluvertigo, Marlene Kuntz ecc. E’ un fenomeno che potrà durare o...
O: Per fortuna! Mah, guarda secondo me non c’è volontà nei media di far durare questo movimento! Ogni anno vedo arrivare i soliti gruppi dell’estate che scompaiono inesorabilmente. I Timoria durano perché credo che ci sia una grande volontà e serietà di fondo per quanto riguarda il nostro modo di lavorare. Investiamo molto su noi stessi. La colpa di tutto questo è dei giornalisti e delle case discografiche che sono abituate a lavorare sui singoli cantanti perché sono più facili da sfruttare. La band invece va curata, fatta crescere. Sai ogni volta che il gruppo si muove si è sempre in cinque o in otto, quindi viaggio, cena per almeno cinque, mentre con il cantante si spende solo un quinto. Poi una bella voce in Italia è più importante di un bel sound, mentre all’estero è il contrario. I giornalisti invece non hanno il coraggio di dedicare una bella copertina, ad esempio, ai Subsonica, ai Timoria, ai Bluvertigo (pace all’anima loro) a gruppi che hanno lavorato seriamente contribuendo notevolmente alla musica italiana. E invece la danno ancora a Britti, a Ligabue (che non se ne può più) a Jovanotti e a tutta sta gente. Invece il giornalista dovrebbe avere il potere di dire “non me ne frega dei tuoi 100 milioni e dedicare una bella copertina ai Subsonica perché fanno ogni volta 6000 persone ad ogni concerto ed hanno vinto due dischi d’oro, com’è successo ai Timoria, com’è successo a tutti i gruppi che hai citato tu. Io invito i nostri fans a scrivere lettere di protesta a MUSICA! Di Repubblica, al Corriere della Sera, alle riviste del settore che mettono sempre quei cazzi di gruppi inglesi o americani o comunque stranieri in copertina! C’è una realtà forte che fanno finta di non vedere e cosa aspettano che abbiamo quarant’anni per far parlare di noi che tra un po’ andiamo in pensione. Fortuna che c’è MTV o Radio DEEJAY che ogni tanto ti passa qualcuno di diverso, che poi anche loro ti trasmettono Ligabue venti volte al giorno ma bene o male MTV fa vedere un po’ tutti. Ma al telegiornale non sentirai mai parlare dei Subsonica o dei Timoria.

P:…o del Tora Tora!
O: Esatto che è una bellissima iniziativa!

P: E’ strano perché poi tutti questi gruppi non vanno mai in classifica ma i loro concerti sono seguitissimi...
O: Vero! Comunque vendono buone cifre, perché siamo tutti noi Afterhours, Subsonica. Non si può far finta di niente sarebbero quasi da denunciare. Mi parlano di altri che tutto sommato non è che vendano più di noi. Poi ci sono i fenomeni come Jovanotti e Ligabue che ormai hanno tutto in mano, è questione di denaro e di dollaroni sganciati.

Roberto: Mah, quando ho intervistato Manuel Agnelli, quest’ultimo ha accennato che sino a quando ci sarà nel mercato troppa musica di scarsa qualità non si considererà mai, come si dovrebbe, quella di valore…
O: Credo che Manuel sia stato un po’ drastico, lui secondo me vuole anche provocare. Però nel mondo del rock italiano ci sono almeno una decina di gruppi artisticamente importanti, almeno otto gruppi di qualità internazionale, seguiamo quelli. Certo, poi ogni anno le case discografiche fanno uscire quelle band di merda con le loro belle faccine che durano una stagione. Il suo Tora Tora!, di cui ha parlato prima, ospita almeno venti gruppi e sono tutti di qualità, io sono andato a vederli e posso confermarlo. Ha fatto un’ottima selezione Manuel. E’ chiaro i gruppi si possono sforzare sempre di più, ho visto i dischi di C.S.I. bellissimi che hanno venduto 10.000 e le copertine non le hanno avute, le radio non lo hanno mandato, allora dov’è la verità? “El Top Grand Hotel”, del quale un giornalista francese ha scritto che stato uno tra i più bei dischi europei del 2001 e che in Italia ha venduto 50.000 copie, ha preso il disco d’oro ma secondo me avrebbe dovuto vendere 300.000 copie se Ligabue ne vende 500.000, lo sforzo lo abbiamo fatto: c’è Ferlinghetti, che è l’ultimo poeta della Beat Generation. Il disco degli Afterhours ha venduto 30-40.000 copie, e non è un bel disco? Il problema è creare il mercato, poi la gente li compri questi dischi. Invece chi acquista non è il pubblico rock ma quello delle ragazzine! Questa è la verità. Le ragazzine non sanno cos’è il clandestino e dicono al loro papà di andarlo a comprare. Perché il pubblico rock spesso non ha i soldi: il rockettaro è difficile che stia bene economicamente, c’è da dire anche questo, non compra e così facciamo la fame. Noi durante i tour facciamo il pieno, 200.000 persone, Manuel fa il pieno e i Subsonica fanno quello che io e Manuel Agnelli facciamo durante i nostri concerti. E allora dove sono i dischi dei ragazzi che vengono a cantare le nostre canzoni?

P: Infine una domanda culinaria, cosa ne pensi della cucina pugliese…
O: Oh io la Puglia ce l’ho nel cuore, qui vicino a Locorotondo abbiamo tenuto il nostro primo concerto fuori dalla Lombardia. Gli amici mi hanno dedicato un trullo a Locorotondo, che il mio posto del cuore. Quindi conosco tutto quello che concerne la cucina, dei vostri rossi, alle cime di rapa, ai formaggi. Oggi ci sono anche i ragazzi di Locorotondo, la nostra amicizia antica!

Paolo Ormas (in collaborazione con Roberto Pellegrini)

Intervista originariamente pubblicata nel 2002 dalla fanzine cartacea The Vox nel numero di Settembre.

Afterhours – La gente sta male

Come avrete potuto leggere dalla cronaca del concerto di Trepuzzi degli Afterhours abbiamo incontrato i nostri “eroi” alle 3.10 a.m., dopo l’esibizione. Il primo ad essere subito acciuffato è stato il grande Giorgio Prette che tranquillamente ci ha permesso di intervistarlo cercando di fargli domande, le meno stupide possibile (credo di non esserci riuscito).

Come mai le date fuori del circuito Tora! Tora! sono scarsamente pubblicizzate? Un bel po’ di gente, compreso me, ha incontrato un po’ di difficoltà nel reperirvi
Giorgio Prette: Mah, la promozione della singola data spetta al promoter e comunque credo che abbia partecipato parecchia gente, del resto erano due anni che non venivamo in Puglia e non credo ci siano stati parecchi problemi perché alla fine le cose si vengono a sapere soprattutto dove c’è più attesa.

Cambiando radicalmente discorso, l’allontanamento di Xabier Iriondo ha comportato un cambio di sonorità con Agnelli che ha più spazio alle chitarre, largo anche all’elettronica e alla batteria… (spero che Giorgio qui non abbia notato la mia bava pendere in quanto durante il concerto l’ho visto trasformarsi in un motore che andava a un numero infinito di giri NDA).
G: Bisogna vedere cosa tu intendi per elettronica, noi usiamo degli effetti elettronici degli anni ’70 con un ruolo non predominante ma caratterizzante e credo che se Xabier ci fosse stato il disco non sarebbe stato molto diverso. E’ chiaro che perdendo un terzo del nostro suono, io e Manuel abbiamo dovuto prendere molto più spazio e migliorare.

Mi piacerebbe conoscere il tuo punto di vista sulla situazione della musica italiana. Vediamo che artisti che fanno parte del “laboratorio” che fanno fatica ad emergere e soprattutto “artisti” meno validi che vendono addirittura 500.000 copie. Gli Afterhours che ormai sono sulla scena da quasi venti anni, vendono molto meno (domanda stupida ma qui ero leggermente incazzato con chi invece di fare il cantante fa il regista e rompe le scatole con le storie che faceva quando era giovane NDA).
G: Diciamo che fondamentalmente facciamo un genere leggermente diverso, poi dieci anni fa luoghi per fare musica non ce n’erano, ora ci sono. E’ chiaro che di spazio ce ne vorrà sempre per crescere. Poi bisogna vedere qual è l’obbiettivo primario, a noi interessa un certo tipo di percorso che non necessariamente implica il raggiungimento delle 500.000 copie, nel senso che alla fine questa ambizione diventa un’arma a doppio taglio: in quanto è chiaro che ci si augura che la nostra musica arrivi a più persone possibili ma è anche vero che il pubblico generalista è quello che ti adotta in un’estate poi sparisce. Per cui dipende da quello che uno cerca. Noi tentiamo di fare la nostra musica e di continuare a farla, siamo sempre cresciuti piano piano e penso che andremo avanti così.

Progetti futuri?
In autunno uscirà il nuovo singolo avremo le date dei concerti di novembre e dicembre poi penso che butteremo giù qualcosa di nuovo abbastanza in fretta.

A Differenza di altri artisti, avete preferito fare una promozione basata più sui fatti, ad esempio avete inserito nel singolo “Sulle Labbra” due chicche: due brani di quando la vostra produzione musicale era in inglese…
G: Si, ci sono state delle chicche perché ci sono questi due dischi in inglese che sono irreperibili e si voleva dare un loro assaggio. Siamo contenti di averlo fatto, anche se in realtà, in questo caso “During Christy Sleep” ha un suo senso nella sua completezza e quindi a estrapolare due canzoni ci si perde fondamentalmente. Comunque va benissimo così. Per il resto , noi pensiamo alla promozione che più si adatta a noi. Passare nei network radiofonici e televisivi è molto difficile per la musica che facciamo e di conseguenza io e Manuel abbiamo deciso che non ci interessa più di tanto. La nostra migliore promozione sono i concerti, per cui puntiamo su quello!

Dopo quest’ultima domanda, io e il mio amico Tonio abbiamo chiesto a Giorgio se poteva venderci i dischi in inglese e, data la sua risposta negativa, più spudoratamente gli abbiamo chiesto di masterizzarceli, ma non è stata cosa. Va bene lo stesso, ci accontentiamo di averlo conosciuto.
Manuel Agnelli non si fa attendere e, dopo aver firmato qualche autografo qua e là, ci fa strada negli spogliatoi e lì è cominciata l’intervista.

Come già chiesto a Giorgio Prette questa volta avete fatto poca promozione per l’ultimo album inserendo due brani dei vostri primi album in inglese…
Manuel Agnelli: In realtà, abbiamo fatto il video di “Quello che Non C’è”, ma l’abbiamo fatto un po’ alla nostra maniera più narrativo e meno “MTVista”, per questo è girato poco. E’ vero, c’è meno promozione, ma un po’ è anche una scelta nostra, ritornare comunque a “lavorare” sulle cose che ci divertono veramente. Al contrario della promozione standard che era stata fatta durante il tour di “Non E’ Per Sempre” che era stata estenuante e nel quale parlavamo con gente della quale non ce ne fregava un cazzo, facevamo cose che non ci interessavano.

Parlando sempre della pocapromozione, il Tora! Tora! è scarsamente promosso, come le vostre date fuori da questo circuito, e fa fatica a trovare spazio nelle grandi riviste del settore come se ci fosse una sorta di boicottaggio da parte di queste ultime, mi riferisco anche alla tue dichiarazioni…
M: Mmmh, non credo al boicottaggio, credo più all’incapacità di coltivare delle novità in modo da farle diventare delle cose eccitanti. Il boicottaggio vero e proprio presuppone il fatto di riconoscere lo sforzo e la volontà di alcune persone di boicottarti, riconoscere delle capacità, delle qualità, in gente che in realtà non ne ha. Il Tora! Tora! non è poco promosso, ma è anche vero che su certi giornali fa fatica ad avere degli spazi per non parlare delle televisioni. Non credo sia solo un problema del Tora! Tora!, ma credo riguardi tutta la musica in genere. Io ho scritto quella lettera prendendo il Tora! Tora! ad esempio, ma la realtà è che il problema è di tipo strutturale. Non è solo colpa dei giornalisti, anche se la mia era una lettera polemica verso di loro perché volevo un po’ pungolarli. Alcuni hanno reagito bene e questi sono coloro che hanno a cuore la voglia di scrivere cose “nuove” comunque è che in Italia la musica non è considerata abbastanza e sarà come un serpente che si mangia la cosa perché sino a quando il mercato non sarà un granché non si considererà mai la musica come si dovrebbe.

Ora saltando di palo in frasca, vediamo che gli Afterhours si tengono fuori dai vari festival, San Remo e compagnia bella, mentre altri artisti della Mescal, Bluvertigo e Subsonica, vi partecipano comunque. Da chi dipende la scelta?
M: La scelta dipende da loro, penso che alcuni gruppi siano naturalmente portati ad un pubblico più eterogeneo, il progetto stesso dei Subsonica è più naturalmente leggero rispetto al nostro. Noi quando abbiamo provato a far pop, perché a noi il pop piace, siamo stati subito messi in croce da tutti è anche un segnale di quello che ti rende più o meno credibile. Penso che i Subsonica hanno nei loro geni la musica leggera italiana, fanno elettronica, la fanno bene, fanno delle cose interessanti e la stessa cosa vale per i Bluvertigo. Sono progetti che possono andare a San Remo senza perdere la loro natura, mentre per noi sarebbe una forzatura in questo senso anche per questo non ci andiamo, anche perché non mi interessa alimentare San Remo se pur nel nostro piccolo. Io ci sono stato in qualità di ospite ed è stata un’esperienza abbastanza triste.

Ora esaminando il disco, purtroppo l’ho recensito io e spero di non aver scritto cavolate, vediamo che i testi sono più forti, intimi, le sonorità con l’elettronica più aperte, tu con più spazio alle chitarre e la batteria che non viene sovrastata dall’elettronica più che altro è lei a portarla...
M: Sì, sai tutto quello che usiamo noi è in funzione della canzone, perché questa è la nostra formula in questo progetto, noi facciamo altri progetti che hanno altre formule. All’interno dgli Afterhours abbiamo riconosciuto delle cose che hanno un loro carattere e portiamo avanti queste, tutto è in funzione di questo. Ci interessa tanto lavorare con i suoni, ci interessa l’approccio e l’attitudine con cui facciamo questo ma l’attitudine, l’approccio, i suoni non sono la natura di questo progetto. Sono le canzoni, l’urgenza comunicativa che abbiamo e che mettiamo nelle song, questa è la natura del progetto. Dopodiché, come musicisti che girano da un po’ di tempo e che hanno una certa età, diciamo che ci interessa avere anche una piccola parte di sperimentazione. Ma la sperimentazione non sarà mai la parte primaria perché la ricerca fine a se stessa non ci interessa.

Per concludere, la serata come ti è parsa?
M: Mah, devo dire notevole, c’era tanta gente, il pubblico è stato bello caldo, sanguigno. Devo dire che noi abbiamo recuperato la tensione sul palco indipendentemente dal pubblico che ci è davanti. Riusciamo a suonare concentrandoci tra di noi indipendentemente dalla reazione del pubblico e questa è una cosa che un paio d’anni fa ci aveva fatto vivere dei problemi perché i nostri concerti erano nelle mani del pubblico e noi non avevamo più il controllo della musica o la tensione di questa. Invece, quest’anno facendo dei grossi sforzi – rischiando di fare degli show di merda, freddi, abulici – siamo riusciti però a trovare finalmente un’intesa vera fra di noi, interiore e anche in serate come queste, dove il pubblico è caloroso: ed è un vantaggio e non uno svantaggio perché alla fine non ti portano via la tua musica, la tua musica ti resta. Infatti, adesso mi è ritornata la voglia, non dico di dialogare con il pubblico, ma di lasciare spazio al pubblico, di interagire e in uno spettacolo live non è poco. Sai è una prova in più, mi è sembrato un bel concerto, io non ero in gran voce stasera (qui mi ha mentito spudoratamente NDA) quest’anno non ho avuto una grandissima voce, un po’ perché sono stanco, un po’ perché siamo stati al mare stamattina e abbiamo preso un bel po’ di sole e un sacco di vento, però al di là di quello mi sono divertito molto.

I progetti che vi attendono?
M: Ho appena finito di fare la produzione del nuovo album di Marco Parente, si chiama “La Trasparente” e poi voglio concentrarmi sugli Afterhours al 100%. Almeno sino alla fine della primavera prossima, voglio godermi ‘sta situazione qua perché era da molto che non riuscivamo a vivere più momenti di complicità e naturalezza tra noi, voglio ragionare su questa cosa insomma.

E con quest’ultima dichiarazione che di chiude l’intervista, ci facciamo autografare i nostri biglietti del concerto e andiamo via perché si sono fatte le 3.50. Grazie a Giorgio e Manuel per averci concesso questa magnifica esclusiva e per aver reso la mia prima intervista un ricordo assai geloso.

Intervista originariamente pubblicata nel 2002 dalla fanzine cartacea The Vox nel numero di Agosto.