Neker – Louder, slower and Neker

A Neker piace il rumore. A Neker piace la lentezza. A noi piace Neker. A noi piace il suo nuovo album, il secondo, “Slower” (Time to Kill Records).

Ciao Neker, partiamo subito con le domande più intelligenti: è nato prima il tuo amore per i baffi o quello per gli ampli rumorosi?
Direi, decisamente, che è nato prima l’amore per gli ampli rumorosi.

“Slower” è il secondo capitolo a nome Neker, quando hai rilasciato il primo disco avevi intenzione di dare continuità al progetto oppure per te, in quel momento storico, si trattava di una pubblicazione estemporanea?
Ho sempre pensato di continuare, anzi il progetto è nato proprio per continuare. Venendo dalle esperienze con le band nelle quali c’era sempre discontinuità e si finiva inesorabilmente per smettere di suonare ho deciso di andare avanti da solo.

“Slower”, ma più lento di cosa o di chi?
Di niente in particolare. Lento come una colata lavica!

I tuoi brani nascono sempre da riff di basso oppure ti capita anche di comporre partendo dalla chitarra?
In realtà compongo quasi sempre con la chitarra! La chitarra mi da subito l’idea dell’impronta e del colore che può lasciare un riff.

I Neker, inevitabilmente, vengono ricondotti alla tua figura, ma si ci troviamo innanzi a una vera e propria band: mi presenteresti i tuoi due compagni?
Beh credo che vengano condotti alla mia figura perché “i Neker” semplicemente non esistono, Neker sono io. Ma sicuramente ho i miei musicisti di fiducia: come per Jhon Zorn c’è Marc Ribot per me alla chitarra c’è Alessandro Eusebi e come per Ozzy c’era Mike Bordin per me alla batteria c’è Daniele Alessi!

Dopo l’uscita di “Louder” nel 2017, avevate intrapreso un ottimo cammino live che vi aveva portato persino in Canada. Sul più bello sono arrivati i blocchi sanitari e avete dovuto interrompere il vostro percorso. In termini pratici, quanto credi che questa situazione abbia compromesso la crescita della tua band?
Non credo che abbia compromesso la mia crescita o quella della mia band credo solo, in termini pratici, che abbia “rotto i coglioni”.

Questa situazione frustrante ha in qualche modo inciso sui pezzi contenuti in “Slower”?
No, il disco era già stato registrato prima della pandemia.

Nelle note promozionali appare una tua dichiarazione “Non ho grandi messaggi da dare posso solo esprimere ciò che provo o raccontare storie. Credo che la gente sia satura di messaggi e abbia solo bisogno di buona musica in cui perdersi.” Credi di avercela fatta a creare con “Slower” buona musica in cui perdersi?
Lo spero, ma questo forse dovreste chiederlo a chi l’ha ascoltato! Personalmente, “Slower” è un lavoro che mi fa impazzire e in cui mi ci perdo volentieri come non mi era mai successo prima con qualcosa di mio!

In chiusura ti chiedo se hai già individuato l’aggettivo che darà il nome al prossimo disco…
Non sei il primo a farmi questa domanda! Al momento ti direi che sono ancora indeciso su vari nomi, non per forza aggettivi!

Fulci – Voices from beyond

I Fulci non si fermano mai! Solo qualche mese fa abbiamo discusso con la band romana dell’ennesima edizione del secondo album, “Tropical Sun”, oggi ci ritroviamo a parlare con il chitarrista Domenico della ristampa dell’esordio, “Opening the Hell Gates” , e del nuovo disco “Exhumed Information” (Time To Kill Records \ Anubi Press) la cui uscita è prevista per la fine di luglio.

Ciao Domenico, non riuscite proprio a stare fermi con le mani nelle mani, come cantava qualcuno tempo fa! Tra una riedizione e l’altra di “Tropical Sun”, avete tirato fuori la ristampa del vostro esordio, “Opening the Hell Gates”, e annunciato l’uscita del nuovo “Exhumed Information”! Siete degli stacanovisti o più semplicemente questa iper-produzione è il frutto di una fortunata combinazione di eventi?
Ciao, piacere di ritrovarti. Diciamo che siamo sia stacanovisti che creativi. Abbiamo tante idee ma sempre poco tempo per svilupparle. Per fortuna abbiamo trovato come partner la Time To Kill che riesce a stare al passo con le nostre follie! Oltre a quello che hai già citato infatti abbiamo in serbo altre sorprese per questo 2021, sia musicali che cinematografiche.

Partirei dalla ristampa di “Opening the Hell Gates”: chi avuto l’idea di riproporlo? Rispetto all’edizione originale, quali sono le novità, se ci sono?
Dopo il successo di “Tropical Sun” abbiamo subito pensato di far uscire il primo disco su vinile (TIME TO KILL RECORDS) e cassetta (Maggot Stomp Records) perché all’epoca era uscito solo in CD su Despite The Sun Records. L’idea però era di arricchire l’edizione con un layout aggiornato e con delle bonus tracks. Siccome ultimamente ci siamo presi bene a suonare in chiave metal le colonne sonore dei film di Lucio, abbiamo provato a suonare uno dei temi di “Paura nella Città Dei Morti Viventi” del maestro Frizzi e l’abbiamo inserita nella ristampa. Inoltre potete trovare “Death By Metal” che è il singolo death/rap fatto con Metal Carter.

“Exhumed Information” è l’ennesimo tributo al maestro Fulci, questa volta vi siete concentrati su “Voices from Beyond”, film del 1991 tra i meno noti del regista italiano: come mai la scelta è caduta proprio su questa pellicola?
Credo che dopo aver dedicato i primi album a due filmoni cult (paura nella Città dei Morti Viventi e zombi 2) molti si aspettavano the Beyond o Quella villa accanto al cimitero. Invece abbiamo scelto di basare il concept del disco su “Voices From Beyond”. Siamo consapevoli che alcuni film di Fulci sono criticabili e di bassa qualità ma essendo noi devoti al maestro pensiamo che l’intera filmografia meriti rispetto. Abbiamo scelto Voci dal Profondo perché è stato uno dei primi film di Fulci che abbiamo visto. Inoltre la trama è ancora oggi originale. Anche le atmosfere folkloristiche del film sono interessanti. Ovviamente essendo un film a basso budget a tratti risulta molto trash ma anche per questo motivo ci ha ispirato!

Il disco si divide in due parti, per la seconda, quella dall’appeal più cinematografico, vi siete affidati ai Tv-Crimes, come è nata questa collaborazione?
Abbiamo sempre cercato di inserire influenze musicali diverse dal metal nei nostri album. Questa volta volevamo esagerare ma allo stesso tempo non volevamo che i Fulci diventassero un progetto di musica elettronica. Per questo motivo ci siamo affidati ai TV-CRIMES per il lato B del disco. Possiamo quasi definirlo un Split album ma in realtà l’intero album è stato scritto a “quattro mani”.


Il singolo “Glass” è frutto di questa collaborazione, siete partiti con questo singolo proprio per presentare il nuovo aspetto della vostra produzione?
Si, Glass e la opening track del lato B. Volevamo spiazzare l’audience pubblicando un pezzo totalmente fuori dai soliti schemi Fulci. È stato un gesto un po’ rischioso ma direi che ha funzionato.

Questo è il vostro album con il fascino più cinematografico, avete mai pensato di scrivere una colonna sonora, anche immaginaria, magari scevra da ogni contaminazione death?
Il lato B di Exhumed Information è esattamente la soundtrack di un film che ancora non esiste ed il sound è totalmente lontano dalle sonorità Death metal se non per il mood horror.

Vi andrebbe di consigliare delle colonne sonore classiche ai nostri lettori?
La lista sarebbe troppo lunga! Però ultimamente ho ascoltato la colonna sonora che i Coil avevano scritto per Hellraiser ma che non è stata mai usata perché giudicata poco commerciale. Ascoltare quel disco immaginando le scene del film è un trip che consiglio a tutti.

Forse è finalmente arrivato il momento di riprendere l’attività live, voi avete novità in questo senso?
Certo! Non vediamo l’ora! Stiamo organizzando il nostro secondo tour in USA per il 2022. Mentre dal 23 al 26 luglio 2021 saremo in tour in Italia per alcuni release parties dedicati a “Exhumed Information”. Ci vediamo on the road! Grazie per lo spazio concesso e un saluto a tutti i lettori. Fulci Lives.

Sabbatonero – Cuori di ferro

Durante il lockdown generale del 2020 siamo stati sommersi dalla retorica del “ne usciremo migliori”. Dopo più di un anno non solo non possiamo affermare di esserne usciti, ma tanto meno possiamo definirci migliori. Però qualcosa di buono ce lo portiamo dietro, come il progetto Sabbatonero, un nugolo di musicisti guidato da Tony ‘Demolition Man’ Dolan e Francesco Conte, che ha deciso di mettere a disposizione il proprio tempo per creare una compilation di tributo ai Black Sabbath, “L’Uomo di Ferro (A Tribute to Black Sabbath)” (Time to Kill Records \ Anubi Press), per raccogliere dei fondi da donare all’ospedale Spallanzani di Roma, struttura in prima linea nella lotta al Covid.

Ciao Francesco, l’idea di Sabbatonero è venuta a te o Tony?
Ciao a tutti voi, l’idea è venuta ad entrambi nel momento in cui stavamo registrando per divertimento la cover di “Hole In the Sky” durante il primo lockdown del 2020 per fare uno dei classici video che si sono visti nel periodo della quarantena. Ci siamo detti, non male pero questa versione, dovremmo farne altre… e da li è partito tutto!

A chi andranno i fondi raccolti?
Tutto quello che verra raccolto dalle versioni in vinile, CD, cassette e digitale, andrà allo Spallanzani di Roma per cure e ricerca.

Ciao Francesco, l’idea di Sabbatonero è venuta a te o Tony?
Ciao a tutti voi, l’idea è venuta ad entrambi nel momento in cui stavamo registrando per divertimento la cover di “Hole In the Sky”, durante il primo lockdown del 2020, per fare uno dei classici video che si sono visti nel periodo della quarantena. Ci siamo detti, non male pero questa versione, dovremmo farne altre… e da li è partito tutto!

Come è nata la collaborazione con la Time To Kill Records?
Con Enrico siamo amici da tanto tempo, ne abbiamo parlato e si è offerto di aiutarci facendo un lavoro fantastico. Ha un bel gruppo di persone appassionate all intento dell etichetta. Stanno facendo un bel lavoro in generale producendo dischi di ottimo livello. Ci sembrava la scelta migliore anche per controllare insieme i fondi per le donazione, cosa che non sarebbe stata possibile facilmente con altre etichette.

Come mai avete scelto proprio i Black Sabbath?
Per quel che riguarda tutti noi, crediamo sia la band più importate nella storia dell’hard rock ed heavy metal ma non solo, sicuramente è la band che ci accomuna più di ogni altra. Quella che ha cambiato del tutto il modo di fare rock alla fine degli anni 60, se pensiamo da quel momento il linguaggio del rock è cambiato del tutto ed è rimasto lo stesso fino ai giorni nostri.

Potesti riepilogare i nomi coinvolti nel progetto?
Oddio sono davvero tanti! Dovrei fare un copia incolla per non dimenticare nessuno! La hacking band che suona tutti i brani siamo io, Tony Dolan al basso e Filippo Marcheggiano del Banco del Mutuo Soccorso alla chitarra. Riccardo Spilli del Balletto di Bronzo alla batteria per sei brani, poi ci sono:

Rasmus Bom Anderson (Diamond Head) – Vocals on “Symptom of the Universe”
Steve Sylvester (Death SS) – Vocals on “Sabbath Bloody Sabbath”
Tony ‘Demolition’ Dolan (Venom Inc) – vocals on “N.I.B.”
Maksymina Kuzianik (Scarceration) & Mayara Puertas (Torture Squad) – Vocal duet on “Killing Yourself To Live”
Tony D’Alessio (Banco Del Mutuo Soccorso) – Vocals on “Heaven & Hell”
Fleigas (Necrodeath) – Vocals on “Paranoid”
John Gallagher (Raven) – Vocals on “Children of the Grave”
Simone Salvatori (Spiritual Front) – Vocals on “A National Acrobat”
Andrea Zanetti (Monumentum) – Vocals on “Hole in the Sky”
James Rivera (Helstar) – Vocals on “War Pigs”

Marty Friedman – “Symptom of the Universe”
Mantas (Venom Inc) – “Sabbath Bloody Sabbath”
Terence Hobbs (Suffocation) – “N.I.B.”
Prika Amaral (Nervosa) – “Killing Yourself To Live”
Ken Andrews (Obituary) – “Heaven & Hell”
Sonia Nusselder (Crypta/Cobra Spell/ex-Burning Witches) – “Paranoid”
Russ Tippins (Satan) – “Children of the Grave”
Atilla Voros (Leander Rising, ex-Tyr/Nevermore – “A National Acrobat”
Wiley Arnet (Sacred Reich) – “Hole In the Sky”
James Murphy (ex Death/Agent Steel/Obituary) – “War Pigs”

Snowy Shaw (Dream Evil/Mercyful Fate, etc) – Drums on “Sabbath Bloody Sabbath”
Mark Jackson (Acid Reign ex-M:Pire of Evil) – Drums on “War Pigs”
Dario Casabona (Schizo) – Drums on “Hole in the Sky”
Keyboard guests:
Freddy Delirio (Death SS) – “Sabbath Bloody Sabbath”
Heric Fittipaldi (Scenario) – “Heaven & Hell”

Quale è stata la prima reazione degli artisti alla vostra proposta?
C’è stato da subito grande entusiasmo e voglia di collaborare, credo sia stato un bellissimo messaggio da parte della comunità metal internazionale. Ci siamo ritrovati tutti insieme a fare qualcosa di bello e utile in un anno molto difficile.

La scelta dei brani e degli interpreti di ognuno è stata fatta da te e Tony oppure avete lasciato ampia libertà?
Per la scelta dei brani ci siamo orientati più o meno sui grandi classici, anche se è difficile a dirsi, per quel che mi riguarda ogni pezzo dei Sabbath è un grande classico, quindi, come dire: abbiamo tirato la monetina! Tony è stato quello che, grazie alla sua esperienza e alle sue amicizie, ha contattato la maggior parte degli ospiti presenti.

Qual è la maggior soddisfazione che ti sei tolto con “L’Uomo di Ferro (A Tribute to Black Sabbath)”?
Ce ne sono diverse, sicuramente quella di condividere musica e confrontarmi con i miei idoli di gioventù e non solo. Poi il fatto che Geezer Butler abbia condiviso e commentato in maniera positiva la nostra cover di “Symptom of the Universe”, quello credo sia impagabile!

Purtroppo, questo non è il migliore dei mondi, pensi che in futuro potresti ripetere un’esperienza del genere a favore di un’altra categoria di persone? E se sì, a quale band ti piacerebbe rendere tributo?
Non saprei cosa risponderti, è stato un lavoro bello ed emozionate ma anche molto faticoso:, 10 mesi di lavoro fatto senza raccogliere profitto non credo sia una cosa ripetibile. Ma mai dire mai, di band ce ne sono tantissime ma credo che sia anche bello pensare a questa cosa come unica.

Natron – Hung, drawn and quartered

L’esordio dei Natron, uno dei dischi più rari e ambiti della scena del death metal italiana, “Hung, Drawn and Quartered” (originariamente uscito nel 1997 su Headfucker Records), dal 16 aprile sarà nuovamente disponibile, in un inedito formato vinile, grazie alla Time To Kill Records. Abbiamo contattato Max Marzocca, ora attivo con i doomster The Ossuary, per parlare della sua prima band e di quel glorioso esordio…

Ciao Max, a chi è venuta l’idea di ristampare “Hung, Drawn & Quartered”?
Ciao Giuseppe, come va? L’idea inizialmente è venuta in mente ad Enrico della Time To Kill Records che mi aveva contattato l’anno scorso facendomi capire che era intenzionato a stampare su vinile del materiale dal catalogo Natron. Io ed Enrico siamo amici da tempo immemore per via delle nostre innumerevoli collaborazioni con le nostre rispettive band. Natron ed Undertakers hanno spesso condiviso il palco in passato, io stesso per un breve periodo ho dato una mano a loro come session drummer. L’idea ovviamente mi è piaciuta subito in quanto “Hung,Drawn & Quartered” era sold out da più di 20 anni, sono contento che ci sia ancora interesse attorno alla band soprattutto tra i collezionisti di vinile, e visto il grande ritorno di questo formato ho pensato che fosse una buona idea per approfittarne!

In questi anni avevate già ripubblicato questi pezzi in alcune raccolte, mi riferisco a “Necrospective” e a “Grindermeister”. Cosa hai provato all’epoca quando hai riesumato quei pezzi?
“Necrospective” era semplicemente una raccolta di tutto il materiale pre Holy Records per celebrare i primi dieci anni di attività della band quindi di riesumazione c’è ben poco in quanto abbiamo registrato di nuovo solo “Elmer The Exhumer” con Mike Tarantino alla voce. Nonostante si tratti anch’esso di un lavoro celebrativo – questa volta però dei 20 anni – con “Grindermeister” abbiamo ripreso tutto “Hung, Drawn & Quartered” tranne “Enthroned in Repulsion” e l’ abbiamo riarrangiato meglio anche per riadattarlo al nuovo singer Nicola. C’è stato un lungo lavoro di rifacimento e mentre ci lavoravamo ci siamo interrogati più volte su cosa ci passava per la testa all’epoca quando abbiamo tirato fuori le idee, i riff e in generale dei brani così complessi e un po’ fuori di testa. I Natron di “Grindermeister” sono senz’altro una band più matura rispetto agli anni 90, dove i brani venivano composti dopo lunghissime jam e non era contemplato che qualcuno di noi arrivasse in sala con un brano pronto dall’inizio alla fine. L’ intenzione era quella di non curarci troppo di come alla fine avrebbero suonato i brani, non avevamo paura di spingerci oltre e soprattutto non ci siamo posti il problema di doverli poi un giorno registrarli di nuovo con un metronomo. Quindi il lavoro di rivisitazione di “Grindermeister” fu molto lungo e complesso ma in fin dei conti è un bel disco anche se col senno di poi avrei scelto di produrlo in maniera più old school. La produzione di quel album è perfetta, anche se un po’ troppo “plastificata” per i miei gusti. Riascoltandolo stento a riconoscere il mio drumming.

Invece, cosa provi oggi nel rivedere l’album fuori con la copertina originale e in formato vinile?
Beh, è senz’altro una bella soddisfazione! Non ho mai apprezzato fino in fondo il CD, mi è sempre sembrato troppo freddo e l’artwork troppo sacrificato per le dimensioni di un booklet. Ora si può finalmente ammirare la copertina di “Hung, Drawn & Quartered” in tutto il suo putrido splendore!

Ma come è nato “Hung, Drawn & Quartered” nel lontano 1997?
La storia è un po’ complicata ma cercherò di riassumerla. Poco dopo il nostro primo demo “Force” del 1994 fummo contattati dalla Cryptic Soul Production che ci propose un contratto per un mini album. Fu il nostro primo contatto con un etichetta discografica, ci fidammo del fatto che questa label aveva prodotto qualche 45 giri di band del nostro stesso genere, e ci sembrò una buona cosa firmare per loro. In teoria quel disco sarebbe dovuto essere il nostro esordio ufficiale nel 1996 ma poi a causa di rinvii continui, promesse “farlocche”, lungaggini varie ed eventuali causate esclusivamente dalla label, il master di quelle registrazioni fu ceduto quattro anni dopo alla Nocturnal Music che lo pubblico nell’autunno del 2000, dopo che la band aveva già pubblicato tre album e godeva già di una certa notorietà. Nel frattempo Headfucker Magazine che era una delle riviste più autorevoli in materia di death metal diventò un’etichetta ed essendo fan dei Natron sin dal primo demo decisero che avrebbero esordito con un nostro lavoro. Il materiale di “Unpure” e “Hung, Drawn & Quartered” è figlio dello stesso periodo. Trattasi di tutto quello che abbiamo composto tra il 1993 ed il 1997, abbiamo ripreso 3 brani tratti dal mini, mentre il resto del materiale è finito nel demo “A Taste Of Blood” che fu pubblicato qualche mese prima dell’esordio per compensare l’attesa.

Eravate già coscienti in quei giorni della qualità di quei brani o la consapevolezza è giunta solo in un secondo momento?
Onestamente non è che stessimo molto a pensarci su. All’epoca suonavamo e basta e l’obiettivo primario era essere brutali, veloci e sperimentare. A volte ci riusciva bene altre volte no. Credo che siano stati i fan dell’underground ad accorgersi della band e a dimostrare con il loro supporto che, nonostante il particolare periodo storico, tutto sommato si trattasse di un lavoro competitivo. Nel bene e nel male il fattore che ha fatto la differenza probabilmente risiede nel fatto che era come se avessimo aperto una via diversa alla brutalità nel death metal. O almeno era quello che ci diceva la stampa, e poi i tipi della Holy Records quando ci proposero di metterci sotto contratto ci dissero la stessa cosa.

Che ricordi hai delle registrazioni ai Nadir Studios?
Per quello che ricordo è stato fantastico. Il viaggio interminabile in treno fino a Genova, i 15 giorni trascorsi nella città vecchia dove si trovava lo studio, le enormi zoccole che attraversavano i vicoli, i pusher, i freak, la fragranza di cibo etnico, gli odori, gli umori e i colori del mercatino. Ci fu anche modo di fare delle pause di qualche ora al mare dove l’incorreggibile Domenico si tuffò in acqua con i nostri soldi destinati all’ acquisto della birra dimenticandosi di averli infilati nel costume, ma poi tornavamo di nuovo in studio. Ricordo il sudore a secchiate, era Agosto e soltanto noi potevamo pensare di rinchiuderci per registrare un disco. Fu una faticaccia infame, calcolando anche che fino ad allora avevamo inciso solo due demo (o se preferite un demo e un mini) e quindi non è che fossimo così esperti. La sera tornavamo sfiniti a casa di Tommy e ci accampavamo da lui, e se la mamma era tornata da lavoro cenavamo. Ogni tanto si faceva vivo Trevor perché i Sadist in quel periodo erano nel pieno della pre-produzione di “Crust”, di conseguenza finì per registrare le backing vocals in un paio di brani. Ci vorrebbe un intero capitolo di un ipotetico libro autobiografico per descrivere tutto quello che è successo in quelle due settimane, ma credo valga la pena di ricordare ciò che successe a fine mixing quando oramai i giochi erano fatti. Stavamo facendo una pausa fuori dallo studio quando un piccione svolazzando pensò bene di cagarmi in testa. Non ricordo chi tra l’ilarità generale mi disse “ Max dai, vedrai che porta fortuna!” ma io ero del tipo “ Siete sicuri, io ricordavo che bastasse solo pestarla… ”. Beh, in fin dei conti chiunque sia stato a dirlo ha avuto ragione. Il disco andò benissimo e poco dopo firmammo il nostro primo contratto discografico serio per la Holy Records.

Appunto, quei brani vi hanno schiuso le porte della Holy Records, una delle etichette più importanti del panorama internazionale nella seconda metà degli anni 90: come cambiò la vostra vita di musicisti dopo quella firma?
Grazie alla firma del contratto con la Holy Records riuscimmo finalmente ad avere accesso ad una potente struttura che si occupava in maniera professionale di distribuzione, promozione e pubblicità, e cosa da non sottovalutare era il fatto di poter attingere ad un budget cospicuo che ci permetteva di andare in giro con tour-bus aprendo per band più grosse, ma soprattutto di poter produrre dischi in studi più costosi come gli svedesi Abyss Studios dei fratelli Tagtgren (Hypocrisy) e gli Starstuck di Anders Lundemark (Konkhra) in Danimarca. Certamente oggi si può obiettare che questa etichetta non abbia indirizzato i nostri lavori verso un target di pubblico che potesse essere più ricettivo verso una band come la nostra ma io credo che in fin dei conti abbiano fatto un lavoro egregio mai eguagliato da tutte altre etichette con cui abbiamo avuto a che fare. Senz’altro hanno contribuito a far crescere la band in termini di professionalità e notorietà, ritengo che l’unica colpa è stata quella di aver snobbato tutto il mio lavoro di promozione fatto per anni in stretto contatto con il mondo dell’underground mondiale.

Hai rimpianti legati a quel periodo?
Credo che abbiamo fatto tutto quello che era nelle nostre possibilità. Magari col senno di poi avremmo potuto investire qualche royalty in più nella band anziché metterci due spiccioli in tasca. Ma a parte quello non ho rimpianti, anzi….

L’avere tra le mani “Hung, Drawn & Quartered” non ti fa venir voglia di rimettere su i Natron? Sai, non mi piace guardare indietro nella vita. Quello che ho fatto appartiene al passato ed ad un certo punto volevo far qualcosa di nuovo quindi ho messo su un nuovo progetto come The Ossuary che in sei anni mi ha già dato grosse soddisfazioni. Abbiamo un contratto solido con la tedesca Supreme Chaos Records che ci supporta a dovere, abbiamo pubblicato due album, un terzo è in uscita a breve, abbiamo fatto un tour europeo e suonato in un paio di festival. Credo non sia male come risultato quanto fatto sin’ ora. Dal punto di vista creativo mi sento molto meno limitato, so che posso scrivere musica senza legami di sorta, la matrice blues e classic rock ci permette di spaziare e trovare diverse forme di espressione. Anche come batterista posso esplorare nuovi territori, se voglio suonare un brano lento e “groovy”, un brano veloce con la doppia cassa, o un brano più “proggy” o con tempi dispari posso farlo tranquillamente senza pormi il problema di dover essere necessariamente legato a degli standard. In più per me è un gran sollievo sapere di dovermi occupare solo di un progetto. Ossuary ci hanno messo davvero poco a diventare qualcosa di più di un side project, ad un certo punto mi sono trovato a non avere più tanto tempo da dedicare ad entrambe le band e quindi ho dovuto scegliere tra un nuovo ed esaltante percorso creativo come Ossuary e Natron che era una band che dopo 25 anni intensi di dischi e tournée aveva detto tutto e di più. Ho scelto di portare avanti gli Ossuary e credo di aver fatto la scelta giusta. Sono contento di queste ristampe e per il fatto che ci sia ancora credito ed interesse nei confronti della band ma non ho assolutamente voglia di rimettere in piedi Natron. Sto già bene così!

Avete chiuso con il 7” del 2014 “Virus Cult”, con quel brano avete esaurito i vostri brani oppure avete ancora del materiale inedito, magari da pubblicare in una raccolta postuma?
All’epoca io e Domenico stavamo lavorando su una manciata di altre idee, ricordo che registrammo qualcosa su un nastro ma non so che fine abbia fatto. Ad ogni modo ci eravamo accorti che ci stavamo ripetendo, poi abbiamo progressivamente perso interesse fino a che la band non si è sciolta.

Oceana – Le onde del passato

Il mare talvolta riporta a riva oggetti che paino arrivare dal passato. Le onde del tempo ci hanno donato in questi primi giorni del 2021 un progetto che ormai sembrava sepolto definitivamente, rilegato alle chiacchierate tra vecchi nostalgici della scena underground italiana dei primi anni 90. Gli Oceana emergono dalle schiume come Venere e lo fanno portando in dono un disco, “The Pattern” (Time To Kill Records \ Anubi Press), che si spera possa essere di buon auspicio per il 2021.

Ciao Massimiliano (Pagliuso, Novembre), cosa ti ha spinto a lasciare nel cassetto un progetto per un quarto di secolo per tirarlo fuori proprio nel pieno di una pandemia?
Innanzitutto, ciao e grazie per questa intervista! In realtà, non c’è stata nessuna scelta o decisione presa a tavolino dietro al nostro ritorno sulla scena: una sera di maggio, nel 2019, ho semplicemente chiesto a Sancho (il batterista, nonché mio migliore amico da 30 anni) se avesse voluto rimettere in piedi gli Oceana insieme a me e lui ha risposto di sì! Ovviamente, coinvolgere di nuovo Gianpaolo (l’altro chitarrista) è stato praticamente automatico.

Prima di soffermarci sul presente, ti andrebbe di tornare ai primi giorni degli Oceana: come nascono e con quali influenze?
Gli Oceana nascono nel 1993, anche se con un altro nome, e le nostre influenze di allora erano i Paradise Lost, gli Edge Of Sanity, i Nightingale, oltre a gruppi storici come Metallica, Megadeth, Dream Theater. Abbiamo sempre amato più di un genere e, nei nostri lettori CD dell’epoca, potevi trovare “Supremacy” degli Elegy, tanto quanto “Crimson” o “Purgatory Afterglow” degli Edge Of Sanity”. Come band, siamo nati durante il periodo del liceo, quando l’essere amici con interessi musicali comuni portava quasi sempre a creare una band, pur di potersi esprimere.

Credi che rispetto all’idea iniziale gli Oceana di oggi siano abbastanza fedeli o inevitabilmente hanno risentito del passare del tempo?
Siamo indubbiamente cambiati (spero migliorati!) nel songwriting: i primi pezzi del gruppo, periodo ’94/’96, erano sicuramente più doom e meno progressivi, mentre dal ’97 in poi abbiamo cominciato a sbizzarrirci di più con soluzioni meno convenzionali e più interessanti, sia armonicamente che melodicamente.

Cosa avete provato a lavorare nuovamente insieme? La formazione è pressoché la stessa dato che tu e Alessandro “Sancho” Marconcini avete fondato il gruppo e Gianpaolo Caprino si è unito a voi nel 1997.
Tornare a lavorare con Sancho e Gianpaolo è stato stupendo, essendo noi tre assolutamente complementari. Ci tengo a ricordare il rapporto di amicizia che ci lega da trent’anni: quando ti conosci così bene da tutti questi anni è impossibile avere sorprese in negativo. Posso dire che lavorare a “The Pattern” insieme, dopo un periodo di “fermo” di vent’anni, è stato addirittura terapeutico per noi: abbiamo potuto migliorare tante cose e tanti aspetti dei nostri caratteri, arrivando a “rimodellare” la band a 360 gradi, in più aspetti. Io ne sono particolarmente felice!

Siete ripartiti dai vecchi brani o avevi già dei pezzi nuovi?
L’idea era quella di riregistrare tutti i pezzi degli Oceana (la fase “demo/ep”, quella del mini CD “A Piece Of Infinity” mai uscito, la lunga suite “Atlantidea Part 1”) e aggiungere un’inedito ed una cover. Ovviamente, essendo “You Don’t Know” il nostro pezzo più recente (2019), lo abbiamo scelto come singolo e lo consideriamo un biglietto da visita perfetto per presentare i nuovi Oceana al mondo.

Avete mai avuto la tentazione di ristampare l’EP, magari come bonus per “The Pattern”?
L’idea c’è stata, ma non avrebbe avuto senso, dal momento che “The Pattern” contiene già i pezzi dell’EP.

La squadra che ha lavorato al disco “puzza” molto di Novembre, il tuo gruppo principale: hai collaborato con Giuseppe Orlando e Dan Swanö: come mai hai deciso di circondarti di amici e non magari di staccare completamente i due progetti?
La volontà di lavorare con Giuseppe per quanto riguarda la registrazione di voci e chitarre acustiche è stata una mia precisa scelta: il suo studio possiede una sala di ripresa che suona magnificamente (anche grazie al perfetto equilibrio tra zone “assorbenti” ed altre in porfido, “riflettenti”) e lo reputo il miglior producer per quanto riguarda la voce. Ci conosciamo da più di vent’anni e mi trovo bene a cantare solo con lui. Per quanto riguarda Dan, il discorso è ancora più semplice: è letteralmente il mio idolo, da sempre. Lo reputo il mixing engineer più pragmatico e smart che abbia mai visto in vita mia ed il suo essere sia produttore che musicista sopraffino ha reso possibile un missaggio estremamente intellegibile, anche nelle parti più complesse e con molti layers.

Il mondo è cambiato parecchio dalla prima metà degli novanta, come hanno influito questi stravolgimenti culturali e sociali sui testi?
Il mondo si è letteralmente trasformato in questi ultimi 20 anni e non nego di aver dovuto riadattare dei vecchi testi per poterli rendere al meglio nel 2021… Sicuramente il prossimo album avrà testi ancora più attuali ed inerenti a ciò che stiamo vivendo. Purtroppo non si può più far finta di niente e parlare solo di cavalieri o elfi…

Mentre la decisione di coverizzare “The Unforgiven” dei Metallica come è nata?
Beh, “The Unforgiven” è uno dei miei pezzi preferiti dei Metallica e l’idea di poterci mettere le mani mi ha sempre allettato: abbiamo cercato di renderla nostra senza stravolgerla troppo e spero che il risultato vi piaccia!

Credo di aver intercettato un tuo commento sui social in cui dicevi che la copertina di “The Pattern”, firmata da Travis Smith, è la più bella mai avuta su un tuo lavoro. Mi spiegheresti il significato dell’immagine?
Spiegare un’immagine è molto complicato, soprattutto quando si parla di “surreale” o di “metafisico”: diciamo che l’idea era quella di rappresentare un mondo in pieno declino, sommerso dal mare, dove dalle sue ceneri comincia a nascere un nuovo mondo, consapevole degli schemi ricorrenti e della virtualità/olograficità della nostra realtà. I sopravvissuti a questa fine del mondo li immagino sotto al torii giapponese che si vede in lontananza, raccolti in una nuova preghiera senza etichetta. Niente Cattolicesimo o Buddismo, o altro… solo pura e umana spiritualità. Nella speranza di un nuovo mondo più empatico.

Restrizioni a parte, se si dovesse riprendere con l’attività live, porterete in giro gli Oceana o nelle vostre intenzioni si tratta di una mera esperienza da studio?
Gli Oceana non sono assolutamente un progetto, ma una vera e propria band in piena attività: superata questa brutta storia chiamata Covid19, faremo di tutto per poter portare la nostra musica ovunque. Stiamo già provando da mesi e mesi per prepararci ai futuri live. Non vediamo l’ora di suonare dal vivo davanti ai nostri fans!

Intolerant – Intolleranza metallica

Probabilmente il sentimento di intolleranza nei confronti dell’umanità covava da tempo sotto la cenere, la pandemia non ha fatto altro che accelerare la combustione animando la fiamma dell’odio del duo composto da Soul Devourer (Manuel Mazzenga, Nocturnal Degrade, Scent Of Silence, Der Noir) e Antihuman War Machine (Luciano Lamanna, Ephel Duath, Cripple Bastards, Tekno Mobil Squad, Assalti Industriali, Der Noir e Lunar Lodge). Il bolo nero frutto di questa malsana collaborazione è stato raccolto nell’esordio degli Intolerant, “Primal Future”, fuori dal 27 novembre su Time To Kill Records.

Benvenuti ragazzi, le uniche informazioni che ho raccattato su di voi per potermi preparare per l’intervista sono queste: “Chaos Metal band founded in 2020 by Soul Devourer & Antihuman War Machine”. Vi andrebbe di darci qualche altro cenno biografico, anche se effettivamente la band è di giovane fondazione?
E’ da molti anni che suoniamo insieme e collaboriamo in vari progetti, l’approccio è stato istintivo e il risultato devastante. L’attuale situazione sociopolitica ci ha spinti naturalmente a comporre un disco come “Primal Future”.

La vostra definizione di “Chaos Metal”?
“Chaos Metal” è quel muro di suono che ti sovrasta durante l’ascolto. Il Caos è il motore trainante della Vita, la forza della Natura che annichilisce l’essere umano.

Cosa significa oggi essere intolleranti?
Significa essere se stessi: pensare con la propria testa rimanendo imparziali rispetto ai bombardamenti dei media. 

Come si esprime l’intolleranza in musica?
Suonando veloci e furiosi, cantando di guerre e premonizioni oscure. La nostra musica e i nostri testi non sono in linea con la morale condivisa.  Non siamo certamente i creatori di una nuova corrente musicale, le nostre ispirazioni ed i nostri riferimenti sono chiari. La nostra musica non da speranze, non ha paura, è schietta e parla chiaro, senza fraintendimenti. E’ attitudine pura. Senza la necessità di incontrare persone, interagendo con la società solo per esigenze dovute al lavoro, ci immergiamo in noi stessi. La nostra musica è rivolta a chi non ama il suo prossimo e a chi non ha paura di stare lontano dai propri simili. Il processo di involuzione è ufficialmente cominciato e noi ne siamo consapevoli. Siamo a favore dell’estinzione umana volontaria ottenuta dalla non procreazione . Liberando il pianeta dall’uomo si romperebbe quel meccanismo malato e corrotto una volta per tutte.

Come riuscite a far convivere una certa misantropia con la necessità di far arrivare la vostra musica a quanta più gente possibile?
Non ci interessa arrivare a tutti. Ci interessa essere ascoltati da quei pochi che apprezzano il Caos in musica.

Il disco come è nato, vi siete scambiati dei file oppure, alla vecchia maniera, vi siete ritrovati in sala prove e avete buttato giù i pezzi?
Il disco è stato concepito agli inizi del 2020, tutte le strumentali sono state registrate durante la quarantena. Si è quasi sempre cominciato dai riff di chitarra su cui abbiamo poi arrangiato le batterie. Solo successivamente sono stati aggiunti basso e assoli. Voci, missaggio e mastering sono stati ultimati non appena è stato possibile raggiungere lo studio dato che eravamo tutti agli arresti domiciliari.

Ode To Virus” come titolo pare fatto apposta per la situazione in cui viviamo: il brano era stato chiamato così prima della pandemia o prende spunto proprio da questa?
“Ode to Virus” è stata scritta durante la pandemia. Siamo a favore di qualsiasi cosa crei danni alla razza umana.

Non traspare ottimismo neanche dal nome del disco, “Primal Future”,  come lo immaginate il futuro?
Nessun futuro, nessuna speranza. La nostra specie si è scavata la fossa. Il futuro è un cumulo di cenere e un ritorno alle origini in termini di violenza e istinto di sopravvivenza.

Senza spingerci troppo in là nel tempo, sperando che le cose tornino al più presto alla normalità, porterete il progetto dal vivo o gli Intolerant restano una realtà da studio?
Per adesso ci stiamo concentrando su altro materiale da registrare in studio. 

Crawling Chaos – Estremo machiavellico

I deathster emiliani Crawling Chaos tornano sulle scene con il secondo full “XLIX” distribuito dall’italiana Time to Kill Records / Anubi Press. Un lavoro davvero maturo ed articolato, capace di mettere in luce tutta la sapienza tecnica della band. Abbiamo intervistato il chitarrista Andrea

Ciao Andrea, e grazie per questa intervista, puoi parlarci della storia della band?
Ciao ragazzi, grazie a voi per averci contattato. La band nasce molto tempo fa, tra il 2007 e il 2008, anno in cui abbiamo autoprodotto un EP demo, “Goatsuckers”. La line-up odierna ricalca quella originale: negli anni il bassista è cambiato un paio di volte, ma poi ci siamo riuniti con quello attuale, Will. Nasciamo come gruppo di amici che amano condividere la propria passione musica e, per fortuna, le cose sono rimaste così.

Tornate con il vostro secondo album intitolato “XLIX” a ben sette anni di distanza dal precedente “Repellent Gastronomy”, come mai tutto questo tempo?
La nostra priorità è quella di pubblicare materiale di buona qualità, suonato bene, scritto bene e con un pensiero coerente alle spalle. Tutto questo richiede tempo e dobbiamo incastrare nell’equazione anche il lavoro; ognuno di noi, infatti, non si occupa solo di musica nella vita. Gli ultimi anni, inoltre, sono coincisi per tutti noi con grandi cambiamenti nella sfera professionale e privata che ci hanno sottratto altro tempo e tante energie. Aggiungiamo anche che Shub (Andrea) e MG (Manuel) sono stati impegnati con progetti paralleli in cui hanno pubblicato altri album e fatto un paio di tour europei.

A tal proposito, quali sono secondo te le principali differenze stilistiche che contraddistinguono i vostri due lavori?
La differenza nel songwriting è enorme. Abbiamo tutti sviluppato maggior maturità e gusto nel fondere le varie influenze che caratterizzano l’album. “Repellent Gastronomy” era per lo più una raccolta di brani scritti nei quattro-cinque anni precedenti, senza un vero filo conduttore. “XLIX” è un concept album composto principalmente negli ultimi due anni e ideato fin dall’inizio come tale: la scrittura è pertanto più compatta, quasi come fosse la sceneggiatura di una piccola opera teatrale. 

A questo punto non posso non chiedervi quali siano le vostre “fonti d’ispirazione”…
Volendo essere scontati potremmo citare le solite band di riferimento del genere, come per esempio Death, Cannibal Corpse, Gojira, Behemoth, Anaal Nathrakh, Carcass, eccetera. Tuttavia, sebbene i grandi nomi della scena rappresentino senza dubbio un’ottima fonte d’ispirazione, tutti noi abbiamo background musicali piuttosto differenti. I nostri ascolti spaziano dal metal estremo a sonorità più roccheggianti, dall’elettronica al drone. Di conseguenza, quando componiamo, oltre ad affidarci ai soliti riffoni e ai soliti pattern ritmici ci piace anche provare a implementare i nostri ascolti “extra-metal” nelle canzoni. In “Repellent Gastronomy”, il nostro album precedente, questa contaminazione era probabilmente più evidente e, in un certo senso, ingenua. In “XLIX”, al contrario, le influenze esterne sono diventate parte integrante e imprescindibile del nostro sound.

L’italiana Time to Kill Records si sta occupando della distribuzione di “XLIX”, in quali circostanze è nata la collaborazione tra voi e l’etichetta romana?
Il contatto è avvenuto nel più classico dei modi. Abbiamo fatto girare la promo digitale dell’album tra le etichette underground che reputavamo più in linea con la nostra proposta. Nel giro di poche settimane siamo stati contattati da Enrico, il boss dell’etichetta. Ciò che ci ha convinti a firmare è stato l’approccio che ha adottato. Ci ha telefonato direttamente perché voleva esprimerci di persona il suo entusiasmo per il nostro lavoro. Nell’underground l’entusiasmo è tutto.

Facendo riferimento al songwriting, chi di voi è il principale fautore? Come nasce un vostro brano?
Il primo album è stato concepito letteralmente in cantina, condividendo riff, improvvisando, scrivendo tutto su carta. Oggi il songwriting è diverso. Di solito Shub propone lo scheletro del brano, lo registra a casa, scrive la prima partitura e passa il materiale a tutti. In sala prove si arriva già con un’idea di come i vari riff devono suonare; ognuno li ha già studiati e metabolizzati, magari apportando qualche piccola modifica. Una volta raccolte le idee, sempre a casa, registriamo un demo grossomodo definitivo, con sovraincisioni e batteria digitale. Segue poi un periodo in cui MG definisce le parti vocali assieme agli altri – un passaggio che affrontiamo con molta più cura rispetto al passato – e si suona il pezzo fino allo sfinimento, lavorando di labor limae. Dopo tutta questa preparazione, quando finalmente arriviamo in studio di registrazione sappiamo esattamente come deve suonare l’intero album.

Cosa puoi dirmi dei testi che compongono “XLIX”? Sono liriche a sé oppure si cela un vero e proprio concept?
“XLIX” è a tutti gli effetti un concept album. Ci siamo ispirati a Il Principe, il celebre libro scritto da Niccolò Machiavelli nel sedicesimo secolo. La narrazione è una sorta di parabola, una cronaca fuori dal tempo e dallo spazio che ripercorre le vicende di un protagonista senza nome e senza volto che costituisce l’unico punto di vista dell’intera narrazione. Profondamente amareggiato e frustrato dalla realtà in cui vive – mai temporalmente definita – il protagonista si ritrova tra le mani una fantomatica “edizione maledetta” della famosa opera del Machiavelli. Il tomo, che egli trova tra le rovine di una città perduta, lo guida esotericamente verso l’incarnazione dello “statista definitivo, del dominatore ultimo”. Ma questo è solamente l’inizio. Ogni canzone corrisponde sostanzialmente a un capitolo della vicenda. Il progredire della trama, ovviamente, porta con sé tutta una serie di considerazioni e spunti di riflessione. I testi possono essere interpretati adottando di volta in volta chiavi di lettura differenti (teologiche, sociologiche, esoteriche o psicologiche). Non mancano citazioni ed episodi grotteschi – una caratteristica che ha da sempre caratterizzato i testi dei Crawling Chaos. Anche l’artwork dell’album, realizzato magistralmente da Simone Strige (@strxart), è parte integrante della narrazione. Per chi riesce a interpretarlo, costituisce un’altra delle possibili chiavi di lettura con cui è possibile decodificare il tutto.

Una cosa che risalta subito nell’ascolto del vostro album è la produzione, davvero molto potente ma anche pulita, puoi dirmi qualcosa a riguardo? A chi vi siete affidati?
Abbiamo la fortuna di conoscere dei professionisti di altissimo livello che hanno collaborato con noi alla realizzazione dell’album. “XLIX” è stato registrato e prodotto ai Domination Studio di San Marino da Simone Mularone e Simone Bertozzi, una vera garanzia. Il loro supporto nella creazione del sound che avevamo in mente è stato fondamentale. Anche “Repellent Gastronomy” è stato registrato lì, ma la differenza sonora è abissale. Rispetto al passato abbiamo sperimentato molto di più con l’analogico e le canzoni suonano molto più “live” rispetto al passato. Potremmo affermare che con “XLIX” abbiamo finalmente definito quel sound che avevamo in mente fin dagli albori della band.

Adesso una domanda che faccio sempre, ma credo sia d’obbligo visto il periodo che stiamo vivendo. Una nuova uscita discografica implica un lavoro di promozione attraverso le esibizioni live di una band. Data la situazione attuale, secondo te, come si può ovviare a tutto ciò? Qual è il tuo pensiero?
Penso che non si possa ovviare. Underground e live sono inscindibili. I social sono uno strumento fondamentale per far conoscere la nostra musica, ma la volatilità caratteristica del web non si addice all’ascolto di un album intero – men che meno alla sua metabolizzazione. Cercheremo di produrre contenuti media che possano destare l’interesse del pubblico, magari cercando di approfondire il concept narrativo del disco. Speriamo che la tempesta passi presto. Non vediamo l’ora di ritornare sul palco per proporre la nostra musica dal vivo. Probabilmente, dopo tutta questa merda, la gente non vedrà l’ora di sfogarsi con un bel pogo!

Siamo giunti alla fine, ti ringrazio per questa chiacchierata! Concludi l’intervista come vuoi…Innanzitutto grazie! Speriamo di incontrarci il prima possibile dal vivo. Non vediamo l’ora di suonare “XLIX” sul palco e siamo certi che le occasioni per farlo, quando le circostanze lo permetteranno, saranno numerose.

Undertakers – Trent’anni di rappresaglia

Trent’anni passati in prima linea, magari alternando al consueto “rumore” lunghi momenti di silenzio, ma senza mollare mai! Chiamatela resilienza o, più semplicemente, caparbietà, ma gli Undertakers sono ancora qui tra noi per festeggiare ben tre decadi di musica estrema. Nessuno meglio di Enrico Giannone può presentarci il nuovo, e celebrativo, album “Dictatorial Democracy” (Time to Kill Records / Anubi Press), contenente alcuni classici, una paio di cover e ben tre inediti!

Benvenuto Enrico, trent’anni di Undertakers! In queste tre decadi è cambiata più la tua creatura o sei cambiato più tu?
Forse siamo cambiati entrambi allo stesso modo, anche se musicalmente non mi sono “evoluto” ahahhahah (i veri musicisti dicono così, mi pare): l’approccio verace, aggressivo, adrenalinico e con un pizzico di non prendersi sempre troppo sul serio ha sempre contraddistinto me stesso e i miei progetti.

Ricordi ancora quale è stato il primo pezzo scritto per gli Undertakers?
“Human Decline”, che poi è contenuto anche sul primo album “Suffering Within”; mi ricordo l’emozione di scrivere un testo in una lingua non mia e di provare a far passare dei concetti come li volevo io. Alla fine, ripeto, ho solo un gran vocione ma non mi reputo un musicista…

Quali sono i momenti di questa lunga carriera che ricordi più piacevolmente?
Guarda, ho avuto la fortuna di essere giovane quando “questo genere” andava bene sia in Italia che all’estero. Con Undertakers la media era sempre 300/400 persone, siamo arrivati anche a 1000 verso la fine degli anni 1990. Il primo tour europeo con Vital Remains e Vader, furgone che andava al max a 100 kmh, emozioni senza fine, mi sentivo un re… anche se non avevamo soldi, abbiamo persino rubato in autogrill per mangiare: forse il miglior momento della mia vita!

I momenti brutti immagino che non siano mancati, c’è stato un giorno in cui hai pensato mollo tutto?
I momenti brutti ci sono stati, ma ti dirò: la cosa bella della musica che non ti “incula” mai. Un progetto, una band, una zine posso avere dei momenti di calo, di stanca ma se è qualcosa che hai dentro… non ti lascia mai. Io ci vivo di musica, ne ho fatto una professione, però mantengo il mio legame con l’underground all’alba dei miei 50 anni.

Colgo la palla al balzo per allargare l’ambito di questa nostra intervista, tu non sei solo un membro degli Udertakers, ma porti avanti altre attività legate alla musica: sei un label manager e un promoter. La situazione generale è in ripresa oppure è difficile ad oggi pensare in positivo?
Stiamo messi malissimo! Il carrozzone rischia una debacle clamorosa, spero vivamente che per metà 2021 si ricominci, altrimenti c’è da preoccuparsi a livello mondiale. Se posso però dire una cosa, spero che una volta che si riprenda la gente veramente vada ai concerti, specie quelli di “nicchia”, dal momento che vedo solo “chiacchiere e distintivo”. Ad ogni, l’unica soluzione è un vaccino, tutte le altre sono rimedi, anche onorevoli, ma economicamente perdenti. L’etichetta – la Time to Kill Records – devo dire invece che grazie ad un team validissimo che abbiamo messo su sta andando super bene, anche se parliamo sempre di underground e quindi di passione, ma sta andando alla grande.

Ritorniamo alle cose belle, in particolare all’album celebrativo “Dictatorial Democracy”, un lavoro che raccoglie brani vecchi e nuovi. Per il momento mi soffermerei sui classici, come hai scelto quali canzoni includere?
Sono quelle che hanno rappresentato un po’ la nostra carriera, quella che riteniamo più valide e che abbiamo suonato da sempre. In una sola parola, quelle che hanno più “attitudine”.

Fascist Pig” dei Suicidal Tendencies e “Ripetutamente” dei 99 Posse le due cover presenti su questo lavoro, come si armonizzano questi pezzi con quelli scritti da voi? Credi che ci sia un filo conduttore tra la vostra opera e quella delle band di Muir e di ‘O Zulù?
I Suicidal per me sono un riferimento sia musicale che “sociale”, mi sono sempre ritenuto una mistura strana tra punk metal e hardcore, quindi Muir è sempre stato il frontman, diciamo, che meglio mi rappresenta anche visivamente sul palco. Per quanto riguarda ‘O Zulù, ci conosciamo da anni. Ci proposero di rifare una loro canzone in formato grind, la sfida ci piacque, e l’abbiamo realizzata. E devo dire la verità, lo reputo davvero un pezzo grind fichissimo!

All’epoca del vostro inserimento nella compilation di tributo ai 99 Posse come reagirono i fan più “metallicamente” ortodossi?
Mah, ricordo che ne furono colpiti positivamente, alla fine Undertakers è una band “schierata”, quindi passiamo dai locali dei capelloni ai centri sociali più assurdi. Quello che non ho mai amato è la musica vissuta come ghetto, come tribù recluse nei recinti. Io so solo di andare veloce e fare male, musicalmente parlando, del resto me ne fotto…

Passiamo ora ai tre brani inediti: “Best Hate”, “Dictatorial Democracy” e “Religion is a Crime”, come e quando sono nate queste tracce?
Stefano – unico superstite insieme a me – ha materiale per farne cento di dischi. Copertina e titolo erano pronti da 10 anni, penso. Il momento storico ha fatto anche da acceleratore e abbiamo detto ora o mai più. Quindi ci siamo messi sotto, siamo andati ai Kick Recording Studio e il resto lo sentirete….

Come ti vedi tra 30 anni?
Se campo ancora, provando ancora a sperimentare e portare avanti qualche progetto fallimentare, ehheheheh. Ma tanto è così, il piacere di provare di innovare, di mettermi in gioco è il leit motiv della mia esistenza: la vita non la subisco ma l’aggredisco!

Fulci – Il tropico della morte

Nell’agonizzante mercato discografico c’è ancora chi si muove con disinvoltura, forse perché tra i morti ci sta più che bene. Con un cocktail in una mano e un machete nell’altra, i casertani Fulci si sono fatti strada lasciando alle proprie spalle una pila di cadaveri sulla quale sventola il vessillo di “Tropical Sun” (Time to Kill Records).

Benvenuto Fiore (voce), “Tropical Sun” a che ristampa è arrivato? Ormai è difficile starvi dietro.
Ciao Giuseppe, il nostro secondo album “Tropical Sun” si avvia verso la terza ristampa: sia in formato CD che vinile. Time to Kill Records ha inoltre stampato 100 cassette che sono andate sold out in circa un paio di settimane… In arrivo altre ristampe e sorprese: stay tuned!

Oltre a un discorso prettamente qualitativo, come vi spiegate un successo commerciale del genere in una fase storica in cui di dischi non se ne vendono più?
In effetti siamo felicemente sorpresi, sapevamo di aver sfornato un buon disco, nessuno di noi però immaginava di arrivare alla terza ristampa in così poco tempo. Il concept album, la buona musica e la super copertina sono alla base del successo commerciale del disco. Ovviamente la promozione dell’etichetta e il tour oltreoceano hanno giocato un ruolo fondamentale. Nonostante tutto “Tropical Sun” continua a vendere!

Ok l’arte, ma è indubbio che una band deve tener conto anche di alcuni fattori economici, l’attuale situazione di blocco dei concerti a tempo indeterminato immagino che vi penalizzi anche dal punto di vista delle vendite dell’album e del merchandising, notoriamente materiale da “banchetto”. Mi sbaglio?
Come anticipato nella precedente risposta: riguardo le vendite non possiamo lamentarci. I supporter hanno continuato ad acquistare dischi e merch, anche in un periodo così buio per la musica e l’arte in generale. Il “dolore” più grande è quello di non poter andare ai concerti e soprattutto non poter suonare dal vivo!

Cos’ha “Tropical Sun” che mancava al vostro esordio “Opening the Hell Gates”?
“Tropical Sun” è un vero e proprio tributo alla storica pellicola di Lucio Fulci: Zombi 2 e va al di là della sola attitudine death metal! Il disco ti “trasporta” sull’isola di Matul, in quell’Inferno di morti viventi, tamburi assordanti e chiese che bruciano, grazie all’introduzione dei synth suonati dal nostro chitarrista Dome e i sample estratti dal film.

Vi ribalto la domanda: c’è qualcosa che aveva “Opening the Hell Gates” e che manca a “Tropical Sun” e che magari vorreste recuperare in futuro?
No! Non c’è! Ahahah, scherzi a parte… “OTHG” è un disco che suona “acerbo” rispetto all’ultimo; ci sono comunque dei brani di qualità a mio avviso. Indimenticabili i feat con il nostro fratello Marco Dubbioso (Face Your Enemy) e “The Boss” Enrico Giannone (Undertakers). #GORELIFE

Il genere da voi proposto si rifà apertamente alla scuola americana, eppure c’è un qualcosa che vi distingue dal resto delle compagini che propongono queste sonorità. Direi che il vostro sound ha un qualcosa di tipicamente italiano, anche se non avvertibile a livello conscio. Qual è il vostro ingrediente segreto?
L’ingrediente segreto è la passione per il cinema horror ed il death metal! Il sound che contraddistingue “Tropical Sun” è soprattutto merito di Leandro Ferraiuolo e del suo lavoro presso i “Till Deaf” Recordings Studio. Di tipicamente italiano c’è di sicuro il “gusto” e l’essere genuini… Oltre a Lucio Fulci ovviamente, ahahah.

Pur mentendo un approccio tipicamente classico al genere, non vi risparmiate delle collaborazioni con generi differenti. Mi riferisco a “Death by Metal” , il vostro singolo realizzato con il rapper Metal Carter: idea vostra o sua?
Spaziamo molto negli ascolti e le nostre composizioni sono influenzate da ciò che ci piace. La collaborazione con Metal Carter è una nostra idea. Marco “Death Master” ci segue fin dagli esordi essendo lui un grande fan del cinema horror e del death metal, nonché fondatore dei Corpse Fuckingart! Dopo aver condiviso il camerino in occasione di un festival e parlato per ore di metal estremo, cinema e tatuaggi è nato questo sodalizio che ha portato alla stesura di “Death by Metal”, titolo che accomuna tutti noi e che onora l’immenso Chuck Shuldiner e i Death.

Magari ne avete parlato tra voi, è difficile rappare su una base death metal?
Proprio ieri ho avuto il piacere di incontrare Marco, quale miglior occasione per rivolgere direttamente a lui la medesima domanda? Questa è stata la sua risposta: “non ho avuto difficoltà a rappare su quel riff… quel tempo cadenzato alla Obituary lo abbiamo studiato insieme, ho chiesto i BPM che si utilizzano nel rap classico. Il riff metal è semplice, entra in testa e si presta alla mia metrica”.

Altra scelta coraggiosa è quella di non avere un batterista in carne e ossa, vorrei sapere che cosa vi ha portato a questa decisione e se è una scelta definitiva o in futuro le cose potrebbero cambiare?
All’inizio suonare con una drum machine è stata una necessità. Oggi è diventato un punto di forza in quanto riusciamo ad organizzarci e spostarci molto velocemente concentrandoci maggiormente sull’impatto atmosferico dello show attraverso la proiezione delle scene dei film o inserendo elementi “decorativi” sul palco. Ciò non esclude la possibilità di registrare un album o suonare dal vivo con un vero batterista, esperienza già vissuta (in parte) durante l’esecuzione di un brano in occasione del CBC Party 6!

Argento, Bava, Lenzi, Avati: perché avete scelto proprio Fulci per il nome della vostra band?
Grandi nomi per film che lasciano il segno, registi che indubbiamente amiamo e ammiriamo. La scelta però è ricaduta su Fulci in quanto (capolavori a parte), il connubio tra le storie cruente unite alle scene gore dei suoi film e un genere musicale come il death metal è assolutamente fatale!

Nelle vostre canzoni usate sample estratti da film horror, ma non avete mai pensato di rilasciare un concept album, magari la colonna sonora di un film immaginario?
L’utilizzo dei sample è indispensabile per intraprendere “il viaggio onirico” e vivere così una “Cinematic Death Metal Experience”. Stiamo lavorando alla soundtrack di un corto, per il momento non posso dire altro. Per il resto ci dedichiamo con molta responsabilità ad omaggiare le pellicole del Maestro.

Fighissima e cinematografica la copertina: chi l’ha realizzata?
Hehehe, grazie, piace un sacco anche a noi. L’opera è dell’illustratore Chris “Misanthropic Art” che tra l’altro ha collaborato con band del calibro di Behemoth, Asphyx, Hate Eternal, Mortuary Drape ecc. L’artwork di “Tropical Sun” è stato selezionato e inserito nel libro illustrato “Best Metal Artworks 2019” insieme ad altri suoi lavori.

Restiamo in tema di immagini, anche se in movimento: quanto è importante per una band come i Fulci avere un video fuori e quali sono i canali più opportuni per la sua circolazione?
I videoclip sono un mezzo diretto e veloce per promuovere la propria musica, quindi importantissimo per noi, come per tutte le altre band. Abbiamo girato vari videoclip, la cosa ci diverte molto e ci permette di esprimere a pieno la nostra attitudine estrema e la passione per il cinema da cui prendiamo spunto. Ultimamente abbiamo girato anche dei video live presso i “Till Deaf” Recodings Studio con il supporto di Davidino “Kill the Slow” alla camera inaugurando il format chiamato “Rehearsal Doom”. Consideriamo youtube (e nello specifico canali youtube dedicati) il migliore dei portali per la diffusione video con il suo miliardo di utenti e il suo approccio semplice ed intuitivo.