Intolerant – Intolleranza metallica

Probabilmente il sentimento di intolleranza nei confronti dell’umanità covava da tempo sotto la cenere, la pandemia non ha fatto altro che accelerare la combustione animando la fiamma dell’odio del duo composto da Soul Devourer (Manuel Mazzenga, Nocturnal Degrade, Scent Of Silence, Der Noir) e Antihuman War Machine (Luciano Lamanna, Ephel Duath, Cripple Bastards, Tekno Mobil Squad, Assalti Industriali, Der Noir e Lunar Lodge). Il bolo nero frutto di questa malsana collaborazione è stato raccolto nell’esordio degli Intolerant, “Primal Future”, fuori dal 27 novembre su Time To Kill Records.

Benvenuti ragazzi, le uniche informazioni che ho raccattato su di voi per potermi preparare per l’intervista sono queste: “Chaos Metal band founded in 2020 by Soul Devourer & Antihuman War Machine”. Vi andrebbe di darci qualche altro cenno biografico, anche se effettivamente la band è di giovane fondazione?
E’ da molti anni che suoniamo insieme e collaboriamo in vari progetti, l’approccio è stato istintivo e il risultato devastante. L’attuale situazione sociopolitica ci ha spinti naturalmente a comporre un disco come “Primal Future”.

La vostra definizione di “Chaos Metal”?
“Chaos Metal” è quel muro di suono che ti sovrasta durante l’ascolto. Il Caos è il motore trainante della Vita, la forza della Natura che annichilisce l’essere umano.

Cosa significa oggi essere intolleranti?
Significa essere se stessi: pensare con la propria testa rimanendo imparziali rispetto ai bombardamenti dei media. 

Come si esprime l’intolleranza in musica?
Suonando veloci e furiosi, cantando di guerre e premonizioni oscure. La nostra musica e i nostri testi non sono in linea con la morale condivisa.  Non siamo certamente i creatori di una nuova corrente musicale, le nostre ispirazioni ed i nostri riferimenti sono chiari. La nostra musica non da speranze, non ha paura, è schietta e parla chiaro, senza fraintendimenti. E’ attitudine pura. Senza la necessità di incontrare persone, interagendo con la società solo per esigenze dovute al lavoro, ci immergiamo in noi stessi. La nostra musica è rivolta a chi non ama il suo prossimo e a chi non ha paura di stare lontano dai propri simili. Il processo di involuzione è ufficialmente cominciato e noi ne siamo consapevoli. Siamo a favore dell’estinzione umana volontaria ottenuta dalla non procreazione . Liberando il pianeta dall’uomo si romperebbe quel meccanismo malato e corrotto una volta per tutte.

Come riuscite a far convivere una certa misantropia con la necessità di far arrivare la vostra musica a quanta più gente possibile?
Non ci interessa arrivare a tutti. Ci interessa essere ascoltati da quei pochi che apprezzano il Caos in musica.

Il disco come è nato, vi siete scambiati dei file oppure, alla vecchia maniera, vi siete ritrovati in sala prove e avete buttato giù i pezzi?
Il disco è stato concepito agli inizi del 2020, tutte le strumentali sono state registrate durante la quarantena. Si è quasi sempre cominciato dai riff di chitarra su cui abbiamo poi arrangiato le batterie. Solo successivamente sono stati aggiunti basso e assoli. Voci, missaggio e mastering sono stati ultimati non appena è stato possibile raggiungere lo studio dato che eravamo tutti agli arresti domiciliari.

Ode To Virus” come titolo pare fatto apposta per la situazione in cui viviamo: il brano era stato chiamato così prima della pandemia o prende spunto proprio da questa?
“Ode to Virus” è stata scritta durante la pandemia. Siamo a favore di qualsiasi cosa crei danni alla razza umana.

Non traspare ottimismo neanche dal nome del disco, “Primal Future”,  come lo immaginate il futuro?
Nessun futuro, nessuna speranza. La nostra specie si è scavata la fossa. Il futuro è un cumulo di cenere e un ritorno alle origini in termini di violenza e istinto di sopravvivenza.

Senza spingerci troppo in là nel tempo, sperando che le cose tornino al più presto alla normalità, porterete il progetto dal vivo o gli Intolerant restano una realtà da studio?
Per adesso ci stiamo concentrando su altro materiale da registrare in studio. 

Crawling Chaos – Estremo machiavellico

I deathster emiliani Crawling Chaos tornano sulle scene con il secondo full “XLIX” distribuito dall’italiana Time to Kill Records / Anubi Press. Un lavoro davvero maturo ed articolato, capace di mettere in luce tutta la sapienza tecnica della band. Abbiamo intervistato il chitarrista Andrea

Ciao Andrea, e grazie per questa intervista, puoi parlarci della storia della band?
Ciao ragazzi, grazie a voi per averci contattato. La band nasce molto tempo fa, tra il 2007 e il 2008, anno in cui abbiamo autoprodotto un EP demo, “Goatsuckers”. La line-up odierna ricalca quella originale: negli anni il bassista è cambiato un paio di volte, ma poi ci siamo riuniti con quello attuale, Will. Nasciamo come gruppo di amici che amano condividere la propria passione musica e, per fortuna, le cose sono rimaste così.

Tornate con il vostro secondo album intitolato “XLIX” a ben sette anni di distanza dal precedente “Repellent Gastronomy”, come mai tutto questo tempo?
La nostra priorità è quella di pubblicare materiale di buona qualità, suonato bene, scritto bene e con un pensiero coerente alle spalle. Tutto questo richiede tempo e dobbiamo incastrare nell’equazione anche il lavoro; ognuno di noi, infatti, non si occupa solo di musica nella vita. Gli ultimi anni, inoltre, sono coincisi per tutti noi con grandi cambiamenti nella sfera professionale e privata che ci hanno sottratto altro tempo e tante energie. Aggiungiamo anche che Shub (Andrea) e MG (Manuel) sono stati impegnati con progetti paralleli in cui hanno pubblicato altri album e fatto un paio di tour europei.

A tal proposito, quali sono secondo te le principali differenze stilistiche che contraddistinguono i vostri due lavori?
La differenza nel songwriting è enorme. Abbiamo tutti sviluppato maggior maturità e gusto nel fondere le varie influenze che caratterizzano l’album. “Repellent Gastronomy” era per lo più una raccolta di brani scritti nei quattro-cinque anni precedenti, senza un vero filo conduttore. “XLIX” è un concept album composto principalmente negli ultimi due anni e ideato fin dall’inizio come tale: la scrittura è pertanto più compatta, quasi come fosse la sceneggiatura di una piccola opera teatrale. 

A questo punto non posso non chiedervi quali siano le vostre “fonti d’ispirazione”…
Volendo essere scontati potremmo citare le solite band di riferimento del genere, come per esempio Death, Cannibal Corpse, Gojira, Behemoth, Anaal Nathrakh, Carcass, eccetera. Tuttavia, sebbene i grandi nomi della scena rappresentino senza dubbio un’ottima fonte d’ispirazione, tutti noi abbiamo background musicali piuttosto differenti. I nostri ascolti spaziano dal metal estremo a sonorità più roccheggianti, dall’elettronica al drone. Di conseguenza, quando componiamo, oltre ad affidarci ai soliti riffoni e ai soliti pattern ritmici ci piace anche provare a implementare i nostri ascolti “extra-metal” nelle canzoni. In “Repellent Gastronomy”, il nostro album precedente, questa contaminazione era probabilmente più evidente e, in un certo senso, ingenua. In “XLIX”, al contrario, le influenze esterne sono diventate parte integrante e imprescindibile del nostro sound.

L’italiana Time to Kill Records si sta occupando della distribuzione di “XLIX”, in quali circostanze è nata la collaborazione tra voi e l’etichetta romana?
Il contatto è avvenuto nel più classico dei modi. Abbiamo fatto girare la promo digitale dell’album tra le etichette underground che reputavamo più in linea con la nostra proposta. Nel giro di poche settimane siamo stati contattati da Enrico, il boss dell’etichetta. Ciò che ci ha convinti a firmare è stato l’approccio che ha adottato. Ci ha telefonato direttamente perché voleva esprimerci di persona il suo entusiasmo per il nostro lavoro. Nell’underground l’entusiasmo è tutto.

Facendo riferimento al songwriting, chi di voi è il principale fautore? Come nasce un vostro brano?
Il primo album è stato concepito letteralmente in cantina, condividendo riff, improvvisando, scrivendo tutto su carta. Oggi il songwriting è diverso. Di solito Shub propone lo scheletro del brano, lo registra a casa, scrive la prima partitura e passa il materiale a tutti. In sala prove si arriva già con un’idea di come i vari riff devono suonare; ognuno li ha già studiati e metabolizzati, magari apportando qualche piccola modifica. Una volta raccolte le idee, sempre a casa, registriamo un demo grossomodo definitivo, con sovraincisioni e batteria digitale. Segue poi un periodo in cui MG definisce le parti vocali assieme agli altri – un passaggio che affrontiamo con molta più cura rispetto al passato – e si suona il pezzo fino allo sfinimento, lavorando di labor limae. Dopo tutta questa preparazione, quando finalmente arriviamo in studio di registrazione sappiamo esattamente come deve suonare l’intero album.

Cosa puoi dirmi dei testi che compongono “XLIX”? Sono liriche a sé oppure si cela un vero e proprio concept?
“XLIX” è a tutti gli effetti un concept album. Ci siamo ispirati a Il Principe, il celebre libro scritto da Niccolò Machiavelli nel sedicesimo secolo. La narrazione è una sorta di parabola, una cronaca fuori dal tempo e dallo spazio che ripercorre le vicende di un protagonista senza nome e senza volto che costituisce l’unico punto di vista dell’intera narrazione. Profondamente amareggiato e frustrato dalla realtà in cui vive – mai temporalmente definita – il protagonista si ritrova tra le mani una fantomatica “edizione maledetta” della famosa opera del Machiavelli. Il tomo, che egli trova tra le rovine di una città perduta, lo guida esotericamente verso l’incarnazione dello “statista definitivo, del dominatore ultimo”. Ma questo è solamente l’inizio. Ogni canzone corrisponde sostanzialmente a un capitolo della vicenda. Il progredire della trama, ovviamente, porta con sé tutta una serie di considerazioni e spunti di riflessione. I testi possono essere interpretati adottando di volta in volta chiavi di lettura differenti (teologiche, sociologiche, esoteriche o psicologiche). Non mancano citazioni ed episodi grotteschi – una caratteristica che ha da sempre caratterizzato i testi dei Crawling Chaos. Anche l’artwork dell’album, realizzato magistralmente da Simone Strige (@strxart), è parte integrante della narrazione. Per chi riesce a interpretarlo, costituisce un’altra delle possibili chiavi di lettura con cui è possibile decodificare il tutto.

Una cosa che risalta subito nell’ascolto del vostro album è la produzione, davvero molto potente ma anche pulita, puoi dirmi qualcosa a riguardo? A chi vi siete affidati?
Abbiamo la fortuna di conoscere dei professionisti di altissimo livello che hanno collaborato con noi alla realizzazione dell’album. “XLIX” è stato registrato e prodotto ai Domination Studio di San Marino da Simone Mularone e Simone Bertozzi, una vera garanzia. Il loro supporto nella creazione del sound che avevamo in mente è stato fondamentale. Anche “Repellent Gastronomy” è stato registrato lì, ma la differenza sonora è abissale. Rispetto al passato abbiamo sperimentato molto di più con l’analogico e le canzoni suonano molto più “live” rispetto al passato. Potremmo affermare che con “XLIX” abbiamo finalmente definito quel sound che avevamo in mente fin dagli albori della band.

Adesso una domanda che faccio sempre, ma credo sia d’obbligo visto il periodo che stiamo vivendo. Una nuova uscita discografica implica un lavoro di promozione attraverso le esibizioni live di una band. Data la situazione attuale, secondo te, come si può ovviare a tutto ciò? Qual è il tuo pensiero?
Penso che non si possa ovviare. Underground e live sono inscindibili. I social sono uno strumento fondamentale per far conoscere la nostra musica, ma la volatilità caratteristica del web non si addice all’ascolto di un album intero – men che meno alla sua metabolizzazione. Cercheremo di produrre contenuti media che possano destare l’interesse del pubblico, magari cercando di approfondire il concept narrativo del disco. Speriamo che la tempesta passi presto. Non vediamo l’ora di ritornare sul palco per proporre la nostra musica dal vivo. Probabilmente, dopo tutta questa merda, la gente non vedrà l’ora di sfogarsi con un bel pogo!

Siamo giunti alla fine, ti ringrazio per questa chiacchierata! Concludi l’intervista come vuoi…Innanzitutto grazie! Speriamo di incontrarci il prima possibile dal vivo. Non vediamo l’ora di suonare “XLIX” sul palco e siamo certi che le occasioni per farlo, quando le circostanze lo permetteranno, saranno numerose.

Undertakers – Trent’anni di rappresaglia

Trent’anni passati in prima linea, magari alternando al consueto “rumore” lunghi momenti di silenzio, ma senza mollare mai! Chiamatela resilienza o, più semplicemente, caparbietà, ma gli Undertakers sono ancora qui tra noi per festeggiare ben tre decadi di musica estrema. Nessuno meglio di Enrico Giannone può presentarci il nuovo, e celebrativo, album “Dictatorial Democracy” (Time to Kill Records / Anubi Press), contenente alcuni classici, una paio di cover e ben tre inediti!

Benvenuto Enrico, trent’anni di Undertakers! In queste tre decadi è cambiata più la tua creatura o sei cambiato più tu?
Forse siamo cambiati entrambi allo stesso modo, anche se musicalmente non mi sono “evoluto” ahahhahah (i veri musicisti dicono così, mi pare): l’approccio verace, aggressivo, adrenalinico e con un pizzico di non prendersi sempre troppo sul serio ha sempre contraddistinto me stesso e i miei progetti.

Ricordi ancora quale è stato il primo pezzo scritto per gli Undertakers?
“Human Decline”, che poi è contenuto anche sul primo album “Suffering Within”; mi ricordo l’emozione di scrivere un testo in una lingua non mia e di provare a far passare dei concetti come li volevo io. Alla fine, ripeto, ho solo un gran vocione ma non mi reputo un musicista…

Quali sono i momenti di questa lunga carriera che ricordi più piacevolmente?
Guarda, ho avuto la fortuna di essere giovane quando “questo genere” andava bene sia in Italia che all’estero. Con Undertakers la media era sempre 300/400 persone, siamo arrivati anche a 1000 verso la fine degli anni 1990. Il primo tour europeo con Vital Remains e Vader, furgone che andava al max a 100 kmh, emozioni senza fine, mi sentivo un re… anche se non avevamo soldi, abbiamo persino rubato in autogrill per mangiare: forse il miglior momento della mia vita!

I momenti brutti immagino che non siano mancati, c’è stato un giorno in cui hai pensato mollo tutto?
I momenti brutti ci sono stati, ma ti dirò: la cosa bella della musica che non ti “incula” mai. Un progetto, una band, una zine posso avere dei momenti di calo, di stanca ma se è qualcosa che hai dentro… non ti lascia mai. Io ci vivo di musica, ne ho fatto una professione, però mantengo il mio legame con l’underground all’alba dei miei 50 anni.

Colgo la palla al balzo per allargare l’ambito di questa nostra intervista, tu non sei solo un membro degli Udertakers, ma porti avanti altre attività legate alla musica: sei un label manager e un promoter. La situazione generale è in ripresa oppure è difficile ad oggi pensare in positivo?
Stiamo messi malissimo! Il carrozzone rischia una debacle clamorosa, spero vivamente che per metà 2021 si ricominci, altrimenti c’è da preoccuparsi a livello mondiale. Se posso però dire una cosa, spero che una volta che si riprenda la gente veramente vada ai concerti, specie quelli di “nicchia”, dal momento che vedo solo “chiacchiere e distintivo”. Ad ogni, l’unica soluzione è un vaccino, tutte le altre sono rimedi, anche onorevoli, ma economicamente perdenti. L’etichetta – la Time to Kill Records – devo dire invece che grazie ad un team validissimo che abbiamo messo su sta andando super bene, anche se parliamo sempre di underground e quindi di passione, ma sta andando alla grande.

Ritorniamo alle cose belle, in particolare all’album celebrativo “Dictatorial Democracy”, un lavoro che raccoglie brani vecchi e nuovi. Per il momento mi soffermerei sui classici, come hai scelto quali canzoni includere?
Sono quelle che hanno rappresentato un po’ la nostra carriera, quella che riteniamo più valide e che abbiamo suonato da sempre. In una sola parola, quelle che hanno più “attitudine”.

Fascist Pig” dei Suicidal Tendencies e “Ripetutamente” dei 99 Posse le due cover presenti su questo lavoro, come si armonizzano questi pezzi con quelli scritti da voi? Credi che ci sia un filo conduttore tra la vostra opera e quella delle band di Muir e di ‘O Zulù?
I Suicidal per me sono un riferimento sia musicale che “sociale”, mi sono sempre ritenuto una mistura strana tra punk metal e hardcore, quindi Muir è sempre stato il frontman, diciamo, che meglio mi rappresenta anche visivamente sul palco. Per quanto riguarda ‘O Zulù, ci conosciamo da anni. Ci proposero di rifare una loro canzone in formato grind, la sfida ci piacque, e l’abbiamo realizzata. E devo dire la verità, lo reputo davvero un pezzo grind fichissimo!

All’epoca del vostro inserimento nella compilation di tributo ai 99 Posse come reagirono i fan più “metallicamente” ortodossi?
Mah, ricordo che ne furono colpiti positivamente, alla fine Undertakers è una band “schierata”, quindi passiamo dai locali dei capelloni ai centri sociali più assurdi. Quello che non ho mai amato è la musica vissuta come ghetto, come tribù recluse nei recinti. Io so solo di andare veloce e fare male, musicalmente parlando, del resto me ne fotto…

Passiamo ora ai tre brani inediti: “Best Hate”, “Dictatorial Democracy” e “Religion is a Crime”, come e quando sono nate queste tracce?
Stefano – unico superstite insieme a me – ha materiale per farne cento di dischi. Copertina e titolo erano pronti da 10 anni, penso. Il momento storico ha fatto anche da acceleratore e abbiamo detto ora o mai più. Quindi ci siamo messi sotto, siamo andati ai Kick Recording Studio e il resto lo sentirete….

Come ti vedi tra 30 anni?
Se campo ancora, provando ancora a sperimentare e portare avanti qualche progetto fallimentare, ehheheheh. Ma tanto è così, il piacere di provare di innovare, di mettermi in gioco è il leit motiv della mia esistenza: la vita non la subisco ma l’aggredisco!

Fulci – Il tropico della morte

Nell’agonizzante mercato discografico c’è ancora chi si muove con disinvoltura, forse perché tra i morti ci sta più che bene. Con un cocktail in una mano e un machete nell’altra, i casertani Fulci si sono fatti strada lasciando alle proprie spalle una pila di cadaveri sulla quale sventola il vessillo di “Tropical Sun” (Time to Kill Records).

Benvenuto Fiore (voce), “Tropical Sun” a che ristampa è arrivato? Ormai è difficile starvi dietro.
Ciao Giuseppe, il nostro secondo album “Tropical Sun” si avvia verso la terza ristampa: sia in formato CD che vinile. Time to Kill Records ha inoltre stampato 100 cassette che sono andate sold out in circa un paio di settimane… In arrivo altre ristampe e sorprese: stay tuned!

Oltre a un discorso prettamente qualitativo, come vi spiegate un successo commerciale del genere in una fase storica in cui di dischi non se ne vendono più?
In effetti siamo felicemente sorpresi, sapevamo di aver sfornato un buon disco, nessuno di noi però immaginava di arrivare alla terza ristampa in così poco tempo. Il concept album, la buona musica e la super copertina sono alla base del successo commerciale del disco. Ovviamente la promozione dell’etichetta e il tour oltreoceano hanno giocato un ruolo fondamentale. Nonostante tutto “Tropical Sun” continua a vendere!

Ok l’arte, ma è indubbio che una band deve tener conto anche di alcuni fattori economici, l’attuale situazione di blocco dei concerti a tempo indeterminato immagino che vi penalizzi anche dal punto di vista delle vendite dell’album e del merchandising, notoriamente materiale da “banchetto”. Mi sbaglio?
Come anticipato nella precedente risposta: riguardo le vendite non possiamo lamentarci. I supporter hanno continuato ad acquistare dischi e merch, anche in un periodo così buio per la musica e l’arte in generale. Il “dolore” più grande è quello di non poter andare ai concerti e soprattutto non poter suonare dal vivo!

Cos’ha “Tropical Sun” che mancava al vostro esordio “Opening the Hell Gates”?
“Tropical Sun” è un vero e proprio tributo alla storica pellicola di Lucio Fulci: Zombi 2 e va al di là della sola attitudine death metal! Il disco ti “trasporta” sull’isola di Matul, in quell’Inferno di morti viventi, tamburi assordanti e chiese che bruciano, grazie all’introduzione dei synth suonati dal nostro chitarrista Dome e i sample estratti dal film.

Vi ribalto la domanda: c’è qualcosa che aveva “Opening the Hell Gates” e che manca a “Tropical Sun” e che magari vorreste recuperare in futuro?
No! Non c’è! Ahahah, scherzi a parte… “OTHG” è un disco che suona “acerbo” rispetto all’ultimo; ci sono comunque dei brani di qualità a mio avviso. Indimenticabili i feat con il nostro fratello Marco Dubbioso (Face Your Enemy) e “The Boss” Enrico Giannone (Undertakers). #GORELIFE

Il genere da voi proposto si rifà apertamente alla scuola americana, eppure c’è un qualcosa che vi distingue dal resto delle compagini che propongono queste sonorità. Direi che il vostro sound ha un qualcosa di tipicamente italiano, anche se non avvertibile a livello conscio. Qual è il vostro ingrediente segreto?
L’ingrediente segreto è la passione per il cinema horror ed il death metal! Il sound che contraddistingue “Tropical Sun” è soprattutto merito di Leandro Ferraiuolo e del suo lavoro presso i “Till Deaf” Recordings Studio. Di tipicamente italiano c’è di sicuro il “gusto” e l’essere genuini… Oltre a Lucio Fulci ovviamente, ahahah.

Pur mentendo un approccio tipicamente classico al genere, non vi risparmiate delle collaborazioni con generi differenti. Mi riferisco a “Death by Metal” , il vostro singolo realizzato con il rapper Metal Carter: idea vostra o sua?
Spaziamo molto negli ascolti e le nostre composizioni sono influenzate da ciò che ci piace. La collaborazione con Metal Carter è una nostra idea. Marco “Death Master” ci segue fin dagli esordi essendo lui un grande fan del cinema horror e del death metal, nonché fondatore dei Corpse Fuckingart! Dopo aver condiviso il camerino in occasione di un festival e parlato per ore di metal estremo, cinema e tatuaggi è nato questo sodalizio che ha portato alla stesura di “Death by Metal”, titolo che accomuna tutti noi e che onora l’immenso Chuck Shuldiner e i Death.

Magari ne avete parlato tra voi, è difficile rappare su una base death metal?
Proprio ieri ho avuto il piacere di incontrare Marco, quale miglior occasione per rivolgere direttamente a lui la medesima domanda? Questa è stata la sua risposta: “non ho avuto difficoltà a rappare su quel riff… quel tempo cadenzato alla Obituary lo abbiamo studiato insieme, ho chiesto i BPM che si utilizzano nel rap classico. Il riff metal è semplice, entra in testa e si presta alla mia metrica”.

Altra scelta coraggiosa è quella di non avere un batterista in carne e ossa, vorrei sapere che cosa vi ha portato a questa decisione e se è una scelta definitiva o in futuro le cose potrebbero cambiare?
All’inizio suonare con una drum machine è stata una necessità. Oggi è diventato un punto di forza in quanto riusciamo ad organizzarci e spostarci molto velocemente concentrandoci maggiormente sull’impatto atmosferico dello show attraverso la proiezione delle scene dei film o inserendo elementi “decorativi” sul palco. Ciò non esclude la possibilità di registrare un album o suonare dal vivo con un vero batterista, esperienza già vissuta (in parte) durante l’esecuzione di un brano in occasione del CBC Party 6!

Argento, Bava, Lenzi, Avati: perché avete scelto proprio Fulci per il nome della vostra band?
Grandi nomi per film che lasciano il segno, registi che indubbiamente amiamo e ammiriamo. La scelta però è ricaduta su Fulci in quanto (capolavori a parte), il connubio tra le storie cruente unite alle scene gore dei suoi film e un genere musicale come il death metal è assolutamente fatale!

Nelle vostre canzoni usate sample estratti da film horror, ma non avete mai pensato di rilasciare un concept album, magari la colonna sonora di un film immaginario?
L’utilizzo dei sample è indispensabile per intraprendere “il viaggio onirico” e vivere così una “Cinematic Death Metal Experience”. Stiamo lavorando alla soundtrack di un corto, per il momento non posso dire altro. Per il resto ci dedichiamo con molta responsabilità ad omaggiare le pellicole del Maestro.

Fighissima e cinematografica la copertina: chi l’ha realizzata?
Hehehe, grazie, piace un sacco anche a noi. L’opera è dell’illustratore Chris “Misanthropic Art” che tra l’altro ha collaborato con band del calibro di Behemoth, Asphyx, Hate Eternal, Mortuary Drape ecc. L’artwork di “Tropical Sun” è stato selezionato e inserito nel libro illustrato “Best Metal Artworks 2019” insieme ad altri suoi lavori.

Restiamo in tema di immagini, anche se in movimento: quanto è importante per una band come i Fulci avere un video fuori e quali sono i canali più opportuni per la sua circolazione?
I videoclip sono un mezzo diretto e veloce per promuovere la propria musica, quindi importantissimo per noi, come per tutte le altre band. Abbiamo girato vari videoclip, la cosa ci diverte molto e ci permette di esprimere a pieno la nostra attitudine estrema e la passione per il cinema da cui prendiamo spunto. Ultimamente abbiamo girato anche dei video live presso i “Till Deaf” Recodings Studio con il supporto di Davidino “Kill the Slow” alla camera inaugurando il format chiamato “Rehearsal Doom”. Consideriamo youtube (e nello specifico canali youtube dedicati) il migliore dei portali per la diffusione video con il suo miliardo di utenti e il suo approccio semplice ed intuitivo.