The Devil’s Trade – La merce del diavolo

Il 28 agosto, per la Season of Mist, vedrà la luce uno dei dischi più suggestivi ed evocativi ascoltati quest’anno, si tratta di “The Call of the Iron Peak” del musicista ungherese Dávid Makó, in arte The Devil’s Trade. Tra sapori folk degli Appalachi, strumenti gitani, una calda anima acustica e suggestioni doom, il magiaro riesce in maniera minimalista a ricreare immagini ancestrali e poetiche.

Ciao Dávid, ho adorato il tuo nuovo album sin dal primo ascolto. Credo che la musica che vi è contenuta sia l’essenza della tua anima, una sorta di esperienza intima, per questo mi chiedo e ti chiedo: non sei geloso della tua creatura e nel sapere che andrà finire nelle mani di estranei?
È bello sentirtelo dire, sono contento che ti piaccia! Non direi geloso, ma piuttosto impaziente e molto teso, non vedo l’ora di poter evocare questa creatura su un palco.

Come combini le tue esigenze di artista con le regole del music business?
Tengo pulita la mia coscienza. È l’unica regola che seguo. Amo l’underground e non ho mai voluto avvicinarmi al mainstream, quindi non è complicato per me dire di no.

A questo proposito, la tua musica non è propriamente metal, ma sei nella scuderia della Season of Mist, fondamentalmente un’etichetta metal: sei soddisfatto?
La Season Of Mist è la più grande etichetta discografica underground del mondo, secondo me. Essere sotto contratto con loro è la cosa più grande che abbia mai realizzato.

Parlami un po’ dell’Iron Peak…
L’Iron Peak è un picco delle Alpi austriache. Non so se ha un nome vero, io lo chiamo così. Metaforicamente è il luogo del silenzio eterno e della pace, lontano da tutto e da tutti. Ci sono stato e da allora continuo a cercare quel silenzio.

Quando hai ricevuto la prima chiamata dell’Iron Peak?
La ricevo da 39 anni ormai, ma ci è voluto molto prima di poterla avvertire, poi per ascoltarla e, infine, per capirla.

Come è nata questa combinazione di folk e doom che caratterizza la tua musica?
Non ho mai pensato di combinarli, almeno non coscientemente. Questi sono suoni e strutture musicali che escono spontaneamente da me e li lascio fluire liberamente. Quando si tratta di scrivere musica non riesco a pensare in modo strategico o professionale. Se mi fa sentire bene lo lascio andare.

Amo la tua voce, penso sia molto evocativa, come riesci creare queste linee vocali molto suggestive sfruttando una base di chitarra minimalista?
È la stessa cosa che avviene quando mi metto a scrivere musica. Non so davvero come funzioni, canto solo quando ne ho bisogno e la maggior parte delle volte le linee vocali vengono scritte in pochi minuti.

Ma come ti giudichi, pensi a te stesso come a un cantante o a un chitarrista?
Come a un cantante che non sa suonare molto bene la chitarra e le cui dita si sono rotte più volte e che quindi si concentra sul suono più che sulle note.

Potresti presentare gli ospiti dell’album?
Oh, questa è una bella domanda! Prima di tutto Márton Szabó Nagyúr, l’ingegnere del disco che suona anche la batteria nella canzone che da il titolo a questo lavoro, è un mio vecchio amico e con lui e suo fratello Péter Szabó Póbácsi suoniamo insieme da più di 10 anni nella nostra band, HAW. Poi ho avuto il piacere di avere gli adorabili figli di Márton, nella parte conclusiva di “Dead Sister”, con il loro magico tocco al triangolo. Uno dei miei più vecchi amici, Adam Vincze, ha suonato i cucchiai e un antico strumento gipsy ungherese, la brocca dell’acqua Cegléd nella title track.

Nel 2020, durante questa strana stagione del Covid, qual è il vero mestiere del diavolo?
È lo stesso di sempre: se c’è qualcosa che significa la vita per te, devi dare la tua anima per essa. Non ci sono altri modi per essere soddisfatti e liberi.

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