Unalei – La dea del mare calmo

Il progetto Unalei, espressione musicale di Karim Federico Sanna, dopo un paio di album – “A sua immagine” (autoproduzione, 2013) e “Taedium Vitae” (Club Inferno Ent./My Kingdom Music, 2016) – pare arrivato a un momento di svolta con il recente “Galatea” (Metaversus PR), un disco ricco di suggestioni folk.

Ciao Karim, da qualche mese è fuori il tuo terzo album “Galatea”, un disco che in qualche modo si differenzia dai tuoi lavori precedenti per un piglio maggiormente folk, a cosa è dovuta questa svolta?
A livello musicale, prima di appassionarmi a quello che mi avrebbe portato a sviluppare gli album più estremi, il mio orecchio era sollecitato da alcune cose in particolare. Ho cercato di far convergere queste più “antiche” passioni musicali in “Galatea” per quanto possibile, trattandosi di un album pop/rock: la musica popolare delle terre da cui provengo, il sound acustico naturale e genuino, la colonna sonora proveniente dagli anime, i videogiochi, la Disney.

L’amore per il folk è recente o ti accompagna da molto?
Diciamo una via di mezzo: non avevo riconosciuto in me questa predilezione per il folklore, si è concretizzata quando il destino mi diede la fortuna di trascorrere un anno in Spagna e di vivere alla flamenca. Andando indietro con la mente poi, ho sempre preferito le fiabe e leggende popolari ad altri tipi di racconti e sono un sostenitore della vita campestre con un uso quanto più moderato della tecnologia. Apprezzo la cucina locale, le minoranze linguistiche (in cui rientrano i dialetti).

Possiamo considerare “Galatea” il tuo disco più biografico?
Non ho mai pensato di scrivere un disco auto-biografico eppure sì, potremmo considerarlo come il più concentrato. In effetti, nei due LP precedenti le liriche procedevano per astrattismi, emozioni e impressioni puramente personali, a tratti poco empirici. Quasi una vergogna di scoprire le proprie carte mascherata da ermetismo. In “Galatea” non ci sono veli e peli sulla lingua, Karim parla di Federico e viceversa in un certo senso. Tutti i contenuti hanno un corrispettivo concreto.

Credi che i tuoi fan siano rimasti spiazzati da questo nuovo approccio?
Non saprei, probabilmente alcuni sì. Sono contento però di vedere un certo zoccolo duro immutato e probabilmente in espansione, perciò al momento forse è ancora presto per tirare le somme. Per me la musica è un mezzo, non il fine. Il mezzo per tramettere il messaggio in una cornice artistica, come la parola è l’espressione più a dimensione d’ uomo. In “Galatea” la musica è strettamente funzionale al messaggio e al contributo che vuole dare al mondo sia della musica ma principalmente all’umanità che avanza.

Cosa, invece, è rimasto immutato dal tuo esordio?
Il nome, che non è poco! Scherzo. Ottima domanda. Ci si concentra sempre su ciò che si cambia e si migliora ma su quello che rimane… Non saprei proprio cosa risponderti.

Altra costante, secondo me, è un approccio compositivo portato comunque alla forma di canzone, cosa che forse è più evidente oggi, ma ben presente anche in passato: sei d’accordo?
Estremamente evidente oggi, palese. Mi ci trovo molto bene, il pop è un’altra grande influenza, ho dovuto faticare parecchio per farla affiorare. Sul passato non sono molto d’accordo. Ci sono un paio di pezzi con i classici crescendo post-rock (“Della Carne”, “Senhal”), ma non c’è mai la stessa struttura. In passato volevo abbattere i canoni, le barriere della convenzione, colpire l’ascoltatore (concetto dello studium e del punctum) per attivare la sua attenzione in altre direzioni rispetto al consueto, per porlo faccia a faccia con l’Altro. Effettivamente, anche “Galatea” è più a misura d’uomo, con meno spocchia e la testa alzata a livello del prossimo.

Mi spieghi il significato del titolo “Galatea”?
Il significato primario viene dal mito di Galatea e Pigmalione, re di Cipro. Il re rifiutava qualsiasi donna terrena, nessuna era all’altezza del suo sentimento. Così per poter avere un s-oggetto pari al suo desiderio a cui rivolgere le sue lodi si fece costruire una statua della dea Afrodite, ossia dell’amore stesso. Dall’Olimpo, Afrodite vide e riconobbe la devozione di Pigmalione e decise di esaudire le sue preghiere dando vita alla statua. Essendo la donna nata dal marmo le venne dato il nome di Galatea, che stando al greco potremmo interpretare come “colei dalla pelle bianca come il latte”. Mentre secondo un’altra interpretazione il nome potrebbe indicare dunque “la dea del mare calmo”. Esteticamente rappresenta un’ideale umano raggiungibile solo attraverso l’intervento divino, concetto movente di questo progetto musicale fin dalla sua creazione. Non dimentichiamo l’altro mito di Aci e Galatea, in cui lei è una Nereide, ninfa del mare.. C’è un gruppo di comuni in provincia di Catania che si chiamano “Aci…”, perché quella zona è accreditata come teatro di questo mito. In Salento abbiamo due comuni nominalmente analoghi: Galatina e Galatone.

Credo che anche dal punto di vista lirico tu abbia voluto fare un passo avanti: come è cambiato il tuo processo di scrittura dei testi e come questo ha influito, se ha influito, sullo sviluppo della musica?
Avevo il bisogno di esprimermi a parole, il mezzo più diretto e comprensibile. Prima sono nati i testi e poi le relative canzoni. Anche qui mi sono rifatto a dei canoni, lasciando da parte l’approccio impressionistico e totalmente libero del passato che caratterizzava musica e parole. Semplicemente ho voluto scrivere delle poesie. Alcune potrebbero avere ragione d’essere autonoma come “Azalea”, “Anarada” o “The Little Matchgirl”, altre non le immagino autosufficienti al di fuori della canzone. Comunque sia, la letteratura mi influenza al pari della musica da sempre.

Credi che dal vivo vecchi e nuovi brani possano convivere insieme senza problemi o dovrai rivedere gli arrangiamenti delle tracce dei primi due dischi?
Sarà difficile ma dovranno per forza. Al momento la quantità di lavoro necessario mi spaventa e non voglio pensarci. Fortunatamente ci siamo organizzati con gli stem delle sequenze ed è già molto. Il cavillo è che “Galatea” è tutto suonato con un’accordatura standard, nei vecchi dischi ne troviamo invece altre, uguale: tre chitarre da portarsi dietro. Rivedrò di certo gli arrangiamenti dei brani vecchi ma per farli risultare più fedeli all’originale. Con i vari turnisti che abbiamo avuto alle chitarre, prime donne esigenti, mi son fatto trascinare e ho stravolto un po’ troppe cose, me ne rendo conto solo ora… motivo in più per occuparmi personalmente di lead e assoli in sede live quando posso.

Fiaba – Storie magiche

Una realtà musicale italiana che il mondo ci invidia, ospite su Overthewall la mente creativa e l’anima dei Fiaba, diamo il benvenuto a Bruno Rubino!

Ciao Mirella. Grazie

Posso senz’altro dire che ascoltando i Fiaba veniamo catapultati in un mondo di favole, sogni ed incubi, il tutto accompagnato da una colonna sonora imponente, non per nulla siete stati definiti “la più grande rock band medievale del mondo”. Che effetto fa godere di una tale considerazione?
In realtà, quando abbiamo sentito questa definizione abbiamo pensato: siccome, siamo l’unica rock band medievale, è facile! Scherzi a parte, è molto gratificante avere questo tipo di riconoscimento.

Dopo otto anni dall’ultimo album, “La Pelle nella Luna”, tornate con “Di Gatti Di Rane Di Folletti e D’altre Storie”, un album atteso dai fan e che conferma ancora una volta l’originalità e l’estro creativo dei Fiaba. Perché tutto questo tempo e come mai la scelta di pubblicarlo in un periodo così ingrato per la musica e i live?
Ci sono sempre problemi quando si affronta un lavoro così impegnativo. Poi ci sono contingenze particolari che creano ulteriori rallentamenti: abbiamo dovuto smantellare il nostro storico studio “Le caverne del fauno”, un garage sotterraneo dove avevamo per altro girato anche tutti i videoclip dei Fiaba: “Angelica e il Folletto del Salice”, “I Sogni di Marzia” etc… Lì avevamo lo studio di registrazione, abbiamo iniziato le takes di questo album e quindi siamo stati costretti ad interrompere le sessioni per causa di forza maggiore. E’ stata un’operazione lunga e anche costosa, perché abbiamo dovuto smaltire anche molto materiale secondo le nuove normative. Poi, chiaramente, facendo la scelta di creare qualcosa di artistico e di non piegarci alle logiche commerciali delle major nazionali, facendo musica seguendo l’ispirazione e mantenendo la nostra libertà creativa abbiamo dovuto utilizzare budget commisurato ad una etichetta indipendente. Fortunatamente, abbiamo trovato come sempre persone che hanno apprezzato e condiviso lo spirito del nostro progetto. Questo implica il fatto che non puoi avere dei budget grossissimi, quindi per mantenere un livello artistico e tecnico alto, devi dilatare i tempi. Il rovescio della medaglia dell’indipendenza artistica è quello che devi aspettare di più per far uscire un lavoro se vuoi mantenere alto lo standard qualitativo a livello di produzione audio. Quindi, metti questo insieme alle citate contingenze relative alla sala di registrazione, e si capisce l’intervallo di tempo tra le produzioni, che ha fatto si che il disco uscisse in questo periodo così complicato per chi fa musica soprattutto in ottica di concerti live. A me però piace pensare che un lavoro importante come “Di Gatti Di rane Di folletti e D’altre Storie” sia comunque un “parto”  difficile con un travaglio altrettanto impegnativo.

“Di Gatti Di Rane Di Folletti e D’altre Storie” è il sesto lavoro discografico dei Fiaba, quanto è durata la gestazione dell’album?
La gestazione è stata brevissima perché, a parte i primi tre brani dell’album, gli alti erano tutti pezzi che avevamo già realizzato da 30 anni a questa parte. Andare a registrare i brani e realizzare il disco poi è diventato complicato per le questioni contingenti che ho spiegato poc’anzi, non per situazioni creative. Vista la coerenza stilistica mantenuta negli anni, non si trovano differenze tra i nuovi brani e quelli che erano nel cassetto. Considera che siamo andati a riprendere vecchie registrazioni, provini dei pezzi su audiocassetta, per poter riascoltare gli arrangiamenti dell’epoca nelle prima stesure e controllare che non avessimo dimenticato nessun particolare al fine di ricreare e proporre le intenzioni del momento. Non ti accorgi, per esempio, che un brano come il “Il gatto del Campo dei Biancospini” è stato fatto circa 28 anni fa mentre “Il gatto con gli Stivali” è recentissimo.

A scavare nelle favole si trova sempre un significato recondito, dietro alle filastrocche come Ambarabà Ciccì Coccò ci sono vere proprie storie legate a tradizioni e a superstizioni. Ci parli della ricerca che hai fatto su queste tematiche?
Io lavoro sempre in base all’ispirazione e alle emozioni che mi coinvolgono: ci sono cose che mi colpiscono sul momento, che possono essere immagini o narrazioni, poi vado a ricercare quello che mi interessa in merito a quei temi, anche per fare un discorso filologicamente corretto il più possibile. Alla fine, raccogli quelle cose che ti servono per la narrazione e le emozioni del momento.

A recitare in modo incomparabile i brani dell’album, il bravissimo giullare cantore Giuseppe Brancato, altro punto di forza nella band. Citiamo la line up completa?
In ordine sparso: Giuseppe Brancato – voce; Bruno Rubino – batteria; Graziano Manuele e Massimo Catena –  chitarre; Davide Santo –  basso. Io, Brancato e Catena siamo i componenti di più vecchia data.

A chi è stato affidato l’artwork della copertina e a cosa è ispirato?
È una fotografia di Marketa Novak, artista ceca che si rifà al famoso dipinto di Ophelia. L’artwork è stato realizzato dal bravissimo Marcello Magoni, un artista completo in quanto musicista e scultore, oltre che raffinato grafico. Anzi, con l’occasione per consigliare ai lettori l’acquisto di “Agreste Celeste”, album bellissimo su vinile dei Vade Aratro, band di Magoni. Lo considero un disco molto ispirato ed interessante.

I Fiaba sono una band che il mondo ci invidia ma geograficamente collocata in una regione, seppur fonte d’ispirazione, dove la musica underground o cosiddetta di nicchia, non viene valorizzata. Quanto vi ha penalizzato questo e ci sono stati momenti in cui hai pensato di mollare tutto e trasferirti altrove?
Diciamo che la cosa ci ha penalizzati ma che è anche una delle caratteristiche principali dei Fiaba è la lingua italiana. L’italiano è poco conosciuto nel mondo e questo è un punto di forza artistico ma anche un punto di debolezza a livello commerciale. Avremmo potuto decidere di scrivere in inglese ma non avendo la stessa padronanza della lingua è più difficile rendere il significato profondo dei testi, creare giochi di parole, allegorie, metafore o giochi ipertestuali, che tra l’altro in questo album abbiamo segnalato nella legenda del booklet tramite il segno di “grado di lettura”: chi verrà in possesso del disco, capirà cosa di cosa si tratta. Se ci avessero proposto qualcosa ad alti livelli, avremmo potuto fare questo tipo di operazione per raggiungere più gente possibile, anche se sarebbe preferibile scegliere un’altra lingua più per una ragione artistica che per calcolo commerciale. Avrei potuto scegliere di muovermi indipendentemente dalla band per suonare all’estero con altri ma non è capitato, ed avrei dovuto rinunciare comunque ai Fiaba. In realtà, penso che debbano essere i posti a chiamarti, allora vale la pena di muoversi .

Comunque i Fiaba hanno creato il loro progetto con la lingua italiana e forse, avessero seguito la moda dell’utilizzo dell’inglese, certe cose non le avrebbero realizzate. I Fiaba sono questi.
Sono d’accordo e c’è anche un rovescio della medaglia, se avessimo avuto un grosso contratto con una major avremmo avuto sicuramente mezzi e tempi differenti per realizzare i nostri album ma lavori come “Lo Sgabello del Rospo” o “Il Bambino Coi Sognagli” non sarebbero mai nati perché nessuna major avrebbe permesso la pubblicazione di un concept sulle rane o una suite di 18 minuti dai tempi assolutamente non radiofonici. I nostri fan devono capire che il sacrificio che abbiamo fatto, con i Fiaba diffusi nel mondo con una risonanza minore di quella che avrebbero potuto avere, è il contraltare della libertà che abbiamo di fare musica senza compromessi. Purtroppo stiamo vivendo un periodo nero per i live e la musica in generale.

Come vi siete organizzati per la promozione del disco e cosa pensi della situazione attuale?
Per la promozione, fortunatamente possiamo utilizzare internet che ci permette di raggiungere un’enorme quantità di ascoltatori in Italia e all’estero. Per l’altro discorso mi ero ripromesso di non parlarne in ambito di dissertazioni artistiche, già i media mainstream ne stanno disquisendo anche troppo. Mi sento comunque di dire che adesso è un momento molto delicato e non tutti stanno capendo ciò che succede, invito pertanto a documentarsi e farsi un’idea in base alla propria consapevolezza e comunque la si pensi, che un pangolino abbia avuto rapporti promiscui con un pipistrello o che ci siano delle responsabilità, dobbiamo cercare di restare uniti e non aver contrasti tra di noi: malgrado si possano avere punti di vista differenti, bisogna cercare elementi comuni e mettere da parte le divergenze.

L’album è stato pubblicato per la Lizard Records. Com’è nata questa collaborazione e cos’ha determinato questa scelta?
Loris Furlan, che è il mastermind della Lizard, è un amico, ci conosciamo da 30 anni. E’ stato il primo a credere nei Fiaba. Nel 1991 acquistò una nostra audiocassetta, era un demo, ed e stato lui a trovarci il primo contratto discografico, chiaramente  la fiducia nei confronti di Loris è smisurata. E’ importante collaborare con persone convinte della validità del progetto.

Dove i nostri ascoltatori possono seguirvi sul web?
Sicuramente sulla pagina Facebook dei Fiaba. E’ sempre aggiornata su tutto quanto ci riguarda.

Grazie di essere stato qui con noi!
Grazie a voi.

Trascrizione dell’intervista rilasciata a Mirella Catena nel corso della puntata del 7 Dicembre 2020 di Overthewall. Ascolta qui l’audio completo:

The Devil’s Trade – La merce del diavolo

Il 28 agosto, per la Season of Mist, vedrà la luce uno dei dischi più suggestivi ed evocativi ascoltati quest’anno, si tratta di “The Call of the Iron Peak” del musicista ungherese Dávid Makó, in arte The Devil’s Trade. Tra sapori folk degli Appalachi, strumenti gitani, una calda anima acustica e suggestioni doom, il magiaro riesce in maniera minimalista a ricreare immagini ancestrali e poetiche.

Ciao Dávid, ho adorato il tuo nuovo album sin dal primo ascolto. Credo che la musica che vi è contenuta sia l’essenza della tua anima, una sorta di esperienza intima, per questo mi chiedo e ti chiedo: non sei geloso della tua creatura e nel sapere che andrà finire nelle mani di estranei?
È bello sentirtelo dire, sono contento che ti piaccia! Non direi geloso, ma piuttosto impaziente e molto teso, non vedo l’ora di poter evocare questa creatura su un palco.

Come combini le tue esigenze di artista con le regole del music business?
Tengo pulita la mia coscienza. È l’unica regola che seguo. Amo l’underground e non ho mai voluto avvicinarmi al mainstream, quindi non è complicato per me dire di no.

A questo proposito, la tua musica non è propriamente metal, ma sei nella scuderia della Season of Mist, fondamentalmente un’etichetta metal: sei soddisfatto?
La Season Of Mist è la più grande etichetta discografica underground del mondo, secondo me. Essere sotto contratto con loro è la cosa più grande che abbia mai realizzato.

Parlami un po’ dell’Iron Peak…
L’Iron Peak è un picco delle Alpi austriache. Non so se ha un nome vero, io lo chiamo così. Metaforicamente è il luogo del silenzio eterno e della pace, lontano da tutto e da tutti. Ci sono stato e da allora continuo a cercare quel silenzio.

Quando hai ricevuto la prima chiamata dell’Iron Peak?
La ricevo da 39 anni ormai, ma ci è voluto molto prima di poterla avvertire, poi per ascoltarla e, infine, per capirla.

Come è nata questa combinazione di folk e doom che caratterizza la tua musica?
Non ho mai pensato di combinarli, almeno non coscientemente. Questi sono suoni e strutture musicali che escono spontaneamente da me e li lascio fluire liberamente. Quando si tratta di scrivere musica non riesco a pensare in modo strategico o professionale. Se mi fa sentire bene lo lascio andare.

Amo la tua voce, penso sia molto evocativa, come riesci creare queste linee vocali molto suggestive sfruttando una base di chitarra minimalista?
È la stessa cosa che avviene quando mi metto a scrivere musica. Non so davvero come funzioni, canto solo quando ne ho bisogno e la maggior parte delle volte le linee vocali vengono scritte in pochi minuti.

Ma come ti giudichi, pensi a te stesso come a un cantante o a un chitarrista?
Come a un cantante che non sa suonare molto bene la chitarra e le cui dita si sono rotte più volte e che quindi si concentra sul suono più che sulle note.

Potresti presentare gli ospiti dell’album?
Oh, questa è una bella domanda! Prima di tutto Márton Szabó Nagyúr, l’ingegnere del disco che suona anche la batteria nella canzone che da il titolo a questo lavoro, è un mio vecchio amico e con lui e suo fratello Péter Szabó Póbácsi suoniamo insieme da più di 10 anni nella nostra band, HAW. Poi ho avuto il piacere di avere gli adorabili figli di Márton, nella parte conclusiva di “Dead Sister”, con il loro magico tocco al triangolo. Uno dei miei più vecchi amici, Adam Vincze, ha suonato i cucchiai e un antico strumento gipsy ungherese, la brocca dell’acqua Cegléd nella title track.

Nel 2020, durante questa strana stagione del Covid, qual è il vero mestiere del diavolo?
È lo stesso di sempre: se c’è qualcosa che significa la vita per te, devi dare la tua anima per essa. Non ci sono altri modi per essere soddisfatti e liberi.

Ataraxia – Il cuore pulsante della galassia

L’ascolto degli Ataraxia è sempre un’esperienza mistica, a questa regola non sfugge neanche il nuovissimo “Quasar”, album multidimensionale e ricco di significati reconditi. Per questo abbiamo chiesto una chiave di letture dell’opera agli stessi autori…

Confesso di aver perso il conto, con “Quasar” quanti album avete pubblicato?
Siamo andati a contarli proprio ora: 25 album più 7 tra best of, raccolte, live e libri. La quantità non è rilevante quanto la qualità, o meglio l’ispirazione, la cura e l’impegno profuso nella realizzazione di queste opere che possiamo considerare capitoli di un’opera più ampia che è il tracciato stesso della nostra vita sia musicale che immaginifica e concettuale.

Ma come riuscite a mantenere questa costanza compositiva?
E’ cosa del tutto spontanea, è il nostro linguaggio e siamo felici che sia un linguaggio musicale che bypassa ogni calcolo, programmazione, codifica logica o razionale. La fase compositiva, la fonte da cui tutto origina è la capacità che abbiamo di mantenerci canali aperti nei confronti del meraviglioso, dell’inaspettato e al contempo, come scriviamo in un testo di “Quasar”, essere bambini che fanno l’amore col mondo con propensione ad esplorare il nuovo, l’inedito ed al contempo amare le radici. Una seconda fase invece – durante il lavoro di arrangiamento e missaggio che prevede tempi lunghi relativi alla cura del suono che consideriamo naturale “materializzazione” dell’idea nella sua veste più bella – necessità anche di un notevole lavoro intellettuale e capacità pratiche.

Siete quasi una mosca bianca nel panorama musicale, le band con una lunga storia alle spalle preferiscono dilatare nel tempo le uscite, magari ogni quattro cinque anni, portando dal vivo il repertorio classico. Voi invece non avete paura di sfidare la crisi del mercato discografico, mossa calcolata o pura incoscienza?
Né l’uno né l’altro, nessun calcolo – usiamo spesso l’intuito e l’immaginazione – nessuna incoscienza, riceviamo proposte discografiche e quindi lavoriamo con realtà di diversi paesi nel mondo. Semplicemente assecondiamo e seguiamo la nostra mission che è creare, o per meglio dire, creare mondi sonori, universi in cui calarsi, immergersi per uscirne sempre trasformati.

Dal vivo proponente spesso brani nuovi o vi concentrate sui classici e, soprattutto, a fronte di una produzione sconfinata come scegliete i brani da eseguire?
Dal vivo proponiamo quasi sempre i nuovi brani che diventano un vero e proprio concept sonoro accompagnato da immagini legate a spazi, luoghi, colori e simboli proiettate come parte integrante della performance. Lavoriamo molto in sala prove sulla nostra espressività per arrivare al nucleo, una fluida comunicazione prima all’interno di noi, poi tra noi ed in seguito con gli ascoltatori. La chiave è bypassare i blocchi, la sottile linea che separa artista e pubblico ed entrare tutti insieme (musicisti ed ascoltatori) in un universo sonoro magico ed evocativo, fare un viaggio insieme e si sa che quando si viaggia in compagnia ciascuno offre il suo contributo umano e “divino”. Questo “incanto” è condiviso e ciascuno dei presenti ne ha la responsabilità e ne gode la bellezza.

Restando in tema live, di solito quando si pensa a voi si è portati a pensare al folk, quindi al passato, ma in realtà soprattutto su un palco siete un gruppo innovativo che sperimenta parecchio introducendo anche novità che si fondono con altre discipline artistiche. Quanto è importante per voi guardare al futuro?
Ti ringraziamo per queste parole, abbiamo sempre amato l’innovazione, provare nuove strade, stupirci, osare l’inosabile e questo indipendentemente dal fatto che la nostra storia, le nostre radici facciano parte di questo movimento e si prestino ad essere trasformate, rivisitate, rielaborate con elementi di diversa natura fino a trovare un equilibrio. Abbiamo collaborato con mini, performer, attori, scenografie, pittori, scultori, poeti e ora la grande passione per la fotografia ed i colori proiettati su di noi e sulle superfici alle nostre spalle. Negli ultimi anni c’è stata una notevole accelerazione in questo senso e le teorie sul multiverso e sul fare collassare funzioni d’onda ci entusiasma perché lo abbiamo sempre sentito sin dagli esordi senza sapercelo spiegare. Possiamo fare collassare le realtà (o i giochi o le matrici) su cui poniamo l’attenzione in ogni canzone ed in ogni album. “Quasar” è nato su questi presupposti.

Da questo punto di vista “Quasar” cosa propone di nuovo?
Il primo suggerimento è ascoltarlo e provare ad ascoltare il proprio corpo, le sensazioni, le percezioni e poi vedere come sta la nostra essenza, la nostra linfa vitale, come scorre, cosa accade. “Quasar” è composto da lunghe partiture musicali di 7-12 minuti che dilatano lo spazio-tempo e portano a lunghe fasi ipnotiche così come a momenti di climax corali. Non c’è confine di genere, partiture neoclassiche, ambient, folk, progressive, psichedeliche, luoghi mitologici e dimensioni cosmiche, abbiamo registrato il tutto in 432 Hz (come l’album precedente) ed abbiamo lavorato sull’equilibrio dei due emisferi celebrali in modo che venisse però accarezzato e stimolato quello destro legato alla immaginazione. Abbiamo introdotto massicce parti corali (con numerose voci maschili) e fatto un mélange tra echi gregoriani e mantra, tra voci eteree ed heavenly che si dilatano e riverberano sulle partiture alternandole a frasi latine scandite e ripetute. Abbiamo inserito suoni quali immaginiamo siano quelli della “sinfonia delle sfere”, i brani non terminano ma si trasformano attraverso suoni sinuosi nel brano successivo. E’ quasi una terapia in musica (etimologia della parola therapeia: aiuto o stimolo all’umana guarigione o risveglio).

Affascinate il concept dietro il disco, vi andrebbe di parlarne e di spiegare come è stato sviluppato nei singoli brani?
Il “Quasar”è l’occhio galattico, la sorgente e sull’iride, o orizzonte degli eventi, esistono tutte le possibili realtà su cui possiamo porre attenzione al fine di farle collassare sulla terra in forma di Hertz. Siamo nell’iride e siamo anche qui, in questa dimensione densa che gli antichi chiamavano Gea. Canalizziamo energia che si manifesta su questo piano denso in forma di frequenze di suono e luce e noi siamo un flusso di coscienza che sceglie di viaggiare in diversi strati dello spazio-tempo, siamo nel Quasar ed il Quasar siamo noi. I nostri occhi si accendono e scaturisce la musica. Ogni brano è legato ad un colore ed a una energia arcangelica (senza accezioni strettamente religiose o dottrinali), possiamo definirlo anche un archetipo. Ogni brano lavora anche su sequenze numeriche – d’altra parte la musica è una sequenza numerica che agisce però anche sui nostri sensi – e su paesaggi dell’anima. Le energie informate di ogni brano hanno nomi arcangelici, potenti flussi di informazioni che bilanciano i quattro elementi di fuoco, acqua, aria e terra dentro e fuori di noi col quinto elemento eterico sopra la corona. La vibrazione crea, la musica può creare ordine e struttura come quello delle geometrie frattali in sezione aurea e noi abbiamo inteso farlo nelle vibrazioni più alte che siamo riusciti a canalizzare in questa fase. Nell’incipit (il brano non a caso più lungo dell’album) viviamo una “Iniziazione”, il colore è bianco come una pagina bianca, un inizio, un reset col seme arcobaleno di tutte le possibilità in essere. Poi “Nebula” attua una guarigione, il colore è il verde smeraldo e l’arcangelo che presiede alle guarigioni è Raphael, siamo nuovi e abbiamo guarito le nostre radici per potere espandere i nostri rami. Poi in terza istanza (dopo la dualità che presuppone conflitto e separazione) ecco “Oneness” in cui tutto ciò che è duale su questo piano si ricongiunge all’intelligenza equanime della source grazie al fuoco della volontà del cuore. Il quattro, numero della stabilità è il rosa di Chamael, l’amore incondizionato che si erge sopra calcoli ed interessi per portarci a livelli di consapevolezza tali da recuperare il nostro potere e responsabilità di azione. Il color oro del quinto brano è quello legato all’abbondanza ed alla serenità del Buddha, planiamo sull’elemento acqua (il mare della prima parte) fino alle vette dell’Himalaya (seconda parte). Poi si accede al sesto brano ( 6 numero della materia) in cui la fiamma violetta di Saint Germain e dell’arcangelo Tdzakiel ci aiutano a sospendere il giudizio che separa e recide portando compassione e guarigione ai nostri corpi sottili. Questa parte del viaggio termina con “Uriel”, rosso rubino e blu indaco, colui che presiede ai linguaggi sottili di telepatia, chiaroveggenza, chiaroudienza, poteri ESP che ci permettono di comunicare in forma potente, illuminante.

Il titolo “Quasar” come si ricollega al lavoro che avete fatto sui sette archetipi alla base dell’album?
Il “Quasar” è l’origine (Io sono Origine) e una scintilla dell’origine è in noi. Sintonizzando il nostro campo elettromagnetico con quello di energie cosmiche (a partire dal sole) possiamo resettarci a livello cellulare e cromosomico per evolverci e questo lo chiamiamo Grazia. L’evoluzione può avvenire attraverso l’arcobaleno dei sette archetipi che possiamo anche chiamare legge dell’ottava o legge del sette secondo la quale l’universo è fatto di vibrazione. E’ un percorso iniziatico a tappe, energie che man mano si integrano per poi passare all’ottava nota, ovvero l’ottava superiore. Immagina di vedere un nautilus, una spirale cosmica evolutiva.

Nelle foto promozionali che mi avete inviato c’è un elemento che mi ha colpito: la quantità di luce che irradiano. Come mai questa scelta così luminosa?
Come tutto nell’album, anche il luogo dove abbiamo scattato le foto (che fanno parte delle grafiche) ci è stato offerto e quindi in una qualche modo siamo stati guidati nel posto giusto nel giusto momento. Due gentili amici ci hanno proposto di realizzare il servizio fotografico in questo antico fienile sui monti dell’appennino reggiano perché ad una certa ora si verificavano inediti giochi di luce. Quel giorno abbiamo scattato le foto e poi, guardandole, ci siamo accorti di questi fasci luminosi di energia che circolavano e si materializzavano attorno a noi. L’abbiamo vissuto come un segno. La rappresentazione dell’equilibrio del Tao luce-ombra.

L’album sarebbe dovuto uscire l’otto maggio, ma credo che al momento non sia ancora disponibile, come mai?
L’album è disponibile in digitale dall’8 maggio su tutte le piattaforme ed è stato caricato su youtube in un formato audio più scarso ( le versioni acquistabili naturalmente hanno una profondità ed ampiezza di suono imparagonabili) dal 7 maggio. L’album è stato realizzato in tre formati: digibook (con opuscolo a colori all’interno e bonus track), digipack e vinile. Le grafiche stesse hanno richiesto molto lavoro. Ad inizio marzo sono stati persi i contatti con l’etichetta che aveva già mandato in stampa i vari formati. In parallelo però è stato mandato avanti dal promoter il discorso digitale e della promozione. Quindi ci siamo trovati con un album che è ovunque sulla rete e quindi disponibile anche per coloro che in passato faticavano a trovare la nostra musica ma per la prima volta in 30 anni col supporto fisico per ora “assente” o “sospeso”. La prima intuizione è stata “questo album è importante che esca in questo preciso momento storico ed energetico in una forma eterea quale è la musica e prenderà forma fisica in un secondo tempo al momento opportuno”. Quando accadono cose inedite è bene ampliare la visuale e fare del nostro meglio per prenderci cura di questo nostro figlio a cui abbiamo lavorato per ben 18 mesi e fare in modo che fluisca nel mondo perché ha un “lavoro” da fare a livello “sottile”. Per il resto, a seconda dello sviluppo degli eventi e quando capiremo bene cosa accade (dopo il caos degli ultimi mesi che tutti abbiamo sperimentato) “Quasar” senz’altro prenderà corpo così come era previsto. Ti parlavamo prima di collasso della funzione d’onda, prima c’è l’energia e poi diventa materia.

“Quasar” è un disco particolare, celebra i vostri 30 anni di attività, facendo un piccolo resoconto della vostra carriera, cosa ricordate con piacere e cosa vorreste invece cancellare dalla vostra memoria?
Ci teniamo tutto, proprio tutto con fierezza ed umiltà. Nella storia di una vita (sia personale che artistica) ogni passo (anche quelli superficialmente definibili come errori) hanno una loro bellezza ed un loro significato. Anche le situazioni più dure, apparentemente ingiuste o le nostre debolezze o superficialità ci danno la possibilità di accedere ad una maestria superiore e continuare questo gioco in modo evolutivo e creativo.