Natron – Hung, drawn and quartered

L’esordio dei Natron, uno dei dischi più rari e ambiti della scena del death metal italiana, “Hung, Drawn and Quartered” (originariamente uscito nel 1997 su Headfucker Records), dal 16 aprile sarà nuovamente disponibile, in un inedito formato vinile, grazie alla Time To Kill Records. Abbiamo contattato Max Marzocca, ora attivo con i doomster The Ossuary, per parlare della sua prima band e di quel glorioso esordio…

Ciao Max, a chi è venuta l’idea di ristampare “Hung, Drawn & Quartered”?
Ciao Giuseppe, come va? L’idea inizialmente è venuta in mente ad Enrico della Time To Kill Records che mi aveva contattato l’anno scorso facendomi capire che era intenzionato a stampare su vinile del materiale dal catalogo Natron. Io ed Enrico siamo amici da tempo immemore per via delle nostre innumerevoli collaborazioni con le nostre rispettive band. Natron ed Undertakers hanno spesso condiviso il palco in passato, io stesso per un breve periodo ho dato una mano a loro come session drummer. L’idea ovviamente mi è piaciuta subito in quanto “Hung,Drawn & Quartered” era sold out da più di 20 anni, sono contento che ci sia ancora interesse attorno alla band soprattutto tra i collezionisti di vinile, e visto il grande ritorno di questo formato ho pensato che fosse una buona idea per approfittarne!

In questi anni avevate già ripubblicato questi pezzi in alcune raccolte, mi riferisco a “Necrospective” e a “Grindermeister”. Cosa hai provato all’epoca quando hai riesumato quei pezzi?
“Necrospective” era semplicemente una raccolta di tutto il materiale pre Holy Records per celebrare i primi dieci anni di attività della band quindi di riesumazione c’è ben poco in quanto abbiamo registrato di nuovo solo “Elmer The Exhumer” con Mike Tarantino alla voce. Nonostante si tratti anch’esso di un lavoro celebrativo – questa volta però dei 20 anni – con “Grindermeister” abbiamo ripreso tutto “Hung, Drawn & Quartered” tranne “Enthroned in Repulsion” e l’ abbiamo riarrangiato meglio anche per riadattarlo al nuovo singer Nicola. C’è stato un lungo lavoro di rifacimento e mentre ci lavoravamo ci siamo interrogati più volte su cosa ci passava per la testa all’epoca quando abbiamo tirato fuori le idee, i riff e in generale dei brani così complessi e un po’ fuori di testa. I Natron di “Grindermeister” sono senz’altro una band più matura rispetto agli anni 90, dove i brani venivano composti dopo lunghissime jam e non era contemplato che qualcuno di noi arrivasse in sala con un brano pronto dall’inizio alla fine. L’ intenzione era quella di non curarci troppo di come alla fine avrebbero suonato i brani, non avevamo paura di spingerci oltre e soprattutto non ci siamo posti il problema di doverli poi un giorno registrarli di nuovo con un metronomo. Quindi il lavoro di rivisitazione di “Grindermeister” fu molto lungo e complesso ma in fin dei conti è un bel disco anche se col senno di poi avrei scelto di produrlo in maniera più old school. La produzione di quel album è perfetta, anche se un po’ troppo “plastificata” per i miei gusti. Riascoltandolo stento a riconoscere il mio drumming.

Invece, cosa provi oggi nel rivedere l’album fuori con la copertina originale e in formato vinile?
Beh, è senz’altro una bella soddisfazione! Non ho mai apprezzato fino in fondo il CD, mi è sempre sembrato troppo freddo e l’artwork troppo sacrificato per le dimensioni di un booklet. Ora si può finalmente ammirare la copertina di “Hung, Drawn & Quartered” in tutto il suo putrido splendore!

Ma come è nato “Hung, Drawn & Quartered” nel lontano 1997?
La storia è un po’ complicata ma cercherò di riassumerla. Poco dopo il nostro primo demo “Force” del 1994 fummo contattati dalla Cryptic Soul Production che ci propose un contratto per un mini album. Fu il nostro primo contatto con un etichetta discografica, ci fidammo del fatto che questa label aveva prodotto qualche 45 giri di band del nostro stesso genere, e ci sembrò una buona cosa firmare per loro. In teoria quel disco sarebbe dovuto essere il nostro esordio ufficiale nel 1996 ma poi a causa di rinvii continui, promesse “farlocche”, lungaggini varie ed eventuali causate esclusivamente dalla label, il master di quelle registrazioni fu ceduto quattro anni dopo alla Nocturnal Music che lo pubblico nell’autunno del 2000, dopo che la band aveva già pubblicato tre album e godeva già di una certa notorietà. Nel frattempo Headfucker Magazine che era una delle riviste più autorevoli in materia di death metal diventò un’etichetta ed essendo fan dei Natron sin dal primo demo decisero che avrebbero esordito con un nostro lavoro. Il materiale di “Unpure” e “Hung, Drawn & Quartered” è figlio dello stesso periodo. Trattasi di tutto quello che abbiamo composto tra il 1993 ed il 1997, abbiamo ripreso 3 brani tratti dal mini, mentre il resto del materiale è finito nel demo “A Taste Of Blood” che fu pubblicato qualche mese prima dell’esordio per compensare l’attesa.

Eravate già coscienti in quei giorni della qualità di quei brani o la consapevolezza è giunta solo in un secondo momento?
Onestamente non è che stessimo molto a pensarci su. All’epoca suonavamo e basta e l’obiettivo primario era essere brutali, veloci e sperimentare. A volte ci riusciva bene altre volte no. Credo che siano stati i fan dell’underground ad accorgersi della band e a dimostrare con il loro supporto che, nonostante il particolare periodo storico, tutto sommato si trattasse di un lavoro competitivo. Nel bene e nel male il fattore che ha fatto la differenza probabilmente risiede nel fatto che era come se avessimo aperto una via diversa alla brutalità nel death metal. O almeno era quello che ci diceva la stampa, e poi i tipi della Holy Records quando ci proposero di metterci sotto contratto ci dissero la stessa cosa.

Che ricordi hai delle registrazioni ai Nadir Studios?
Per quello che ricordo è stato fantastico. Il viaggio interminabile in treno fino a Genova, i 15 giorni trascorsi nella città vecchia dove si trovava lo studio, le enormi zoccole che attraversavano i vicoli, i pusher, i freak, la fragranza di cibo etnico, gli odori, gli umori e i colori del mercatino. Ci fu anche modo di fare delle pause di qualche ora al mare dove l’incorreggibile Domenico si tuffò in acqua con i nostri soldi destinati all’ acquisto della birra dimenticandosi di averli infilati nel costume, ma poi tornavamo di nuovo in studio. Ricordo il sudore a secchiate, era Agosto e soltanto noi potevamo pensare di rinchiuderci per registrare un disco. Fu una faticaccia infame, calcolando anche che fino ad allora avevamo inciso solo due demo (o se preferite un demo e un mini) e quindi non è che fossimo così esperti. La sera tornavamo sfiniti a casa di Tommy e ci accampavamo da lui, e se la mamma era tornata da lavoro cenavamo. Ogni tanto si faceva vivo Trevor perché i Sadist in quel periodo erano nel pieno della pre-produzione di “Crust”, di conseguenza finì per registrare le backing vocals in un paio di brani. Ci vorrebbe un intero capitolo di un ipotetico libro autobiografico per descrivere tutto quello che è successo in quelle due settimane, ma credo valga la pena di ricordare ciò che successe a fine mixing quando oramai i giochi erano fatti. Stavamo facendo una pausa fuori dallo studio quando un piccione svolazzando pensò bene di cagarmi in testa. Non ricordo chi tra l’ilarità generale mi disse “ Max dai, vedrai che porta fortuna!” ma io ero del tipo “ Siete sicuri, io ricordavo che bastasse solo pestarla… ”. Beh, in fin dei conti chiunque sia stato a dirlo ha avuto ragione. Il disco andò benissimo e poco dopo firmammo il nostro primo contratto discografico serio per la Holy Records.

Appunto, quei brani vi hanno schiuso le porte della Holy Records, una delle etichette più importanti del panorama internazionale nella seconda metà degli anni 90: come cambiò la vostra vita di musicisti dopo quella firma?
Grazie alla firma del contratto con la Holy Records riuscimmo finalmente ad avere accesso ad una potente struttura che si occupava in maniera professionale di distribuzione, promozione e pubblicità, e cosa da non sottovalutare era il fatto di poter attingere ad un budget cospicuo che ci permetteva di andare in giro con tour-bus aprendo per band più grosse, ma soprattutto di poter produrre dischi in studi più costosi come gli svedesi Abyss Studios dei fratelli Tagtgren (Hypocrisy) e gli Starstuck di Anders Lundemark (Konkhra) in Danimarca. Certamente oggi si può obiettare che questa etichetta non abbia indirizzato i nostri lavori verso un target di pubblico che potesse essere più ricettivo verso una band come la nostra ma io credo che in fin dei conti abbiano fatto un lavoro egregio mai eguagliato da tutte altre etichette con cui abbiamo avuto a che fare. Senz’altro hanno contribuito a far crescere la band in termini di professionalità e notorietà, ritengo che l’unica colpa è stata quella di aver snobbato tutto il mio lavoro di promozione fatto per anni in stretto contatto con il mondo dell’underground mondiale.

Hai rimpianti legati a quel periodo?
Credo che abbiamo fatto tutto quello che era nelle nostre possibilità. Magari col senno di poi avremmo potuto investire qualche royalty in più nella band anziché metterci due spiccioli in tasca. Ma a parte quello non ho rimpianti, anzi….

L’avere tra le mani “Hung, Drawn & Quartered” non ti fa venir voglia di rimettere su i Natron? Sai, non mi piace guardare indietro nella vita. Quello che ho fatto appartiene al passato ed ad un certo punto volevo far qualcosa di nuovo quindi ho messo su un nuovo progetto come The Ossuary che in sei anni mi ha già dato grosse soddisfazioni. Abbiamo un contratto solido con la tedesca Supreme Chaos Records che ci supporta a dovere, abbiamo pubblicato due album, un terzo è in uscita a breve, abbiamo fatto un tour europeo e suonato in un paio di festival. Credo non sia male come risultato quanto fatto sin’ ora. Dal punto di vista creativo mi sento molto meno limitato, so che posso scrivere musica senza legami di sorta, la matrice blues e classic rock ci permette di spaziare e trovare diverse forme di espressione. Anche come batterista posso esplorare nuovi territori, se voglio suonare un brano lento e “groovy”, un brano veloce con la doppia cassa, o un brano più “proggy” o con tempi dispari posso farlo tranquillamente senza pormi il problema di dover essere necessariamente legato a degli standard. In più per me è un gran sollievo sapere di dovermi occupare solo di un progetto. Ossuary ci hanno messo davvero poco a diventare qualcosa di più di un side project, ad un certo punto mi sono trovato a non avere più tanto tempo da dedicare ad entrambe le band e quindi ho dovuto scegliere tra un nuovo ed esaltante percorso creativo come Ossuary e Natron che era una band che dopo 25 anni intensi di dischi e tournée aveva detto tutto e di più. Ho scelto di portare avanti gli Ossuary e credo di aver fatto la scelta giusta. Sono contento di queste ristampe e per il fatto che ci sia ancora credito ed interesse nei confronti della band ma non ho assolutamente voglia di rimettere in piedi Natron. Sto già bene così!

Avete chiuso con il 7” del 2014 “Virus Cult”, con quel brano avete esaurito i vostri brani oppure avete ancora del materiale inedito, magari da pubblicare in una raccolta postuma?
All’epoca io e Domenico stavamo lavorando su una manciata di altre idee, ricordo che registrammo qualcosa su un nastro ma non so che fine abbia fatto. Ad ogni modo ci eravamo accorti che ci stavamo ripetendo, poi abbiamo progressivamente perso interesse fino a che la band non si è sciolta.

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