Slowtorch – The machine has failed

Gli Slowtorch hanno affrontato l’impervia burrasca del lockdown, che ha stravolto i piani dei bolzanini, uscendone vincitori grazie a un album convincente come “The Machine Has Failed” (Electric Valley Records / Qabar Pr).

Benvenuto su Il Raglio del Mulo, Bruno. Il 29 è la data scelta per la pubblicazione del vostro terzo album. Avete dei ritmi lenti, però devo riconoscervi una certa puntualità. Tra il debutto “Adding Fuel to Fire” e “Serpente” sono andati via 7 anni, più o meno gli stessi che separano il secondo disco da “The Machine Has Failed”. A cosa sono dovuti questi lungi e cadenzati intervalli di pubblicazione?
Ciao Giuseppe, innanzitutto grazie per ospitarci su Il Raglio del Mulo! A dire il vero più o meno a metà strada tra “Adding Fuel To Fire” e “Serpente” è uscito l’EP “4-Barrel Retribution” via Riff Records. All’epoca il nostro cantante Matteo era appena entrato nel gruppo. Subito dopo l’uscita di “4BR” ci siamo messi al lavoro sui pezzi di “Serpente”. Tra “Serpente” e “The Machine Has Failed” invece c’è stato un cambio di line-up, il nostro bassista Karl ha lasciato il gruppo per ben tre anni prima di tornare con noi nel 2018. “The Machine Has Failed” da principio doveva uscire sotto forma di due EP. Abbiamo registrato la prima metà – il lato A del vinile –, poi c’è stata la pandemia che ha allungato i tempi, e infine la nostra etichetta Electric Valley Records ci ha chiesto di fare un full-length, al che siamo tornati in studio a registrare la seconda metà nel gennaio 2022.

Visto che parliamo del tempo che trascorre lento e inesorabile, quanto vi riconoscete oggi nelle persone che hanno composto il vostro disco d’esordio?
Sono l’unico rimasto nella band dai tempi in cui è stato scritto “Adding Fuel to Fire”. All’epoca ci abbiamo messo l’anima, ma certamente da quegli anni ad adesso siamo maturati parecchio come musicisti, e credo che si senta decisamente. Siamo riusciti a conservare l’immediatezza e l’impatto di una volta, ma come abilità musicali e songwriting abbiamo fatto dei passi avanti, anche perché a parte l’assenza di Karl – sostituito da Marco Comi dal 2015 al 2017 – abbiamo una formazione stabile dal 2012 con Matteo Meloni alla voce, Fabio Sforza alla batteria e Karl Sandner al basso. Attraverso i cambi di line-up anche il nostro stile ha subito le influenze personali dei nuovi “innesti”. Tutto sommato credo che sia possibile riconoscere negli anni una matrice Slowtorch invariata che si è adattata però all’evoluzione della band.

Qual è il brano più vecchio e quale quello più recente tra quelli finiti nella tracklist definitiva?
Se non sbaglio, il brano più vecchio dell’album dovrebbe essere “Man vs. Man”, il riff principale risale a cinque o sei anni fa. Il pezzo più recente dovrebbe essere “Sever The Hand”.

Qual è il significato del titolo, “The Machine Has Failed”?
Quando sono nati i primi testi ci siamo accorti che c’erano temi ricorrenti: in generale una certa dose di rabbia verso quelle che noi riteniamo storture della società e del tempo nel quale viviamo. “The Machine Has Failed” è un riferimento al sistema globale che governa le nostre vite, oramai insostenibile, inceppato, fallito.

Possiamo definirlo, almeno concettualmente un disco distopico oppure si tratta di un album con i piedi ben piantati nella realtà attuale?
Alcuni brani hanno un’ambientazione distopica, ma vogliono descrivere con questo artificio un nostro comune sentire che è reale, attuale e profondamente radicato nella nostra quotidianità.

Nei vostri dischi l’aspetto lirico è fondamentale, che idea vi siete fatti dell’attenzione che i vostri fan danno ai testi? Noi italiani siamo portati per tradizione a rilegarli in second’ordine… Non riesco a valutare quanto sia importante questo aspetto per chi ci segue: solitamente i commenti che accompagnano la nostra musica riguardano di più l’impatto immediato che siamo in grado di trasmettere al pubblico, la nostra attitudine, il coinvolgimento che suscitiamo. Credo però che il messaggio contenuto nei nostri testi si stia facendo strada e credo che non sia un caso che avvenga ora più di prima. “The Machine Has Failed” invita di più alla riflessione rispetto alle produzioni precedenti.

In generale comporre su di voi ha più un effetto doloroso oppure catartico?
Per quanto possa essere lungo e faticoso è decisamente un processo catartico. La parte più faticosa è quella di sintesi fra le nostre quattro diverse personalità. Ognuno di noi interviene in fase di scrittura e anche quando i brani nascono con uno scheletro abbastanza definito devono passare attraverso questo processo di confronto prima di essere maturi.

Passiamo all’aspetto live, avete date in programma?
Si riparte! Di confermato al momento abbiamo due date in Austria in maggio e luglio, di cui la seconda come headliner, e una manciata di date in casa ovvero in Alto Adige, tra le quali spicca sicuramente il supporto a Phil Campbell & The Bastard Sons (ex chitarrista dei Motörhead), che avevamo già conosciuto in occasione di un live in Inghilterra nel 2019.

Avere la vostra base logistica a Bolzano, da questo punto di vista è un vantaggio o uno svantaggio, essendo probabilmente più vicini alle piazze che contano in Europa che in Italia?
Sicuramente è un vantaggio essere così vicini all’Austria e alla Germania, dove il nostro genere tradizionalmente trova più ascolto che in Italia. Infatti ci siamo sempre rivolti più all’estero che all’Italia, con svariati tour in Inghilterra, Germania e Austria negli anni.

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