Belvas – La belva è fuori!

Il nostro cammino nel panorama musicale italiano a caccia di realtà interessanti ci ha fatto incrociare una creatura a tre teste dal nome, Belvas, che di per sé è una sorta di “manifesto programmatico”. Grazie alla Metaversus di Marco Gargiulo abbiamo potuto contattare il gruppo per parlare dell’album d’esordio “Roccen”.

Ciao ragazzi, come e quando nasce la band?
La band nasce nel 2018 dalle menti di Claudio Palo alla batteria (membro fondatore dei Manetti! ed ex membro dei Milaus) e Mirco Lamperti al basso, che hanno posto le fondamenta con gli embrioni di basso e batteria di cinque brani (“Belvas”, “Bianco”, “Pink Boy”, “Spaziale”, “AnDn”), finalizzati nel 2019 con testi, linee vocali e di chitarra con l’ingresso di Paolo Rosato alla chitarra elettrica e Manuel Dall’Oca alla voce e successivamente basso e chitarra acustica.

Il moniker Belvas è arrivato da subito oppure col tempo? Ve lo chiedo perché dall’ascolto della vostra musica pare che il nome sia quasi un manifesto programmatico…
Belvas deriva da Belva, appellativo attribuito al batterista per il suo carattere irruente e per il suo modo di suonare, diventato poi nostro punto di forza.

Un elemento che salta subito all’occhio a chi ha il vostro CD di esordio, “Roccen”, in mano è il disordine che regna sovrano. Tra scarabocchi e scritte varie, quasi si resta storditi. Quanto è importante per voi disordine in fase compositiva?
Il disordine in copertina e nelle grafiche del disco è solo apparente, bisogna farci l’occhio per poterlo apprezzare appieno e cogliere l’importanza che diamo ad ogni dettaglio. Non c’è disordine nel nostro modo di creare, sia nella composizione dei brani che nella preparazione delle grafiche.

I brani paiono mettere in evidenza una doppia anima, una più rude e una più delicata. Come riuscite a bilanciare questi elementi nella vostra musica senza che uno prenda il sopravvento sull’altro?
Il bilanciamento tra indole rude e delicata non è studiato ma è il nostro modo di essere. Questa è una delle caratteristiche che ci rispecchia maggiormente e la si può sentire in modo evidente in “Piacere E’ Dolore”, secondo noi il brano che racchiude perfettamente queste due anime contrastanti.

“Roccen”, contiene 15 brani per più di un’ora di musica, quasi una rarità oggi un disco così lungo. I pezzi sono stati composti appositamente per l’esordio o avevate alcuni di loro chiusi nel cassetto da tempo, magari per un altro progetto?
L’album “Roccen” è una raccolta di 15 brani scritti per l’esordio. La lunghezza è voluta, è il nostro modo di ribellarci a una società dove tutto scorre a mille orari ma si ha bisogno di più aria, dove il tempo è solo denaro.

In un periodo in cui l’ascolto, e di conseguenza l’attenzione, del pubblico va sempre più verso il singolo, tirar fuori un disco così lungo può essere un rischio?
Sicuramente è un rischio e ne siamo consapevoli, ma noi siamo amanti della cultura musicale vecchio stampo.

In generale quanto vi riconoscete nella scena musicale odierna? Dall’ascolto di “Roccen” parete più proiettati sul passato, sui 90 e anche più indietro…
Rispetto alla scena musicale odierna facciamo parte della minoranza, con un background musicale che arriva dagli anni 90 e anche più indietro, ma restiamo comunque proiettati verso il futuro!

Un’altra impressione che ho ricavato dall’ascolto e che forse lo vostro musica sta un po’ stretta tra i solchi di un disco, pare quasi fatto esclusivamente per essere suonata dal vivo: siete riusciti a testare i brani su un palco tra un lockdown e l’altro? Qual è stata la versione del pubblico?
Bella domanda! L’album è stato registrato volutamente in presa diretta, per avere un suono il più possibile fedele a quello che è un nostro live. Purtroppo stiamo iniziando solo ora a programmare qualche data dal vivo causa Covid ma la reazione del pubblico nelle poche esibizioni che abbiamo fatto finora è stata positiva.

Ora che la belva è fuori, qual è il suo prossimo passo? È tutto, grazie.
Siamo al lavoro sul secondo disco, ma stiamo puntando a portare finalmente in giro “Roccen” che, come una belva in catene da troppo tempo, ha bisogno di uscire.

Gentle Sofa Diver – Fuori dall’acquario

“Off The Fish Tank” è l’album d’esordio di Gentle Sofa Diver, progetto alternative post-rock del polistrumentista pesarese Nicolò Baiocchi uscito il 21 maggio per la milanese Non Ti Seguo Records / Doppio Clic Promotions. Un nuovo progetto che evoca certe atmosfere anni ’90, ma con una decisa impronta melodica e personale, memore tanto dei Sonic Youth quanto dei Bark Psychosis, con le chitarre sempre in primo piano.

Ciao Nicolò, sei arrivato al tuo esordio come “Gentle Sofa Diver” da pochissimi giorni, in effetti dietro il moniker da band ci sei solo tu, è stato difficile fare praticamente tutto da solo?
“Difficile” probabilmente non è il termine più adatto, direi piuttosto che è stato lungo: suonare da solo ti impedisce di entrare in sala prove ed improvvisare con gli altri musicisti e “vedere cosa esce fuori”; sono stato costretto a costruire i brani partendo da uno strumento alla volta, generalmente la chitarra, e ad aiutarmi con mille registrazioni e loop. Questo ha reso il processo compositivo abbastanza lungo. D’altro canto il vantaggio è quello di non avere un confronto diretto con gli altri membri e di poter dare libero sfogo alla propria fantasia e alle proprie intuizioni senza dover sottostare alle idee di nessun altro, pagando lo scotto di dover affrontare in prima persona gli eventuali blocchi creativi che si presentano durante la scrittura dei brani.

Con i FAT, la tua prima esperienza da musicista, esploravate le stesse sonorità?
Sicuramente anche con i FAT si attingeva dall’immenso calderone degli anni 90, anche se ci sono un po’ di differenze: prima di tutto con i FAT si era privilegiato il canto in italiano, mentre a livello strumentale c’erano meno influenze puramente ambient e post rock che sono invece presenti in modo massiccio in !Off The Fish Tank!, il mio album d’esordio.

Come hai in mente di presentare i brani dal vivo?
Per il momento la dimensione live è ancora in fase di studio, nel breve periodo è probabile che presenterò i brani in una chiave più intima, arrangiandoli unicamente con chitarra e voce e facendo affidamento su effetti e looper. In futuro mi piacerebbe circondarmi di qualche musicista e portare in giro il mio disco così come lo sentite cercando di snaturarne il suono il meno possibile.

Il disco è frutto come tu stesso dici nella biografia dei tuoi lunghi ascolti soprattutto della scena post-rock e alternative degli anni 80/90 anche se non sei ancora nemmeno trentenne, cosa ti ha attratto di questi suoni in un certo senso “fuori moda”?
Questa domanda per me è complicatissima, io ho ascoltato e continuo ad ascoltare molti generi musicali anche diversi tra loro; probabilmente la risposta più semplice sta nel fatto che di tutto quello che ho ascoltato nella vita c’è un piccolo gruppetto di dischi che riescono tutt’ora a emozionarmi e sorprendermi ad ogni ascolto e la maggior parte essi fa riferimento a quella scena post-rock/ambient di cui parli. In un certo senso, nella fase di ascolto, sono sempre stato più attratto dalla melodia, dalle atmosfere e dalle dinamiche: questo mi ha portato alla creazione di un disco che rimanda necessariamente a quel tipo di sonorità, anche se spero di essere riuscito a metterci del mio e a non risultare una sorta di “tribute band” degli anni 90.

Di solito in questo genere ci si abbandona al flusso sonoro e la voce è un po’ un quarto strumento, com’è il tuo approccio con i testi?
Qui hai abbastanza colto nel segno, la gran parte della mia fase creativa si concentra sulla composizione della musica e delle melodie della linea vocale; successivamente, in base a quello che mi trasmette la musica che è uscita fuori mi concentro sui testi, che attingono un po’ dalle atmosfere del brano e che prima di tutto devono “suonare bene” nella mia testa.

Una laurea in medicina e un “notevole” inizio di una carriera discografica, non deve essere facile coniugare questi due aspetti, che progetti hai per il futuro di Gentle Sofa Diver?
No, decisamente ahah. L’impegno di lavorare come medico ovviamente limita il tempo che ho da investire nella musica, anche se questo non mi impedisce di chiudermi in sala ogni volta che ne ho bisogno. Probabilmente Gentle Sofa Diver rimarrà prevalentemente un progetto studio. La speranza, tuttavia, è quella di suonare dal vivo ogni volta che ne avrò la possibilità, magari coinvolgendo altri musicisti, sicuramente per poter portare sui palchi la mia musica nel migliore dei modi, ma anche per aumentare la complessità e l’eterogeneità degli arrangiamenti in studio.

C’è qualche band della scena italiana che hai avuto modo di apprezzare ultimamente?
L’ultimo disco italiano che ho avuto modo di ascoltare è “IRA” di Iosonouncane, l’ho trovato bellissimo, anche se piuttosto impegnativo. Per il resto le cose che più mi hanno colpito in Italia appartengono alla scena elettronica, su tutti Caterina Barbieri (“Patterns of Consciousness” è forse il disco italiano che ho ascoltato di più negli ultimi anni) e Machweo (“Primitive Music”). Sono un grande fan dei miei compaesani Be Forest, Soviet Soviet e Maria Antonietta. Inoltre sto aspettando le nuove uscite dei Gomma e dei Gastone.
Poi ci sono una serie di band anglosassoni che attingono a un sound che adoro, soprattutto Fontaines DC, Squid, Dry Cleaning e King Krule (che ormai non è più così “nuovo”).

Il tuo album “Off the Fish Tank” è uscito in Musicassetta e Cd Digipack, i due formati principali degli anni 80 e 90 che sono gli stessi dei tuoi punti di riferimento musicali, è stata una scelta precisa o un semplice caso?
Per quanto riguarda la musicassetta devo ringraziare la Non Ti Seguo Records che ha creduto nel mio disco e l’ha usato come rampa di lancio per la sua nuova collana di musicassette, la Tigersuit Tapes. Per quanto riguarda il Digpack, invece, si tratta di una volontà mia: sono sempre stato legato al formato fisico degli album e di conseguenza volevo che anche il mio album potesse essere inserito in un lettore, ho scelto il Digipack perché trovo che sia il perfetto compromesso tra costi, facilità di ascolto (in fin dei conti il lettore CD, seppur in declino credo sia ancora ben presente nella maggior parte delle nostre case) e resa estetica (a tal proposito devo ringraziare Giovanna Fabi e Tommaso Baiocchi per l’artwork che adoro)

Ti sei trasferito a Bologna ma le registrazioni dell’album sono state fatte comunque a Pesaro, la tua città Natale, stai pensando di tornarci?
Attualmente lavoro a Pesaro e la vita del medico, fatta di concorsi e test, non mi permette ancora di stabilirmi in un posto fisso. L’idea è quella di sistemarmi in una città abbastanza grande in cui poter continuare a coltivare anche le mie passioni artistiche e musicali. Con Pesaro ovviamente ho un rapporto speciale, sia perché è la città in cui sono cresciuto, ma anche perché è forte di una scena artistica e musicale di tutto rispetto, il che è davvero peculiare per una città così piccola.

A quando le prime date live?
La speranza è quella di portare un po’ in giro la mia musica questa estate!

La Trappola di Dalian – Pillole rock

Ospiti di Mirella Catena ad Overthewall La Trappola di Dalian, autori del nuovo singolo “Pillole”.

Andiamo a conoscere una band torinese di recente formazione, con noi la voce de La trappola di Dalian, Sofia Cazzato: La trappola di Dalian si forma nel 2019 come Dalian’s Trap con testi e nome in inglese, per poi riproporvi come La trappola di Dalian con testi in italiano. Perché questo cambio di rotta?
Siamo passati alla scrittura in lingua italiana, spinti dal nostro produttore, eliminando questo “filtro” della lingua inglese, per comunicare al nostro pubblico, o a chiunque si avvicini alla nostra musica con interesse, in modo più diretto e consapevole. Il genere rock nasce in inglese, è vero, ma ciò non significa che debba essere uno standard. In tanti adottano la lingua inglese rispettando il classico cliché, sminuendo quella che è la vera indole del rock e affini, ovvero libertà, sfacciataggine ecc… Il cambio di lingua ha rappresentato una scelta artistica consapevole e rappresentativa.

Citiamo la line up attuale?
La band è formata da Alessio Piedinovi (Drake) alla batteria, Angelo Rizza (Spacchio) al basso, Lorenzo Borghetto (Lollo) alla chitarra e Sofia Cazzato (Sophia) alla voce.

Qual è il genere che proponete?
Chiamiamolo “Rock alternativo”: non è facile definire il nostro genere ma possiamo dire che sia un mix esplosivo di ciò che più ci piace. Partecipiamo tutti attivamente alla scrittura delle musiche e sicuramente ci accomuna una forte vena punk che é piuttosto evidente all’ascolto.

Il 22 febbraio di quest’anno esce il vostro secondo singolo con videoclip “Pillole”. Ci parlate di questa nuova uscita discografica?
“Pillole” nasce durante la prima quarantena e vuole descrivere i momenti che abbiamo vissuto, sia sul piano emotivo, sia su quello psicologico. I nostri testi sono intimi e personali, ci piace raccontare ciò che viviamo e come la pensiamo su determinati argomenti. Questo brano, ad un primo ascolto, può sembrare spensierato perché il sound è festoso, sostenuto. In realtà descrive un momento di frustrazione, monotonia ed angoscia che tutti abbiamo vissuto durante il primo lockdown. Ci piace giocare con il contrasto tra musica e testo: è il nostro modo di trasmettere le nostre emozioni, i nostri pensieri.

State lavorando a nuovi brani? Ci sarà un full length nei prossimi mesi?
Stiamo componendo tantissimo per produrre una serie di nuovi brani che andranno inseriti nel nostro primo album ma non escludiamo l’uscita di nuovi singoli prima della pubblicazione del nostro full-length. Valuteremo in corso d’opera, vista la situazione in cui imperversiamo a causa della pandemia.

Dove i nostri ascoltatori possono seguirvi?
Possono seguirci su Facebook al link https://www.facebook.com/latrappoladidalian/, mentre su Instagram ci troverete come @latrappoladidalian.
Potete ascoltare la nostra musica su Spotify, deezer, Tim music ed altre piattaforme digitali ma, se volete dare un’occhiata ai nostri videoclip ufficiali, vi invitiamo ad iscrivervi al nostro canale YouTube al link https://m.youtube.com/channel/UCjt2T1sKKsoNUvS3XC7KLMg, attivando la campanella per restare aggiornati sulle prossime nuove uscite.

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 26 aprile 2021:

Massimo Pupillo – La nera prigione d’acciaio

Massimo Pupillo, messi da parte per un attimo gli Zu, ha tirato fuori un lavoro autografo dal fascino alchemico e dal profondo significato filosofico. Abbiamo contattato l’autore di “The Black Iron Prison” (Subsounds Records) per saperne di più.

Ciao Massimo, “The Black Iron Prison” è il tuo esordio da solista, quando hai avvertito per la prima volta l’esigenza di fare qualcosa che non portasse la firma degli Zu?
Ciao. In realtà la prima uscita non Zu che ho fatto credo sia del 2000, con i Dogon, quindi subito a cavallo del primo album Zu. Da allora ho pubblicato qualcosa come 18 album con Zu e più di 50 in varie formazioni parallele. E’ stato sempre un senso di curiosità reciproca verso le altre persone con cui ho lavorato a stimolarmi. Poi piano piano nella mia ricerca ha iniziato a venir fuori un suono che poteva esistere anche da solo, si è rafforzato ed affinato negli ultimi anni e continua ad evolvere.

Particolare il titolo, pare quasi che saltate le catene ti legavano agli Zu, tu ti sia ritrovato in una prigione d’acciaio nero! Immagino che la mia sia una ricostruzione fantasiosa, mi può spiegare tu il vero significato del nome del disco?
Il titolo deriva da una visione espressa da Philip K Dick nella sua trilogia Valis. La Black Iron Prison è un sistema di controllo globale onnipervasivo. Non ne vedi le tracce nel mondo che ci circonda? Valis è un acronimo per vasto sistema vivente di intelligenza artificiale. Calcola che Dick scriveva di queste cose a fine anni 70, Valis fu pubblicato nel’81. E diceva chiaramente che per lui la fantascienza era solo un modo efficace di trasmettere quello che vedeva. Spero che questo invogli qualcuno a leggerlo!

A conti fatti, credi che questa esperienza da solista ti abbia fatto crescere come musicista o il tuo cammino formativo era già concluso e questo n’è l’apice?
Assolutamente no, non credo che per me nulla e nessun luogo sia l’apice. E’ una percorso formativo come lo chiami tu, continuo e virtualmente infinito. Come diceva Coltrane ci sono sempre nuovi suoni da trovare e nuove storie da raccontare, basta pulire lo specchio. A conti fatti, non ci sono nemmeno conti fatti.

Ti senti un innovatore?
Non mi vedo in quel modo. Non credo all’innovazione per sé come un valore, quindi ti risponderei di no.

Come dicevi prima, chi ha sicuramente innovato il proprio settore di competenza, anticipandone anche alcune tematiche stilistiche e contenutistiche è Philp K. Dick, cosa ti ha spinto a musicare alcune delle sue novelle? E credi che ci sia un filo conduttore tra le vostre opere?
L’unico filo conduttore può essere quello che considero Dick un maestro e anche, perdonami il parolone, un profeta. Lo puoi leggere come intrattenimento e non c è nulla di male, oppure puoi lasciare che l’ universo dickiano ti insegni a ripensare il tutto, come potrebbe fare un grande filosofo antico.

In questi anni hai collaborato con alcuni grandi nomi del rock come Mike Patton (Faith No More), Buzz Osborne (The Melvins) Thurston Moore e Jim O’ Rourke (Sonic Youth), Stephen O’ Malley (Sunn O)))) , Joe Lally , Guy Picciotto (Fugazi), Damo Suzuki (Can), Eugene S. Robinson (Oxbow), Steve MacKay (The Stooges), cosa ti è rimasto di queste esperienze che poi hai sfruttato per questo disco?
In qualunque cosa fai, se è fatta col cuore al posto giusto, ti rimane qualcosa dentro. A volte impari, a volte impari cosa non fare, a volte assorbi, a volte dai. Ma questo non può essere relegato solo alla fama delle persone con cui collabori. Non ho mai pensato in questi termini. Ogni volta collaborare era davvero una spinta comune, spesso nata dall’ amicizia e proiettata verso un lavoro, un suono, una visione o una storia da raccontare. Ma sicuramente ho imparato altrettanto sul suono passando circa sei mesi da solo col fonico degli Zu (e mastermind dei Lento) Lorenzo Stecconi ad assemblare e ricomporre tutte le parti del nostro album “Jhator”. E in tantissimi altri incontri grandi e piccoli lungo la strada.

Però per “The Black Iron Prison” hai deciso di fare tutto da solo, non ricorrendo ad ospiti, scelta conscia o inconscia?
Il tema di questo lavoro viene espresso nell’ immagine di copertina, l’ alchimista, solo (anzi a ben guardare accompagnato da un corvo nero) che medita sulla Nigredo. Esprime dei processi interiori che avvengono in solitudine e che solo in solitudine potevano essere messi su nastro.

Se le cose dovessero sistemarsi, porterai il disco dal vivo ed, eventualmente, ti farai accompagnare dai dei musicisti?
Sì. ho già presentato un live di “Black Iron Prison” al Romaeuropa Festival di quest’ anno. Ovviamente è un solo, anche se accompagnato da vicino sempre da Lorenzo Stecconi al mixer, che ha un gran lavoro a seguire tutto quel che succede.