Old Bridge – To Hell and back!

Il metal classico è vivo e vegeto. Il metal classico italiano, forse, anche di più. Gli Old Bridge hanno tirato fuori un lavoro, “Bless the Hell” (auto-prodotto con distribuzione Black Widow Records), che ha messo d’accordo tutti gli amanti dei suoni più tradizionali. Incuriositi dalla bontà di questo disco, abbiamo contattato la cantante Silvia Agnoloni.

Ciao Silvia, il vostro nome – un chiaro tributo alla città di Firenze – attualmente, se non erro, è al centro di una disputa con alcuni ex membri del gruppo: ti andrebbe di fare chiarezza su questo aspetto e presentare l’attuale line up della band?
Oltre due anni fa, con la fuoriuscita di uno dei membri della band, fu preso il preciso accordo con cui il gruppo composto dagli altri quattro membri, che avrebbe portato avanti il progetto musicale, avrebbe anche, ovviamente, mantenuto il nome originale. Poco dopo, però, questa persona ha riformato una propria band riprendendo lo stesso nome e questo, chiaramente, ha generato in un primo momento un po’ di confusione tra i  nostri follower. Non tutti, infatti, sapevano della divisione e quindi risultava difficile attribuire correttamente le varie produzioni musicali realizzate da ciascun gruppo. E’ una situazione che comunque adesso si è abbastanza normalizzata, perché in questi due anni abbiamo fatto percorsi professionali molto diversi, e questo è sempre più evidente, ancor più adesso che siamo in procinto di realizzare il secondo album. In ogni caso, dispute non ce ne sono:  il nome non è rivendicabile da nessuno in quanto riferito ad un monumento artistico e quindi di uso comune. Lasciamo che siano i percorsi professionali a fare la differenza. Riguardo l’attuale line up, ci sono alcuni cambiamenti rispetto alla formazione che ha realizzato il disco che annunceremo a breve, adesso che siamo in procinto di riprendere l’attività live. Punti fissi della band restano io, alla voce, e Shinobi, al basso, a cui si è aggiunto Alessandro Berchicci Soave alla chitarra solista e ritmica.

Il vostro sound mi sembra ben bilanciato tra elementi che si rifanno alla NWOBHM e alla scena epic americana. Questa miscela poi viene riletta in chiave italiana. Sei d’accordo con me?
Sinceramente non abbiamo un riferimento preciso a cui rifarci, perché ognuno di noi ha portato nel gruppo la propria lunga esperienza e con essa i propri gusti, che per forza di cose hanno influenzato in modi diversi il nostro sound. Fin da subito abbiamo deciso di non limitare o etichettare il sound del gruppo, ma di seguire quella che è l’ispirazione del momento. Pertanto nel disco si trovano tanti richiami a generi diversi, compresi appunto il NWOBHM e l’epic americano, ma cercando sempre di mantenere una forte impronta italiana, che ci deve essere perché siamo rappresentanti del metal italiano, una realtà che fatica a farsi conoscere, eppure estremamente valida. L’italianità si trova soprattutto nei testi e nelle atmosfere ispirate alla Divina Commedia, nonché nei richiami a gruppi della nostra tradizione come Death SS e Sabotage; l’influenza americana, invece, emerge nella potenza del suono, da cui non si può prescindere: facciamo metal, non pop!

Ammetto che non ho una particolare passione per le voci femminili del metal odierno, preferisco maggiormente quelle più rudi come quella tua, Silvia, che mi ricorda Doro o Leather Leone, dalle quali però ti distingui per delle influenze bluesy che gli altri due nomi da me citati non hanno. Forse la tua ugola è uno degli elementi che maggiormente caratterizzano e rendono unica la vostra proposta. Che ne pensi?
L’accostamento a nomi come Doro e Leather Leone mi rendono particolarmente orgogliosa ed emozionata, trattandosi di due donne simbolo del metal che hanno aperto la strada anche alle altre che poi si sono cimentate in questo genere. Riguardo alla particolarità della timbrica della mia voce, penso che non sia dovuta solo a caratteristiche naturali, ma anche alle mie esperienze musicali che hanno spaziato fra tanti generi differenti, oltre a quello metal, e che ho avuto modo di  sperimentare. Ecco il perché della venatura rock blues che persiste e che fortunatamente è diventata un tratto di originalità. Ritengo, però, che la singolarità delle nostre canzoni, prima ancora che dalla peculiarità della mia voce, sia data dai testi: sono testi pensati, ricercati, con un intento ben preciso. In essi racconto le mie riflessioni, le mie inquietudini e tutta la emozionalità propria di ogni essere vivente. Ecco, vorrei che fosse questo il punto di forza della nostra produzione musicale.

Qual è il ruolo della donna oggi nel metal, ambiente storicamente prettamente maschile salvo alcune eccezioni?
Intorno agli anni ’80 è innegabile il predominio della  voce maschile nel metal, e il ruolo della donna pareva relegato quasi a quello di groupie; non mi sento di dire che la responsabilità di questo sia da attribuire solo ed esclusivamente agli uomini o alla mentalità che si era sviluppata. Ritengo che le donne stesse per tanto tempo non abbiano avuto il coraggio o non si siano sentite in grado di proporsi al pubblico e così siano rimaste nell’ombra anche per propria scelta. La Musica dovrebbe andare sempre oltre la distinzione di genere; non esiste musica maschile e musica femminile, ma esiste “buona musica” che sia gli uomini che le donne possono realizzare. Personalmente non ho mai avvertito la sensazione di venire accettata con delle riserve in quanto donna, anche se una volta, dopo un concerto, un ragazzo mi avvicinò e nel complimentarsi mi disse “Sei proprio brava, canti come un uomo!” [ridendo]. Ma è innegabile che una discriminazione ci sia stata; col tempo le donne si sono ricavate un loro spazio diventando protagoniste nel metal symphonic o gothic; più recentemente abbiamo assistito ad un’inversione di tendenza per cui troviamo molte donne che si cimentano nel growl, tecnica vocale che rende il risultato canoro quasi indistinguibile fra i generi. A mio parere anche seguire questa tendenza, quasi di massa, è un limite alle reali potenzialità vocali di un’artista, perché se prima la donna era limitata nell’ambito del semi-lirico, lo stesso avviene col growl, senza osare mai nelle tonalità più rock. E mi chiedo, perché no?! Potrei dire loro che è ora di far… sentire la nostra voce!

Altro elemento che mi ha colpito in “Bless the hell” sono le tastiere di Beppi Menozzi. Quale credi che sia stato il suo apporto alla riuscita del vostro disco?
Il grande Beppi Menozzi, tastierista de Il Segno del Comando e degli Jus Primae Noctis, e soprattutto amico, ha dato un contributo importantissimo al nostro disco. In realtà noi siamo nati come gruppo con due chitarre ritmico/soliste e quindi la tastiera diventava un surplus che poteva rischiare di saturare troppo i pezzi. La scelta, invece, si è rivelata vincente, perché lui, con quel suo gusto prog, ha saputo dare un tocco molto originale e quel qualcosa in più ad ogni brano. Pur non trasformandosi in uno strumento fondamentale, la tastiera ha dato un contributo importante alle canzoni donandogli personalità. Col senno di poi, avremmo voluto le tastiere un po’ più alte sul disco, ma abbiamo avuto un po’ paura perché era la prima esperienza in tal senso e non sapevamo prevedere il risultato. Ma il lavoro fatto da Beppi è veramente bello, e infatti porteremo le tastiere nei prossimi live usando le basi perché i pezzi siano più completi. In tante canzoni danno veramente quel sound, quell’atmosfera caratteristica che le chitarre e gli altri strumenti da soli non riescono a creare. D’altronde non è una tastiera qualunque, è la tastiera di Beppi Menozzi!

Parliamo più nel dettaglio di “Bless the Hell”, come e quando è nato?
La storia di “Bless the Hell” è particolarmente travagliata! Basti dire che per registrare il disco sono occorsi due anni, due anni in cui ci sono stati cambiamenti di line up, registrazioni, ri-registrazioni, aggiunte, epurazioni e cambiamenti vari. I pezzi sono nati nell’arco di sei anni e naturalmente quelli che compongono l’album sono solo una parte di tutti i brani realizzati, abbiamo fatto una scelta. Quest’album era già pensato dal 2014, anno in cui uscirono i primi due promo  (“Rage in Paradise” e “The Time of Dream”). Le registrazioni del disco sarebbero dovute iniziare di lì a poco, ma per una serie di vicende sono state rimandate molte volte, al punto che sono iniziate alla fine del 2017. Questa “gestazione” così lunga forse ha generato canzoni che ad un primo ascolto possono sembrare scollegate fra loro, ma in realtà hanno uno storytelling comune molto forte, raccontano un percorso ben preciso,ovvero la discesa nel proprio inferno personale: ogni canzone rappresenta uno scalino verso quella discesa, un confronto con sé stessi. Probabilmente “Bless the Hell” è un disco un po’ particolare anche per i tempi di realizzazione così lunghi, così dilatati. Una canzone pensata sei anni prima, sul disco è risultata inevitabilmente diversa da come è nata. Quasi sicuramente se lo registrassimo nuovamente adesso, i pezzi subirebbero altre modifiche, ma è il momento di andare oltre, abbiamo tanta voglia di fare cose nuove ed è a queste che ci stiamo dedicando.

 “Angels Could Cry” e “Old Bridge” sono le due canzoni che ho maggiormente apprezzato, ti andrebbe di parlarmene?
“Angels Could Cry” è una canzone molto importante, direi fondamentale per quest’album. Nonostante sia un pezzo che esce abbastanza dagli schemi, sia come sound che come costruzione della struttura, posso constatare che sta ricevendo molti consensi. Come già detto, l’album parla dell’inferno personale di ciascuno e pertanto va a toccare varie sfaccettature della fragilità umana. In particolare, in “Angels Could Cry” si parla della dipendenza che può essere generata da vari fattori, non unicamente alcool o droghe, ma anche da qualcosa di più profondo, più mentale. Ogni forma di dipendenza è sbagliata, ogni forma di dipendenza genera una sofferenza interiore, ogni forma di dipendenza è talmente forte da poter far cadere e piangere chiunque, persino un angelo. Nell’immaginario comune, gli angeli sono quelli che ci disegnano da bambini: figure pure, bianche, intatte e alate, senza catene, superiori a noi. In “Angels Could Cry”,invece, vengono umanizzati e quindi diventano insicuri, corrotti, suscettibili anche loro alle nostre fragilità e di conseguenza sofferenti al punto di arrivare a piangere. Il pianto degli angeli è qualcosa fuori dalla nostra concezione dell’ordinario; colpisce proprio perché questi esseri vengono ritenuti superiori. Ma se anche un angelo può piangere, significa che proprio nessuno è esente dal cadere sotto le debolezze umane. Questo dovremmo ricordarci sempre, non solo per non ritenerci infallibili, ma anche per avere rispetto di chi precipita nell’inferno della dipendenza, di qualsiasi genere essa sia. Dal punto di vista musicale, c’è una particolarità nel ritornello, in cui abbiamo inserito un coro in tonalità baritonale. Ne è venuta fuori un’atmosfera molto sepolcrale, scura, malata anche, che penso sostenga bene l’argomento della canzone. Con “Old Bridge”, invece, si va indietro nel tempo, perché si tratta di un brano storico che qui viene proposto in una veste nuova: tributo a Firenze, al suo Ponte Vecchio e al Sommo Dante, con una delle sue citazioni più famose, pronunciata proprio sulle rive di un altro fiume fondamentale quale l’Acheronte, punto di passaggio fra il mondo dei vivi e gli Inferi. Nella mia visione, il mondo dei vivi e dei morti si fonde e si confonde, e coloro che attraversano il Ponte Vecchio per dirigersi verso gli Inferi non sono tanto i turisti che da tutto il mondo vengono ad ammirare il monumento; anzi, la bellezza di quest’opera serve da contrasto con lo squallore della vita dei più poveri, dei diseredati, dei derelitti, di coloro che vorremmo non vedere, che cerchiamo di ignorare. Sono loro che camminano su quel ponte dirigendosi verso il proprio inferno: vivi già morti per molti, come sigilla la frase finale “Noi stiamo morendo nella realtà”.

Il vostro nome non è l’unico tributo alla città di Firenze, il disco è un concept ispirato all’opera di Dante Alighieri. Già altre band in passato hanno trattato l’argomento. In cosa si distingue la vostra disamina del suo Inferno rispetto a quella degli altri?
Essendo tutti fiorentini e amanti del periodo che sta a cavallo fra il Medioevo e il Rinascimento, non potevamo essere indifferenti ad un’opera come la Divina Commedia ed in particolar modo alla sua prima parte, quella che parla dell’Inferno, che è sicuramente quella più forte, quella più intensa. Dante compie un viaggio attraverso l’Inferno che lo porta a confrontarsi con tutte le debolezze umane, e durante il suo percorso viene travolto da un carico di emozioni e reazioni altrettanto umane: paura, pietà, misericordia, compassione, ma anche sdegno e rabbia. Nel ‘300 il suo genio ha concepito e realizzato un’opera grandiosa ed anche coraggiosa, tant’è che gli è costata l’esilio. Per noi è un onore poterci ispirare a lui e mettere in alcuni momenti del disco chiari richiami che consistono non solo nelle parole riportate dalla Divina Commedia, ma anche cercando di ricreare ambientazioni simili. La copertina stessa del disco (opera di Paolo Puppo dei Will’O’Wisp), vede Dante in procinto di attraversare il portone degli Inferi da cui emergono demoni contorti. I suoi demoni. La differenza dagli altri gruppi che hanno tratto ispirazione dall’opera dantesca forse è proprio questa: il fatto che noi non ci fermiamo all’aspetto esplicito dell’Inferno, a Satana, alla dannazione. A noi quello che  interessa è la parte umana del Sommo Poeta e il viaggio che compie dentro di sé. E’ in questo Dante così umano che ci riconosciamo. Chiunque ascolti “Bless the Hell” è spinto a compiere lo stesso viaggio: entrare nel proprio inferno così come ha fatto lui, che si è addentrato nelle proprie debolezze, vi si è trovato faccia a faccia, le ha affrontate, ha cercato una soluzione ed è andato avanti in qualche modo “a riveder le stelle”. Un’opera di riscatto fondamentale che ci porta, infine, a benedire quell’inferno che ci ha resi quel che siamo adesso. Alla luce di tutto questo, penso che la nostra visione dell’Inferno dantesco ne esca più positiva, più costruttiva, meno limitata all’aspetto prettamente coreografico.

A livello tematico la vostra toscanità ha influenzato l’opera, ma credi che questo si esplichi in qualche modo anche nel vostro sound?
A livello di sound, in realtà, c’è stata una certa ricerca di quelle che potevano essere alcune sonorità e alcune strutture ritmiche del Medioevo e del Rinascimento. Ci sono dei punti in cui questa cosa si fa più evidente. La chiusura e anche l’inizio di “Bless the Hell” ne sono un esempio. Nell’intro di “Old Bridge”, una chitarra dal suono pulito quasi “liutistico” che si intreccia con una celesta, e quella marcetta che chiude la canzone, rimandano fortemente a quelle sonorità proprie di una Firenze a cavallo fra il Medioevo e il Rinascimento. In futuro probabilmente, oseremo di più attingendo nuovamente alle nostre radici. Guardando invece la realtà musicale toscana più recente, è chiaro che nel nostro sound si è trasferito anche tutto ciò che ci hanno insegnato i grandi gruppi con cui siamo cresciuti, fra cui i già citati Death SS e Sabotage, senza dimenticare la Strana Officina o i Dark Quarterer e tutti coloro a cui dobbiamo riconoscere il merito di aver aperto una strada non solo al metal toscano, ma a quello nazionale.

E’ tutto, a te la chiusura.
Fra le tante vicende avverse che ci sono capitate abbiamo avuto anche quella del Covid: il disco è uscito l’11 Gennaio del 2020 e di lì a poco c’è stata la chiusura di tutto. Quindi, con tanti concerti per l’Italia per promuovere l’album, con la collaborazione con la Black Widow appena avviata, siamo stati costretti a fermarci; anche se non del tutto, perché intanto abbiamo lavorato sui pezzi nuovi. Nonostante sia mancata tutta questa possibilità di presentare live il disco, fortunatamente sta andando abbastanza bene, ma ci manca il palco. A me particolarmente manca la possibilità di “raccontare” le mie storie, a tal punto che questa è diventata quasi una sofferenza fisica. Adesso sembra che ci sia il modo di ripartire con i concerti dal vivo e abbiamo già qualche data. Spero che la gente abbia ancora voglia di scoprirci, di ascoltarci e di apprezzare il nostro lavoro. Come già detto, nel frattempo stiamo lavorando all’album nuovo e sono molto contenta dei presupposti. Anche questo sarà un concept album, di cui non anticipo nulla per non rovinare la sorpresa, ma sarà qualcosa che seguirà con una nuova tematica, sempre profonda, sempre riguardante il proprio percorso interiore, le linee del primo “Bless the Hell”. Concludo con un invito rivolto a tutti ad ascoltare il metal italiano, che ha tanto da dire. Ci sono tante belle realtà da valorizzare, non limitatevi ai gruppi stranieri. Anche noi in Italia sappiamo fare Musica, sappiamo fare Metal. E lo sappiamo fare bene.

Il Segno del Comando – Il volto della paura

Il “Volto Verde” è un grande album. Anzi un grandissimo album. Tornanti a sorpresa sul mercato, Il Segno Del Comando hanno piazzato il terzo colpo vincente della propria carriera, ormai legata inesorabilmente alle sorti dell’eminenza grigia del progetto: Diego Banchero.

Ciao Diego, innanzi tutto complimenti per il nuovo il “Volto Verde”. Quando hai capito che era arrivato il momento di dare un successore a “Der Golem”?
Il periodo di inattività successivo all’uscita di “Der Golem” è stato molto lungo, ma negli anni non si è mai smesso di discutere relativamente alla possibilità di uscire con un nuovo album. Fin da subito si erano ipotizzate nuove relise ed era anche stato svolto del lavoro (almeno sulle musiche e le parti grafico-pittoriche) seguendo l’ispirazione delle opere letterarie individuate per eventuali concept e studiate approfonditamente. Tuttavia, a poco a poco, ognuno dei vecchi componenti intraprese nuove strade artistiche o smise semplicemente di dedicarsi alla musica in maniera continuativa. Gli amici della Black Widow Records, che hanno spesso cercato di riportarci in studio dimostrando sempre un grande attaccamento al progetto, hanno insistito molto negli anni perché ne prendessi in mano da solo le sorti; visto che l’ipotesi di una reunion del nucleo compositivo storico si era dimostrata inattuabile. Mi ci è voluto un po’ di tempo per elaborare questa idea. I dubbi sono stati molti, ma poi ha prevalso l’amore per Il Segno del Comando e ho deciso di ripartire. A quel punto io e Massimo Gasperini abbiamo iniziato a contattare molti musicisti svolgendo un lavoro certosino per formare una nuova line up. Nel frattempo, ho iniziato a scrivere i brani e tutto è venuto molto più spontaneo del previsto. Ci siamo comunque presi tutto il tempo necessario per sperimentare con calma e provare più soluzioni. Per dare un riferimento temporale che risponda alla tua domanda, direi che la decisione di ripartire sia stata presa nel 2009.

Ancora una volta hai scelto una novella di Gustav Meyrink, già autore del Golem per costruire il concept su cui verte l’album. Cosa ha di tanto particolare questo scrittore?
Ciò che ha stimolato e che tiene vivo il mio interesse per i suoi scritti da molto tempo è da ricercarsi principalmente in un aspetto: l’attualità. E’ infatti straordinario per me notare come le sue analisi abbiano resistito al passare del tempo. Queste, come del resto le sue critiche sociali, restano valide anche per i giorni attuali e, le sue soluzioni, se comprese, risultano addirittura innovative ed efficaci per la nostra epoca (in cui si assiste al fallimento più o meno generalizzato di tutte le ricette prodotte per salvare il genere umano dal proprio declino). Anzi, il comprendere la sua opera, può addirittura aiutare ad individuare gravi pericoli che si annidano nelle concezioni metafisiche che hanno accompagnato l’umanità nei millenni e che sono tuttora imperanti o quantomeno molto influenti. Le sue concezioni possono essere di aiuto all’uomo nel tentativo di liberarsi dalle schiavitù mentali che lo rendono impotente evitandogli di attivare le proprie risorse creative interiori. Nei suoi scritti, sono presenti critiche al pensiero borghese, a visioni politiche e attitudini sociali pericolose e anche a determinate dottrine religiose ed esoteriche che spingono verso l’abisso. Le sue opere evidenziano una tendenza alla ricerca che ha lo scopo di portare ad una profonda conoscenza di sé stessi; come prerequisito fondamentale per avvicinare l’individuo ad una condizione di illuminazione (o risveglio). Chi non riesce o non vuole compiere questo percorso di crescita rischia di restare a far parte della massa formata da coloro che vivono in una condizione molto simile a quella del sonno.
Meyrink ha attirato l’interesse di molti illustri pensatori del ‘900 proprio grazie alla profondità del suo pensiero e questo è dovuto al fatto che egli fosse un precursore di idee e visioni all’avanguardia.

Il vostro nome trae origine da un noto sceneggiato trasmesso dalla Rai nei primi anni 70. Il romanzo omonimo è opera di Giuseppe D’Agata, quali credi che siano i punti di contatto tra l’autore italiano e quello austriaco?
Il filo rosso che ci ha spinto ad occuparci di questi due autori (così lontani tra di loro) è da ricercarsi in un retaggio culturale del vecchio continente che in qualche modo abbiamo cercato di recuperare. D’Agata, con il suo romanzo e con il serial de Il Segno del Comando di cui è stato anche lo sceneggiatore, ha rappresentato uno degli esponenti di una italianità geniale via via venuta meno per lasciare il passo al progressivo appiattimento qualitativo cui oggi assistiamo. Noi veniamo principalmente dagli anni 70-80 e abbiamo assistito alla nascita dell'”arte spazzatura” che ha preso progressivamente il posto precedentemente occupato da pagine memorabili della nostra cultura nazionale. Ebbene D’Agata è sicuramente uno degli artefici della magica epoca che ha preceduto il break down che ha originato l’impoverimento che oggi caratterizza per lo più il mainstream di musica, cinema, arte e televisione. In sostanza, noi ragazzi delle “paludi nichiliste” degli anni ’80, abbiamo sentito la necessità di salire su una zolla di terra salvatasi dai fanghi per compiere a ritroso un percorso di recupero delle tradizioni del nostro continente. Dopo un primo viaggio fino ai confini della memoria per ritrovare le suggestioni della nostra infanzia (ovvero quelle della tv in bianco e nero), abbiamo sentito l’esigenza di spingerci oltre e cercare radici più profonde. Qui è venuto l’interesse per tutta una serie di autori tra cui Meyrink. Quindi in realtà i punti di contatto, più che da ritrovare nel contenuto degli scritti di questi due autori, sono da ricercare nelle associazioni compiute dalle nostre menti spinte dalla volontà di riscoprire le proprie origini.

E’ stato difficile tradurre in versi l’opera e, soprattutto, è nata prima la parte musicale o quella lirica?
Come avviene quasi sempre nel mio modo di lavorare, è nata prima la musica. Solitamente, prima strutturo delle composizioni abbastanza complete con una idea definita di pulsazione ritmica, di armonia, melodie principali e contrappunto e solo dopo scrivo i testi. Anche in questo caso ho proceduto in siffatto modo. Non ho avuto grosse difficoltà nel tradurre in versi l’opera. Anche perché questa mi era entrata dentro in maniera molto forte.

I testi denotano una cura particolare per il lessico utilizzato, caratteristica che ho riscontrato anche nei tuoi lavori con gli Egida Aurea. Da cosa nasce questa tua volontà di utilizzare termini molte volte desueti?
La ricerca lessicale (se ce n’è stata una) che è alla base del mio approccio lirico si basa sul fatto di sfruttare termini che da soli diano vita ad una costellazione di associazioni mentali stimolando l’immaginazione dell’ascoltatore. Questa caratteristica, che fin da bambino ho rilevato in autori come De Andrè, mi ha sempre affascinato e ho cercato di farla mia. Inoltre, c’è anche la volontà di non collocarsi in un’epoca precisa dal punto di vista narrativo. Solitamente la tendenza odierna è quella di adottare degli “slang” quando si scrivono i testi. Questi slang sono fortemente legati all’epoca storica in cui sono stati prodotti. Io non voglio uniformarmi a questo approccio, ma preferisco piuttosto mantenere aperto un continuum spazio-temporale con il passato. Un passato in cui la lingua stessa era più ricca (o forse semplicemente meno contaminata da tendenze imposte da un mondo globalizzato). Anche l’utilizzo di termini ormai meno diffusi è dovuto all’efficacia di alcune di queste parole nel centrare determinati concetti. Nonostante ciò, cerco di mantenere una buona fruibilità sia nella musica che nei testi. Non mi interessa compiacere pochi intellettuali, ma semmai aprire nuove vie che la persona media possa riscoprire come alternative a quanto viene imposto dai canali ufficiali.

In alcuni pezzi ho riscontrato delle influenze Egida Aurea, come per esempio nel brano d’apertura. E’ una mia impressione o quell’esperienza ha in parte condizionato il processo creativo de Il Volto Verde?
Egida Aurea è stato il primo progetto in cui (stufo di dover dipendere dall’aiuto di altri e spinto dalla necessità di non ritrovarmi ridotto all’immobilità) mi sono messo a curare i testi. Prima non me n’ero mai occupato e avevo sempre preferito delegarne la realizzazione ad altri. E’ in questo progetto che è nato il mio modo di scrivere. Chiaramente cambiano le tematiche, ma l’impronta resta e forse questa impronta si fa evidente in ogni mio disco. Non nascondo però che ne Il Volto Verde c’è anche una sorta di evoluzione di concetti e pensieri, già sviluppati con Egida Aurea, volta ad approfondirne le dimensioni esoteriche.

Come è stato lavorare a un album del Segno senza Mercy?
E’ stata chiaramente una esperienza molto strana (almeno inizialmente). Non posso negare questo. Però nel contempo mi ha permesso di compiere un percorso di crescita che non è privo di soddisfazioni e di sensazioni positive. In questi anni grazie a tutti i progetti che ho seguito (di cui Il Volto Verde rappresenta ad oggi lo scalino conclusivo) sento di avere sviluppato una maturità che mi fa sentire molto bene dal punto di vista artistico.

In compenso sul disco compaiono una miriade di artisti sia come componenti effettivi della band sia come ospiti. In base a quale criterio hai scelto le persone con cui collaborare?
Il Segno del Comando è sempre stato un gruppo soggetto a cambi di line up (forse su questo ha influito anche il fatto che fino ad oggi sia rimasto un progetto esclusivamente da studio). Per quanto riguarda la scelta di alcune star che sono comparse nel disco, posso dire di aver seguito semplicemente i miei desideri di fan onorato di accogliere alcuni tra i musicisti che ritengo miei maestri (come ad esempio Gianni Leone e Claudio Simonetti). Ho poi invitato altri esponenti della scena italiana ed internazionale per i quali nutro una grande ammirazione (Paul Nash, Freddy Delirio, Martin Grice, Sophya Baccini) ritenendo che, grazie alle loro capacità personali e al loro stile, avrebbero arricchito di molto il disco; e così è stato. Per il resto la scelta è stata dettata semplicemente dalle caratteristiche musicisti. Non è semplice entrare nel mood di questo progetto e quindi è stato necessario selezionare chi aveva le attitudini adatte a renderne al meglio le sonorità.

La butto là: vi vedremo mai dal vivo? Magari con una rappresentazione teatrale…
Sì, è mia intenzione portare Il Segno del Comando dal vivo. Sto infatti lavorando alla definizione di una line up stabile che oltre ai concerti si occupi dei prossimi capitoli discografici. A breve entreremo in sala prove e stiamo già pianificando una prima uscita indicativamente per il prossimo autunno.

Piccolo passo indietro: tempo fa mi è capitato di recensire l’album “TRE” dei Pierrot Lunaire, disco che conteneva degli inediti della band oltre che una sorta di appendice tributo. Voi vi avete partecipato con “Lady Ligeia”: cosa ricordi di quell’esperienza?
Ricordo che quell’esperienza ha rappresentato un test importante in vista di realizzare Il Volto Verde. Abbiamo suonato tutto io e Roberto Lucanato. Ho realizzato un arrangiamento per basso e chitarra di una composizione che in origine era per pianoforte. Inoltre, mi sono concesso un ruolo melodico/tematico lasciando emergere il bassista che è in me e che ultimamente è messo sempre più da parte per lasciare spazio al compositore.

In conclusione mi sembra fuori luogo chiedere a una band come la tua quali siano i progetti futuri, lontani come siete da certe logiche, credo che dovremo aspettare un bel po’ prima di vedere del nuovo materiale. Per questo ti chiedo quali sono quelli di Diego Banchero, magari un insperato ritorno dei Malombra?
Voglio fare in modo che l’attività de Il Segno del Comando diventi più regolare e raggiunga un livello prioritario. Negli anni ho sofferto molto a causa dei periodi di inattività della band. Chiaramente non voglio trascurare né gli altri miei gruppi (Ballo delle Castagne, Egida Aurea) né collaborazioni che sono per me molto stimolanti (Blooding Mask, ZSP, Lupi Gladius). Queste stanno procedendo ed abbiamo agende piene di progetti e impegni. Con gran sicurezza posso dire invece che non ci sarà un ritorno di Diego Banchero con Malombra. Questa la vedo come un’ipotesi praticamente impossibile da verificarsi.

Grazie di tutto, a te la chiusura
Voglio utilizzare questo ultimo spazio per ringraziare te e la redazione per averci accolto su Raw and Wild.

Intervista originariamente pubblicata su www.rawandwild.com nel 2014 in occasione dell’uscita de “Il Volto Verde”.
http://www.rawandwild.com/interviews/2014/int_ilsegnodelcomando.php