Déluge – Inner self

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

Rompere le barriere dei generi non è mai facile, ma François-Thibaut Hordé con i suoi Déluge ci sta provando. Il nuovo Ægo Templo(Metal Blade) è un altro passo in questa direzione.

Benvenuto François, quando hai intitolato il tuo album di debutto “Æther”, avevi già deciso che anche il secondo sarebbe stato chiamato con una parola che iniziasse per Æ?
Ciao, bella domanda. Non era affatto pianificato. Ad essere onesti, non avevo intenzione di fare un secondo album quando ho registrato il primo. Ma il significato di quel “Æ” è venuto da solo e credo che rimarrà per molto tempo.

Com’è stato il tuo processo di scrittura per “Ægo Templo”? Hai creato prima le basi ritmiche e ti sei basato su di esse o hai scritto le melodie e ci hai costruito le canzoni attorno?
Inizio sempre con una melodia sulla mia chitarra, poi arrangio gli altri strumenti e l’energia primitiva della creatività fa il resto.

Hai detto: “Volevo approfondire qualcosa andasse verso ‘l’easy listening’, ma non volevo neanche perdere quello che avevamo, quella malinconia che è l’essenza della nostra musica”. Perché vuoi dedicarti a qualcosa di più “facile scolto”? Sei stanco della musica estrema?
In un certo senso sì. Comunque ascolto musica estrema ma deve essere innovativa, ben fatta ed… estrema. Ascolto molto di più altri generi e mi piacerebbe rompere i confini del metal come fanno altre band.

La tua collaborazione con Tetsuya Fukagawa delle leggende giapponesi screamo Envy e con Hélène Muesser è un passo verso questa musica di facile ascolto?
Mi aspettavo che Tetsuya si dedicasse quasi solo canto, che è poesia, anche se trovo il risultato finale assolutamente magnifico. Hélène porta una forza incredibile con la sua bellissima voce femminile, ma non credo che né lei né Tetsuya rendano l’ascolto della nostra musica più facile. Penso che la struttura in sé della canzone lo sia.

Tetsuya Fukagawa e Hélène Muesser in questo nuovo album, Neige degli Alcest ha fatto un’apparizione come ospite nel vostro primo full lenght: se potessi scegliere, fuori o nella scena black metal, con chi collaborare, chi sarebbe?
Ho migliaia di idee sulle collaborazioni ma mi piacerebbe fondere generi diversi che non dovrebbero normalmente coesistere, senza che però il risultato finale diventi grottesco.

La mia traccia preferita dell’album è “Opprobre”, che mi dici questa meravigliosa canzone?
Grazie. Fatto divertente, questa è la prima canzone che ho scritto per questo album ed ha già di tre anni. Questa canzone parla del tradimento. “Opprobre” in francese è la punizione definitiva che riceve un traditore dai membri della sua comunità quando questa viene tradita.

Dopo il tuo accordo con la Metal Blade, hai notato un crescente interesse intorno alla band?
Assolutamente, le risorse di comunicazione e strategia della Metal Blade sono enormi. Volevo che i Déluge fossero più presenti sulla scena internazionale con il nuovo album e sta già funzionando.

Sulla tua pagina Facebook, sotto la voce genere, c’è scritto “Untrve French Black Metal”: perché vuoi prendere le distanze dalla scena black metal del tuo Paese?
Si tratta più di onestà. Ho scoperto il BM molto tardi, non volevo giocarmi la carta “trve” perché non è quello che facciamo.

Quali sono i tuoi obiettivi a lungo termine con la band?
Voglio fare con il black-metal quello che i Gojira hanno fatto con il death.

La tua playlist per il lockdown?
Principalmente il cantante francese Alain Bashung, poi Drab Majesty, Sonny Rollins, Miles Davis, Solstafir, Madrugada, Pg.lost.

Breaking the barriers of genres is not easy, but François-Thibaut Hordé with his Déluge is trying to do this. The new Ægo Templo(Metal Blade) is another step in this direction.

Welcome, when you entitled your debut album “Æther”, had you already decided that the second one would be named with a word beginning for Æ?
Hello, nice question. It was not planned at all. To be honest, I was not planning to do a second album when I recorded the first one. But the meaning of that “Æ” came by itself and it will stick to us for a long time I guess.

What was your writing process like for “Ægo Templo”? Did you create scratch beats and build upon them, or did you write the melodies and build songs around them?
I always start with a melody on my guitar, then I orchestrate the other instruments and the primitive energy of creation does the rest.

You said: “I wanted to go further into something more ‘easy to listen to’ but I really did not want to lose what we had, that melancholia and the essence of our music.” Why want you go into something more ‘easy to listen to’? Are you tired of extreme music?
In a certain way, yes. Still I do listen to some extreme music but it has to be innovative, well done, and… extreme. I listen to a lot more to other genres and I would love to break the boundaries of the metal genre as other bands do.

Your collaboration with Tetsuya Fukagawa of Japanese Screamo legends Envy and with Hélène Muesser is a step to this easy listening music?
I was not expecting Tetsuya to do almost only singing is poem even if I find the result absolutely magnificent. Hélène brings a lot of power with her beautiful female voice but I do not think her nor Tetsuya make the listening of our music more easy to listen to. I really think the writing of the song does.

Tetsuya Fukagawa and Hélène Muesser on this new album, Neige from Alcest makes an appearance as guest on your first full-length: if you could pick, out or in black metal scene, to collaborate with, who would it be?
I have thousands of ideas of collaborations but I would love to melt genres that are not supposed to, but still I do not want it to be grotesque.

My favouriti track on the album is “Opprobre”, what’s about this marvellous song?
Thanks. Funny fact, this is the first song I wrote for this album and it is already 3-year-old. This song is about treason. “Opprobre” in French is the ultimate punition you get from the members of a community by betraying a member of that community.

After your deal with Metal Blade, did you notice an increasing of interest around the band? 
Absolutely, the communication & strategy resources of Metal Blade are massive. I wanted Déluge to be more present on an international scene for the new album and it is already working.

On your Facebook page, under genre it says “Untrve French Black Metal”: why do you want to distance yourself from the black metal scene of your Country?
It is more about honesty. I discovered BM very late I did not want to play the “trve” card because this is not what we do.

What are your long-term goals as a band?
I want to do with Black-Metal what Gojira did to Death-Metal.

Your playlist for the lockdown?
Mostly French singer Alain Bashung, Drab Majesty, Sonny Rollins, Miles Davis, Solstafir, Madrugada, Pg.lost, …

Harlott – Sounds from the final age

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

Dall’italiana Punishment 18 alla Metal Blade, per gli australiani Harlott sembra giunto il momento del grande salto in avanti grazie ad Detritus of the Final Age, terzo disco pubblicato sotto l’egida della potente etichetta americana.

Benvenuto su Il Raglio del Mulo, Andrew! Potresti presentare la tua band ai lettori italiani?
Ciao Italia! Siamo gli Harlott, siamo australiani e suoniamo thrash metal. Non c’è niente altro da sapere su di noi!

Le vostre prime prime uscite sono state autoprodotte, poi siete passati sotto una major dal vostro secondo album, “Extinction”: come è cambiata la vostra carriera?
Firmare per Metal Blade ha fatto la differenza per noi in tanti modi. Abbiamo effettivamente pubblicato il nostro primo album tramite un’etichetta italiana chiamata Punishment 18, e dal secondo album in poi abbiamo lavorato con la Metal Blade. Il loro sostegno e la loro influenza hanno fatto conoscere la nostra musica a un pubblico molto più vasto e ci ha liberato da tutti quegli aspetti del business che non capiamo. Sanno dove vendere, come vendere, come promuovere e come assicurarsi che le persone si entusiasmino. Senza di loro la gente non si prenderebbe la briga di sentirci. Grazie alla portata più ampia della loro esperienza e conoscenza siamo anche riusciti ad avere l’opportunità di fare tournée all’estero e vivere una vita che ci saremmo persi senza il loro aiuto.

A metà degli anni ’90 molte persone dicevano che il thrash metal era morto, ma è ancora vivo. La scena è migliore adesso o nel 2013 quando avete pubblicato il vostro primo album?
Stranamente, spesso ci veniva detto che il revival thrash era finito quando stavamo iniziando, nonostante l’Australia avesse una scena molto attiva 10 anni fa. Riusciamo ad andare indietro di un decennio al massimo quando parliamo di tendenze, quindi penso che siamo stati fortunati in termini di tempismo. Alla fine della giostra suoniamo solo la musica che amiamo suonare, non perché desideriamo sfruttare le mode mentre vanno e vengono. Penso che il metal sia molto di più difficile da uccidere di quanto si creda, ci sono un sacco di band thrash in questi giorni che sono relativamente nuove e fanno grandi cose.

Stiamo vivendo l’età finale?
Può essere! Solo il tempo lo dirà. Potremmo essere a pochi istanti dall’apocalisse così come questa macabra situazione potrebbe andare avanti ancora per diversi anni. Suppongo che le persone siano sempre state piuttosto schifose, pertanto da sempre stiamo andando avanti verso la fine, solo che ora abbiamo metodi ottimali per farlo in modo più celere!

Avete scelto questo titolo prima dell’emergenza Covid-19?
Sì! Questo album è stato praticamente finito prima che gli effetti del Covid-19 si facessero sentire nel mondo. C’erano alcuni articoli provenienti dalla Cina, ma niente di più!

Come è nato l’album? I due nuovi membri – Glen Trayhern (batteria) e Leigh Bartley (chitarra) – sono stati coinvolti nella scrittura delle canzoni?
La scrittura delle canzoni, come avviene di solito, è partita dall’arrangiamento di cui mi occupo principalmente io, anche se in questo album abbiamo avuto alcuni ospiti coinvolti nella scrittura dei riff e dei testi. I due membri dei Battlegrave hanno scritto la traccia “Prime Evil” con poca, o nessuna, interferenza da parte mia. Mi sono innamorato del loro album di debutto e ho adorato il modo in cui hanno strutturato la loro musica, quindi li ho convinti a lavorare su qualche idea per farmi vedere come ne veniva fuori, alla fine ero piuttosto soddisfatto del risultato e per me è stato molto divertente uscire dalla mia solita routine di scrittura.

I testi sono più personali che mai, perché hai scelto questi argomenti così introspettivi?
Avevo appena vissuto alcuni momenti abbastanza significativi e pensavo che sarebbe stato un errore da parte mia non usarli come fonte di ispirazione o, quanto meno, evidenziare l’impatto che hanno avuto sulla mia esistenza. Non è qualcosa che faccio normalmente, mi ha lasciato un po’ più esposto del solito, ma sono dei testi che sono venuti fuori molto facilmente perché si basano sulle mie esperienze personali.

Hai anche reclutato il chitarrista dei Cephalic Carnage Brian Hopp per suonare alcuni assoli in “Prime Evil”, come è nata questa collaborazione?
Siamo stati in tour con i Cephalic Carnage nel 2018 e mi sono innamorato della band e dei loro singoli membri. Brian è uno dei più bravi ragazzi che io abbia mai incontrato nella mia vita ed è un musicista fenomenale, quindi volevo tanto coinvolgerlo nell’album. È stato così gentile da accontentare la mia richiesta e per questo potete trovare una chitarra assolutamente selvaggia in una delle canzoni.

Che mi racconti del movimento metal in Australia e in particolare della scena estrema?
La scena quaggiù è piccola ma fedele. È un paese molto vasto con una popolazione relativamente piccola ma ci sono fan sfegatati che vivono per il metal proprio come avviene in qualsiasi altra parte del mondo. Ogni grande città ha la sua cricca con le proprie band di ogni genere e a livello nazionale abbiamo tutti una grande rete di supporto, quindi i tour sono divertenti ma estenuanti. Dieci ore di guida tra ogni città e non si incrocia quasi nulla durante il percorso! Penso che la scena estrema sia probabilmente la nostra punta di diamante con band come i Psycroptic che fanno da guida al movimento. Tutti hanno una mentalità aperta nei confronti delmetal, per questo siamo molto esigenti.

Per l’emergenza Covid-19, qui in Europa i concerti si sono fermati. In Australia potrete suonare dal vivo le vostre nuove canzoni?
Non saliamo su un palco da febbraio e i concerti sono ancora off-limits, ma il paese si sta lentamente aprendo, quindi speriamo di poter fare qualche live presto e per questo dovremo provare il nuovo materiale. Saremo ben allenati allenati al momento del nostro arrivo in Europa…

From the Italian Punishment 18 to the Metal Blade, for the Australians Harlott seems to be the moment of the great leap forward thanks to Detritus of the Final Age, the third album released under the aegis of the powerful American label.

Welcome on Il Raglio del Mulo, Andrew! Could you to introduce your band to the Italian readers?
Hello Italy! We are Harlott, we are from Australia and we play thrash metal. There is nothing more you need to know about us really!

Your first releases are independent, you are under a major label from your second album, “Extinction”: how was changed your career?
Signing to Metal Blade made a world of difference for us in so many ways. We did actually release our first album via an Italian label called Punishment 18, and from the second album onwards we have been working with Metal Blade. Having their support and influence has opened our music to a much larger audience and taken all of the sides of the business that we don’t understand away from us. They know where to sell it, how to sell, how to promote it, and how to make sure people get excited. Without them people would miss out on hearing us quite simply. Thanks to that larger reach from their experience and knowledge we have also managed to have opportunities to tour overseas and experience a life we may have missed out on without their help.

In the middle of ’90 many people said thrash metal is dead, but now is still alive. The scene is better now or in 2013 when you released your first album?
Funnily enough we often got told that the thrash revival was over when we were starting up but Australia had a very healthy scene 10 years ago. We tend to be up to a decade behind when it comes to trends so I think we lucked out timing wise. At the end of the day we only play the music because we love to play it and not because we wish to cash in on the trends as they come and go. I think metal takes a lot more to kill than we give it credit for, theres plenty of thrash bands these days that are relatively new and doing great things.

Are we living the final age?
Maybe! Only time will tell on that front. We could be moments away from apocalypse or this macabre production might carry on for several years. I suppose people have always been pretty terrible so we have always been heading towards the end, we just have better methods now to make that happen!

Did you choose this title before the Covid-19 emergency?
We did! This album was pretty much finished recording before the effects of Covid-19 were being felt on the global scene. There were news articles about it in China but that was about it!

How the album was born? Were the two new members –  Glen Trayhern (drums)  and Leigh Bartley (guitar) – involved in the songwriting?
The song writing was as per the usual arrangement of being mostly down to myself though in this album we did have some guest writing contributing riffs and lyrics. The two members from Battlegrave penned the track “Prime Evil” with little to no interference from me. I fell in love with their debut album and loved how they put their music together so I got them to work on something for me to see how it would sound and I was quite pleased with the end product and it was a lot of fun to perform outside of my own techniques.

Lyrics are more personal than ever before, why did you choose this introspective matters?
I had been through some fairly significant life events and I thought it would be remiss of me to not draw on them for inspiration and at least acknowledge them for the impact they had on my life. Its not something I would normally do musically so it did leave me feeling a little bit more exposed than usual but they were some of the easiest lyrics ive written in as much as they flowed out with me easily because I could write from experience.

You also recruited Cephalic Carnage guitarist Brian Hopp to play some solos on “Prime Evil”, how is born this cooperation?
We toured with Cephalic Carnage in 2018 and I fell in love with the band, and their individual members. Brian is one of the greatest dudes live ever met in my life and a phenomenal musician so I really wanted to get him involved for the album. He was kind enough to oblige my request and as a result there is some absolutely wild guitar work on one of the songs.

What’s about the metal movement in Australia and in particular what’s about the extreme scene?
The scene down here is small but loyal. Its such a massive country with a relatively small population but there are die hard fans that live for metal just like they do anywhere else in the world. Each major city has its own clique with its own bands for each genre and nationally we all have a great supportive network so touring is fun but exhausting. 10 hour drives between each city and theres a whole lot of nothing on the roads inbetween! I think our extreme scene is probably our strongest and our flagship bands like Psycroptic help to drive that movement. But everyones open minded with metal so as long as its heavy most punters will give it a go.

Due the Covid-19 emergency, here in Europe there’s concerts stop. What’s about Australia,  could you play live your new songs?
We haven’t been on stage since February and gigs are still very much off limits, but the country is slowly opening up so hopefully we can get some gigs in soon and try out the new material. We will have to be well and truly practiced by the time we make our way over to Europe…

Armored Saint – From the heart

Interview by Leif Kringen (metalsquadron.com), click HERE for the original English version.
Intervista a cura di Leif Kringen (metalsquadron.com), clicca QUI per la versione originale in inglese.

Dopo un paio di album che non mi hanno fatto impazzire, “Win Hands Down” è stato un bel segnale di ritrovata forma per gli Armored Saint, autentici veterani della scena di Los Angeles. Dato che non avevo avuto la possibilità di parlare con la band allora, ho colto l’occasione al balzo quando l’etichetta discografica della band, la Metal Blade, mi ha offerto la possibilità di chiacchierare con il bassista Joey Vera.

Quali sono le tue impressioni sul precedente album, “Win Hands Down”, a circa cinque anni dalla sua pubblicazione?
Penso che sia davvero fantastico e sono orgoglioso di quel disco. È una buona rappresentazione della band e, come tutti i nostri dischi, ha una propria dimensione ed è un’istantanea di come eravamo ai quei tempi. Adoro il modo in cui è uscito il disco. Suona alla grande, e anche le canzoni e le esibizioni successive sono state fantastiche. Siamo stati in tour negli ultimi cinque anni e abbiamo avuto la possibilità di suonare molte canzoni dal vivo. È stato molto divertente.

Avete affrontato il nuovo album, “Punching The Sky”, in modo diverso?
Non proprio, non facciamo sempre le stesse cose quando iniziamo a scrivere, lasciamo che le cose vengano in modo naturale. Sai, si inizia con un paio di canzoni e normalmente il tutto si evolve e si trasforma in un disco. E in realtà non ci pensiamo troppo, e nemmeno ne parliamo troppo. Non abbiamo confronti del tipo: in che direzione dovremmo andare? Che tipo di canzoni dovremmo scrivere? Non lo facciamo davvero. La scrittura appena iniziata è esplosa e penso che le prime canzoni che abbiamo scritto – “Bark, No Bite”, “Standing On The Shoulders Of Giants” e “Missile The Gun” – hanno dato l’imprinting a quello che sarebbe venuto dopo.

Non c’è una tilte-track nell’album, ma il titolo, “Punching The Sky”, fa parte del ritornello della canzone di apertura “Standing On The Shoulders Of Giants”. Perché avete chiamato l’album “Punching The Sky”?
Beh, abbiamo discusso diverse idee e lo avremmo chiamato “Standing On The Shoulders Of Giants”, ma lo abbiamo già fatto con “Win Hands Down”, in cui la prima traccia era il titolo del disco. Non volevamo ripeterci in quel modo. E mi piace l’idea di prendere un testo e usarlo come titolo. Quella frase in particolare continuava a spiccare secondo me, quindi un giorno l’ho proposta a John (Bush) e ho detto: che ne dici di “Punching The Sky?”. È molto affascinate, evoca alcune immagini davvero interessanti quando lo leggi o quando lo vedi. Potrebbe assumere molti significati diversi. Mi sembrava anche allettante perché poteva essere usato come una sorta di allegoria in molti modi diversi. Per me, rappresenta in qualche modo la band nel suo insieme e quali sono i nostri obiettivi e quali sono le nostre intenzioni. Siamo sempre stati un’entità che voleva crescere ed evolversi e correre musicalmente dei rischi e diventare autori migliori, persone migliori, padri e mariti migliori e così via. Quindi, “Punching The Sky” rappresenta in qualche modo lo spingersi oltre i confini, andare oltre ciò che è davanti a noi, compreso il cielo. Dicono che il limite sia il cielo. Ma in un certo senso noi stiamo dicendo che oltre il cielo non ci sono limiti. Così lo percepivo. Ho pensato che avesse qualche punto di contatto con noi in quel senso. Ecco perché mi è sembrato che fosse un buon titolo. Voglio dire, mi piace avere titoli che abbiano dei significati. Non mi piace semplicemente buttare fuori qualcosa senza alcun significato. Mi piace lasciare alcune cose aperte anche all’interpretazione. E John scrive testi in questo modo. Penso che sia positivo avere qualche connessione con i titoli dei dischi.

Nell’epoca di Internet, la prima canzone che ascolti di un album è molto importante. Trovo “End Of The Attention Span” un’ottima scelta come primo singolo. È molto orecchiabile, energico e suona come Armored Saint.
È un bel complimento. Sono contento che suoni Armored Saint. Ci è voluto molto tempo per arrivare a quel traguardo in cui le persone ci dicono che la nostra band ha un suo sound. E siamo contenti di questo. Ovviamente, abbiamo sempre voluto avere un nostro sound e abbiamo cercato di raggiungerlo per molto tempo. Quindi è bello sentire questo, che ci siamo riusciti. “End Of The Attention Span” ha un po’ di tutto e ci rappresenta come band. È anche una specie di ampia introduzione al resto del disco, anche se trovo che l’album abbia molta sfaccettature.

Quanto è difficile per una band come gli Armored Saint conquistare nuovi fan in questi giorni? I vecchi fan, me compreso, vi seguono sempre e probabilmente compreranno anche gli album, ma ritieni chi siate riusciti, con le uscite recenti, a raggiungere anche un nuovo pubblico?
Beh, penso di sì e non so davvero come sia stato possibile. Voglio dire, di certo non lavoriamo in modo normale. Alcune band pubblicano dischi più spesso di noi e fanno tour più frequentemente di noi. Abbiamo i nostri tempi, registriamo ogni cinque anni e non facciamo tour lunghi e cose del genere. Ma penso che il fatto che siamo stati abbastanza coerenti dal 2010 in poi, pubblicando dischi ogni cinque anni e facendo tour e cose del genere, abbia aiutato. Nel tempo raccogli persone più giovani perché hanno sentito parlare di te o ti hanno visto in tour con un’altra band come Queensrÿche o Saxon o qualcosa del genere. Forse hanno sentito il nostro nome, ma non sanno come suoniamo. Sono consapevole che la maggior parte dei nostri fan è grandicella e penso che alcune di quelle persone ora siano dei genitori che forse ci hanno tramandato ai loro figli.

Qual è la motivazione che vi spinge a fare ancora un album a circa cinque anni di distanza dell’ultimo? È per fissare il risultato della tua creatività? È per accontentare i fan o forse per poter fare tour e concerti?
Beh, sai, penso che lo facciamo solo per noi stessi. Siamo arrivati ​​a un punto in cui ci siamo sentiti esausti. Suonavamo molto per “Win Hands Down”, e non siamo mai stati una band che scrive mentre è in tour. Quindi, ci siamo solo presi un po’ di tempo libero, e penso di aver scritto un paio di riff senza una ragione particolare. E poi ho detto a John: Hey, ho un paio di riff. Penso che li finirò e ti chiederò come li trovi. Gli ho inviato alcune demo e poi, come al solito, abbiamo iniziato a lavorare abbastanza velocemente e da lì abbiamo deciso di andare avanti. Quindi, ancora una volta, non avevamo programmi, non dovevamo registrare. Ci siamo sentiti in vena per scrivere di nuovo musica. John e io abbiamo un ottimo rapporto di scrittura. Ed è anche divertente. È molto divertente per noi. Quindi, una volta arrivato a quel punto, è stato come: Ok, andiamo avanti. Sta andando alla grande. Andiamo avanti, andiamo avanti. Ed è durato molto tempo. Voglio dire, non scriviamo molto velocemente e ci sono voluti circa 18 mesi o qualcosa del genere per finire il disco, ma il processo è stato davvero soddisfacente. Immagino che la risposta breve sia che lo facciamo prima per noi stessi. E poi si spera che i fan ci vengano dietro e che siano disposti ad aspettare e ad apprezzare quello che uscirà.

Secondo il comunicato stampa, l’obiettivo era scrivere musica di qualità. Niente di nuovo in realtà, ma come ti accorgi che la tua musica è davvero buona? Hai studiato un metodo di controllo della qualità?
Sì, penso che esista tra me e John, ci rimbalziamo le parti. Penso che il nostro obiettivo principale sia solo fare cose e scrivere cose che ci facciano davvero guardare l’un l’altro e dire: Wow, è fantastico, è un po’ diverso, sembra epico o che grande ritornello. Questa è la cosa che per noi dà la misura. E non voglio dire che ogni singola cosa che scriviamo abbia questo potere, ma la maggior parte sì. Quindi, almeno per noi, questo è il metro, questo è il tipo di controllo di qualità che implementiamo.

Joey, ti dici piuttosto sorpreso quando scopri come una canzone si incastra perfettamente quando i testi di John sono a posto.
Come sai, John scrive quasi il 100% dei testi. A volte alcuni di noi partecipano con piccole cose. Phil ha contribuito con un testo, per esempio. Quando John e io lavoriamo insieme, abbastanza spesso li esamino con lui e do suggerimenti in corso d’opera, ma John è quello che viene fuori con le premesse, la storia, la linea e l’esecuzione. E, sai, quando scrivo la musica, posso già sentire la sua voce nella mia testa. Quindi è quasi come se già sapessi cosa aspettarmi, ma ci sono state molte volte in cui ha tirato fuori cose che sono totalmente inaspettate e persino migliori di quello che immaginavo. Molto raramente gli do uno spunto di partenza. Trova sempre da solo il suo punto di origine. E a volte non è chiaro al 100% cosa vuole fare, ma ha delle capacità e io lo aiuto ad arrivarci.

A volte ti manca il vecchio modo di scrivere canzoni quando eravate tutti nella stessa stanza? O ti va bene inviare file avanti e indietro e lavorare in questo modo?
Mi va bene il modo in cui lo facciamo ora. Va bene. Lo trovo più efficiente e trovo di essere in grado di mettere a fuoco meglio le idee. Sai, c’è qualcosa di speciale nello stare insieme in una stanza. E direi che c’è un piccolo aspetto che mi manca. A volte le cose nascono da jam e spontaneità. Sarebbe stupido non riconoscerlo, ovviamente. Quando sei solo, è solo diverso. Non è proprio meglio o peggio, è solo diverso. Tuttavia, lavoro meglio e in modo più efficiente quando sono solo. Sono solo io però. Ma, sai, collaborare dal vivo davanti a un’altra persona, ha anche i suoi pregi e i suoi vantaggi. È solo che preferisco farlo in dosi più piccole e preferisco lavorare da solo in dosi maggiori.

Hai prodotto tu stesso “Punching The Sky”, cosa fa esattamente un produttore oggi?
Haha! Buona domanda! C’è questa una parte organizzativa e una amministrativa. Ciò significa spendere i soldi. Devo occuparmi del budget e devo sapere esattamente chi viene pagato. Devo impostare tutto, trovare gli studi e trovare le persone con cui lavorare. Poi c’è la prenotazione delle sale prove preferite o delle sale di produzione, e devo anche assumere la persona che si occuperà della masterizzazione. Ci sono anche altri servizi per le forniture che incidono sul budget, come corde, bacchette, pelli, qualunque cosa. E poi devo anche gestire i soldi sul conto che arrivano dall’etichetta discografica. Ci sono molte cose noiose che vanno di pari passo con l’essere il produttore, ma la parte divertente della produzione per me è avere una visione completa nella mia testa su come voglio che il risultato finale suoni. Sono quello che fondamentalmente prende le decisioni lungo la strada. Questa parte di chitarra dovrebbe suonare così. La batteria dovrebbe suonare così e la voce dovrebbe suonare così. Raddoppiamo le voci qui. Facciamo le voci di sottofondo qui. Sono come un pittore che prende decisioni, prima mescolando i colori che vuole usare sulla sua tela e poi prende decisioni su quali colori servono e dove. Questo è il modo in cui posso visualizzare il risultato. Devo anche prendere decisioni sulla scrittura delle canzoni e su quali tracce inserire e quale sia la sequenza giusta per il disco. Tutto ciò che è esteticamente necessario per il risultato finale del disco, è fondamentalmente parte del lavoro del produttore.

Siete ancora quattro dei cinque membri che hanno suonato nel primo EP, quanto è stato importante questo fattore per il mantenimento in vita della band in tutti questi anni?
Beh, è stato importante. Siamo orgogliosi del fatto che abbiamo tutti i membri originali nella band e questo include anche Jeff. Era già qui quando Dave era con noi, negli ultimi due anni della sua vita, quindi questo genere di cose è importante per noi. Pensiamo che aiuti la nostra integrità e il modo in cui le persone ci percepiscono come una band. Non è come, John Bush e altri quattro ragazzi, sai. Questo sono gli Armored Saint, siamo un’unità collettiva. Alcuni di noi si conoscono da quando avevamo sette – otto anni. Abbiamo una storia lunga e una coesione che cerchiamo di mantenere. La cosa che conta di più per noi è stata la musica. Ognuno di noi ha una parte nel rappresentare quella musica. Quindi pensiamo che, se porti musicisti diversi, persone diverse, improvvisamente tu ti ritrovi con personalità diverse. Allora è una cosa diversa. Un’interpretazione completamente diversa di quello che era. Per questo, per noi è stato importante preservarci.

Parliamo di Dave Pritchard, sono passati 30 anni dalla sua morte. Come lo ricordi, Joey?
Beh, sai, era piuttosto sfaccettato. In generale, è sempre stato un ragazzo amante del divertimento ed è stato davvero divertente andare in giro con lui. Un burlone totale, gli piaceva fare scherzi su scherzi alle persone e aveva un grande senso dell’umorismo. Amava fare festa, amava divertirsi. E sarà sempre ricordato per questo. Ma era anche un ragazzo molto creativo. Era bravissimo a suonare la chitarra e sapeva anche suonare il piano. Ed era anche un grande artista, era davvero bravo a disegnare. Tutto questo lo rendeva una persona davvero fantastica e creativa. Come ho detto, era davvero divertente stare con lui. In generale, fa ancora parte della nostra psiche, era una parte importante del nostro suono ai tempi dei nei nostri primi tre dischi. Era una parte importante di quel suono, suonava parecchie parti di chitarra in quei dischi, e molti dei modi in cui suonavo quei riff erano il frutto della sua passione e del suo stile. Dave ha avuto un impatto sul nostro suono che non voglio mai perdere. Non voglio solo riscrivere la nostra storia, di volta in volta. È molto importante per noi sentire come se stessimo progredendo e provando cose nuove, ma allo stesso tempo, non voglio mai perdere di vista un po’ della presenza di Dave. Quando ho scritto la canzone “Never You Fret”, e ho finito con quei primi due riff, mi sono detto, Oh merda, sembra una cosa di Dave Prichard. Mi sono aggrappato a quell’ispirazione mentre finivamo la canzone. Questo è solo un esempio di come Dave sia sempre presente.

Hai detto che a questo punto della tua carriera senti un senso di libertà. Questo significa che senti di poter fare quello che vuoi e comunque rilasciarlo a nome Armored Saint?
Non credo che possiamo fare quello che vogliamo. Voglio dire, penso di essere ben consapevole che ci sia la componetene dell’aspettative dai fan. Ma non voglio essere vincolato da quelle aspettative, per quanto piccole o grandi possano essere. Ho bisogno di avere la sensazione che possiamo spingerci oltre i confini e provare cose e sperimentare le diverse influenze che abbiamo e soluzioni che vogliamo provare come autori. Correre qualche rischio qua e là. Lo stavo descrivendo un po’ prima, quando ho parlato di come siamo arrivati ​​ad un punto in cui ci siamo sentiti come se stessimo creando il nostro suono e ci sentivamo come se non avessimo dovuto guardarci alle nostre spalle o pensare a quello che stava succedendo intorno a noi. E questo è ciò che intendo, quando dico che questa è la zona di comfort dove ci siamo resi conto di aver sempre creato il nostro sound sin dal primo giorno. Ci è voluto un po’ per capirlo. Ora mi sento come se fossimo in questo posto dove abbiamo trovato la cosa giusta da fare. Questi sono gli Armored Saint, possiamo correre dei rischi, possiamo provare le cose nuove entro dei limiti ragionevoli. Abbiamo sempre avuto affinità per cose tipo il blues e l’hard rock. Quindi possiamo esplorarle ancora di più. Siamo sempre stati influenzati dal rhythm and blues e cose del genere, anche cose leggermente funky. Quindi sì, ci sentiamo a nostro agio ad esplorarle ulteriormente, anche più di quanto abbiamo fatto nell’ultimo album. Quindi questo è ciò che intendo quando parlo di zona di comfort. Non mi sento come se fossi in pericolo di rovinare qualcosa. Perché penso di essere abbastanza consapevole di quali siano i nostri parametri, in quale intervallo possiamo lavorare senza far arrabbiare o deludere le persone. Sono anche consapevole del fatto che non accontenterai mai tutti per tutto il tempo. Quindi non dovrebbe essere una preoccupazione o comunque non dovrebbe essere una preoccupazione determinante, quindi non devo curarmene. Dobbiamo sentirci come se stessimo facendo musica onesta che viene dal cuore.

Adoro “Missile To Gun” del nuovo album. È un brano heavy metal piuttosto semplice.
Di nuovo, non so da dove provenga, ma dopo averlo scritto, ho sentito che aveva un qualcosa old school. In realtà mi ricorda certa roba delle band della New Wave Of British Heavy Metal. Voglio dire, mi suscita una sensazione di heavy metal britannico primordiale. È davvero ritmata con un ottimo riff di chitarra, con linee guida davvero semplici. Penso che sia uscito alla grande.

Come sempre, sono rimasto impressionato dalla voce di John. Ha una resa ancora incredibilmente, deve lavorare molto per prendersi cura della sua ugola.
Sì, lo fa da un po’ di tempo ormai. Direi che negli ultimi 10-15 anni si è finalmente reso conto che sta invecchiando e che non può semplicemente saltare giù dal letto e iniziare a cantare come faceva quando era più giovane. Quindi si è imposto un regime molto rigido quando è in tour o quando registra o scrive musica, il che significa che è molto severo su quello che fa e ha una sua routine a cui si attiene scrupolosamente. Si alza dal letto e la prima cosa che fa è il riscaldamento. Solo dopo la colazione o qualsiasi altra cosa. Si prende una pausa e cambia la sua dieta. A volte, quando è in viaggio, non beve caffè e non cena dopo le otto di sera, fa questo genere di cose. Si riscalda per 30 minuti buoni prima di salire sul palco, a volte anche di più. Tutte queste cose hanno davvero avuto un impatto positivo sul modo in cui suona la sua voce. Penso che negli ultimi due dischi la resa sia stata migliore di quanto non lo sia mai stata in tutta la sua carriera.

Parliamo un po’ della situazione COVID-19. Ti stai muovendo di conseguenza, prima hai effettuato una nuova registrazione della canzone “Isolation” e ora stai anche preparando un release show che potrà essere visto online. Pensi che tutta questa faccenda lascerà segni indelebili sulla scena metal?
Beh, spero di no. Preghiamo che presto possa diventare solo un ricordo e che in futuro si possa dire: ricordi l’anno 2020? Oh mio Dio, che incubo! Spero che non abbia alcun effetto duraturo, per il bene dei musicisti e dei tecnici che lavorano, delle persone che sono nel settore, ma anche per i fan. E, voglio dire, anch’io sono un fan della musica, non posso più andare a vedere nessuna band. Fa schifo, è una componente importante di tutte le nostre vite. Sarebbe uno schifo se fosse permanente. Non credo che lo sarà però. Sì, penso che ci vorrà del tempo per recuperare la fiducia psicologica. Stare nella stessa stanza con 600, 1500 o 15.000 persone, ci vorrà del tempo probabilmente per riconquistare la vecchia fiducia. Ma spero davvero che le cose cambino e sai, nel frattempo, questi concerti virtuali sono l’unica cosa che artisti e band possono fare in questo momento. Quindi lo stiamo facendo. Il release show sarà bizzarro, un po’ strano, suonare in un club con la stanza vuota. Andrà in streaming il 10 ottobre e resterà disponibile fino all’8 novembre. Lo puoi guardare on demanda ogni volta che vuoi per un intero mese, e costa solo 10 dollari. Stiamo provando un set completo con quattro nuovissime canzoni da “Punching The Sky”. Abbiamo intenzione di uscire e scatenarci come al solito. Abbiamo anche in programma di rispondere alle domande alla fine dello spettacolo. Le persone invieranno i quesiti sulla nostra pagina Facebook, poi ci prenderemo del tempo e risponderemo a un sacco di domande ed è solo un modo per noi per entrare in contatto con loro. Non possiamo andare in tour. Non possiamo nemmeno suonare in uno spettacolo locale, quindi sentiamo il bisogno di entrare in contatto e avere una connessione. Inoltre, il nostro disco sta uscendo e vogliamo fare una festa.

Parlando di cose questioni live, c’è questo album dal vivo pubblicato un paio di anni fa intitolato “Carpe Noctum”. Pensi che sia un documento live appropriato per una band come gli Armored Saint? Un album dal vivo di una band con il vostro catalogo dovrebbe almeno fare uscire un doppio e non di certo un singolo contente solo otto canzoni?
Beh, puoi avere ragione su questo. Sai, immagino che dovremmo fare un doppio album dal vivo, qualcosa sulla scia di “Strangers In The Night” degli UFO. È divertente, perché abbiamo pubblicato praticamente ogni canzone che penseresti dovrebbe esserci su un nostro disco dal vivo, ma sono tutte su dischi diversi. Ci sono “Saints Will Conquer”, “Lessons Not Well Learned” e poi ci sono anche un sacco di brani dal vivo su “Nod To The Old School”, ma immagino che metterli in un unico pacchetto avrebbe più senso a un certo punto.

Joey voglio metterti in difficoltà facendoti elencare i tuoi tre album preferiti degli Armored Saint.
I miei tre preferiti? È difficile! Bene, “Win Hands Down” di sicuro. Vado con quelli recenti, quindi “La Raza” e “Symbol Of Salvation”.

“Symbol Of Salvation” deve esserci per forza. Quell’album è fuori dal tempo. Puoi ascoltarlo oggi ed è ancora buono come quando è stato rilasciato. È come se non fosse quasi invecchiato. Penso che sia un classico di tutti i tempi.
Sì, quello ha occupa un posto speciale per tutti noi. Quell’album è stato un punto di svolta. Piò essere considerato anche una specie di resurrezione dalle ceneri, poiché eravamo impantanati, sia come persone che come band. Quindi quel disco aveva sicuramente e ha ancora una valenza emotiva per tutti noi che non andrà mai via. Ecco perché si distingue di sicuro.

Sembra che tu abbia avuto anche un periodo molto fruttuoso all’epoca perché hai fatto alcune demo con molte tracce fantastiche che non sono finite sull’album.
Sì, c’è stato un lungo processo di scrittura, prima che Dave morisse. Penso che avessimo scritto 24 canzoni o qualcosa del genere. E, sai, è stato un periodo molto produttivo, e penso per quello che eravamo musicalmente e quello adesso, sia stata una cosa molto importante per noi essere stati mollati dalla Chrysalis. Con il senno di poi, essere in grado di scrivere tutte quelle canzoni, ci ha costretti a sperimentare un po’. Alcune cose non hanno funzionato, ma alcune cose hanno funzionato bene e siamo stati in grado di affinare alcune peculiarità che penso che portiamo ancora con noi oggi. Quindi è stato un periodo di apprendimento importante per noi.

La Metal Blade è l’etichetta che viene associata agli Armored Saint, perché avete iniziato lì e ora siete di nuovo su Metal Blade, ma come sono stati gli anni su Chrysalis?
Sì, abbiamo iniziato con Metal Blade e poi abbiamo trascorso i seguenti tre o quattro anni con Chrysalis. E sai, è stato molto divertente ovviamente, perché abbiamo fatto tre dischi con produttori diversi in grandi studi. Abbiamo anche fatto molti tour, ma allo stesso tempo è stato impegnativo per noi perché eravamo molto giovani. Quando siamo stati messi sotto contratto, avevamo tutti 20-21 anni. È uscito “March Of The Saint” e non sapevamo nulla del mondo della musica. Il primo anno è stato probabilmente un grosso schiaffo in faccia. È tutto gioco e divertimento, ma è anche affari, sai. E all’improvviso abbiamo sentito che stavamo iniziando a perdere un po’ il controllo sulla nostra carriera. Avevamo dei manager e l’etichetta discografica che ci chiedevano di fare cose con cui forse non eravamo d’accordo, e improvvisamente abbiamo pensato: questa etichetta discografica pensa che siamo qualcos’altro. Volevano che fossimo un po’ di più un gruppo rock o metal commerciale. Abbiamo spiegato che amavamo il primo dei Def Leppard, ma non avremmo seguito la strada tracciata da “Pyromania”. E poiché eravamo una label americana, improvvisamente ci siamo sentiti un po’ intrappolati. L’etichetta non avrebbe mai pagato mai per noi un tour in Europa. Hanno sempre detto che era troppo costoso e che non ne sarebbe valsa la pena. Abbiamo detto loro che le nostre maggiori influenze provenivano dall’Europa e che dovevamo andare lì e suonare. L’etichetta ci ha impedito di andarci per quattro o cinque anni. È stato davvero un grosso errore. Ed eravamo davvero incazzati. Alla fine, sono venute fuori molte cose buone dall’essere sotto una major, ma anche molte cose cattive. Sono stati commessi molti errori e molte cose le cambieremmo se ci fosse data di nuovo la possibilità. Ma eravamo giovani e non capivamo che probabilmente avremmo potuto prendere un maggiore controllo della nostra carriera in quel momento. E quelle sono solo lezioni che impari.

Quindi non ti penti di niente?
È un po’ difficile da dire, quelle cose che chiami rimpianti, alla fine sono delle prove che devi superare per migliorare. Devi imparare, devi cadere, devi sapere come rialzarti. Sei più forte e stai meglio quando ne esci. Quindi è difficile dire che mi pento. È difficile dire che cambierei anche le cose negative. Perché poi farei altri errori. Voglio dire, chi attraversa la vita senza commettere errori? Nessuno. Quindi, sai, quelle sono cose prove che a volte devi affrontare, e forse in parte è stata una fortuna? Sfortuna, se vuoi definirla così.

Hai suonato in diverse band con molti grandi musicisti e hai anche vestito i panni di produttore, hai competenze e conoscenza davvero uniche, le potresti forse essere utilizzare quando ti ritirerai dalla carriera di musicista?
Non ho mai preso seriamente in considerazione il ritiro. Voglio dire, ci sono molti giorni in cui penso: perché lo faccio? Ma no, non ci ho mai pensato davvero. Mi piace davvero quello che faccio e mi piacciono le persone con cui scelgo di lavorare. Non lavoro con tutti. Faccio delle scelte e mi piace collaborare con persone che posso chiamare amici e persone con cui ho qualcosa in comune. Non mi piacerebbe farlo in un modo in cui fosse solo un mestiere e ritrovarmi a lavorare con qualcuno solo perché mi ha assunto per la mia conoscenza o qualcosa del genere. Devo davvero avere più punti di contatto. E questo è uno dei motivi per cui non sono mai diventato un produttore o ingegnere professionista, perché poi mi troverei in una situazione in cui sto prendendo un incarico solo perché ho bisogno di lavorare. Ho avuto la fortuna di militare in molte band diverse e in diverse situazioni in cui non ho mai dovuto scendere a patti. Quindi, per questo motivo non ho mai seguito quella strada.

Accuser – Misled obedience

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

I tedeschi Accuser riabbracciano il figlio prodigo René Schütz e danno alle stampe un album orgogliosamente intitolato “Accuser” (Metal Blade Records), una ponte tra passato e futuro del gruppo.

Benvenuto Frank, dopo 35 anni avete sentito l’esigenza di un album omonimo, cosa significa veramente? È una sorta di dichiarazione “siamo gli Accuser e siamo ancora vivi”?
Le canzoni dell’album rappresentano uno spaccato della storia degli Accuser, tuttavia, viene messo in mostra anche il suono corrente. Non era previsto così, ma le strutture si sono evolute dato che il songwriting è stato spezzettato sino al momento di entrare in studio! Inoltre, René, un membro dei nostri esordi, è nuovamente parte integrante della band.

Cosa ricordi del tuo primo album “The Conviction”?
Suonavo negli Expect no Mercy e avevamo pubblicato un album nel 1984. Un’altra band della nostra città natale realizzò un disco in quel periodo, erano i Breaker. Successivamente sono passato ai Breaker, dopo aver registrato la chitarra solista nel loro demo di quattro tracce per un nuovo album. Ho scritto altre canzoni e avevamo abbastanza materiale per registrarlo in uno studio. Le nuove canzoni erano davvero veloci e aggressive e si distinguevano dal suono più heavy metal dei Breaker. Così abbiamo cercato un nuovo nome, iniziando la ricerca in ordine alfabetico dalla “A.” Non siamo andati lontano e abbiamo deciso Accuser. È nato così l’album “The Conviction”.

C’è un file rouge che collega il primo e l’ultimo album?
Il collegamento è che ci sono elementi di “The Conviction” rintracciabili nel nuovo album. Inoltre, la nostra performance nel pezzo “The Eliminator” suona molto simile a quelle delle canzoni del primo album.

Come è cambiato il vostro sound in questi anni?
Il nuovo disco è il successore di “The Mastery” e suona come lui. Ma questa volta abbiamo, in più, inserito tutti gli elementi che ci caratterizzano come Accuser. Penso che siamo stati in grado di esprimere il nostro stile tipico, le nuove tracce sono più ruvide e dirette.

La buona notizia è il ritorno di René Schütz dopo dieci anni, avete ritrovato subito la vecchia alchimia e avete cambiato il vostro modo di lavorare rispetto alla vostra precedente collaborazione?
René e io ci conosciamo da 35 anni. Quando abbiamo ripreso a suonare insieme è stato subito evidente che abbiamo trascorso molto tempo insieme. È come essere una cosa sola. Quello che abbiamo cambiato nella nostra cooperazione è che discutiamo le cose in dettaglio in modo che tutti sappiano cosa fare. Contiamo l’uno sull’altro e siamo felici di essere di nuovo insieme.

Un altro vecchio amico è tornato a lavorare ancora con voi, il produttore Martin Buchwalter. Come nasce questa ennesima collaborazione?
Collaboriamo con Martin sin da “Dependent Domination”. Sono ormai sei album che abbiamo prodotto con lui. È diventato un buon amico e sa esattamente cosa è giusto e meglio per la band. La novità è rappresentato Dan Swanö che ha masterizzato l’ultimo album.

Alla luce di questi ritorni, avete sentito molta pressione durante le sessioni di registrazione?
Abbiamo appena ritrovato René, mentre lavoriamo regolarmente con Martin e continueremo in futuro. Non abbiamo sentito alcuna pressione nel processo di registrazione, ci siamo divertiti molto, anche se abbiamo lavorato sodo e, questa volta, più a lungo.

Prima che i concerti venissero stoppati, avete verificato il potenziale delle nuove canzoni sul palco?
No, non abbiamo avuto alcuna possibilità di farlo. Abbiamo preparato il materiale nell’home studio e lo abbiamo perfezionato con Martin. Speriamo di avere di nuovo l’opportunità di suonare di nuovo dal vivo. Speriamo presto.

“Accuser” è il vostro miglior album da quando gli Scartribe hanno cessato di esistere?
Sì, penso di sì! Tuttavia, ogni album è diverso e viene accolto dai fan in modo diverso. Ci esprimiamo attraverso album vari e offriamo sempre qualcosa di nuovo.

Un giorno pubblicherete ufficialmente il demo degli Scartribe su CD o in digitale per vostri fan?
Al momento non è previsto.

L’album si conclude con “A Cycle’s End”: state entrando in una nuova fase della vostra carriera?
Forse è una nuova fase della nostra carriera ma non ha nulla a che fare con il testo: “Cycle’s End” parla di come non abbiamo mai capito come creare un ciclo. La natura ce lo ha insegnato, ma noi l’abbiamo ignorata.

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The Germans Accuser reunite with their prodigal son René Schütz and release an album proudly titled “Accuser” (Metal Blade Records), a bridge between the group’s past and future.

Welcome, after 35 years a self-named album, what really means? Is a sort of declaration “we are Accuser and we are still alive”?
The songs of the album represent a cross-section of the Accuser history. Nevertheless, thecurrent sound is also presented. This was not intended, but these structures have evolved, since the songwriting was distributed with breaks up to the studio date! In addition, René is a member of the early days, again an integral part of the band.

What do you remember about you first album “The Conviction”?
I played in the band Expect no Mercy and we had released an album in 1984. Another band from our hometown also released an album at that time. It was the band Breaker. A little later I switched to Breaker after recording the solo guitar on their 4-track demo for a new album. I wrote more songs and we had enough material to record it in a studio. The new songs were really fast and aggressive and stood out from the heavy metal-influenced sound of Breaker. So we looked for a new name and started the search alphabetically with “A”. We didn’t get far in the alphabet and decided on Accuser. The album “The Conviction” was born.

Is there a file rouge that connects the first and the last album?
The connection is that there are elements of “The Conviction” to be found on the new album. In addition, our interpretation of the song “The Eliminator” sounds very much like the songs of the first album.

How is change your sound in these years?
The new record is the follow-up album of “The Mastery” and sounds like it. But this time we played with all the elements that make us sound like Accuser. I think we have been able to reflect our typical style. The new recordings are rougher and more direct.

The good news is the return of René Schütz after ten years, did you find immediately the old alchemy and did you change your approach to work respect of your previous collaboration?
René and I have known each other for 35 years. When playing together it was immediately noticeable that we have all spent a long time together. It’s like a unit. What we have changed in our cooperation is that we discuss things in detail so that everyone knows what to do. We rely on each other and are happy that we are together again.

Another old friend is back to work with you, the producer Martin Buchwalter. How is born this umpteenth new collaboration with him?
We have been working with Martin since “Dependent Domination”. That ́s six albums we produced with him. He has become a good friend to us and knows exactly what is right and best for the band. One change is that Dan Swanö mastered the last album.

Due these important comebacks, did you feel a lot of pressure during the recording sessions?
We just had one comeback with René. We work regularly with Martin and will continue in the future. We didn ́t feel any pressure in the recording process. We had a lot of fun, although we worked hard and this time longer.

Before the concerts stop did you check the potential of the new songs on stage?
No, we didn’t have a chance. We prepared the material in the home studio and finalized it in the studio with Martin. We hope to get the oppurtunity to play live again. Hopefully soon.

Is “Accuser” your best album after Scartribe ceased to exist?
Yes, I think it is! However, every album is different and is also accepted by the fans differently. We polarize with different albums but always offer something new.

Will you release officially someday the Scartribe’s demo on CD or digital for your fan?
This is not planned at the moment.

The album ends with “A Cycle’s End”: are you going in a new phase of your career?
Maybe it’s a new phase of our career but that has nothing to do with the lyrics. “Cycle’s End” is about how we never understood how to create a cycle. Nature has taught us, but we have disregarded it.

Six Feet Under – Sogni in decomposizione

La produzione più recente dei Six Feet Under ha sollevato più di una critica, il nuovo “Nightmares of the Decomposed” (Metal Blade), pur non riportando indietro le lancette al periodo migliore della band dell’ex cantante dei Cannibal Corpse, può far tirare un piccolissimo rantolo di sollievo ai fan di Chris Barnes. Novità più interessante di questo disco è sicuramente Jack Owen, vecchio compagno d’avventura di Barnes nei Cannibali di Buffalo e oggi al suo esordio in studio con con i Six Feet Under.

Ciao Jack, questo è il tuo primo album con i Six Feet Under, come è nata questa nuova collaborazione con il tuo vecchio amico Chris?
Grazie per l’intervista! Mi sono unito ai Six Feet Under circa tre anni fa, facendo molte tournée con la band e godendomi il nuovo rapporto con Chris e gli altri membri. Scrivo sempre materiale e quando ho mandato un paio di canzoni a Chris, lui le ha subito adorate. Così ho preso coraggio e ho tirato fuori tutto il materiale che conservavo da tempo e che credevo valesse la pena utilizzare. Chris mi ha detto che avevo abbastanza materiale di qualità per un intero album, così abbiamo fatto una cernita e, devo ammettere, che sono molto contento di quello che ne è venuto fuori.

Quanto cambiato il vostro modo di lavorare rispetto alla vostra precedente collaborazione nei Cannibal Corpse?
È difficile ricordare come funzionava in passato. Penso che si sia trattato più di uno sforzo di gruppo, dato che eravamo tutti nella stessa città. In questi giorni viviamo molto distanti gli uni dagli altri, quindi di solito è una persona sola che scrive la musica mentre Chris si occupa dei testi a casa sua. Penso che con l’avvento degli home studio, a cui si è aggiunto il nefasto Covid-19, questo sia il modo più moderno di scrivere e collaborare. Ma, alla fine, penso che funzioni!

Come è cambiato, invece, il tuo stile all’interno dei Six Feet Under rispetto alle tue precedenti avventure con Cannibal Corpse e Deicide?
Essendo un fan di molti generi diversi di musica, sono stato in grado di attingere da queste influenze per scrivere canzoni basate su arrangiamenti che vanno dal rock al doom. Questi elementi sarebbero off limits in band come Cannibal Corpse o Deicide, ma nei Six Feet Under mi hanno permesso di scrivere materiale che potrebbe essere rimasto seppellito nel mio subconscio per molto tempo.

Pensi a te stesso come una leggenda vivente del death metal?
Mi sento come se avessi avuto successo in questo genere, ma nell’intera scena musicale mondiale, non sono altro che un sassolino che fa una piccola increspatura quando colpisce l’acqua…

Hai mai pensato di registrare un album non metal, magari country o rock?
Ho registrato un album country per divertimento e ho fatto un album rock con gli Adrift. Ma torno sempre al thrash e al death metal!

Una delle mie canzoni preferite di “Nightmares Of The Decomposed” è “Migraine”, qual è la tua canzone preferita?
Mi piace parecchio come “Migraine” è venuta fuori! Aggiungerei anche “Zodiac” e “Amputator”.

Quali canzoni di “Nightmares Of The Decomposed” suonerete dal vivo?
Cercheremo di suonarne il maggior numero possibile, ma non siamo sicuri di quando potremo farlo!

E la produzione? Penso che il suono sia essenziale e crudo, lontano da quello plastificato di oggi.
La produzione è il prodotto dei registrazioni effettuate in tanti studi diversi. Il risultato è molto grezzo, nonostante siano state utilizzate tecniche di registrazione moderne. Penso che alla fine suoni così perché eravamo molto preoccupati di risultare troppo “computerizzati”.

In chiusura, una curiosità che prescinde dalla tua attuale collaborazione con i SFT: hai notizie sul primo full length dei Serpents Whisper?
Sono stato coinvolto nella formazione iniziale di quella band, ma non sono più parte di quel progetto. Se stanno ancora insieme, auguro loro buona fortuna!

Lik – Desideri di misantropia

In un periodo in cui l’old school death è tornato prepotentemente d’interesse, logico che spuntino di continuo band che si rifanno più o meno pedissequamente ai dettami dei padri del genere. Farsi notare all’interno di questo calderone non deve essere facile, ma i Lik ce l’hanno fatta, tanto da attirare le attenzioni della Metal Blade. Ed è proprio per la label statunitense che esce, così come il precedente “Carnage”, in questo funesto 2020 il discreto “Misanthropic Breed”.

Benvenuto Joakim (Antman, basso), “Misanthropic Breed” è il vostro terzo album, di solito il più importante nella carriera di una band, pensi di aver superato questo esame a pieni voti?
Mi sento di dire che abbiamo fatto del nostro meglio. Abbiamo lavorato sodo su queste canzoni e il nostro obiettivo era quello di fare un disco che avesse almeno la stessa qualità di “Carnage”. Se mi è permesso dirlo, penso che abbiamo fatto un buon lavoro.

Avevate programmato di registrare il disco ai Solna Studios di Stoccolma, ma le vostre intenzioni sono state sviate dai blocchi imposti dal Covid-19 e così siete stati invece costretti a registrare nella vostra sala prove, pensi che questa situazione abbia penalizzato il suono finale?
Sì, questo era il piano e all’inizio non eravamo così felici di dover registrare nella nostra sala prove. Ma il nostro tecnico del suono, Lawrence Mackrory degli Obey Mastering, ci ha spinto al limite e ha davvero portato questo disco a un nuovo livello! Quindi, per rispondere alla tua domanda: no, non credo che la situazione abbia penalizzato il suono finale.

Mi spieghi il significato del titolo dell’album?
Il titolo, “Misanthropic Breed” può essere inteso come “mostrare disgusto per le altre persone; asociale “. Gli esseri umani tendono a pensare in modo eccelso di sé stessi eppure abbiamo tanti grandi problemi nel mondo.

Perché siete così pessimisti sullo stato di salute del mondo?
Non ci definirei pessimisti. Forse realisti. Naturalmente nel mondo stanno accadendo anche molte cose belle, ma sono cose fuori degli schemi. La nostra musica deve essere intesa in chiave ironica, ma anche critica per le cose che forse non stanno andando come dovrebbero essere.

Ci sono differenze tra questo album e i precedenti?
Questo è il mio primo album con i Lik. I Lik sono sempre stati un trio con Tomas, Chris e Niklas. E in precedenza Niklas suonava anche il basso nei dischi. Ma ora siamo un quartetto e mi sono occupato io delle parti di basso. Questa è una bella differenza. Ma quando si tratta del suono e delle canzoni, cerchiamo sempre di fare meglio dell’ultimo, ma restando sempre fedeli ai canoni del death metal vecchia scuola.

Preferite un approccio alla musica vecchio stile, ma sei cosi sicuro che in futuro non potrebbero esserci contaminazioni moderniste?
Se stai parlando del suono dei Lik, no, i Lik suoneranno sempre in questo modo! Questo è ciò che amiamo e questo è ciò che suoniamo.

Rimanendo in ambito vecchia scuola: quali sono i tuoi album classici death metal preferiti della scena di Stoccolma?
I amo “Clandestine” degli Entomebd e degli Edge of Sanity “Purgatory Afterglow”. Grandi classici!

“Corrosive Survival” è ispirato al disastro di Chernobyl, hai visto la serie tv “Chernobyl”?
Sì, mi è piaciuta molto.

Quali canzoni di “Misanthropic Breed” suonerete dal vivo?
Speriamo tutte! Ma penso che “Decay” sarà una canzone che suoneremo sempre dal vivo.

Avete mai suonato in Italia?
No, non l’abbiamo fatto. Ma si spera presto! Amo l’Italia e ci ho già suonato con altre band.

Anaal Nathrakh – L’arrivo dell’oscurità

Ho provato sempre un sentimento di soggezione nei confronti degli Anaal Nathrakh, invece Dave Hunt, in arte V.I.T.R.I.O.L., si è dimostrata una persona cortese e loquace. “Endarkenment” (Metal Blade) è l’ennesimo tassello di una discografia ricchissima e, stranamente, regolare negli ultimi anni. Proprio da questa peculiarità è partita la nostra chiacchierata…

“Vanitas” (2012), “Desideratum” (2014), The Whole of the Law (2016), “A New Kind of Horror” (2018) ed “Endarkenment” (2020): il vostro ciclo creativo ha bisogno di due anni per la realizzazione di un album?
Effettivamente è strano che siamo stati così regolari con le nostre ultime uscite, perché non è stato pianificato. Registriamo solo quando abbiamo le giuste sensazioni e quando abbiamo abbastanza tempo per stare insieme. So che non suon molto bene quest’ultima cosa, ma con uno di noi nel Regno Unito e l’altro negli Stati Uniti, ovviamente dobbiamo programmare ogni dettaglio con attenzione, cose tipo i biglietti aerei e così via. Non dipende poi solo da noi, ma anche dalle etichette che decidono quando tirare fuori quello che consegniamo loro. così, tra una cosa e l’altra, sono passati circa due anni ogni volta.

Fin dall’inizio siete sempre le stesse due persone, come rinnovate la vostra ispirazione?
Non credo che l’spirazione abbia molto a che fare con il fatto che siamo in due: non abbiamo bisogno di lavorare insieme ad altre persone, e nemmeno tra di noi, per trovare la giusta ispirazione. È sempre lì, una parte della nostra natura mentre viviamo le nostre vite. Questo non vuol dire che potremmo fare un album e poi subito un altro il giorno successivo, ovviamente. Ma non è che iniziamo da zero dopo che ogni disco è fuori, non ci sentiamo svuotati alla fine del processo creativo: l’accrescimento dell’ispirazione è costante. E ci sono sempre idee e pezzi che non si adattano a un album, ma potrebbero essere qualcosa di buono su cui lavorare per un altro disco. Quindi la nostra ispirazione è sempre lì, e registrare un album è un po’ come scattare un’istantanea della nostra creatività in quel momento.

“Endarkenment” è nato prima dell’emergenza Covid 19, pensi sarebbe potuto essere diverso se fosse stato realizzato durante o dopo il blocco per la pandemia?
Beh, visto come ci esprimiamo al meglio, non saremmo stati in grado di registrare nulla durante il blocco. Quindi sì, sarebbe diverso, nel senso che non sarebbe esisto! Anche se in un modo strano, la pandemia ha fatto apparire questo album più adatto al momento contingente di quanto lo sarebbe stato senza emergenza. Molte delle idee e dei temi di che abbiamo trattato sono stati amplificati e resi più chiari dal modo in cui il mondo è cambiato da quando è arrivato il virus. Non dico che dovremmo ringraziare la pandemia per questo, ma in un certo senso, suppongo che dobbiamo sentirci fortunati per l’effetto finale!

Hai già suonato alcuni di questi brani dal vivo prima del blocco?
No, niente dell’album è mai stato suonato dal vivo. Questa è un’esperienza che non vediamo l’ora di fare quando il mondo finalmente diventerà un po’ meno folle. Almeno meno folle in termini di pandemia: il mondo è piuttosto pazzo anche sotto altri aspetti, ed è improbabile che cambierà, anche se il virus dovesse andare a farsi fottere domani. Ma quando sarà sicuro farlo – e non prima – speriamo di essere in grado di sviscerare queste canzoni come meritano dal vivo.

“Endarkenment” è l’album più epico degli Anaal Nathrakh?
Non lo so, dimmelo tu. In realtà, non analizziamo o classifichiamo le nostre cose in questo modo. Facciamo ciò che ci sembra giusto e seguiamo le nostre idee fin dove ci portano. Perciò, dovresti chiedere a qualcun altro un confronto. Posso dire che di certo non abbiamo deciso di creare consapevolmente un album epico. Non abbiamo mai veramente in mente la parola “epico” quando facciamo musica. Ma se pensi che sia una buona descrizione del disco, non è un problema dal nostro punto di vista.

La musica è stata registrata interamente nello studio di Kenney nel sud della California, mentre la voce è stata incisa nella zona industriale di Birmingham, in un edificio che ospitava lungo il vostro stesso corridoio il set di un porno sadomaso! Quanto è stato difficile lavorare in questa strana situazione?
Non è stato affatto difficile. Strano, certo, ma siamo un po’ strani e lavoriamo meglio in una situazione ambientale molto minimale. Dacci un po’ di privacy, preferibilmente una luce naturale limitata e alcune attrezzature piuttosto semplici e il gioco è fatto. A livello personale, è stato sicuramente un po’ meno glamour che andare a registrare la voce per l’ultimo album ad Huntington Beach, haha! Ma in termini di musica reale, la zona industriale a Birmingham ci s’addice altrettanto bene. E sì, abbiamo sentito dei rumori provenire da un’altra delle sale nelle vicinanze, e inizialmente pensavamo ci fosse una donna che veniva picchiata lì dentro, quindi eravamo preoccupati. Ma mentre stavamo nel corridoio cercando di capire cosa stesse succedendo e considerando di chiamare la polizia, una voce ha urlato: “Vi vedo che state ascoltando, pervertiti!”. Poi abbiamo capito cosa stava succedendo. Dopo di che è stato un po’ strano camminare per andare in bagno e sentire un forte accento locale dire cose come “Sì, ficcami quel dildo su per il culo, piccola” mentre passavamo. Ma i gusti son gusti.

Torniamo a cose più terrene, di solito un adolescente abbraccia la musica estrema per un atto di ribellione. Ora che sei un musicista professionista, qual è il tuo fine?
Non credo che il nostro obiettivo sia mai stato davvero la ribellione. Sì, certo hai ragione sul fatto che gli adolescenti si ribellano, ma non credo che sia solo per quello che si comportino in una determinata maniera, almeno in modo cosciente. Nel nostro caso, non ci vedevamo come dei ribelli, perché non pensavamo davvero che ci fosse qualcosa che avremmo voluto distruggere, quindi non c’era nulla contro cui ribellarsi. Stavamo solo andando verso ciò che ci sembrava giusto, inventando qualcosa che sentivamo mancasse nella musica che trovavamo in giro. E quindi in realtà i nostri obiettivi non sono cambiati: siamo ancora principalmente interessati a fare ciò che sembra la cosa giusta da fare. I traguardi lunga strada, che potresti considerare come dei normali obiettivi, li abbiamo per lo più raggiunti: cose come vedere il nostro CD in un negozio o suonare in questo posto o in quell’altro e così via. Abbiamo fatto praticamente tutto ciò che ci poteva essere su quel tipo di lista, soprattutto perché non c’era praticamente nulla sulla nostra lista! Quindi ora ci preoccupiamo, come sempre, di fare musica che sia per noi soddisfacente e piacevole.

Dopo tutti questi anni, pensi che Anaal Nathrakh sia ancora un buon nome per una band come la vostra?
Questa è una domanda strana. Sì, naturalmente. Potremmo facilmente usare un nome diverso se volessimo. Forse lo chiedi perché non ti è mai piaciuto il nostro nome?

No, mi piace molto. Foneticamente ha un suono molto duro, però se prendiamo in considerazione il significato, mi sembra atipico per un gruppo estremo come il vostro, tutto qui. In conclusione, quali sono le vostre prossime mosse?
Al momento non ci sono mosse successive, davvero. Il virus ostacola praticamente tutto ciò che potremmo fare: non possiamo suonare dal vivo e non possiamo viaggiare per stare insieme per suonare per un brodcast online o fare nuova musica. Almeno le operazioni necessarie per il lanico dell’album non sono compromesse, quindi abbiamo pubblicato un video per la title track e un lyric video – cosa molto insolita per noi – per un’altra canzone. Il 25 settembre sarò ospite su Gimme Radio e proporrò un paio di brani del nuovo album e alcuni nostri classici. L’uscita del disco è prevista per l’inizio di ottobre, nonostante il virus ci impedisca di fare un mucchio di cose, riusciamo a essere sufficientemente attivi grazie al fottutissimo Internet!

Cult of Lilith – I figli della dea

Gli islandesi Cult of Lilith potrebbero essere la risposta alle preghiere di tutti quelli che chiedono agli dèi del metallo qualcosa di nuovo. La band capitanata da Daniel Þór Hannesson è arrivata all’esordio dalla porta principale, quella con la targhetta Metal Blade sul campanello, mostrando già un’ottima personalità e poca paura di sbagliare. All’interno di “Mara” troverete una varietà impressionanti di generi (estremi e non) che convivono felicemente, tanto da candidare i Cult of Lilith al titolo di sorpresa del 2020.

Ciao Daniel, potresti presentare la tua band ai nostri lettori?
Siamo i Cult of Lilith e il nostro obiettivo è quello di creare musica stimolante ed estrema abbinata a un’immagine non convenzionale. Traiamo ispirazione da più generi e da svariati periodi della storia della musica con l’intenzione di comporre qualcosa di veramente unico e diversificato, anche se sempre legato a un tema unico e coerente.

Lilith è una figura della mitologia ebraica, perché, nonostante voi siate islandesi, non hai scelto una divinità dal pantheon nordico?
Lilith è una figura più interessante, secondo me, si adatta al meglio al concept della band. Avere un nome legato con la mitologia norrena sarebbe stato fuorviante laddove la nostra musica non suona affatto nordica. Anche vivendo e crescendo in parte in Islanda, ci sarebbe sembrato un cliché l’utilizzo mitologia nordica.

Altra cosa interessante che vorrei che m spiegassi è la definizione che hai dato alla tua musica: cosa significa “Necromechanical baroque”?
Dato che proponiamo un death metal dal feeling meccanico e lo fondiamo, tra le altre cose, con influenze barocche, troviamo questa descrizione un mashup interessante non solo per il suono ma anche per le immagini. I nostri temi lirici spaziano dalla mitologia antica alla fanyasy, alla fantascienza e all’horror fantascientifico.

Alcune linee vocali e certi cori sul disco denotano dell’influenze Fear Factory, Cynic e Strapping Young Lad, sei d’accordo?
Effettivamente, il nostro cantante è fortemente influenzato da Devin Townsend, quindi ha senso. Posso anche capire il riferimento ai Fear Factory per alcune parti, mentre i Cynic sono una mia grande influenza, potrebbero aver influito sul suono.

Parliamo allora proprio del vostro sound: non è la tipica musica fredda del Nord Europa, c’è un tocco di mediterraneo. Come spieghi questa “incongruenza” geografica?
Bene, abbiamo un cantante spagnolo che è ci fornisce un legame diretto con il mediterraneo. Anch’io sono in parte spagnolo, però penso che alla fine il tutto sia dovuto principalmente alle nostre influenze. Ci ispiriamo alla musica barocca e classica, che erano molto importanti nei paesi mediterranei, e naturalmente anche al flamenco.

Approfondiamo maggiormente le vostre influenze flamenco, in questo senso sul vostro album c’è un pezzo emblematico, “Profeta Paloma”. Come è nata questa canzone?
Volevamo includere un po’ di influenze flamenco nell’album e ribadire il nostro legame con la Spagna. Credo che queste sonorità si adattino molto bene alla parte puramente black metal che apre il brano. Abbiamo contattato Reynir Hauksson, un grande chitarrista di flamenco, che ha scritto ed eseguito quel fantastico interludio. Un cantante spagnolo, di nome Fernando Pérez, ha poi registrato la voce cantando i testi del nostro Mario.

Mario Infantes Ávalos è entrato da poco nel gruppo, ma credo che in qualche modo abbia influenzato non poco la resa finale del disco, no?
Ha portato tanta varietà e un’impressionante gamma vocale, quindi ha avuto un impatto enorme sulla progressione della band. Abbiamo sempre voluto pensare fuori dagli schemi e provare cose nuove e lui si adattava perfettamente a quelle aspirazioni.

Un’altra traccia che adoro è “Le Soupir du Fantome”, potresti dire qualcosa su questa canzone?
In realtà ho scritto l’introduzione di quella canzone molti anni fa. Volevo terminare l’album con un pezzo epico, quindi ho ripreso da dove avevo interrotto e ho iniziato a sovrapporre l’intro con una contro-melodia alla chitarra e alcuni altri strumenti per aggiungere un tocco sinfonico. Alla fine, partendo da quello, ho costruito una canzone death metal completamente ispirata al barocco. Anche il nostro cantante Mario ha fatto un ottimo lavoro aggiungendo nella parte iniziale quei cori gregoriani che ben si sposano con l’organo da chiesa che si inserisce più tardi nella canzone.

All’inizio mi hai detto che il vostro obiettivo è quello di creare musica poco convenzionale da abbinare ad un’immagine poco standardizzata. Nella foto promozionale non indossate, infatti, il solito abbigliamento da band estrema, ma non temi che questo particolare aspetto potrebbe essere fuorviante per classificare il vostro sound?
Volevamo fare qualcosa di diverso, sentivamo la necessità di adottare un abbigliamento che si adattasse perfettamente al nome della band dando l’idea di un’elegante setta, dallo stile barocco e classico, dedita all’adorazione del culto di Lilith.

Ensiferum – Children of the sea

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

La ciurma della drakkar degli Ensiferum continua il proprio giro del mondo con la solita efficienza, conscia dell’importanza che il mare ha nella vita di ogni marinaio. Capitan Sami Hinkka e i suoi con “Thalassic” (Metal Blade) hanno deciso di rendere omaggio proprio al prezioso elemento da cui è partita la vita sul nostro pianeta.

Benvenuto Sami, potresti presentare ai lettori italiani il tuo nuovo album “Thalassic”?
“Thalassic” è l’ottavo album degli Ensiferum e, oltre ad essere un disco d’assalto, è il primo a presentare il nostro nuovo cantante / tastierista Pekka Montin ed è anche la prima volta che proponiamo un concept.

Il 10 luglio Ensiferum terrete il releasy party virtuale: potresti anticipare qualcosa sullo “Studio Live” show?
Abbiamo creato una setlist molto interessante con un sacco di canzoni nuove, vecchie e rare. Questo è uno spettacolo molto particolare perché non ci sarà alcun pubblico. Gli Ensiferum sono sempre stati “una band dal vivo” e abbiamo i fan più folli del mondo, quindi ora che manca l’interazione con la folla, abbiamo dovuto inventarci qualcos’altro per far partecipare le persone al concerto. I fan possono inviarci domande in anticipo e risponderemo a quelle durante le pause del concerto e alla fine ci sederemo e chatteremo con il pubblico. Sarà qualcosa di completamente diverso ma sono sicuro che sarà molto divertente per tutti.

Thalassic è una parola di greco antico e significa “relativo ai mari”: qual è il ruolo del mare ai nostri giorni in cui gli aerei dominano i cieli e l’uomo viaggio nello spazio?
Heh, questa è una domanda troppo difficile. Diciamo solo che senza acqua non c’è vita, questo è il ruolo più importante del mare.

Thalassic deriva dal greco antico e invece Ensiferum è una parola latina, c’è quasi una sorta di connessione tra voi e i nostri avi romani: cosa ne pensi del mio Paese?
La parola “talassico” si trova anche nel dizionario inglese, ovviamente la sua radice è il greco. L’Italia è un Paese molto carino, ho molti bei ricordi legati ai concerti che abbiamo tenuto da voi. Spero davvero che potremo tornarci presto.

Ci sono influenze folk mediterranee nel nuovo album?
Se intendi musicalmente, immagino non molte. Forse potrà essere il tema del prossimo album? Vedremo…

Tornando il passato, quali brani del tuo catalogo ti piacciono di più dal vivo?
Oh, questa è difficile. Ce ne sono così tanti, ma uno che mi manca un po’ “Warrior Without a War”.

Ho letto una tua dichiarazione su questo nuovo album, in cui l’hai definito un “altro passo avanti musicalmente”, potresti spiegare perché?
Penso che in questo album abbiamo utilizzato tutto il nostro know-how accumulato nelle precedenti uscite e che l’abbiamo sfrutto al meglio. Anche la produzione e il missaggio sono abbastanza diversi rispetto ai nostri album precedenti.

Quanto è difficile dopo venticinque anni innovare il vostro suono?
Per gli Ensiferum questo non è affatto difficile perché tutti noi abbiamo tanti gusti musicali diversi e tutti siamo molto aperti verso le nuove idee, questo ci consente di mantenere il nostro processo di composizione molto fresco.

Inizialmente siete stati inseriti nel calderone del metal estremo, ritieni che questa categorizzazione nel 2020 sia ancora valida?
Dipende davvero da cosa intendi con extreme metal. Non penso che questo termine sia mai stato usato ufficialmente sulla nostra band. Se ci paragoni a Lady Gaga, sì, si potrebbe pensare che la nostra musica sia molto estrema, ma se guardi i gruppi che suonano death metal tecnico (o quella cosa che la gente chiama così, eh eh eh), la nostra musica sembra molto leggera!

E del nuovo singolo “Andromeda” che mi dici?
Racconta il mito greco di Andromeda. È una delle mie canzoni preferite nel nuovo album.

Da “Andromeda” è stato tratto anche il vostro nuovo video: ma tu preferisci “guardare” o ascoltare musica?
Personalmente non mi piacciono molto i video musicali, ma ovviamente è bello fare uno o due per album.

A parte suonare il metal, che tipo di cose ti piace fare?
Mi piace guardare documentari, film, serie TV e cerco anche di leggere il più possibile, ma negli ultimi anni è diventato difficile trovare il tempo per farlo quanto mi piacerebbe.

The crew of the Ensiferum drakkar continue their tour of the world with their usual efficiency, aware of the importance that the sea has in the life of every sailor. Captain Sami Hinkka and his “Thalassic” (Metal Blade) have decided to pay homage to the precious element from which life on our planet started.

Welcome, could you introduce to our readers your new album “Thalassic”?
”Thalassic” is Ensiferum’s eighth album and besides of being asskicking album, it is the first album to introduce our new clean singer/keyboard player Pekka Montin and it’s this is the first time we had kinda theme on an album.

On July 10th Ensiferum will host a record release: could you anticipate something about the “Studio Live” show?
We have come up with very cool setlist with bunch of new, old and rare songs. This is very interesting show for us because there won’t be any audience. Ensiferum has always been ”a live band” and we have the craziest fans in the world so now that the interaction with the crowd will be missing we had to come up with something else to get people being part of the gig. Fans can send questions to us in advance and we’ll answer to those during the breaks we have on the gig and in the end we will sit down and chat with the people. It’s gonna be something totally different but I’m sure that it will be lots of fun for everyone.

Thalassic” is word from ancient Greek and means “relating to seas”: which is the role of the sea in our days?
Heh, that is way too big question. Let’s just say that without water there is no life. So that’s how big role seas have.

Thalassic is from ancient Greek and Ensiferum is a latin word, this a sort of connection between your band and Italy: what do you think about my Country?
The word ”thalassic” can also be found from English dictionary, obviously the root is Greek. Italy is very nice country, lots of good gig memories from there. I really hope we can return there soon.

Are there Mediterean folk influences in the new album?
If you mean musically, I guess not that much. Maybe that will be the theme for the next album? Let’s see…

Which songs of you back catalogue do you like most playing live?
Oh, this is difficult. There are so many but one that I’m missing a bit it ”Warrior Without A War”.

I read your declaration about this new album, you defined it an “another step ahead musically”, could you explain why?
I think on this album we utilized our know-how from the previous album sessions much better than ever before. Also the production and mixing are quite different than on our previous albums.

How is difficult after 25 years to innovate your sound?
For Ensiferum that is not difficult at all because we all have so different kind of music taste and everyone is very openminded with new ideas so that keeps our composing process very fresh.

Actually, you consider you sound still extreme metal?
It really depends what you mean with extreme metal? I don’t think that this term has been ever used officially about our band? If you compare us to Lady Gaga, yes one might think that our music is very extreme but if you look at the bands who play technical deathmetal (or what ever people call this genre, heh), our music sounds very easy going, heh.

What’s about your new single “Andromeda”?
It tells about the Greek myth of Andromeda. It’s one of my favorite songs on the new album.

Andromeda” is your new video too: do you prefer to “watch” or to listen to music?
Personally I’m not that much into music videos but of course it’s cool to make one or two per album.

Outside of playing metal, what kinds of things do you enjoy doing?
I like watching documentaries, movies, TV-series and I also try to read as much as possible but during the last years it’s been hard to find time to do it as much I would love to.

Falconer – Le ceneri dell’impero

Il funerale vichingo rappresentato nella bella copertina di “From a Dying Ember” (Metal Blade Records) lascia pochi dubbi sul futuro dei Falconer. Gli svedesi, anche se non hanno saputo dar seguito al successo clamoroso del proprio esordio, hanno costruito una carriera dignitosa e ricca di gemme di folk metal. Per il momento “From a Dying Ember” è un più che degno addio, nella speranza che un giorno possa rivelarsi, col senno di poi, un semplice arrivederci…

Benvenuto Stefan, come è nato “From a Dying Ember”?
Dopo aver suonato il nostro ultimo spettacolo dal vivo al ProgPower negli Stati Uniti nel 2015, ci siamo presi una pausa, proprio come facciamo di solito. Questa volta, però, è stata più lunga e non ho toccato la chitarra per quasi due anni. Avevo due-tre canzoni già pronte, che pensavo fossero davvero buone, e volevo pubblicarle, senza necessariamente scrivere un nuovo album. Non ho vissuto questa lunga sosta creativa come fosse una sfida, adoro la musica dei Falconer e so esattamente come farla, ma in quei momenti mi sembrava di essere sulla ruota di un criceto. Una cosa era certa, non mi sarei costretto a completare un album se non lo avessi davvero voluto. Dopo aver riflettuto a lungo, ho deciso di realizzare un nuovo disco, renderlo il migliore possibile e di incorporare tutti gli elementi che sono propri dei Falconer. Mi sono anche detto che questo sarebbe stato l’album finale per i Falconer e, quindi, tutti i piani, le idee e i desideri che avevo ancora, dovevano essere realizzati in questo lavoro. Ad esempio, una ballata di piano e un’altra canzone puramente folk in svedese con strumenti tipici. Non mi andava di scrivere un ultimo capitolo che fosse così così, sarebbe stato meglio non farlo affatto a quel punto. Volevo essere orgoglioso e poter dire che questo è un album killer con cui porre fine alla vita della band. Ciò ha significato che ho potuto impiegare tutto il tempo necessario, non avevo alcuna pressione, scrivevo canzoni solo quando volevo davvero. L’attesa è sicuramente valsa la pena, perché non posso che essere fiero di un commiato del genere.

Potresti spiegare la tua dichiarazione “Riassumendo, possiamo dire che “From A Dying Ember” ha alcune cose che lo distinguono parecchio da un solito album dei Falconer”?
Bene, una pura ballata di piano è qualcosa di nuovo. Inoltre abbiamo finalmente una cornamusa e una nyckelharpa (strumento tipico della tradizione svedese NDA).

In questi giorni i manifestanti di Minneapolis hanno dato fuoco alla stazione di polizia, quando ho visto le prime foto ho pensato al vostro titolo, “From a Dying Ember”: è capitato anche a te?
No, questo pensiero non mi ha attraversato la mente. Posso dire, però, che la leadership americana è sempre foriera di spunti per i testi. Accadono così tante cose strane lì, nel “miglior Paese del mondo”…

La canzone di chiusura è “Rapture”, un pezzo che si avvicina parecchio allo stile del tuo gruppo precedente, i Mithotyn, che mi dici di questa traccia?
Effettivamente all’iniziato doveva essere una nuova canzone dei Mithotyn da inserire su una compilation con tutti i demo. Un inedito per dare maggiore visibilità a questa uscita in CD. Ad ogni modo, io e Karl Beckman ci siamo resi conto che nessuno di noi voleva sprecare così il tempo impiegato per provare e registrare la nuova canzone, così ho chiesto al mio compagno nei Mithotyn se potevo utilizzarla, combinandone il testo e gli arrangiamenti, per il nuovo Falconer. Ho fatto alcuni piccoli cambiamenti e ho sostituito alcune melodie di chitarra con la voce. Mettendola come l’ultima canzone, mi sento davvero come se avessi chiuso il cerchio.

Come è stato di nuovo lavorare con Karl Beckmann ?
Naturale come in passato, anche se non ci siamo davvero incontrati, ma abbiamo semplicemente impostato alcune idee mandandoci il materiale avanti e indietro. Più o meno come avveniva in passato. Il tutto è stato molto emozionate, non sembrava che fossero passati venti anni dall’ultima volta. Alla fine sia io che Karl abbiamo scoperto fino a che punto siamo cresciuti artisticamente da allora, lui mi ripeteva sempre che i miei spunti suonassero un po’ troppo Falconer e io accusavo lui di voler riproporre i suoi King of Asgard .

Forse è arrivato il momento per ascoltare un nuovo album dei Mithotyn?
No, nel modo più assoluto. Pensa che nei mesi scorsi abbiamo più volte anche pensato di non terminare quello su cui stavamo lavorando. Quindi, escludo categoricamente l’idea che ci possa essere un nostro nuovo disco insieme.

Il mio sogno è sentire una canzone dei Falconer featuring Skyclad o viceversa …
Sì, sarebbe una bella accoppiata, ma forse il risultato non sarebbe poi così così diverso dall’originale. Ho ascoltato molto gli Skyclad quindici-venti anni fa.

Visto che parliamo di influenze, ti piacciono le vecchie folk rock band come Jethro Tull, Pentagle, The Incredible String Band?
I Jethro Tull sono la mia band preferita in assoluto, musica progressive superba. Quando parlo di musica progressiva non mi riferisco solo alle trame complesse ma anche alle grandi melodie. Ho ascoltato Rush, Pink Floyd e Porcupine ma c’è sempre qualcosa che mi convince di meno. Le altre band di cui hai parlato, in realtà, non le conosco, dovrò approfondire.

Suoni chitarra e tastiere, in passato anche il basso per i Falconer: quale strumento preferisci?
Sì, ho suonato anche il basso nei primi due album dei Falconer, ma il mio strumento di elezione è la chitarra. Non mi considero un buon chitarrista, mi serve solo per scrivere le canzoni: il nostro solista è Jimmy, è lui che padroneggia lo strumento. Alla fine, ne facciamo due usi diversi.

Invece, ti piace scrivere testi?
Non è la ragione per cui faccio musica, ma devi avere anche dei testi nelle tue canzoni, quindi cerco di renderli i più belli possibile. Alcune volte penso che risultino davvero buoni. Mi mancherebbe non scrivere testi? No, per niente. Faccio musica per la musica e non per le parole.

Sei anni senza un nuovo album potrebbero compromettere il seguito di una band o ora è più importante avere una regolare attività live?
Non ci è mai interessa l’attività dal vivo. Il motivo per cui siamo esistiti sono i processi creativi, ovvero le canzoni e gli album. Naturalmente avremmo avuto più successo se avessimo promosso il nostro lavoro con più spettacoli dal vivo, merchandising e così via. Ma… siamo stati semplicemente pigri e contenti di avere la possibilità di lavorare con un’etichetta che ci pagasse gli studios. È stato già tanto per noi.

Il vostro primo album è stato un successo clamoroso, pensi poi di aver mantenuto le promesse di inizio carriera?
Non abbiamo più avuto gli stessi riscontri del primo album. Questa domanda è davvero difficile per me, anche perché alla fine dipende più dal giudizio dei fan. La maggior parte di loro dirà sempre che il primo è il migliore, ma personalmente ci trovo una marea di punti deboli dopo tutti questi anni. Per me, “Northwind” è il migliore, e non sto nemmeno prendendo in considerazione il nuovo album, perché non ho ancora una visione prospettica che mi permetta di dare un giudizio definitivo su “From a Dying Ember”.

Dato che stiamo facendo dei bilanci, con il senno di poi sei soddisfatto della tua carriera?
Oh sì. Magari sarebbe stato interessante vedere fin dove saremmo arrivati se avessimo davvero lavorato di più dal vivo e se avessimo spinto maggiormente sulla promozione. Ma non è certo qualcosa di cui mi pento, credo che riprenderei le stesse decisioni strategiche anche oggi.

Mettiamo i Falconer e il passato alle spalle: a questo punto quali saranno le tue prossime mosse?
Non ne ho idea, al momento vorrei solo provare qualcosa di completamente diverso per divertirmi. Poi vedremo dove mi porterà il mio futuro. Ringrazio tutti i nostri fan là fuori, speranzoso che questo album finale sia un inno degno della storia della mia band.

g.f.cassatella