Falconer – Le ceneri dell’impero

Il funerale vichingo rappresentato nella bella copertina di “From a Dying Ember” (Metal Blade Records) lascia pochi dubbi sul futuro dei Falconer. Gli svedesi, anche se non hanno saputo dar seguito al successo clamoroso del proprio esordio, hanno costruito una carriera dignitosa e ricca di gemme di folk metal. Per il momento “From a Dying Ember” è un più che degno addio, nella speranza che un giorno possa rivelarsi, col senno di poi, un semplice arrivederci…

Benvenuto Stefan, come è nato “From a Dying Ember”?
Dopo aver suonato il nostro ultimo spettacolo dal vivo al ProgPower negli Stati Uniti nel 2015, ci siamo presi una pausa, proprio come facciamo di solito. Questa volta, però, è stata più lunga e non ho toccato la chitarra per quasi due anni. Avevo due-tre canzoni già pronte, che pensavo fossero davvero buone, e volevo pubblicarle, senza necessariamente scrivere un nuovo album. Non ho vissuto questa lunga sosta creativa come fosse una sfida, adoro la musica dei Falconer e so esattamente come farla, ma in quei momenti mi sembrava di essere sulla ruota di un criceto. Una cosa era certa, non mi sarei costretto a completare un album se non lo avessi davvero voluto. Dopo aver riflettuto a lungo, ho deciso di realizzare un nuovo disco, renderlo il migliore possibile e di incorporare tutti gli elementi che sono propri dei Falconer. Mi sono anche detto che questo sarebbe stato l’album finale per i Falconer e, quindi, tutti i piani, le idee e i desideri che avevo ancora, dovevano essere realizzati in questo lavoro. Ad esempio, una ballata di piano e un’altra canzone puramente folk in svedese con strumenti tipici. Non mi andava di scrivere un ultimo capitolo che fosse così così, sarebbe stato meglio non farlo affatto a quel punto. Volevo essere orgoglioso e poter dire che questo è un album killer con cui porre fine alla vita della band. Ciò ha significato che ho potuto impiegare tutto il tempo necessario, non avevo alcuna pressione, scrivevo canzoni solo quando volevo davvero. L’attesa è sicuramente valsa la pena, perché non posso che essere fiero di un commiato del genere.

Potresti spiegare la tua dichiarazione “Riassumendo, possiamo dire che “From A Dying Ember” ha alcune cose che lo distinguono parecchio da un solito album dei Falconer”?
Bene, una pura ballata di piano è qualcosa di nuovo. Inoltre abbiamo finalmente una cornamusa e una nyckelharpa (strumento tipico della tradizione svedese NDA).

In questi giorni i manifestanti di Minneapolis hanno dato fuoco alla stazione di polizia, quando ho visto le prime foto ho pensato al vostro titolo, “From a Dying Ember”: è capitato anche a te?
No, questo pensiero non mi ha attraversato la mente. Posso dire, però, che la leadership americana è sempre foriera di spunti per i testi. Accadono così tante cose strane lì, nel “miglior Paese del mondo”…

La canzone di chiusura è “Rapture”, un pezzo che si avvicina parecchio allo stile del tuo gruppo precedente, i Mithotyn, che mi dici di questa traccia?
Effettivamente all’iniziato doveva essere una nuova canzone dei Mithotyn da inserire su una compilation con tutti i demo. Un inedito per dare maggiore visibilità a questa uscita in CD. Ad ogni modo, io e Karl Beckman ci siamo resi conto che nessuno di noi voleva sprecare così il tempo impiegato per provare e registrare la nuova canzone, così ho chiesto al mio compagno nei Mithotyn se potevo utilizzarla, combinandone il testo e gli arrangiamenti, per il nuovo Falconer. Ho fatto alcuni piccoli cambiamenti e ho sostituito alcune melodie di chitarra con la voce. Mettendola come l’ultima canzone, mi sento davvero come se avessi chiuso il cerchio.

Come è stato di nuovo lavorare con Karl Beckmann ?
Naturale come in passato, anche se non ci siamo davvero incontrati, ma abbiamo semplicemente impostato alcune idee mandandoci il materiale avanti e indietro. Più o meno come avveniva in passato. Il tutto è stato molto emozionate, non sembrava che fossero passati venti anni dall’ultima volta. Alla fine sia io che Karl abbiamo scoperto fino a che punto siamo cresciuti artisticamente da allora, lui mi ripeteva sempre che i miei spunti suonassero un po’ troppo Falconer e io accusavo lui di voler riproporre i suoi King of Asgard .

Forse è arrivato il momento per ascoltare un nuovo album dei Mithotyn?
No, nel modo più assoluto. Pensa che nei mesi scorsi abbiamo più volte anche pensato di non terminare quello su cui stavamo lavorando. Quindi, escludo categoricamente l’idea che ci possa essere un nostro nuovo disco insieme.

Il mio sogno è sentire una canzone dei Falconer featuring Skyclad o viceversa …
Sì, sarebbe una bella accoppiata, ma forse il risultato non sarebbe poi così così diverso dall’originale. Ho ascoltato molto gli Skyclad quindici-venti anni fa.

Visto che parliamo di influenze, ti piacciono le vecchie folk rock band come Jethro Tull, Pentagle, The Incredible String Band?
I Jethro Tull sono la mia band preferita in assoluto, musica progressive superba. Quando parlo di musica progressiva non mi riferisco solo alle trame complesse ma anche alle grandi melodie. Ho ascoltato Rush, Pink Floyd e Porcupine ma c’è sempre qualcosa che mi convince di meno. Le altre band di cui hai parlato, in realtà, non le conosco, dovrò approfondire.

Suoni chitarra e tastiere, in passato anche il basso per i Falconer: quale strumento preferisci?
Sì, ho suonato anche il basso nei primi due album dei Falconer, ma il mio strumento di elezione è la chitarra. Non mi considero un buon chitarrista, mi serve solo per scrivere le canzoni: il nostro solista è Jimmy, è lui che padroneggia lo strumento. Alla fine, ne facciamo due usi diversi.

Invece, ti piace scrivere testi?
Non è la ragione per cui faccio musica, ma devi avere anche dei testi nelle tue canzoni, quindi cerco di renderli i più belli possibile. Alcune volte penso che risultino davvero buoni. Mi mancherebbe non scrivere testi? No, per niente. Faccio musica per la musica e non per le parole.

Sei anni senza un nuovo album potrebbero compromettere il seguito di una band o ora è più importante avere una regolare attività live?
Non ci è mai interessa l’attività dal vivo. Il motivo per cui siamo esistiti sono i processi creativi, ovvero le canzoni e gli album. Naturalmente avremmo avuto più successo se avessimo promosso il nostro lavoro con più spettacoli dal vivo, merchandising e così via. Ma… siamo stati semplicemente pigri e contenti di avere la possibilità di lavorare con un’etichetta che ci pagasse gli studios. È stato già tanto per noi.

Il vostro primo album è stato un successo clamoroso, pensi poi di aver mantenuto le promesse di inizio carriera?
Non abbiamo più avuto gli stessi riscontri del primo album. Questa domanda è davvero difficile per me, anche perché alla fine dipende più dal giudizio dei fan. La maggior parte di loro dirà sempre che il primo è il migliore, ma personalmente ci trovo una marea di punti deboli dopo tutti questi anni. Per me, “Northwind” è il migliore, e non sto nemmeno prendendo in considerazione il nuovo album, perché non ho ancora una visione prospettica che mi permetta di dare un giudizio definitivo su “From a Dying Ember”.

Dato che stiamo facendo dei bilanci, con il senno di poi sei soddisfatto della tua carriera?
Oh sì. Magari sarebbe stato interessante vedere fin dove saremmo arrivati se avessimo davvero lavorato di più dal vivo e se avessimo spinto maggiormente sulla promozione. Ma non è certo qualcosa di cui mi pento, credo che riprenderei le stesse decisioni strategiche anche oggi.

Mettiamo i Falconer e il passato alle spalle: a questo punto quali saranno le tue prossime mosse?
Non ne ho idea, al momento vorrei solo provare qualcosa di completamente diverso per divertirmi. Poi vedremo dove mi porterà il mio futuro. Ringrazio tutti i nostri fan là fuori, speranzoso che questo album finale sia un inno degno della storia della mia band.

g.f.cassatella

Sorcerer – Il lamento dello stregone

Chi volesse utilizzare un esempio pratico per confutare il vecchio detto “il tempo è galantuomo”, potrebbe raccontare la parabola dei Sorcerer. Gli svedesi nati a Stoccolma nel pieno del boom del death metal, hanno rilasciato un paio di demo – “Sorcerer” e ” The Inquisition”- diventati oggetto di culto tra gli amanti del doom. Poi dal 1992 al 2015 il silenzio assoluto, sino al sorprendete ritorno marchiato Metal Blade, “In the Shadow of the Inverted Cross”. Da qual momento gli scandinavi hanno dato il via alla seconda parte della propria carriera in modo regolare, arrivando oggi alla terza uscita, “Lamenting of the Innocent”, nel giro di soli cinque anni. Ancora una volta un disco che non solo non sminuisce il fascino da cult band conquistato durante il lungo stop, ma lo accresce in modo esponenziale. È toccato ad Anders Engberg, vocalist dai tempi dei mitici demo, rispondere alle nostre domande.

Benvenuto Anders, chi è l’innocente citato nel titolo del vostro nuovo grande album?
L’album è un concept, nel senso che ogni canzone ruota intorno a tematiche legate al periodo in cui era in vigore la caccia alle streghe. L’ispirazione maggiore arriva dal libro “The Witch Hammer – Malleum Malleficarum”, gli innocenti sono tutte le vittime della follia scatenata per tanto tempo da quel tomo nefesto.

Nella vostra line up attuale troviamo un nuovo bassista, Justin Biggs, e l’ex batterista Richard Evensand, che novità hanno portato nel sound dei Sorcerer con il loro ingresso?
Justin ha contribuito con un nuovo suono di basso e ha anche scritto un paio di riff / canzoni, oltre ad aver partecipato alla stesura dei testi dell’album. Il solo ritorno di Ricky per me è una cosa meravigliosa, poter suonare di nuovo insieme dopo tutti questi anni è fantastico! Poi lo ritengo anche uno dei migliori batteristi svedesi, quindi nulla potrà andare storto con lui dietro le pelli!

A proposito di musicisti di svedesi di valore, Johan Langquist dei Candlemass è l’ospite nel brano “Deliverance”: come è stato lavorare con una vera leggenda del doom metal?
Johan è un mio vecchio amico, suonavo in una band con suo fratello, quindi lo conosco da oltre trenta anni. È un cantante fantastico, il migliore, secondo me, tra quelli che sono transitati nei Candlemass. È stato un vero onore averlo sia in studio che nel video della canzone “Deliverance”.

Nella stessa traccia troviamo il rinomato violoncellista svedese Svante Henryson, ti piace la musica classica o è stata un’idea nata per caso?
Posso affermare in tutta onestà che ne sono un amante, l’opera è il mio genere preferito ma anche Orrf, Wagner e simili non mi dispiacciano. Sì, sono un fan.

Come capita sempre più spesso anche per altre band, avette prodotto da soli il vostro album, perché?
Siamo tutti musicisti molto esperti e siamo circondati da persone molte valide, quindi per noi non è mai stato necessario coinvolgere un vero e proprio produttore. Abbiamo avuto bisogno solo di un co-produttore, Conny Welén, che è ha lavorato con noi in tutti e tre gli album. Sappiamo tutti esattamente come vogliamo che i nostri album suonino, per questo è meglio fare tutto da soli, no?

La vostra scelta sembra giusta, il vostro suono è fottutamene drammatico ed epico, qual è il segreto?
Non so se abbiamo un vero e proprio segreto, ma tutti noi amiamo la musica con un feeling drammatico. Penso che alla fine abbiamo ottenuto quello che volevamo, cioè creare un sound per i Sorcerer che fosse big, badass and melodic.

I Sorcerer nascono a Stoccolma nel 1988, quando la città era una delle capitali del death metal. Voi siete andati controtendenza, avete scelto una forma di doom metal molto classica e scevra da contaminazioni estreme. Da cosa è dipesa questa volontà di non salire sul carrozzone della moda imperante?
In realtà, al momento della fondazione io ero in un’altra band e mi chiesero di scrivere i testi e incidere la voce per il primo demo. Non avevo idea di cosa fosse davvero il doom, conoscevo i Candlemass ma non li avevo mai seguiti molto. Quando ho ascoltato per la prima volta i pezzi con la mia voce, ho capito che quello era il mio sound! Il resto è storia, ah ah.

Oltre ad essere il tuo genere d’elezione, credi che il doom metal possa rappresentare la colonna sonora perfetta per questi giorni di isolamento a causa della pandemia?
Non so se nessun tipo di musica possa descrivere la drammatica situazione che stiamo vivendo in questo momento. Voglio dire, chi avrebbe mai immaginato che saremmo precipitati in questo stato di calamità mondiale a causa di un virus? Ma forse, proprio il doom, se mai fosse possibile, è il genere che può racchiudere in sé la drammaticità del momento.

Il vostro primo demo è datato 1989, ma l’album di debutto è stato pubblicato nel 2015. Come è cambiata la scena musicale in questo intervallo di 25 anni?
È cambiata profondamente. Allora dovevi andare in studio per registrare tutto e avevi solo quel tempo limitato per farlo. Oggi tutti possono fare il più a casa loro, nel proprio studio privato, come noi. Registriamo tutto, tranne la batteria, noi stessi, questa è una differenza enorme. Inoltre, il modo in cui la musica viene diffusa e ascoltata vive un momento di grande cambiamento. Voglio dire, quando ho iniziato c’erano solo cassette e vinili, ora ci sono molti modi per fruirne e la confusione è notevole. Essere capaci di sfondare quel muro di confusione e arrivare da qualche parte è molto più difficile oggi.

Ma se all’epoca le cose erano più semplici di oggi, perché nel 1992 la band si è separata?
Io ero attivo anche con altre band e volevo progredire in un’altra direzione. Johnny voleva fare le sue cose, quindi nel 92 anni ci siamo sciolti. Nessun risentimento o screzio quando tutto è finito, io e Johnny eravamo amici prima e lo siamo ancora oggi come allora.

Però, anche alla luce dell’ottima accoglienza ricevuta dai vostri album dopo il rientro, qualche rimpianto per lo scioglimento ce l’hai?
Nessun rimpianto, solo curiosità per quello che sarebbe successo se avessimo continuato normalmente la nostra attività. Questo non lo sapremo mai, ma non me ne faccio un cruccio, perché amo il modo in cui suoniamo e scriviamo musica oggi. Tutto sommato, penso che la situazione odierna non sia peggiore di quella che avremmo potuto raggiungere dopo svariati anni di carriera se non ci fossimo separati.

Forse qualche rimpianto può procurarlo l’aver pubblicato un nuovo album e non poter suonare dal vivo per promuoverlo. Quanto vi pesa questa cosa?
Questo non vale solo per noi, ovviamente questa situazione ha mandato all’aria tutti i nostri piani. Non poter partecipare a tutti gli eventi che avevamo già programmato è veramente frustrante. La cosa buona è che tutti gli spettacoli sono stati rischedulati per il prossimo anno, quindi dobbiamo solo attendere e poi tornare di nuovo in sella.

g.f.cassatella

The Ocean – Benvenuti nel Precambriano

I The Ocean hanno pubblicato uno degli album migliori del 2007. “Precambrian”, infatti, è stato premiato con voti altissimi dai magazine e dalle webzine di mezzo mondo. Non potevamo lasciarci sfuggire l’occasione di scambiare quattro chiacchiere con Robin Staps, il vero padre e padrone del “collettivo” The Ocean.

Ciao Robin, andrebbe di presentarci la band?
I The Ocean sono un vasto universo sonoro formato da molte componenti che includono i tipici strumenti rock quali batteria, basso, chitarre e voce, ma anche strumenti “classici” come archi, fiati, videoproiettori e giochi di luce. Se dovessi descrivere la nostra musica avrei delle difficoltà perché spaziamo da canzoni brevi e furiose a composizioni lunghe e “orchestrali”. Qualcuno ha descritto il nostro sound come “cinematografico” e io credo che in qualche modo questo sia esatto.

Delle vostra predente produzione cosa puoi dirci?
Abbiamo pubblicato un CD strumentale di debutto intitolato “Fogdiver” nel 2003, seguito da “Fluxion” nel 2004′. “Fluxion” ha visto l’introduzione della voce e aveva un mucchio di canzoni epico-orchestrale grazie agli strumenti a corda, ai fiati e alle sezioni di ottoni. Nel 2005 abbiamo firmato per la Metal Blade Records e rilasciato il nostro terzo album “Eolie”. Questo è stato un passo indietro con il ritorno a una formazione ridotta con batteria, basso chitarre, voce. Un album molto pesante e furioso. Con il nostro nuovo album “Precambrian” abbiamo praticamente ripercorso tutta l’intera gamma sonora degli album precedenti.

Complimenti, credo che “Precambrian” sia uno dei migliori album del 2007. Come lo descriveresti?
“Precambrian” è un opulento viaggio sino al principio dei tempi della durata di 84 minuti.

Quando avete iniziato a scriverlo?
Nell’estate del 2005. Ci sono voluti quasi due anni per completarlo.

E come è stato accolto?
In maniera grandiosa! E’ stato votato “album del mese” su ben cinque giornali europei e ha ricevuto commenti positivi sia dai fan che dagli ascoltatori.

Come nasce una vostra canzone?
“Precambrian” è musica al 100% . Io scrivo tutta la musica nel mio laboratorio, a casa, con l’aiuto delle mie macchine. Registro ogni canzone e la suono ai miei ragazzi. Discutiamo e lavoriamo su di esse, ma alla fine il risultato di solito è molto vicino alle pre-produzioni, in termini di parti e arrangiamenti. Più strati vengono aggiunti man mano che si va avanti con la produzione. A volte, qualcuno di noi suona in studio le proprie idee, ma queste per lo più sono focalizzate sul proprio strumento, senza quindi che si abbia un’idea globale di come possa essere il brano con tutti gli altri strumenti. Questo vale finché l’album non è concluso… In ambito creativo, in un certo senso, siamo una one-dimensional band, una one-man-project… E tutti sappiamo che se fosse stato diverso, non ci sarebbe stato alcun album come “Precambrian”. Non è il tipo di album che si ottiene lavorando tutti in sala prove! Prova solo ad immaginare che cosa sarebbe successo se i 26 musicisti si fossero messi a jammare e a discutere… Non avrebbe funzionato. La gente con cui sto lavorando ora è d’accordo alla fine con il fatto che io sia il despota creativo. Alcuni di loro hanno altre bande dove realizzare le proprie visioni creative. È grande poter lavorare con musicisti che vogliono fare la loro parte all’interno di uno schema, senza smanie di protagonismo in ogni canzone.

Il vostro suono mi ha ricordato band quali Neurosis, Tool, Messhugah…
Apprezzo queste band, ma non credo che i T.O. suonino come alcune di loro…

Cosa puoi dirmi sul concept di “Precambrian”?
Il Precambriano è stato il primo capitolo dell’evoluzione del pianeta terra. Esso è suddiviso in due epoche: Adeano/Archaean e Protozoico. I due dischi portano questi nomi. Queste epoche sono ulteriormente suddivise in periodi geologici, che funzionano come canzone/titoli. Quindi, il concetto si evolve intorno ai primi giorni della madre terra, che è stato poi un terrificante luogo privo di vita e pieno di zolfo attraversato dai rossi flussi di lava incandescente … Durante il Proterozoico la terra cominciò a raffreddarsi un po’, l’atmosfera iniziò a formarsi e le prime forme di vita semplice fecero la loro comparsa. Questo si riflette nella musica: l’Adeano / Archaean è la parte del disco più cruda e brutale. Quasi una continua ‘Eolie’ tanto è sinistro, con una strumentazione di base di batteria, basso, chitarra e voce. Il Proterozoico è la parte del disco più complessa, più morbida, ancora pesante a volte, ma con tanti momenti atmosferici che danno all’ascoltatore spazio per respirare tra le “eruzioni”.

I testi sono stati influenzati dall’opera del proto-surrealista Lautréamont…
Lautreamont ha avuto un’enorme influenza sui testi di questo album. Il suo ‘Chants di Maldoror’ è probabilmente la più eclatante e inesorabile “war with words” nella quale abbia sbattuto il naso. È così pieno di dispetto, la passione, l’ironia oscura e odio profondo per l’uomo e le sue virtù… così mi è parso che questo album potesse essere la colonna sonora per il Chants … Quindi è stato naturale cercare di adattare alcune di quelle parole blasfeme alla musica e ho finito per avere due canzoni che sfruttano esclusivamente interi passaggi del “Chants’: Mesoarchaean / Legions of Winged Octopi” e “Neoarchaean / To Burn The Duck of Doubt”, entrambi su “Hadean / Archaean”. Altri riferimenti sono più qua e là nel cd. Inoltre, il libretto di “Proterozoic” contiene delle citazioni tratte dal “Chants”, alcune di loro contengono grandi metafore oceaniche: “Tu ci sarai nella mia ultima ora e mi trovai circondato da sacerdoti. Voglio morire cullato dalle onde del tempestoso mare”.

L’artwork è splendido…
E’ stato sviluppato intorno al concetto di ‘Precambriano’. Mostra immagini di lava e roccia basaltica lavorate con diverse tecniche di stampa speciali che sfruttano colori metallici e vernice UV brillante. Il digipak è costituito da due strati: lo strato superiore è bucato e quando si fa scorrere la diapositiva del libretto sottostante si ha l’impressione di vedere lava incandescente rosso attraversare il foro. Il packaging è stato non solo costoso, ma estremamente difficile da ottenere e ha richiesto tempi lunghi per la produzione. Ci siamo scambiati mail contenenti le bozze avanti e dietro un intero mese. Alla fine, per ottenere l’involucro che avevamo ideato è stato necessario utilizzare due fabbriche in Cina, in Europa nessuno era in grado di produrlo. Come se non bastasse la pellicola UV lucida ha causato ulteriori problemi con alcune sottili linee… In breve, è stata una catastrofe. Ma visto il risultato, alla fine n’è valsa la pena. I ragazzi della Metal Blade mi hanno detto che non avevano mai visto nulla di simile prima. Non posso dargli torto! Un ringraziamento va a Martin Kvamme, il designer!

Soddisfatto del lavoro svolto dalla MetalBalde?
Sì, hanno fatto un ottimo lavoro

Piani per un eventuale tour?
Saremo di nuovo in tour praticamente tutto il mese di marzo e quello di aprile 2008. Sarà il nostro primo tour da headliner e saremo in compagnia di Rotten Sound, Victims and Coldworker. Un “pacchetto” inusuale, ma ancora una sfida per noi dal momento che siamo diversi dalla altre band. Vedremo come andrà con i fans dei Rotten Sound. Il tour toccherà la Grecia per un paio di spettacoli, poi una settimana intera la Francia nel mese di aprile. Poi toccherà all’est Europa e a gli USA. Tutto si concluderà con l’Hellfest …

Le ultime parole famose…
Correte a comprare “Precambrian”. Supportate le band e i musicisti che pongono particolari attenzioni nella cura dell’artwork, acquistando i loro cd. Non vi accontentate di scaricare dei semplici dati da un pc. Grazie.

Intervista originariamente pubblicata su www.rawandwild.com nel 2008 in occasione dell’uscita di “Precambrian”
http://www.rawandwild.com/interviews/2008/int_ocean.php