Gentle Sofa Diver – Fuori dall’acquario

“Off The Fish Tank” è l’album d’esordio di Gentle Sofa Diver, progetto alternative post-rock del polistrumentista pesarese Nicolò Baiocchi uscito il 21 maggio per la milanese Non Ti Seguo Records / Doppio Clic Promotions. Un nuovo progetto che evoca certe atmosfere anni ’90, ma con una decisa impronta melodica e personale, memore tanto dei Sonic Youth quanto dei Bark Psychosis, con le chitarre sempre in primo piano.

Ciao Nicolò, sei arrivato al tuo esordio come “Gentle Sofa Diver” da pochissimi giorni, in effetti dietro il moniker da band ci sei solo tu, è stato difficile fare praticamente tutto da solo?
“Difficile” probabilmente non è il termine più adatto, direi piuttosto che è stato lungo: suonare da solo ti impedisce di entrare in sala prove ed improvvisare con gli altri musicisti e “vedere cosa esce fuori”; sono stato costretto a costruire i brani partendo da uno strumento alla volta, generalmente la chitarra, e ad aiutarmi con mille registrazioni e loop. Questo ha reso il processo compositivo abbastanza lungo. D’altro canto il vantaggio è quello di non avere un confronto diretto con gli altri membri e di poter dare libero sfogo alla propria fantasia e alle proprie intuizioni senza dover sottostare alle idee di nessun altro, pagando lo scotto di dover affrontare in prima persona gli eventuali blocchi creativi che si presentano durante la scrittura dei brani.

Con i FAT, la tua prima esperienza da musicista, esploravate le stesse sonorità?
Sicuramente anche con i FAT si attingeva dall’immenso calderone degli anni 90, anche se ci sono un po’ di differenze: prima di tutto con i FAT si era privilegiato il canto in italiano, mentre a livello strumentale c’erano meno influenze puramente ambient e post rock che sono invece presenti in modo massiccio in !Off The Fish Tank!, il mio album d’esordio.

Come hai in mente di presentare i brani dal vivo?
Per il momento la dimensione live è ancora in fase di studio, nel breve periodo è probabile che presenterò i brani in una chiave più intima, arrangiandoli unicamente con chitarra e voce e facendo affidamento su effetti e looper. In futuro mi piacerebbe circondarmi di qualche musicista e portare in giro il mio disco così come lo sentite cercando di snaturarne il suono il meno possibile.

Il disco è frutto come tu stesso dici nella biografia dei tuoi lunghi ascolti soprattutto della scena post-rock e alternative degli anni 80/90 anche se non sei ancora nemmeno trentenne, cosa ti ha attratto di questi suoni in un certo senso “fuori moda”?
Questa domanda per me è complicatissima, io ho ascoltato e continuo ad ascoltare molti generi musicali anche diversi tra loro; probabilmente la risposta più semplice sta nel fatto che di tutto quello che ho ascoltato nella vita c’è un piccolo gruppetto di dischi che riescono tutt’ora a emozionarmi e sorprendermi ad ogni ascolto e la maggior parte essi fa riferimento a quella scena post-rock/ambient di cui parli. In un certo senso, nella fase di ascolto, sono sempre stato più attratto dalla melodia, dalle atmosfere e dalle dinamiche: questo mi ha portato alla creazione di un disco che rimanda necessariamente a quel tipo di sonorità, anche se spero di essere riuscito a metterci del mio e a non risultare una sorta di “tribute band” degli anni 90.

Di solito in questo genere ci si abbandona al flusso sonoro e la voce è un po’ un quarto strumento, com’è il tuo approccio con i testi?
Qui hai abbastanza colto nel segno, la gran parte della mia fase creativa si concentra sulla composizione della musica e delle melodie della linea vocale; successivamente, in base a quello che mi trasmette la musica che è uscita fuori mi concentro sui testi, che attingono un po’ dalle atmosfere del brano e che prima di tutto devono “suonare bene” nella mia testa.

Una laurea in medicina e un “notevole” inizio di una carriera discografica, non deve essere facile coniugare questi due aspetti, che progetti hai per il futuro di Gentle Sofa Diver?
No, decisamente ahah. L’impegno di lavorare come medico ovviamente limita il tempo che ho da investire nella musica, anche se questo non mi impedisce di chiudermi in sala ogni volta che ne ho bisogno. Probabilmente Gentle Sofa Diver rimarrà prevalentemente un progetto studio. La speranza, tuttavia, è quella di suonare dal vivo ogni volta che ne avrò la possibilità, magari coinvolgendo altri musicisti, sicuramente per poter portare sui palchi la mia musica nel migliore dei modi, ma anche per aumentare la complessità e l’eterogeneità degli arrangiamenti in studio.

C’è qualche band della scena italiana che hai avuto modo di apprezzare ultimamente?
L’ultimo disco italiano che ho avuto modo di ascoltare è “IRA” di Iosonouncane, l’ho trovato bellissimo, anche se piuttosto impegnativo. Per il resto le cose che più mi hanno colpito in Italia appartengono alla scena elettronica, su tutti Caterina Barbieri (“Patterns of Consciousness” è forse il disco italiano che ho ascoltato di più negli ultimi anni) e Machweo (“Primitive Music”). Sono un grande fan dei miei compaesani Be Forest, Soviet Soviet e Maria Antonietta. Inoltre sto aspettando le nuove uscite dei Gomma e dei Gastone.
Poi ci sono una serie di band anglosassoni che attingono a un sound che adoro, soprattutto Fontaines DC, Squid, Dry Cleaning e King Krule (che ormai non è più così “nuovo”).

Il tuo album “Off the Fish Tank” è uscito in Musicassetta e Cd Digipack, i due formati principali degli anni 80 e 90 che sono gli stessi dei tuoi punti di riferimento musicali, è stata una scelta precisa o un semplice caso?
Per quanto riguarda la musicassetta devo ringraziare la Non Ti Seguo Records che ha creduto nel mio disco e l’ha usato come rampa di lancio per la sua nuova collana di musicassette, la Tigersuit Tapes. Per quanto riguarda il Digpack, invece, si tratta di una volontà mia: sono sempre stato legato al formato fisico degli album e di conseguenza volevo che anche il mio album potesse essere inserito in un lettore, ho scelto il Digipack perché trovo che sia il perfetto compromesso tra costi, facilità di ascolto (in fin dei conti il lettore CD, seppur in declino credo sia ancora ben presente nella maggior parte delle nostre case) e resa estetica (a tal proposito devo ringraziare Giovanna Fabi e Tommaso Baiocchi per l’artwork che adoro)

Ti sei trasferito a Bologna ma le registrazioni dell’album sono state fatte comunque a Pesaro, la tua città Natale, stai pensando di tornarci?
Attualmente lavoro a Pesaro e la vita del medico, fatta di concorsi e test, non mi permette ancora di stabilirmi in un posto fisso. L’idea è quella di sistemarmi in una città abbastanza grande in cui poter continuare a coltivare anche le mie passioni artistiche e musicali. Con Pesaro ovviamente ho un rapporto speciale, sia perché è la città in cui sono cresciuto, ma anche perché è forte di una scena artistica e musicale di tutto rispetto, il che è davvero peculiare per una città così piccola.

A quando le prime date live?
La speranza è quella di portare un po’ in giro la mia musica questa estate!

Supervøid – Into the supervøid

I Supervøid sono la nuova creatura formata da tre nomi di spicco del panorama italiano: Eraldo Bernocchi (Sigillum S, Somma, Metallic Taste Of Blood, Obake), Xabier Iriondo (Afterhours) e Jacopo Pierazzuoli (Morkobot, Obake). Qualche giorno fa la Subsound Records ha pubblicato The Giant Nothing, il disco d’esordio del trio, e noi, mossi dalla curiosità di capire cosa spinga dei musicisti impegnati su mille fronti a metter su un nuovo gruppo, abbiamo contatto i disponibili Eraldo Bernocchi e Xabier Iriondo.

Cosa spinge dei musicisti con mille impegni come voi a creare una nuova band?
EB: La passione? La follia? L’irresponsabilità? Onestamente non ne ho la minima idea. Forse la voglia di ricercare nuove strade e confrontarsi con altri in contesti differenti? Ci conosciamo tutti da tempo, nel caso mio e di Xabier da una vita, circa 35 anni, eppure continuiamo a esplorare. Credo sia questa la ragione: l’esplorazione.
XI: Il nostro è un viaggio nel quale l’idea di costruire nuove esperienze la fa da padrone, perché la vita è fatta anche di questo: scoperta e stupore. Non sono gli impegni personali/professionali a gettare acqua su un fuoco che fortunatamente continua a bruciare dentro di noi.

Un domani, quando sarа possibile farlo, vi esibirete dal vivo o l’esperienza Supervøid si svilupperà solo in studio?
EB: Assolutamente sì. Non vediamo l’ora di salire su un palco, anche perché Supervøid ha una parte di improvvisazione che vogliamo assolutamente sviluppare in una situazione live..

I Supervøid sono un gruppo di non facile collocazione stilistica, questa caratteristica nell’attuale mercato discografico è una sorta di passe-partout trasversale oppure può spiazzare l’ascoltatore sempre più ancorato all’etichette stilistiche, in alcuni casi, anche eccessivamente di nicchia?
EB: Bella domanda. In realtà non ci interessa appartenere a nulla, abbiamo faticato non poco per definire ciò che facciamo e il “genere” del disco, e ancora fatichiamo a farlo. Le scene sono delle nicchie utili a chi, giustamente, deve poter definire ciò che fa, o recensire un album. A noi non interessa. Questa volta l’album suona cosi, magari il prossimo potrebbe essere interamente ambient o puro noise. 

Giа che ci siamo, voi come lo descrivereste il vostro sound?
EB: Ecco, appunto. Non lo so. C’è del metal, del blues, dell’ambient. Potrebbe essere la colonna sonora di un vecchio film di Wenders. È un disco duro ma a tratti apertamente emotivo e sognante. Onestamente non so come definirlo se non che potrebbe funzionare bene accompagnato da delle immagini.
XI: Questo è il sound del primo lavoro in studio di Supervøid. Le definizioni le lasciamo agli addetti ai lavori (i giornalisti, gli uffici stampa, i discografici, etc), il nostro compito è di creare liberi, non di dare definizioni e mettere dei paletti.

Siete formalmente un trio, però un contributo non da poco ve lo ha dato Jo Quail: lo possiamo considerare il quarto membro?  
EB: Jo è un talento raro, usa il cello in modo così fuori dagli schemi, che era una tentazione troppo forte averla sul disco. Oltre a ciò,  è una carissima amica, abbiamo suonato live varie volte assieme e registrato un album FM Einheit in trio. Il suo apporto a band come Mono o Amenra è incredibile. Essendo spesso in tour, abbiamo deciso di mantenerla “esterna” alla band nel caso non potesse suonare live con noi e poter usare eventuali sostituti. In realtà, è il quarto membro effettivo.

Perché avete deciso di non avere parti vocali nell’album?
EB: Abbiamo Jo. Lei è “la voce” di Supervøid.

Nonostante l’assenza di parti vocali, i titoli dei brani fanno immaginare che dietro alla vostra opera ci sia comunque una sorta concept, mi sbaglio?
EB:Siamo entrati i studio senza sapere che cosa avremmo fatto, ci legava solo la stima reciproca e la voglia di creare insieme. Mano mano che registravamo e arrangiavamo abbiamo iniziato a formarci un’idea di cosa sarebbe diventato quest’album. Ci piace l’idea che nel momento in cui inizi ad ascoltarlo tu cada in un buco nero senza fine e per un po’ ti possa dimenticare del mondo fuori.

Ho letto sulla pagina ufficiale della vostra etichette che è stata aggiunta una versione in vinile rossa a quelle giа previste, dato che le prevendite dell’album stanno andando bene. La musica fisica ha ancora un senso o comunque un è settore che si regge su sempre meno nostalgici?
EB: La musica fisica ha assolutamente senso nel momento in cui le persone come noi, e le etichette di un certo tipo,  continueranno a renderla possibile. Mia figlia ha 8 anni e si sceglie i CD da ascoltare perché li ha in casa, li vede tutti i giorni. Ha un suo iPod ma ama tirare fuori i CD, guardare le copertine, riordinarli. È un esempio come tanti. E’ solo questione di avere accesso all’oggetto in sé. Certo, se si continua a pensare che la musica sia quell’orrore di Spotify, allora facciamo prima a chiudere “la baracca”. Il vinile è tornato alla grande, le cassette pure. Tornerà anche il CD, ne sono certo.
XI: Ascolto musica prodotta e registrata in tempi recenti su vinili di qualità e allo stesso tempo mi abbandono all’esperienza sonora legata all’ascolto di ceralacche (78 giri) fabbricate 100 anni fa che riproduco su antichi grammofoni a manovella, il fascino dell’oggetto trascende le generazioni o le mode.

Dicevamo delle prevendite che vanno a gonfie vele, considerando che siete una band di nuova fondazione, il pubblico sta in pratica acquistando a scatola chiusa il disco, probabilmente attratto dalla vostra reputazione. In conclusione vi chiedo, come ci si costruisce una nomea solida nel mondo dalla musica, tanto da diventare un marchio di garanzia di qualità? 
EB: Forse continuando a esplorare ed essendo inflessibili con se stessi? È necessario essere critici nei proprio confronti. Passare dalla fase “è tutto valido perché l’ho pensato e registrato” a quella “non sono convinto, nel dubbio cestino tutto” è fondamentale. Fa parte del percorso. Non so se siamo un marchio di qualità o meno, so che facciamo ciò che facciamo perché ci crediamo. Magari è questo che arriva, che non significa che debba piacere a tutti.

Massimo Pupillo – La nera prigione d’acciaio

Massimo Pupillo, messi da parte per un attimo gli Zu, ha tirato fuori un lavoro autografo dal fascino alchemico e dal profondo significato filosofico. Abbiamo contattato l’autore di “The Black Iron Prison” (Subsounds Records) per saperne di più.

Ciao Massimo, “The Black Iron Prison” è il tuo esordio da solista, quando hai avvertito per la prima volta l’esigenza di fare qualcosa che non portasse la firma degli Zu?
Ciao. In realtà la prima uscita non Zu che ho fatto credo sia del 2000, con i Dogon, quindi subito a cavallo del primo album Zu. Da allora ho pubblicato qualcosa come 18 album con Zu e più di 50 in varie formazioni parallele. E’ stato sempre un senso di curiosità reciproca verso le altre persone con cui ho lavorato a stimolarmi. Poi piano piano nella mia ricerca ha iniziato a venir fuori un suono che poteva esistere anche da solo, si è rafforzato ed affinato negli ultimi anni e continua ad evolvere.

Particolare il titolo, pare quasi che saltate le catene ti legavano agli Zu, tu ti sia ritrovato in una prigione d’acciaio nero! Immagino che la mia sia una ricostruzione fantasiosa, mi può spiegare tu il vero significato del nome del disco?
Il titolo deriva da una visione espressa da Philip K Dick nella sua trilogia Valis. La Black Iron Prison è un sistema di controllo globale onnipervasivo. Non ne vedi le tracce nel mondo che ci circonda? Valis è un acronimo per vasto sistema vivente di intelligenza artificiale. Calcola che Dick scriveva di queste cose a fine anni 70, Valis fu pubblicato nel’81. E diceva chiaramente che per lui la fantascienza era solo un modo efficace di trasmettere quello che vedeva. Spero che questo invogli qualcuno a leggerlo!

A conti fatti, credi che questa esperienza da solista ti abbia fatto crescere come musicista o il tuo cammino formativo era già concluso e questo n’è l’apice?
Assolutamente no, non credo che per me nulla e nessun luogo sia l’apice. E’ una percorso formativo come lo chiami tu, continuo e virtualmente infinito. Come diceva Coltrane ci sono sempre nuovi suoni da trovare e nuove storie da raccontare, basta pulire lo specchio. A conti fatti, non ci sono nemmeno conti fatti.

Ti senti un innovatore?
Non mi vedo in quel modo. Non credo all’innovazione per sé come un valore, quindi ti risponderei di no.

Come dicevi prima, chi ha sicuramente innovato il proprio settore di competenza, anticipandone anche alcune tematiche stilistiche e contenutistiche è Philp K. Dick, cosa ti ha spinto a musicare alcune delle sue novelle? E credi che ci sia un filo conduttore tra le vostre opere?
L’unico filo conduttore può essere quello che considero Dick un maestro e anche, perdonami il parolone, un profeta. Lo puoi leggere come intrattenimento e non c è nulla di male, oppure puoi lasciare che l’ universo dickiano ti insegni a ripensare il tutto, come potrebbe fare un grande filosofo antico.

In questi anni hai collaborato con alcuni grandi nomi del rock come Mike Patton (Faith No More), Buzz Osborne (The Melvins) Thurston Moore e Jim O’ Rourke (Sonic Youth), Stephen O’ Malley (Sunn O)))) , Joe Lally , Guy Picciotto (Fugazi), Damo Suzuki (Can), Eugene S. Robinson (Oxbow), Steve MacKay (The Stooges), cosa ti è rimasto di queste esperienze che poi hai sfruttato per questo disco?
In qualunque cosa fai, se è fatta col cuore al posto giusto, ti rimane qualcosa dentro. A volte impari, a volte impari cosa non fare, a volte assorbi, a volte dai. Ma questo non può essere relegato solo alla fama delle persone con cui collabori. Non ho mai pensato in questi termini. Ogni volta collaborare era davvero una spinta comune, spesso nata dall’ amicizia e proiettata verso un lavoro, un suono, una visione o una storia da raccontare. Ma sicuramente ho imparato altrettanto sul suono passando circa sei mesi da solo col fonico degli Zu (e mastermind dei Lento) Lorenzo Stecconi ad assemblare e ricomporre tutte le parti del nostro album “Jhator”. E in tantissimi altri incontri grandi e piccoli lungo la strada.

Però per “The Black Iron Prison” hai deciso di fare tutto da solo, non ricorrendo ad ospiti, scelta conscia o inconscia?
Il tema di questo lavoro viene espresso nell’ immagine di copertina, l’ alchimista, solo (anzi a ben guardare accompagnato da un corvo nero) che medita sulla Nigredo. Esprime dei processi interiori che avvengono in solitudine e che solo in solitudine potevano essere messi su nastro.

Se le cose dovessero sistemarsi, porterai il disco dal vivo ed, eventualmente, ti farai accompagnare dai dei musicisti?
Sì. ho già presentato un live di “Black Iron Prison” al Romaeuropa Festival di quest’ anno. Ovviamente è un solo, anche se accompagnato da vicino sempre da Lorenzo Stecconi al mixer, che ha un gran lavoro a seguire tutto quel che succede. 

Lucynine – Veleno d’amore

Un lavoro fuori dagli schemi, “Amor Venenat”, un disco capace di scaraventare l’ascoltatore nel sfera più intima e dolorosa dep suo autore Lucynine.

Sergio, benvenuto su Il Raglio del  Mulo, “Amor Venenat” è un album criptico, un gioco di scatole cinesi che racchiude probabilmente una parte della tua sfera intima. Da autore preferisci che il marchingegno resti chiuso mantenendo al contempo un certo fascino misterioso e ben protetto il tuo Io più profondo o speri che la scatola venga aperta liberando quella parte di te?
Ciao! E grazie del vostro interesse! “Amor Venenat” è un concept autobiografico, nato in seguito alla perdita di mio marito avvenuta nel 2018, dopo 11 anni di relazione. Non parla solo di quello, ma di tutto il dolore e le difficoltà che hanno compenetrato la mia sfera affettiva e sessuale, da quando ero più giovane, dal rapporto con la mia famiglia (“Family”), fino ad oggi. Quindi il tema è abbastanza esplicito, però in effetti mi piace l’idea che l’ascoltatore, sentendo le varie “tinte” che colorano il disco, leggendo i testi, interpreti e immagini liberamente.

E’ stato doloroso concepire un lavoro di questo tipo?
Ti dirò che in un certo senso è stato liberatorio e terapeutico. L’album nasce dal dolore, dalla rabbia, dalla disillusione, ma mi sento di dire che tutte queste ombre sono state “spurgate” proprio tramite la lavorazione di questo disco. Non saprò mai se è stato solo il passare del tempo (circa un anno e mezzo di lavoro) o se è proprio stato merito di “Amor Venenat”, ma finito tutto mi sono reso conto che stavo molto meglio rispetto a quando iniziai a lavorarci.

La copertina contiene un’immagine forte, chi l’ha ideata e come si riconnette al concetto di “Amor Venenat”?
È tutta opera mia, sono anche fotografo e grafico, cosa che mi aiuta ad esprimermi al massimo, ma anche -confesso- a risparmiare qualche soldo, ahah! Il modello che ho usato per la fotografia di copertina rappresenta il cardine del concept, ovvero il difficile rapporto con una persona molto più avanti di età, agli antipodi rispetto a me per quanto riguarda il percorso naturale della vita. Il cappio simboleggia l’amore (ero molto molto arrabbiato con i sentimenti quando iniziai a lavorare al disco) e la luce rossa che illumina le spalle dell’uomo rimanda sia alla lussuria, sia alle vesti sacerdotali e cardinalizie, visto che la religione, il suo rapporto con la sessualità e con l’omosessualità sono temi molto presenti nelle lyrics.

Giochi con i generi, ottenendo qualcosa di poco inquadrabile: credi che sia un vantaggio o uno svantaggio non poter essere associati a un’etichetta nell’attuale scena musicale?
È un’arma a doppio taglio, un aspetto che mi ha preoccupato fin da subito. C’è l’ascoltatore onnivoro che apprezza la sorpresa, la contaminazione, la scelta di utilizzare una tavolozza di suoni molto ampia per descrivere i vari aspetti del concept. C’è l’ascoltatore più “di settore” che sente il bisogno di un disco che cominci e finisca con lo stesso genere di sonorità. Non ho certo la presunzione di incolpare il pubblico se una mia creazione viene recepita male, ci mancherebbe altro! Ma d’altro canto non avrei saputo fare diversamente, quindi ho deciso di rischiare. Per fortuna mi pare che l’accoglienza sia stata molto buona, in generale. L’ho scampata, ahah!

Qual è il tuo rapporto con i colori? Nella copertina c’è un bel rosso acceso, nel video di “White Roses” domina il grigio, mentre in “Nine Eleven” ci sono “schizzi” variopinti.
Credo sia più deformazione professionale, piuttosto che una scelta ponderata. In effetti per me la componente figurativa è una parte fondamentale di tutto quello che faccio, quindi, anche involontariamente, i colori diventano imprescindibili nella completezza del “dipinto”, sia esso sonoro o di altro genere espressivo.

Rimanendo in tema di colori, tra  le influenze che mi pare di aver intercettato su “Amor Venenat”  c’è quella del Green Man, Peter Steele. Non solo quelle direttamente riconducibili ai suoi Type 0 Negative, ma anche quelle che a sua volta il newyorkese ha subito, mi riferisco a certe melodie beatlesiane e ai Black Sabbath. Queste muse – sempre che io le abbia indovinate – sono consce o inconsce?
Consce, consce! I Beatles per me sono il punto di partenza per assolutamente tutto, tant’è che mi sono divertito anche a citarli in “Nine Eleven” con un frammento preso da “Day Tripper”. Steele fa parte dei miei ascolti più appassionati (e anche a lui ho dedicato un tributo con la cover di “Everyone I Love Is Dead”, che ben si sposava con il concept del disco). Fa parte delle mie influenze lui, come ne fanno parte artisti presi dai generi più disparati, anche molto lontani dal metal.

La tua musica ha anche una componente teatrale che si estrinsecata nel modo più evidente con il ricorso ad alcune voci narranti interpretate da  quattro celebri attori e doppiatori: Grazia Migneco, Gianna Coletti, Claudia Lawrence (terza classificata nell’ultima edizione di Italia’s Got Talent) e Dario Penne (voce italiana di Anthony Hopkins, Michael Caine e molti altri). Come sei entrato in contatto con loro e come hanno reagito alla tua musica?
Il teatro è parte della mia vita: come fotografo, sono per lo più fotografo di scena e curatore di immagine per gli attori. Quindi la scelta sui loro interventi è stata dettata molto dal mio amore viscerale per questo mondo. Dario Penne, in particolare (doppiatore di Anthony Hopkins e tanti altri), è stata la persona che ha letteralmente cambiato la mia vita recitando in “Blocco E, IV Piano”, mio cortometraggio di 4 anni fa, e aprendomi le porte a ciò che oggi mi permette di campare con ciò che amo: enorme privilegio. Ecco perché tengo tanto a queste feat.: Gianna Coletti, Claudia Lawrence, Grazia Migneco e Dario sono grandi amici per cui provo sincero affetto. Oltre poi al fatto che, se c’è qualcosa di importante da dire, preferisco che a farlo siano le voci migliori che io conosca. Sulla loro reazione riguardo alla mia musica, ehm… passerei alla prossima domanda, ahah!

Credi che porterai mai questi brani su un palco?
Al momento non so, ma nessuna porta è chiusa, confesso che mi piacerebbe e che il palco mi manca molto, avendo fatto l’ultimo concerto nel 2013. Chi lo sa?

Alix – Uno ma buono

Chi ha detto che in Italia non si può fare rock di ottima qualità? Chi afferma certe cose probabilmente non conosce gli Alix…

Innanzitutto, complimenti per “Good 1”, un album veramente bello.
Grazie!

Vi va di presentarlo ai nostri lettori?
E’ il nostro quinto lavoro, registrato e mixato da Steve Albini al Red House Recordings di Senigallia, masterizzato a Chicago da Bob Weston, artwork di Francesca Ghermandi.

Come nasce un vostro brano?
In sala prove o dal vivo: uno di noi lancia un’idea, Alice improvvisa una melodia e ci lasciamo trasportare dall’energia del brano. La stesura e gli arrangiamenti vengono subito dopo… ci lavoriamo fino a che non siamo tutti convinti.

Chi cura i testi e di cosa parlano?
I testi sono di Alice, quasi sempre visionari e molto poetici, liberi nell’interpretazione a seconda degli stati d’animo.

C’è un brano a cui siete più legati?
No, direi che “ogni scarrafone e bello a mamma soia”.

La song posta in chiusura, “Bianco E Nero”, è l’unica in italiano. Come mai?
E’ il remake di un brano già inciso nel nostro primo acoustic/album. Negli anni, a forza di suonarlo dal vivo è cambiato e abbiamo sentito l’esigenza di reinciderlo, anche perché dopo i concerti tutti ce lo chiedono.

Come siete entrati in contatto con Steve Albini e come è stato lavorare con lui?
Il tramite è stato David Lenci, con cui avevamo registrato il disco precedente “Ground” sempre al Red House Recordings di Senigallia. David aveva già collaborato con Steve Albini , gli ha chiesto se gli andava di registrare il nostro ultimo lavoro e lui ha accettato. Lavorare con lui è stato semplicissimo e molto divertente: Steve lavora in modo molto razionale, tutto sostanza, pochi fronzoli. Il Red House Recordings poi è un luogo che ha una bella energia: una casa di campagna in mezzo al verde dove la cucina e le camere al primo piano ti permettono di riposare e staccare la spina quando sei stanco.. Con Steve ci siamo fatti delle gran partite a scopone scientifico quando avevamo voglia di cazzeggiare.

Il vostro sound è alquanto particolare, quali sono le vostre influenze?
Grazie, per me è un gran complimento! C’è talmente tanta bella musica, sia nel passato che nel presente, che evito di elencare i soliti nomi.. sicuramente siamo influenzati da tutto ciò che ha un’anima.

Sicuramente ciò che vi caratterizza maggiormente è la voce di Alice…
Dopo anni che suoniamo insieme continuo ad emozionarmi sentendola cantare. Ecco, lei ha un’anima.

Ho avuto l’occasione di vedervi dal vivo. Credo che oggettivamente in quella sede le vostre canzoni rendano al meglio. Vi considerate una band da studio o da palco?
Facciamo finta di stare sul palco quando andiamo in studio e cerchiamo sempre di divertirci. Ovviamente l’energia che recepisci dalle persone nei live è unica e questo influisce sicuramente sulla resa dei brani.

Le prossime date?
Stiamo organizzando un tour sia in Italia che all’estero, avrete nostre notizie.

Con quali band vi piacerebbe dividere il palco?
Sicuramente il gruppo spalla di Jimi Hendrix Experience.

Grazie, a voi il compito di chiudere l’intervista…
Grazie a voi, veniteci a vedere dal vivo! Keep on rockin

g.f.cassatella

Intervista originariamente pubblicata su www.rawandwild.com nel 2008 in occasione dell’uscita di “Good 1.”
http://www.rawandwild.com/interviews/2008/int_alix.php