Drakkar – I signori del caos

La nave, rigorosamente vichinga, guidata dal capitano Dario Beretta non teme le bonacce compositive. Anzi i Drakkar continuano a salpare i marosi con il vento in poppa, forti di idee sempre nuove e del caratteristico sound della compagine meneghina, come dimostra il nuovo disco “Chaos Lord” (Punishment 18 Records).

Benvenuto Dario, dopo un paio di EP, finalmente è in dirittura di arrivo il vostro nuovo album “Chaos Lord”. Quali sono le novità che accompagnano questa uscita?
Finalmente ci siamo, sì! Abbiamo registrato questo disco nel 2019, è stata una lunga strada perché potesse finalmente arrivare all’uscita ufficiale. Musicalmente, “Chaos Lord” è la logica prosecuzione di “Cold Winter’s Night”, la nostra prima uscita dopo il ritorno alla formazione a due chitarre, con un’ulteriore evoluzione del sound che ci ha portato a ridurre drasticamente le parti di tastiere, con la conseguente decisione di passare a una formazione a cinque elementi. Il fatto che l’uscita del disco sia stata spostata dal 2020 al 2021 ha comportato la bizzarria del fatto che l’EP del 2020, “Falling Down”, sia uscito prima pur essendo stato registrato dopo, quindi in un certo senso “Chaos Lord” rappresenta uno step nella nostra evoluzione che è precedente rispetto all’EP, ma sostanzialmente si tratta di materiale molto vicino, nessuno stravolgimento.

Forse è una mia impressione, ma in questo disco mi pare più evidente il tuo amore per i Running Wild, sbaglio?
Penso che il nostro disco più influenzato dal songwriting della ciurma di Rolf Kasparek resti sempre il primo, “Quest for Glory”, che in buona parte era stato concepito quando nella band c’erano due chitarre, anche se alla sua uscita ero rimasto soltanto io. Il fatto di essere tornati ad avere due asce nel gruppo ci ha sicuramente riportati un po’ verso quelle sonorità, fortemente influenzate dall’heavy metal classico degli anni ’80. Probabilmente, la tua sensazione deriva da questo. Sicuramente i Running Wild sono e restano una delle band fondamentali per me, e negli anni se possibile ho imparato ad apprezzarli ancora di più che in passato.

Credi che ci sia un brano che rappresenti al meglio i Drakkar di oggi?
Non saprei proprio. Tutto l’album nuovo, alla fine, presenta elementi presi da ogni era della nostra storia, reinterpretati in chiave moderna, con la nostra consapevolezza e maturità attuale. In questo senso, sono tutte rappresentative di una delle facce del nostro dado (per usare una terminologia nerd). Trovo che questo disco sia davvero molto “forte” dal punto di vista del songwriting, sostanzialmente privo di brani “deboli” o poco ispirati. Se dovessi scegliere un brano che amo particolarmente, per il mio gusto personale direi sicuramente la titletrack. Ma appunto, rappresenterebbe solo una della sfaccettature del nostro sound.

Siete sempre rimasti fedeli al power metal anni 90, probabilmente solo con “Razorblade God” avete “sporcato” la matrice più pura del genere. Come mai a un certo punto avete messo da parte quelle influenze thrash?
Non sono molto d’accordo, credo che quelle sonorità siano rimaste e diventate parte integrante della personalità della band. Vedi brani come “The Pages of My Life” dal nuovo disco, ma anche “Burning” su “Run With The Wolf”. In generale, il nostro riffing si è fatto più massiccio da quell’album in poi. Direi che quelle influenze, col tempo, sono state integrate meglio nel contesto della band.

Tutto sommato state vivendo un momento prolifero, tre uscite, anche se in formati differenti, in poco più un triennio: come si mantiene viva l’ispirazione dopo tanti anni di carriera?
Personalmente, non sono mai a corto di idee. Anche nel periodo più duro della band, dal 2002 al 2012 in cui pubblicammo solo un EP, non smisi mai di scrivere brani, alcuni dei quali sono poi usciti, mentre altri sono rimasti nel cassetto. Ultimamente, poi, tra Drakkar, Crimson Dawn e altri progetti di cui non posso ancora parlare, sto tenendo un ritmo veramente alto. Non saprei dare una motivazione razionale, se non il fatto che la musica continua a essere la mia più grande passione, e quindi per me comporre non è mai un peso, anzi. Devo anche dire che, parlando solamente dei Drakkar, molto sta facendo l’ingresso nella lineup di Marco e soprattutto Simone, dato che entrambi stanno dando dei contributi al songwriting. Avere dei compagni di squadra che contribuiscono con le loro idee è molto importante.

Siete stati tra i primi in Italia ad aprire una pagina Patreon, ti chiedere di spiegare ai nostri lettori di cosa stiamo parlando e come valuti ad oggi i risultati ottenuti.
Patreon è una piattaforma che permette agli artisti di offrire contenuti “su abbonamento” ai fan più fedeli. Supporta l’inserimento di contenuti di ogni tipo, dai brani dei nostri album (inediti, versioni, alternative, demo) ai video, passando per semplici post testuali, e la pagina è di fatto una sorta di mini-community dato che i fan possono anche commentare e interagire direttamente. Finora i risultati sono stati davvero incoraggianti, in un anno abbiamo raggiunto un numero di abbonati interessante per dei musicisti underground come noi. La pagina include materiale sia dei Drakkar che dei Crimson Dawn, ed è per questo che è a mio nome, e non a nome di una delle due band. Questo ci permette di offrire ancora più contenuti e ci sono già alcune cose, come l’EP “Falling Down”, che abbiamo potuto produrre solo grazie all’apporto dei nostri patron. La nostra media è di un post ogni 3-4 giorni, sempre con contenuti nuovi, ed è piuttosto impegnativa da mantenere, ma crediamo che ne valga la pena. Si tratta di uno stimolo a impegnarsi e fare sempre di più e di meglio. E poi, in questo anno senza concerti, è stato un polmone fondamentale per le finanze di entrambi i gruppi. Tutti i soldi che entrano grazie a Patreon vengono reinvestiti nella band, e questo ci permette di fare di più e con più qualità.

Se non erro la Punishment 18 è la vostra terza etichetta, ma con strumenti quali Patreon, Bandcamp e social vari, serve ancora una casa discografica a un gruppo come il vostro che ha già una fanbase corposa?
Non sbagli. E’ vero, tra Patreon e Bandcamp, la band ha una solida base di fan ormai, e forse si potrebbe anche tentare la carta dell’indipendenza piena. Tuttavia, lavorare con una label ci permette di avere una distribuzione più capillare e ci sgrava da un po’ di attività logistiche e promozionali che altrimenti dovremmo svolgere da soli, cosa che P18 fa egregiamente. Inoltre, ci permettono al tempo stesso di mantenere i diritti di utilizzo della nostra musica nel contesto di Patreon, cosa per noi fondamentale. Insomma, cerchiamo di unire i vantaggi dei due mondi.

Torniamo al nuovo album, nella tracklist troviamo “The Battle (Death from the Depths – Part II)” seconda parte del brano “Leviathan Rising (Death from the Depths – Part I) presente su “Cold Winter’s Night”. Le due canzoni sono nate insieme e poi separate oppure l’ispirazione per la nuova traccia è arrivata solo ora?
Inizialmente, la prima parte, “Leviathan”, doveva essere un brano a sé stante. Poi però mi è venuta l’idea di continuare la saga con un sequel, così ne ho parlato con Marco, autore del testo della parte I, e gli ho chiesto di cambiare l’ultimissima parte per lasciarla “aperta”. Musicalmente, “The Battle” è stata quindi scritta dopo, ma con una storia già delineata che prende ispirazione da un personaggio dei fumetti Valiant, il Guerriero Eterno.

Con i live al momento sospesi, quale sarà la vostra prossima mossa?
Continueremo a prenderci cura di Patreon per “coccolare” i nostri fan più affezionati, sfruttando la piattaforma per lanciare progetti nuovi: alcuni esclusivi, altri che usciranno prima su Patreon e poi anche per tutti gli altri. Abbiamo un “piano di battaglia” fino al 2024… Poi, come ci ha dimostrato la pandemia, non esiste piano che non possa essere reso obsoleto, ma così è la vita!

Evilizers – Solar quake

Nati come tribute band dei Judas Priest, gli Evilizers ormai paiono del tutto a proprio agio nel creare musica propria. La Punishment 18 Records \ NeeCee Agency pubblicherà il secondo album in studio “Solar Quake”  dei piemontesi il 26 marzo 2021, ne abbiamo parlato con il cantante Fabio Attacco.

Benvenuti su Il Raglio, tra pochi giorni il vostro secondo lavoro sarà fuori, come vi sentite?
Ciao e grazie per lo spazio Raglio, ci sentiamo un po’ strani, diciamo tanto elettrizzati per l’uscita di questa nostra ultima fatica, quanto dispiaciuti per non poter avere l’occasione di portarla dal vivo a causa delle restrizioni dovute al Covid-19.

Ritenete di essere arrivati a questa seconda prova con un songwriting superiore rispetto a quello dell’esordio?
Certamente, l’esperienza in studio del precedente disco “Center of the Grave”, ed il successivo tour ci hanno maturato artisticamente, ci hanno fatto capire meglio cosa funziona dal vivo, e ci hanno consentito di intraprendere questo percorso alla ricerca di un nostro modo di essere musicale più definito.

Rimanendo in tema di primi giorni della band, quanto è rimasto in voi della tribute band dei Judas?
Siamo partiti dai Priestkillers per omaggiare i nostri idoli, poi con gli anni e l’affiatamento acquisito, abbiamo deciso di tributarli in un’altra maniera, creando il progetto Evilizers. Purtroppo però la richiesta dei locali cadeva quasi sempre su tribute e cover band, quindi, per non ricorrere a crowdfunding o a investimenti a fondo perduto, e non pesare economicamente sulle nostre famiglie, abbiamo deciso di mantenere il tributo attivo ed autofinanziarci.

Vi andrebbe di fare una carrellata veloce sulle singole tracce?
Diciamo che sono pezzi che richiederebbero più che qualche parola, ma ci provo: “Solar Quake” e “U.T.B.” sono pezzi veloci e potenti con testi di introspezione interiore; “Call of Doom” è l’intro di “Chaos Control” che è un brano doom, che, come il successivo “Earth Die Screaming”, che invece è heavy metal con sfumature folk, affronta la tematica del rapporto uomo-natura; “Shiver ofThy Fate” è una classica ballad, con un’intro di chitarra acustica ed un utilizzo un po’ particolare delle distorsioni vocali. Si riparte con una trilogia di pezzi tirati, potenti e cazzuti, “Terror Dream” più heavy speed, “Disobey the Pain” con accenni allo swedish death, “Holy Shit” più trash e power metal, quest’ultima è il primo singolo e parla dell’inutilità del fanatismo religioso. Si torna su ritmi più tradizionali con “Time to Be Ourselves”, puro heavy metal classico; “Ghost” si chiama così perché inizialmente doveva essere una ghost track, è un rock ‘n’ roll divertente e veloce che chiude il disco.

Qual è tra questi il brano che vi descrive meglio oggi e ce n’è uno che invece per voi rappresenta una scommessa?
Sicuramente il pezzo che più ci rappresenta adesso è “Solar Quake”, che parla del come tramutare le avversità in energia vitale e come, credendo in sé stessi, si possa migliorare il proprio essere. C’è voglia di creare un fottuto terremoto sul primo palco che ci ospiterà. La scommessa in realtà c’è e non c’è, perché riteniamo che in ogni brano ci sia un tentativo di provare qualche soluzione nuova, ma tutti i brani sono legati da un filo conduttore.

A proposito di scommesse, comunque avete puntato su sonorità e immagine molto classiche, vi chiederei, allora, qual è lo stato di salute dell’old school heavy metal oggi?
“Metal is Undead” è il titolo di una canzone del nostro primo album e descrive alla perfezione lo stato in cui versa il nostro genere negli ultimi anni. I grandi nomi esistono ancora, ma sono oramai l’ombra di quel che erano. Però esiste un folto sottobosco di band valide, da tutto il mondo, basta andare in rete e si trova veramente di tutto, quel che manca è qualcuno che abbia veramente intenzione di investire su questo genere, purtroppo, spesso è il gruppo stesso a doversi sobbarcare spese che non permettono alla band di promuoversi nella maniera corretta.

Quanto c’è della scuola italiana heavy metal nel vostro suono?
Apprezziamo davvero tanto la scena musicale italiana, in particolare quella che parte dalla fine degli anni ‘80. Penso che le nostre influenze, come è stato per i primi gruppi heavy metal italiani, derivino però principalmente dall’heavy metal inglese.

Torniamo al disco, avete intenzione di pubblicare dei singoli?
Uscirà sicuramente il singolo di “Holy Shit”, con relativo lyric video. Stiamo preparando il video vero e proprio di “Solar Quake”, ma per le restrizioni attuali, e la necessità di fare riprese esterne, chissà quando potremo ultimarlo. Sicuramente ci faremo venire in mente qualche idea per non lasciare i nostri seguaci a bocca asciutta troppo a lungo.

Avete già scelto quali brani proporre dal vivo quando ci sarà la possibilità di tornare a suonare con il pubblico?
Essendo il nostro secondo album, ed essendo noi abituati a scalette molto lunghe per via dell’attività live con il tributo, penso proprio che, salvo motivi tecnici di tempo le porteremo tutte.

Reverber – La setta dei senza volto

Il movimento thrash tricolore, oggi come non mai, è particolarmente prolifero e ricco di uscite di qualità. Da quella fucina di talento che risponde al nome di Punishment 18 arriva una nuova release degna di nota, “Sect of Faceless”, opera che porta la firma dei Reverber, qui rappresentati da Marco Mitraja.

Ciao Marco,  ti andrebbe a un paio di mesi dalla sua uscita tirare un primo bilancio su “Sect of Faceless”, il vostro nuovo album?
“Sect of Faceless” è uscito in digitale in piena emergenza COVID-19, ma possiamo dire che forse è stato un vantaggio, poiché le persone e i fan erano in rete h24. Il riscontro è stato molto positivo, soprattutto all’estero, grazie alla diffusione su Spotify, Youtube e su le varie piattaforme! Riceviamo in continuazione feedback entusiasti e richieste per la copia fisica, ma purtroppo per quella ci sarà ancora da aspettare. Molti ci paragonano ai Kreator e alcuni addirittura ci indicano come i loro eredi… chissà!

Mi sono messo lì a cercare il mio brano preferito del disco, devo ammettere che l’album mi piace nella sua globalità, ma non ho una canzone che prediligo. Il suono è vario, ma comunque molto coerente e compatto. Il risultato è un lavoro di qualità media elevata da ascoltare tutto d’un fiato. Sei d’accordo con la mia  disamina?
Assolutamente sì, e ci fa molto piacere. Molti gruppi vorrebbero essere ricordati e apprezzati per le loro produzioni intere e non solo per la singola canzone. Insomma, se a qualcuno rimane in testa e apprezza anche il lato B, per noi è una vittoria, significa che siamo entrati in simbiosi con l’ascoltatore dall’inizio alla fine del viaggio.

Prima mi hai detto che per alcuni voi siete gli eredi dei Kreator, ma a me dall’ascolto dell’album appare chiaro che il vostro appartenere alla scena thrash va però inteso nel senso più generico del termine, perché non vi si può ricondurre direttamente a una determinata scuola. In un’epoca storica in cui si è o neri o bianchi, questo vostro essere al di sopra delle categorizzazioni nette è un vantaggio o uno svantaggio?
Crediamo che le categorizzazioni siano solo nella mente delle persone ormai e purtroppo ormai ci si fa condizionare facilmente quando si ascolta un album. Noi riconosciamo di appartenere a una delle macro categorie del metal, per carità, ma più per semplificare e spiegare di cosa si parla. Poi però se per qualcuno la voce non è “thrash” o la batteria è “troppo death” secondo noi si fossilizza su schemi mentali che non ti permettono di fare quello che dovresti quando ascolti un disco: godere della musica e delle sensazioni che ti regala. Ma noi non ci facciamo condizionare da questo, tanto qualsiasi cosa si suoni ci sarà sempre qualcuno pronto  a inquadrarti in un determinato sotto-sotto-sotto genere o paragonarti ad altre band. Noi suoniamo il nostro metal, se piace bene, se non piace, pazienza.

Di certo siete diretti e schietti nei vostri testi, non vi tirate indietro quando c’è da puntare il dito contro le storture della società…
Siamo sempre stati dell’idea che la musica sia un veicolo molto potente per criticare le brutture del sistema e della società, in quanto la musica è un forma d’arte critica per eccellenza e il metal un genere di rottura. Certo, la cornice rimane quella dell’horror e delle immagini forti, ma non sono mai fine a se stesse e servono come metafora di un società ormai al collasso, un pericolosissima giungla darwiniana dove le garanzie regalate dalle battaglie del passato sono ormai dimenticate.

Ve lo chiedo da vecchio lettore di Dylan Dog, “Channel 666” ha a che fare con l’albo “Canale 666” uscito, se non erro, negli anni 90?
Ci hai beccato! Sì l’ispirazione del titolo è presa proprio dal numero 15 di Dylan Dog (1991), di cui Marco Mitraja è appassionato e collezionista. L’intento era scrivere un brano che contenesse una forte demonizzazione dei mass media che nascono come intrattenimento per poi diventare il verbo dei poteri forti. Quale titolo migliore di quello?

Chi c’è dietro la “setta dei senza volto”?
La setta dei senza volto è solamente un fantasma inventato inconsciamente dalle persone per venir meno alle proprie responsabilità sociali. È comodissimo dire “tanto comandano loro” è “inutile votare”, “tanto fanno a porte chiuse”. I responsabili della catastrofe che stiamo vivendo non sono guru occulti di una setta mondiale, ma sono soggetti del passato o del presente che si trovano tranquillamente in ogni libro di storia o di macroeconomia. E allora ecco che la setta dei senza faccia non esiste, ma esistono banchieri, politici, economisti e think tank che hanno agito alla luce del giorno in base a un mainstream economico ben delineato, con le sue regole e i suoi dogmi: austerità, economia dello shock, cover operation. Come è scritto nella parte finale di “Sect of Faceless”: “They are just men in black/They are just ink on white”.

Riguardando indietro ai tempi del vostro esordio, in cosa siete migliorati e cosa avete perso cammin facendo che forse andrebbe recuperato?
Siamo sicuramente migliorati nella stesura dei brani e ognuno è migliorato personalmente a livello tecnico. La simbiosi del gruppo si è consolidata, grazie anche a un rapporto d’amicizia sempre più solido. Ma soprattutto abbiamo studiato più possibile il funzionamento del mercato della musica e del marketing musicale/digitale, delle piattaforme streaming e dei social network, che ormai nel 2020 sarebbe poco intelligente ignorare. Purtroppo per seguire molte di queste cose “burocratiche” molte volte dimentichiamo la spensieratezza di suonare per suonare e molte volte non si ha la concentrazione necessaria per scrivere musica. Non siamo più negli anni Ottanta, non esiste nessuno che lo fa per te, bisogna rimboccarsi le maniche, sapevamo già che più si va avanti più la strada è tortuosa. Nonostante questo stiamo lavorando su alcuni nuovi brani, visto che le possibilità di suonare live sono pari a zero… chi si ferma è perduto!

Rimanendo in tema di recupero, il disco si chiude con la cover di “Angel Witch”, pezzo dell’omonimo gruppo inglese. Ritengo i britannici forse una delle prime proto-thrash band della storia, non a caso vengono citati dai Metallica tra le loro muse ispiratrici. Cosa si prova a confrontarsi con un classico del genere e quali sono rischi di un’operazione simile?
Confrontarsi con i classici è sempre un’esperienza particolare, si mettono le mani in pasta in capolavori del passato che sono perfetti così come sono. Ma quanto è bello sentire suonare una canzone storica con i suoni e l’attitudine della tua creatura, con la tua interpretazione? È fantastico secondo noi. I rischi di un’operazione simili sono riassunti nel pericolo di offrire una versione troppo boriosa che possa far pensare all’ascoltatore che non si tratti di un tributo, ma di una sfida alla band e alla canzone originale. Ma nel nostro caso è un semplice tributo a un gruppo che ha fatto la storia dell’hard rock e del metal, scegliendo una canzone che ci piace particolarmente, tutto qui.

Avete puntato su due video, andando a fare scelte completamente opposte: da un lato la title track e dall’altro proprio la cover dei britannici: come mai siete passati dal brano che dal il titolo al disco a uno che invece è farina del sacco altrui?
Avevamo programmato con il nostro ex videomaker almeno altri tre video, sempre dell’album “Sect of Faceless”, mentre per Angel Witch non era previsto nulla. Purtroppo la nostra collaborazione è giunta al termine subito dopo la consegna del videoclip di “Sect of Faceless” e si è bloccato tutto. Pur volendo, non potevamo rivolgerci ad altri a causa dell’emergenza COVID. Allora abbiamo pensato di far sviluppare un video lyric di Angel Witch (montabile durante il lockdown) in modo da tenere basso il budget e avere comunque una video da poter utilizzare come pubblicità all’album in uscita, visto che le cover attraggono molti curiosi. A breve inizieremo le riprese di un altro video, non sono mai troppi oggigiorno!

Siete parte della scuderia Punishment 18, un’etichetta che sin dal proprio nome rende tributo al thrash, in particolare a quello dei Megadeth. Quanto conta lavorare con una label che è guidata da persone che hanno i vostri stessi gusti?
Crediamo sia fondamentale, vediamo molte band che si affidano a una casa discografica qualsiasi pur di averne una e pensiamo che questo sia un errore. All’etichetta deve piacere chi sei e quello che fai, è l’unico modo per percorrere insieme la strada verso il successo.

Vi andrebbe di citare altre realtà meritevoli del panorama italiano?
Come saprai ce ne sono moltissime, ma negli ultimi anni pensiamo che siano i Red Riot una delle migliori realtà italiane. Musicalmente possono sembrare distanti da noi, ma l’attitudine alla musica è la stessa e pensiamo possano dare veramente tanto al panorama metal italiano e internazionale. Te li consigliamo vivamente!

Black Phantom – L’ora del Fantasma Nero

Ospite ad Overthewall, Andrea Tito, leader e portavoce dei Black Phantom, autori in questo 2020 del secondo album, “Zero Hour Is Now” (Punishment 18).

Andrea, grazie di essere qui con noi, i Black Phantom sono un tuo progetto musicale sorto in un periodo di pausa con i Mesmerize, band di cui sei principale autore e compositore. Com’è nata quest’idea?
Il progetto è nato nel 2014, proprio al termine del tour relativo all’ultimo disco dei Mesmerize, “Paintropy”. Alla fine del periodo dei concerti eravamo un po’tutti stanchi, sia mentalmente che fisicamente, perché tra la composizione, la registrazione e la promozione del disco, erano passati due anni davvero molto intensi: abbiamo quindi deciso di prenderci una pausa da tutte le attività. Io però non sono un tipo che riesce a stare con le mani in mano, e quindi ho approfittato di quel momento di tempo libero per tirare fuori dal cassetto una manciata di brani che avevo scritto e messo da parte nel corso degli anni, che per un motivo o per un altro non erano mai stati pubblicati. Ho reclutato una serie di amici per registrare e portare alla luce queste canzoni. Quello che però era nato unicamente come progetto solista con un scopo ben specifico, in pochissimo tempo, visto il divertimento e l’affiatamento che si era creato tra noi, è diventato, praticamente fin da subito, un gruppo vero e proprio! Abbiamo affinato quelle canzoni, realizzato il primo disco, pubblicato dall’etichetta Punishment 18 Records, e successivamente fatto una buona serie di concerti live, che hanno ulteriormente rafforzato la nostra band: da lì sono nate poi le canzoni per il secondo disco, che abbiamo registrato l’anno scorso, ed ora eccoci qui con il nuovo album!

Hai parlato di una serie di amici coinvolti, ti va di citare la line up completa?
Ma certamente! Oltre al sottoscritto al basso, c’è il nostro cantante Manuel Malini; alle chitarre troviamo Luca Belbruno (già mio sodale nei Mesmerize) e Roberto Manfrinato; alla batteria c’è invece Ivan Carsenzuola, che è subentrato ad Andrea Garavaglia poco dopo la pubblicazione del primo disco, e quindi già con noi da tre anni.

A distanza di tre anni dal vostro primo disco, accolto molto bene da pubblico e critica, ecco “Zero Hour Is Now”, sempre su Punishment 18: ci parli di questo nuovo capitolo della vostra storia?
Volentieri! Con questo nuovo album volevamo confermare quanto di buono avevamo già messo in campo con il primo disco, alzando ulteriormente l’asticella sfruttando l’amalgama che si era creata tra noi grazie ai numerosi concerti effettuati. Devo quindi dire che l’affiatamento è davvero notevole, e reputo che anche la performance personale di qualcuno di noi, con questa maggiore esperienza, sia anche migliorata: penso, uno su tutti, al nostro cantante Manuel, che sul nuovo album ha offerto una prestazione davvero super, sia sotto l’aspetto esecutivo che interpretativo! Le recensioni – ad oggi oltre sessanta, da tutto il mondo – che abbiamo ricevuto sono state estremamente positive: ancora una volta è stata riconosciuta la nostra genuinità, e la indubbia passione che abbiamo nei confronti dell’Heavy Metal tradizionale! Quella che ci manca, a questo punto, è l’accoglienza del pubblico… per gli ovvi motivi che tutti sappiamo!

L’artwork della copertina richiama quella del disco precedente, chi è l’autore e questo “Fantasma Nero” è ormai la mascotte della band?
Sì, siamo rimasti talmente soddisfatti della copertina del primo album, che la scelta di affidare la nuova illustrazione al medesimo artista è stata scontata. Il disegnatore è Snugglestab, è moldavo, e l’ho scoperto a suo tempo navigando su internet: potenza della rete! Il suo stile mi ha affascinato fin da subito, perché stavo cercando qualcosa proprio in quello stile: spaventoso ma fumettistico, e soprattutto in classico stile Heavy Metal! Come hai notato, il protagonista dell’artwork è sempre il Fantasma, la nostra mascotte (alla quale peraltro non abbiamo ancora dato un nome!), che riprendendo il concetto del tempo richiamato dal titolo del disco, reca in mano una clessidra ammaccata, che non contiene sabbia bensì tanti piccoli fantasmi e creature maligne! Il tutto, con una dovizia di particolari del protagonista: davvero ben fatta! Anche stavolta, quindi, grazie a Snugglestab siamo riusciti a dare una bella “confezione” alle nostre canzoni!

Quanto è importante per voi la dimensione live? Vi trovate meglio sul palco o in studio di registrazione?
Sai, non essendo più noi “di primo pelo”, come si suol dire, ci troviamo bene in entrambe le situazioni, e riusciamo a tirare fuori il meglio da entrambi i contesti. Registrare in studio può essere talvolta stressante, ma è sicuramente appagante da un punto di vista creativo: veder nascere, formarsi e concretizzarsi una cosa che solo fino a poco prima era soltanto un’idea nella nostra testa, è assolutamente qualcosa di splendido! Quella rimane comunque una soddisfazione intima: ovviamente però l’aspetto live, che ti offre quindi un riscontro istantaneo da parte della gente che ti ascolta, è un’esperienza molto più divertente ed immediata!

Alla luce di questo, quanto il Covid 19 vi ha penalizzato nella promozione del nuovo album? Come vi state muovendo?
Dunque, fatte le debite proporzioni con i disastri VERI che il Coronavirus ha causato e sta tuttora causando alle vite di tutto il pianeta, devo ammettere che ci ha penalizzato, ed anche parecchio! Il nostro disco è uscito esattamente all’inizio del lockdown, e per questo motivo siamo stati costretti ad annullare ben nove concerti già fissati per i tre mesi successivi alla pubblicazione: come ben puoi immaginare, questo ci ha portato un danno economico tangibile, mancandoci completamente le entrate dei concerti e sopratutto le vendite del nostro disco al banchettoi. Ovviamente appena sarà possibile cercheremo di recuperare un minimo questa brutta situazione, anche se indubbiamente non potrà essere la stessa cosa!

Ci vorranno altri tre anni per avere un nuovo disco dei Black Phantom? State preparando qualcosa di nuovo?
Guarda, ovviamente (e l’abbiamo appena visto con il discorso pandemia!) il futuro è imprevedibile, quindi non è proprio il caso di sfidare la sorte! Da parte nostra, peraltro, siamo abbastanza certi che passerà meno tempo, soprattutto perché, nella totale assenza di impegni concertistici, ci siamo totalmente dedicati alla composizione di nuovi brani… e devo ammettere che ci siamo anche un po’ fatti prendere la mano, visto che ad oggi ne abbiamo già fatti ben venti, di cui quindici già completi di testo! Siamo effettivamente parecchio avanti sotto questo aspetto, ed è davvero una bizzarria: pubblicare il secondo disco ed avere allo stesso tempo già il materiale per il terzo ed il quarto è qualche cosa che davvero non si è mai vista! Ahah!

Dove i nostri ascoltatori possono seguirvi?
Sono due i siti che suggerisco loro: il primo è ovviamente la nostra pagina ufficiale su Facebook, al link https://www.facebook.com/bewaretheBP/. Lì potranno trovare tutte le news che ci riguardano, con musica, foto, recensioni ed interviste. Siamo piuttosto attivi sotto questo aspetto, cerchiamo di aggiornare la pagina con nuovi contenuti almeno una volta ogni due giorni. Il secondo link che vi lascio, e che peraltro è il più importante, è quello relativo al nostro web-store: https://blackphantom.bigcartel.com . Lì avranno la possibilità di acquistare direttamente da noi i nostri album ed il nostro merchandise… cosa per la quale ringraziamo anticipatamente: il loro supporto in questo momento estremamente difficile è particolarmente apprezzato!!

Grazie di essere stati con noi!
Grazie a voi per lo spazio che ci avete riservato…e speriamo di poterci rivedere prestissimo in occasione di qualche concerto!

Trascrizione dell’intervista rilasciata a Mirella Catena nel corso della puntata del 4 Giugno 2020 di Overthewall. Ascolta qui l’audio completo: