Reverber – La setta dei senza volto

Il movimento thrash tricolore, oggi come non mai, è particolarmente prolifero e ricco di uscite di qualità. Da quella fucina di talento che risponde al nome di Punishment 18 arriva una nuova release degna di nota, “Sect of Faceless”, opera che porta la firma dei Reverber, qui rappresentati da Marco Mitraja.

Ciao Marco,  ti andrebbe a un paio di mesi dalla sua uscita tirare un primo bilancio su “Sect of Faceless”, il vostro nuovo album?
“Sect of Faceless” è uscito in digitale in piena emergenza COVID-19, ma possiamo dire che forse è stato un vantaggio, poiché le persone e i fan erano in rete h24. Il riscontro è stato molto positivo, soprattutto all’estero, grazie alla diffusione su Spotify, Youtube e su le varie piattaforme! Riceviamo in continuazione feedback entusiasti e richieste per la copia fisica, ma purtroppo per quella ci sarà ancora da aspettare. Molti ci paragonano ai Kreator e alcuni addirittura ci indicano come i loro eredi… chissà!

Mi sono messo lì a cercare il mio brano preferito del disco, devo ammettere che l’album mi piace nella sua globalità, ma non ho una canzone che prediligo. Il suono è vario, ma comunque molto coerente e compatto. Il risultato è un lavoro di qualità media elevata da ascoltare tutto d’un fiato. Sei d’accordo con la mia  disamina?
Assolutamente sì, e ci fa molto piacere. Molti gruppi vorrebbero essere ricordati e apprezzati per le loro produzioni intere e non solo per la singola canzone. Insomma, se a qualcuno rimane in testa e apprezza anche il lato B, per noi è una vittoria, significa che siamo entrati in simbiosi con l’ascoltatore dall’inizio alla fine del viaggio.

Prima mi hai detto che per alcuni voi siete gli eredi dei Kreator, ma a me dall’ascolto dell’album appare chiaro che il vostro appartenere alla scena thrash va però inteso nel senso più generico del termine, perché non vi si può ricondurre direttamente a una determinata scuola. In un’epoca storica in cui si è o neri o bianchi, questo vostro essere al di sopra delle categorizzazioni nette è un vantaggio o uno svantaggio?
Crediamo che le categorizzazioni siano solo nella mente delle persone ormai e purtroppo ormai ci si fa condizionare facilmente quando si ascolta un album. Noi riconosciamo di appartenere a una delle macro categorie del metal, per carità, ma più per semplificare e spiegare di cosa si parla. Poi però se per qualcuno la voce non è “thrash” o la batteria è “troppo death” secondo noi si fossilizza su schemi mentali che non ti permettono di fare quello che dovresti quando ascolti un disco: godere della musica e delle sensazioni che ti regala. Ma noi non ci facciamo condizionare da questo, tanto qualsiasi cosa si suoni ci sarà sempre qualcuno pronto  a inquadrarti in un determinato sotto-sotto-sotto genere o paragonarti ad altre band. Noi suoniamo il nostro metal, se piace bene, se non piace, pazienza.

Di certo siete diretti e schietti nei vostri testi, non vi tirate indietro quando c’è da puntare il dito contro le storture della società…
Siamo sempre stati dell’idea che la musica sia un veicolo molto potente per criticare le brutture del sistema e della società, in quanto la musica è un forma d’arte critica per eccellenza e il metal un genere di rottura. Certo, la cornice rimane quella dell’horror e delle immagini forti, ma non sono mai fine a se stesse e servono come metafora di un società ormai al collasso, un pericolosissima giungla darwiniana dove le garanzie regalate dalle battaglie del passato sono ormai dimenticate.

Ve lo chiedo da vecchio lettore di Dylan Dog, “Channel 666” ha a che fare con l’albo “Canale 666” uscito, se non erro, negli anni 90?
Ci hai beccato! Sì l’ispirazione del titolo è presa proprio dal numero 15 di Dylan Dog (1991), di cui Marco Mitraja è appassionato e collezionista. L’intento era scrivere un brano che contenesse una forte demonizzazione dei mass media che nascono come intrattenimento per poi diventare il verbo dei poteri forti. Quale titolo migliore di quello?

Chi c’è dietro la “setta dei senza volto”?
La setta dei senza volto è solamente un fantasma inventato inconsciamente dalle persone per venir meno alle proprie responsabilità sociali. È comodissimo dire “tanto comandano loro” è “inutile votare”, “tanto fanno a porte chiuse”. I responsabili della catastrofe che stiamo vivendo non sono guru occulti di una setta mondiale, ma sono soggetti del passato o del presente che si trovano tranquillamente in ogni libro di storia o di macroeconomia. E allora ecco che la setta dei senza faccia non esiste, ma esistono banchieri, politici, economisti e think tank che hanno agito alla luce del giorno in base a un mainstream economico ben delineato, con le sue regole e i suoi dogmi: austerità, economia dello shock, cover operation. Come è scritto nella parte finale di “Sect of Faceless”: “They are just men in black/They are just ink on white”.

Riguardando indietro ai tempi del vostro esordio, in cosa siete migliorati e cosa avete perso cammin facendo che forse andrebbe recuperato?
Siamo sicuramente migliorati nella stesura dei brani e ognuno è migliorato personalmente a livello tecnico. La simbiosi del gruppo si è consolidata, grazie anche a un rapporto d’amicizia sempre più solido. Ma soprattutto abbiamo studiato più possibile il funzionamento del mercato della musica e del marketing musicale/digitale, delle piattaforme streaming e dei social network, che ormai nel 2020 sarebbe poco intelligente ignorare. Purtroppo per seguire molte di queste cose “burocratiche” molte volte dimentichiamo la spensieratezza di suonare per suonare e molte volte non si ha la concentrazione necessaria per scrivere musica. Non siamo più negli anni Ottanta, non esiste nessuno che lo fa per te, bisogna rimboccarsi le maniche, sapevamo già che più si va avanti più la strada è tortuosa. Nonostante questo stiamo lavorando su alcuni nuovi brani, visto che le possibilità di suonare live sono pari a zero… chi si ferma è perduto!

Rimanendo in tema di recupero, il disco si chiude con la cover di “Angel Witch”, pezzo dell’omonimo gruppo inglese. Ritengo i britannici forse una delle prime proto-thrash band della storia, non a caso vengono citati dai Metallica tra le loro muse ispiratrici. Cosa si prova a confrontarsi con un classico del genere e quali sono rischi di un’operazione simile?
Confrontarsi con i classici è sempre un’esperienza particolare, si mettono le mani in pasta in capolavori del passato che sono perfetti così come sono. Ma quanto è bello sentire suonare una canzone storica con i suoni e l’attitudine della tua creatura, con la tua interpretazione? È fantastico secondo noi. I rischi di un’operazione simili sono riassunti nel pericolo di offrire una versione troppo boriosa che possa far pensare all’ascoltatore che non si tratti di un tributo, ma di una sfida alla band e alla canzone originale. Ma nel nostro caso è un semplice tributo a un gruppo che ha fatto la storia dell’hard rock e del metal, scegliendo una canzone che ci piace particolarmente, tutto qui.

Avete puntato su due video, andando a fare scelte completamente opposte: da un lato la title track e dall’altro proprio la cover dei britannici: come mai siete passati dal brano che dal il titolo al disco a uno che invece è farina del sacco altrui?
Avevamo programmato con il nostro ex videomaker almeno altri tre video, sempre dell’album “Sect of Faceless”, mentre per Angel Witch non era previsto nulla. Purtroppo la nostra collaborazione è giunta al termine subito dopo la consegna del videoclip di “Sect of Faceless” e si è bloccato tutto. Pur volendo, non potevamo rivolgerci ad altri a causa dell’emergenza COVID. Allora abbiamo pensato di far sviluppare un video lyric di Angel Witch (montabile durante il lockdown) in modo da tenere basso il budget e avere comunque una video da poter utilizzare come pubblicità all’album in uscita, visto che le cover attraggono molti curiosi. A breve inizieremo le riprese di un altro video, non sono mai troppi oggigiorno!

Siete parte della scuderia Punishment 18, un’etichetta che sin dal proprio nome rende tributo al thrash, in particolare a quello dei Megadeth. Quanto conta lavorare con una label che è guidata da persone che hanno i vostri stessi gusti?
Crediamo sia fondamentale, vediamo molte band che si affidano a una casa discografica qualsiasi pur di averne una e pensiamo che questo sia un errore. All’etichetta deve piacere chi sei e quello che fai, è l’unico modo per percorrere insieme la strada verso il successo.

Vi andrebbe di citare altre realtà meritevoli del panorama italiano?
Come saprai ce ne sono moltissime, ma negli ultimi anni pensiamo che siano i Red Riot una delle migliori realtà italiane. Musicalmente possono sembrare distanti da noi, ma l’attitudine alla musica è la stessa e pensiamo possano dare veramente tanto al panorama metal italiano e internazionale. Te li consigliamo vivamente!

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