Lucifer for President – Planet Lucifer

Ospite di Mirella Catena su Overthewall, N-Ikonoclast leader dei Lucifer for President, freschi autori di “Asylum” (My Kingdom Music)!

Benvenuto N-Ikonoclast!
Grazie Mirella ciao a te, e un saluto a tutto lo staff di Owerthewall e ai suoi ascoltatori.

Ti chiedo innanzitutto di parlarci della genesi della band e come si completa la line up attuale… 
I LFP, sono nati come mio progetto solista, era il 2017; all’epoca ero ancora felicemente sposato. Da molto tempo ero rimasto distante dalle scene, tranne una breve collaborazione con gli Aborym di Roma. Facevo il DJ metal e dark al Grind House di Padova e, oltre al mio lavoro, mi dedicavo alla mia attività di scrittore e poeta, senza mai scordare la mia chitarra, con la quale continuavo a registrare pezzi al PC. Tracce di matrice rock and troll, heavy metal grezzo e horror punk, dopo aver trascorso dieci anni negli Ensoph, e uno negli IsRain, in cui la proposta musicale era orienta verso l’industrial, metal, goth, prog… avevo bisogno di qualcosa di diretto, ideale da proporre un giorno dal vivo, se mai sarei tornato a fare musica. Non sono un polistrumentista, perciò un giorno mi decisi a mettermi in contatto con dei giovani musicisti, a ricoprire il ruolo di bassista, batterista e chitarrista; facemmo alcune prove, ma il chitarrista abbandonò subito, così (chiedere non costa nulla) mi azzardai a chiedere a Legione (Evol, Death Dies, Mad Agony e molte altre band). Ricordo ancora quando l’ho conosciuto, nel 93, mi tremavano le mani, ero e sono un fan sfegatato degli Evol. Con lui E Demian de Sabba, (il batterista) suonammo dei Death Dies, per alcuni anni, incidemmo un cd e un vinile, io ricoprivo il ruolo di chitarra solista. Con mia grande sorpresa, Legione accettò, e iniziammo subito a provare; le cose presero subito un’altra piega, diventammo una vera band, di cui legione è l’altro leader. Incidemmo così l’EP, omonimo “Lucifer For President”, come dicevo pocanzi, rock and roll, metal grezzo e horror punk, influenzato da band come Venom, Misfits, e Alice Cooper. Purtroppo, però riuscii a stringere tra le mani il CD solo mesi più tardi. Me lo portò Legione, mi trovavo ricoverato in una clinica Padova. Dopo che mia moglie mi aveva lascito, tentai per l’ennesima volta il suicidio, e questa volta ci misi sei mesi a riprendermi. Fui ricoverato per i miei problemi di depressione maggiore, disturbo borderline, abuso di cocaina e dipendenza cronica da alcol e psicofarmaci. Prima del triste episodio realizzammo due video “Lucifer for President”  e “We Are Rock and Roll Stars”, realizzammo alcuni live molto teatrali, e crudi, uno addirittura, in un palchetto abusivo all’autonomo di Imola, prima del concerto dei Guns and Roses”. Il video di “L.F.P.” scatenò un putiferio sul web, la curia di Padova mi mandò la scomunica… cosa che cadde come un pugno di mosche, in quanto sono sbattezzato, e il sindaco del mio comune, mi invitò a cambiare residenza. Durante la mia assenza, trascorsa girando tra psichiatria, clinica e comunità (dove non puoi tenere neppure il cellulare e sei tagliato fuori dal mondo) Legione, al contrario degli altri membri che si allontanarono, venne sempre a trovarmi. Una domenica, non ricordo l’anno, oltre all’EP, portò con sé un ragazzotto, Daniel, (ex bassista dei Mad Agony e Sex Addicction). Non so come riuscì a riporre fiducia in me, all’epoca magrissimo e ottenebrato dai farmaci, ma decise di darmi una chance, cosa che mi commuove ancora, così entrò nei L.F.P., ci rivedemmo solo qualche anno dopo. Il Batterista: Demian De Sabba (Ex Evol, Death Dies, Mad Agony) fu arruolato allo stesso modo di Legione, senza nessuna speranza di ricevere una risposta positiva… e, invece accettò.

 “Sex and Drugs and Rock’n’Roll” è il brano che abbiamo appena ascoltato ed è anche una celebre canzone del 1977 e successivo manifesto di più generazioni di rockers, pensate che ancora adesso non abbia esaurito la sua innegabile potenza e quanto ha influenzato la stesura delle liriche del vostro album?
Ti confesso che quando ho scritto questo pezzo, la mitica canzone di Ian Dury del 1977, non mi passò neppure per l’anticamera del cervello, comunque è una vera icona e, di sicuro, nonostante la becera scena musicale attuale, non esaurirà mai il suo messaggio di ribellione… fa parte della storia del rock and roll!

Il genere che proponete è uno scanzonato rock’n’roll, figlio dei Misfits e dei Motorhead, ma all’interno del vostro album troviamo una versione che reputo geniale e malsana di “Amandoti” di Giovanni Lindo Ferretti – CCCP. Come mai avete optato per un brano così impegnativo e chi è l’artefice dello smembramento sonoro di cui è stato vittima questo capolavoro di musica e poesia?
Una sera Legione mi propose di realizzare una cover di “Amandoti”, io rimasi perplesso e sulle prime, reticente. Di preciso mi chiese di cantare la canzone, in modo più fedele all’originale, ma di scrivere un testo, che lui avrebbe recitato alla fine di ogni strofa, mi spiegò a grandi linee cosa voleva trasmettere, in altre parole tutto il mondo di angosce e paure che io e lui viviamo rispetto a certi temi. La sera dopo gli mandai il testo e lui ne fu entusiasta. PS: a differenza di Gianna Nannini, avevamo colto che il grande Lindo Ferretti, non si riferisce a una persona, ma parla dell’eroina. 

Tempo addietro ho visto un fantomatico e divertente cartello elettorale che diceva espressamente “Vota Satana! Perché accontentarsi del male minore quando abbiamo la possibilità di scegliere il male assoluto!”, da dove nasce la vostra volontà di volere un Lucifero presidente e quale giovamento sociale potrebbe apportare?
Parlo a nome mio, io non appartengo a nessuna dottrina religiosa od ortodossia; seguo alcuni spunti della filosofia Luciferiana, ma all’interno della band nessuno è satanista, abbiamo in comune il gusto per l’horror. Siamo cresciuti divorando film di Dario Argento, Lucio Fulci, e certe produzioni di Pupi Avati, ascoltando i Goblin, era invitabile, che ciò si sarebbe rispecchiato nella musica, come era inevitabile che band come Venom, Celtic Frost, Bathory e Alice Cooper. La musica è sempre stata, demonizzata, a differenza di altre forme d’arte, in cui è successo più raramente, non so cosa abbia in testa la gente, ma dubito che dopo una giornata di riprese o di scrittura, personaggi come Dario Argento o Stefen King, se ne vadano in giro a massacrare il primo malcapitato. Comunque, per ritornare alla tua domanda, penso che se Lucifero governasse il mondo, arriveremmo a uno stadio di conoscenza e libertà, che non possiamo nemmeno concepire.

La fine di questo 2021 purtroppo ci ricorderà anche che il mondo del rock e dell’heavy metal saranno orfani di Lemmy da sei anni. Quanto pesa secondo voi la sua assenza e chi potrebbe essere il suo eventuale erede musicale?
Tutta la band adora i Mothorhed, Lemmy è uno dei miei idoli, come Ozzy e Nikki Sixth, spesso al mattino andando al lavoro, netto sullo stereo i Mothored, e una profonda tristezza mi coglie. Non ci saranno eredi, come non ce ne saranno per Freddy Mercury, Jim Morrison, o Ronnie James Dio.

Cosa c’è nell’immediato futuro della band?  
Sicuramente un video, un photoset, speriamo altri dischi ma soprattutto tanti live!

Diamo i vostri contatti sul web per i nostri ascoltatori?
Allora su Facebook la nostra pagina è https://www.facebook.com/LuciferForPresident, su Instagram cercate semplicemente il nome della band, o digitate presidentluciferfor.

Grazie di essere intervenuti, a voi l’ultima parola!
Grazie di cuore Mirella per l’occasione che tu e Radio Overthewall ci avete concesso, un’ abbraccio a chi si segue. Mi raccomando, pensate sempre con la vostra testa, e ovviamente rock and roll!

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 1 Novembre 2021

Heat Fandango – Reboot system

Nati dalle ceneri dei Lush Rimbaud, per volontà di tre musicisti attivi già con altre realtà underground marchigiane (Jesus Franco and the Drogas, NewLaserMen, Beurk!), gli Heat Fandango hanno da poco rilasciato l’entusiasmante esordio “Reboot System” (Peyote Press). Un interessante miscuglio di influenze disparate che si rifanno a The Fall, Gallon Drunk, Suicide, Lydia Lunch, Soft Boys e Thee Oh Sees. Ne abbiamo parlato con Marco Giaccani (basso/tastierista/farfisa).

Ciao Marco, “Reboot System” è un titolo strano per un esordio, dà quasi la sensazione che ci sia dietro la volontà di voler cancellare il passato e iniziare da zero. Dato che siete una band di recente formazione, qual è quel passato dal quale volete distaccarvi?
In realtà, nessuno scheletro nell’armadio, l’idea è piuttosto quella di ripartire da zero di fronte all’evidente fallimento di molti parametri della nostra società. Lo sviluppo inteso come produzione forsennata, il consumo di risorse senza regole. Riavviare il sistema è l’ultima cosa rimasta da fare quando le hai provate tutte ma continua a non funzionare.

Da dove siete partiti? Avevate già del materiale proveniente dalle vostre esperienze passate oppure tutto è stato scritto per gli Heat Fandango?
Noi tre (Tommaso, Marco, Michele) ci conosciamo da oltre vent’anni, e suoniamo insieme da sempre. Messa in pausa l’esperienza con i Lush Rimbaud, a fine 2018 abbiamo deciso di ripartire con questo progetto e a dicembre 2019 avevamo esordito dal vivo, avevamo una decina di pezzi, ed eravamo pronti per registrare. Poi è arrivato il covid.

Il disco è stato registrato a distanza durante i vari blocchi dello scorso anno, ma era stato già pianificato – magari con un’incisione più tradizionale – oppure l’esigenza di fare qualcosa è nata durante il lockdown?
Era pianificato, ma avremmo dovuto registrare in presa diretta e invece ci siamo ritrovati in mezzo alla pandemia senza poter uscire di casa. Quasi per gioco Tommy ha registrato con la sua scheda audio un pezzo chitarra e voce e ce l’ha mandato per avere un feedback. Ci abbiamo messo sopra farfisa e drum machine e il risultato ci è piaciuto, e ci siamo detti “perché non rifare con la stessa modalità tutti i pezzi”? E così abbiamo fatto. Poi Filippo Strang del VDSS Studio di Frosinone ha fatto mix e master, Salvatore Liberti le grafiche e Bloody Sound e Araghost ci hanno permesso di pubblicare il disco, mentre Peyote press sta facendo promozione.

Le immagini promozionali del disco, almeno le due in mio possesso, vi ritraggono all’interno di un’abitazione, una in particolare in quella che sembra una soffitta. Non se sia stata una scelta conscia o inconscia la vostra, ma pare quasi che vogliate rafforzare l’idea di un album nato in casa durante il lockdown…
Quello è il nostro quartier generale, il luogo da cui è iniziato tutto. Rappresenta le nostre origini, ed è da lì che vogliamo ripartire.

Passato è un termine che sta tornando spesso nelle mie domande, ma devo tirarlo fuori anche ora, il vostro sound è una mistura di sound del passato, dal garage rock al punk passando per la psichdelia, eppure il risultato è fresco e per nulla banale: come ci siete risusciti?
Grazie, questo suona come un complimento! A parte gli scherzi, hai centrato il punto. Volevamo fare qualcosa di originale partendo dalle nostre radici, il blues malato, la psichedelia, la new wave. Siamo cresciuti con questa musica, fa parte di noi.

Chi ha avuto l’idea di utilizzare una farfisa?
Io, in realtà sono un bassista, ma per caso, girando per un mercatino dell’usato, ho visto una farfisa Vip233 con il suo ampli, sempre farfisa. Parliamo di roba di fine anni 60, non sapevo neanche se funzionasse, così il negoziante mi ha proposto di prenderla e provarla, se non funzionava la potevo riportare entro tre giorni e mi avrebbe restituito i soldi. Non mi ha più rivisto.

Che storie avete raccontato dietro i testi?
Sono pezzi di vita di tutti i giorni, sogni, riflessioni. Raccontano le impressioni, i desideri e le emozioni di vivere la vita, cosa che a volte sembra scontata, ma che è un’avventura continua.

Mentre, quale storia si cela dietro la copertina del disco?
Sono foto di viaggio di Salvatore Liberti, l’autore delle grafiche. Sono frammenti di quello che resta del mondo sovietico, scattate tra Armenia e Georgia. Sono davvero belle, struggenti e melanconiche, ma allo stesso tempo potenti. Milioni di storie e di vite sono state vissute in quei luoghi, e ora sono deserti e abbandonati.

Dal punto di vista live si sta muovendo qualcosa?
Per ora possiamo dire che il 16 ottobre presenteremo il disco al Dong di Macerata. Per il resto ci stiamo muovendo, tutto il settore è reduce da anni duri, ma spero di sì.

Paolo Merenda – Briciole punk

Paolo Merenda è un artista versatile: salta dalla musica alla scrittura con naturalezza e coerenza. Ma non solo, la sua vena camaleontica viene confermata dalla miriade di band, stilisticamente differenti, in cui è coinvolto e dalla notevole produzione letteraria che va dalla saggistica alla narrativa per bambini. Se c’è un’opera, però, che in qualche modo riesce a catturare entrambe le versioni di Paolo (musicista e scrittore) è “Break – Confessionale Punk” (Gonzo Editore), volumetto che al proprio interno contiene 50+1 mini-racconti e un CD.

Ciao Paolo,se non erro ci siamo sentiti l’ultima volta ai tempi del tuo esordio come autore per bambini con lo pseudonimo Paul Snack, come è andata l’esperienza “Il magico videogame”?
Ciao! Sì, in effetti non pubblicavo carta da parecchio tempo. Sono stato impegnato fra problemi lavorativi e familiari, per cui ho preferito impiegare il poco tempo libero dell’ultimo quinquennio principalmente suonando. Ho pubblicato infatti parecchio materiale musicale, a differenza di quello cartaceo. Quel libretto alle fiere vende bene, parliamo sempre di piccoli numeri e di microeditoria. Non essendo un racconto “rassicurante” non è facile per una insegnante proporlo come lettura facoltativa, ne parlavo proprio pochi giorni fa con una persona del mestiere. Purtroppo la tendenza dei genitori è un po’ quella del padre di Siddharta…

Darai un seguito alla tua produzione per bambini?
E’ un mercato molto difficile. La maggior parte dei libri che escono per editori specializzati sono realizzati “su commissione” dagli autori e si punta sulla produzione seriale dal successo di Geronimo Stilton. Ma io non voglio piacere a tutti e mi guadagno da vivere diversamente, per cui non sono disposto ad accettare troppi compromessi. In conclusione: per ora non ho più pubblicato libri per bambini. Se capiterà, con la giusta motivazione e il giusto editore, però potrei farlo (ho ancora materiale nel mio hard disk).

Da poco è uscito il tuo nuovo libro, “Break – Confessionale Punk”, contenente 51 micro-racconti. Come è nata questa raccolta?
Il “micro-racconto” è una idea che mi frulla in testa da anni. Volevo qualcosa che stesse nello spazio di un biglietto da visita (deformazione professionale) che però fosse di senso compiuto (non aforismi, poesie etc…). Sul sito di “Inchiostro Sprecato”, un progetto letterario autoprodotto che ho ideato insieme ad altri amici del giro punk, abbiamo creato uno spazio per i “Racconti da visita”, alcuni scritti da autori noti. Dopodiché ho cominciato a lavorare ad una mia raccolta di storie, partendo dalla prima uscita sul nostro facebook. Ho proposto l’idea a Gonzo (che ho conosciuto grazie all’amico Vincenzo Trama, a cui è dedicato l’ultimo racconto) quando ancora era in fase embrionale (pensavo nessun editore mi prendesse sul serio), dopodiché abbiamo lavorato per definire e sistemare il tutto. Ci abbiamo lavorato per un annetto, il libro sarebbe dovuto uscire per la Fiera di Torino del 2020, poco prima del mio 40esimo compleanno, ma causa pandemia siamo arrivati a gennaio 2021. Ci tengo a menzionare il lavoro molto professionale di Gonzo, sia a livello di grafica/ ideazione che a livello contrattuale.

I racconti sono tutti inediti e scritti appositamente per questo libro o parte del materiale proviene dal tuo archivio?
Avevo da parte circa 65 racconti, di cui ne abbiamo selezionati 51. Alcuni sono “reprise” – avrai riconosciuto in “L’artigiano” l’ossatura del plot narrativo di “Magico Videogame” – ma perlopiù si tratta di storie scritte apposta per la raccolta e con la stessa tecnica (750 battute spazi inclusi, divise in 3 paragrafi).

Leggendo queste 51 schegge ho sempre avvertito una sensazione di tristezza, quasi di rassegnazione, anche nei momenti più spensierati. Si tratta di una mia impressione o è effettivamente così?
Hai perfettamente ragione. Penso che sia radicata in me ormai questa sorta di malinconia perenne. Anche quando scrivo un pezzo non mi esce mai “fun-fun-fun”. Penso che un po’ derivi dal mio essere “mandrogno” per cui esperienza e background hanno influito sul mio carattere. Inoltre quando ricordo l’adolescenza penso a qualcosa di magico e che non tornerà (anche se in realtà le problematiche erano parecchie). Credo che un po’ della causa sia la nostra memoria selettiva, che tende a ricordare soltanto i momenti piacevoli, ma parte di questo atteggiamento deriva anche dal fatto che ben pochi adulti vivano spensierati come bambini. A me è sempre piaciuto scherzare, prendere e farsi prendere in giro, ma lo humour non è per tutti. Il “mandrogno” poi usa spesso uno humour cinico, secondo me vicino a quello inglese. Anche per questo probabilmente il mio autore preferito rimarrà sempre Dahl. E forse sempre per questo motivo “Break” come il “Magico Videogame” non sono libri per tutti. Ma d’altronde non voglio piacere a tutti e, come già dicevo, non devo pagarci il mutuo con i libri.

Siamo abituati ad immaginare il punk come un movimento, per quanto di periferia, legato alle grandi città. Ma c’è anche un punk di provincia, e tu ne sei il cantore. Mi daresti la definizione di punk di provincia? In cosa si differenzia da quello metropolitano?
Beh, non oserei definirmi il “cantore” del punk di provincia. Prima di me libri come “La città è quieta” di Carlo Cannella hanno avuto molto più successo e molti altri autori sono più conosciuti di me. Detto ciò, per definire il punk di provincia bisognerebbe definire prima il punk, che secondo me non me non è granché definibile. Posso dire soltanto che io amo la provincia e, da qualche anno, la vita di campagna. Da noi puoi vivere in mezzo a un bosco ed essere comunque a 5 km. dal centro storico e questo trovo sia un punto a favore della provincia. Inoltre il costo della vita ad Alessandria è decisamente basso, anche se abbiamo diversi punti negativi: l’alto tasso di inquinamento, il degrado in cui la città è decaduta negli ultimi anni e la delinquenza legata al mercato dello spaccio e della prostituzione. Posso aggiungere soltanto che fare musica alternativa in provincia è sempre stato difficile, mancano spazi, non c’è una “scena” alternativa etc… poi in un periodo come questo mi sembra ormai fantascienza parlare di live. Comunque sia parecchie band di Alessandria, di diversi generi, sono riuscite ad affermarsi all’estero pur essendo ben poco considerate in città.

Alla luce della tua definizione di punk di provincia, quanto c’è di autobiografico in “Break”?
C’è sempre molto di autobiografico in quello che scrivo. A volte esagero i toni come nella tradizione dei “tall tales”, ma principalmente parlo di esperienze vissute: sia per essere più credibile, ma anche perché diversamente non saprei come fare. Ho sempre avuto ben poca fantasia, fin da bambino vedevo altri creare con l’immaginazione fantastiche storie e disegni: a me non usciva mai nulla. Sarà anche per questo che sono ancora legato ai fumetti, molto presenti in “Break”. Il disegno mi ha sempre affascinato, trovo che sia una forma d’arte molto elevata, ma sono totalmente negato.

Il libro contiene anche un CD, di che si tratta?
Ho pensato al “bonus cd” principalmente per dare un valore aggiunto al libro “magro” di pagine. Ci tenevo poi a fare uscire queste tracce (originariamente pensate per il mio progetto A.S.E.) che non si sono concretizzate su disco a causa di problemi della line-up. Ultimamente ho ascoltato parecchie “One-man-band” ed è nata così l’idea di rivisitare le tracce in una versione più grezza e suonabile da solo. Ho registrato in un paio d’ore, in presa diretta, suonando con gli arti inferiori charleston e cassa, mentre con i superiori cercavo di fare del mio meglio per andare a tempo con la Telecaster, aiutato anche da un fuzz in alcune parti. I temi delle canzoni sono poi in linea con i racconti, per cui penso che il cd sia un complemento ideale. Gonzo anche in questo caso si è dimostrato subito disponibile ed ha pensato bene di creare un allegato “artigianale” in puro stile d.i.y. masterizzando e incollando uno ad uno i cd sul retro del libro.

Già che stiamo parlando di musica, c’è qualcosa che bolle in pentola su quel versante?
Come One-man-band avrei voluto suonare per strada e nelle librerie a supporto di “Break” (ovviamente causa pandemia non l’ho ancora fatto), dopodiché sto continuando a suonare punk con il progetto “Bag of Snacks”. Il primo 12” è uscito durante il lockdown di aprile 2020 co-prodotto da diverse realtà italiane ed una americana. In queste ultime settimane invece ho iniziato a provare con un quartetto country/folk/blues (2 acustiche, contrabbasso e percussioni). Sono appassionato di musica e cultura country ormai da 20 anni, per cui trovo sia una esperienza entusiasmante. Con loro stiamo rivisitando alcuni brani del cd allegato a “Break” in aggiunta ad inediti e cover, sperando un giorno di suonare live.

Massimo Zamboni – La macchia mongolica

Ospite di Mirella Catena ad Overthewall Massimo Zamboni – storico chitarrista dei CCCP e dei CSI – per parlare de “La Macchia Mongolica”.

Un primo viaggio in Mongolia nel 1996 fornirà l’ispirazione per uno dei dischi simbolo dei CSI, “Tabula rasa elettrificata”. Ed è ancora in Mongolia che si manifesterà per la prima volta in Massimo Zamboni e sua moglie il desiderio di avere un figlio. Caterina nascerà due anni dopo, con una macchia inequivocabile, un piccolo livido destinato a scomparire nel tempo: la macchia mongolica.

Quel segno detterà la partecipazione a due mondi spirituali e fisici, l’Emilia dei padri e la Mongolia della proiezione.

A vent’anni da quel primo viaggio, Massimo e Caterina torneranno in quella terra che li lega profondamente: un nuovo viaggio – prima tutti insieme, poi Caterina da sola – diventa scoperta ulteriore, indagine sull’Altrove che abita in noi, un’esplorazione necessaria tra le stanze della memoria più intima.

LA MACCHIA MONGOLICA. UN FILM, UN LIBRO, UNA COLONNA SONORA

Ascolta qui l’audio completo:

Sito ufficiale de “La Macchia Mongolica”: http://lamacchiamongolica.com/

Lemmerde – Il pop è violento

Il gruppo de Lemmerde non si limita a riprodurre i classici della canzone italiana in chiave metal e hard core. Arrangiamenti ricercati ed una spiccata propensione al divertimento li hanno portati fino alla corte dei Sick Tamburo. Abbiamo fatto quattro chiacchiere con Manuel, frontman della band.

“Violent Pop” (Autoproduzione, 2018) è un album che denota uno sforzo produttivo notevole. Quanto tempo c’è voluto per farlo uscire?
Uno sforzo da mmerde, di pochi mesi in realtà ma di buona consistenza e dall’aroma pungente.

Con il vostro repertorio spaziate in scioltezza dagli anni ’40 ai ’90 della canzone italiana. Preferite riarrangiare le hit del passato o date lustro anche a brani meno noti?
Dare lustro a brani meno noti comporta una nobiltà d’animo che non è da mmerde.

Mi piacciono i gruppi aperti alle partecipazioni. Andrea Venor e Gianfranco di Matteo, entrambi vocalist di estrazione metal, cantano rispettivamente in “Dadaismo Umpacchiano” e “Robot Blood”. Come sono nate queste collaborazioni?
Non sono collaboratori, sono le nostre coriste che sfruttiamo per le nostre esigenze corporali.

Sulla copertina dell’album ci siete voi quattro incappucciati a torso nudo. Perché ritrarvi così?
Perché la nostra musica è come un sacchetto da asporto: non sai mai quello che ti capita (cit.).

Avete realizzato tre videoclip per altrettante canzoni estratte da “Violent Pop”. Mi raccontate un retroscena di uno dei video?
Nel video “La Solitudine” ci siamo trovati alla stazione di Palermo Notarbartolo. Il capotreno, incuriosito dai costumi e dalla videocamera, ci ha chiesto quando poteva partire per girare in sincro la scena.

Una volta ad un vostro concerto ho visto un pubblico talmente costipato, che molta gente è stata costretta ad evacuare fuori dal locale. Come ricambiate dal palco l’affetto di chi vi segue?
Capita ai concerti delle mmerde un pubblico costipato costretto ad uscire per evacuare, noi ricambiamo con sudore e fiumi di carta igienica.

Dal logo ai videoclip, dai costumi di scena alle locandine, anche la parte visuale del gruppo è particolarmente curata. Quanto ha influito questo aspetto nei risultati raggiunti finora?
Ha influito in maniera determinante alla diffusione del virus marrone.

I vostri sforzi sono stati premiati con l’inserimento di una versione del brano “Intossicata” nella compilation “Parlami per Sempre”, un tributo ai Sick Tamburo in onore di Elisabetta Imelio. Come è nata questa esperienza?
Abbiamo avuto l’opportunità di partecipare a questa compilation dedicata alla grande Elisabetta Imelio grazie alla fanzine All You Need Is Punk che ci supporta da sempre.

So che a breve uscirà un 7″ autoprodotto, di cosa si tratta?
Questo 7″ è la collaborazione con una band emiliana, i Divarikator. Noi mmerde usciremo con due brani inediti, “Ragazzo di Minchia” e “Iron Tiziano”. Uscita prevista per gennaio 2021.

Dove trovate gli stimoli giusti per andare avanti?
Riuscire a merdizzare la musica italiana è un grosso stimolo… Peace and shit!