Noctu – Immagini di morte

Noctu, leader dell’omonima one-man band, ci ha parlato del suo nuovo album, “Gelidae Mortis Imago” (Transcending Obscurity Records), rivelandosi un personaggio complesso e per nulla banale. Superata una certa ritrosia iniziale, Noctu si è lasciato andare, regalandoci quella che alla fine si è rivelata un’intervista ricca di contenuti e spunti di riflessione.

Benvenuto su Il Raglio del Mulo, Noctu. Quando e, sopratutto, perché nascono i Noctu?
Grazie per il benvenuto. Il progetto Noctu prende forma durante il 2015, mentre stavo componendo nuovo materiale, differente da quanto avevo fatto fino a quel momento. Ho registrato un demo, che poi è divenuto il primo EP, uscito l’anno successivo. Noctu nasce non solo come espressione musicale, ma anche come bisogno di esaminare il lato oscuro della mia esistenza, da sempre presente, ma che mai si era fatto così “invadente” come in quel periodo. Noctu è il “contenitore” per imbrigliare tutta la negatività accumulata negli anni e usarla come un’arma.

Il vostro nuovo disco inizia con un titolo che parafrasa la “Sonata al Chiaro di Luna” di Beethoven, che nella versione dei Noctu diventa “Suicido al chiaro di Luna”. Qual è il tuo rapporto con la musica classica, la scelta di citare il celebre brano è funzionale alla struttura dell’album o è invece il frutto di una vera e propria passione per il genere ed, eventualmente, classica e doom cosa hanno in comune?
Intanto lasciami dire che la musica classica, in certi casi, sa essere più “pesante” del metal in quanto a pathos e a trasmettere certe emozioni. Non direi di avere una passione per il genere, in quanto non ho passione per i “generi”. Usare etichette può essere utile per indirizzare chi ascolta verso una certa direzione, ma io sono più propenso ad ascoltare musica “d’atmosfera”, ossia che sa trasmettermi determinate emozioni, indipendentemente dal genere. Detto ciò, è ormai noto a tutti che ci sono gruppi che unisco il metal con la classica o sinfonica, con risultati più o meno validi. Nel mio caso, amo questo brano di Beethoven e l’introduzione del primo movimento mi sembrava adatto per cominciare un album che “espone” un dramma. Non sono solo la classica e il doom ad avere qualcosa in comune. Tutta la musica ha delle connessioni: bisogna solo imparare a “tirare le corde giuste”…

Restiamo ancora sul brano di apertura, qual è la tua posizione nei confronti di un gesto estremo come il suicidio?
Ho il mio punto di vista riguardo il suicidio, ma l’intento con il mio brano non è quello di esporre una mia “tesi” al riguardo. Nel contesto dell’album affronto il suicidio dal punto di vista delle emozioni umane. Nel mio caso personale ho dovuto “suicidare” le mie emozioni in più occasioni per non permettere loro di portarmi a commettere gesti estremi. Ad ogni modo, io non voglio fare la lezione a nessuno. Si tratta di aspetti personali. Quindi chi si avvicina alla mia musica deve considerare i testi dal proprio punto di vista. Cercare un perché alle mie vicende personali sarebbe solo una perdita di tempo, una sterile ricerca. Non dirò mai a nessuno il reale significato dei testi legati alle mie esperienze. E comunque non penso che ci sia gente là fuori realmente interessata ad ascoltarmi…

In generale, la tua musica esprime una certa sofferenza, anche se in alcuni passaggi credo che traspari quasi una sorta di senso non di speranza ma di redenzione: vorrei capire se il processo di scrittura ti costa fatica oppure è una risposta indolore a una tua esigenza artistica?
La musica che compongo è sempre spinta dalle emozioni negative, che sia tristezza o rabbia. Tutti aspetti legati alla depressione endogena (quella espressamente emotiva) che mi trascino dietro da che ho memoria. Oltre a ciò, convivo da oltre vent’anni con una patologia fisica degenerativa che mi sta demolendo il sistema neuro-muscolare. Parte dal cervello, dal sistema nervoso centrale, e si estende a quello periferico. Ogni terminazione nervosa, ogni tendine, ogni elemento fibroso del mio corpo è in uno stato permanente di tensione. Questo vuol dire che sono soggetto ad una perpetua infiammazione corporea, febbre muscolare e dolori estenuanti. Riesco a stare in piedi solo grazie a dei potenti antidolorifici. E comunque tutte le mie attività si sono ridotte drasticamente. Inoltre, pure mia moglie è stata messa al patibolo dalla stessa malattia. Un contesto dove proprio si vive per soffrire… Quindi si, il processo compositivo è sempre doloroso. Molti musicisti tendono ad evitare di trattare certi argomenti perché risultano “scomodi”, sia per la loro psiche, che per il loro portafogli. E’ un dato di fatto che le band “depressive” (anche se melodiche) hanno meno “risonanza”, una minor risposta di pubblico, specialmente in questi tempi dove ormai anche il metal è stato addomesticato e dato in pasto a giovani annoiati che vogliono fare i ribelli, nonostante abbiano solo la stoffa dei perdenti. Nessuno di loro sa cosa vuol dire lottare per sopravvivere. Ma sono fiero che le mie composizioni non incontrino il favore di tali persone. Non faccio musica per soldi. Certo, possono aiutare. Ma non è lo scopo per cui compongo. Quindi sono decisamente più soddisfatto quando a porre ascolto è qualcuno che ha vissuto situazioni analoghe alle mie, qualcuno che a modo suo può capire… Redenzione? E verso chi? Verso un mondo senza speranza? No, grazie.

Questo come si sposa con la tua volontà di essere l’unico membro della band?
Beh, essere l’unico membro della band mi permette di porre l’accento su tutto ciò che ritengo degno di essere messo in musica, senza eccezioni e/o compromessi. Posso far convergere tutte le sfumature sonore che desidero. Una volta mi hanno mosso un’obiezione riguardo un riff in tremolo in un mio brano, dicendo “Sembra un riff black metal”. La mia risposta? Chissenefrega! Mi piace? Si adatta bene a quello che sto facendo? Si? Allora lo uso. Non è un caso che per me il funeral doom sia semplicemente una base di partenza. In termini musicali il mio scopo è non avere generi fissi. Per me conta l’atmosfera che posso generare con un brano. Non a caso ho sempre usato riff di diversa estrazione, oltre a manipolare sempler di tipo ambient. Inoltre non ho alcun desiderio di suonare live, rischiando di avere come pubblico la gente di cui parlavo prima. No, assolutamente nessun contatto tra me e i “vermi”…

Cosa che però non ha escluso la possibilità di avere un ospite sul disco, come è nata la collaborazione con Justin Hartwig dei Mournful Congregation su “Lucida Oscurità Senziente”?
Essere l’unico membro della band mi permette anche di scegliermi eventuali collaborati, musicisti che reputo validi anche da un punto di vista umano, intellettivo. Troppi musicisti si credono rockstar… La collaborazione con Justin è avvenuta in modo molto semplice: i Mournful Congregation sono da sempre una delle mie band preferite. Apprezzo la struttura dei loro brani e gli armonici che usano. Portano la mente a “vagare” verso lidi che non ti aspetteresti. Da tempo volevo chiedere a Justin un contributo per un mio brano, ma ammetto di aver avuto paura per un suo possibile rifiuto. Poi un giorno mi sono deciso. Gli ho scritto via Facebook spiegandogli le mie intenzioni. Con mia sorpresa ha accettato di ascoltare il mio brano. Il giorno dopo mi ha risposto, dicendomi “Il tuo brano mi piace. Sarebbe un piacere lavorare con te”. Non potevo crederci: la leggenda vivente del funeral doom voleva collaborare con me! Ma non è tutto. Tempo dopo Justin ha espresso il desiderio di conoscermi di persona. Si trovava in Europa per un festival con la band. E poteva fermarsi nel continente per alcuni giorni. Così ho deciso di invitarlo a casa mia per qualche giorno e in questo modo è nata una delle più belle amicizie che io abbia mai avuto. Amicizia che dura tutt’ora. Quando possiamo ci sentiamo in videochiamata. In seguito ho potuto anche conoscere tutta la band durante una data a Milano. Gente tranquilla e con cui puoi parlare senza problemi. Ma Justin in particolare è quel tipo di persona che posso davvero chiamare Amico.

Dal punto di vista musicale, nonostante la grande tradizione italica in ambito doom, i tuoi suoni si rifanno per lo più a realtà estere, tipo Thergothon, Mournful Congregation, Esoteric, ed Evoken. Però, e non è un però da poco, io ci sento delle influenze, consce o inconsce, agli Jacula. Ecco, una certa ritualità mi ha ricordato la band di Antonius Rex, di cui mi sembrate una sorta di evoluzione. Che ne pensi?
Apprezzo il paragone con le band estere che hai citato. Sono da sempre una grande influenza. Ma non sono l’unica. Ascolto gruppi e artisti di vari generi musicali. Come dicevo prima, è l’atmosfera che riescono a generare a catturarmi, non l’appartenenza a un genere specifico. Infatti, parlando di doom, ci sono band che non riesco ad apprezzare perché non riescono a catturare la mia attenzione. Ci sono realtà che mi sembrano tutte uguali, prive di contenuto e di mordente. Apprezzo piuttosto chi ha il coraggio di osare, di andare oltre il già detto, il già sentito. Potrei cominciare con Nortt, passare ai Darkthrone, per poi andare “fuori dal seminato” ascoltando “Within The Realm Of A Dying Sun” dei Dead Can Dance, passare ai “Trionfi” di Carl Orff, fare scorribande con “The Stomp” dei Saor Patrol e finire il trip con “Tubular Bells” di Mike Oldfield. Poi “riposarmi” con la magnifica “Dark Ambient” degli Atrium Carceri. Per me limitarmi sarebbe disastroso, la morte dell’arte. Riguardo gli Jacula sono spiacente, ma li conosco solo di nome, così come conosco qualche brano di band italiane storiche, tipo i Death SS, ma non posso definirle una mia influenza. In parte è dovuto al fatto che non ho mai seguito granché la finta “scena italiana”. Mi dispiace, ma rischio di diventare ipercritico nei confronti di band che, benché possano essere valide da un punto di vista musicale, mi fanno cadere le palle per la mostruosa carenza di sensibilità umana. Troppe volte ho avuto a che fare con musicisti dal carattere altezzoso e arrogante. E ho quindi preferito restare alla larga. Questo è un altro motivo per cui ho scelto di fare tutto da solo. L’unica eccezione in Italia, nonché grande fonte di ispirazione, è data dai Goblin. In particolare il genio di Simonetti che reputo sopra la media. Non ho mai avuto modo di conoscerlo di persona, anche se in passato avrei voluto. Ma ho sentito troppi pareri contrastanti sulla sua personalità, quindi non vorrei rovinare l’immagine che ho di lui, rischiando pure di dover lanciare nella spazzatura i CD che ho dei Goblin, come ho fatto in passato per altre band, italiane ed estere.

Rimanendo in tema di italianità, l’uso della nostre lingua: mi pare, leggendo i titoli, che tu abbia un approccio che vada per immagini, che faccia leva sopratutto sulla sfera immaginifica di chi viene in contatto con il gruppo. Quanto è importante la parola e il suo potere evocativo per il tuo progetto?
Posso affermare che il potere della parola è molto importante per me, tanto quanto lo è l’aspetto strumentale. Sono come le due facce della stessa medaglia e hanno per me la stessa importanza. Scrivere testi banali, o addirittura stupidi, per me non avrebbe senso. Sarebbe oltremodo offensivo nei confronti delle mie stesse composizioni. Posso capire quelle band che fanno musica di satira, quindi testi ironici e pungenti si adattano al contesto. Ma detesto quelle che vogliono dimostrarsi serie, cattive, “true evil”, ma poi scrivono testi di una banalità estrema e dal contenuto spiccio a cui neppure loro credono. Apprezzo un atteggiamento “fanatico” (passatemi il termine) solo se è sorretto da una vera fede, se chi scrive è davvero convinto di ciò di cui sta parlando. Se non sapessi come esternare i miei pensieri, se non sapessi creare queste “immagini mentali”, tanto varrebbe fare musica strumentale. Preferirei di gran lunga un approccio come quello dei Bohren & Der Club Of Gore, dove le strumentali la fanno da padrone e riescono a creare forti suggestioni col solo impiego della musica. A volte le parole non servono, e alcune band di questo pensiero ne hanno fatto arte.

Direi di concludere con la traccia che chiude il disco, la lunga “Isolato da un Mondo Senza Speranza”, siamo partiti parlando di suicidio e finiamo discutendo di isolamento: come è cambiato il concetto di individualità nell’attuale realtà “connessa” e qual è il ruolo dell’artista in questo contesto?
Come ho detto all’inizio, tutto ciò di cui parlo è connesso con le emozioni, con le mie emozioni, nello specifico. Quindi tutto viene filtrato secondo la mia ottica, il punto di vista di un misantropo e individualista convinto. Convinto non tanto per mostrare un atteggiamento fittizio, ma perché realmente sono stanco di questo mondo, del sistema e del 90% della razza umana. Qualcuno potrebbe avere da obbiettare perché ho un account Facebook e delle pagine Bandcamp dei miei vari progetti musicali. Secondo questa gente un “vero misantropo” starebbe lontano da queste cose. Ma secondo il loro modo di pensare, il vero misantropo dovrebbe stare lontano da qualsiasi essere umano, non dovrebbe andare a fare la spesa al supermercato, non dovrebbe avere un lavoro, non dovrebbe neppure avere una casa. Dovrebbe vivere come una bestia lontano dalla società. Ma ciò è oltremodo ridicolo. Una bestia non sentirebbe di dover odiare la società in quanto tale. Se ne starebbe nel suo territorio selvaggio a vivere tranquillamente. No, non prendiamoci in giro: il vero misantropo è colui che si isola dalla società pur vivendoci in mezzo, si isola perché non riesce più a sopportare la stupidità della maggioranza delle persone, con i loro atteggiamenti falsi, ipocriti e opportunisti. Si isola, spesso controvoglia, perché in realtà vorrebbe un po’ di contatto umano, ma nota che intorno a sé c’è una mediocrità critica di gente che dà importanza a cose che non ne hanno, vestiti firmati, macchine costose, accessori tecnologici che hanno portato la società ad uccidere il calore umano in favore di una freddezza robotica che porta chi ne è schiavo a credersi superiore, a divenire egocentrico e a tenere lontano tutti quelli che non stanno al gioco. Il vero misantropo resta lontano, isolato da una società che non sente più amica, “isolato da un mondo senza speranza” di redenzione perché non vuole essere redento. Un mondo che sta cadendo su sé stesso e che finirà con l’implodere, a favore di quei pochi “potenti” che intanto osservano questa società pronta a rinunciare alla propria libertà per essere salvata dalla propria “implosione”. L’unica vera redenzione possibile avrebbe luogo solo nel momento in cui la società, nella sua quasi totalità, venga estinta, permettendo a quei pochi che hanno ancora il cervello funzionante di creare una nuova, semplice razza indigena del pianeta pronta a vivere in armonia con la natura. Senza politica, religioni, distinzioni di razze o classi sociali. Utopia? Mah… Forse basterebbe che colui che ha dato origine a tutto dia un colpo di spugna sulla lavagna. Si cancella l’errore e si ricomincia. Punto. A capo.

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