Crohm – Paindemic live

Un album dal vivo è molte volte un’istantanea di un momento particolare nella storia di una band. I Crohm, che la loro storia l’hanno iniziata nel 1985, hanno deciso di immortalare un concerto particolare, quello andato in onda in streaming in occasione della rassegna “Les Hard Griots: narrazioni Metal e poetiche Rap sull’animo umano” in pieno lockdown. Un modo per trasformare la sofferenza in rinascita, come lascia immaginare il titolo “Paindemic Live”.

Benvenuto Sergio, direi di iniziare dalla stretta attualità, il vostro album “Paindemic Live”, registrato in occasione della manifestazione “Les Hard Griots: narrazioni Metal e poetiche Rap sull’animo umano”. Mi dareste maggiori dettagli dell’evento?
La Regione Valle d’Aosta organizza da più di 20 anni una rassegna culturale chiamata “Saison Culturelle” che vede svolgersi per diversi mesi spettacoli teatrali, concerti, danza ecc. Anche la “Saison” ha subito il Lockdown nel 2020 ma a inizio 2021, coraggiosamente, hanno deciso di provare a ripartire con una versione in diretta streaming senza pubblico in presenza, mediante la pubblicazione di un bando per proposte artistiche che non prevedessero un normale concerto o una normale pièce teatrale, ma qualcosa di nuovo. Il progetto da noi presentato prevedeva un doppio concerto metal con l’inserimento di un violino come quinto elemento della band, un concerto rap, la compenetrazione tra i due live, una bravissima ballerina di Pole Dance, che si è esibita durante la nostra performance, e alcuni attori che interpretavano un nostro brano in maniera teatrale. Musica, danza e teatro che convivevano insieme. Il nostro progetto è stato accettato e messo in cartellone.

Il disco si apre con degli applausi, anche se il live è stato trasmesso in streaming in assenza di pubblico. Immagino che questa scelta di inserire dei rumori ambientali abbia un valore simbolico, è così?
Suonare in diretta streaming senza pubblico è molto impegnativo, poiché non hai il riscontro ed il dialogo con il pubblico. E’ stato comunque un concerto in presa diretta, un vero live (se ascolti con attenzione ti accorgerai che alcuni errori ci sono e non sono stati corretti e il suono è bello grezzo) che è stato seguito in diretta streaming da oltre 7400 persone (me lo sono fatto ripetere 3 volte dal gestore della diretta, wow!!!), per cui abbiamo deciso di aggiungere il pubblico in fase di missaggio e l’abbiamo scritto chiaramente sulla copertina dell’album. Quindi vero live e vero / finto (!) pubblico! Ah! Ah! Se di significato simbolico vogliamo parlare possiamo dire che l’intenzione era quella di far sentire come sono veramente i Crohm in concerto e il “suono” del pubblico rende l’atmosfera ancora di più.

Vi siete esibiti con una formazione allargata, impreziosita dalle apparizioni di Flavia Simonetti (violino), Fabio Rean aka Fungo (voce) – Andrea Di Renzo (voce) aka Dj Sago. Come è stato lavorare con artisti provenienti da ambienti musicali diversi?
E’ stato veramente molto interessante e divertente! Flavia è un’amica e una musicista bravissima. Con lei abbiamo già collaborato in passato per “Legend And Prophecy” e ci ha pregiato della sua presenza in diversi concerti successivi. Sempre con l’idea di realizzare lo spettacolo all’interno delle linee guida del progetto per la Saison Culturelle abbiamo pensato al suo coinvolgimento, riscrivendo e riadattando molti brani in modo da rendere il violino un vero comprimario della chitarra e dare un sound unico a quell’evento rispetto al nostro standard. Per quanto riguarda l’incursione dei rapper, siamo in ottimi rapporti di amicizia con Fungo Zio. DJ Sago, a lui molto legato, è un musicista molto bravo con cui ci siamo trovati subito bene. Il resto è venuto molto naturalmente.

Come avete scelto i brani da inserire nella scaletta della serata?
Appena quest’anno ci si è presentata l’occasione abbiamo suonato in live. “Paindemic” è il prodotto di quel concerto. Nel titolo è racchiuso il dramma di tutti per la pandemia e la frustrazione di chi a vario titolo fa o lavora nella musica e ha patito questo lungo stop, soprattutto se è la sua fonte di reddito. In sostanza rappresenta la nostra voglia di tornare a suonare e un’opportunità di ravvivare l’attenzione anche su “Failure In The System”, che purtroppo è uscito a ridosso dell’inizio della pandemia, trovando un modo alternativo di promuoverlo a distanza di quasi un anno e mezzo dalla pubblicazione. Alcuni brani sono estratti dagli album precedenti, brani in cui avevamo già collaborato con Flavia. Il resto è sostanzialmente quasi tutto il nostro ultimo lavoro “Failure In The System” che per l’occasione ha avuto dei nuovi arrangiamenti in diverse canzoni per essere adatto alla presenza del violino come grande comprimario.

Oltre i vostri brani, troviamo anche “Post Fata Resurgo” donatovi da Fabio Rean aka Fungo. Come è nata questa ulteriore collaborazione?
Come ho detto poco fa siamo in ottimi rapporti di amicizia con il rapper/videomaker Fungo Zio e DJ Sago. Abbiamo pensato che la “forma spettacolo” proposta alla “Saison Culturelle” della Regione Valle d’Aosta avrebbe potuto ospitare un crossover di due generi distanti musicalmente ma a volte vicini nei contenuti e nella “rabbia” di esprimerli. Loro erano perfetti. Ecco che durante l’esecuzione di “Failure In The System” si sono aggiunti Fungo e Sago come coristi rap. E’ una canzone che restituisce una visone cupa di ciò che è l’uomo in rapporto alla natura e agli altri esseri umani. Tema intorno al quale ruota , con diversi aspetti, tutto il nostro album che porta lo stesso titolo. Un brano potente, ruvido, rabbioso. Proprio per questo non è stato inserito il violino ma abbiamo pensato di inserire il rap di Fungo e Sago. Noi abbiamo invece musicato in versione metal uno dei brani di Fungo, “Post Fata Resurgo”, aggiungendo una terza voce, la mia.


Il live del release party del vostro album “Humanity” fu registrato e trasmesso interamente dalla sede regionale radiofonica della RAI Valle d’Aosta. Non sono molte le band metal che hanno avuto il privilegio di esibirsi negli studi dell’emittente nazionale, come entraste in contatto con la RAI?
La sede regionale RAI della Valle d’Aosta ha generalmente un’attenzione particolare per la realtà musicale locale. I Crohm (insieme ai Kina) sono la band valdostana più conosciuta fuori dai confini regionali. Credo sia per questo che ci hanno proposto questa collaborazione, che abbiamo accettato con entusiasmo, e di cui ancora gli siamo grati.

Noi qui al sud ci lamentiamo spesso della difficoltà ambientali per chi fa metal, poiché per motivi geografici ci troviamo lontani dalle più grandi e attive città del nord. Voi provenite dalla Valle D’Aosta, una zona altrettanto periferica, questo vi crea problemi logistici o la vicinanza con il confine alla fine si tramuta in un vantaggio, garantendovi opportunità all’estero?
Come giustamente dici, anche noi siamo una zona periferica rispetto ai circuiti principali italiani. Per cui dobbiamo sempre spostarci per suonare verso Milano, Torino e il resto del nord Italia in generale. Per altri versi essendo in zona di confine ci è più facile “espatriare” verso i paesi limitrofi. Abbiamo infatti tenuto ad esempio alcuni concerti in Svizzera, che per noi è vicinissima.

Da osservatori dell’ambiente metallico italiano dal 1985, anno della vostra fondazione, come giudicate la stato di salute della nostra scena nazionale?
Tutto sommato la “scena nazionale” intesa come band mi sembra sempre vigorosa, grazie a tutti gli headbangers che tengono duro. Il vero problema in Italia, come era già negli anni ottanta, è la scarsissima attenzione dei media e del grande pubblico per il metal, con la conseguente quasi inesistente promozione radiofonica, tranne alcune radio specializzate, che determina la conseguente scarsa disponibilità dei locali ad organizzare concerti che non siano di bands già famose. In Italia, purtroppo, le masse sono tutt’ora legate soltanto alla musica melodica ultra-leggera. Non c’è stata mai un’evoluzione del gusto. La costante reiterazione di manifestazioni come San Remo o il Festivalbar lo dimostrano. E il business segue quella strada che, a mio personalissimo giudizio, è molto povera di contenuti musicali, ma fa cassa!

Il disco dal vivo in passato era uno spartiacque tra due fasi della carriera di una band, si chiudeva un’era e se ne apriva un’altra: è così anche nel vostro caso?
Per quanto ci riguarda non direi. La nostra nuova era si è aperta con la reunion del 2014, cui sono seguiti i nostri primi tre album in studio. Per noi il disco Live è stata più l’opportunità di metterci alla prova senza il comfort di uno studio di registrazione. Come dire, buona la prima… E devo dire che, nel nostro piccolo, sono soddisfatto! Inoltre è stato un modo per dare, a chi vorrà ascoltare “Paindemic”, la vera misura dei Crohm in una dimensione totalmente senza filtri.

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