ANF – Delicata violenza

Dopo un lavoro d’esordio solista e quattro split con altrettante band internazionali, Il gruppo powerviolence ANF festeggia i dieci anni dalla fondazione con l’EP “ANF II” (625thrashcore Records / Rodel Records, 2021), che contiene le più fresche composizioni della band palermitana. Ne abbiamo parlato con Totò, voce e portavoce del gruppo.  

Come è nata in voi la passione per il genere powerviolence, che affonda le sue radici nel punk hardcore anni ‘80? 
Per me tutto è cominciato ai tempi del liceo, quando cominciai ad avvicinarmi al punk hardcore e in uno scambio di dischi e cassette conobbi gruppi come Infest e Spazz ed è stato amore a prima vista anzi, a primo ascolto. In quegli anni conobbi anche Corrado, il quale mi invitò ad unirmi al suo gruppo (Elopram) e cominciai ad andare ai concerti della mitica Palermo hardcore dove vidi Burst up e xLxExAxRxNx, quello è stato il punto di non ritorno.

Le vostre nuove canzoni hanno avuto una lunga gestazione, qual è stato il punto di svolta nella lavorazione di questo EP?
Purtroppo, per problemi legati alla distanza e alla pandemia, abbiamo perso molto tempo. Nonostante tutto siamo riusciti a scrivere e registrare i pezzi anche questa volta. La svolta credo sia il fatto che dopo tanto tempo, esattamente sette anni, ritorniamo a fare un disco da soli e non uno split, questo secondo me ha inciso tantissimo.

Come spesso accade nel processo creativo dei vostri brani, anche stavolta le parti strumentali erano pronte molto prima dei testi, che per “ANF II” sono stati scritti in piena pandemia. Quanto ha influito l’isolamento e l’alienazione nella stesura delle liriche?
Anche questa volta abbiamo seguito il solito iter, cioè abbiamo registrato le parti strumentali e, una volta ricevute le riprese, abbiamo cominciato a scrivere i testi. Purtroppo, abitando in tre città diverse, non abbiamo potuto fare altrimenti. Tutto il nuovo disco comunque è stato scritto in piena pandemia, considerando che le parti strumentali sono state registrate a metà Agosto 2020 e le voci sono state registrate a Dicembre 2020. A parte per un pezzo, “Social Distance”, l’isolamento non ha influito più di tanto sulla stesura dei testi, che sono più o meno sulle stesse tematiche di quelli passati: politica, esperienze di vita quotidiana e anche un po’ di cazzeggio.

Non esistono vostri video promozionali. Come mai questa scelta?
In realtà non ne abbiamo mai parlato, per cui non abbiamo fatto video promozionali.

Oltre al vinile 7”, di “ANF II” c’è anche la versione in cassetta, supporto che sta tornando ad essere diffuso soprattutto nei generi estremi. Si presuppone che il vinile, oltre alla bellezza estetica, abbia la migliore qualità audio. Il revival della cassetta è un fenomeno puramente feticista oppure il nastro aggiunge qualcosa di particolare all’ascolto dei generi musicali più rumorosi?
Personalmente preferisco il vinile sia per la bellezza estetica sia per la qualità audio, tuttavia la cassetta è molto più economica e meno impegnativa del vinile, ciò permette di avere tirature limitate a prezzi non eccessivi. Inoltre, è capitato che ci venisse chiesta la cassetta al posto del vinile, per cui abbiamo deciso di optare per la doppia versione vinile – cassetta. La versione in vinile uscirà per 625thrashcore Records e Rodel Records in 600 7” colorati magenta. La versione in cassetta uscirà per Knochentapes e Hackbeil Records in 120 cassette bianche.

Le illustrazioni di Prenzy e i layout di Ecumenicus sono diventati un marchio di fabbrica della parte grafica delle vostre copertine e locandine. Anche stavolta avete continuato con questa formula?
Purtroppo questa volta Prenzy ha declinato il nostro invito a causa della sua grossa mole di lavoro, quindi abbiamo chiesto a Ciccio Cutway, che ha realizzato un’ottima copertina, ed Ecumenicus ha ultimato tutto.

Quest’anno ricorre il decennale dalla fondazione della band. Nel 2011 vi eravate dati degli obiettivi? Li avete raggiunti?
Per convenzione diciamo che siamo nati nel 2012 perché le prime prove sono state svolte tra Dicembre 2011 e Gennaio 2012, però il gruppo è nato a fine 2011. Durante un tour degli FUG chiesi a Ecumenicus di fare un gruppo fastcore / powerviolence, ritornati dal tour abbiamo chiamato Corrado e Kevin. Il primo incontro avvenne a fine Novembre 2011 in Via Ferrara, non c’eravamo posti degli obiettivi particolari. Lo scopo era quello di fare un gruppo fortemente ispirato dai gruppi usciti per 625Thrashcore Records e, considerando che questo disco esce grazie a una co-produzione tra Rodel Records e 625thrashcore Records, possiamo dire che abbiamo raggiunto questo scopo.

Vi ho visto tante volte in concerto e posso confermare che sul palco voi date sempre più del 100%. Come racconterete ai vostri nipoti l’esperienza di aver partecipato al No Stress Party, uno dei pochi festival musicali dal vivo dell’estate 2020?
Il No Stress Party” è stato il nostro unico concerto del 2020 ed è stata una boccata di aria fresca per noi. Eravamo amareggiati dopo aver cancellato, a causa della pandemia, il tour con gli amici Turtle rage, che pianificavamo da tanto tempo. La cosa è stata anche un po’ stancante, visto che il giorno dopo il festival abbiamo registrato e abbiamo dovuto trasportare tutta l’amplificazione al Tone Deaf studio. Quest’anno il festival si farà nuovamente, anche se purtroppo noi non potremo suonare, però consigliamo a tutti gli amanti del relax di andare.

Consegnato alla storia questo delicatissimo EP, cosa ci attende nel futuro degli ANF?
Dopo questo EP abbiamo altre cose in programma, è appena uscita una compilation benefit in cassetta fatta uscire dalla mitica To Live A Lie. Stiamo organizzando il secondo volume di “Hit Mania Violence” con altri 11 gruppi europei (Crippled Fox, Ona Snop, Turtle Rage, Ill!, We Sleep, Luisxarmstrong, Lovgun, Skiplife, Youth Crusher, Medication Time), dovrebbe uscire sempre nel 2021 in vinile colorato. A breve penso che ritorneremo a scrivere pezzi nuovi per uno split, ma ancora è tutto da vedere. Poi chiaramente non vediamo l’ora di poter riprendere a suonare in giro come facevamo prima. Sicuramente dobbiamo recuperare il tour con gli amici Turtle Rage, annullato a causa della pandemia.

Mess Excess – Musica da un altro mondo

Ospiti di Mirella Catena ad Overthewall, i Mess Excess, autori dell’album “From Another World Part 2” (Qua’Rock Records)…

Vi chiedo subito le origini della band, come nasce e avete iniziato da subito a fare musica inedita?
La band nasce a fine 2009 e per circa due anni e mezzo fu dedita solo all’esecuzione di cover di vari generi con l’intento di affinare l’intesa musicale e di trovare la giusta line-up. Raggiunto l’obiettivo decidemmo di imbarcarci nell’attuale progetto di musica inedita progressive, sia nella declinazione rock che metal.

Quali sono le vostre esperienze musicali precedenti a questo progetto musicale?
Abbiamo storie molto differenti, ciascuno di noi ha maturato il proprio background in base alle proprie esperienze personali. Abbiamo tutti alle spalle esperienze molto eterogenee in band e situazioni anche lontanissime. Questo caleidoscopio di influenze è la nostra ricchezza.

Da chi è formata la line up attuale?
L’attuale line-up, ormai stabile da oltre un anno, è costituita da Martina Barreca (Voce solista principale), Helene Costa (Seconda voce e Cori), Lorenzo Meoni (Chitarra), Fulvio Carraro (Tastiera), Andrea Giarracco (Basso) e Michel Agostini (Batteria).

Come definireste il vostro genere musicale e cosa portate di nuovo alla musica underground?
Come già accennato il nostro genere musicale è il progressive concepito a 360°, quindi sia in ambito rock che metal. L’ascoltatore attento potrà trovare nella nostra musica riferimenti evidenti ai grandi maestri del rock progressivo di fine anni ‘60-primi ‘70 come King Crimson, Yes, Rush, Genesis, Pink Floyd ecc… sia alle prime band che sdoganarono il genere in ambito metal negli anni ‘80 come Queensryche, Fates Warning, Dream Theater ecc… In quanto all’elemento innovativo lo possiamo trovare sicuramente nella voce femminile che nel genere è del tutto inusuale. Decidemmo di percorrere questa strada proprio per cercare un elemento distintivo tant’è che successivamente affiancammo alla voce solista un’altra voce femminile, principalmente dedita ai cori, che andasse a cucire, insieme alla voce principale, le trame vocali delle nostre composizioni caratterizzate da intrecci armonici che rappresentano il nostro marchio di fabbrica. Tanto per chiarire non abbiamo nulla a che vedere con le female-fronted band gothic metal che rappresentano il principale ambito in cui operano le voci femminili.

“From Another World Part 2” è il vostro nuovo concept pubblicato nel 2020 ed ha una continuità dell’album precedente. Come mai la scelta di pubblicarli in tempi diversi e non fare un doppio album?
“From Another World” è un concept che si estrinseca in due capitoli, appunto la parte 1 e la parte 2, perché sia la storia narrata che la musica che la descrive sono troppo estese per essere contenute in un solo album. Un album unico di quasi 100 minuti, con le tendenze contemporanee, se lo possono permettere solo le band affermate, pertanto decidemmo di comune accordo con la ns. etichetta, la Qua’Rock Records, di dividere il lavoro in due capitoli per facilitarne la fruizione ed anche per creare un po’ di suspense… il primo capitolo si chiude con un cellulare che squilla, lasciando del tutto irrisolte le trame del concept.

Parliamo del concept. Quali sono i temi che affrontate?
“From Another World” è un concept che trae origine dal contesto socio-politico mondiale del periodo in cui è stato scritto, cioè il 2015, per narrare la storia di un insegnante trentacinquenne americano di origine russa che un giorno, per caso, scopre dell’uccisione di un vecchio compagno di università tramite un notiziario televisivo. L’amico viene descritto come un terrorista, cosa che ai suoi occhi è del tutto inverosimile, i dubbi assalgono il protagonista che inizia a dubitare e decide di indagare per conto proprio sulla vicenda. La storia trova il suo sviluppo nell’eterna dicotomia interiore che affligge il protagonista: da una parte la ricerca della verità dettata dal dubbio sulla versione ufficiale e dall’altra la necessità culturale di non mettere in dubbio la reputazione del proprio paese. Quale delle due prevarrà?

Ho letto che la pubblicazione della seconda parte era prevista già nel 2018, come mai è slittata al 2020, anno difficile soprattutto per le promozioni dal vivo…
Purtroppo abbiamo attraversato un periodo caratterizzato da gravi problemi personali che hanno messo a dura prova la continuità del progetto musicale. Siamo ancora qui, più forti e determinati di prima.

Siete già a lavoro su qualcosa di nuovo?
Non possiamo anticipare granché in merito, di sicuro qualcosa sta bollendo in pentola, l’arrivo dei due nuovi membri che sono con noi da oltre un anno (Martina Barreca e Lorenzo Meoni) ha portato tanti elementi di novità anche a livello compositivo, quindi non vediamo l’ora di poterli condividere con voi. Continuate a seguirci e vedrete…

La riapertura dei locali, quelli che hanno fieramente resistito, vi daranno la possibilità di promuovere il disco dal vivo. Ci sono date imminenti?
Il nostro management è al lavoro in questo senso, ma fino a quando non ci saranno regole certe in merito alla situazione attuale è difficile fare programmi. Speriamo che molto presto ci possano essere novità, non vediamo l’ora di risalire sul palco.

Date dei riferimenti per i nostri ascoltatori per seguirvi sul web?
Potete seguirci sulla nostra pagina Facebook https://www.facebook.com/messexcess/ ci trovare sulle principale piattaforme musicali e per chi volesse i nostri CD è sufficiente che ci contatti tramite FB Messenger sulla pagina, se date un’occhiata ci sono interessanti offerte e pacchetti esclusivi.

Grazie di essere intervenuti, vi saluto e vi lascio l’ultima parola…
Grazie a tutti per l’interesse e l’ospitalità, speriamo di vederci presto ad un nostro concerto!!!

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 21 Giugno 2021

Belvas – La belva è fuori!

Il nostro cammino nel panorama musicale italiano a caccia di realtà interessanti ci ha fatto incrociare una creatura a tre teste dal nome, Belvas, che di per sé è una sorta di “manifesto programmatico”. Grazie alla Metaversus di Marco Gargiulo abbiamo potuto contattare il gruppo per parlare dell’album d’esordio “Roccen”.

Ciao ragazzi, come e quando nasce la band?
La band nasce nel 2018 dalle menti di Claudio Palo alla batteria (membro fondatore dei Manetti! ed ex membro dei Milaus) e Mirco Lamperti al basso, che hanno posto le fondamenta con gli embrioni di basso e batteria di cinque brani (“Belvas”, “Bianco”, “Pink Boy”, “Spaziale”, “AnDn”), finalizzati nel 2019 con testi, linee vocali e di chitarra con l’ingresso di Paolo Rosato alla chitarra elettrica e Manuel Dall’Oca alla voce e successivamente basso e chitarra acustica.

Il moniker Belvas è arrivato da subito oppure col tempo? Ve lo chiedo perché dall’ascolto della vostra musica pare che il nome sia quasi un manifesto programmatico…
Belvas deriva da Belva, appellativo attribuito al batterista per il suo carattere irruente e per il suo modo di suonare, diventato poi nostro punto di forza.

Un elemento che salta subito all’occhio a chi ha il vostro CD di esordio, “Roccen”, in mano è il disordine che regna sovrano. Tra scarabocchi e scritte varie, quasi si resta storditi. Quanto è importante per voi disordine in fase compositiva?
Il disordine in copertina e nelle grafiche del disco è solo apparente, bisogna farci l’occhio per poterlo apprezzare appieno e cogliere l’importanza che diamo ad ogni dettaglio. Non c’è disordine nel nostro modo di creare, sia nella composizione dei brani che nella preparazione delle grafiche.

I brani paiono mettere in evidenza una doppia anima, una più rude e una più delicata. Come riuscite a bilanciare questi elementi nella vostra musica senza che uno prenda il sopravvento sull’altro?
Il bilanciamento tra indole rude e delicata non è studiato ma è il nostro modo di essere. Questa è una delle caratteristiche che ci rispecchia maggiormente e la si può sentire in modo evidente in “Piacere E’ Dolore”, secondo noi il brano che racchiude perfettamente queste due anime contrastanti.

“Roccen”, contiene 15 brani per più di un’ora di musica, quasi una rarità oggi un disco così lungo. I pezzi sono stati composti appositamente per l’esordio o avevate alcuni di loro chiusi nel cassetto da tempo, magari per un altro progetto?
L’album “Roccen” è una raccolta di 15 brani scritti per l’esordio. La lunghezza è voluta, è il nostro modo di ribellarci a una società dove tutto scorre a mille orari ma si ha bisogno di più aria, dove il tempo è solo denaro.

In un periodo in cui l’ascolto, e di conseguenza l’attenzione, del pubblico va sempre più verso il singolo, tirar fuori un disco così lungo può essere un rischio?
Sicuramente è un rischio e ne siamo consapevoli, ma noi siamo amanti della cultura musicale vecchio stampo.

In generale quanto vi riconoscete nella scena musicale odierna? Dall’ascolto di “Roccen” parete più proiettati sul passato, sui 90 e anche più indietro…
Rispetto alla scena musicale odierna facciamo parte della minoranza, con un background musicale che arriva dagli anni 90 e anche più indietro, ma restiamo comunque proiettati verso il futuro!

Un’altra impressione che ho ricavato dall’ascolto e che forse lo vostro musica sta un po’ stretta tra i solchi di un disco, pare quasi fatto esclusivamente per essere suonata dal vivo: siete riusciti a testare i brani su un palco tra un lockdown e l’altro? Qual è stata la versione del pubblico?
Bella domanda! L’album è stato registrato volutamente in presa diretta, per avere un suono il più possibile fedele a quello che è un nostro live. Purtroppo stiamo iniziando solo ora a programmare qualche data dal vivo causa Covid ma la reazione del pubblico nelle poche esibizioni che abbiamo fatto finora è stata positiva.

Ora che la belva è fuori, qual è il suo prossimo passo? È tutto, grazie.
Siamo al lavoro sul secondo disco, ma stiamo puntando a portare finalmente in giro “Roccen” che, come una belva in catene da troppo tempo, ha bisogno di uscire.

Screaming Shadows – Le ombre urlano ancora

Bisognerà aspettare ancora qualche mese prima di poter ascoltare “Legacy of Stone” (From the Vaults), il nuovo album degli Screaming Shadows, ormai assenti dalle scene da un decennio. Abbiamo cercato di carpire da Francesco Marras qualche anticipazione sul disco in occasione della pubblicazione del nuovo singolo “Free Me”.

Ciao Francesco, dopo una decade le tue ombre sono tornate ad urlare grazie al nuovo singolo “Free Me”! Come hai occupato questi due lustri?
Ciao a tutti, si gli Screaming Shadows sono tornati e con l’uscita del singolo/video di “Free Me” abbiamo ricevuto un caloroso welcome back. In questi ultimi 10 anni mi sono concentrato più sulla mia carriera solista, ho pubblicato due dischi strumentali (“Black Sheep”, “Time Flies”), un paio di side studio projects (Black Demons , Stone Circles), sono cresciuto come produttore e compositore, ho iniziato a lavorare come turnista collaborando con tanti musicisti come Alessandro Del Vecchio, Jason Rullo, John Macaluso, Terry Brock, Daniel Flores, Angelica, Mattia Stancioiu, ecc., ho suonato come sostituto per band come Purpendicular e Bonfire. Malgrado sia stato molto impegnato ho comunque sempre continuato a comporre musica per gli Screaming Shadows.

Il lungo stop dopo la pubblicazione di “Night Keeper” è stato voluto o è capitato?
Un po’ tutti e due, la produzione di “Night Keeper” è stata molto impegnativa e avevo bisogno di una pausa che si è dilatata un po’ a causa dei vari impegni musicali. La produzione del nuovo disco è comunque iniziata circa 5 anni fa.

Il titolo “Free Me” ha qualcosa a che fare con la situazione di “cattività” in cui viviamo oggi a causa del covid?
Non direi, quando ho scritto il testo non avrei mai pensato che avremmo attraversato una pandemia come questa. Parla più che altro di una situazione generale in cui si trovano gli esseri umani, questa canzone cerca di mandare un messaggio positivo, invita a non sprecare il tempo che abbiamo a disposizione su questo mondo, ad assaporare ogni istante e tutte le esperienze che viviamo, sia positive che negative, a rimanere in contatto con la natura e non avere rimpianti.

Come è nato questo pezzo?
Un po’ come tutte le canzoni che compongo, di solito butto una demo in cui suono le chitarre, il basso, programmo la batteria e canto le linee vocali in fake english. Poi riascolto, vedo cosa funziona e cosa no, modifico, scrivo il testo e la canzone è pronta per la produzione.

In qualche modo la tua esperienza con i Tygers Of Pan Tang ha influenzato la riuscita del pezzo?
Non direi perché come ti dicevo tutto il materiale è stato scritto anni fa, prima del mio ingresso nei Tygers. Il disco era già mixato quando ho fatto le audizioni.

Al di là della tua esperienza nelle gloriose Tigri, quando è cambiato il modo di lavorare di una band in questi 10 anni? Ovviamente, mi riferisco soprattutto al progresso tecnologico, non necessariamente in ambito musicale…
Ho iniziato a fare il musicista intorno agli anni 98/99 e ho vissuto tutto il passaggio dall’analogico al digitale. Oggi è tutto molto differente e mi rendo conto che le giovani band hanno a disposizione molti più strumenti per la produzione e la promozione della propria musica.

Il prossimo inverno arriverà il nuovo album, “Legacy Of Stone”, quanto è rappresentativo del disco “Free Me”?
In questo disco ho cercato di mantenere una certa coerenza tra i vari brani e “Free me” rappresenta a pieno quello che ci si può aspettare dal disco, un heavy metal classico con una produzione moderna, ispirato dai grandi nomi del genere come Iron Maiden, Queensryche, Helloween con tanta melodia, potenza e qualche sferzata di power e prog.

Night Keeper” conteneva le ospitate di Alessandro Del Vecchio (Edge Of Forever, Silent Force), Mattia Stancioiu (Crown Of Autumn) e Pier Gonella (Necrodeath), dobbiamo aspettarci qualcosa di simile sul prossimo lavoro?
No, ed è stata una scelta ponderata. Volevo un disco che fosse omogeneo e cantato da un unico cantante. Il nostro nuovo acquisto si chiama Alessandro Marras, con cui avevamo già lavorato in passato, era inoltre presente su un brano di Night Keeper.

Qualora le condizioni sanitarie dovessero permettervi di fare qualche concerto prima dell’uscita di “Legacy Of Stone”, proporrete qualche brano nuovo oppure preferite attendere che il disco sia fuori per dedicarvi ai live?
Stiamo già organizzando delle date per la presentazione del disco a Novembre, in questi mesi sarò molto impegnato con i Tygers e preferisco aspettare l’uscita di Legacy of Stone prima di tornare sul palco con gli Screaming.

Daniele Mammarella – Melodie al chiaro di luna

Daniele Mammarella, chitarrista dal talento riconosciuto a livello internazionale, da qualche giorno ha pubblicato per la Music Force Records il suo secondo album, “Moonshine”. Lo abbiamo contattato per saperne di più…

Ciao Daniele, complimenti per il tuo nuovo album “Moonshine”. Le emozioni che provi per questo secondo disco sono le stesse dell’esordio oppure hai acquistato una consapevolezza maggiore dei tuoi mezzi in questo biennio?
Ciao Giuseppe, ti dico, pubblicare un disco è sempre una grande emozione, è esattamente come la nascita di un secondo figlio! Ovviamente per “Past, Present and Let’s Hope” c’è stata, oltre che l’emozione, anche la novità nel fare un’esperienza nuova, di conseguenza ho vissuto le due diverse uscite con vedute diverse, “PPLH” è stato diciamo il mio biglietto da visita, mentre “Moonshine” ha un obiettivo ben più ampio!

I tredici brani come sono nati? Qualcosa proviene dalle session del precedente “Past, Present and Let’s Hope”?
La maggior parte dei brani che scrivo nascono così, senza pensarci troppo, li suono e basta, ovviamente con le dovute e giuste ritoccatine. Molti invece escono fuori dall’esigenza anche di creare dei contenuti per il mio format che ho chiamato “Musica Panoramica”, dove mi arrampico per le montagne o attraverso fiumi per riprendere gli scenari più belli della natura per suonarci sopra. Beh sai, non potevo riproporre sempre gli stessi 10 brani del primo disco per un anno e mezzo, di conseguenza prima di partire per il luogo dove avrei fatto il video, scrivevo una melodia al volo per poi farlo diventare un piccolo brano fingerstyle. Ti faccio un esempio, la prima traccia di “Moonshine” si intitola “Shadow Blues”, questo brano è nato appunto perché mi serviva un’idea nuova per un video, il problema è che quando andai a registrare, il cielo si era coperto di nuvole e gli alberi ricoprivano d’ombra tutta la vista… una volta tornato a casa, guardando la ripresa, notai che non si vedeva niente per la troppa oscurità, però dai il pezzo mi piaceva e così è nato “Shadow Blues”. Per quanto riguarda l’ultima domanda, sì, alcuni brani sono stati scritti praticamente nei giorni seguenti all’uscita del primo disco come la title track “Moonshine”, “In the Sky” e “D-Train”.

Sei passato da una copertina in cui sei raffigurato in un’immagine in peno giorno ad una in cui invece sei immerso nella notte. A questo diverso approccio iconografico ne corrisponde anche uno musicale?
In realtà no, questo cambio deriva dal fatto che all’ultimo momento decisi di cambiare il titolo dell’album in “Moonshine”, così chiamai il mio amico Samuele Bucci (esperto in fotografia paesaggistica) e decidemmo di fare la foto presso il “Lago Racollo” (Gran Sasso) alle 23.30 con -6° di temperatura, che esperienza traumatica… eppure me l’avevano detto di non vestirmi con giacchetta e jeans ahahhahah!

A 24 anni hai due dischi solisti fuori e ti sei tolto diverse soddisfazioni live e in studio, ma come è nata la passione per la chitarra?
Beh in realtà ho sempre due storie da raccontare…  La prima si rifà a quando avevo 7 anni e per “fare il figo” con un’amichetta delle elementari che stava prendendo lezioni di musica, presi la chitarra e iniziai a suonare delle cose a caso, da lì poi iniziai a prendere lezioni. La seconda storia invece dovrebbe essere quella ufficiale… Vivo in una famiglia molto grande con tanti cugini e zii, mio nonno era appassionato di musica tradizionale abruzzese e decise di riportare a casa per noi bambini, una chitarra e una fisarmonica. Poco tempo dopo mio nonno ebbe una brutta malattia, da lì, un po’ per mio nonno, ma anche un po’ per me, decisi di iniziare a suonare.

Nel 2016 ti sei diplomato al Guitar College di Londra. Per chi volesse compiere un cammino simile al tuo, qual è l’iter per entrare nella prestigiosa scuola albionica?
Io mi sono diplomatico al Trinity College tramite la scuola dove adesso sono insegnante di chitarra fingerstyle, sto parlando dell’Apm di Benedetto Conte. Ci sono varie scuole che hanno il permesso di rilasciare questi attestati. Prima si individua il livello del partecipante, dopodiché si intraprende un percorso di studi adibito a quel livello fino a che non si arriva all’esame finale con la direttrice che viene direttamente da Londra per esaminarti.

Un anno fa hai vinto il concorso “The Star of Magic” come miglior chitarrista fingerstyle: quando e perché hai iniziato ad approfondire questa tecnica chitarristica?
Sono sempre stato un appassionato della chitarra Fingerstyle, scoprii questo mondo all’età di 9 anni grazie al mio vecchio maestro. Ricordo che mi faceva imparare, a quell’età, brani del leggendario Tommy Emmanuel e fidati, a 9 anni non era proprio una passeggiata ahahah. Una cosa molto bella è che sin da allora mi spronava a scrivere i miei primi brani, infatti molti pezzi sono nati all’età di 13 anni, come per esempio “Danny’s Blues”. Mano a mano che avanzavo con l’età mi rendevo sempre più conto che questa sarebbe stata la mia strada, di conseguenza intrapresi anche piccoli studi personali per perfezionare la “mia” tecnica.

Il tuo pubblico è composto prettamente da amanti della tecnica chitarristica oppure è di più largo respiro?
Direi molto di più la seconda! Uno dei miei più grandi obiettivi è sempre stato quello di portare il fingerstyle dove non c’è ma soprattutto renderlo un genere, anche dal punto di vista concertistico, molto più popular! Ho sempre cercato di trasmettere le stesse emozioni di una band sul palco ma solo con la chitarra. Quindi si, la seconda!

Hai già programmato delle date a supporto di “Moonshine” o stai aspettando che la situazione sanitaria sia ben tranquillizzante?
Sì sì! Ho già delle date programmate, la prima è stata il 17 giugno presso lo stadio del mare di Pescara, seguiranno poi (per adesso), altri 15 concerti fino a settembre! La prossima è l’11 luglio “Concerti all’alba” presso la Torre di Cerrano di Pineto (Te). Poi pubblicherò l’intero calendario

Da insegnate e da amante della chitarra, che consiglio daresti a chi si approccia oggi allo strumento? Studiate, appassionatevi e credeteci. Ne vedo tanti che si arrendono perché “non ci riesco” e non c’è cosa più sbagliata!

Bottomless – Lentezza senza fondo

Doom, doom e ancora doom! Non si arresta la produzione italiana di album dalle cadenze metalliche più lente. Fortunatamente, quantità, in questo caso, fa rima con qualità, così all’elenco di band doom tricolori che abbiamo intervistato in questi mesi, aggiungiamo con i piacere gli esordienti, su Spikerot Records \ Metaversus Pr, Bottomless. Che poi a ben vedere i tre tanto esordienti non sono, potendo già vantare esperienze con realtà del calibro, tra le altre, di Messa, HaemophagusAssumption.

Benvenutio Giorgio (Trombino) dopo aver collaborato in diverse band come Assumption, Undead Creep, Haemophagus e Morbo con David Lucido haio iniziato la nuova avventura Bottomless. Cosa vi ha spinto a mettere su questo nuovo progetto?
I Bottomless sono cominciati nel segno della certezza di ritenere i Sabbath la vera stella fissa delle nostre esistenze musicali. A partire dalle prime registrazioni degli Haemophagus fino ad arrivare a oggi sentirai sempre degli elementi specificamente sabbathiani (non sempre in quella precisa accezione ortodossa) nelle nostre produzioni. Sparsi, sporadici, a volte impercettibili e invece altre palesi, ma sempre parte del nostro bagaglio sonoro.

I Bottomless, rispetto alle vostre esperienze precedenti, quali aspetti nuovi della musica vi permette di
esplorare?

L’obiettivo è stato da subito quello di seguire, oltre ai Sabbath, il solco del doom americano, probabilmente il meno fortunato da queste parti in termini di influenza sulla scena nazionale. Va anche bene così, visto che abbiamo la fortuna di avere qui alcuni dei gruppi più dirompenti, oscuri e affascinanti dell’intero genere. doom e occult sound “all’italiana” sono già seguiti da un buon numero di gruppi, dunque ci tenevamo a non
ripetere quello ancora una volta e volevamo piuttosto valorizzare le influenze che sentiamo di avere da parte di Internal Void, Asylum, Pentagram, Penance, Revelation, Saint Vitus, The Obsessed e altri.

Mentre come mi spieghi questo particolare feeling che ti lega a Davide?
Io e David siamo grandi amici e compagni di gruppo da tanto tempo, abbiamo gusti, visioni musicali e un fiume di esperienze condivise. Ho cominciato a suonare con lui più o meno 17 anni fa e da allora la stragrande maggioranza dei nostri progetti è stata progettata e gestita in tandem. A livello puramente musicale ed esecutivo penso che ormai ci conosciamo a vicenda come nessun altro, tanto dal vivo quanto in studio.

Restando in tema di feeling, cosa vi ha convinto a puntare proprio su Sara Bianchin per completare un duo già di per sé molto affiatato?
Sara è esattamente sulla nostra frequenza d’onda. Con i Messa ha approfondito sonorità lente e pesanti, dunque il doom metal è proprio nelle sue corde, tanto a livello attitudinale ed espressivo quanto su quello sonoro. Altrove no, ma all’interno del gruppo Bottomless siamo risolutamente impermeabili ad influenze estranee a quelle citate, alle quali aggiungerei però grosse dosi di heavy metal tradizionale se anche per te, come per noi, gli Steppenwolf, i Third Power o alcuni pezzi dei Poe sono heavy metal ahah! Su questo triplo
livello ci siamo incastrati a meraviglia.

Avete scelto la formazione a tre, cosa vi piace di questo tipo di line-up tanto non aver voluto cercare altri componenti?
Dal rock nasce l’heavy, dai Cream nasce tutto. Abbiamo suonato in altre formazioni e sperimentato il power trio in diversi contesti. Personalmente amo avere arrangiamenti in cui possa esserci spazio per l’interplay. La massa sonora è molto diretta, senza orpelli, e si impara, se possibile, a “coprirsi le spalle” a vicenda e a mantenere un’intesa reciproca molto forte. Il trio probabilmente lascia filtrare la performance individuale più di qualsiasi altra formazione.

Il vostro sound mi sembra particolarmente ispirato dai Saint Vitus e dagli Obssessed, ovviamente su tutto aleggia la mano nera dei Black Sabbath: come mai avete scelto questa formula classica a discapito del doom imbastardito con stoner e sludge che va più di moda oggi?
Non saprei risponderti con precisione. Abbiamo tutti molti progetti, anche di genere diversi e non comunicanti al 100%, ma con i Bottomless cerchiamo di esplorare alcune sonorità specifiche e molto vicine al cuore, concedendoci la possibilità di sperimentare altrove. Se avessimo un unico gruppo saremmo costretti a ficcarci dentro tante di quelle influenze che il risultato sarebbe orrendo! Ogni progetto può offrire spunti per imparare e il nostro intento è scrivere pezzi sempre meglio congegnati e con strutture capaci di restare
in testa.

I pezzi che compongono il vostro debutto hanno avuto una gestazione lenta o sono il frutto di repentini raptus creativi?
Il materiale è stato composto nell’arco di due anni a partire dal 2016. La gestazione è stata lenta e con vari ripensamenti legati a modalità di registrazione, arrangiamento vocale, disponibilità di tempo e così via. Mi piace cercare di concentrare la scrittura dei brani in un arco abbastanza ristretto di tempo per avere una certa compattezza di intenti, sonorità e arrangiamenti. Mescolare pezzi distanti fra loro nel tempo e nel suono solitamente porta a dischi poco coesi e indecisi, dunque decisamente meglio, almeno per noi, lavorare al completamento di un album concepito da subito in quanto tale, in maniera organica, e scrivere solo per quell’obiettivo e nient’altro.

Dal punto di vista lirico avete mantenuto un approccio classico alle tematiche trattate nel doom oppure ve ne siete distaccati in parte o in toto?
I testi parlano di pensieri oscuri, ricordi e, senza che io ci abbia riflettuto in maniera del tutto razionale, il senso di giudizio interiore derivante dal pensiero cristiano, specie in “Vestige” e “Monastery”. In questo paese abbiamo una chiara visione della sofferenza e dell’angoscia delle atmosfere ecclesiastiche, del volto sofferente di Cristo, della crocifissione, dell’incombere del castigo. Come di sicuro tanti altri, anche io da ragazzino provavo un senso di chiusura e disagio nei confronti delle icone cattoliche. Tutto ciò che
nutre questi sentimenti si insinua fra i testi dei Bottomless lasciando spazio a ben pochi spiragli di luce, dunque si, non credo che al momento ci siamo distaccati da quei canoni. Non sono bravo a giudicare la roba che faccio e nel momento in cui la butto fuori solitamente passo già ad altro senza pensarci troppo.

Una cosa che mi ha portato indietro nel tempo, a quando i CD erano da poco sul mercato, è la presenza della bonus track presente in esclusiva solo su quel formato. Nei primi anni 80 lo si faceva per lanciare il compact e farlo preferire al vinile, voi invece perché avete fatto questa scelta?
La scelta è stata suggerita dalla nostra etichetta, Spikerot Records. Ci è sembrata una soluzione interessante e sì, se è una scelta anni ’80, allora è azzeccata!

Voland – Il culto degli Zar

“Imparare divertendosi”. Quello che è uno degli slogan pedagogici più inflazionati ben si adatta alla realtà di molti ascoltatori del metal. Quante volte vi è capitato di scoprire un libro, un film o un evento storico dopo aver ascoltato un brano? Immagino parecchie. “Voland III – Царепоклонство – Il culto degli Zar” (Xenoglossy Productions) dei Voland, così come il resto della loro discografia, diventa l’occasione per ascoltare ottima musica e scoprire pagine avvincenti dell’affascinante storia russa…

Benvenuto Rimmon, terzo giro, ancora un’EP: come mai sinora avete pubblicato solo lavori di breve durata?
Ci piace prestare attenzione ai dettagli e il formato EP con un numero limitato di tracce ci permette di concentrarci su pochi pezzi ma di qualità superiore. In quanto band underground abbiamo tempo e risorse limitate, anche per questo riteniamo che il formato EP si presti meglio alle nostre esigenze. In particolare l’elemento sinfonico è andato crescendo nel tempo e questo richiede una cura precisa dei dettagli. Ad ogni modo, a nostro parere “Voland III” è un EP solo nella forma. Le quattro canzoni nuove costituiscono quasi mezz’ora di musica, in più il disco scaricabile su bandcamp include due bonus track di pezzi vecchi riarrangiati e suonati live in studio, in tutto si sfiorano i 40 minuti. EP o full length poco importa, noi lo consideriamo il nostro terzo album.

Avete sempre chiamato i vostri EP con il nome della band, questa volta troviamo anche il sottotitolo “Царепоклонство – Il culto degli Zar”: questa puntualizzazione è solo formale o anche sostanziale?
Entrambe le cose, abbiamo proseguito con la tradizione di numerare le nostre uscite. Al contempo il sottotitolo lascia intravedere il concept che lega le nuove canzoni. Si tratta di un filo conduttore abbastanza generico e aperto a interpretazioni, ruota intorno alla figura dello Zar russo e ci permette di spaziare nel tempo raccontando episodi di storia russa distanti tra loro, ma accomunati dalla presenza di sentimenti contrastanti rispetto alla figura del monarca, oscillanti tra fedeltà fanatica e aperta ribellione.

La vostra fascinazione per la storia russa come e quando nasce?
Risale alle origini del gruppo, era un periodo in cui io stavo studiando la lingua russa e ne ero molto affascinato. Quando venne il momento di scegliere un tema per i testi della nostra musica provammo a prendere ispirazione a un episodio di storia militare, l’assedio di Leningrado durante la seconda guerra mondiale. Così nacque la nostra prima canzone, “Leningrad”. Il risultato ci piacque molto, tanto da convincerci a continuare su quella strada, prendendo spunti da episodi di storia russa, scrivendo i testi alternativamente in italiano e russo.

Cosa vi colpisce della figura dello Zar?

Lo Zar è l’elemento simbolico su cui si basa il concept, ma in realtà ciò che più ci interessa è raccontare le vicende umane e le prese di posizione di chi ha vissuto sotto la monarchia russa e in che modo si è rapportato con essa. Abbiamo giocato molto col contrasto di atmosfere nelle canzoni, cambi di ritmo e passaggi a tratti aggressivi e a tratti melodici, che rappresentano le diverse voci messe in campo, ovvero i gruppi sociali che nelle varie epoche si sono prestati al servizio dello Zar o al contrario si sono ribellati a lui.

Partiamo dalla prima traccia, quella dedicata ai Romanov: cosa avete voluto evidenziare in questo brano?
“Casa Ipatiev” racconta l’esecuzione dell’ultima famiglia imperiale. E’ un brano che vuole esprimere la tragedia umana collocata in un momento storico cruciale, la difficoltà di prendere decisioni estreme ma necessarie. Musicalmente ci sono passaggi “narrativi” veloci, in cui si inseriscono le sezioni che rappresentano invece i punti di vista delle parti in guerra. Il ritornello doom, cantato in stile corale ecclesiastico, riprende le parole dell’inno zarista e anticipa quello che dalla chiesa ortodossa è considerato il martirio della famiglia reale. La sezione centrale invece è in stile marziale, rappresenta la voce e le motivazioni dei bolscevichi, disposti a qualsiasi sacrificio per scongiurare il ritorno della monarchia.

La seconda canzone è dedicata a quello che è forse stato il più celebre Zar della storia, Ivan IV, detto il terribile. Figura affascinante, no?
Affascinante e oltremodo “metal” oserei dire, nel senso che si guadagnò il proprio epiteto per la violenza che contraddistinse il suo regno, costellato da congiure, persecuzioni di avversari, guerre e follia. Anche in questo caso l’alternanza dei passaggi nella struttura della canzone rappresenta la volubilità degli stati d’animo del sovrano, prono a crisi mistiche ed esplosioni di brutalità. Tutto ciò si contrappone al ritornello che è invece epico e grandioso e omaggia l’importanza che questo regnante ebbe per la storia russa e il destino dell’impero.

Ammetto che non aveva mai sentito parlare del protagonista della terza traccia, Stepan Razin: cosa ha fatto di particolare tanto da attrarre le vostre attenzioni?
Stepan Razin è tanto sconosciuto in occidente quanto fondamentale nella tradizione folkloristica russa. Per capirci potremmo dire che si tratta di una specie di Robin Hood russo, un cosacco che si oppose ai soprusi della nobiltà di provincia sulla popolazione, al punto da condurre una vasta insurrezione contadina, terminata tragicamente nel sangue. La produzione artistica in Russia sul tema è talmente vasta, in termini di poesie, canzoni popolari e piece teatrali, che abbiamo deciso di fare un esperimento di collage attingendo a diversi testi originali e cantare l’intero brano in lingua russa.

Il disco contiene in quarta posizione “Suite russe”, un brano che parla più in generale della storia russa: come si inserisce nel concept?
Questo brano è la coronazione di tutto ciò che abbiamo menzionato prima, i contrasti e le contraddizioni presenti per secoli nella società russa, la spinta verso la modernità e il peso della tradizione, la repressione dei moti progressisti che sfociano nella violenza rivoluzionaria e nella reazione. La canzone ha una struttura progressiva, una suite appunto, che racchiude diversi momenti di questa narrazione e vuole riassumere il concetto di venerazione devota degli zar contrapposta alla distruzione dell’autorità secolare e religiosa.

L’EP si conclude con due live in studio, “Dubina” e “Leningrad“. Scelta particolare, lo dobbiamo considerare un’anticipazione di eventuali show dal vivo, visto che qualcosa si sta muovendo dal punto di vista dei concerti dopo il lungo stop?
Sicuramente da parte nostra c’è tutta l’intenzione di tornare dl vivo il prima possibile. Sappiamo che non sarà semplice, la crisi pandemica ha costretto molti locali alla chiusura e già prima del Covid non erano moltissimi. Restiamo positivi e cercheremo di sfruttare ogni occasione utile per tornare a suonare, non vediamo l’ora di provare le nuove canzoni davanti a un pubblico in carne e ossa!

Deka’dɛntsa – Disordine e indisciplina

I Postvorta rappresentano da anni una certezza nel panorama musicale italiano, non ci sorprende, quindi, che proprio da una costola di questi sia nato uno dei progetti più belli ed affascinanti degli ultimi anni. I Deka’dɛntsa del bassista Raffaele “Lhello” Marra hanno buttato giù una manciata di tracce, contenute nell’esordio “Universo 25” (Zero Produzioni \ 22 Dicembre Records), capaci di coinvolgere emotivamente e invitare alla riflessione.

Ciao Raffaele, da anni sei attivo con i Postvorta, perché hai sentito la necessità di creare una nuova band? Ciao Giuseppe, l’idea mi balenava in mente già da un po’ di tempo, poi però ha preso finalmente forma negli ultimi mesi del 2019, quando ho deciso di portare avanti un discorso musicale differente da quello proposto con i Postvorta, sia perché dopo “Porrima” avevo bisogno di staccare un po’ da certe sonorità e sia perché ero desideroso di sviluppare alcune nuove idee compositive insieme agli amici di sempre, seppur avessimo influenze e background musicale differente. Con l’avvento della pandemia tutto è risultato più semplice in fase di composizione in quanto sono riuscito a dedicarmi completamente  a questo progetto.

I Deka’dɛntsa secondo te si distanziano dai Postvorta più sotto il profilo musicale oppure ideologico?
Dal punto di vista musicale vi è una grande differenza sia per le sonorità e sia per quanto riguarda l’approccio perché con i Deka’dɛntsa abbiamo affrontato le tematiche dell’album in una maniera molto più diretta rispetto a come lo facciamo con i Postvorta, prediligendo nelle canzoni una  struttura molto più convenzionale e soprattutto l’utilizzo di una voce melodica con cantato in italiano; con i Postvorta invece tendiamo a comporre facendoci trasportare dalla musica e non importa se la canzone possa durare 15 o 20 minuti, l’importante è far vivere all’ascoltatore  un’esperienza sonora ed emozionale che vada di pari passo con le tematiche affrontate negli album. Un qualcosa che accomuna le due band invece, è l’idea di utilizzare un tema comune dove tutte le canzoni contribuiscono a dare un significato nel loro insieme per sviluppare una sorta di concept, ovviamente con le dovute differenze di stile e genere.

Anche se non in modo evidente, credo che i Deka’dɛntsa siano in qualche modo influenzati anche in un certo modo dall’etica e dall’estetica crust, mi sbaglio?
Da un punto di vista musicale credo ci siano poche analogie con il genere crust anche perché avendo composto gran parte della musica dell’album posso tranquillamente dirti che le mie influenze e i miei riferimenti in musica sono altri, pur riconoscendo che nel corso degli anni ha influenzato e contaminato molti generi musicali; un discorso a parte invece bisogna farlo per quanto riguarda i testi delle canzoni poiché lì le analogie ci sono e l’utilizzo di testi pessimisti e concentrati su temi sociali sono alla base di tutto l’album.

Ammetto che prima di imbattermi nel vostro disco ero del tutto all’oscuro dell’esperimento dell’etologo John Calhoun che dà il titolo all’album, “Universo 25”. Ti andrebbe di spiegare di cosa si tratta?
Si tratta di un esperimento che fece piuttosto scalpore all’epoca e che aveva come scopo quello di studiare gli effetti della sovrappopolazione sul comportamento sociale. Calhoun creò questa sorta di paradiso per topi, denominato per l’appunto Universo 25, in cui i roditori non dovevano preoccuparsi di null’altro che cibarsi e procreare, venendo costantemente riforniti di cibo e acqua. All’inizio la popolazione crebbe costantemente in maniera lineare e senza sconvolgimenti, fino a che raggiunte le 2.200 unità la colonia iniziò ad esibire anomalie comportamentali talmente gravi da condurre la popolazione all’estinzione.

Come mai avete scelto proprio questo concept?
Abbiamo pensato che si prestasse bene per il tipo di immaginario distopico che volevamo creare. Nell’Universo 25 dei Dekadentsa non si parla di ratti ma di esseri umani. 

In qualche modo ci vedi delle connessioni con la situazione che stiamo vivendo?
No, se ti riferisci allo scenario pandemico, che comunque è un tema anch’esso centrale nell’album. L’idea è che comunque, in una situazione limite come quella dell’Universo 25, gli esseri umani non reagirebbero in maniera tanto dissimile dai topi.

Quale è stata la difficoltà maggiore che avete incontrato nel tramutare in musica questo folle esperimento?
Posso semplicemente dire che è stato il contrario… è stata la musica a dare l’input per la scelta del tema principale dell’album. Avevamo già composto gran parte dell’album e abbiamo lasciato massima libertà di espressione al nostro cantante Emilio sia per quanto riguarda i testi che per le linee vocali da utilizzare; è stata una sua grande intuizione quella di utilizzare l’esperimento di John Calhoun.

Ti sei avvalso dell’aiuto di alcuni ospiti, ti andrebbe di presentarli?
Si assolutamente, seguendo l’ordine della setlist dell’album il primo ospite è Mohammed Ashraf SikSik (Pie Are Squared, Postvorta, Void of Sleep) che ha composto per noi “Latenza 00”, suono con lui da diversi anni e conosco perfettamente come lavora ma soprattutto conosco le sue abilità di musicista ed essendo un punto fermo nella scena  ambient/electronic ero quindi certo che fosse la persona giusta per la realizzazione dell’intro. Il secondo ospite è Andrea Fioravanti (Postvorta, Edna Frau, Collettivo la Cenere) che ha scritto e registrato le chitarre in “Hikikomori”, suono con lui da più di 10 anni e ogni volta rimango impressionato dalla sua versatilità, ha un gusto musicale che va al di là di tutto e riesce sempre a tirar fuori la nota e il suono giusto al momento giusto; quando lo contattai sapevo già che avrebbe arricchito la song donandogli quel mood che la contraddistingue all’interno dell’album. Il terzo ospite è Edoardo Di Vietri (In a Glass House) che ha registrato delle linee di  chitarra in “Disordine e indisciplina”, lo conosciamo da anni essendo un nostro conterraneo, è un chitarrista davvero fenomenale ed è stato molto bravo a calarsi in un’ottica musicale totalmente differente da quella a cui è abituato; tra l’altro, è stato anche il nostro produttore curando le fasi di mix. Infine importante ricordare anche la partecipazione di Riccardo Pasini che ha curato il Master, è stata la vera ciliegina sulla torta perché si è dimostrato come al solito una garanzia; c’è poco da dire, uno dei migliori in Italia nel suo campo. Colgo di nuovo l’occasione per ringraziarli del lavoro stupendo che hanno svolto.

L’attività della band sarà circoscritta allo studio o contate di fare degli show ora che piano piano i concerti stanno tornando?
Al momento siamo tutti un po’ distanti visto che alcuni di noi vivono in altre zone d’Italia, ma stiamo continuando a comporre e di sicuro in futuro ci saranno altri album. Per quanto riguarda i live stiamo già valutando alcune situazioni ma la cosa fondamentale adesso è quella di ritrovarci e ritornare finalmente in sala prove per poter suonare l’album per intero perché ancora non abbiamo avuto modo di farlo. Il nostro obiettivo è quello di far ascoltare dal vivo il nostro “Universo 25” anche perché siamo realmente curiosi di capire come il pubblico possa reagire.

Helloween – L’armata delle sette zucche

Helloween, il nuovo album!!! Venerdì 18 giugno esce il nuovo attesissimo lavoro in studio dei tedeschi Helloween. Il primo album inedito con la formazione a sette elementi e il ritorno di Michael Kiske (cantante) e Kai Hansen (voce e chitarra), che avevano abbandonato la band molti anni fa. La reunion a tre voci e a tre chitarre portata sui palcoscenici di tutto il mondo alcuni anni fa ha riscosso talmente tanto successo che la band ha deciso di registrare un album tutti insieme. “Helloween” (Nuclear Blast), album che porta lo stesso nome del gruppo di Amburgo, come il loro primo mini LP del 1985. A distanza di tanti anni, una delle band più importanti del panorama heavy metal mondiale sembra avere ancora molto da dire, abbiamo contattato tramite una videochiamata il cantante Andi Deris, nella sua dimora a Tenerife.

Andi, ricordi quando hai suonato a Bari nel 1992?
Certo, che lo ricordo! Ero in tour con i Pink Cream 69, facevamo da special guest agli Europe. Fu divertente e strano allo stesso tempo, ricordo che ero con Joey Tempest nel backstage e nel momento in cui doveva già esserci la gente all’interno del teatro stranamente lo vedemmo vuoto, non c’era ancora nessuno, tutti fuori. Chiedemmo informazioni e qualcuno della crew italiana ci disse che non potevano fare entrare nessuno prima che arrivassero determinate famiglie, una cosa davvero strana, mi è rimasta impressa nella mente. Il tour in Italia fu fantastico, ricordo un cibo buonissimo. In quel tour con gli Europe giocavamo spessissimo a calcio, Svezia contro Germania, spesso vincevano loro.

Il primo singolo del nuovo album, “Skyfall”, nella divisione delle parti vocali, delle tre la tua è quella meno presente, un “bel gesto” nei confronti dei tuoi colleghi aver dato loro molto spazio al loro rientro in formazione.
Nella versione “edit” del singolo, che dura circa sette minuti, sì è vero, nel tagliare le parti sfortunatamente hanno tagliato la maggior parte delle mie, ma se ascolti la versione integrale, che dura circa 12 minuti, quella inclusa nell’album, ci sono anche io (ride, nda).

Ruolo che riprendi pienamente nel secondo singolo, scritto da te, “Fear of the Fallen”, di cosa parla questo brano?
“Fear of the Fallen” parla della più grande paura che hanno gli angeli caduti, appunto i “fallen angels”, dei veri angeli custodi dell’umanità. Quando accade qualcosa di brutto con l’umanità, quando si sta per distruggere tutto o tutto sembra andare all’inferno i veri angeli proteggono l’umanità, è una cosa che penso da quando sono ragazzo, non so se è mito o realtà, ma è una cosa che mi rilassa molto pensare che un grande potere possa salvarci.


Foto di Martin Hausler

Sei religioso o è più un credo spirituale?
Potresti leggerla sia dal punto di vista religioso che sotto altri aspetti. Quando Kai Hansen stava finendo di scrivere il testo di “Skyfall”, l’ha interpretato come se ci fossero degli alieni a vegliare sull’umanità, per questo sembrano esserci avvistamenti di UFO talvolta, non so se è reale o meno ma pensare che ci sia un potere invisibile che veglia su di noi è una bella sensazione.

E’ stato più difficile registrare quest’album rispetto ai precedenti dato che eravate in sette anziché i “soliti cinque”?
Più difficile no, anzi. Piuttosto richiede sicuramente il doppio del tempo, perché utilizzando due, a volte tre voci, devi controllare le parti dove ognuno si trova a proprio agio, lo stesso discorso vale per le tre chitarre, ma non direi più difficoltoso.

Spesso gli Helloween vengono additati come “Happy Metal band”, che ne pensi di questa affermazione?
E’ una parte molto importante che la band ha sempre avuto, però si tende a miscelare il tutto perfettamente con altri suoni, ci sono sempre 3 o 4 canzoni più “cheesy” all’interno di un album anzi a pensarci ne abbiamo molte di più in cantiere volendo (ride, nda).

Voi siete stati definiti la power metal band per eccellenza, ma allo stesso tempo siete una band di classic metal e rock, la definizione “solo power” non vi sta stretta a volte?
Esatto. La band però ha avuto successo agli esordi con “Walls of Jericho”, che è un album tipicamente power metal, uno dei primi in assoluto del genere e da lì siamo stati definiti i “Padri del Power Metal”. Kai e Weiki (Michael Weikath, altro chitarrista della band, nda) parlano spesso dell’argomento, Kai ad esempio è l’uomo più “powermetal” del gruppo, mentre Weiki, “Sì, ma non solo”, per cui c’è una percentuale delle nostre canzoni che escono dal genere, sperimentano. Se consideri brani come “Dr. Stein”, “I Want Out” e “Future World”, sono dei brani classici del power metal, ma allo stesso tempo sono dei pezzi “pop-metal”. Per questo siamo una metal power band ma che ha un’audience molto rock, più classica. Quando ero ancora il cantante dei Pink Cream 69, Weiki mi fece ascoltare “Chameleon” (album degli Helloween del 1993, nda), io lo chiamai al telefono e gli dissi che era un gran disco che mi piaceva molto ma non era un disco adatto agli Helloween, piuttosto lo era per una band come i Bon Jovi. Weiki mi chiuse il telefono in faccia (ride, nda). Il giorno dopo mi richiamò scusandosi per chiedermi se pensavo davvero quello che avevo detto e gli dissi che non era sufficientemente metal per una band come la loro, nonostante sia un disco che mi piace tantissimo.

Cosa ne pensi di questo periodo di stop e del rinvio continuo delle tournée?
Orribile. Il periodo è molto delicato. Cosa sta succedendo in questo momento nessuno lo sa esattamente, non sono io a doverlo dire ma temo che ci sia una grossa influenza politica anche.

Il prossimo tour avrà scalette di tre ore come il precedente?
Non lo so esattamente, avremo uno special guest, gli Hammerfall, che suoneranno circa un’ora e mezza. Dipenderà dai promoter, probabilmente non potremo suonare ogni show per tre ore, ma dove avremo la possibilità di suonare di più lo faremo, tanto abbiamo tre cantanti, possiamo farlo (ride, nda). Tre anni fa abbiamo registrato un live album, tra i vari luoghi abbiamo utilizzato il concerto fatto al WiZink Center di Madrid che è probabilmente il miglior posto del mondo dove una band possa suonare, anche il backstage è fantastico, tutto. Se tutti suonassero lì, potrebbero abituarsi troppo bene le band (ride, nda).

Vivendo a Tenerife, conosci qualcosa la musica spagnola/latina?
Qui c’è molta musica reggaeton ma non è il mio genere, sembrano tutte uguali le canzoni. Però mi piace molto il flamenco, i chitarristi spagnoli sono tra i migliori al mondo, incredibili, ogni volta che li vedo dico che non devo più toccare una chitarra ma devo farlo per scrivere nuovi pezzi per la band (ride, nda). Conosco band rock come gli Heroes del Silencio, che sono una vera istituzione qui in Spagna e in Sudamerica, mentre dal Messico provengono e sono molto famosi anche qui i Maná. Negli anni 70/80 invece, abbiamo avuto in Germania in classifica molti artisti italiani, i miei genitori ascoltavano Adriano Celentano, grande artista, mi piace molto, e ricordo anche Gianna Nannini, anche lei, è bravissima.

Nel 1994 quando entrasti a far parte del gruppo, ti sei reso conto che sei stato con il tuo songwriting “il salvatore” degli Helloween?
Non so, posso dirti che a fine 1993 Weiki mi chiamò nuovamente chiedendomi di entrare nella band. Andai ad Amburgo, per me era importante che i ragazzi degli Helloween ascoltassero le mie canzoni, le stesse che i PC69 quando gliele ho presentate non volevano suonare. Mentre ascoltavano i pezzi li ho guardati negli occhi, a loro piacevano molto e dissi a me stesso: “loro amano le mie canzoni, questa è la mia band!”.

Ci parli di quando in un festival alcuni anni fa i tuoi idoli, i Kiss, ti guardavano mentre ti esibivi?
Stavo cantando e il tecnico del suono mi disse tramite gli auricolari di guardarmi alle spalle, quando vedo Gene Simmons e Paul Stanley che stavano guardando il nostro concerto, mi tremarono le gambe, suonare allo stesso festival, e realizzare che i tuoi idoli di una vita ti stanno guardando è incredibile. Peccato che siano arrivati al loro ultimo tour. Ascoltare musica è come un viaggio nel tempo, è una cosa fantastica che solo la musica ti può dare. In parte anche il cinema, ma non è la stessa cosa, quando ascolti musica chiudi gli occhi, viaggi nel tempo.

Avendo diviso il palco con tante band, qual è stata la più amichevole che avete incontrato?
Gli Iron Maiden, senza dubbio. Abbiamo fatto molti tour con loro. Però sono rimasto piacevolmente sorpreso dai Papa Roach. Entrambe le band ci conoscevamo solo attraverso le riviste ma è state una bellissima esperienza e molto amichevole, cosa non facile che accada con le band americane, non so perché, la gente lì è stupenda, non fraintendermi, ma le band sembrano più “fredde”, invece le band svedesi sono super amichevoli.

Tornando ai Kiss, hai visto l’intervista on line di alcuni anni fa dove fanno togliere all’intervistatore la maglietta che indossa degli Iron Maiden invece di una dei Kiss?
No, non l’ho vista. Il rock e la scena metal devono imparare a stare insieme e aiutarsi a vicenda. Per me non c’è alcun problema se hai una maglia diversa dalla mia band anzi, sono contento perché vuol dire che se hai la maglia degli Iron Maiden possono piacerti i Kiss ad esempio e magari anche gli Helloween. Non è una competizione. Questo è quello che dobbiamo imparare dalla scena rap/hip-hop, un genere musicale che a me non piace per niente, non fa per me, ma hanno una grande community da cui dobbiamo imparare. Tra loro artisti si aiutano molto. Se le band sono unite, lo sono anche i fan. Ad esempio io non amo il black metal ma ci sono delle melodie che mi piacciono, non per questo parlo male del genere.

Il consiglio è correre a far proprio questo album in uscita venerdì 18 giugno per l’etichetta Nuclear Blast. Tra le tante le edizioni previste segnaliamo il doppio CD limitato cartonato, e tra le varie versioni in vinile, oltre al picture disc e a molte edizioni colorate, la versione a tre dischi “Hologram edition”. Disco consigliato da Wanted Record, via G. Bottalico, 10 a Bari.

INTERVISTA ORIGINARIAMENTE PUBBLICATA SUL QUOTIDIANO “IL QUOTIDIANO DI BARI” IL 17 GIUGNO 2021

L’Alba di Morrigan – Io sono Oro, Io sono Dio!

Nove anni non sono pochi, molte band dopo una pausa del genere, avrebbero lanciato la spugna. Hugo Ballisai ci ha raccontato come i suoi L’Alba di Morrigan, nonostante diverse vicissitudini, non hanno abbiano mai avuto dubbi, al momento giusto il secondo capitolo della saga sarebbe giunto. Ora che “I’m Gold, I’m God” (My Kingdom Music) è fuori, possiamo affermare l’attesa non è stata vana…

Benvenuto Hugo, cosa vi sorprende di più, essere di nuovo fuori dopo nove anni o aver dovuto aspettare nove anni per dare un erede a “The Essence Remains”?
Ciao a tutta la redazione da parte mia e da parte di tutti i membri de L’Alba di Morrigan. Nessuna delle due cose: sapevo che prima o poi avremmo concluso l’album. Abbiamo avuto diversi accadimenti che ci hanno obbligato per forza di cose a dilatare i tempi. Certo nessuno si aspettava così tanto tempo ma così è stato.

Quando vi siete messi a lavoro sui nuovi brani avevate in mente quanto fatto in precedenza o, data la lunga pausa, siete ripartiti da zero?
Questa è una domanda interessante. Ti potrei dire per esempio che “The Chant Of The Universe” ha dodici pre-produzioni differenti, e sino a qualche mese prima dell’uscita dell’album si intitolava “Koh Lipe”. Vale anche per tutti gli altri brani, ci sono tantissime versioni che abbiamo cestinato. Insomma non ci siamo accontentati e fino alla fine abbiamo cercato di ottenere da ogni singolo brano il meglio possibile in ogni suo minimo dettaglio.

Vi considerate ancora, se mai lo avete fatto, un band metal o l’etichetta vi sta stretta?
Io amo la musica metal la ascolto ad oggi e da quando sono bambino, ho avuto la fortuna di avere mio fratello Giampiero che sin da tenerissima età mi ha fatto ascoltare ottima musica. Ciò non toglie che talvolta soprattutto nello scorso album le nostre sonorità erano oggettivamente più “morbide” anche in questo album abbiamo portato un po’ di melodia nonostante la scelta di suoni più forti e un’interpretazione assai diversa rispetto alle linee vocali. Assolutamente non ci sta stretta come definizione, chi più chi meno nella nuova line-up siamo tutti ascoltatori assidui del genere, io in primis.

Mentre come è cambiata la scena musicale in questi nove anni?
Se intendi musica a 360° e in tutti i generi, ha seguito il trend degli ultimi anni. Si è impoverita ulteriormente di contenuti soprattutto per quello che riguarda gli aspetti musicali. Ascoltare la radio personalmente mi riesce impossibile c’è tantissima, troppa monnezza musicale confezionata e impacchettata ad hoc. I talent show personalmente li disapprovo completamente e il mondo musicale ha preso questa direzione. Se parliamo prettamente nel genere metal non mi metto ad elencare ma a mio parere sono usciti tantissimi capolavori per fortuna.

Riflettevo, il vostro primo disco è uscito nel 2012, il secondo nel 2021: praticamente una permutazione delle stesse cifre. Ha un qualcosa di incantato anche per voi, oppure sono io che mi sono lasciato suggestionare troppo dalla magia della vostra musica?
Certamente per il sottoscritto ha più che qualcosa di incantato se non fossi diventato padre di due bellissime bimbe (Blue e Isabel le mie piccole principesse) molto probabilmente sarebbe uscito qualche annetto prima (aahaahah), ringrazio di avere avuto questo regalo che mi ha completato come uomo ma che sicuramente non ha permesso di fare uscire come da programma evidentemente questo era il giusto percorso, quantomeno a me piace pensare così. Non credo al fato sono estremamente felice del percorso personale e musicale, talvolta una sana pausa può evolvere in positivo e penso sia questo il caso. Non vi è stata nessuna scelta premeditata sulla data di uscita, piuttosto abbiamo ulteriormente deciso di registrare nuovamente la maggior parte delle tracce dalla fine del 2020. Esiste un filo conduttore tra la prima uscita alle idi di marzo e “I’m Gold, I’m God”, in principio d’estate. Poi che siano nove anni di separazione e travaglio penso sia alquanto simbolico, d’altronde il numero nove ha il suo perché.

Rimaniamo in ambito magico, il titolo è ermetico e molto evocativo. Cosa significa realmente “I’m Gold, I’m God”?
L’album è avvolto da un filo conduttore, non è casuale la allusione all’oro per una serie di motivi correlati al Satya Yuga, inoltre Oro in italiano in inglese Gold, altra accezione per Horus che simbolicamente è correlato al metallo più prezioso a livello alchemico. E poi una visione introspettiva che riguarda tutte le forme esistenti nel multiverso della materia e dell’antimateria dello spazio tempo. È un elogio all’esistenza e al nulla. Sii Divino comportati come tale poiché questo sei, questo siamo semplicemente devi/dobbiamo ancora prenderne coscienza, elevati sii grato e sorridi. È un inno al tutto all’esistenza ai pianeti alle pietre al mondo astrale ed eterico per cui vale per tutto ciò che è attinente al mondo delle forme: Io sono Oro, Io sono Dio!

L’aver messo “I’m Lucifer” e “I Am Gold, I Am God” una dopo l’altra nella tracklist ha un valore simbolico?
La tracklist è pensata e voluta in questo modo, per cui non vi è casualità. Ma è un album di riflessione che prende diversi punti di vista, differenti spunti di teologia, fisica dei quanti, amore e odio, umano e divino, per cui non esiste casualità. Non è assolutamente un elogio a Lucifero. Tuttavia ho semplicemente provato a pensare: se io fossi Lucifero che opinione avrei dell’umanità e di cosa è stato riportato su di me dalle sacre scritture? Ne esce fuori una sorta di “outing”. Ed effettivamente seguendo la lirica si evincono abbastanza chiaramente i suoi/miei punti di vista rispetto agli accadimenti riportati dalle sacre scritture e i suoi sentimenti nei confronti dell’umanità, della sua Nemesi e di se stesso.

Il disco termina con “Morrigan’s Dawn”, canzone che riprende il vostro nome ma che può essere intesa, posta in quella posizione, come la volontà di sancire che il disco è finito ma che comunque ci troviamo all’alba, all’inizio, magari di una nuova fase della vostra carriera. Ennesima sega mentale mia oppure ci avete pensato anche voi?
È una ninna nanna molto melodica ma abbastanza malvagia e cupa alla prima interpretazione, in realtà porta un messaggio estremamente potente e positivo. Si riferisce “alla vita e alla morte” di un sogno di consapevolezza. Dove in uno sdoppiamento astrale, raggiungi la conoscenza assoluta più e più notti nel corso della tua vita per poi dissolvere il tutto al proprio risveglio, nel mondo della materia.

In passato, vi siete tolti delle belle soddisfazioni dal vivo. Alla luce della lenta ripresa del settore concertistico, quali sono le vostre aspettative? 
Ci siamo divertiti molto, abbiamo girato tanti posti in Italia e in Europa, abbiamo condiviso il palco
con tantissimi artisti alcuni dai nomi altisonanti e altri di nicchia e hanno tutti contribuito a farci
vivere delle esperienze uniche. Chi non ha voglia di salire su un palco e sentire i decibel, il calore delle persone? Penso (e spero di sbagliarmi) che le cose non saranno di rapida ripresa. Ma quando sarà possibile allora ci correremo sopra al palco, ci puoi scommettere!